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"150 candeline per ricordare che lo stato siamo noi", di Michele Ainis

Se 150 anni vi sembran pochi, forse non avete tutti i torti. Se l’unità nazionale è ancora una creatura acerba, nonostante abbia un secolo e mezzo di vita sul groppone, dev’esserci pure una ragione. Intanto si moltiplicano gli effetti di questa condizione, ciascuno può stilarne un inventario. La reazione scomposta del ministro Bossi alle parole pronunciate dal presidente Napolitano sulla necessità di rispettare il tricolore. Il caso Battisti , con la sua coda di reazioni goffe e tardive da parte del governo, mentre i partiti inscenavano proteste davanti a pochi passanti infreddoliti (a Firenze cinque in tutto), e badando bene a non confondere le truppe.
Insomma uniti sì, ma senza esagerare. La commistione fra pubblico e privato, riassunta dalla doppia residenza da cui governa Berlusconi: in quella pubblica (palazzo Chigi) incontra gli ospiti stranieri, in quella privata (palazzo Grazioli) riceve i suoi ministri, mentre ai sindaci tocca viaggiare fino ad Arcore, com’è successo a Renzi. La sfiducia nelle istituzioni del paese da parte delle stesse istituzioni: l’ultimo episodio si deve al ministro Bossi, che ha trovato un arredo di microspie sotto i tappeti, e tuttavia non ha sporto denuncia perché si sa, non serve a nulla.

Ma almeno in questo il sentimento del popolo votato riflette quello del popolo votante. Un anno fa l’Eurispes stimava al 39% il grado di fiducia che gli italiani accordano alla Repubblica italiana. Basso, ma pur sempre un po’ di più rispetto all’anno prima. Invece nel corso del 2010 l’ago del sismografo è precipitato sottoterra. A giugno la Fondazione NordEst ha registrato un calo di fiducia degli imprenditori su tutte le grandi istituzioni, dal governo (23 punti in meno) alle regioni (quelle meridionali vengono bocciate da 3 persone su 4). A settembre la Confesercenti ci ha raccontato che peggiora anche il tasso di gradimento dell’opposizione (un misero 11%), dei sindacati (15%), delle banche (9%). A novembre l’Indice di fiducia dei lavoratori dipendenti sulle istituzioni nazionali e sovranazionali si è fermato al 23%. Senza contare le accuse solitarie, come quella del presidente dell’Associazione caduti di Piazza della Loggia, che ha dichiarato tutto il suo disappunto nei riguardi dello stato, dopo l’ennesimo processo per strage concluso con un’assoluzione.

Eccolo infatti il solo afflato unitario di cui siamo capaci : un sentimento di ripulsa, una scomunica corale verso tutto ciò che è pubblico, di tutti. Qui davvero non c’è troppa differenza fra i milanesi sondati dall’Istituto Piepoli, che nel 2011 punteranno sulla famiglia per difendersi dalle angherie di stato; i napoletani intervistati dal Mattino, che dopo mesi di monnezza nelle strade pensano che il sindaco sia una figura inutile, una poltrona da abolire; o magari il 71% di sanniti che diffida dei controlli sulla sicurezza alimentare, come attesta un’altra indagine appena divulgata.

Hanno (abbiamo) tutti torto? Può darsi, anche se Transparency International ha misurato un milione d’italiani coinvolti in fatti di corruzione, per ottenere permessi o per le utilities, per prestazioni sanitarie o giudiziarie, per ogni servizio erogato dallo Stato. Naturale che poi 4 italiani su 5 ritengano corrotto il Parlamento, non meno che la stampa, la tv, le imprese.

C’è allora una lezione che dovremmo rammentare , nell’anno del nostro compleanno collettivo. Lo Stato è una finzione del diritto, un’entità astratta senza gambe, né muscoli, né denti per sorridere. Eppure questa finzione plasma l’identità di un popolo, o meglio la rende possibile di fatto, perché trasforma il popolo in un’istituzione. Siamo noi, lo Stato. Siamo noi, le istituzioni che bruceremmo volentieri in un falò. Sicché c’è del paradossale nella malattia che ci contagia, nel malanimo verso lo Stato, e dunque verso l’unità degli italiani. Perché altro è denunciare un’ingiustizia o un disservizio, altro è al limite la rabbia; altro è la sfiducia, il disinteresse, il divorzio fra popolo e Palazzo.

Può aiutarci una norma scritta sessant’anni addietro , per ritrovare il filo di quest’unità perduta? È una norma sconosciuta ai più: l’articolo 54 della Costituzione. In primo luogo pone ai cittadini «il dovere di essere fedeli alla Repubblica»; ma se tua moglie, ormai, non la guardi più neppure in faccia, difficilmente le sarai fedele. In secondo luogo reclama «disciplina ed onore» nell’esercizio delle funzioni pubbliche, dunque nel mestiere cui si dedicano i nostri governanti; i quali tuttavia, negli ultimi anni, devono essersi distratti, oppure non hanno tempo da sprecare in codici e pandette. E invece no, troviamolo un po’ tutti questo tempo. Anche se 150 anni ci sembran pochi.

Il Sole 24 Ore 08.01.11

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“Vi spiego perché adesso il 150° dell’Unità diventa un passaggio politico delicato”, di Stefano Folli

Fino a ieri il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia poteva essere visto in due modi: come un’occasione da passare sotto silenzio e contro cui avviare addirittura un blando boicottaggio (linea leghista); oppure come un evento di scuola, da rievocare con la dovuta dose di retorica per archiviarlo appena possibile (posizione più o meno dichiarata di un ampio arco politico).
Giorgio Napolitano ha scelto una terza via e ora il 150esimo rischia di porre qualche scomodo interrogativo ai vari attori e comprimari del palcoscenico politico. La terza via del presidente riguarda il rispetto dovuto al Tricolore in quanto vessillo nazionale. Proprio chi crede nel federalismo e quindi nel rinnovamento istituzionale dovrebbe aderire con convinzione ai valori dell’Unità, simboleggiati dalla bandiera. Il federalismo, in sostanza, ha bisogno di una solida cornice unitaria.

Il sottinteso è fin troppo chiaro. Chi non rispetta il Tricolore manifesta il suo disprezzo verso l’Unità. Ma chi non crede all’Unità non vuole nemmeno un autentico federalismo e il rinnovamento istituzionale: vuole una forma di secessione, più o meno mascherata. Napolitano questo non lo ha detto, ma era la preoccupazione implicita nel suo discorso di Reggio Emilia. La città dove nel 1797 il Tricolore sventolò per la prima volta come bandiera della Repubblica Cispadana.

Repubblica Cispadana… L’area geografica e quel nome così evocativo dovrebbero suggerire qualcosa ai leghisti. Purtroppo essi tendono invece a crogiolarsi in un revisionismo anti-risorgimentale alquanto sconfortante. E anche poco utile, visto che ormai il federalismo fiscale, salvo clamorosi colpi di scena, è alle porte. Quindi anche l’affermazione di Bossi («festeggeremo l’anniversario dopo che avremo superato il centralismo») sembra un gioco di parole. In realtà la Lega è a un passo dal vincere la sua battaglia (semmai si tratterà di capire in seguito se il federalismo funzionerà, se servirà a razionalizzare le spese, se cambierà in meglio la vita dei citadini).

Che senso ha quindi ostentare fastidio verso la bandiera nazionale , come accade spesso negli ambienti del Carroccio? La risposta è solo una: lo spirito anti-unitario serve alla Lega, ai vari livelli, per mantenere la compattezza dell’elettorato. Come è noto lo stesso Bossi, in anni ormai lontani, ma non remoti, usava insultare il Tricolore. Ma proprio questa esigenza dimostra l’ambiguità del federalismo nella concezione leghista: uno strumento per rafforzare l’unità del paese o per prepararne la divisione?

L’uscita di Napolitano è destinata a fare chiarezza sul nodo politico , nell’interesse stesso della Lega. Il partito rappresenta ormai una porzione talmente ampia dell’elettorato settentrionale che può solo trarre maggiore forza da una prova di maturità. Tanto più che il capo dello Stato non ha riproposto vecchi stereotipi. Al contrario, a Forlì si è spinto a parlare di «vecchie tare che ci siamo portati dietro». E della necessità di «superare il vizio d’origine del centralismo statale d’impronta piemontese», attuando il titolo V della Costituzione.
Sarà per questo che la Lega ha tenuto bassi i toni polemici. Anzi, il ministro Calderoli ha persino ringraziato il presidente. L’esponente leghista cammina un po’ sulle uova, ma è evidente che il Carroccio non vuole incidenti di alcun tipo prima del «sì» definitivo al federalismo. Ma il punto politico ora è sul tavolo.

Il Solo 24 Ore 08.01.11

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«Berlusconi e i ministri restano a casa», di Ugo Magri

ROMA
Con il governo appeso a tre voti, figurarsi se Berlusconi farà il gesto ardito di contrariare Bossi, sgomitando per mostrarsi in prima fila alle celebrazioni dell’Unità d’Italia. E difatti ieri, a Reggio Emilia, il Cavaliere s’è ben guardato perfino dall’inviare un messaggio, una lettera, una delegazione in sua vece. A parte l’onnipresente Letta, che incarna il galateo della Repubblica, è come se i ministri si fossero passati la voce: meglio snobbare l’evento. Alla festa del Tricolore non se ne è vista traccia. Alcuni ministri in privato si giustificano, «l’invito del Quirinale era di routine, nessuno ha fatto sapere che Napolitano ci teneva», quasi che fosse necessaria una speciale supplica del Colle. Tutte scuse, rispondono da lassù. Il vero nodo politico del Centocinquantenario che non decolla sta nella Lega. Sempre più padrona del campo, padrona anche delle idee.

Ma c’è dell’altro che motiva il disinteresse del premier, perennemente distratto quando Bondi e La Russa (con quel pizzetto risorgimentale che molto richiama Bixio) hanno posto il problema, mesi fa persino in Consiglio dei ministri, però con scarso successo. La prima spiegazione suggerita dai consiglieri del Principe è quasi antropologica. Berlusconi, imprenditore brianzolo votato al «fare», aborre l’«ipocrisia» delle ricorrenze poiché ritiene che rimboccarsi le maniche giovi all’unità d’Italia più di mille pompose orazioni. Completano il pensiero i soliti detrattori, segnalando che forse è meglio così, perché mai Silvio si è appassionato di storia patria. E quando ha ritenuto di cimentarsi (con l’eccezione del discorso alto e nobile il 25 aprile 2009), dalla sua bocca sono usciti simpatici lapsus tipo «Romolo e Remolo», oppure gaffes involontarie sul papà dei sette fratelli Cervi, che lui sarebbe andato volentieri a trovare se non fosse morto 30 anni prima come ben sa Napolitano, il quale ieri ha reso visita alla casa-museo.

Non deve fare scandalo. La ricca bibliografia sul Cavaliere concorda che il segreto della sua leadership sta proprio nel «pensiero debole». Berlusconi guarda ostentatamente avanti, e considera il passato come un fardello, una malinconia. Infine c’è l’ultima spiegazione, che riporta alla battaglia politica e al complicato ménage con Bossi: il nostro premier ritiene che la maniera più stolta per frenare la Lega è quella di farci a zuccate. La tattica più astuta consiste viceversa nell’ignorarne le «mattane», specie quando evocano Roma Ladrona, il separatismo e, dio non voglia, i fucili. Come con i pargoli maleducati, «bisogna far finta di nulla». E’ un precetto che i gerarchi berlusconiani confessano di avere sorbito decine di volte: «Più noi ribattiamo a Bossi, più facciamo il suo gioco». Sulle celebrazioni del Centocinquantenario, che s’intrecciano pericolosamente con l’ultimo miglio del federalismo fiscale, il Cavaliere ha deciso: la Lega dica quello che vuole, «noi non reagiremo».

Non risulta che si sia speso per allargare il budget delle manifestazioni pubbliche. Solo l’impegno di La Russa e Bonaiuti ha permesso di mandare in onda uno spot targato presidenza del Consiglio. Nè pare che Berlusconi abbia insistito con Bossi perché intervenga personalmente a qualche evento celebrativo, se non altro per far contento «il vecchio del Colle». E d’altra parte, osserva un consigliere accorto come Quagliariello, «tutto sommato la Lega sta dimostrando una capacità di tenuta, come forza di governo, che molti mai avrebbero sospettato. Bossi contribuisce a tenere unito il Paese in una fase difficile. Pensiamo da dove arriva, e quanta strada ha fatto, prima di pretendere che intoni l’Inno di Mameli…».

da www.lastampa.it

«Il governo non c’è. Sia l’opposizione a fare proposte concrete», di Laura Matteucci

Nei prossimi mesi la situazione difficilmente migliorerà: la ripresa è debole, le imprese fragili, e il dualismo tra il lavoro protetto e il lavoro senza alcuna rete di protezione tenderà a rafforzarsi. Prima della recessione solo 3 su 10 nuovi contratti erano a tempo indeterminato, ma adesso siamo a meno di 1 su 10. Tutto questo nell’assenza totale di politiche pubbliche a sostegno del lavoro, giovanile in particolare». L’economista Tito Boeri, docente alla Bocconi, tra i fondatori del sito lavoce. info, commenta gli ultimi i dati Istat: «Confermano un fatto molto preoccupante, la posizione relativa dei giovani, il cui tasso di disoccupazione è tre volte e mezza quello degli over 25». Impensabile che un governo in agonia promuova riforme efficaci. Dunque, nessuna via d’uscita? «L’appello è per l’opposizione, perchè prenda in mano la situazione con proposte concrete. E vale anche per i sindacati, che hanno non poca responsabilità rispetto al dualismo del nostro mercato del lavoro. Il Pd sembrava orientato a promuovere alcune riforme, ha dimostrato più d’una apertura rispetto alla proposta del contratto unico in ingresso, ma poi si è come bloccato. C’è anche un problema sociale di cui la politica dovrebbe tener conto: se i giovani non troveranno rappresentanza e modo di esprimersi, il rischio di conflitti e tensioni sociali aumenterà esponenzialmente». Il tasso didisoccupazione in Italia è alto in assoluto,m aper i giovani siamo al di sopra di qualsiasi media. Perchè? «Gioca un insieme di fattori. Le poche riforme attuate hanno introdotto elementi di flessibilità solo ai margini, creando una schiera di lavoratori non protetti, i primi ad essere licenziati durante la fase recessiva. Un problema che persiste, perchè l’uscita dalla crisi è frammentaria, le imprese vivono una forte incertezza e offrono solo contratti temporanei. Inoltre, si è fatto ampio ricorso a strumenti come la cassa integrazione, che di fatto hanno bloccato le assunzioni». Ma tutto questo, con una crisi globale, è accaduto anche in altri Paesi. «È vero. Prendiamo la Spagna, dove la disoccupazione è in aumento, ma che non accusa la nostra stessa concentrazione sui giovani. Lì le barriere d’ingresso alle professioni sono inferiori, ad esempio costi e regolamentazioni per la creazione di nuove imprese e le tasse sul lavoro. Da noi non si è fatta nemmeno la riforma fiscale per alleggerire il prelievo sul costo del lavoro. Quello italiano è un problema complesso, che parte dal sistema educativo sul quale si sono concentrati gli ultimi tagli, di fatto spingendo le persone a studiare sempre meno. Del resto, anche il ministro Sacconi ha mandato il messaggio più volte, esortando i giovani ad accettare anche i lavori più umili». Un problema culturale? «In parte. Le stesse famiglie italiane sono sì molto attente ai giovani, ma solo nel privato:non si rendono conto che la questione andrebbe affrontata con regole e riforme. Anche per questo il discorso del presidente Napolitano, che ha citato 26 volte i giovani e i loro problemi, è stato molto importante. Ma c’è scarsa consapevolezza del problema. Ho partecipato ad un convegno dell’Ocse sul tema: ogni Paese ha illustrato i propri progetti per affrontare la questione giovanile, l’unico a non avere nemmeno un’idea è stata l’Italia».

L’Unità 08.01.11

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“La disoccupazione è giovane. Dato record dal 2004”, di La.Ma.

La disoccupazione è ai massimi, ma a preoccupare è soprattutto quella giovanile, che a novembre ha raggiunto il livello record del 28,9%, con un aumento del 2,4% rispetto a un anno prima, e dello 0,9 su ottobre. Cresce anche il numero dei cosiddetti inattivi, le persone che hanno rinunciato o non possono più cercare lavoro. Il tasso generale della disoccupazione si è attestato sull’8,7%, ovvero la stessa percentuale registrata ad ottobre, anche se sui decimali si registra un lievissimo miglioramento. Nel complesso, le persone in cerca di occupazione sono 2 milioni e 175mila (+5,3% rispetto al novembre 2009). I dati Istat, insomma, continuano a scattare la stessa fotografia di un’emergenza nazionale che non sfuma e per la quale, insistono opposizione e sindacati, serve un piano straordinario: «Il governo pensa ad altro, è in crisi, inadeguato e inefficace – dice Fulvio Fammoni per la Cgil -Unpiano straordinario per l’occupazione e lo sviluppo sarà al centro della mobilitazione della Cgil in tutte le città d’Italia». DalPd l’appello alle forze politiche di confrontarsi per avviare una fase di riforma per la crescita e il lavoro «con un patto di natura costituente », dice il responsabile lavoro Stefano Fassina. «La fase è straordinaria, ci stiamo avvitando in una spirale di stagnazione, elevata disoccupazione, fragilità degli equilibri di finanza pubblcia». Anche la Cisl parla di emergenza, e sottolinea due dati «estremamente negativi »: l’ulteriore esplosione del tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge l’apice mai toccato del 29%, e l’aumento dell’1,5% delle donne disoccupate rispetto al mese precedente, pur se temperato dalla crescita delle donne occupate e dal conseguente calo delle donne inattive. Tanto che dal governo sia il ministro Carfagna sia il collega Sacconi riescono a commentare con toni soddisfatti. «Le donne occupate compensano la quota persa dei giovani », dice il ministro del Welfare, che nei prossimi giorni incontrerà le Regioni per definire l’impiego degliammortizzatrori in deroga. In realtà, se si parla di donne, aumenta sia l’occupazione(+ 1,4% su base annua, tasso al 46,3%), sia la disoccupazione, il cui tasso è al 10%, in crescita su mese e su anno (+0,3%). Il tasso di occupazione maschile, invece, è al 67,4%, in calo dello 0,7% nell’ultimo anno. E, secondo gli artigiani della Cgia di Mestre, in realtà il tasso di disoccupazione è oltre il 10%, superando quello ufficiale dell’Istat, se si contano anche i cosiddetti sfiduciati, che in questi ultimi due anni di crisi sono usciti dalle statistiche ufficiali perché hanno deciso di non cercare più un posto di lavoro, e che a novembre risultavano essere 402mila. EUROSTAT Edecco i dati diffusi da Eurostat relativi all’eurozona: la disoccupazione a novembre è rimasta stabile rispetto a ottobre, a quota 10,1%. Nel novembre 2009 il dato era stato pari a 9,9%. Stabile il tasso di disoccupazione anche per l’Ue a 27, a novembre fermo al 9,6% come a ottobre. Nel novembre 2009 era al 9,4%. Eurostat stima i disoccupati nell’Ue a 23,24 milioni, di cui 15,92 nell’eurozona. Rispetto al novembre del 2009c’è stato un aumento di 347mila persone nell’eurozona e di 606mila nell’Ue-27. I paesi in cui si sono registrati i tassi più bassi di disoccupazione sono l’Olanda (4,4%), il Lussemburgo (4,8%) e l’Austria (5,1%), mentre i più alti si sono registrati in Spagna (20,6%), Lituania (18,3%) e Lettonia (18,2%).

L’Unità 08.01.11

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«Ai ragazzi diciamo solo arrangiatevi», di Irene Tinagli

Ancora una volta potrà dire «l’avevo detto». Due giorni fa il ministro Tremonti metteva in guardia contro facili ottimismi sulla fine della crisi, e ieri i dati Istat sull’occupazione confermano un quadro tutt’altro che positivo. Non accenna a diminuire la disoccupazione complessiva, restando inchiodata all’8,7%, il dato più alto dal 2004, e riprende a salire quella giovanile, che arriva al 28,9%. Certamente questi dati non vanno letti isolatamente, ma assieme a quelli che, per esempio, indicano come anche l’occupazione sia parallelamente cresciuta (+0,1% rispetto a novembre) e a quelli che indicano che un maggior numero di persone si è rimesso attivamente alla ricerca di un lavoro, andando a ingrossare le statistiche sulla disoccupazione. Ma cercare di nascondersi dietro uno zero virgola in più porta all’unico risultato di non affrontare un problema strutturale e molto grave del nostro Paese, ovvero l’incapacità di crescere (da questo punto di vista i dati sull’occupazione andrebbero letti assieme a quelli del Pil, che stenta a ripartire, e a quelli della produttività, ancora ferma) e, problema ancor più grave, l’incapacità di coinvolgere le giovani generazioni nel tessuto economico e produttivo del Paese.

Nonostante continui a essere ignorata e sminuita dal nostro governo, la questione della disoccupazione giovanile in Italia è ormai da tempo un problema di assoluta gravità, che mortifica l’entusiasmo di milioni di giovani e delle loro famiglie e che frena la ripresa economica del Paese. Un problema al quale nessuno in Italia è stato capace di dare una risposta concreta. Uno scenario politico senza idee, diviso tra chi ha fatto leva sul disagio dei giovani semplicemente per cercare di indebolire il governo (compensando così un difetto dell’opposizione), e chi invece, all’interno del governo, ha liquidato la questione con dichiarazioni tanto incredibili quanto poco costruttive. Come l’ultima del ministro Sacconi, che durante le feste natalizie ha rimarcato come la disoccupazione giovanile sia colpa di cattivi genitori che li spingono a studiare e laurearsi quando invece potrebbero imparare un mestiere e adattarsi meglio alle esigenze del mercato. Chissà se è venuto in mente al ministro che il mercato del lavoro è anche frutto delle politiche economiche e sociali che un Paese persegue.

E che è il governo di un Paese che dovrebbe mirare ad adattare il proprio sistema economico e sociale alle dinamiche internazionali in modo da tenerlo competitivo, non i giovani che devono adattarsi al declino del Paese e all’incapacità dei politici di rimetterlo in moto. No, non è incitando i ragazzi ad accaparrarsi gli ultimi lavori da elettricisti o falegnami rimasti che risolveremo il problema della disoccupazione giovanile, ma intervenendo in maniera più incisiva sia su una effettiva riforma del mercato del lavoro (in modo da eliminarne la dualità che oggi marginalizza milioni di giovani), sia su politiche economiche lungimiranti. Politiche di sviluppo orientate a far sì che in Italia arrivino o nascano nuove imprese, in particolare imprese innovative, ad alta vocazione internazionale, capaci di far emergere nuovi settori e generare nuova occupazione. Certo, non sono interventi semplici, soprattutto in tempi di crisi, e anche altri Paesi hanno mostrato di fare degli errori di fronte alla crisi e di non riuscire sempre a ottenere i risultati sperati. Ma le cose si muovono, e sono pochi quelli che restano fermi.

Dopo aver investito gran parte di inizio mandato a riformare aspetti importanti del sistema di protezione sociale americano, Obama è passato a più aggressive misure di sviluppo, varando nel corso del 2010 un consistente pacchetto di incentivi alle imprese per supportare le nuove assunzioni e nuovi investimenti, con paralleli tagli alle tasse, per un totale di 150 miliardi di dollari. Sarà un caso, ma negli ultimi mesi l’occupazione negli Stati Uniti ha registrato continui miglioramenti. Proprio ieri i dati hanno indicato la creazione di oltre 100.000 posti di lavoro nel mese di dicembre – meno di quanto era stato precedentemente stimato, ma comunque un dato positivo soprattutto se lo si somma ai posti che erano stati creati a ottobre e novembre (210.000 e 71.000), nettamente al di sopra delle aspettative. La Germania, a sua volta, pur cercando di contenere il deficit con uno dei tagli di spesa del settore pubblico più pesanti dal dopoguerra, ha rilanciato il proprio sistema produttivo investendo in ricerca e sviluppo, negoziando con le imprese migliaia di posti di formazione per i giovani, orientando molti incentivi economici verso nuovi settori e le «industrie creative e culturali» (alla faccia di chi pensava che i tedeschi fossero solo interessati a costruire la propria potenza su macchinari e tecnologie), e finanziando numerose attività di supporto per le imprese orientate all’esportazione.

Il programma tedesco «Hermes», che offre garanzie di credito alle imprese esportatrici, nel 2009 ha emesso garanzie per 22,4 miliardi di euro, un record storico per la Germania. Una politica i cui risultati sono, fino a oggi, sotto gli occhi di tutti. In Italia oggi molti politici litigheranno su come leggere gli ultimi dati, ma se si avesse il coraggio di ammettere il fallimento di una politica che lascia quasi un terzo dei propri giovani senza lavoro e senza prospettive, e se si avesse davvero la forza di attivare politiche di sviluppo utili, e non solo predire o minimizzare disgrazie, forse un giorno potremmo dire a questi giovani qualcosa di più emozionante e utile di un semplice «arrangiatevi».

da www.lastampa.it

"Se la Fiat detta legge", di Giorgio Galli

La vicenda Fiat Mirafiori ha un’intrinseca complessità: rinvia a questioni in materia di lavoro, come la legge – o un accordo tra le parti sociali – sulla rappresentanza sindacale. Rinvia a considerazioni tattiche sull´opportunità di firme più o meno tecniche, sull´esigenza – di cui un sindacato può farsi carico – di restare in fabbrica anche a prezzo di sottoscrivere un accordo svantaggioso; e rinvia anche a temi di politica industriale, come le responsabilità dell´azienda nelle difficoltà della Fiat. Ma non vi è dubbio che il nucleo di problemi più scottante è quello che verte sul rapporto fra politica (democratica) ed economia. E da questo punto di vista tutti sanno che siamo arrivati a un cambio di orizzonte, a una trasformazione di paradigma; che cioè il caso Fiat è oggi il baricentro su cui convergono le linee di tensione, di crisi o di evoluzione, del sistema-Italia.
Lo sa il governo, che saluta con favore l´isolamento della Fiom, gli scontri dentro la Cgil, l´imbarazzo del Pd, le ammaccature subite dalla stessa Confindustria; che per bocca del ministro del Lavoro, ex socialista, si compiace della drastica riduzione del controllo sociale sull´impresa – cioè del venir meno della strategia della concertazione inaugurata da Ciampi nel 1993 – ; che plaude alla sconfitta delle ideologie, in quanto foriera della modernizzazione del Paese; che propone un´immagine di sé che non è neppure quella del comitato d´affari della borghesia, ma dell´esecutore dei desiderata di un manager.
Lo sanno gli sconfitti, cioè i sindacati, che vedono il proprio ruolo ridotto ad accettare (alcuni) o a rifiutare (altri) linee strategiche e operative elaborate unilateralmente dall´azienda. Che subiscono cioè la trasformazione della dialettica – di una situazione in cui gli attori sono due – in plebiscito, dove la volontà che conta è solo quella di chi pone le domande, e mette la controparte nella posizione subalterna di prendere o lasciare.
Lo sa il vincitore, Marchionne, che ha fatto passare tutte le proprie richieste. Per prima, l´interpretazione della globalizzazione come di una forza cieca e inesorabile, di una svolta del senso della storia, che non può essere gestita ma solo assecondata, e solo nella direzione che l´azienda ritiene più conveniente per sé; accanto a questa, l´annuncio di una nuova epoca delle relazioni tra capitale e lavoro, non più conflittuali ma obbligatoriamente cooperative – e non nel senso della cogestione, ma di una collaborazione asimmetrica, in cui la forza lavoro rinuncia alla propria soggettività politica in cambio dell´impiego, e di qualche ipotetico aumento in busta paga – ; infine, la più aperta e provocatoria, ovvero la pretesa di mano libera, da parte dell´impresa, nel perseguire le proprie strategie: “la Fiat non può essere condizionata”. Accordi e contratti vengono lacerati; l´iniziativa è di una sola parte, di un uomo solo. Il blitz della Decisione, la potenza dell´Incondizionato, spezzano la trama dei rapporti reciproci, dei conflitti e delle mediazioni, l´intreccio delle relazioni tra soggetti diversi, portatori di interessi diversi, in una società complessa. Da oggi il mondo è più semplice: il dispositivo intrinsecamente autoritario della decisione e del plebiscito sostituisce la trattativa, le regole condivise. La salvezza della Fiat è la legge suprema: per la Fiat, per i sindacati, per l´Italia.
Che dietro questo decisionismo ci siano le difficoltà di un´azienda è evidente; ma che quelle che sono debolezze su scala globale vengano rovesciate in potenza unilaterale su scala interna, è una mossa di micidiale efficacia e novità. Significa che il ruolo della politica – per ovvia corresponsabilità del governo – non è più quello di dare forma ed equilibrio a una complessità, di gestire le contingenze e le crisi con riguardo alla molteplicità degli attori in gioco, ma quello di certificare ex post l´esito della legge del più forte; che gli interessi generali del Paese coincidono a priori con quelli della Fiat; che la sovranità – che la Costituzione attribuisce al popolo – si sposta verso chi è capace di impugnare vittoriosamente la decisione; che, almeno tendenzialmente, la Repubblica viene a essere fondata non sul lavoro, ma sul profitto e sullo sviluppo, che è appunto il lavoro visto dall´azienda, privato della centralità dell´uomo.
è davvero, questo, un passaggio epocale; è il momento in cui nel tessuto della nostra democrazia, che finora si è auto-interpretata, nonostante tutto, come liberale e sociale, fa irruzione la globalizzazione, che si propone come l´aperto predominio delle logiche economiche sulle logiche politiche democratiche. Si sta perdendo, insomma, più o meno da parte di tutti, l´occasione per rilanciare la politica come governo democratico della società, e si prende la strada di un ‘realismo´ scivoloso: legittimare l´esistente come necessario, inchinarsi al presunto spirito del tempo, qualunque cosa ciò significhi, mentre si rinuncia allo sforzo critico di stare nel proprio tempo nel modo migliore.

La Repubblica 08.01.11

Si continua a morire perché si crede

La persecuzione all’inizio del 2011 tocca specialmente i cristiani ma purtroppo l’intolleranza religiosa è un seme velenoso che ha generato un albero dai molti rami, tutti pericolosi. Dal PD mozione alla Camera e risoluzione al Parlamento Europeo. La persecuzione all’inizio del 2011 tocca specialmente i cristiani ma purtroppo l’intolleranza religiosa è un seme velenoso che ha generato un albero dai molti rami, tutti pericolosi.
Nelle varie parti del mondo tutti sono vittime: cristiani, musulmani, ebrei, indù, buddisti, così come le confessioni religiose più piccole.
Il Partito Democratico in questi giorni si sta impegnando per fermare l’escalation delle violenze contro i cristiani in diverse aree del mondo, le ultime in Egitto e Nigeria: rifiutiamo l’indifferenza come il semplice cordoglio. “La libertà religiosa è un diritto fondamentale dell’uomo e non possiamo consentire che venga violato in modo sistematico. Abbiamo presentato una mozione in Parlamento (qui il testo integrale) affinché il governo abbia un forte sostegno nelle iniziative urgenti da prendere – annuncia il deputato del Pd Giuseppe Fioroni – per questo, è indispensabile che il ministro Frattini riferisca con urgenza in Parlamento sulla situazione e sulle iniziative che il governo ha intrapreso e intende intraprendere a livello internazionale ed europeo». La mozione è aperta alla sottoscrizione di tutti i colleghi parlamentari e un testo analogo sarà presentato al Senato della Repubblica. Sulla strage era intervenuto il primo gennaio il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, invitando alla mobilitazione internazionale per la difesa della libertà religiosa e annunciando come i democratici siano “pronti ad appoggiare ogni iniziativa del governo. L’Italia può e deve avere ruolo particolare”.
Bersani è convinto che l’Europa debba impegnarsi di più e per questo il 4 gennaio ha chiesto alla UE di “promuovere immediatamente azioni concrete, ponendosi alla guida del movimento che sta crescendo tra i governi e l’opinione pubblica internazionale per mettere fine ai sanguinari attacchi alla libertà religiosa che hanno colpito la comunità cristiana”. I rappresentanti democratici intanto si muovono al Parlamento Europeo come ha reso noto il suo Vice presidente Gianni Pittella (Pd) che assieme al presidente degli eurodeputati del Pdl, Mario Mauro, ha annunciato al Tg2 l’intenzione di presentare una risoluzione comune all’Assemblea di Strasburgo dopo la strage di cristiani copti perpetrata a capodanno ad Alessandria d’Egitto. ”Questa è una campagna di civiltà e di libertà – ha detto Pittella – è francamente intollerabile ogni forma di discriminazione e di persecuzione a danno di chi professa liberamente la propria fede”. ”Per questa ragione, con il collega Mario Mauro, fuori da ogni appartenenza politica, presenteremo una risoluzione comune al Parlamente europeo perche’ tutte le istituzioni europee e nazionali diano le risposte piu’ ferme a quest’atto immondo che ha segnato drammaticamente l’inizio del nuovo anno”.

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio pochi giorni fa, il 3 gennaio, sul Corriere della Sera ricordava come ormai “Il XXI secolo è un secolo del martirio come il Novecento. Che fare? Interesse, solidarietà, interventi internazionali sono importanti. Spesso si tratta però di dichiarazioni e poco dopo si spegne l’attenzione senza continuità. La comunità internazionale deve aprire gli occhi, uscendo dal consolidato politically correct”.
Riccardi ricorda anche ” la violenza che, dall’Africa all’America Latina, trova nella presenza cristiana un argine alla dittatura sanguinaria del crimine e ai suoi effetti barbari. Per questo colpisce i cristiani. Nel 2005 una suora americana, Dorothy Stang, fu uccisa perché aiutava i senza terra in Brasile: «Ecco la mia unica arma» disse mostrando la Bibbia agli assassini. Davvero il XXI secolo si presenta come nuovo secolo del martirio. C’è una responsabilità nel sostenere i cristiani in difficoltà, non lasciandoli soli. Spesso la solitudine aumenta la vulnerabilità. Ma niente è semplice in questo mondo contemporaneo così complesso. Forse il martirio rivela allo stanco cristianesimo occidentale del nostro tempo la fibra peculiare dell’essere cristiani, che emblematicamente attira l’odio”.

L’Europa sia presente in Egitto.
E David Sassoli, capodelegazione PD a Bruxelles chiede all’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton di far sentire la voce dell’Europa, con azioni concrete e non solo con enunciazioni di principio”. “Non dobbiamo lasciare sole le chiese di ogni confessione – spiega – la politica ha il dovere di dare forza alla loro azione e insieme di affermare che la libertà religiosa è un bene indisponibile e premessa di un mondo di pace. La politica estera dell’Unione ha ora l’occasione di dimostrare al mondo lapropria autorevolezza. Sarebbe un grande segno di attenzione se Catherine Ashton si recasse subito in Egitto e nei paesi dove la libertà religiosa è minacciata e dove gli equilibri politici rischiano di minare la stabilità internazionale. Limitarsi, come si legge oggi sulle agenzie, ad una discussione in occasione del rapporto annuale sui diritti dell’uomo, non basta. La Ashton venga in Aula a Strasburgo, promuova subito una missione Ue in Egitto e metta a disposizione il palcoscenico dell’Europa per un’iniziativa che veda insieme i capi religiosi dei paesi più a rischio. E’ l’occasione per dimostrare al mondo la credibilità delle istituzioni europee”.

Intanto davanti alla chiesa dei Due Santi, teatro della strage, cori di dimostranti invocano vendetta. Saranno un migliaio, per lo più giovanissimi, la croce copta tatuata sulle braccia, ma non ci provano neanche ad attaccare il muro di scudi ed elmetti neri che sbarra ogni accesso.
Alberto Stabile per la Repubblica è andato tra di loro: “Vede – ironizza uno dei caporioni – non essendo riuscita ad evitare la strage, la polizia di Mubarak sta difendendo la chiesa dai suoi stessi fedeli”.

In realtà, il cordone di agenti isola e difende anche la moschea che sorge davanti alla chiesa e i cui minareti risplendono nella notte di luce verde. Nella tensione provocata dall’attentato, un gruppo di cristiani ostili è penetrato nella moschea sfondando porte e finestre, ma senza arrecare gran danno. L’intenzione delle autorità è, comunque, di evitare scontri fra le due comunità, che qui ad Alessandria, persino più che al Cairo, vivono nello stesso calderone urbano, i superaffollati quartieri anni 70 che sorgono alle spalle del lungomare interamente lasciato al turismo, ai grandi alberghi, alle vestigia sopravvissute di una grande civiltà antica.
E’ sempre triste vedere il terrorismo conquistarsi la scena. Ma lo è in modo particolare in questa città che è stata per secoli culla e capitale di molte culture, e che soltanto da poco, dopo decenni di decadenza, sta cercando di rialzare la testa.
L’assurdo è che intanto come scrive Federica Zoia su Avvenire “d’ora in poi, se dalle autorità egiziane non giungeranno segnali forti di voler stroncare tensioni religiose e integralismo, qualsiasi festa cristiana sarà vissuta con ansia. Come un potenziale appuntamento con la morte”.
Purtroppo nelle stesse ore la Lega ne ha approfittato per protestare contro la nuova moschea a Torino, che diventerebbe un focolaio di terroristi. Ragionamenti strumentali e assurdi a cui risponde il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino: “Dal Carroccio solo sciocchezze, così noi batteremo il terrorismo. La Lega dice stupidaggini. Non ne sono affatto stupito ma la nuova Moschea è un battaglia di civiltà, le persone hanno diritto di esprimere la loro fede senza nascondersi. Ammesso che esista qualche pericolo di vicinanza con il terrorismo, è molto più facile il controllo in una moschea regolare piuttosto che in locali abusivi”.
Tema su cui è tornato il coordinatore del Forum Immigrazione PD, Marco Pacciotti, su l’Unità: “Dire sì oggi alla moschea di Torino, significa quindi ribadire in concreto quali siano i diritti di cittadinanza e rafforzare il senso di appartenenza piena alla comunità dove si vive. L’antidoto migliore contro ogni fanatismo religioso, un modello di sviluppo che garantisce coesione sociale e quindi vera sicurezza, non quella declamata a ridosso delle elezioni o rappresentata grottescamente dalle “famose” ronde.

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Il 28,9% dei giovani italiani è disoccupato. Record dal 2004.

I dati Istat per in Italia evidenziano una fase drammatica e Sacconi dice che va tutto bene. Fassina: “Larga parte delle generazioni più giovani transitano dalla precarietà all’esclusione mentre il governo tira a campare”. Il tasso di disoccupazione in Italia di conferma a novembre attorno allo 8,7% con un lieve migioramento rispetto allo scorso novembre dello 0,1%. Difficoltà crescenti invece per l’occupazione giovanile che cala di quasi un punto di percentuale rispetto a ottobre 2010 e del 2,4% rispetto al 2009 (i giovani disoccupati sono il 28,9%). In generale si tratta di due record negativi che non si registravano dal gennaio del 2004. Questa è la sintesi delle stime provvisorie sull’occupazione in Italia presentate oggi dall’Istat.

Si tratta di numeri preoccupanti a prescindere da qualunque parte politica li si voglia analizzare. È difficile deformare la realtà quando in Italia ci sono 2 milioni e 175mila persone in cerca di occupazione

In generale il tasso di occupazione è lievemente migliorato (0,1%) e si attesta al 56,8%, è in crescita di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto a novembre 2009. Dal rapporto inoltre si legge che “a novembre 2010 il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,1 per cento rispetto a ottobre e dello 0,6 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di inattività, pari al 37,8 per cento, è invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre 2009”.

Sebbene sia ancora molto basso (46,3%) è il miglioramento del tasso di occupazione femminile uno dei pochi dati incoraggianti. L’occupazione femminile è aumentata dello 0,7% rispetto a ottobre e dell’1,4% su base annua. Quasi invariato il tasso di disoccupazione femminile, pari al 10%, in aumento dello 0,1% rispetto allo scorso novembre. È però aumentato il numero di donne disoccupate: dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a un anno prima.

Allargando i panorami, la disoccupazione nell’eurozona a novembre è rimasta stabile: lo 10,1%. Il numero dei disoccupati nell’Ue è di circa 23milioni, di cui quasi 16 nell’eurozona (dato in calo). Le nazioni più virtuose sull’occupazione lavorativa si confermano l’Olanda (4,4% di disoccupazione), il Lussemburgo (4,8%) e l’Austria (5,1%); le più in difficoltà sono la Spagna (20,6%), la Lituania (18,3%) e la Lettonia (18,2%).

Per Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, “anche i dati di oggi segnalano che ci stiamo avvitando in una spirale di stagnazione, elevata disoccupazione, fragilità degli equilibri di finanza pubblica. Drammatica l’ulteriore caduta del tasso di occupazione che pure sottostima la dimensione del problema poiché non include i lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione. Drammatico soprattutto il livello della disoccupazione giovanile: larga parte delle generazioni più giovani transitano dalla precarietà all’esclusione senza speranza dal lavoro. Alla luce di questi dati l’analisi e la proposta politica di Bersani traccia una via di uscita alla crisi in cui ci dibattiamo. E’ necessaria una fase di ricostruzione economica e sociale del Paese. Il Pd con Bersani chiede alle forze politiche di confrontarsi perché è sempre più urgente avviare una stagione di riforme per la crescita e il lavoro, sostenere la domanda interna attraverso una seria riforma fiscale. Siamo in una fase straordinaria e solo un patto di natura costituente può realizzare le condizioni per riuscire a ripartire. Per ora il governo preferisce tirare a campare mentre il ministro Sacconi continua a scaricare sulle condizioni del lavoro i costi delle mancate riforme. Siamo sicuri che anche oggi il ministro tenterà di ridimensionare il problema della disoccupazione sostenendo che è inferiore alla media europea dimenticandosi che gli altri paesi non hanno la Cig e che hanno tassi di attività molto più elevati dei nostri”.

Anche per Antonio Misiani, componente della Commissione Bilancio del Pd, “la già grave situazione occupazionale italiana, evidenziata dai dati Istat, è resa ancora più drammatica dalle dichiarazioni del ministro Sacconi che nega la realtà. Oggi Sacconi annuncia che il governo ha intenzione di avviare un fantomatico piano per i giovani. Peccato che siano stati buttati tre anni senza fare nulla e che le risorse di cui si parla sono meno che irrisorie se non addirittura inesistenti perché, come ha fatto ben capire il ministro dell’economia, soldi non ce ne sono. L’ inerzia del governo è riassunta bene dalle parole di Sacconi, rilanciare nuove proposte che non saranno realizzate e intanto tirare a campare mentre il paese sta affonda. D’altra parte la stessa vicenda Fiat la dice lunga sull’assenza di una politica economica da parte di un governo che in maniera dissennata pensa che basti scaricare sulle spalle dei lavoratori il peso della mancanza di
competitività del nostro paese. Così non si va da nessuna parte. La sfida rappresentata da Marchionne deve essere raccolta e governata, limitarsi a stare sugli spalti a fare il tifo come fa l’esecutivo è insensato”.

“Risvegli. Così si potrebbe chiamare la nuova stagione oggi inaugurata dal Ministro della Gioventù Meloni la quale, scuotendosi da un lungo torpore, si è accorta del drammatico dato Istat sulla disoccupazione giovanile. Se la prende con la Prima Repubblica, come se la Seconda, quella targata Berlusconi, sia del tutto innocente. Il premier, a giudicare dalle iniziative promosse a favore dei giovani, meriterebbe invece il premio “Erode” per aver dilapidato il futuro delle nuove generazioni di italiani con provvedimenti, bolliti e ribolliti, annunciati con zelo dalla Meloni, che sono solo acqua fresca. Non servono spot. Serve un nuovo patto repubblicano, come quello indicato da Bersani questa mattina”. Lo ha dichiara Emanuele Trappolino, deputato Pd.

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Modena: stele ai nazifascisti, il Pd: “Proposta oltraggiosa e vergognosa”

La proposta leghista di erigere una stele in ricordo delle vittime nazi-fasciste provoca la durissima reazione del capogruppo Pd in Consiglio comunale Paolo Trande. Ecco la sua dichiarazione.
«La proposta, di erigere una stele in ricordo delle vittime nazi-fasciste accanto alla stele che ricorda i sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, fatta dal gruppo consiliare della Lega Nord è semplicemente oltraggiosa e vergognosa. In nome della pacificazione viene proposto un accostamento culturale, storico e una vicinanza fisica di ricordi a dir poco rivoltante. Questa proposta della Lega è la conferma di quanto abbiamo sostenuto nei mesi passati: la Lega di Modena è nelle mani di dirigenti sempre più “neri e revisionisti”. Forse anche per questo hanno cacciato Manfredini a cui l’antifascismo non faceva difetto.

Le forze democratiche che fanno riferimento alla Costituzione Repubblicana e antifascista, che hanno dato la democrazia a questo paese con la Lotta di Liberazione non consentiranno mai e poi mai, se lo ficchino in testa, che Modena Medaglia d’Oro della Resistenza abbia una stele che ricorda nazi-fascisti e repubblichini e non permetterà l’abominio di accomunare le vittime, ovvero i morti inermi e incolpevoli e i liberatori italiani e stranieri, con chi si schierò dalla parte dei regimi autoritari che perpetrarono le leggi razziali, la persecuzione e lo sterminio. a pacificazione di questi revisionisti che non riescono neanche a dissimulare le loro pulsioni culturali di stampo autoritario a noi non interessa. Ai dirigenti leghisti modenesi gridiamo: vergogna, vergogna e poi ancora vergogna. Non passerete».

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Stele ai nazifascisti, Bonaccini: “Appello a tutti i democratici”

Il segretario regionale del Pd condanna duramente la proposta leghista: “Tentativo di riscrivere la storia e confondere le ragioni dei giusti con i crimini degli assassini”
Il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini usa parole di dura condanna per commentare la proposta leghista di erigere a Modena una stele che ricordi le vittime nazifasciste della seconda guerra mondiale. Ecco la sua dichiarazione.
«I leghisti che siedono in Consiglio provinciale a Modena si dovrebbero vergognare. Proporre di erigere una stele a ricordo dei nazifascisti morti durante la Resistenza è non solo una provocazione ma un’offesa alla coscienza civile di tutti i modenesi. Forse i leghisti padani non sanno, o fanno finta di non sapere, che un senso di appartenenza comune gli italiani lo hanno già trovato, alla fine della guerra, nella Repubblica e nella Costituzione; quindi non hanno bisogno di rappacificarsi con il regime fascista né con i torturatori nazisti, né con i loro complici italiani. I morti meritano rispetto, tutti allo stesso modo; non così le azioni di chi ha scelto di stare con gli oppressori. Mi appello a tutti i democratici – anche a quelli che militano a destra e nelle stesse file leghiste – affinché facciano sentire la loro voce contro questo tentativo di riscrivere la storia e confondere le ragioni dei giusti con i crimini degli assassini».

Napolitano: celebrare l'Unità d'Italia, rispettare il Tricolore. No ad impulsi disgregativi che possono minare la coesione della nazione

“Vorrei rivolgere un vivo incitamento a tutti i gruppi politici, di maggioranza e di opposizione, a tutti coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni nazionali regionali e locali, perché nei prossimi mesi, al Sud e al Centro come al Nord, si impegnino a fondo nelle iniziative per il centocinquantenario, così da renderne davvero ampia e profonda la proiezione tra i cittadini, la partecipazione dei cittadini, in rapporto ad una ricorrenza da tradurre in occasione di rafforzamento della comune consapevolezza delle nostre responsabilità nazionali”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Teatro Valli di Reggio Emilia ha aperto le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia nella giornata della Festa della Bandiera.

“Sono convinto – ha affermato il Capo dello Stato – che ciò sia possibile anche perché c’è una persistenza della memoria del Risorgimento e del moto nazionale unitario assai più diffusa, in tutte le regioni, di quanto taluno mostri di ritenere. E alle forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misura rilevante in una parte del paese, vorrei dire che il ritrarsi, o il trattenere le istituzioni, dall’impegno per il cento cinquantenario – che è impegno a rafforzare le condizioni soggettive di un’efficace guida del paese – non giova a nessuno. Non giova a rendere più persuasive, potendo invece solo indebolirle, legittime istanze di riforma federalistica e di generale rinnovamento dello Stato democratico”.

Il Presidente della Repubblica ha sottolineato che “non fu per caso” che il Tricolore “venne collocato all’articolo 12 il riferimento al tricolore italiano come bandiera della Repubblica. Riferimento sobrio, essenziale, ma imprescindibile. I Costituenti vollero farne – con quella collocazione nella Carta – una scelta non solo simbolica ma di principio. E dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto che vengano sottoposti a revisione quei ‘Principi fondamentali’ della nostra Costituzione, ciò dovrebbe significare che per tutti è pacifico l’obbligo di rispettarli. Comportamenti dissonanti, con particolare riferimento all’articolo sulla bandiera tricolore, non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiano ruoli di rappresentanza e di governo”.

Le prove “che attendono e già incalzano l’Italia in un delicato contesto europeo e in un arduo confronto internazionale”, ha rilevato il Presidente Napolitano, sono dure e difficili ma il Paese se unito può farcela: “Vorrei solo dire che la premessa per affrontarle positivamente, mettendo a frutto tutte le risorse e le potenzialità su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come Stato nazionale aperto a tutte le collaborazioni e a tutte le sfide ma non incline a riserve e ambiguità sulla propria ragion d’essere, e tanto meno a impulsi disgregativi, che possono minare l’essenzialità delle sue funzioni, dei suoi presidi e della sua coesione”.

Concludendo il suo intervento, il Presidente della Repubblica ha affermato: “Sia più che mai questo 7 gennaio 2011, la riflessione e la festa con cui oggi la celebriamo a Reggio Emilia, pegno della nostra determinazione nel riaffermare, tutelare, rinsaldare l’unità nazionale, che fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita”.

Nel pomeriggio è in programma la visita al Museo Cervi di Gattatico, sede dell’Istituto Cervi e dell’Archivio Emilio Sereni.

In serata l’arrivo a Forlì, dove il Presidente incontra in Comune gli amministratori locali. L’8 gennaio, dopo una deposizione di una corona presso il monumento a Aurelio Saffi, il Capo dello Stato interviene al Teatro “Diego Fabbri” ad un incontro con le istituzioni e la cittadinanza caratterizzato dalla presentazione, da parte del sindaco Roberto Balzani, del racconto per voci, suoni e immagini “Come fu che la Romagna divenne italiana. Un territorio e il suo debito con il Risorgimento”.

Nel pomeriggio, a Ravenna, è prevista la partecipazione, nella sala Preconsiliare del Comune, alla commemorazione delle figure di Benigno Zaccagnini e Arrigo Boldrini da parte di Sergio Zavoli. Quindi il Presidente partecipa al Teatro “Alighieri” al convegno “Ravenna e l’Unità d’Italia: 150 anni di una passione popolare” con gli interventi del sindaco, dei presidenti della Provincia e della Regione e la prolusione del prof. Sauro Mattarelli.

La visita del Capo dello Stato si conclude alla sede della Cooperativa Muratori e Cementisti per il 110° anniversario di fondazione della Cooperativa.

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Napolitano: “Non giova non celebrare”. Bossi: “Negativo farlo senza federalismo”

Il capo dello Stato inaugura i festeggiamenti a Reggio Emilia, dove nacque il Tricolore, richiamando i principi e i valori della bandiera e della Costituzione e chiedendo il loro “obbligatorio rispetto” da parte delle “forze politiche con significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale”. Il leader del Carroccio: “Non giova festeggiare quando tutto è ancora centralizzato a Roma”. Inaugurando a Reggio Emilia le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, il capo dello Stato Giorgio Napolitano rivolge alla Lega il monito: “A forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misure rilevante in una parte del Paese, vorrei dire che il ritrarsi o il trattenere le istituzioni, dall’impegno per il centocinquantenario non giova a nessuno”. E ancora, “la premessa per affrontare positivamente” le dure prove che attendono il futuro del Paese “sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita” come stato nazionale “non incline a impulsi disgregativi”.

Dopo una prima replica di Luca Zaia, è il leader del Carroccio Umberto Bossi a ribaltare lo scenario. “Celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia senza il federalismo, con tutto ancora centralizzato a Roma, sarebbe una cosa negativa” dice il Senatùr, perché non gioverebbe alle “legittime istanze di riforma federalistica”. “Il federalismo è una speranza – conclude Bossi -. Bisognerebbe almeno arrivare a realizzare il progetto di Cavour”.

Napolitano a Reggio Emilia. Giorgio Napolitano assiste all’alzabandiera in piazza Prampolini, a Reggio Emilia, e apre ufficialmente le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia. “Non c’era luogo e giorno più giusto per dare il via alla fase più intensa delle celebrazioni” dice il capo dello Stato, ricordando che proprio a Reggio Emilia è nato il tricolore. La bandiera e la Costituzione, assieme ai principi di cui sono portatori i due simboli, saranno al centro del discorso che il presidente della Repubblica rivolge alla folla che gremisce il Teatro Valli dopo aver ascoltato l’inno di Mameli. Presenti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, Sergio Chiamparino, Matteo Renzi e Gianni Alemanno sindaci di tre città che sono state capitali d’Italia, Torino Firenze e Roma. A questo proposito, è polemica a Salerno, dove storici, intellettuali e università lamentano il mancato invito alle celebrazioni del sindaco De Luca e la rimozione del ruolo storico della città, che fu di fatto capitale d’Italia dopo la caduta del fascismo, nei mesi che intercorsero tra lo sbarco alleato e la liberazione di Roma nell’agosto del 1944.

“No a visione acritica del Risorgimento”. Il discorso del capo dello Stato è ricco di passaggi che riportano le sue riflessioni al presente. “Nel 2010 abbiamo ricordato la spedizione dei Mille e altri avvenimenti del 1860 – premette Napolitano -. Adesso dobbiamo ricordare come nacque l’Italia unita e dobbiamo farlo certamente senza indulgere a una visione acritica del Risorgimento, a una rappresentazione idilliaca. Quel che è giusto sollecitare è un approccio non sterilmente recriminatorio e sostanzialmente distruttivo, un approccio che ponga in piena luce il decisivo avanzamento storico consentito all’Italia dalla nascita dello stato nazionale. Naturalmente bisogna metterlo in luce senza nascondere contraddizioni e perfino storture”.

Gli stessi “fondamenti identitari comuni, segnatamente culturali – prosegue il presidente -, sono emersi attraverso un plurisecolare travaglio come propri della nazione italiana ben prima del suo tardivo costituirsi in stato unitario”. Il Capo dello Stato, in particolare, elogia la prolusione dello storico Alberto Melloni che ha “soprattutto affrontato senza infingimenti i limiti che segnarono a lungo il riconoscimento del valore comune del Tricolore, e ha fatto la storia della delusione, dello scontento che accompagnò e ben presto seguì il compimento dell’unità, la proclamazione, nel 1861, del Regno d’Italia, e che ha finito per riprodursi fino ai giorni nostri”.

“Tricolore e Costituzione, un obbligo rispettarli”. Ma, avverte Napolitano, “rispettare la Costituzione e il Tricolore, soprattutto per chi ha responsabilità di governo, è un obbligo”. E’ il momento del monito del presidente. “Dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto che vengano sottoposti a revisione quei principi fondamentali della nostra Costituzione, ciò dovrebbe significare che per tutti è pacifico l’obbligo di rispettarli. Comportamenti dissonanti, con particolare riferimento all’articolo sulla bandiera tricolore, non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiamo ruoli di rappresentanza e di governo”.

Il capo dello Stato si rivolge poi chiaramente alla Lega. “A forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misure rilevante in una parte del Paese, vorrei dire che il ritrarsi o il trattenere le istituzioni, dall’impegno per il centocinquantenario non giova a nessuno”.

Non giova, in particolare, connotare il federalismo in via di approvazione con impulsi disgregativi, in un periodo storico che pone il Paese di fronte a importanti e dure prove da superare in campo sociale ed economico. “Vorrei solo dire – afferma Napolitano – che la premessa per affrontare positivamente queste prove, mettendo a frutto tutte le risorse e le potenzialità su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come stato nazionale aperto a tutte le collaborazione e a tutte le sfide, ma non incline a riserve e ambiguità sulla propria ragion d’essere. E tanto meno a impulsi disgregativi che possono minare l’essenzialità delle sue funzioni, dei suoi presidi e delle sua coesione”. L’unità nazionale, conclude il capo della Stato “fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita”.

Subito dopo il discorso del Capo dello Stato, tanto Chiamparino quanto Alemanno e Renzi sottoscrivono il messaggio di Napolitano. I primi due, in particolare, mettono in evidenza le “incertezze” delle forze al governo sul tema delle celebrazioni (Chiamparino) e l’importanza di non fare del federalismo un “sinonimo di separazione” (Alemanno).

Zaia: “Federalismo, non scelta ma necessità”. Finché dal Carroccio non giunge la replica di Luca Zaia. “La miglior risposta che il Parlamento può dare alle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia è approvare il federalismo – dichiara il governatore del Veneto -. Il federalismo è un movimento centrifugo, non centripeto, unisce se si fa. E poi la riforma era già nelle intenzioni dei padri costituenti nel 1948, ma non è mai stata attuata”. “Lo stesso Napolitano – conclude Zaia – ha spiegato che il federalismo non è più una scelta, ma una necessità. Dunque è il tempo che la necessità diventi realtà”.

Alle parole di Zaia fanno eco le dichiarazioni di Angelo Alessandri, deputato della Lega e segretario regionale del Carroccio in Emilia Romagna. “Il 2011 più che un anno di celebrazioni deve essere un anno di grandi riforme. Il messaggio di Napolitano non è sbagliato, ma è l’approccio che non condivido. Non è che se si celebra in maniera entusiastica l’unità d’Italia, allora puoi fare anche le riforme. In questo modo sembra quasi che non servano le riforme”. “Più che la retorica – avverte Alessandri – servono inviti forti perché tutti indistintamente si mettano attorno a un tavolo per fare quelle riforme che sono urgenti e non più rinviabili per il Paese. Se prendiamo spunto dalle celebrazioni dell’unità d’Italia per fare le riforme ben venga, ma niente retorica”.

E nel dibattito si inserisce anche Radio Padania, che apre il suo microfono agli umori del popolo leghista. “Non sempre il presidente della Repubblica ha ragione”. “L’Unità d’Italia non è un dogma”. “Il 93% dei veneti ha dichiarato che non è giusto festeggiare l’Unità d’Italia”, sono alcune delle osservazioni degli ascoltatori dell’emittente vicina alla Lega Nord.

da repubblica.it

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«Non celebrare l’unità indebolisce il federalismo»
Saluto “speciale” di Napolitano a Prodi
Il governo è rappresentato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, poi ci sono i sindaci della provincia, il deputato del Pd Pierluigi Castagnetti, il presidente dell’Anci e governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani: a tutti loro, oltre che ai cittadini che l’accolgono con calorosi applausi, va il saluto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, a Reggio Emilia, apre le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ma un saluto particolare Napolitano lo tributa, dal palco del Teatro Valli, all’ex premier Romano Prodi. “Tra gli ospiti presenti – ha detto il Capo dello Stato – saluto Romano Prodi sapendo tutto ciò che rappresenta e sapendo che è di casa qui”. Il ‘tributo’ è stato seguito da un lungo applauso.

La folla applaude il presidente: mandali tutti a casa. “Mandali tutti a casa quelli là…”: nel tripudio di applausi per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Reggio Emilia c’è anche chi gli grida questa frase. Il capo dello Stato si sofferma a salutare i cittadini fuori dal teatro Valli dove si è tenuta la cerimonia che ha aperto le celebrazioni per il 150 anni per l’Unità d’Italia. Applausi calorosi, saluti e un tripudio di tricolori sono l’accoglienza che Reggio Emilia riserva al capo dello Stato.

Napolitano: l’art. 11 fa argine a reviviscenza nazionalismo
L’unita’ nazionale ha superato in 150 anni prove drammatiche e dopo l’esperienza del fascismo e della lotta antifascista della Resistenza trovo’ nell’Assemblea Costituente il modo di superare ”antiche antinomie e guasti profondi e condusse al recupero di ideali, valori, simboli comuni che erano stati piegati a logiche aberranti dal nazionalismo e dal fascismo”, ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricordando in particolare gli articoli 11 e 12 della Costituzione. Con la nascita della Repubblica, ha detto ”l’idea di nazione, l’amor di patria acquistarono o riacquistarono il fondamento di verita’ e il loro senso condiviso, cosi’ come lo riacquistarono i principi di solidarieta’ dello stato laico e di liberta’ religiosa”. ”Il piu’ granitico argine ad ogni reviviscenza nazionalistica, per la pace e la giustizia tra le nazioni, fu posto nell’articolo 11 della Costituzione e, nella pratica, con la nascita e lo sviluppo dell’Europa comunitaria. E non fu per caso che venne collocato all’articolo 12 il riferimento al Tricolore italiano come bandiera della Repubblica. Fu una scelta non solo simbolica ma di principio”.

Napolitano: prove ardue attendono l’Italia, l’Unità può superarle
Sono difficili e dure le prove “che attendono e già incalzano l’Italia in un delicato contesto europeo e in un arduo confronto internazionale” ma il Paese se “unito” può farcela. Lo dice da Reggio Emilia, dove ha aperto le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Napolitano non fa mistero di avere “preoccupazioni su cui ho avuto modo di esprimermi ampiamente per le difficoltà e la durezza delle prove che attendono e già incalzano l’Italia” ma a Reggio Emilia evita di ripeterle. Comunque sia la strada da seguire è una e non può prescindere dall’unità e dalla coesione del Paese. “Vorrei solo dire che la premesse per affrontarle positivamente – spiega -, mettendo a frutto tutte le risorse e le potenzialità su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come Stato nazionale aperto a tutte le collaborazioni e a tutte le sfide ma non incline a riserve e ambiguità sulla propria ragion d’essere e tanto meno ad impulsi disgregativi che possono minare l’essenzialità delle sue funzioni, dei suoi presidi e della sua coesione”. Napolitano rilancia dunque “la nostra determinazione nel riaffermare, tutelare, rinsaldare l’unità nazionale che fu la causa a cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita”.

Napolitano, Unità fu decisivo avanzamento
Nel 2010 abbiamo ricordato la spedizione dei Mille e altri avvenimenti del 1860, adesso dobbiamo ricordare come nacque l’Italia unita e dobbiamo farlo certamente senza indulgere ad ”una visione acritica del risorgimento, ad una rappresentazione idilliaca, quel che e’ giusto sollecitare e’ un approccio non sterilmente recriminatorio e sostanzialmente distruttivo, un approccio che ponga in piena luce il decisivo avanzamento storico consentito all’Italia dalla nascita dello stato nazionale”, ha detto Giorgio Napolitano nel discorso al teatro Municipale Valli di Reggio Emilia. Naturalmente, ha aggiunto, bisogna metterlo in luce senza nascondere ”contraddizioni e perfino storture”. Gli stessi ”fondamenti identitari comuni, segnatamente culturali, sono emersi – ha ricordato Napolitano – attraverso un plurisecolare travaglio come propri della nazione italiana ben prima del suo tardivo costituirsi in stato unitario”. Il Capo dello Stato ha elogiato la prolusione dello storico Alberto Melloni che ha ”soprattutto affrontato senza infingimenti i limiti che segnarono a lungo il riconoscimento del valore comune del Tricolore, ed ha fatto la storia della delusione, dello scontento che accompagno’ e ben presto segui’ il compimento dell’unita’, la proclamazione, nel 1861, del Regno d’Italia, e che ha finito per riprodursi fino ai giorni nostri”. E’ stato un processo complesso con varie fasi politiche. Ad esempio, ha ricordato Napolitano, dopo il 1860 una parte delle forze risorgimentali che si erano battute per l’unita’ andarono all’opposizione: mazziniani, garibaldini, repubblicani, paleo-socialisti. ”La critica del Risorgimento, come ha documentato Giuseppe Galasso, in diverse fasi successive ha conosciuto significative espressioni”. Queste sfumature, queste diversita’ di valutazioni, ha concluso Napolitano, devono essere raccontate ”ma senza perdere di vista quale e’ il valore complessivo, positivo, del coronamento del moto per l’unita’ nazionale”.

Costituzione ha ridato senso e verità ad amor patria
L’amore di patria ha ritrovato senso e verità, dopo l’uso che ne era stato fatto nel ventennio fascista, grazie alla Costituzione democratica e va oggi riconosciuto e difeso. Lo dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aprendo a Reggio Emilia, città del primo Tricolore, le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia. La Resistenza, “in tutte le sue manifestazioni” e la “straordinaria ricerca dell’intesa nell’assemblea costituente portò al superamento di antiche antinomie e di guasti profondi, condusse al recupero di ideali, valori, simboli comuni che erano stati piegati a logiche aberranti dal nazionalismo e dal fascismo”. “L’idea di nazione – insiste Napolitano -, l’amor di Patria acquistarono o riacquistarono il loro fondamento di verità e il loro senso condiviso così come i principi di sovranità dello Stato laico e di libertà religiosa”.

Napolitano: no ad impulsi disgregativi
Giorgio Napolitano ricorda che ci attendono e ci incalzano prove difficili e dure ”in un delicato contesto europeo e in un arduo confronto internazionale”, prove per cui ha gia’ espresso ”preoccupazioni” ;adesso, a Reggio Emilia, aggiunge ”che la premessa per affrontarle positivamente” e’ fare leva sulla unita’ nazionale e respingere ”impulsi disgregativi”. ”Vorrei solo dire – ha affermato Napolitano – che la premessa per affrontare positivamente queste prove, mettendo a frutto tutte le risorse e le potenzialita’ su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come stato nazionale aperto a tutte le collaborazione e a tutte le sfide, ma non incline a riserve ed ambiguita’ sulla propria ragion d’essere e tanto meno ad impulsi disgregativi che possono minare l’essenzialita’ delle sue funzioni, dei suoi presidi e delle sua coesione”. L’unita’ nazionale, ha concluso il capo della Stato ”fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita”.

Napolitano: chi è al governo, rispetti il tricolore
Tutti, ma ancor di piu’ chi ha responsabilita’ di rappresentenza e di governo deve rispettare il Tricolore che e’ un simbolo unitario indicato nella Costituzione, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in uno dei passaggi piu’ applauditi del discorso al Teatro Valli di Reggio Emilia. ”Non fu per caso – ha detto – che venne collocato all’articolo 12 il riferimento al tricolore italiano come bandiera della repubblica. Riferimento sobrio, essenziale, ma imprescindibile. I costituenti vollero farne, con quella collocazione nella Carta, una scelta non solo simbolica di principio. E dato che nessun gruppo politico ha mia chiesto che vengano sottoposti a revisione quei ‘Principi fondamentali’ della nostra costituzione cio’ dovrebbe significare che per tutti e pacifico l’obbligo di rispettarli. Comportamenti dissonanti con particolare riferimento all’articolo sulla bandiera tricolore, non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiamo ruoli di rappresentanza e di governo”.

Napolitano alla Lega: Non celebrare l’Unità non giova al federalismo
Ritrarsi dall’impegno a celebrare il 150/esimo anniversario della Unita’ d’Italia ” non giova a nessuno, non giova a rendere piu’ persuasive, potendo invece solo indebolirle,le legittime istanze di riforma federalistica e di generale rinnovamento dello Stato democratico”, ha detto Giorgio Napolitano nel suo discorso a Reggio Emilia. Il presidente della Repubblica, nel discorso al Teatro Valli che avvia le cerimonie ufficiali del 2011 per 150/mo dell’unita’ d’Italia, ha rivolto ”un vivo incitamento a tutti i gruppi politici, di maggioranza e di opposizioni, a tutti coloro che hanno responsabilita’ nelle istituzioni nazionali, regionali e locali perche’ nei prossimi mesi, al sud e al centro come al nord si impegnino a fondo nelle iniziative cosi’ da renderne davvero ampia e profonda la proiezione tra i cittadini, la loro partecipazione, in rapporto ad una ricorrenza da tradurre in occasione di rafforzamento della comune consapevolezza delle nostre responsabilita’ nazionali”. ”Sono convinto – ha aggiunto – che cio’ sia possibile anche perche’ c’e’ una persistenza della memoria del Risorgimento e del moto nazionale unitario assai piu’ diffusa, in tutte le regioni, di quanto taluno mostri di ritenere. E a forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misure rilevante in una parte del Paese, vorrei dire che il ritrarsi, o il trattenere le istituzioni, dall’impegno per il centocinquantenario, che e’ impegno a rafforzare le condizioni soggettive di un’efficacia guida del Paese, non giova a nessuno”.

Separatisti Bolzano: nulla in comune con bandiera
”E’ necessario che all’Alto Adige sia consentito di decidere con un voto se vogliamo essere e continuare ad essere parte dell’Italia del tricolore”. Lo afferma la direzione di Suedtiroler Freiheit, il partito della separatista Eva Klotz sulle celebrazioni del 150/o anniversario dell’unita’ d’Italia. In una nota, il partito afferma che l’Alto Adige ”e’ divenuto parte dell’Italia contro la propria volonta’ 92 anni fa” e protesta contro l’obbligo di esporre il tricolore ”visto che, in sostanza, non abbiamo nulla in comune con questa bandiera”.

Napolitano consegna la bandiera ai sindaci
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dato il via alle celebrazioni del 150/o anniversario dell’unita’ d’Italia, che coincidono con i festeggiamenti dell’anniversario della bandiera tricolore a Reggio Emilia, consegnando ai sindaci delle tre citta’ che sono state capitali italiane, Torino, Firenze e Roma, Sergio Chiamparino, Matteo Renzi e Gianni Alemanno, la copia del primo tricolore. Si tratta di una riproduzione della bandiera che venne scelta proprio a Reggio Emilia nel 1797, come vessillo della Repubblica cispadana. Il capo dello Stato ha consegnato anche una copia della Costituzione ad alcuni studenti in rappresentanza delle scuole di Reggio Emilia, quindi ha visitato e inaugurato la mostra ‘La bandiera proibita. Il tricolore prima dell’unita”, allestita per celebrare l’anniversario nei musei civici del Comune di Reggio Emilia. Insieme a lui, oltre ai tre sindaci, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi.

Schifani, identità attorno a valori forti
“Desidero unirmi idealmente a voi tutti in questo momento di celebrazione della nostra amata Bandiera, prima testimone di coraggio, di sacrifici, di battaglie, e poi simbolo del nostro Stato e del nostro popolo, dei quali incarna, nei colori, la fede, la speranza e la passione. Sono convinto che questa iniziativa costituirà una preziosa occasione di riflessione sulla storia del nostro Paese e sui valori ed i saperi che rappresentano la tradizione e l’identità d’Italia”. Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, nel messaggio inviato al Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, in occasione della Giornata nazionale del Tricolore, che sarà celebrata oggi a Reggio Emilia ”Rimarcare il significato storico istituzionale e il valore idealmente unificante della bandiera, proprio nell’anniversario dei 150 anni dello Stato italiano, rappresenta un momento prezioso di riflessione per quanti intendono cementare la coesione della comunità nazionale attorno a valori forti e prospettive di duratura stabilità”, scrive Schifani. ”Nell’esprimere il mio plauso a quanti si sono prodigati per la migliore riuscita dell’evento, auguro il pieno successo alla manifestazione e invio alla cittadinanza di Reggio e a tutti gli intervenuti i miei più cordiali saluti. Viva l’Italia!”.

Il tricolore nello spazio
Il tricolore simbolo dei 150 anni dall’Unita’ d’Italia andra’ nello spazio. La bandiera’ sara’ consegnata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, all’astronauta Roberto Vittori, nell’ambito delle celebrazioni che si sono appena aperte a Reggio Emilia. Vittori, astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e colonnello dell’Aeronautica Militare italiana, portera’ sulla Stazione Spaziale Internazionale il tricolore che gli sara’ consegnato oggi da Napolitano. La partenza dell’astronauta e’ prevista a meta’ aprile, nell’ambito della missione ”Dama” dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi). Il tricolore arrivera’ a destinazione in un momento storico per lo spazio italiano perche’ per la prima volta due italiani saranno a bordo insieme sulla Stazione Spaziale: Vittori raggiungera’ infatti l’astronauta dell’Esa Paolo Nespoli, che sta affrontando una missione di sei mesi. Sara’ Nespoli a riportare a Terra la bandiera’al termine della sua missione, che si concludera’ il 16 maggio. ”Portare il tricolore in orbita in questo particolare momento storico e’ di buon auspicio – ha detto Vittori all’Ansa – perche’ il 2011 apre un nuovo decennio che vede l’Italia protagonista, con l’attesa del lancio del modulo Leonardo destinato a diventare un elemento permanente della stazione orbitale, con la lunga missione di Nespoli e la missione della quale saro’ protagonista”.

Napolitano apre festeggiamenti
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto, con l’alza bandiera in piazza Prampolini le celebrazioni del 150/o anniversario dell’unita’ d’Italia, coincidente con l’anniversario della bandiera tricolore che ogni hanno si svolge a Reggio Emilia. Presenti in piazza il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e i sindaci delle tre citta’ che sono state capitali d’Italia, Torino Firenze e Roma, Sergio Chiamparino, Matteo Renzi e Gianni Alemanno.

da www.unita.it