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"Paradosso Democratico" di Francesco Piccolo

Il Pd ha una vocazione maggioritaria. Vale a dire che è nato per governare. È moderato, responsabile, alla ricerca di soluzioni concrete. Stando all’opposizione, tutte queste caratteristiche lo debilitano. Altri partiti più piccoli, sono nati per non governare: quelli più a sinistra per opporsi su tutto, quelli più al centro per fare l’ago della bilancia per tutti. Stando all’opposizione, tutte queste caratteristiche li rafforzano. Qui sta il punto non risolto del Pd: è molte volte più grande degli altri; quindi avrebbe il compito di scegliere un candidato, fare un progetto di governo e poi vedere se gli altri aderiscono (oppure una nuova proposta di legge elettorale, e poi vedere se altri sono d’accordo). Ma gli altri hanno dalla loro che se le cose rimangono così, è meglio. E quindi possono ottenere molto di più delle forze che rappresentano. Questo è il motivo principale per cui il Pd nei fatti non fa proposte concrete. Non può forzare, perché ogni volta che forza gli rispondono: no. Eppure, non c’è un altro modo di uscire dall’impasse che forzare i tempi e i modi. Non c’è altro modo che comportarsi da vero partito a vocazione maggioritaria. Se il Pd non può governare (subito) questo paese, si concentri a immaginare un modo per rappresentarne una parte viva e attraente. Altri pian piano si aggregheranno. E un giorno, forse, un progetto concreto della sua parte andrà al governo. E un altro giorno ancora, forse, lo realizzerà. Non è una scorciatoia. Ma non ci sono scorciatoie.

L’Unità 10.01.11

"Per il federalismo è il momento verità", di Roberto Turno

Federalismo fiscale, decreto milleproroghe ed emergenza rifiuti a Napoli e in Campania, biotestamento, Comunitaria 2010. Dopo tre settimane di vacanze, da oggi il Parlamento riapre i battenti e si ritrova punto e a capo. Con una maggioranza in cerca di maggioranza sicura alla Camera e con calendari di lavoro interamente da definire. Anche perché le incognite politiche sono tutte risolvere e la stessa sorte della legislatura è appesa agli esiti di quanto accadrà in questi primi giorni convulsi dell’attività non solo parlamentare del 2011. A 33 mesi e 200 leggi dall’avvio della legislatura, le Camere sono così nuovamente davanti a un bivio. Se è vero che la decisione della Consulta sul legittimo impedimento (si veda articoli in pagina) sarà la prima cartina di tornasole delle convenienze politiche della maggioranza di non spingere verso le elezioni anticipate, è altrettanto vero che in queste settimane si consumeranno in Parlamento le scelte decisive sui provvedimenti più attesi e più temuti, a seconda dei giudizi.

La prima scommessa è il federalismo fiscale che per la Lega rappresenta praticamente la sola ragion d’essere. Si comincerà così subito con lo schema di decreto legislativo sul fisco municipale, contro il quale i sindaci e il centrosinistra hanno fatto convergere un discreto fuoco concentrico, ma i tempi per il parere e, quindi, per il varo finale in consiglio dei ministri sono strettissimi: la scadenza è fissata per venerdì 28 gennaio, prendere o lasciare. Con l’incognita dei numeri nella bicameralina, al momento in assoluto pareggio tra maggioranza e opposizioni. Sempreché la situazione politica non precipiti prima, incassare un voto negativo sul testo in Parlamento non impedirebbe il successivo via libera in consiglio dei ministri: ma è chiaro che una riforma di così vasta portata approvata solo dalla metà delle forze politiche, e magari impallinata dai comuni, rischierebbe di depotenziarne significativamente il valore. Senza scordare che lo stesso percorso attende nelle settimane successive altri testi attuativi del federalismo, a cominciare dal fisco regionale e dai costi standard sanitari.
Le maggioranze variabili anche nelle commissioni parlamentari, e soprattutto in quelle della Camera, sono del resto il primo problema da risolvere per la maggioranza per quanto riguarda il cammino di tutti i provvedimenti già in cantiere in Parlamento come di quelli che potrebbero arrivare se il “Berlusconi quater” tirerà avanti. Sulla giustizia, ad esempio, non solo in attesa di valutare gli effetti della prossima sentenza della Consulta, sono stati lasciati in stand by tutti i ddl più spinosi: processo breve, lodo Alfano costituzionalizzato, intercettazioni telefoniche, lo stesso processo penale. Solo il definitivo chiarimento sulla situazione politica complessiva permetterà di conoscerne i destini.

L’incertezza legislativa, insomma, è massima in queste giornate. Forse da domani il quadro sarà almeno in parte più chiaro dopo le conferenze dei capigrupo della Camera e del Senato. I calendari delle due assemblee sono interamente da decidere, ma non senza pesanti ombre. A Montecitorio, ad esempio, si deciderà sul voto di sfiducia al ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi. Ma allo stesso tempo verrà stabilita la data di voto sul biotestamento, altro tema che spacca i partiti e su cui il centrodestra sta cercando di scavare fossati nel terzo polo, tra i finiani del Fli e l’Udc.

Non meno complicato si annuncia il quadro al Senato. Col decreto milleproroghe che avvia il suo cammino in commissione Affari costituzionali ma con affanni numerici per la maggioranza. E con altre leggi del Governo da tempo in naftalina e di cui si devono decidere presto le sorti: l’anticorruzione, che tutti vogliono ma che nessuno approva, è l’esempio più lampante delle riforme fallite.

Il Sole 24 Ore 10.01.11

"La politica come merce nell'era del berlusconismo", di Aldo Schiavone

Mentre il calibrato e studiatissimo allontanarsi di Tremonti sta aggiungendo un´altra spinta – decisiva? – alla frana del sistema di governo varato dal centrodestra dopo la vittoria del 2008, il Presidente del Consiglio non sembra saper far altro che parlare al Paese di comunisti e di magistrati: non della crisi da cui non si riesce a venir fuori, non dei giovani cui non si è capaci di offrire prospettive, non di lavoro e di produzione nel mondo che ci aspetta, ma solo delle ossessioni che non hanno mai smesso di accompagnarlo, e che in altri tempi era stato in grado di trasformare in parole d´ordine per una mobilitazione emotiva di massa tanto inconcludente quanto vittoriosa.
In realtà, oltre ai suoi fantasmi, c´è però un altro tema che prende in questi giorni Berlusconi: la sua personale “campagna acquisti” di parlamentari d´ogni provenienza, nell´estremo tentativo di dare spessore a una maggioranza esigua fino all´inconsistenza. Sbaglieremmo, se liquidassimo l´ostinazione con cui questo sforzo viene reiterato spiegando tutto soltanto con la disperazione dell´ultima ora, con un deficit strategico che non consente altra via di salvezza a ciò che resta di quanto era stato (sembra secoli fa) una maggioranza imponente. Insomma, con una contingenza del momento.
C´è invece qualcosa di più profondo che si rivela nell´accanimento su questo obiettivo. Qualcosa che attiene “strutturalmente” al berlusconismo: non solo al suo estenuante e azzardoso epilogo, a quella specie di interminabile “via crucis” cui sta sottoponendo la democrazia italiana, ma che riguarda invece sin dall´inizio il carattere originale di quell´esperienza, anche se adesso soltanto, nel collasso finale, appare in piena luce.
Si tratta di due elementi, fra loro collegati.
Il primo è l´idea della politica – delle scelte e dei comportamenti che la condizionano e la determinano – come merce, e non come regole e procedure; come semplice scambio, e non come metodo e come insieme di principi e valori non negoziabili. Se si è abituati a pensare che tutto quel che conta – l´interezza delle nostre vite – passa attraverso il mercato, se tutto si può comprare e si può vendere in quanto ha il suo (giusto) prezzo, perché questo non deve riguardare anche l´ambito parlamentare? Se la politica in quanto tale, essa stessa, non appare altro che come un “prodotto” da promuovere e da piazzare, perché la transazione non può coinvolgere l´opinione e il voto di questo o di quel soggetto? E non vale invocare l´esistenza antica del trasformismo, perché c´è qualcosa di radicalmente nuovo nella pratica berlusconiana: il suo autorappresentarsi come normalità assoluta, come condizione fisiologica della politica.
È evidente che in un simile modo di ragionare viene travolta una distinzione capitale, costitutiva della modernità: quella tra etica, politica ed economia. Ma questo travolgimento non è il frutto tardivo e avvelenato di un declino irreversibile: fa parte, invece, del codice genetico dell´avventura berlusconiana, di una “normalità” deforme che si è cercato per quasi vent´anni di imporre all´Italia, gridata da milioni di televisori. È l´anima stessa di quell´ipermercatismo senza misura e senza confini che è stato il cuore del messaggio che l´imprenditore (prima ancora del politico) Berlusconi sin dall´inizio ha rivolto all´Italia – rovesciando il conflitto d´interessi nella sua più efficace credenziale (vedete chi sono e da dove vengo!) – cercando di farlo passare come l´annuncio di una grande rivoluzione liberale. Ed è uno stile che non può trovare le sue metafore più calzanti –la “campagna acquisti”, appunto – altrove se non nel mondo del calcio: il più devastato da un´anomia mercatista spinta fino al mostruoso.
La crisi ha spazzato via i presupposti materiali di quei proclami, e stiamo cominciando a capire come di ben altro ci sia bisogno che non della scomposta furia acquisitiva che vi veniva esaltata. Ma essa sopravvive ancora come tossina ideologica, come abdicazione etica, quando non almeno come rassegnazione a una “normalità”, appunto, che si vorrebbe realisticamente senza alternative. In questo cedimento la cattiva lezione recente incrocia purtroppo nostre predisposizioni antiche. Guarirne non sarà facile.
Il secondo elemento di cui si diceva attiene a quella che potrebbe definirsi la tendenza costante alla disarticolazione dei partiti (compreso il suo) come tratto permanente dell´azione berlusconiana. Di nuovo, siamo di fronte a qualcosa di organico, e non di contingente o di accidentale. La scelta dell´acquisizione di singoli parlamentari al posto della trattativa con i rispettivi schieramenti non fa altro che estendere quel rapporto fiduciario e personalistico fra il popolo e il suo leader, tipico del plebiscitarismo di Berlusconi, dal terreno propriamente elettorale alla sfera dei rapporti parlamentari: di trasportarlo, per dir così, dalle urne alle Camere. Non contano le appartenenze, non conta il mandato ricevuto dagli elettori, quando è il leader a chiamare: conta solo la relazione diretta con lui – poco importa che sia esplicitamente mediata dal denaro, o da un altro tipo di scambio. I partiti (compreso il suo) risultano formazioni intrinsecamente inutili in questa dinamica, e infatti per Berlusconi lo sono sempre stati. Ma così si arriva solo allo svuotamento completo della moderna democrazia rappresentativa, perché si sostituisce alla rappresentanza articolata degli interessi sociali la pura relazione personalistica degli eletti con il leader, chiamato ad esprimerli tutti. Se il Pdl avesse un´anima, i suoi stessi dirigenti dovrebbero cominciare a riflettervi. Cosa li aspetta, dopo? Ma forse qualcuno sta già cominciando a farlo.

La Repubblica 10.01.11

"Fiat e diritti in tempo di crisi. Sia la politica a dare risposte", di Silvano Andriani*

Il bell’articolo di Stefano Fassina (pubblicato venerdì scorso sull’Unità) sulla situazione Fiat mi induce a qualche considerazione. Innanzitutto vorrei notare che nel clamore del dibattito sulla Fiat passano inosservate notizie quali la recente vittoria di Fincantieri di una importante gara per la vendita di navi in Usa. Certamente ci sono altre imprese italiane che rispettano i contratti nazionali e riescono a difendere ed aumentare le quote di mercato in tempo di crisi puntando su una vera capacità di innovazione e sulla qualità dei loro prodotti. Il rischio è di passare invece per innovatrici imprese che perdono quote di mercato e che spacciano per aumento della produttività l’aumento dello sfruttamento del lavoro. C’è un’affermazione di fondo nell’articolo di Stefano: i lavoratori ed i loro sindacati si trovano in una situazione senza una effettiva possibilità di scelta. D’altro canto non bisogna dimenticare che cinque anni fa la Fiat era praticamente fallita e che l’intera economia italiana versa in una situazione di quasi stagnazione da ben prima che cominciasse la crisi mondiale. Fasi di prolungata stagnazione o addirittura di recessione o depressione non sono favorevoli ai lavoratori. Le lotte sono necessarie ed in determinati casi possono dare risultati, ma non è possibile immaginare un cambiamento generale dei rapporti di forza solo con le lotte sindacali. Eppure l’esperienza della crisi più simile all’attuale, quella degli anni ’30, mostra che proprio durante la grande depressione in due realtà importanti, gli Usa ed il blocco dei paesi scandinavi, fu realizzato un grande avanzamento della democrazia e del potere dei lavoratori. Tale avanzamento avvenne però per via politica con la vittoria di Roosvelt negli Usa e l’ascesa al potere dei partiti socialdemocratici per la prima volta e simultaneamente in tutti i paesi scandinavi. Negli anni ’30 vinsero le forze riformiste che seppero rompere con l’ortodossia economica e seppero immaginare un modello di sviluppo diverso. L’uso del deficit pubblico per sostenere la domanda fu solo una leva per favorire un complesso di innovazioni che cambiarono la natura del capitalismo e aprirono la strada, negli Usa, all’american way of live e nei paesi scandinavi e poi in Europa, allo Stato sociale. Il mondo del lavoro fu componente essenziale dei blocchi sociali che portarono al potere Roosvelt ed i socialdemocratici scandinavi, mail successo non sarebbe stato possibile senza l’alleanza con quella parte del mondo imprenditoriale che era disponibile all’idea di un diverso modello di sviluppo. Anche ora, in un contesto molto diverso, il problema centrale è il cambiamento del modello di sviluppo. Il guaio per il mondo del lavoro in Europa ed ancor più in Italia è di non avere finora a riferimento un ceto politico riformista all’altezza di questa sfida. Sfida che comporta la soluzione di alcune questioni molto complesse quali: come si fa a dare vita ad una distribuzione del reddito più giusta e che consenta un’adeguate crescita della domanda interna senza che ciò comporti, come è avvenuto negli ultimi trenta anni, l’aumento sistematico del debito privato e pubblico; con quale politica industriale si può stimolare un salto di qualità dell’apparato produttivo ed una riduzione dello squilibrio Nord-Sud; come si può passare a stili di vita ed a politiche che affermino uno sviluppo trainato non dalla crescita dei consumi privati,ma dal potenziamento dei beni pubblici in una situazione deteriorata del bilancio pubblico; come si organizza un mercato del lavoro che sia confacente alla realizzazione dei precedenti obbiettivi. Credo che di questo dovrebbe occuparsi un ceto politico riformista che voglia fare il proprio mestiere evitando di identificarsi con operai costretti a votare in condizioni di necessità,

*economista

L’Unità 10.01.10

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Beck: “Così Fiat taglia i diritti e riduce produttività e democrazia”, intervista di Riccardo Staglianò

La reputazione dell´Ue migliorerebbe se si occupasse di sicurezza sociale e redistribuzione della ricchezza.
Nel dibattito manca una sinistra non nostalgica del vecchio welfare che sia controparte del capitale transnazionale. La globalizzazione è un boomerang. Ieri le nostre aziende lo lanciavano entusiaste verso le delocalizzazioni cinesi o est-europee, oggi torna indietro e si schianta sulla testa dei lavoratori italiani. Un prezzo l´avevano già pagato allora, perdendo il posto a favore di operai stranieri. Ora fanno il bis, con il ricatto ormai dentro casa: questa è la nuova offerta, prendere o lasciare. Peccato, osserva Ulrich Beck, uno dei massimi sociologi viventi, che questa alternativa brutale sia il viatico per la futura irrilevanza della nostra industria. Perché più si tagliano i diritti, più si riduce l´identificazione del dipendente con il datore di lavoro. E, in ultimo, si deprimono produttività e creatività, le uniche armi sensate che ci restano per competere con i Paesi emergenti. Teorizzando la «società del rischio» lo studioso tedesco è stato tra i primi a metterci in guardia contro l´illusione che i problemi distanti non ci toccassero. Gli chiediamo quindi, adesso che è toccata a Pomigliano e poi a Mirafiori, come il caso Fiat e i suoi apparentemente inesorabili aut aut ci aiutino a ragionare intorno alla crescente separazione tra capitale e democrazia.
Già alla fine degli anni ‘80 scriveva che i rischi globali sono i nostri rischi. Oggi la globalizzazione entra nelle nostre fabbriche e ne cambia le regole. Possiamo resistere? E come?
«Quello della Fiat è un ottimo esempio di come la globalizzazione può essere usata come nuovo gioco di potere per cambiare le regole del potere. Assistiamo infatti all´emancipazione dell´economia dai vincoli nazionali e democratici. Gli stati del XIX secolo avevano prodotto istituzioni per ridurre i danni che il capitalismo industriale poteva provocare. Il matrimonio di allora tra potere e politica sta però finendo in divorzio. Il potere è sempre meno democratico, meno legale, più informale, parzialmente trasferito a un capitale sempre più mobile e al mercato finanziario. E in parte agli individui, che dovrebbero tutelarsi da soli».
A giudicare da come stanno andando le cose, non sembra facilissimo difendersi da soli…
«Certo che non lo è. Mi viene in mente un caso simile accaduto in Germania. Nel 2001 la Volkswagen voleva che i suoi operai lavorassero più a lungo, per una paga minore e con meno diritti. O accettavano di entrare in una newco apposita, oppure avrebbero spostato quella parte di produzione in Slovacchia o in India. Tutti, dai sindacati al cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, la giudicarono un´idea meravigliosa. E si congratularono poi per aver evitato quell´emorragia verso l´estero. Vedo però una differenza importante. Dentro Vw c´è un consiglio internazionale di lavoratori da interpellare ogni volta che l´azienda prova a delocalizzare in Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Un contropotere al management che, pur agendo all´interno della legge, è sempre meno legittimato rispetto alla comunità nazionale che lo esprime».
In Risikogesellschaft lei immaginava una società cosmopolita come «nesso globale di responsabilità in cui gli individui, e non solo i loro rappresentanti, potranno partecipare direttamente alle decisioni politiche». Qui però assistiamo all´opposto. I lavoratori non hanno alcuna voce in capitolo. Poca o punto anche i politici. È questo il futuro delle relazioni tra capitale e diritti?
«Devo ammettere che è un buon contro esempio al mio ottimismo di allora. Credo ancora che gli individui, ad esempio i consumatori con una coscienza politica, siano un gigante dormiente. Se si mettono insieme, se si organizzano, la loro decisione di comprare o non comprare qualcosa può valere quasi più di un voto. La stessa azione coordinata si può pensare per i lavoratori. Su scala internazionale c´è una competizione di sistemi economici e molti fanno notare come quello cinese sia più efficiente di quello occidentale. Ma lo è a scapito della democrazia. Bisogna inventare altri modelli».
L´occidente si vanta di esportare la democrazia, quando serve anche in punta di baionetta. Perché non esportiamo anche la democrazia nel mercato del lavoro che caratterizzava la nostra civiltà?
«La democraticità del capitale non si gioca più all´interno di una nazione. Questa domanda dovrebbe girarla all´Unione Europea. Uno dei motivi per cui la Ue ha così tanti problemi a essere accettata dalla popolazione è che si occupa solo del mercato, da una prospettiva neoliberale. Se iniziasse a pensare a come garantire una sicurezza sociale ai lavoratori degli stati membri, la sua reputazione ne gioverebbe».
Lei conosce l´obiezione dei manager: per rimanere competitivi bisogna rinunciare a qualche diritto. La convince?
«È un argomento immanente, buono solo in limitati contesti. Pensando invece ai lavori a più alta qualificazione, quelli su cui possiamo ancora essere competitivi, più si tagliano i diritti più si riduce l´identificazione del dipendente con l´azienda. E con essa la flessibilità e la creatività che servono per prosperare. Alla fine, ridefinendo Stato e sindacati in una dimensione transnazionale, anche le aziende si accorgerebbero che democrazia e produttività sono due lati della stessa medaglia».
Intanto però assistiamo alla svalutazione del lavoro, inteso solo come contropartita di un salario. Prima era anche altro, ovvero uno strumento di dignità e di libertà. Cos´è andato storto?
«Forse possiamo recuperare da Marx l´idea di internazionalizzazione della classe operaia. Ma se vogliamo reinventare la politica del lavoro all´alba del XXI secolo dobbiamo renderci conto che viviamo in un mondo policentrico e tentare nuove alleanze: tra lavoratori e consumatori, tra stati, riorganizzando la Ue. Ciò che manca in questo dibattito è una sinistra non nostalgica del vecchio welfare state nazionale ma aperta a diventare la controparte dell´attuale capitale transnazionale».
Per il momento da noi chi critica questo smottamento nei diritti viene etichettato come conservatore, come qualcuno che rema contro il progresso. È così?
«No, direi che è vero il contrario. Negli ultimi 10-20 anni le politiche neoliberali sono state presentate come il progresso ma adesso ci si rende conto che sono categorie zombie. Ci avevano promesso «più mercato, meno poveri», ed è accaduto l´opposto. Lo stesso con la crisi finanziaria. La visione neoliberale che anche l´Europa ha adottato ha fallito su tutta la linea. Dovremmo provare a superarla con una visione social-democratica. Magari con un´aggiunta ambientalista. E, ovviamente, transnazionale».
La globalizzazione si regge sulla delocalizzazione verso Paesi più economici. Così le aziende risparmiano e si arricchiscono. Ma perché parte di quei profitti non viene ridistribuita, secondo un principio di vasi comunicanti, anche tra i lavoratori dei Paesi in cui quelle aziende hanno sede?
«In primo luogo perché le compagnie sono sempre più globalizzate anche al loro interno. BP, oggi, non vuol dire più British Petroleum ma Beyond Petroleum. Ovvero una multinazionale che paga le tasse in Svizzera e opera in numerosissimi stati. È difficile dunque dire qual è la reale sede di quella compagnia. In secondo luogo perché la ridistribuzione della ricchezza è stata compito degli stati nazionali. Solo un´Unione europea più ambiziosa, con un bilancio e tasse comuni, potrebbe attaccare questo problema. Ma sinché a Bruxelles regnerà l´ideologia neoliberale, resterà l´ennesima possibilità non colta».

La Repubblica 10.01.11

"Il legittimo impedimento rischia lo stop", di Liana Milella

Consulta, domani l´udienza pubblica. Gli avvocati del premier cercano la mediazione. Incostituzionale, o parzialmente incostituzionale, perché pone gli impegni del premier e dei ministri al di sopra di qualsiasi altro interesse garantito dalla Carta, compreso quello dei giudici a celebrare un processo. Incostituzionale, o parzialmente incostituzionale, perché lega le mani alle toghe e toglie loro il diritto di operare un bilanciamento tra le esigenze del processo e quelle della politica. Diritto che, proprio usando l´espressione «bilanciamento», la Corte aveva già individuato e delineato nel 2005 quando le capitò per le mani il caso di Cesare Previti, l´ex avvocato del premier entrato in rotta di collisione col gip milanese Alessandro Rossatto, per via delle presenze negate a un´infinita udienza preliminare adducendo i contemporanei “doveri” di Montecitorio.
Alla vigilia dell´udienza pubblica alla Consulta sul legittimo impedimento – domattina alle 9 e 30 al secondo piano del palazzo che fronteggia il Quirinale – queste sono le ultime indiscrezioni sul destino della legge. O bocciata del tutto. O bocciata in una sua parte fondamentale e sostanziale, quella che sta a cuore al Cavaliere, perché tiene congelati, dalla primavera del 2010, i processi Mills, Mediaset, Mediatrade. I 15 alti giudici rientrano oggi a Roma. E nel pomeriggio già si vedranno per una camera di consiglio ordinaria, nella quale leggeranno le sentenze scritte sui casi discussi prima di Natale. Non è prevista alcuna riunione ufficiale o incontro informale per parlare del legittimo impedimento. Ma è questo, assieme ai referendum sull´acqua, sul nucleare e sulla stessa legge ponte al mai nato lodo Alfano costituzionale, l´argomento clou su cui riflettere. Se ne parlerà in conversari privati prima del dibattito pubblico con gli avvocati di domattina e prima, soprattutto, della decisione di giovedì. Ad accogliere i componenti della Corte ci sarà anche la sorpresa del Popolo viola che, dalle 17 e 30 di oggi, ha deciso di “illuminare” chi deve pronunciarsi sulla legge con un presidio a lume di candela. Gianfranco Mascia ha anche avviato sul suo blog una petizione di solidarietà.
Ma tra le alte toghe l´orientamento sembra ormai solidificarsi sempre più. La legge ideata dall´Udc, da Pier Ferdinando Casini e Michele Vietti (oggi vice presidente del Csm), per bloccare il ddl sul processo breve che, se approvato per fulminare quelli del premier, avrebbe comportato la moria di centinaia di processi, non ce la farà a ottenere il crisma di costituzionalità dalla Corte. Troppe, e troppo evidenti, le anomalie che determinano una manifesta sproporzione di trattamento tra il “cittadino” Berlusconi, pur in veste di premier, e tutti gli altri cittadini. Troppo smaccata l´impossibilità, di fatto, di celebrare i processi che si configura, a tutti gli effetti, come una vera e propria sospensione. Giusto quella «sospensione» che la medesima Consulta, vagliando e poi bocciando, il lodo Alfano nell´ottobre 2009, decise che si poteva fare sì, ma solo a patto di utilizzare una legge costituzionale. E il legittimo impedimento non lo è.
Appare fiacca, a detta dei giudici, l´argomentazione degli avvocati di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, che insistono sul diritto del presidente del Consiglio, costituzionale anch´esso, di governare e quindi di non poter essere “angosciato” dalle udienze. Sarà pure, «ma è mai possibile che questo presidente non trovi neppure un minuto in un intero anno per fare il suo processo?». O non si è esagerato quando, nella stesura della legge, le Camere hanno previsto una copertura estesa, come un grande lenzuolo, su ogni possibile attività del premier, pure su quelle «preparatorie e consequenziali, e comunque coessenziali»?
Dalla Corte i boatos che paiono annunciare la bocciatura arrivano anche nel quartiere berlusconiano. Dove già ci si prepara a dividersi. Di più o di meno a seconda di quanto sarà pesante la stessa bocciatura. Se fosse totale, apparirebbe come una piena sconfitta dei due legali Ghedini e Longo che hanno dato il via libera al testo. Se lo stop fosse parziale – la legge resta in piedi, ma è ampliata la sindacabilità del giudice e ogni impedimento è valutato caso per caso – i due si appresterebbero a parlare di una mezza sconfitta. Che appare invece, ad altri piediellini, come un débacle totale in quanto il Cavaliere, essi dicono, tornerebbe ostaggio dei giudici.

La Repubblica 10.01.11

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Per il Cavaliere una «settimana di passione», di Ninni Andriolo

Una «settimana di passione», perché «la sconfitta di Fini» non ha risolto quasi nulla e il Cavaliere è costretto a uno«slalom» dagli esiti incerti. Vorrebbe ultimare la legislatura con l’attuale governo, debitamente «rimpastato» con i cosiddetti «responsabili» (quando e se arriveranno), ma sa che gli scogli sono molti e cerca di guadagnare tempo. Per il momento ha convinto Bossi a rinviare il voto già promesso per marzo.

«Proviamo ad andare avanti – ha proposto al Senatur – se non dovessimo riuscirci avremo il tempo di chiedere al Quirinale le urne a maggio, politiche e amministrative nello stesso giorno». Tra i fedelissimi, però, c’è chi giudica «vitale» che il governo tiri a campare almeno fino alla primavera 2012. Anche per evitare il cosiddetto «ingorgo istituzionale » dell’anno successivo con le elezione del presidente della Repubblica. Il Cavaliere non perde occasione per ripetere che non tiene al Colle. Ma i suoi spiegano che il patto elettorale con Casini – «Oggi si fa corteggiare invano ma domani sarà costretto a scendere dal pulpito» – potrebbe contemplare lo scambio «allettante» tra Palazzo Chigi e Quirinale.Ma Berlusconi, per il momento, tiene le carte coperte.

Non si fida quasi di nessuno e torna a barricarsi nel bunker circondato dagli spettri che ricompaiono all’orizzonte dopo la «vittoria di Pirro» del 14 dicembre. Il Cavaliere aveva immaginato la pausa di fine anno come occasione per «allargare la maggioranza». Ha lavorato per raccogliere alla spicciolata «parlamentari responsabili» dai diversi gruppi della Camera. Guadagnando «l’autosufficienza» – questo il disegno – potrebbe stringere accordi con Casini che gli consentano – «con il gioco delle astensioni e delle assenze dall’aula, ma anche dei voti favorevoli sui singoli provvedimenti » – di navigare tra scogli e iceberg. La «terza gamba», però, non sembra in grado di mettere in cammino una maggioranza che ha bisogno ossigeno immediato per andare avanti.

Casini e il Terzo polo, d’altra parte, si tengono «le mani libere». Prova ne è la spada di Damocle sospesa sul collo di Sandro Bondi, con l’Udc che non scioglie il rebus sulla mozione di sfiducia Pd al ministro. Bondi potrebbe decidere di dimettersi in anticipo per evitare «grane al governo». Per il Cavaliere sarebbe uno smacco. «Vedrete – così rincuora i suoi – Casini non ha alcun interesse a far precipitare la situazione verso il voto anticipato». Il premier che inietta dosi massicce di ottimismo, però, è lo stesso che torna a sbirciare, dietro le mosse di Bersani e del leader dell’Udc – e di Tremonti – lo spettro del governo tecnico. Ed è lo stesso che diffida perfino del Colle, perché le ultime esternazioni di Napolitano metterebbero «in difficoltà il governo ».

Anche il responso della Consulta sul legittimo impedimento servirà al Cavaliere per valutare le intenzioni quirinalizie. Perché – non c’è verso – Silvio è più che mai convinto che «autonomia» è una parola vuota, anche nel caso dei giudici costituzionali che giovedì dovranno rendere nota la loro sentenza. Se la legge venisse dichiarata illegittima continuerebbe a governare,mapromette fuoco e fiamme contro i giudici di Milano, contro quelli della Consulta e, c’è da immaginarlo, contro il Colle. Settimana decisiva quella che si apre oggi. Perché il clima politico della legislatura sarà più o meno infuocato sulla base del pronunciamentosullo «scudo».

Anche la variabile delle elezioni anticipate potrebbe dipendere dal verdetto della Suprema corte. In queste ore, tra l’altro, si parla di messaggi Pdl indirizzati alla magistratura per uno scambio tra riforme soft della giustizia e “nonbocciatura” del legittimo impedimento che farebbe ripartire i processi Mills, Mediaset e Mediatrade. Nontranquillizza il Cavaliere, tra l’altro, l’ipotesi di una sentenza «interpretativa di rigetto» che lascerebbe al giudice la facoltà di verificare la sussistenza dell’impedimento del premier.«Pme giudici di Milano metterebbero bastoni tra le ruote costringendo Berlusconi a dividersi tra Tribunale e Palazzo Chigi – spiegano i fedelissimi del premier – Altro che attività di governo». Se ad Arcore si alternano pessimismo e speranza, a Roma si scrutano possibili strade per una «terza via». L’illegittimità dello «scudo» potrebbe riguardare solo «le attività preparatorie e conseguenti» e non l’attività vera e propria di governo (consiglio dei ministri, vertici internazionali, ecc.) che verrebbe sottratta al controllo di merito dei giudici del processo.Unosnodo decisivo quello di giovedì prossimo.

Come quello sul federalismo fiscale che la Lega considera un banco di prova dei numeri parlamentari garantiti da Silvio. I leghisti puntano a una trattativa con l’opposizione che il Cavaliere vede come fumo negli occhi perché «è la maggioranza e non la Lega che dovrà aprire questo fronte». La tensione con il Carroccio c’è e viaggia sotto traccia.Adispetto deinumeri, il premier assicura ai suoi che «il voto non ci sarà e la seconda parte della legislatura sarà costituente». I sondaggi in calo nonlo tranquillizzano. E Silvio medita di rompere l’accerchiamento con un «colpo a effetto », chiamando a raccolta il suo popolo intorno a un nome e un simbolo di partito nuovi di zecca. Basterà un lifting per uscire dallo stallo?

L’Unità 10.01.11

"L'Italia non cresce perché la politica è per gli anziani", di Stefano Lepri

Se l’Italia non è un Paese per giovani, i giovani promettenti vanno all’estero; dopo il richiamo di Napolitano a Capodanno se ne è accorto The Economist. In Germania e altrove, nonostante la crisi già scarseggia il lavoro qualificato. Qui il contrario. E comincia a circolare l’idea che i due disturbi di cui soffre la nostra economia, ovvero leggi norme contratti e usanze che scoraggiano i giovani, e l’anemia mediterranea della produttività che non cresce – condivisa con Grecia, Portogallo e Spagna – siano due aspetti dello stesso male.

Un Paese dove i giovani sono pochi e gli anziani sono tanti ragiona, sempre più, con la testa degli anziani. La politica si fa soprattutto per loro. Lo mostra al meglio una vicenda che, all’apparenza, con i giovani non c’entra nulla. La parziale rimonta di Silvio Berlusconi nelle elezioni del 2006 ebbe tra i punti forti la promessa di abolire l’Ici sulla prima casa. Tanto pareva attraente quell’argomento, che nel 2007 il governo Prodi reagì preferendo uno sgravio dell’Ici a un assegno per i figli capace di mettere d’accordo cattolici e sinistre.

Nel 2008, Berlusconi ha mantenuto la promessa; invano il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi suggeriva di intervenire sulle imposte che frenano la produzione, scelta più vantaggiosa per l’economia specie in fase di crisi. I sondaggi dicevano che era più impopolare l’Ici. Per l’appunto – osservò l’economista Massimo Bordignon – le persone anziane guardano al patrimonio, casa e risparmi, piuttosto che alla produzione di reddito, dalla quale sono o saranno presto fuori.

Il presidente dell’Istat Enrico Giovannini paragona l’Italia a una vecchia signora che intacca il patrimonio per sostenere le spese giornaliere, riducendo l’eredità da trasmettere. Oltre a gestire il patrimonio, gli anziani percepiscono una pensione o stanno per arrivarci. Qui l’Italia vanta un successo: il riequilibrio del sistema previdenziale è più avanzato da noi che altrove. Però l’aggiustamento è stato spostato sulle generazioni future.

La gran parte di coloro che vanno a riposo adesso sono colpiti ancora poco dalla prima grande riforma, adottata dal governo Dini 15 anni fa. Nel 2005 Berlusconi ne ritardò alcuni effetti in cambio di inasprimenti dopo 3 anni. Nel 2007 Prodi cancellò l’inasprimento ormai vicino in cambio di misure più incisive in un futuro distante. Secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato, le pensioni di chi si ritira oggi ammontano in media al 70% dello stipendio; chi lascerà fra vent’anni riceverà solo il 55%. Assai peggio andrà per chi dovesse trascorrere nel precariato gran parte della vita; tanto che il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua preferisce tenere riservati i calcoli. Sul lavoro a termine si pagano contributi molto bassi; un meccanismo di calcolo in sé equilibrato darà diritto a pensioni, ugualmente, esigue.

Quando la normativa sul lavoro flessibile fu introdotta nel 1997, sottrasse un gran numero di giovani alla disoccupazione o al lavoro nero. Però in seguito il precariato è diventato una trappola. Sono giovani precari la gran parte delle 900.000 persone rimaste senza impiego nella crisi; l’attuale governo è stato prodigo nel finanziare la cassa integrazione ai lavoratori stabili (perlopiù anziani), ha respinto l’invito di Draghi ad estendere l’indennità di disoccupazione ai precari.

All’inizio, chi era precario si dava da fare di più, nella speranza di essere assunto in pianta stabile. Ora la prospettiva di restarlo tutta la vita scoraggia a migliorarsi, perfino a studiare. Organizzazioni internazionali come il Fmi e l’Ocse appoggiano la proposta di un contratto di lavoro unico che incanali gradualmente da inizi precari verso un posto fisso. Da noi non piace né alla Confindustria né ai sindacati, né alla destra né alla sinistra. Eppure gli economisti sono sempre più convinti che a frenare la dinamica della produttività sia proprio la mancanza di stimoli, di aspettative di carriera, per i giovani. In Spagna, dove massimo è il divario di tutele fra lavoratori stabili e temporanei, un recente studio della Banca centrale mostra che la produttività va peggio proprio nei settori dove la quota di precariato è più alta.

La Stampa 10.01.11

"Piccoli Marchionne crescono", di Bruno Ugolini

Il modello Marchionne di relazioni tra sindacati e imprenditori, basato sul prendere o lasciare, in nome della crisi e della globalizzazione, sta trovando imitatori. È il caso di Giuseppe Bono, a capo della Finmeccanica. Ha deciso di liberarsi dal legame con la Confindustria cominciando col non pagare più le quote dovute all’associazione (340 mila Euro). Un atto che potrebbe avere come conseguenza la liberazione dal contratto nazionale. Lo stesso Bono del resto nei giorni scorsi aveva esaltato “il metodo Marchionne”. Un altro caso interessante coinvolge la stessa presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Proprio nelle aziende del suo gruppo è in corso un braccio di ferro. Oggetto della controversia sono duecento giovani lavoratori. Costoro dovrebbero essere assunti nelle imprese del gruppo, ma le loro buste paga saranno assottigliate. Non soltanto per i primi anni di apprendistato ma anche per gli anni futuri. Tutto questo violando un accordo aziendale che decideva per gli apprendisti condizioni migliori. Ma non si era forse detto e scritto che il futuro avrebbe dovuto essere dedicato agli accordi aziendali, considerati la stella polare di una rinascita produttiva? La verità è che si intende rinnegare non solo il contratto nazionale ma anche i contratti aziendali quando questi invece di peggiorare migliorano la situazione operaia. I promotori di questo voltafaccia, ovverosia il gruppo Marcegaglia, sono gli stessi che spesso si riempiono la bocca circa la necessità di assicurare un futuro ai giovani, magari contrapponendoli agli esosi anziani. Nelle loro pretese i giovani neoassunti dopo il periodo di apprendistato (dai 36 ai 42 mesi), continueranno a ricevere un salario ridotto. Una volta riconosciuti come “normali” lavoratori con contratto fisso, avranno incrementi col contagocce per anni e anni. Sono episodi che testimoniano di un progressivo processo di sfaldamento. Disegnano un modello di relazioni, un modello di società che, come ha mirabilmente spiegato il ministro al Welfare Maurizio Sacconi, chiudono una fase. Quella della concertazione, quella che egli chiama del “controllo sociale”. Il “requiem” decretato al contratto nazionale e all’accordo del 1993 sulle rappresentanze sindacali ha questo significato. Il nuovo modello è all’ insegna del “liberi tutti” e chi è più forte vincerà. Il mercato prende il posto della politica, come ha scritto Mario Deaglio su “La Stampa”. Ed è straordinario il fatto che oggi ministri e imprenditori (non tutti per fortuna, come ha rammentato una recente riunione dei presidenti delle diverse associazioni della Confindustria) conducano una crociata contro l’accordo del 1993. E che nella difesa strenua di quell’intesa ’93 militino anche alcuni esponenti della estrema sinistra sindacale che all’epoca consideravano quell’accordo un tradimento.

L’Unità 10.01.11