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"E la bandiera dei tre colori È sempre stata la più bella", di Eugenio Scalfari

Un secolo e mezzo è trascorso da quando nel cortile di Palazzo Carignano a Torino il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato italiano. L´anniversario si presta ad alcune riflessioni, rese ancor più attuali e necessarie dopo il discorso di Giorgio Napolitano a Reggio Emilia, luogo storico del Risorgimento, perché fu lì che la bandiera tricolore sventolò per la prima volta, portatavi dall´armata napoleonica che aveva fondato la repubblica Cisalpina su un territorio strappato all´Austria e ai Savoia, più o meno corrispondente a quello che la Lega usa chiamare Padania.
Riflettere sulle condizioni dell´Italia dopo 150 anni di storia unitaria, dei quali 85 di monarchia e 65 di repubblica, si presta anche ad un consuntivo che riguarda al tempo stesso le condizioni economiche e politiche del paese e i suoi valori culturali e morali.
Il tema consentirebbe molte citazioni, poiché i protagonisti sono tanti e ancor più quelli che hanno studiato quelle vicende, ma prometto di non farne alcuna e di dire ciò che penso con parole mie salvo una di Ingeborg Bachmann, che traggo dal bel libro di Marcello Fedele Né uniti né divisi. Eccola: «In ogni testa c´è un mondo e ci sono delle aspirazioni che escludono qualsiasi altro mondo e qualsiasi altra aspirazione. Eppure noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine».
Si direbbe che il nostro presidente della Repubblica abbia avuto presenti quelle parole quando ha ammonito che trasformare uno Stato centralizzato in uno Stato delle autonomie è un´impresa e una sfida di grande rilievo che ha bisogno della collaborazione di tutti. Ma osservando quanto accade sotto i nostri occhi si direbbe anche che delle due proposizioni della Bachmann sopracitate, la seconda sia stata del tutto cancellata dallo spirito della nazione, mentre la prima domina la scena della politica, dell´economia e del sociale.
Si direbbe cioè che si stia svolgendo da anni una lotta di tutti contro tutti per la conquista dell´egemonia e del potere, il suo rafforzamento e la sua estensione, senza più alcun disegno del bene comune. Una lotta che esclude e non include, nella quale ciascuno dei protagonisti si sente depositario della verità e della legalità; ciascuno le plasma a proprio piacimento e se ne vale come armi contundenti; ciascuno si esprime in termini ultimativi chiedendo una resa o la cancellazione degli altri.
Quando un Paese in tempi di tempesta dà questo spettacolo di sé, vuol dire che siamo arrivati ad un punto di svolta estremamente rischioso. Ho usato fin qui il verbo al condizionale, sembrerebbe, si direbbe, ma si tratta di un´inutile cautela: la situazione di pericolo e di fragilità che stiamo attraversando richiede il verbo all´indicativo: il pericolo c´è, è evidente e palpabile.
Quando un terzo della generazione giovane è escluso dal lavoro; quando le diseguaglianze di reddito e di ricchezza sono arrivate a livelli intollerabili; quando la distanza tra Nord e Sud raggiunge livelli del 40-50 per cento per quanto riguarda l´occupazione, il reddito, le infrastrutture, la criminalità, gli sprechi amministrativi, l´assistenza sanitaria, l´efficienza educativa, l´economia sommersa; quando tutto questo avviene e si aggrava giorno dopo giorno senza che la classe dirigente se ne dia carico e vi ponga riparo, ebbene, occorre che l´allarme sia lanciato affinché gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani di buona volontà si uniscano scrollando dalle loro spalle indifferenza e delusione e prendano in mano il proprio destino e quello della comunità, parlino tra loro e si ascoltino. Per risalire la china in cui siamo precipitati, «abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine».

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Il Risorgimento, quel tratto di storia patria che ebbe come prologo la repubblica napoletana del 1799, continuò con i moti carbonari del 1821, con la fondazione della Giovane Italia del ‘30, con i moti del ‘31, con le Cinque Giornate milanesi del ‘48 e poi con la prima guerra d´Indipendenza, la repubblica di Roma del ‘49, l´insurrezione di Venezia, la sconfitta di Novara, la guerra del ‘59 in alleanza con la Francia, la spedizione garibaldina del ‘60 e infine la proclamazione dello Stato unitario nel marzo del ‘61, fu un esempio della collaborazione degli uni con gli altri affinché qualcosa andasse a buon fine.
Le aspirazioni erano diverse, come è normale che sia. I Savoia e Cavour volevano un regno del nord Italia, i Lombardi volevano l´autonomia e l´indipendenza, Carlo Cattaneo voleva il federalismo dei municipi e gli Stati Uniti d´Italia basato su tre o quattro entità territoriali confederate, Mazzini voleva la Repubblica unitaria in una Europa democratica e pacifica, Garibaldi voleva la rivoluzione popolare, l´indipendenza e l´unità conquistate dal basso, la fratellanza e un´idea di socialismo, ma voleva soprattutto l´Italia unita, fosse pure sotto Vittorio Emanuele.
Cavour era probabilmente il solo ad avere una visione d´insieme e gli strumenti per guidare pragmaticamente quel movimento i cui molteplici fili passavano tutti tra le sue mani. Aveva una diplomazia, un esercito, denaro, spie e una passione. Usò spregiudicatamente Garibaldi, pose il problema italiano nel consesso europeo radunato a Plombiers, usò la contessa di Castiglione e Costantino Nigra per stipulare l´alleanza con Napoleone III, volle il matrimonio tra la figlia del re e Girolamo Bonaparte, mandò i bersaglieri in Crimea. Cercò perfino di utilizzare Mazzini e Cattaneo. Cercò di bloccare l´impresa dei Mille ritenendola prematura, ma quando le Camicie Rosse salparono da Quarto fece di tutto perché la squadra navale inglese ne favorisse l´arrivo a Marsala. Alla fine mise in marcia l´esercito verso il Sud e lo fece seguire dai plebisciti di annessione.
Certo, fu un´annessione cui seguì l´atroce guerra civile del brigantaggio e del borbonismo cattolico. Atroce da ambo le parti, con un solco sanguinoso che inquinò la raggiunta unità per molti anni, aggravato da un centralismo sul modello piemontese, dalle tasse e dalla leva militare. Dall´ostilità del Vaticano e del mondo cattolico e dall´assenza delle «plebi» contadine.
La questione meridionale fu posta all´attenzione del Paese pochi anni dopo, da Giustino Fortunato e poi da Nitti cui si affiancò la prima leva del meridionalismo con la grande inchiesta sul Mezzogiorno di Franchetti.
Era un punto di vista documentato, ma difficilmente avrebbe potuto trasformarsi in una questione nazionale: anche il Nord aveva necessità e urgenze di modernizzazione e le fece valere con una forza direttamente proporzionale alle industrie e alle banche che ne rappresentavano il tessuto produttivo e finanziario. I confini territoriali e la grande pianura solcata dal Po e dai suoi affluenti fecero il resto, un polo di attrazione che trasferì dal Sud al Nord risorse, talenti e maggior attenzione dei governi.
Sarebbe fazioso tacere che un movimento di capitali dal Nord al Sud vi fu: la rete dei trasporti, la rete dell´elettricità, capitali e lavori pubblici: lo Stato non lesinò, ma il grosso di quelle risorse fu intercettato dalle clientele meridionali, in gran parte latifondiste e agrarie. L´alleanza politica fu tra la classe dirigente settentrionale e le clientele del Sud. Le plebi – come allora le chiamavano – presero la via della grande emigrazione verso la Francia e verso le Americhe.
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Io credo che il dibattito revisionista sul Risorgimento, che fu aperto a sinistra da Gramsci e dalla parte cattolica da Sturzo, sia stato utile e culturalmente fecondo. I continuatori furono liberali e radicali: Luigi Einaudi, De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni.
Non altrettanto fecondo è stato il revisionismo più recente, che si trasformò in una denigrazione sistematica del moto risorgimentale con una venatura abbastanza evidente anche se dissimulata di nordismo. Fece da apripista al leghismo becero che ormai è un potere in grado di condizionare l´intero assetto politico del paese.
Il leghismo dalle mani pulite rappresenta un fenomeno corruttivo molto profondo: tollera, anzi puntella il potere delle «cricche» con uno scambio politico ormai chiarissimo: fate i vostri comodi nel Centro, nel Sud, nelle istituzioni ma in contropartita riconoscete che il Nord è cosa nostra, il federalismo siamo noi a gestirlo e a farne le leggi e i decreti di attuazione.
Così un partito che vale il 12 per cento in termini nazionali ma il 30 per cento nella Padania, è diventato non solo il possessore della golden share nella politica nazionale, ma la forza che sta costruendo un federalismo secessionista con la complice benevolenza del berlusconismo, tanto più eminente quantitativamente e tanto più fragile come potere forte. C´è da discutere se la Lega sia costola del berlusconismo o viceversa. Propendo per il viceversa: il berlusconismo è nordista non meno della Lega, ma da Torino a Treviso, con la sola eccezione del potere aggregato di Formigoni, è Bossi che governa. Se continua così, Berlusconi diventerà il proconsole di Bossi nell´Italia centromeridionale. Le premesse ci sono tutte e Tremonti ne è consapevole e fa parte del gioco.
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Dice Napolitano che, nonostante queste torsioni costituzionali che deformano il volto della democrazia, il moto risorgimentale sboccato nell´Unità ha di gran lunga migliorato le condizioni non solo del Nord ma anche del Sud. È certamente così in termini assoluti, ma non lo è in termini relativi e infatti è lo stesso Presidente a segnalare – da qualche tempo con accresciuto vigore – quelle criticità. In specie se riguardano i giovani. Se la media nazionale della disoccupazione giovanile segna un pauroso 30 per cento, nel Sud tocca il 40 con punte del 50. Un abisso, nel quale la gioventù meridionale rischia di scomparire diventando un esercito di disperati abbandonato a se stessi, senza futuro e senza presente. La coesione sociale è ormai una lastra di vetro che può infrangersi con conseguenze letali per tutto il Paese.
Proprio mentre si celebra l´unità d´Italia, la separazione tra le istituzioni e il popolo ha superato i livelli di guardia e non è un caso se la sola istituzione che raccoglie il massimo consenso sia proprio quella che ha sede al Quirinale: un´istituzione che però ha il solo potere della parola e della testimonianza, così come si era già visto quando toccò a Ciampi lo stesso compito.
Il Risorgimento può essere interpretato in molti modi, ma ce n´è uno che sottolinea la continuità ideale tra l´unità del paese e i valori culturali della modernità ed ha la sua icona nella bandiera dei tre colori. I tre colori e i tre principi: libertà eguaglianza fraternità.
La rinuncia a quei tre colori e a quei tre principi significherebbe la fine dell´unità perché su di essi si basa il patto costituzionale. Il federalismo agganciato a quei tre principi è un avanzamento; senza di essi ed anche senza uno solo di essi il federalismo disgrega il patto costituzionale, disgrega la convivenza, disgrega l´economia e la coesione sociale.
Facciamo voti perché ciò non avvenga, ma l´esito dipende da ciascuno di noi e dalla sua volontà di battersi affinché quei tre colori e i principi che rappresentano non siano cancellati dalla nostra storia.

La Repubblica 09.01.11

"Un paese contro la propria storia", di Cesare Martinetti

Il presidente Napolitano ha ragione, l’Italia non sa comunicare la sua storia e il senso di se stessa. Chi ha vissuto anche solo per un breve periodo all’estero, lo sa. Il caso Battisti ne è la dimostrazione. «Non siamo riusciti a farci capire». È vero, perché il nostro Paese – e i giorni del tricolore coincidono simbolicamente con questo caso – non ha una storia condivisa, ognuno la vive a suo modo, possibilmente contro gli altri.

È come se sul nostro suolo si giocasse una partita senza fine: guelfi e ghibellini, berlusconiani contro antiberlusconiani. Ma sarebbe sbagliato interpretare le parole pronunciate ieri dal Presidente della Repubblica come un attacco al governo. Piuttosto si tratta di un’amara riflessione, critica e – crediamo – anche autocritica per la porta in faccia presa da un governo definito «amico» come quello brasiliano a causa del nostro pessimo costume.

Quando un italiano viene intervistato da giornali o media stranieri, è difficile che sfugga alla denuncia condita da ironia per il proprio Paese. Un atteggiamento diventato ormai caricaturale da quando è in scena un leader discusso come Berlusconi. Ma è sempre stato così e gli interlocutori si convincono facilmente: gli italiani non credono nell’Italia. Una cosa impensabile per americani, inglesi, tedeschi, francesi. Le opinioni sono diverse, le polemiche politiche feroci, ma ognuno sul proprio Paese mette mano e cuore sul fuoco: «right or wrong my country», dicono gli americani, nella ragione e nel torto è il mio Paese. Soffia quello che i francesi chiamano «l’esprit républicain» e cioè un sentimento di appartenenza alla République che va al di là dei suoi caduchi rappresentanti. Il contrario di quel che avviene per noi. Nel Parlamento europeo si replicano in caricatura le divisioni di Montecitorio: la sinistra attacca il leader, la destra lo difende. Se il candidato berlusconiano alla presidenza dell’assise viene sconfitto (è successo) quelli di sinistra esultano. Avvilente, indipendentemente dal merito e dalle persone.

Il caso Battisti è il concentrato di tutto questo con qualcosa di più e cioè il fatto che in questione c’è un segmento drammatico della storia italiana come il terrorismo, un momento che è costato divisioni, dolore, vittime e che è stato superato con un soprassalto unitario e solidale, politico e istituzionale piuttosto raro nella storia italiana ma che è trasmesso, vissuto e rievocato con quella solita maniera italiana di dire e negare, ma soprattutto caricaturizzare: situazioni gravi ma non serie, diceva Flaiano.

Nessun francese, nemmeno un vecchio gauchiste, starebbe a discutere sulla legittimità delle condanne ai membri di Action directe, le Br locali. E infatti nessun intellettuale, salvo marginalissime eccezioni, ha fatto petizioni in loro favore. Eppure sono stati tutti condannati da un tribunale speciale a pene durissime, anni e anni di isolamento in carceri speciali nei quali sono stati annientati fisicamente. E non basta: appena uscito in semilibertà, Jean-Marc Rouillan, il Curcio francese, è stato immediatamente rimesso dentro. Perché? Aveva dato un’intervista all’Express, cosa vietata dal patto firmato con lo Stato per uscire. E nessuna Fred Vargas o intellettuale francese che s’è battuto per Battisti ha speso una parola. In Italia, invece, i terroristi assassini sono quasi tutti fuori dal carcere, danno interviste e scrivono libri che i francesi prendono come testimonianze di un’ammirevole sovversione politica e sociale. Nessuno conosce quel che davvero è accaduto in Italia negli anni di piombo. «Ignoranza militante», aveva scritto in una lettera aperta Barbara Spinelli: gli aguzzini sono diventati eroi, gli eroi miserevoli servi di uno Stato corrotto e sostanzialmente rimasto fascista. Un capovolgimento della storia che si spiega soltanto se chi deve raccontare e trasmettere quella storia non ci crede, lo fa con fastidio, furbizia, opportunismo.

Sono questi gli ingredienti della vicenda Battisti, caso-simbolo di come si è svolta la storia dei rifugiati a Parigi. Craxi chiede a Mitterrand di tenerli per non avere fastidi, lui che era stato per la trattativa nel caso Moro. Mitterrand espone la sua «dottrina» che prevede comunque l’estradizione per colpevoli e complici di reati di sangue. Ma l’Italia chiede e non chiede. Battisti viene lasciato libero non solo dai francesi ma soprattutto dagli italiani che per anni si sono dimenticati di reclamarne l’estradizione. Governi di destra e di sinistra uniti nell’oblio.

Il paradosso, in questa vicenda, è che i giudici, sia francesi che brasiliani, hanno riconosciuto la legittimità delle condanne e dell’estradizione. I francesi addirittura hanno usato la dottrina Mitterrand per motivare il rigetto del ricorso di Battisti che ad essa s’era impropriamente appellato. La battaglia giuridica, alla fine, è stata vinta. È stata persa invece la battaglia politica, quella di rispetto per la storia del Paese della quale nessun leader si è fatto carico fin fondo. Non ci siamo fatti capire. O forse ci siamo fatti capire troppo bene.

La Stampa 09.01.11

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Napolitano sul no all’estradizione
“Alla nostra politica è mancato qualcosa”

Per il presidente della Repubblica esiste il pericolo che si disperda la memoria e la consapevolezza dei rischi che corse l’Italia prima negli anni della lotta al nazifascismo e poi nella lotta contro gli attacchi del terrorismo alle istituzioni repubblicane
“Non siamo riusciti a far comprendere anche a paesi amici vicini e lontani cosa hanno significato” gli anni di piombo in Italia. Con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto sul caso dell’ex terrorista rosso di cui il Brasile ha negato l’estradizione. In questa vicenda, ha aggiunto il capo dello Stato in un intervento fuori programma nella sala ‘preconsigliare’ del Comune di Ravenna, “è mancato qualcosa alla nostra cultura e alla nostra politica per trasmettere, e far capire davvero, il senso di ciò che accadde in quegli anni tormentosi del terrorismo”.

Napolitano ha preso spunto dal commosso ricordo di Arrigo Boldrini e Benigno Zaccagnini, commemorati da Sergio Zavoli come due grandi figli di Ravenna, due persone provenienti da culture e storie diverse fra i quali si era istaurata una grande amicizia umana e politica.

Il presidente della Repubblica si è chiesto se non corriamo il pericolo che si disperda la memoria e la consapevolezza dei rischi che corse l’Italia negli anni della lotta al nazifascismo e dall’attacco terroristico alla Repubblica. “Questo rischio esiste ed è grave. Vicende tristi dei giorni scorsi – ha detto – ci inducono a pensare che non siamo riusciti a far comprendere anche a Paesi amici vicini e lontani cosa abbia significato per noi quella vicenda del terrorismo e quale forza straordinaria sia servita per batterlo. Forse è mancato qualcosa nella nostra cultura e nella politica, qualcosa in grado di trasmettere
alle nuove generazioni cosa accadde davvero in quegli anni tormentosi (il riferimento in particolare al sequestro di Aldo Moro, ndr) che Benigno Zaccagnini superò con straordinaria tempra, dolore e coraggio”.

E sul caso dell’ex terrorista rosso rifugiatosi in Brasile è intervenuto Tarso Genro, ex ministro della Giustizia del governo Lula, che per primo concesse asilo politico all’italiano, poi annullato nel novembre del 2009 dal Stf: “Con il rifiuto di rilasciare 1 l’ex terrorista rosso Cesare Battisti, il Supremo Tribunal Federal (Stf) agisce in modo illegale e dittatoriale”.

Nel Supremo Tribunal Federal (la Corte Costituzionale brasiliana) che deciderà a febbraio sul no all’estradizione concesso a Battisti dall’ex presidente Lula, esiste il rischio di un “pareggio” tra i giudici favorevoli e quelli contrari. Da quando infatti il Stf si espresse a favore dell’estradizione, nel novembre 2009, per cinque voti a quattro (tra gli 11 giudici della Corte uno era in licenza, l’altro assente per motivi di salute), uno dei giudici a favore, Eros Grau, è andato in pensione e non è stato ancora sostituito. La nuova presidente, Dilma Rousseff, dovrà nominare un sostituto di Grau, ma non lo farà sicuramente in tempo per la sessione che deciderà sulla liceità della decisione di Lula.

Si rischia così che il dibattito tra i dieci giudici in carica finisca cinque a cinque, come ha confidato uno di loro (che non ha voluto essere citato) al quotidiano Folha de S.Paulo. Restano due possibilità: che uno o più giudici abbiano cambiato posizione nel frattempo, o che il presidente della Corte, che vota per ultimo, si astenga per evitare una nuova, imbarazzante impasse. Il relatore del caso sarà Gilmar Mendes (che era presidente del Stf nel 2009), mentre a presiedere la Corte sarà Cesar Peluso, che nel 2009 era relatore del caso. Entrambi si sono pronunciati sempre a favore dell’estradizione.

La Repubblica 09.01.11

61° anniversario eccidio Fonderie Riunite Modena. Commemorazione di CGIL CISL UIL

Commemorazione di CGIL CISL UIL domenica 9 gennaio 2011 del 61° anniversario dell’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena, dove il 9 gennaio del 1950 furono uccisi dalla polizia 6 operai durante la manifestazione per la riapertura della fabbrica.
L’appuntamento è alle ore 9 presso il cippo ai caduti delle ex Fonderie in zona Crocetta.
I segretari di CGIL CISL UIL di Modena Pivanti, Falcone e Tollari, unitamente alle Autorità
cittadine, deporranno corone di alloro in memoria dei 6 operai – Angelo Appiani, Renzo Bersani,
Arturo Chiappelli, Ennio Garagnani, Arturo Malagoli e Roberto Rovatti – che morirono sotto i colpi
della polizia durante lo sciopero generale proclamato dalla Camera confederale del lavoro per
chiedere la riapertura della fabbrica, contro la serrata e i licenziamenti massicci decisi dalla direzione delle Fonderie.
I fatti del 9 gennaio 1950 per la loro drammaticità segnano il culmine di un clima conflittuale nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in provincia di Modena e in tutto il paese nel primo decennio del dopoguerra. Un decennio caratterizzato dalla ripresa dell’offensiva padronale per eliminare o limitare il più possibile i diritti e le conquiste dei lavoratori nell’Italia del dopo Liberazione.
L’eccidio dei 6 lavoratori e il ferimento di altri 200 (molti dei quali per paura di essere fermati non
si presentarono agli ospedali) segna la sproporzione tra la brutale repressione della polizia sostenuta
da alcuni industriali modenesi e le rivendicazioni del sindacato e dei lavoratori per il diritto alla
libertà sindacale, la difesa delle Commissioni interne e del cottimo collettivo, il controllo del
collocamento per ridurre la forte disoccupazione degli anni postbellici.
Anche con il sacrificio di quelle vite umane e con quella dura stagione di lotte per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, si avviò il difficile cammino della costruzione della democrazia industriale e del civile convivere democratico nella nostra provincia.

"Berlusconi l'Intoccabile" di Michele Ainis

In nessun Paese al mondo – nessuno – il capo dell’esecutivo gode di un salvacondotto come quello che martedì prossimo sarà giudicato dalla Corte Costituzionale. E che regala al nostro premier anche la licenza di uccidere. È legittimo il legittimo impedimento? Risponderà, a giorni, la Consulta. E a quanto pare dal suo responso dipende la salute del governo, la prosecuzione della legislatura, la sopravvivenza del pianeta. Ma c’è un’altra domanda che ci risuona in gola ormai da anni: davvero in Italia la politica cammina a capo nudo sotto la grandine giudiziaria? Davvero soltanto alle nostre latitudini manca un ombrello normativo che possa ripararla da indagini capziose, accuse strumentali, processi in mala fede?

A mettere in fila le iniziative battezzate dai vari governi Berlusconi, la risposta parrebbe un sì tondo e sonoro. Nell’ordine: la legge sulle rogatorie internazionali (2001); quella sul legittimo sospetto (2002); la sforbiciata ai termini di prescrizione (2005); l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento (2006). Senza dire dei tentativi andati a vuoto, come il processo breve (2009), che per salvare il premier avrebbe lasciato a piede libero migliaia di malfattori. O senza contare infine le riforme più esplicite e dirette, quelle sull’immunità degli organi costituzionali. Il lodo Schifani (2003), segato dalla Corte costituzionale l’anno dopo. Il lodo Alfano (2008), caduto anch’esso sotto la mannaia della Consulta. Il lodo Alfano costituzionale (2010), in discussione nell’aula del Senato. Di lodo in lodo il fiore delle immunità ha perso un petalo alla volta: il primo s’estendeva alle cinque cariche più alte, l’ultimo ne copre solo due. Ma il presidente Berlusconi è sempre lì presente, nei lodi, negli scudi, negli impedimenti.

Eppure non è affatto vero che la Carta del 1947 gli neghi ogni tutela. Da parlamentare gode dell’insindacabilità per le proprie opinioni: una garanzia che risale all’Inghilterra del 1397, durante il regno di Riccardo II. Gode inoltre dell’immunità dagli arresti prima d’una sentenza definitiva di condanna: altra antica garanzia, codificata nella Francia del 1790. Dunque il presidente del Consiglio fruisce già di una speciale protezione per i reati comuni, a meno che gli manchi uno scranno in Parlamento; ma fin qui è successo unicamente a Ciampi.

Quanto ai reati funzionali – quelli cioè connessi all’esercizio delle sue funzioni di governo – per processarlo serve l’autorizzazione delle Camere, come dispone una terza garanzia costituzionale. Non basta? Certo che no, se vuoi metterti in tasca una licenza d’uccidere, come James Bond. Perché è di questo che si tratta: un salvacondotto giudiziario per ogni sorta di misfatto, dal furto di caramelle in un supermercato alle rapine in banca. Insomma se governi sei innocente per definizione, e comunque non hai tempo per convincere i giudici della tua innocenza immacolata. Non è forse questa la regola applicata da tutte le democrazie contemporanee?

No, presidente, e se non ci crede domandi ai suoi avvocati. Nella maggiore democrazia del mondo (gli Stati Uniti) l’inquilino della Casa Bianca risponde come ogni privato cittadino per i delitti commessi da privato cittadino; e infatti nel 1997 Clinton fu condannato al pagamento d’una somma di denaro, in seguito al processo per molestie sessuali che gli aveva intentato Paula Jones. Nel Regno Unito l’immunità assoluta tocca soltanto alla regina, sicché il primo ministro non ha difese processuali per i crimini comuni, né per gli illeciti civili. In Spagna la Costituzione prevede un foro speciale per i membri del governo, ma non si spinge a stabilirne l’improcessabilità. In Germania, Finlandia, Grecia, Portogallo, Olanda, Svizzera e via elencando, i governanti sono pienamente responsabili per i reati commessi fuori dalle stanze del governo.

L’unica eccezione riguarda il presidente della Repubblica francese, che a differenza del primo ministro non può venire sottoposto a procedimenti giudiziari fino a un mese dopo la scadenza del mandato. Nel suo caso, l’immunità si è dunque trasformata in inviolabilità, benché la Costituzione della V Repubblica non ospiti una norma chiara, e benché l’interpretazione poi avallata dal Conseil constitutionnel abbia subito critiche roventi dalla dottrina giuridica francese. Ma dopotutto Sarkozy è il capo dello Stato, non del governo: anche a convertire in regola quest’unica eccezione, dovremmo applicarla casomai a Napolitano, non certo a Berlusconi. A meno che non sia proprio questo l’obiettivo: intanto acchiappo lo scudo che protegge il Colle, poi mi prendo tutto il Colle. Sarebbe un peccato se lì alla Consulta 15 toghe rosse (in realtà sono nere, presidente) guastassero la festa.

l’Espresso 07.01.11

"La legge-bavaglio imbarazza l'Europa", di Andrea Bonanni

Alla fine, nella grande sala delle conferenze del Parlamento ungherese, il primo ministro Viktor Orban perde per un attimo quella baldanza con cui ha tenuto testa ad una cinquantina di giornalisti stranieri: «Sì, è vero, è una brutta partenza. Nessuno potrebbe augurarsi che una presidenza dell’ Unione europea cominciasse a questo modo. Abbiamo approvato una legge che ritenevamo perfettamente regolare, e tutto il mondo ci è saltato addosso». La legge che ha attirato sul governo ungherese di destra le critiche della Commissione, della Francia, della Germania e perfino della Gran Bretagna (ma non dell’ Italia) riguarda «la libertà dei media e le regole fondamentali sui loro contenuti»: un titolo che è già di per sé una contraddizione in termini. In pratica si tratta di una legge-bavaglio che assegna ad una Autorità controllata dalla maggioranza parlamentare il diritto di giudicare il contenuto dell’ informazione e di appioppare multe salatissime in grado di stroncare il pluralismo e di soffocare il dissenso. Difficile ritrovare negli archivi europei una norma così illiberale diretta contro quello che il presidente della Commissione Barroso ha definito «il sacrosanto principio della libertà di stampa». Bruxelles ha già impugnato la legge. Il governo francese e quello tedesco hanno chiesto apertamente che venga modificata. I giornali ungheresi hanno protestato uscendo con una prima pagina bianca o annunciando a titoli cubitali: «la libertà di stampa in Ungheria è finita». A rendere ancora più clamoroso il varo di una legge che non trova precedenti nell’ Europa democratica c’ è il fatto che, dal primo gennaio, l’ Ungheria ha assunto per sei mesi la presidenza rotante dell’ Unione europea.E già il ministro degli esteri lussemburghese ha espresso legittimi dubbi che un governo con così labili credenziali democratiche possa assumere la leadership dell’ Unione. Ieri, davanti ai giornalisti della stampa europea che lo bersagliavano di domande, Orban ha ammesso: «non ho visto il legame tra la norma sui media e l’ avvio della nostra presidenza. Forse tatticamente è stato un errore. Ma ormai non posso farci niente, e dunque me ne assumo la responsabilità. Difenderò la legge e difenderò le nostre scelte di politica nazionale». La norma, approvata il 20 dicembre dal parlamento, dove Fidesz, il partito di Orban, ha una maggioranza di due terzi, è composta di 184 pagine. E contiene passaggi come questo: «il compito di ciascun fornitore di contenuti mediatici è dare una informazione autentica, rapida e corretta sulle questioni nazionali e comunitarie e su ogni fatto che sia rilevante per i cittadini della Repubblica di Ungheria e per i membri della nazione ungherese». A decidere se l’ informazione sia «autentica» e «corretta» è una autorità che il parlamento ha affidato ad esponenti del Fidesz per un periodo di nove anni. Essa avrà il potere di imporre multe proporzionali all’ importanza dell’ organo di informazione e che potranno arrivare fino a 800 mila euro. Ma in caso di recidiva potrà anche revocare la licenza e di fatto chiudere un giornale, una radioo una agenzia di informazioni. La cosa più stupefacente è che il governo Orban sembra sinceramente sorpreso dell’ ondata di proteste. «Nella nostra legge non c’ è nessun provvedimento contrario ai principi europei», spiega il premier. Secondo lui, le critiche rivoltegli dai governi di Francia e Germania sono «inopportune», «frettolose» e «inutili». Ma la pressione europea comincia a fare il suo effetto. Dopo aver dichiarato che non avrebbe cambiato la legge, ora il governo si dice disposto ad accettare la procedura aperta dalla Commissione. «Tuttavia – precisa Orban – non accetterò di modificare norme che siano presenti anche in altri Paesi, a meno che anche questi non siano disposti a rivederle». Oggi il primo ministro riceverà a Budapest il presidente della Commissione, Barroso, e il collegio dei commissari venuti per il tradizionale incontro che apre la presidenza di turno. Sarà un confronto teso. Difficile davvero concepire una partenza peggiore.

La Repubblica 07.01.11

"Il Sole-24 Ore, manovre e tensioni in Confindustria", di Rinaldo Gianola

Il Sole-24 Ore è il primo giornale economico italiano, quotato in Borsa, di proprietà della Confindustria. Come larga parte della stampa anche questo giornale ha sofferto e soffre la crisi che come ha detto il ministro dell’economia Giulio Tremonti (uomo dell’anno del Sole-24 Ore nel 2009) «non è finita». La crisi preoccupa i piani alti di Confindustria e, nonostante le smentite («Confindustria non venderà il quotidiano ‘Il Sole24Ore’ – dice oggi l’associazione di viale dell’Astronomia, che in qualità di azionista di riferimento del gruppo editoriale ‘Il Sole 24 Ore’ – smentisce categoricamente qualsiasi ipotesi di vendita del quotidiano economico finanziario ‘Il Sole 24 Ore’») iniziano a circolare clamorose ipotesi sul futuro assetto del quotidiano diretto da Gianni Riotta, compresa la scissione della testata e la sua vendita a un gruppo di industriali «fidati» che sarebbero i primi contribuenti della stessa Confindustria: Eni, Enel, Fiat…

Se davvero questa opzione fosse perseguita per ripianare le perdite e dotare il gruppo delle risorse necessarie per finanziare i nuovi piani di sviluppo, sarebbe una novità clamorosa per Confindustria, per la politica e il mondo dell’editoria. E sarebbe anche una sorpresa vedere il giornale dei padroni nelle mani anche di imprese saldamente controllate dallo Stato.

I fatti sono questi. Nei prossimi giorni, comunque entro gennaio, si riunirà il consiglio di amministrazione del Sole-24 Ore per deliberare il piano industriale 2011-2013 proposto dall’amministratore delegato Donatella Treu che potrebbe contenere la trasformazione del giornale in tabloid, dopo la sperimentazione del nuovo formato avviato per l’inserto culturale della domenica. Dopo la perdita di 52 milioni di euro del 2009, i primi nove mesi del 2010 hanno registrato un “rosso” di 24 milioni. Accanto a questi dati c’è la caduta delle vendite del quotidiano (circa 50mila copie perse negli due anni) con il numero degli abbonati sceso dopo un lungo periodo sotto la soglia di 100.000. È stato dichiarato lo stato di crisi: 31 prepensionamenti per i giornalisti, altri 170 per poligrafici e amministrativi.

Non vanno meglio le cose in Borsa. Il Sole-24 Ore venne quotato nel dicembre 2007 a un prezzo di 5,75 euro per azione, oggi vale 1,30-1,40 euro con una perdita dell’80%. La capitalizzazione, cioè il valore di mercato, è di appena 60 milioni di euro, dato modestissimo se si considera che è addirittura inferiore alle disponibilità di cassa pari a 79 milioni di euro. Questa performance così negativa non deve sorprendere (almeno non sorprende l’Unità che fu tra le poche voci a segnalare il caso) perché la quotazione dei titoli del Sole-24 Ore avvenne con un evidente conflitto di interesse (il presidente del gruppo Giancarlo Cerutti è azionista e consigliere di Mediobanca, regista del collocamento) e fu penalizzante per i risparmiatori ai quali furono concesse solo azioni di serie B, prive di diritto di voto per le proposte straordinarie.

La quotazione non ha fatto altro che precipitare e il cda del Sole-24 Ore per difendere il valore del titolo ha acquistato azioni proprie sul mercato arrivando a possederne il 4,3% secondo la tabella Consob. Perché spendere soldi per difendere il titolo anziché investire per lo sviluppo e salvare i posti di lavoro? Sarebbe interessante sapere qual è il prezzo medio di carico delle azioni proprie e qual è, se c’è, la minusvalenza sui titoli. Non per fare le pulci a nessuno, ma da un giornale che tutti i giorni predica sui doveri degli altri,su quanto è bello il “porcellum” di Mirafiori, è che goduria sarà per gli operai Fiat fare il 18° turno nella notte di sabato, almeno un po’ di trasparenza ci vorrebbe. Magari sarebbe necessaria un’analisi di bilancio sul Sole-24 Ore come faceva tanti anni fa Emilio Moar.

Dal collocamento in Borsa la società ha incassato 260 milioni di euro e avviato una campagna acquisti molto costosa e poco razionale: circa 130 milioni di euro sarebbero stati spesi in queste operazioni. Clamorosa è stata l’acquisizione della Esa software di Rimini, valutata ben 60 milioni di euro. Insomma crisi ed errori manageriali si sono sommati e non deve essere un caso che l’ex amministratore delegato del Sole 24 ore Claudio Calabi (già cacciato da Cesare Romiti dalla Rcs Corriere della Sera perché sospettato di insider trading) se ne sia andato dopo la deludente quotazione per finire a Risanamento, sull’orlo del crac.

Le difficoltà del Sole-24 Ore, una volta la vera gallina dalle uova d’oro degli industriali, rischia di far esplodere le tensioni in Confindustria che vive passivamente la diaspora di Marchionne mentre il presidente Marcegaglia non è riuscita a ottenere dal governo i risultati sperati. Le voci di scissione e di vendita della testata sono iniziate a circolare mentre il decreto ‘milleproroghe’ ha rinviato solo fino a marzo il divieto per gli editori televisivi di possedere quotidiani. Può succedere di tutto.
La redazione del Sole-24 Ore, preoccupata dalla crisi, si riunirà lunedì prossimo in assemblea.

L’Unità 08.01.11