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"Veneto, comuni virtuosi colpiti dal governo: allora vendiamo tutto…", di Toni Jop

Stanno pensando di vendere le scuole, i parchi, gli edifici dei municipi. Intanto chiudono i musei, e mercoledì sospenderanno tutti i servizi comunali, perché, come sostengonoi sindaci dei molti comuni in ginocchio, si tratta di «chiudere un giorno per non chiudere per sempre». In Veneto, già 12 comuni tra i primi ad essere colpiti dalla scure del governo sono sull’orlo del fallimento e qualcuno fa notare come da circa mille anni i comuni italiani, i più virtuosi in molti casi, non abbiano mai serrato prima le loro porte. Accadrà all’ombra di un governo che delle virtù delle amministrazioni comunali ha fatto una bandiera, così come del federalismo egoista forgiato dalla Lega. Le storie si intrecciano, eccovene alcune.

VIRTÙ E VIZI

Loreggia è un comune del  Trevigiano di 7400 abitanti. Governato da una lista civica che tiene assieme sinistra e destra, la Lega è all’opposizione. Nel 2007, la municipalità è stata costretta dalla legge ad acquisire la rete del gas. Sforando «consapevolmente» – ricorda il vicesindaco Fabio Bui – il patto di stabilità, si è comunque garantito alle casse pubbliche un maggiore introito di 310mila euro. Ad anni di distanza, pur dopo aver pagato sanzioni per lo sforamento, al comune è arrivato un regalo del governo: per quel che è accaduto nel2007, Loreggia dovrà tagliare le spese di 1 milione e 400mila euro. Su un bilancio, di parte corrente, di 3 milioni circa. «Eppure, se si cerca la virtù – lamenta Bui – qui c’è. Mentre i bilanci pubblici sono diventati ormai spesso dei veri falsi in atto pubblico, i nostri conti sono in ordine. Abbiamo allertato sinistra e destra, nessuno fa nulla. Vendiamo tutto?». Riassumendo: sono ora chiamati a pagare fuori target perché hanno rispettato gli obblighi di legge. Giustizia?
Caerano San Marco, stessa zona, ha circa 8mila abitanti. È governato da una giunta di centrosinistra. Nel 2007 hanno incassato una donazione di un cittadino di un milione e mezzo, mentre tesaurizzavano altre entrate straordinarie, così nel 2009 sono usciti dal patto di stabilità. «Nel2011– prevede il sindaco Angelo Ceccato – dovremo tagliare la metà delle spese correnti. Ci spieghino come fare, dal momento che questa voce di bilancio è già ad un terzo della media nazionale. Mi vien da ridere quando sento parlare di amministrazioni virtuose: qui la spesa per abitante è di 155 euro, per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti siamo in testa alla classifica nazionale». Quindi, mercoledì chiuderanno tutti gli uffici comunali: niente servizi pubblici.
E poi? Ci penseranno ancora, non escludono di rimettere le deleghe di governo. Poco conta: di questo passo, non ci sarà più il comune, fine di una storia edificante. Più complessa la situazione a Vittorio Veneto, 25mila abitanti, dove la Lega governa da sola. Qui, racconta BarbaraDeNardi segretaria del circolo Pd, il comune non è immacolato. La Giunta nel 2008 ha acquistato un immobile per un milione e mezz e così ha sforato il patto. Due anni dopo, quella ex fabbrica è ancora inutilizzata e si stanno dannando per rivenderla. Ci hanno provato con la Vittorio Veneto servizi, agenzia interamente comunale, ma non andava bene.
Allora, il comune, come azionista unico, ha chiesto alla Servizi un
milione e mezzo. Un anticipo, suggerendo all’agenzia di accendere un mutuo per rientrare. La Corte dei conti scopre il trucco e respinge la manovra al mittente troppo furbo per essere vero. Tra l’altro, espostissimo con i «derivati» che hanno già massacrato mezzo mondo. Quindi: stop agli straordinari dei dipendenti comunali, stop all’accensione di mutui per qualunque scopo, rete stradale urbana degna di Beirut post bombe, musei – ce ne sono otto – aperti solo al fine settimana o su richiesta delle scolaresche. Intanto, si parla di vendere il parco e la villa del complesso Papadopoli, cuore della città. Dopo mille anni, i comuni muoiono nell’era Berlusconi. Il governo del fare.

L’Unità 08.01.11

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“La riforma incompiuta”, di Tito Boeri

La Lega chiede il federalismo entro gennaio per continuare ad offrire il proprio sostegno ad un governo esanime. Da ieri sappiamo che lo chiede anche per partecipare alle celebrazioni per i 150 anni dell´Unità d´Italia.È fin troppo evidente che si tratta di un pretesto per andare alle elezioni. Il federalismo tanto sbandierato fin qui non c´è stato e non ci sarà in questa legislatura. Siamo ancora troppo lontani dal realizzarlo. Gli ultimi passi compiuti sono stati sempre più contraddittori. I costi standard per i Comuni e le Province verranno definiti con criteri completamente diversi da quelli seguiti per le Regioni, come se appartenessero a Paesi diversi. Non serviranno a ripartire le risorse per la sanità. Il decreto che si vorrebbe approvato entro il 23 gennaio non cambia nulla. Non solo i comuni non vedranno un euro in più, ma non acquisiranno alcuna autonomia impositiva. Meglio per la Lega che il decreto non venga approvato. Altrimenti con che faccia i ministri del Carroccio si presenteranno ai sindaci del Nord? Nessun tributo proprio quando invece nel frattempo Roma ha acquisito il diritto a introdurre la tassa di soggiorno. Nessuna risorsa in più, solo i tagli confermati della manovra 2010-12, quando invece il decreto milleproroghe prevede altri 500 milioni da destinare al piano di rientro del debito della Capitale.
Quello trovato dalla Lega è un pretesto per andare alle elezioni molto pericoloso. Perché i mercati oggi sono molto nervosi su ogni operazione che possa suonare come una perdita di controllo sulla spesa pubblica. Gli incerti negoziati in Belgio sul nuovo progetto di stato federale (in ballo fino a un quarto del gettito da spartire fra governo federale e le tre regioni di cui si compone il paese) sono stati accompagnati da un forte incremento del costo del servizio del debito. Gli investitori, per comprare i titoli di stato di un paese storicamente nell´area del marco, richiedono oggi interessi del 6 per cento superiori a quelli di tre mesi fa, la peggiore performance per titoli di stato nell´area dell´euro dopo quella dei paesi nell´occhio del ciclone, Grecia ed Irlanda. Certo, l´Italia non è il Belgio, c´è da noi una gerarchia istituzionale che lì non è presente. Ma abbiamo anche amministrazioni locali meno efficienti di quelle delle Fiandre o della Vallonia. E dopotutto la nuova fase della crisi, la crisi del debito pubblico, appare oggi così difficile da gestire per un problema di federalismo fiscale mal congegnato nell´area dell´euro, una “moneta senza Stato” nelle parole di Tommaso Padoa-Schioppa. Se oggi è così difficile evitare il contagio della crisi greca e di quella irlandese è proprio perché manca un coordinamento delle politiche fiscali in un´area del mondo che ha deciso di condividere la stessa moneta.
In questa nuova fase della crisi è fondamentale tenere sotto controllo i conti pubblici. Fa bene, dunque, Tremonti a non abbandonare la linea del rigore in questo momento, nonostante le forti pressioni che riceve in vista della conversione in legge del decreto milleproroghe. L´andamento migliore del previsto del fabbisogno nel 2010 non crea alcun tesoretto. Non solo perché il Tesoro non si è ancora degnato di spiegare da dove vengono questi 16 miliardi in più e quindi non si può sapere se serviranno davvero a ridurre quel che conta, l´indebitamento. Il fatto è che un paese con un debito pubblico come il nostro deve prioritariamente destinare ogni euro in più che si ritrova nelle casse dello Stato alla riduzione del debito pubblico. È l´impegno cui ha richiamato tutti il Presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno. Ogni italiano con meno di 30 anni oggi ha sulle spalle 100 mila euro di debito pubblico, accumulato dalle generazioni che lo hanno proceduto. Bisogna alleggerire il fardello, in termini di pagamento degli interessi sul debito, che graverà sull´intera vita lavorativa di chi oggi ha meno di 30 anni. E che gli sta rendendo più difficile trovare lavoro: ieri l´Istat ha documentato come il tasso di disoccupazione dei giovani abbia toccato il massimo dall´inizio della crisi.
Ma non basta tenere la barra diritta. Ci vuole una capacità di rimodulare la spesa in modo tale da favorire la crescita economica e di cambiare la composizione delle entrate in modo tale da rendere il prelievo fiscale meno distorsivo. Questa capacità di fare politica di bilancio è sin qui mancata del tutto al governo che ha scelto la strada dei tagli uniformi o delle sforbiciate dove incontrava meno resistenza, come nella scuola e università, indipendentemente dall´efficienza della spesa pubblica. è mancata ancora di più a livello locale. Un federalismo ben congegnato poteva servire a migliorare la qualità della spesa delle amministrazioni decentrate. Il principio alla base del metodo dei costi standard è che non ci sono costi diversi nel fornire servizi come l´istruzione, le biblioteche o l´assistenza ospedaliera in diverse parti del Paese perché le tecnologie utilizzate sono le stesse ovunque in Italia. Ogni differenza di costo nel fornire queste prestazioni è attribuibile a sprechi e inefficienze delle amministrazioni che spendono di più. Se l´assistenza alla maternità è più costosa in Calabria, ad esempio, questo avviene perché in questa regione si ricorre molto di più che altrove (in 44 casi su cento contro i 28 su cento in Lombardia) ai parti cesarei, che rendono di più agli ospedali (e ai medici) di un parto tradizionale. Il principio secondo cui i costi standard sono gli stessi in tutto il Paese è, perciò, un principio di efficienza. Tutte le amministrazioni devono raggiungere livelli minimi di affidabilità. Si tratta di risparmi che non riducono la qualità del servizio, ma possono addirittura migliorarlo, ad esempio evitando inutili interventi chirurgici.
Questo principio è stato abbandonato nonostante fosse stato condiviso da quasi l´intero Parlamento all´atto del varo della legge delega sul federalismo. Non avrà alcun peso nella distribuzione delle risorse tra le Regioni.
Bene allora non agitare inutilmente la bandiera del federalismo, magari contrapponendola a quella nazionale. Chi vuole davvero portarlo avanti, nella maggioranza come all´opposizione, faccia sul serio, riempiendo lo spazio politico lasciato aperto dalla Lega. Dovrà mostrare come può migliorare l´efficienza della spesa pubblica, stabilendo ad esempio che verrà concessa autonomia solo a chi mostra di saperla gestire questa autonomia. E chi, invece, vuole andare alle elezioni trovi un pretesto migliore per aprire la crisi. Alla luce della performance di questo esecutivo c´è solo l´imbarazzo della scelta.

La Repubblica 08.01.11

"Beni alle regioni: dote da 2,3 miliardi", di Eugenio Bruno

Nella lista definitiva scende di 1,3 miliardi il valore degli immobili per avviare il federalismo demaniale.
Le Dolomiti, il faro Spignon a Venezia o l`aula bunker di Reggio Calabria: ce l`ho. La caserma Garibaldi a Milano, il parco delle Cascine a Firenze o l`isola dei Conigli in Salento: manca. È il gioco che, alla maniera delle figurine, governatori, sindaci e presidenti di provincia potranno avviare, da qui a qualche mese, per aggiudicarsi i beni messi a disposizione dallo stato in esecuzione del federalismo demaniale.
Dopo aver eliminato tutti gli immobili già in uso alle amministrazioni centrali (su cui si veda l`articolo accanto), l`agenzia del demanio ha infatti aggiornato l`elenco delle strutture che potranno essere decentrate.

Dalle nuove stime emerge un portafoglio cespiti dal valore «inventariale» di quasi 2,3 miliardi di euro. A fronte dei 3 miliardi stimati nella prima ricognizione (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 29 maggio) o dei 3,6 calcolati a fine luglio. E anche se il processo di individuazione non è ufficialmente terminato perché la lista delle esclusioni non ha ancora ottenuto il si della conferenza unificata, si può dire con buona approssimazione che a tanto ammonterà la dote potenziale che regioni ed enti locali riceveranno al fine di valorizzarli.

Il valore
Gli 11.775 beni censiti dall`agenzia diretta da Maurizio Prato non esauriscono le poste che il decreto legislativo 85 del 2010 – il primo provvedimento attuativo della riforma federale approvato in via definitiva il 28 maggio scorso, ndr – metterà a disposizione degli enti periferici. Innanzitutto perché il censimento non include i territori a statuto speciale che dovranno contrattare singolarmente la loro partecipazione al processo di devoluzione. E poi perché il catalogo non comprende le spiagge che secondo l`ultima rilevazione “gettano” 97,8milioni ma che, una volta in mano alle regioni, molto probabilmente vedranno incrementare gli incassi.
Un ragionamento, quest`ultimo, che Roberto Calderoli ha più volte invitato a fare anche per fiumi (non quelli sovraregioniali come il Po o il Tevere che resteranno allo stato), laghi e bacini chiusi (destinati alle province). Non essendo mai stati sfruttati, ha sottolineato spesso il ministro della Semplificazione, è possibile che i loro introiti un domani s`impenneranno.
Fermo restando che il valore di mercato degli immobili non per forza coinciderà con quello di inventario.

La lista
La distribuzione dei cespiti lungo lo Stivale rispecchia a grandi linee quella pubblicata su internet a luglio dal demanio. La maggiore concentrazione si trova al centro-sud. In testa c`è il Lazio al netto di Roma che seguirà un procedimento di assegnazione ad hoc – con 1.378 voci, seguita dalla Campania (1068 di cui quasi 500 nella sola città di Napoli) e dalla Lombardia. Ma se si prende in considerazione il valore degli immobili le posizioni sul podio s`invertono: con 319 milioni quelli lombardi precedono sia i campani (308 milioni) che i laziali (299).

Proprio in Lombardia si trova la “gemma” più preziosa: l`ex dogana di Segrate che da sola vale 71,6 milioni di euro. Ma anche la Villa Reale di via Palestro, forse il migliore esempio dello stile neoclassico a Milano. Scorrendo la lista del demanio si trova di tutto: da ex caserme e poligoni di tiro in disuso alle vette (dalla Croda del Becco e dal Monte Rocchetta sulle Dolomiti al “semaforo” sull`isola di Ponza); dai fari (lo Spignon di Venezia) ai terreni (agricoli e non solo, con più di un appezzamento a picco sulle Cinque terre); dai ricoveri di guerra (come quello sotto piazza Italia a Perugia) agli alvei abbandonati da fiumi e torrenti. Per finire con gli educandati – come quello agli Angeli, fondato da Napoleone Bonaparte a Verona nel 1812 e inventariato per 12 milioni – e i palazzi di giustizia. Tanto a Pisa quanto a Reggio-Calabria dove il municipio potrebbe ricevere in dote l`aulabunker da 18 milioni di euro dove si sono svolte decine di processi contro la`ndrangheta.

I tempi
Una volta che la conferenza unificata sì sarà pronunciata sulle esclusioni, il direttore dell`agenzia potrà emanare il relativo decreto e la macchina delle attribuzioni si metterà in moto. Sarà il governo con uno o più decreti del presidente del consiglio a scegliere posta in palio e aggiudicatario.
Nei 60 giorni successivi la regione, la provincia o il comune prescelto dovrà comunicare al demanio la propria accettazione e nei due mesi successivi entrerà in possesso del bene. Fatta salva la possibilità di intervenire con successivi dpcm per implementare il catalogo. A ogni modo, dopo essere entrati in possesso degli immobili, gli enti saranno liberi di scegliere come valorizzarli.
Con un unico paletto: i proventi delle eventuali vendite ai privati dovranno andare per il 75% all`abbattimento del debito locale e per il 25% alla riduzione di quello statale. Ma il tempo stringe.
Stando alla “road map” imposta dal decreto attuativo il primo dpcm sarebbe dovuto arrivare a metà dicembre.

Il Sole 24 Ore 08.01.11

"Oggi come centocinquanta anni fa un altro Risorgimento è possibile", di Pippo Civati

Così il Risorgimento è uscito dai sussidiari e dai libri di testo un po’ polverosi, per tornare a parlare, attraverso le parole misurate e sensibili alla critica del nostro Presidente, alle italiane e agli italiani. 150 anni sono un’eternità e, però, per altri versi, sono un secolo e mezzo molto breve, in cui molte cose rimangono ancora da fare, nonostante due guerre, una dittatura, e due Repubbliche. Le divisioni e le dicotomie ancora ci accompagnano, come se tutto fosse irriformabile. I ritardi (e gli sprechi) sembrano una traccia che non si perde. In più, se è possibile, l’Italia si è ancora più allontanata dall’Europa, e il suo provincialismo assume, talvolta, i toni dell’autarchia, ancora più paradossale (e dolorosa) ai tempi della globalizzazione.
L’estate scorsa ho attraversato il Paese per raccontarlo per conto di questo giornale (che si chiama Unità ed è bello ricordarlo oggi), da Torino a Marsala, passando anche per la Reggio Emilia del Tricolore e dei mille colori, alle prese oggigiorno con la complessa sfida dell’integrazione e della convivenza. Raccontammo di Ippolito Nievo e dei piroscafi, dei Borboni e dei borbonici antichi e nuovi (perché ci sono anche quelli), di Teano e della memoria, di Sapri e dei tentativi andati male (e del coraggio che però ci vuole), di Calatafimi e delle sfide impossibile, le uniche a misura di italiano, e di Talamone e della bellezza della provincia pugliese. Che non c’entra con il Risorgimento, ma c’entra con tante altre cose. E lo facemmo – perché era un viaggio collettivo – scorrendo la Penisola e i primi articoli della Costituzione, che proprio oggi Napolitano ha detto essere considerata da tutti (nonostante, per la verità,non siano mancati gli attacchi) il testo che ci unisce. Che unisce le generazioni, i ceti, le opportunità, il paesaggio e l’idea di Paese.
Tra le pieghe delle incertezze e delle cose che non vanno, trovammo molte cose buone, anche troppe, perché non organizzate, non messe in rete, come si dice oggi. Perché c’è ancora il locale che non è localistico, c’è l’innovazione e la creatività, c’è chi rischia e investe, quasi scommettendo su un Paese che spesso non restituisce tutto quello
che gli si dà. C’è il nero, più o meno dappertutto, ma ci sono anche la legge e la regola. E il buonsenso, che sembra avere abbandonato per sempre la politica nazionale. C’è la misura, pure, in un Paese troppo lungo e troppo disperso, quasi smisurato, appunto.
Il tricolore di Reggio campeggia nel simbolo del Pd e ci ricorda che anche il Pd era nato per unire il Paese, la politica degli eletti, da una parte, e i loro elettori, dall’altra, per avvicinare i figli ai genitori, gli italiani di sempre e quelli appena arrivati. Per dare senso e compiutezza alle informazioni e ai dati di partenza, all’insegna di un’operazione verità (con la ‘v’ sobriamente minuscola, mi raccomando) sempre più urgente, nel Paese in cui tutto è confuso, volutamente confuso, perché nulla possa cambiare.
Un’Italia sincera, insomma, che non si prende troppo sul serio, che non fa scene e non si concede al melodramma, ma che si conosce e che interviene là dove c’è bisogno. Con riforme strutturali, di cui si parla in misura inversamente proporzionale alla loro realizzazione, con interventi decisi e seri, proprio perché hanno a che fare con la nostra storia (a cominciare dal debito pubblico, l’unica cosa che di questi tempi unisce, davvero, le generazioni). Chissà che questa non sia la storia non dico dei prossimi centocinquanta, ma dei quindici anni che ci aspettano, in cui una nuova Repubblica, fedele alle sue origini, sappia interpretare il mondo che cambia. Con le sue energie più fresche, perché il Risorgimento lo fecero i giovani.
Protestando e ribellandosi, ma anche cercando una strada per dare un senso alla vita loro e a quella della loro nazione ma anche al mondo intero. Improbabile di questi tempi? Forse, anzi, quasi sicuro, ma altrettanto necessario.

L’Unità 08.01.11

Napolitano a Forlì: anche il Nord del paese ricordi come nacque l'Italia

«Mi auguro che l’esempio di Forlì venga seguito anche altrove, in tutte le parti del paese, come Milano, Venezia e Verona, affinché, al pari della Romagna, sappiano come divennero italiane». Con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita nella città romagnola per le celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia, ha auspicato una riscoperta delle radici storiche locali e della coscienza unitaria in tutte le parti del paese.

Il presidente della Repubblica ha preso spunto, elogiandolo, dall’intervento del sindaco di Forlì Roberto Balzani che al teatro Fabbri, dov’era previsto l’incontro con Napolitano, anzichè un rituale intervento ha fatto un racconto, con immagini, musiche e interpretazioni sceniche su “come fu che la Romagna divenne italiana”. «Un modo – ha detto Napolitano – di avere coscienza delle proprie radici, del proprio contributo al voto unitario» che ha saputo, secondo il presidente, «far rivivere questa sua storia nel modo più efficace. Un esempio che mi auguro venga seguito altrove».
Balzani, nella sua rappresentazione, ha ripercorso alcune tappe del Risorgimento romagnolo che sono sfociate poi nel processo che ha portato all’unità d’Italia, a cominciare dalla grande fuga di Garibaldi che, attraversando queste terre, creò un grande sentimento patriottico. Ed ha ricordato e tratteggiato, tracciando anche un quadro dei caratteri regionali, figure significative di patrioti romagnoli, come Piero Maroncelli, Leonida Montanari, Primo Uccellini, Aurelio Saffi, Felice Orsini e Luigi Carlo Farini.

Il giorno dopo le polemiche scaturite dalle affermazioni del leader della Lega Nord Umberto Bossi sulle celebrazioni dell’Unità d’Italia, Leoluca Orlando, portavoce dell’Idv, torna sul tema: «Dopo le parole di Napolitano ci auguriamo che non si ripetano più quei tentativi, antistorici e dannosi, di attentare all’unità del nostro paese. Se la Lega ha veramente a cuore un federalismo che si ispiri agli ideali di responsabilità e unità – prosegue Orlando – colga l’occasione e ascolti il monito del Capo dello Stato. Bossi e i suoi la smettano di assumere comportamenti che sono offensivi verso quanti, dal sud al nord, vivono l’orgoglio di essere italiani». «L’insistenza della Lega ad avere atteggiamenti di offesa verso la bandiera e l’unita rende assolutamente irricevibile qualunque tipo di federalismo», conclude.

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Conversando con Clint Eastwood «No, non c’è religione quando incontriamo la morte», di Alberto Crespi

L’appuntamento è alle 21 di giovedì sera. Davanti a un telefono negli studi di RadioRai, la storica sede di via Asiago. Chicca Ungaro, della Warner Italia, ha fornito alla casa madre di Burbank il numero della messa in onda e ci ha tranquillizzati: alle 21, Clint chiamerà. Intorno alle 20.30, cominciamo ad aggirarci intorno a quel telefono. C’è tutta Hollywood Party – perché l’intervista con Clint Eastwood, in finta diretta da Los Angeles, è per la trasmissione di cinema di Radio3 della quale chi scrive è uno dei conduttori. C’è Giovanni Piperno, il bravo documentarista che in questa settimana ha esordito come conduttore; c’è Efisio Mulas in arte Claudio De Pasqualis, personaggio leggendario della trasmissione. Siamo tutti lì di fronte a un telefono che forse suonerà. Il pessimismo congenito ci mette in fibrillazione. E se Clint cambia idea? E se casca la linea? E se chiama ma risponde a monosillabi? Se ci dice «make my day», come l’ispettore Callaghan, e poi spara un colpo di 44 Magnum? Finché quel telefono non suona, non ci crediamo.
Alle 20.59 il telefono suona. È una giovane assistente di Clint. Ci chiede se parla effettivamente con la Rai. Ovviamente! «Clint sarà all’apparecchio tra 5 minuti, restate in linea». Passano 4 minuti e mezzo ed ecco quella voce, inconfondibile: «Hallo, Clint Eastwood speaking». L’intervista si fa: su Radio3 è andata in onda ieri sera, e siamo felici di riproporvela, ringraziando di nuovo Chicca Ungaro della Warner, Francesca Levi e tutta la redazione di Hollywood Party.
Prima, una premessa: capito come funziona, con Hollywood? Nessuno ti darà mai un numero diretto di Clint Eastwood, e quindi nessuno potrà mai chiamare Clint a casa sua per chiedergli, che so?, cosa pensa di Berlusconi o dei cinepanettoni o delle mutande di Belen Rodriguez. È Clint che chiama te, con precisione svizzera. Ma quando ti chiama, è tuo. A totale, partecipe, gentilissima disposizione. E se l’ufficio stampa ti dice che avrai 15 minuti di tempo, può capitare (giovedì sera è capitato) che Clint si diverta, che ascoltare la lingua italiana lo faccia sentire giovane («Negli anni ’60, quando lavoravo con Sergio Leone, l’avevo un po’ imparata. Mi fa piacere rinfrescarla»), che le domande non lo infastidiscano e che quindi stia al telefono più di mezz’ora. Quello che segue è il resoconto, solo per voi, di quella mezz’ora. Prima di tutto, mister Eastwood, grazie di cuore per i capolavori che ci sta regalando da anni. «Grazie a voi. Mi fa piacere sentire queste parole da un italiano, perché l’Italia ha un posto speciale nel mio cuore. Non dimenticherò mai gli anni stupendi che ho passato nel vostro paese lavorando con Leone: da allora, mi sono sempre sentito un po’ italiano». Cosa ha pensato quando ha letto il copione di «Hereafter»? Ha deciso subito di fare il film, o ha esitato di fronte a un tema così alto? Parlare della vita dopo la morte, al cinema, non è cosa di tutti i giorni.
«Proprio per questo non ho esitato a fare il film. Mi sembrava affrontasse in modo provocatorio e stimolante un tema importante, ponendo molte domande e senza dare risposte facili. Era un copione unico… e internazionale, perché la curiosità su ciò che accade dopo la morte appartiene a tutti gli esseri umani. Ed è curioso scoprire che i racconti di coloro che hanno avuto quel tipo di esperienze, come i sopravvissuti dal coma, sono tutti molto simili».
Lo sceneggiatore, Peter Morgan, si è documentato ispirandosi a storie vere? «Non credo. È partito dall’idea delle tre storie parallele. Poi la morte è divenuta un collante, un modo drammaturgicamente forte per far sì che le storie si incrocino alla fine».
È un film assolutamente laico. Si parla di aldilà, ma senza riferirsi a nessuna religione. «Il copione era così, per questo mi è piaciuto. Non è schierato. Penso che basare la storia su una delle religioni istituzionali avrebbe distratto dal tema vero, che è poi l’impatto della morte sulla quotidianità di queste persone. Inoltre, schierarsi con una religione avrebbe reso il film troppo categorico. Se uno crede in un dio particolare, sa già quel che è giusto e quel che è sbagliato».
Sa che Radio Vaticana ha recensito il film in modo molto positivo? «No. Ma mi fa piacere saperlo. Sono contento quando qualcuno, fosse anche il Papa, apprezza il mio lavoro».
Hanno detto che il film «insegna ad affrontare la morte con forza e quiete». Belle parole, no? «Sì, non male. Forza e quiete… sì, è bello a dirsi, ma è molto difficile quando arriva il momento. Certo se uno ha una fede forte, tutto è più facile. Chi è agnostico, ha più difficoltà». Dopo l’aldilà, lei torna ad occuparsi di storia americana. A che punto è il progetto del film su Edgar J. Hoover, il fondatore dell’Fbi? «Cominciamo le riprese il mese prossimo, con Leonardo DiCaprio nel ruolo di Hoover. È un bellissimo copione scritto da un giovane molto in gamba, Dustin Lance Black (è lo sceneggiatore di Milk, ndr). Hoover è stato un personaggio importante della nostra storia, quindi cercheremo di ritrarlo in modo onesto. Al tempo stesso è stato molto controverso, sia per la sua attività politica che per la sua vita privata, e il film si occuperà di entrambi questi aspetti».
Sui suoi rapporti con Sergio Leone si sa tutto. Che ricordo ha di Vittorio De Sica, l’altro grande italiano con cui ha lavorato? «Ho girato con lui Le streghe, un film a episodi prodotto da Dino De Laurentiis, con Silvana Mangano. Ero un grande fan di Vittorio sin dai
tempi di Ladri di biciclette. Fu una bella esperienza. Era un personaggio affascinante e un regista straordinariamente efficiente. Girava solo ed esclusivamente ciò che gli serviva. Aveva tutto il film in testa».
Era anche un grande attore. Lei, tornando indietro, si dedicherebbe più alla regia che alla recitazione? «Sono felice della mia carriera di attore. Al tempo stesso, quando nel ’70 ho cominciato a dirigere il mio primo film, Brivido nella notte, pensavo già che avrei potuto star dietro la macchina da presa, anziché davanti, a far lo stupido… Ma nel complesso, è andata come volevo. Solo che a un certo punto ho deciso che volevo chiudere la carriera d’attore con un ruolo bello, in un film di successo. Quando ho girato Million Dollar Baby, ho pensato che era un bel finale. Poi è arrivata la chance di Gran Torino ed era un finale ancora migliore. Ma se capita un altro ruolo altrettanto bello, sono pronto».
Anche diretto da un altro regista?
«Perché no? Solo che i ruoli belli per un attore della mia età sono rari. In realtà sono proprio i bei film ad essere rari. Oggi è tutta azione, fantascienza, effetti speciali. Ai miei tempi c’era più varietà».
Un’ultima domanda che non possiamo non farle. Se dipendesse esclusivamente da lei, dal suo gusto, farebbe ancora un western? «Farei SOLO western. È il genere che amo. Sono cresciuto guardando i film di John Ford, di Anthony Mann, di Howard Hawks… e sono diventato un attore facendo prima i western in tv, come Rawhide, e poi la reinterpretazione italiana del genere nei film di Leone. L’ultimo che ho girato è stato Gli spietati, che era una bellissima storia. Ecco, dovrei trovare un’altra storia così forte, e magari innovativa, che mi porti su strade diverse da quelle già battute. Se la trovo, sono pronto a tornare nella prateria».

L’Unità 08.01.11

"Oltre Silvio, le riforme", di David Sassoli

La fotografia del paese è impietosa e anche un negazionista come Tremonti ha dovuto ammetterlo: scivolando ancor più verso il basso, con nuovi esclusi e vecchi mandarini, ogni tentativo di ripresa sarà ancora più difficile. A forza di tentare rincorse potremmo ritrovarci senza fiato.
A due anni dall’esplosione della crisi, il sistema Italia rischia di frantumarsi, con un governo non in grado per i numeri ormai ridotti di sostenere riforme urgenti e impegnative.
Ha fatto bene ieri Pierluigi Bersani a scrivere che il paese «non può accettare di essere narcotizzato dal chiacchiericcio politicista», ma ha necessità di «cambiare l’agenda» guardando oltre Berlusconi. E cosa c’è “oltre Berlusconi”, in questa fase storica, con i problemi che ci ritroviamo, con i giovani disoccupati che aumentano di mese in mese, aziende in forte crisi, bilanci familiari in rosso, un divario fra ricchi e poveri mai conosciuto nell’età contemporanea, un assetto istituzionale fragile e ridondante che genera una sfiducia crescente nelle capacità del sistema democratico di far quadrare i conti nel rapporto fra persona e comunità? Il Pd, dopo la battaglia parlamentare e il successo di aver contribuito a ridurre gli spazi alla più imponente maggioranza nella storia repubblicana, ha assimilato l’idea che oltre Berlusconi vi deve essere una fase costituente. Il messaggio di Bersani dalle colonne de Il Messaggero è chiaro e contiene un’agenda per consentire al paese di ritrovare se stesso, al di là delle formule e delle naturali aspirazioni. D’altronde, possiamo continuare a vivere così, e per quanto tempo ancora? La risposta è nella disponibilità di progressisti e moderati. È a loro che questa stagione chiede di raddrizzare regole e dotarsi di nuovi strumenti per evitare che dal tetto continui a piovere ad ogni temporale. Stagione di riforme e di un nuovo patto per la crescita nell’età della globalizzazione. Non è il titolo di un pallosissimo convegno, ma il tema di fondo per aiutare il paese a guardarsi negli occhi. La sfida lanciata da Marchionne resterà anche dopo il referendum a Mirafiori.
Abbiamo cominciato il 2011 e senza troppi sforzi ci siamo accorti che il mondo è cambiato. Ci siamo accorti, ad esempio, che le nazioni contano sempre meno; che la globalizzazione avanza inesorabilmente; che le culture politiche fanno fatica a leggere la contemporaneità; che una gran parte dei valori tradizionali sono tramontati; che le Chiese, anche universali, fanno fatica ad uscire dai recinti regionali; che i processi industriali propongono sfide e non provocazioni; che l’Europa non sembra farcela. Siamo entrati davvero in un mondo nuovo.
Primo pericolo: un’ulteriore marginalizzazione del grande contenitore europeo, luogo di tutela di quei diritti universali che potrebbero rivelarsi utili per dare governo alla globalizzazione.
Secondo pericolo: l’acuirsi di un senso generale di paura che potrebbe suggerire chiusure e nuovi egoismi. È vero che l’alternativa dovrebbe essere fra liberal di sinistra e liberal di destra. Purtroppo, una Terza via già esiste in tanti angoli di Europa e si chiama populismo. Ed esiste anche da noi, in Italia, nel paese dove le culture politiche democratiche hanno spesso ricercato – e anche garantito – un’idea di bene comune, ma sono state travolte e hanno lasciato il passo al delirio plebiscitario.
Come uscire dal tunnel e servire il paese senza distrarsi attorno ai propri interessi, abbandonando le miserie di dibattiti autoreferenziali? Il Pd non si mostra fermo. Durante la crisi parlamentare Dario Franceschini lanciò la proposta di un’alleanza costituzionale; ieri Bersani ha declinato l’agenda per una riforma repubblicana. Nessuno può farcela da solo e il paese merita di conoscere le risposte di quanti hanno a cuore il suo futuro.

da Europa Quotidiano 08.01.11

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Se Bersani “vede” le urne, di Mario Lavia

Una proposta per avvicinare le opposizioni per il dopo-Berlusconi: il leader dem sta entrando nella prospettiva elettorale?
Piuttosto che un lento ma inesorabile logoramento meglio il voto. In qualche angolo del suo cervello, Bersani comincia a pensarla così. Ormai rassegnato ad un modus vivendi nel suo partito contrassegnato in permanenza da un frastuono di cui ormai è persino difficile captare i singoli rumori, il segretario del Pd può essere tentato dall’auspicare un’eventualità che da questo punto di vista funziona sempre: immancabilmente le urne portano con sé la pax interna.
Così alcuni spiegano il senso della lunga lettera bersaniana al Messaggero , con l’obiettivo di riprendere fra le mani il filo di un dialogo con tutte le forze di opposizione e di perorare di nuovo un’intesa comune su un’agenda per il dopo-Berlusconi: dove – va da sé – il ruolo del Terzo polo non può che essere “la” novità di questa fase. Come se, in parole povere, Bersani come minimo mettesse fortemente in conto l’eventualità del voto anticipato, magari rafforzata dalle ultime esternazioni di quel Tremonti che lui conosce troppo bene per non indovinarne i desiderata , che certamente confliggono con la permanenza di Berlusconi a palazzo Chigi.
D’altronde il Pd non ha molte chances. Anche se le urne non lo premiassero, è anche vero che con questa legge elettorale potrebbe uscirne come uno dei protagonisti: se nessuno ha la maggioranza in entrambi i rami del parlamento, ecco che l’ipotesi di un governo d’emergenza (la crisi non è finita, no?) potrebbe tornare in auge. Quel che è certo è che la stagnazione non favorisce la ripresa di appeal del partito, incoraggiando invece spinte estremiste vecchie e nuove, dalla Fiom a Vendola a fenomeni di radicalismo e qualunquismo mescolati. Il rischio c’è.
Alla fine della giornata il bilancio qual è? Incassato un sì da Di Pietro (ma non era probabilmente il più atteso) e un commento interlocutorio ma non negativo di Migliore (Sel), è arrivata anche una risposta agrodolce di Urso, un riconoscimento delle ragioni bersaniane condito però da un indigesto «non serve una piattaforma delle opposizioni». Non tantissimo ma è meglio di niente.
Sul fronte interno, il leader del Pd, che doveva impostare in prima persona la direzione del 13 che a questo punto si annuncia più importante di quanto avrebbe potuto essere alla vigilia di Natale, quando venne sconvocata, annota il consenso della sua maggioranza. Resta il fatto che una vicenda-chiave come la Fiat ha scompaginato la geografia interna e soprattutto evidenziato qualche oscillazione di giudizio, inducendo il segretario ad attestarsi su una posizione articolata (l’accordo va bene per un verso, va male per un altro) di non agevole comunicazione.
Se un uomo solitamente misurato come Cesare Damiano è arrivato a dire che «siamo alla frutta» vuol dire davvero che più che gli abituali boatos sulle scissioni quello che fa paura è il caos e la conseguente paralisi del partito.
Un’aria cattiva che alimenta il dissenso sempre più radicale di uno come Ignazio Marino, che aumenta l’insoddisfazione di D’Alema, che non fa piacere a Letta. E Veltroni? Veltroni voleva – vorrebbe – un altro Pd. Probabile che ad alcuni suoi proches sia slittata la frizione, proprio interpretando il sentire del capo, arrivando ad ipotizzare un congresso che è evidentemente fuori dalle cose possibili. La circostanza ha fatto imbestialire Walter («Non so di che si parli»), tanto più che vi ha visto qualche “manina” interessata a seminar zizzania. Un ennesimo incidente in attesa di altre – come dire – incomprensioni.

da Europa Quotidiano 08.01.11

"Il fantasma di Tremonti", di Massimo Giannini

La «cena degli ossi». Gli ultimatum di Bossi. Il complotto dei «rossi». Sono tanti gli spettri che turbano i sonni del presidente del Consiglio. L´ipotesi che la Consulta non dia via libera alla legge sul legittimo impedimento, riaprendo la caccia dei «pm al servizio dei comunisti», è tutt´altro che campata in aria. L´aut aut del leader della Lega, o il federalismo entro il 23 gennaio o si va al voto, è tutt´altro che uno scherzo. Ma sullo sfondo, c´è un altro spettro che lo inquieta di più perché, per sventura politica e congiuntura economica, li sintetizza tutti: è Tremonti.
Il «fantasma di Giulio» è la nuova ossessione del Cavaliere. La sua paura è che il «genio dei numeri» diventi il «capo dei congiurati», per sostituirlo a Palazzo Chigi. Ogni mossa del superministro viene letta dal premier come un tentativo di sabotare il suo governo e di affossare la sua leadership. Basta che Tremonti si attovagli con i vertici del Carroccio in Cadore. Basta che neghi risorse ad Alfano o alla Gelmini. Basta che dica «la crisi non è finita». Indizi che, messi insieme, fanno la prova: «Giulio vuole farmi fuori». Così, assediato dal fantasma di Tremonti, Berlusconi non vede il vero fantasma che si aggira sull´Europa: quello di una nuova tempesta finanziaria.
eri la presidenza del Consiglio è tornata a smentire dissidi con il Tesoro. Ma per avere la conferma che il dissidio c´è basta sfogliare «il Giornale» di famiglia. «Tutti gli incubi di Tremonti», era il titolo di apertura di ieri. Oltre all´allarme sull´andamento dell´economia rilanciato il giorno prima dal ministro a Parigi, ampio risalto all´inchiesta della Procura di Napoli su Marco Milanese, parlamentare Pdl e collaboratore di Tremonti a Via XX Settembre. Un segnale preciso. Non siamo ancora al trattamento-Boffo o alla terapia-Fini. Ma il piano inclinato, sul quale si sta posizionando la solita «macchina del fango», potrebbe sembrare lo stesso.
Quello che c´è da capire è perché, nella mente del premier, nasce e prende corpo il fantasma di Tremonti. E qui, appunto, si incrociano due «cromosomi». Il cromosoma X è la politica. E la politica dice chiaramente due cose. La prima: la maggioranza forzaleghista alla Camera e nelle commissioni non c´è più, e non basta l´integrazione di 10 parlamentari «comprati» a tenere in piedi la coalizione. La seconda: il Carroccio è disposto a tenere in piedi questa maggioranza solo se porta a casa il federalismo fiscale, e non basta l´approvazione dei decreti ma serve la loro effettiva attuazione. Questi, al dunque, sono stati i piatti forti della «cena degli ossi» di martedì scorso all´Hotel Ferrovia di Calalzo: Bossi, Calderoli e Tremonti hanno convenuto sul fatto che «senza una maggioranza organica, e non solo numerica, non si va da nessuna parte». Perché «fare il federalismo fiscale non vuol dire soltanto varare i decreti entro le prossime due settimane: poi bisogna gestire la loro realizzazione, e bisogna reggerli politicamente».
Proprio per questo, la preoccupazione condivisa del Senatur e del superministro è una maggioranza risicata ed episodica, che «il voto se lo deve conquistare tutti i giorni, perché governare è un sondaggio quotidiano». Proprio per questo, pur non volendo tradire il patto con Berlusconi, i due potrebbero essere comunque propensi ad «allargare gli orizzonti delle alleanze» (e dunque a sostenere un´altra maggioranza, senza ricorrere alle elezioni anticipate) se il premier non dovesse riuscire ad evitare la crisi. Bossi, mentre il Cavaliere tuona contro «i comunisti in cachemire», dichiara che lui con i «comunisti» ci dialoga, e sulla road map del federalismo si confronta ogni giorno col sindaco di Torino Chiamparino e col governatore dell´Emilia Errani. E Tremonti, mentre il Cavaliere lancia i suoi anatemi contro il Pd, parla con D´Alema e si prepara a intervenire il 20 gennaio al convegno sull´austerity di Enrico Berlinguer insieme a Nicola Zingaretti. È proprio questa «intelligenza col nemico» dell´asse padano che genera la sindrome da accerchiamento del Cavaliere.
Il cromosoma Y è l´economia. E l´economia dice essenzialmente due cose. La prima: la congiuntura va male in tutto il mondo, e l´Europa rischia una nuova crisi finanziaria. La seconda: l´Italia è nel mirino dei mercati, e non può permettersi un solo passo falso con i partner dell´Ue. E qui Tremonti è più che mai al centro dei «giochi». Ieri, a Parigi, ha detto chiaro quello che pensa da tempo: «La crisi è proteiforme, e appena crediamo di aver battuto il mostro, questo si ripresenta altrove». Il superministro non ha parlato a sproposito. I suoi interlocutori, a livello di Eurozona, sono stati espliciti: «Già dalla prossima settimana – dicono – sui mercati potrebbe partire un´ondata di attacchi speculativi contro i Paesi deboli di Eurolandia».
Le avvisaglie ci sono tutte. Dall´America Geithner parla di «rischio default» ed evoca un debito americano pari al 185% del Pil (400% se venisse calcolato secondo i nostri standard). In Germania, dopo il formidabile traino dovuto all´export tedesco dovuto al piano keynesiano di investimenti cinesi, la produzione industriale rallenta. In Irlanda, per la prima volta nella storia, i «credit default swaps» a 5 anni contro i rischi di insolvenza costano più di quelli argentini. In Belgio, che oggi conquisterà il record storico in Europa con 209 giorni senza governo, si addensano nubi pesantissime. In Portogallo la situazione precipita, e la Banca centrale svizzera si rifiuta di sottoscrivere bond di Lisbona. In Spagna si teme per il sistema creditizio, e si sussurra addirittura di «enormi problemi di liquidità» per una delle principali banche del Paese. Il sistema bancario franco-tedesco è esposto su Madrid per un trilione di euro. «E – come ripetevano l´altro ieri a Parigi gli interlocutori di Tremonti – se salta la Spagna salta l´euro, perché quel Paese non è tanto “too big to fail”, ma “too big to save”…».
Questo è il panorama dell´eurozona, del quale Berlusconi non si occupa, ma del quale il superministro del Tesoro si preoccupa. Perché l´Italia, a dispetto dei «bagni di ottimismo» invocati dal Cavaliere, c´è dentro fino al collo. Ieri, in una giornata di tensione per tutti i Pigs, gli spread dei nostri titoli di Stato rispetto a quelli tedeschi sono tornati vicini a 200 punti base. «Finora l´Italia ha tenuto bene i suoi conti – è il ragionamento che i colleghi di Tremonti gli hanno ripetuto a Parigi – raggiungerete il 5% previsto nel rapporto deficit/Pil. Ma il fatto che nel 2010 abbiate “tenuto” non significa che adesso potete ricominciare a spendere: semmai che dovete fare ancora meglio quest´anno…».
Ecco perché Tremonti ripete «la crisi non è finita». Ecco perché respinge le pressioni del Cavaliere, che si lamenta della sua «rigidita da tecnico» e ora gli chiede la «flessibilità del politico» nell´uso delle risorse. Ma a queste richieste, visto l´inesorabile «vincolo esterno che ci lega», il superministro non può cedere. Non può cedere ad Alfano, che deve trovare i fondi per l´informatizzazione dei tribunali nel bilancio del ministero della Giustizia. Meno che mai può cedere alla Gelmini, che in un´intervista al “Sole 24 Ore” si illude di poter trasformare il decreto mille-proroghe «nell´appendice della vecchia Legge Finanziaria». Raccontano che in queste ore Tremonti, oltre al leggendario barattolo di pelati Cirio, si tenga sulla sua scrivania una frase di Quintino Sella: «Il bilancio dello Stato contiene vizi e virtù di un popolo». In questa fase rovente, il Tesoro tiene solo alle virtù, e non può cedere ai vizi degli «irresponsabili» che non sanno cosa stiamo rischiando e che, credendo di evitare la «bancarotta del governo» con una impossibile «fase due», finirebbero per causare la «bancarotta del Paese». Ma è proprio questa «linea del rigore», che per il superministro è un «impegno europeo inderogabile» e non una «astrazione numerologica», che alimenta la psicosi del complotto nel Cavaliere.
Dunque, il fantasma di Tremonti nasce così. Dalla combinazione di questi due elementi. «L´amico Giulio», per ruolo politico e per funzione governativa, presidia un crocevia fondamentale per i destini della legislatura. Da un lato c´è l´obiettivo del federalismo fiscale, che per la Lega può richiedere una piattaforma politica più larga di quella (sempre più esigua) ormai condivisa con il solo Pdl. Dall´altro lato c´è una possibile crisi finanziaria, che come hanno confermato al superministro gli «amici» a Parigi «condiziona e condizionerà la politica economica italiana» e impedirà a chiunque governi «di fare il furbo con qualunque forma di disimpegno contabile». Questo è lo scenario, problematico se non addirittura drammatico, dei prossimi quindici giorni. Più che per Tremonti, un incubo per Berlusconi.

La Repubblica 08.01.11