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«Finalmente un confronto che vale», editoriale da Europa Quotidiano

All’interno dei partiti esplodono spesso conflitti che non riguardano minimamente scelte importanti per i cittadini, non dicono nulla di chi li anima, servono solo a regolare rapporti di forza e di potere interni. È il rischio corso da Fini nel corpo-a-corpo con Berlusconi; è quanto accade in maniera sorda ma violenta dentro alla Lega; è la sindrome che ciclicamente travolge il Pd e lo trascina un po’ più lontano dalla vita reale.
La maledizione della autoreferenzialità potrebbe spezzarsi finalmente sulla Fiat, su Marchionne, sul sindacato. Di nuovo è il Pd il teatro principale dello scontro, ma stavolta chi soffre per l’unità infranta può consolarsi: ci si batte per qualcosa che ha un senso, perché il contratto di Mirafiori è ormai diventato il paradigma di come affrontare i mutamenti strutturali della produzione e del lavoro.
Siamo pienamente nella parabola storica delle molte sinistre d’Italia, nel cuore dell’identità stessa di un partito progressista e del lavoro. Precipita la questione sulla quale i riformisti hanno provato le loro timide rotture con la tradizione (fin dai tempi del Pci), sulla quale s’è attestata la battaglia di resistenza della sinistra neo-comunista, oggi riproposta da un fronte filo-Fiom che va da Di Pietro ai giovani leoni ex dalemiani, da Vendola ai popolari più marcatamente ex sinistra dc, rimettendo insieme compagni “litigati” come il manifesto, Cofferati, Bertinotti.
Rischia di saltare in mano a Bersani il tentativo di tenere insieme posizioni che divergono per motivi di fondo, non tattici. Certo, succede anche perché si fanno sentire gli opposti collateralismi con Cisl e Cgil. Ma Veltroni torna a dire che «imprenditori e lavoratori sono legati da un unico destino»: lo fa sulla Stampa, appoggiando Marchionne (con distinguo sui diritti di rappresentanza), rilanciando le proposte di Ichino, ricordando il Lingotto 2007 e preparando in modo non banale il Lingotto 2011.
Non è una questione da nulla, se su un tema così duro torna a farsi sentire nel Pd una posizione non auto-consolatoria né difensiva, disposta ad accettare la sfida dell’innovazione, perduta negli anni ’90.
Possono finire spiazzate sia le zuffe generazionali che le dispute statutarie. Può aprirsi sul versante sinistro un conflitto di merito, dal quale emerga chi conosce condizioni e interessi reali dei lavoratori, rispetto a chi si limita a narrarli.
Altre volte simili battaglie sono state dichiarate e non date: il Pd è la marmellata che è proprio per questo motivo. Vedremo, stavolta.

da www.europaquotidiano.it

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“Rappresentanza, serve almeno il 60%” Cgil chiede quorum più alto, no della Cisl, di Roberto Mania

La Cgil prepara la sua proposta sulla rappresentanza sindacale e punta a stringere i tempi per avviare il confronto prima con le altre confederazioni, Cisl e Uil, poi con la Confindustria. Tutto entro la fine di gennaio.
È la campagna d´inverno di Susanna Camusso, segretario generale di Corso d´Italia da poco più di due mesi. In mezzo – il 13 e il 14 gennaio – c´è il referendum tra i lavoratori di Mirafiori sulle nuove regole del gioco e dell´organizzazione del lavoro dettate da Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat-Chrysler. Un voto dall´esito scontato e che si tradurrà nella “doppia sconfitta”, secondo la lettura proprio della Camusso, della Fiom di Maurizio Landini: fuori dall´accordo e fuori dalle fabbriche. Ma questo è il punto. Perché l´uscita delle newco della Fiat di Pomigliano e Mirafiori dalla Confindustria consente non solo di non applicare più il contratto nazionale ma anche (in base allo Statuto dei lavoratori e non al successivo “protocollo Ciampi” del ‘93) di escludere chi non firma l´intesa (la Fiom, per l´appunto) dalle rappresentanze sindacali. Da qui la ricerca della Camusso di un´altra strada per arrestare quello che chiama «il gioco progressivo dell´esclusione». Una questione di democrazia forse non solo sindacale.
Il varo della proposta cigiellina ci sarà il 15 gennaio, giorno per il quale è stato convocato il direttivo. Prima, dall´11 al 12 gennaio, tutta la Cgil si riunirà a Chianciano all´assemblea delle Camere del lavoro per discutere di welfare e contrattazione locale. Ma soprattutto per definire una nuova via di convivenza con la Fiom.
La Camusso ha messo al lavoro i suoi tecnici. Ha chiesto di trovare una soluzione che tenga conto sì della bozza d´intesa definita con Cisl e Uil (con il dissenso della Fiom) nel maggio del 2008 senza ignorare però che ne frattempo si sono consumate diverse fratture in particolare quella sul sistema contrattuale di inizio 2009. Insomma, secondo la Cgil, non si può rispolverare senza modifiche – come propone proprio la Cisl di Raffaele Bonanni – l´impianto concordato due anni fa. Confermato il sistema per accertare la rappresentatività di ciascun sindacato (mix tra numero degli iscritti e voti ottenuti nelle elezioni dei rappresentanti), il nodo riguarda i meccanismi attraverso i quali i lavoratori approvano o bocciano le ipotesi di accordi.
Nel 2008 Cgil, Cisl e Uil erano orientate a considerare la maggioranza del 51% dei lavoratori (ma non attraverso il referendum che invece chiedeva la Fiom) quella necessaria per far approvare le intese. Una soglia che per la Camusso nel nuovo contesto di divisioni sindacali non va più bene. Da qui la proposta di «considerare – parole della Camusso al direttivo di inizio dicembre – una misura di rappresentanza superiore al 51%». Si ipotizza il 60% che porterebbe i sindacati a ricercare mediazioni e compromessi (per Camusso vere e proprio «coalizioni») prima di presentarsi al voto dei lavoratori. Voto che – nella proposta della Cgil – dovrebbe arrivare prima della conclusione del negoziato nel caso di divisioni tra i sindacati.
Lo “schema Camusso” però è destinato a non essere condiviso da Cisl e Uil che giocheranno questa partita da una posizione di forza, dopo aver condiviso lo strappo di Marchionne. La Cisl ha già accettato non senza qualche mal di pancia, l´equiparazione tra gli iscritti e gli altri lavoratori per misurare la rappresentatività, difficile che possa convenire su un quorum più alto. «Noi la mediazione l´abbiamo già fatta», dicevano ieri in Via Po.
Lo scenario più probabile è che Cgil, Cisl e Uil andranno ancora divise al tavolo con la Confindustria di Emma Marcegaglia. La quale si è detta pronta ad aprire il confronto perché anche gli industriali – dopo la tempesta provocata dal Lingotto – hanno bisogno di rinforzare il ruolo della propria lobby. Ma poi, quando si passerà all´esame delle proposte concrete, come quella chiesta dai sindacati di eleggere in tutte le aziende (anche quelle più piccole) i rappresentanti sindacali, gli interessi contrapposti riemergeranno. L´accordo è davvero difficile ed è pure impossibile che l´attuale maggioranza parlamentare approvi una legge vista la totale contrarietà del governo. Non ci saranno nuove regole. Allora è facile prevedere che prima che la Fiat ritorni in Confindustria passerà molto tempo. Molto.

La Repubblica 06.01.11

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Verso il referendum. Intervista a Giorgio Airaudo «Si vuole che i lavoratori votino nella paura», di Oreste Pivetta
Marchionne lavora per Chrysler, per restituire i dollari che gli ha prestato Obama a durissime condizioni. Nessuna certezza sugli investimenti. Mari tempestosi? «Ma siamo buoni marinai»”, garantisce Giorgio Airaudo, uno dei leader della Fiom, torinese. Attendiamo con ansia l’incontro con la Cgil. Firme tecniche? Fratture? «Intanto bisognerebbe dire che Cgil e Fiom sono molto più vicine oggi di qualche mese fa. C’è identità di vedute: si respinge la proposta di Marchionne, si vota no. Ai tempi di Pomigliano non eravamo così compatti, perché c’era chi sosteneva che un’eccezione non comprometteva nulla. Adesso mi sembra tutto più chiaro: siamo di fronte a una strategia, brutta e pericolosa».
D’accordo, ma se passa il sì, firmerete “tecnicamente”? «Il problema è come dare rappresentanza a quei lavoratori che diranno no. Anche oggi (ieri, ndr)ne abbiamo discusso in un’assemblea affollatissima. Ma la risposta non può essere la firma tecnica. E’ questione di democrazia, che non si può banalizzare».
Al referendum comunque andrete?
«Ai lavoratori diciamo di votare anche se quel referendum lo giudichiamo illegittimo, perché colpisce diritti inalienabili. Diciamo di votare intanto per difendersi da certi istinti vendicativi. Non dimentichiamo che la Fiat qualche decennio fa andò sotto processo per le schedature dei suoi operai, sindacalisti o attivisti di partito. Non dimentichiamo che Marchionne solo qualche mese fa ha dato corso ad alcuni licenziamenti, respinti dai tribunali… Ma diciamo di votare perché sappiamo che il voto è uno strumento importante anche se non esclusivo, pure quando lo impone l’impresa contro i lavoratori».
C’è da dire che la Fiat ha molta fretta. Il rientro dei primi mille è per il 10 gennaio, poi gli altri e si va subito al referendum. Non c’è molto tempo per discutere. «Mi chiedo come si faccia in poche ore a leggere, valutare, discutere 56 pagine di un accordo, in cui si dettano regole nuove, nuova organizzazione, si detta la metrica dei tempi, sapendo che approvando, si cancella qualsiasi possibilità di contestazione: se si contesta poi, si va incontro a provvedimenti disciplinari certi. Mi pare non si voglia che i lavoratori votino nel merito, ma nella paura di fronte all’alternativa di Marchionne: gli applausi o me ne vado. Bisognerebbe ricordare a Marchionne che le auto a Torino si fanno da più di un secolo. Se lui non le sa fare, lo riconosca».
Marchionne rivendica la possibilità di produrre macchine senza la Fiom. «Certo. Non ho dubbi. Però Marchionne dovrebbe sapere che le macchine non si fanno senza lavoratori e che molti lavoratori stanno con la Fiom». Marchionne lavora per la Fiat o per il governo? Colpisce vedere un ministro del Lavoro come Sacconi così gaio e rilassato di fronte a tanto trambusto…
«Marchionne lavora per la Chrysler, per restituire i dollari che gli ha prestato Obama a durissime condizioni, magari vendendo qualche fabbrica italiana, qualche pezzo della Fiat. Il nostro governo sta a guardare e lascia che Marchionne cerchi di imporre in Italia il modello sindacale americano, il modello di un sindacato fornitore di consenso».
E la Fiom per chi lavora?
«Per i lavoratori e per il sindacato confederale, quello che difende la contrattazione nazionale». Nel centrosinistra, molti hanno osservato che c’è del buono nelle proposte di Marchionne, a cominciare dagli investimenti.
«Di investimenti non abbiamo certezze. Per il resto, anche noi avremmo discusso volentieri di alcune parti di quell’accordo, di flessibilità, straordinari, efficienza. Peccato che Marchionne abbia sempre risposto: tutto o niente».

L’Unità 06.01.11

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Intervista a Enrico Morando «Un sì per Mirafiori e poi il confronto sugli investimenti», di Marco Ventimiglia

«La logica del no non porta da nessuna parte», dice il senatore del Pd che auspica l’emergere di «una linea chiara anche all’interno del partito». Sulla vicenda Mirafiori, e più in generale sul futuro della Fiat e delle relazioni industriali nel nostro Paese, Enrico Morando si trova in una posizione d’innegabile vantaggio rispetto a molti altri: ha le idee chiare. Il senatore del Pd ha da poco presentato, insieme a colleghi di partito quali Nicola Rossi, Pietro Ichino, Ignazio Marino, un documento esplicito: «Si parla del passato e soprattutto del futuro dell’azienda dice-, della necessità di accettare il cambiamento per stare al passo con l’evoluzione industriale. Tenendo ben presente che i veri riformisti non possono rifiutare la logica del cambiamento solo perché c’è il rischio che avvenga anche qualcosa di negativo». Iniziamo dalla cronaca, che cosa si aspetta dal confronto fra Cgil e Fiom? Che si trovi una soluzione positiva, che la Fiom si convinca a prendere una posizione favorevole all’investimento in Mirafiori e “Fabbrica Italia”, un’opportunità che non possiamo assolutamente permetterci di perdere. Contemporaneamente va risolto il problema della rappresentanza, perché l’esclusione della Fiom non è accettabile sotto alcun profilo. Però, e questo va detto, si tratta della paradossale conseguenza di una scelta sbagliata, anche da parte sindacale». Quale scelta?
«Per anni si è parlato di riforma della rappresentanza sindacale, il partito democratico ha presentato da tempo una proposta di legge in tal senso, ma fin qui ha prevalso la logica di non cambiare le regole, quelle stesse regole, appunto, che permettono di escludere chi non firma».
Che cosa si aspetta, invece, dal partito democratico? «Mi auguro vengano sposate le tesi del documento che abbiamo presentato, un testo che non è frutto di una corrente perché contiene le firme di esponenti del partito con diverse esperienze. Più in generale, è indispensabile che emerga una linea coerente, cosa che, per dirla tutta, fino adesso non è avvenuta». Il pluralismo è un valore, ma che su un tema così importante dall’interno del partito si senta tutto e il contrario di tutto può apparire singolare…
«Il problema non sta nella diversità di opinioni, ma nel fatto che non intervenga una sintesi capace di fare emergere una maggioranza ed una linea a cui attenersi. Il rischio è quello della paralisi».
Torniamo a Mirafiori e Fabbrica Italia, inseguendo altri modelli industriali, magari collocati in Asia o in Paesi in via di sviluppo, non si imbocca una strada ad alto rischio per i lavoratori e i loro diritti?
«Assolutamente no, per il semplice fatto che non è quello che sta avvenendo. I modelli a cui si guarda sono quelli delle altre nazioni occidentali con sistemi industriali evoluti e una lunga storia di relazioni sindacali. Nel caso della produzione automobilistica, lo stesso Marchionne ha citato a più riprese il modello tedesco. Semmai, dopo quello che io auspico essere un massiccio sì all’accordo per Mirafiori, è importante che si entri in una fase nuova del confronto».
A che cosa si riferisce?
«Se con la logica del no non si va da nessuna parte, la Fiat va invece incalzata sul terreno dell’innovazione, facendo emergere degli eventuali comportamenti di comodo. Penso a Marchionne quando, sull’esempio tedesco, chiede che venga adottata all’interno delle fabbriche “la tregua sindacale” dopo la firma dei contratti. È giusto, però della Germania e della sue relazioni industriali occorre importare anche il resto».
Vale a dire?
«Mi riferisco soprattutto alla partecipazione dei dipendenti nell’impresa, che può prendere varie forme: l’individuazione di una componente del salario legata ai profitti, l’azionariato diffuso, oppure l’adozione di un modello duale nella governance aziendale».

L’Unità 06.01.11

"Chiarimenti che non chiariscono ancora sulle sperimentazioni ministeriali per premiare la qualità nelle scuole", di Antonio Valentino

Chiariscono poco in verità i “chiarimenti” forniti dal Comitato Tecnico Scientifico – CTS – (Nota ministeriale del 20 dicembre u.s.) sulle sperimentazioni che dovrebero premiare, in alcune province italiane, i docenti più apprezzati e le scuole con performance migliori.
Questa è almeno la valutazione di chi, nonostante la pesantezza della situazione complessiva dei nostri istituti (o forse proprio per questa?) è ancora disposto a dare credito a quanto potrebbe aiutare a introdurre elementi di “movimento” e quindi, in prospettiva, di miglioramento per il nostro languente sistema scolastico.

La nota introduttiva ai “chiarimenti”, a firma del Dipartimento per la programmazione e la gestione
delle risorse, parla, certamente con cognizione di causa, di un “dibattito serrato” sul Progetto
di sperimentazione e rileva come in esso sarebbero emerse “preoccupazioni e informazioni non corrette”. Ma il riferimento è stranamento circoscritto alla sola sperimentazione che mira a
premiare i docenti più apprezzati.
Non si accenna minimamente a quella sulla valutazione delle scuole, su cui non poche sono state le perplessità sollevate da più parti.
Sperimentazione, quest’ultima, che, come si sa, dovrebbe consistere nel calcolo del “valore
aggiunto contestualizzato” di ogni scuola, a partire dalle prove standardizzate dell’INVALSI sugli apprendimenti degli studenti (per ora, della secondaria di primo grado) -; prove che riguardano la comprensione dei testi e la matematica.

Non si capiscono le ragioni di questa “omissione”. Perché si tratta di sperimentazione molto
impegnativa, dove le criticità non riguardano tanto la dubbia nozione adottata di “ premialità”
(si premia non in ragione della vicinanza o meno a performance assunte a obiettivi degni di
attenzione, ma della mera collocazione “nella fasca alta della graduatoria” – massimo il 25% del totale delle scuole che aderiscono -, anche prescindendo dal valore dei risultati conseguiti), quanto la complessità e la difficoltà dell’operazione. Infatti, se si intende partire dalle prove standardizzate dell’INVALSI di italiano e matematica, resta da capire come includere nell’operazione la totalità dei docenti di una scuola media che aderisce alla sperimentazione. Non credo che si vogliano escludere a priori dei docenti solo perchè insegnano altre materie. A meno che, con il “premio” attribuito alla scuola, si intenda essenzialmente riconoscere l’impegno di quanti partecipano alla sperimentazione.
Ma è questo un criterio coerente con le finalità esplicitate nel progetto di sperimentazione? Non sembra proprio. E allora? Qualcosa sfugge.

Ma c’è un’altra questione sulla quale la riflessione mi sembra ancora carente.
Si fa presto a dire che la sperimentazione consiste “nel calcolo del valore aggiunto
contestualizzato”. Si tratta di una metodologia statistica molto complessa e difficoltosa – come ci dice Roberto Ricci, ricercatore INVALSI (“La misurazione del valore aggiunto” in Rapporto 2008 Fondazione Agnelli).

Ed è a ragione di questa complessità – ci richiama Ricci – e dei rischi connessi di “fenomeni
distorsivi” e di “comportamenti opportunistici”, che sono pochissimi i paesi, anche in area OCSE, in cui tale metodologia viene adottata in maniera stabile.
L’utilizzo parziale che ne ha fatto l’INVALSI recentemente non credo autorizzi a ritenerlo
applicabile sull’intero fronte della rilevazione che sta alla base dell’operazione che si vuol fare.
E soprattutto non vedo coerenza tra gli obiettivi della sperimentazione (“modello chiaro,
…affidabile ….condiviso”; sviluppo di una cultura valutativa; protocolli che possano entrare a
regime a medio termine….) – tutti condivisibili – e la scelta della modalità prevista come elemento fondamentale per riconoscere il merito delle scuole.
Che è certamente terreno di sperimentazione da non trascurare; ma, sia detto almeno per inciso, non proprio prioritario per un paese come il nostro, dove moltissimi docenti della secondaria (la maggior parte? A naso, sì) non frequentano (mettiamo momentaneamente da parte le responsabilità) un corso di formazione degno di questo nome da almeno 15 anni, dove la cultura valutativa più diffusa si alimenta ancora delle pratiche dei propri insegnanti di quando si era alunni e dove la relazione educativa e l’approccio didattivo prevalenti non sono lontani da quelli della scuola di qualche decennio fa.

Non vorrei essere accusato di “altrismo” (“le priorità sono sempre altre”), ma dovremmo prima
o dopo cominciare a mettere ordine – fattualmente – nell’agenda delle prime cinque “cose”
scolastiche a cui mettere mano per rilanciare un discorso democratico sul nostro sistema di
istruzione e formazione.

Ma torniamo alle sperimentazioni.
I chiarimenti del CTS, come si diceva, prendono invece in considerazione solo problemi emersi sulla valutazione finalizzata a premiare i docenti che si distinguono per un generale apprezzamento professionale dentro le loro scuole. E li si suddivide in cinque categorie (che non li comprendono tutti, ma non è questo il punto) :
1) vaghezza dei criteri previsti per scegliere gli insegnanti da premiare;
2) dannosità di premi che finiscano per generare liste dei “buoni” e dei ” cattivi” tali da minare la cooperazione tra gli insegnanti senza migliorare la didattica;
3) scarsità del campione utilizzato e approssimazione del protocollo di sperimentazione;
4) mancanza di una risposta all’esigenza di creare delle prospettive di carriera per i docenti;
5) questa sperimentazione serve a mascherare i tagli che recentemente hanno interessato la
scuola italiana e non ha prospettive di lungo periodo perché non è inserita in un disegno organico di valutazione del sistema scolastico.

Il tono dei chiarimenti, come si noterà leggendolo, appare piuttosto “soft”, del genere “dico – non dico”, “è vero, però l’alternativa?” “L’indeteminatezza? Obbligata o quasi, se….”, ecc..
Tutti certamente sappiamo che sperimentazioni su questioni delicate e complesse richiedono a volte scelte difficili, perché hanno a che fare con terreni poco esplorati o, in ogni caso, tali che nessuna letteratura può offrire soluzioni accettabili una volta per tutte.
Ma questa consapevolezza non può portare alla condivisione di un modello la cui sostanza e i cui contorni non vengono precisati neanche nell’essenziale; e neanche dopo i rilievi mossi dalla volontà di capire meglio.

Anzi, va detto che il riferimento alla “valutazione tra pari”, qui presentata come un aspetto portante della sperimentazione, mi sembra introduca qualche interrogativo in più.
E’ veramente una “valutazione tra pari” quella che si propone?
A parte il fatto, non proprio secondario, che del nucleo di valutazione fa parte il Dirigente
Scolastico (che dispone, in ragione della sua funzione, di dati conoscitivi spesso fondamentali per un apprezzamento complessivo) e che alle operazioni valutative partecipa anche il presidente del consiglio – anche se non ha diritto di voto -, siamo proprio sicuri che si tratti di una valutazione “tra” pari? Qual è il modello di riferimento?
Ma, soprattutto, perché una enfasi così marcata su questa presunta centralità dei “pari”? Che, tra l’altro, per come si configura, va ad indebolire il quadro degli elementi di giudizio, accentuandone l’indeterminatezza?
Non penso infatti che porti ad altro il diverso e più consistente peso che si intende dare all’aspetto discrezionale, a scapito degli indicatori quali-quantitativi (sostanzialmente “oggettivi”), che verrebbero invece sacrificati nella considerazione dei vari elementi del giudizio.
Oppure significa altro il “passaggio” della nota del CTS che dà come “motivo di questa assenza di criteri dettagliati” quello di “sperimentare una libera valutazione ‘tra pari’”? (Il corsivo è di chi scrive)

Insomma: interrogativi che si aggiungono alle questioni ancora irrisolte (v., tra gli altri, il mio
contributo su ScuolaOggi di metà dicembre). E che si spera possano trovare, da parte del CTS ministeriale, risposte attendibili e chiare nelle prossime settimane.

Il consenso che si chiede non può costruirsi su ipotesi di lavoro ancora indeterminate o, addirittura, su qualche aspetto, incoerenti.

da ScuolaOggi 06.01.11

«Più ricchi e più poveri: foto di gruppo di un Paese diviso» di Luca Lando

La strana unità d’Italia. Un ricco Paese di poveri: ecco l’Italia che si appresta a celebrare i 150 anni di Unità nel segno della diseguaglianza e delle difficoltà. E sempre più lontana dall’Europa. Nell’anniversario dell’Unità gli indicatori economici mostrano una nazione gravemente frammentata: cresce la povertà e aumenta il divario fra redditi

Alla faccia dell’Unità. Certo, con l’aria che tira è meglio non andare per il sottile e celebrarli davvero questi 150 anni, con tanti saluti a chi vorrebbe passare oltre o addirittura tornare indietro. Il guaio è che per smontare le fissazioni leghiste, finiamo per parlar d’altro. E per rispondere all’ipotesi insulsa di un improbabile stato padano, dimentichiamo di affrontare i problemi reali di un concreto stato italiano. Insomma, se non fosse per i teorici delle camicie verdi, oggi al governo, questi 150 anni sarebbero l’occasione per celebrare criticamente l’Unità d’Italia.
Ponendosi in tutta libertà una domanda semplice ma importante: l’Italia, questa Italia, è davvero unita? Centocinquant’anni dopo siamo davvero una nazione? O non siamo piuttosto un collage di realtà diverse.
Uno spezzatino di ingiustizie in salsa di furbizia e opportunismo. Il dubbio circola da tempo. Ma un paio di libri e una serie di dati recenti lo hanno trasformato in drammatica certezza. Ebbene sì, siamoun Paese sbriciolato, spezzato, frammentato. Unito di nome, ma diviso di fatto.
Lo spiega bene Maurizio Franzini, ordinario di Economia alla Sapienza di Roma che all’argomento ha dedicato un bel libro, Ricchi e Poveri, edito da Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi. E lo illustra elencando una serie di classifiche, a cominciare da quella sulla disuguaglianza economica stilata dall’Ocse, l’organizzazione che studia l’andamento delle economie dei trenta paesi più avanzati. Di questi, solo cinque fanno peggio dell’Italia in base al coefficiente di Gini, un indicatore basato sui redditi di ciascuno (tutti i redditi, non solo quelli di lavoro) e che fornisce un’idea del livello di diseguaglianza di un paese: più alto il coefficiente, più grande la distanza tra le fasce ricche e quelle povere di quella nazione. In Svezia e Danimarca, dove le diseguaglianze sono più basse, il coefficiente Gini è del 23%, in Francia del 28, in Germania del 30. E l’Italia? Mostra un desolante 35%, superata in questa classifica negativa solo da Polonia (37%), Stati Uniti (38), Portogallo (42), Turchia (43) e Messico (47).E se ricordiamo che gli Stati Uniti non hanno un vero sistema di welfare e Turchia e Messico sono Paesi relativamente poco sviluppati, la posizione del nostro Paese assume un aspetto ancora più inquietante.
Guardando più da vicino, scopriamo che le regioni italiane, oltre ad essere diseguali tra loro, cosa che sapevamo, sono molto diseguali al loro interno. «È noto che tra le regioni del Mezzogiorno e quelle del Centro Nord vi è una significativa differenza di reddito pro capite», spiega Franzini. «Meno noto che all’interno delle regioni vi siano differenze molto ampie». La regione con la maggiore diseguaglianza è il Lazio che arriva al 33,9%, superando di poco la Sicilia e la Campania (33), mentre le regioni più “egualitarie” sono Friuli Venezia Giulia (26,2%) e Trentino (26%).
Uniti come Paese ma divisi come reddito. Con l’aggravante che le cose stanno peggiorando. Secondo l’Ocse, il coefficiente di Gini in Italia è aumentato di tre punti tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta e di un Le ragioni del peggioramento sono molteplici, spiega Franzini: «Uno dei fattori è stato sicuramente l’abolizione della scala mobile a metà degli anni Ottanta e comportò la scomparsa di un meccanismo di compressione delle diseguaglianze salariali. Un’altra ragione fu la grave crisi valutaria ed economica del ’92 e che portò il governo Amato ad attuare un manovra restrittiva severissima, il cui impatto sugli strati più deboli della popolazione è stato molto marcato e più profondo di quanto non considerato al momento. Va anche detto che le diseguaglianze, in quegli anni, non erano al centro dell’interesse della politica e, per la verità, neanche della ricerca economica – conclude Franzini -. Questo forse può dar conto del fatto che la manovra fu meno attenta alle diseguaglianze di quanto avrebbe potuto essere».
Nel Paese delle diseguaglianze fa dunqueuncerto effetto parlare di unità nazionale. Di quale Italia parliamo? Di quella dei ricchi sempre più ricchi o dell’esercito sempre più numeroso di cittadini sempre più poveri?
Parliamo di quell’italiano ogni mille (0,1%)il cui reddito è cresciuto del 40% in dieci anni? Magari di quel cittadino ogni diecimila (0,01 %) per il quale la crescita è stata addirittura del 75%? O di quegli altri, quelli che non arrivano a fine mese o nemmeno a metà? Secondo l’Istat, nel 2009 le famiglie in stato di povertà relativa (quelle che possono spendere solo la metà della spesa pro capite del Paese) erano 2 milioni e 657 mila, pari a 7 milioni e 810 mila persone. I poveri “assoluti”, quelli non in grado di soddisfare bisogni essenziali per una vita dignitosa, superavano i tre milioni: 3.074.000 di persone e 1.162.000 famiglie.
Diseguali in tutto, nemmeno per la povertà riusciamo ad avere una distribuzione realmente nazionale: nel Mezzogiorno la povertà relativa, nel 2008, era del 23,8%contro il 4,9 del Nord e il 6,7 del Centro. La regione con la più bassa povertà relativa è l’Emilia Romagna (3,9%) mentre all’estremo opposto si trova la Sicilia con il 28,8%.
Andiamo avanti? Nel 150esimo dell’Unità d’Italia, undici famiglie su centonon riescono a scaldare adeguatamente la propria abitazione, il 5,7% lamenta rinunce alimentari e l’11,2 % non ha potuto permettersi spese mediche. E le cose non fanno che peggiorare: nel 2008, 11,9 famiglie su cento non riuscivano a pagare le bollette contro l’8,8 dell’anno prima; così come le famiglie che nonarrivavano a fine mese sono salite dal 15,4 al 17 per cento. Se poi ci concentriamo su una fascia particolare, quella dei più giovani, la fotografia è scioccante: la povertà minorile in Italia è ben al di sopra della media europea e raggiunge il 25 per cento. Avete letto bene: un minorenne su quattro vive in condizioni di povertà. Solo Bulgaria e Romania riescono a fare peggio.
E come si spiegano quei fondi per i figli e la famiglia che, da noi, sono tra i più bassi in Europa? «Nel 2007 l’Europa ha destinato alla voce Family and Child il 2,1% del proprio Pil, con Paesi come la Danimarca che arivano al 3,7 o come la Germania e la Francia che si attestano rispettivamente sul 2,8 e sul 2,5%. L’Italia – dice Marco Revelli, nel suo recentissimo Poveri, noi (Einaudi) – con un misero 1,2% (quasi la metà della media europea) si colloca agli ultimi posti, sotto la Spagna, insieme ai Baltici, al Portogallo e alla Polonia». E il Family Day? E i sostenitori dei figli ad ogni costo?
Non è ancora finita. Secondo l’Istat le famiglie che non possono affrontare una spesa imprevista di 750 euro stanno aumentando: nel 2008, ogni cento se ne contavano 32; in un solo anno sono diventate 33,3, una su tre. Nel 2010 quante saranno state? E nel 2011? Colpa della crisi, si dirà: la congiuntura, i subprime, le cavallette, come diceva John Belushi. Il punto è che crisi, povertà, subprime (e forse anche le cavallette) riguardano tutti i Paesi avanzati, ma solo l’Italia ha risposto alle difficoltà sgambettando i propri cittadini, anziché aiutandoli. Demolendo il concetto di identità nazionale, anziché cementandolo.
Altro che comunità, come dice il ministro Tremonti: nel Paese dei furbetti, vince chi comanda. Gli altri si arrangino. Lo dicono i numeri: l’Italia è il Paese che meno investe per contenere il fenomeno dell’esclusione sociale. Con 12,9 euro per abitante, la nostra è la quota più bassa di tutta l’Europa a 27: un sesto della media europea, un decimo di quanto spende la Francia, un’inezia rispetto ai 221 euro della Danimarca, una bestemmia per i 558 dell’Olanda.
Eccoli i numeri dell’illusione italiana, il curriculum di un Paese che «ha creduto di crescere declinando », come dice Revelli; eccolo il paradosso di una nazione dove i poveri aumentano di mese in mese mentre sul grande schermo dell’immaginario collettivo (e su quello piccolo dell’affabulazione televisiva) «viene proiettata la narrazione fantasmagorica, ammiccante di un benessere da piani alti». Un ritratto illusorio, dunque fatale. Perché anziché avvicinarci ai problemi, e magari alle soluzioni, ci spinge allegramente nella direzione opposta.
È questo il Paese di cui celebriamo il secolo e mezzo di unità? E’ qui la festa? E se davvero fossimo uniti non dovremmo, tutti insieme, fare il possibile per migliorare questa inaccettabile situazione? La realtà è che centocinquant’anni dopo torna d’attualità la frase che Garibaldi pronunciò il 15 maggio 1860 a Calatafimi. Con una indispensabile correzione: qui non si tratta più di fare l’Italia o morire. Ma di rifarla forse sì.

da l’Unità del 5.1.2011

I migliori cervelli? Sono nel pubblico. Bologna vince la hit della ricerca italiana *

L’Alma Mater in cima alla classifica stilata da Via-Academy, accademia virtuale nata ‘bottom-up’, dal basso, a Manchester, per volontà di cervelli emigrati. I migliori istituti di ricerca italiani non sono privati, ma pubblici

Bologna si riscopre capitale italiana della ricerca. Un traguardo prestigioso che viene certificato dall’indagine di Via-Academy, un’accademia virtuale nata ‘bottom-up’, dal basso, a Manchester, per volontà di cervelli emigrati come Mauro Degli Esposti (biologo ricercatore a Manchester), Silvia Massini (Business School di Manchester), Lucio Piccirillo (astrofisico nello stesso ateneo). L’Alma Mater batte istituti privati e altri atenei italiani, collocandosi in cima alla classifica dei poli di ricerca grazie alle scoperte e all’impegno dei suoi ricercatori, accreditate prima di tutto da altri studiosi che citano le pubblicazioni dei “cervelli” bolognesi.

Nella top ten degli istituti di ricerca italiani – ma la tendenza vale anche per le quaranta posizioni successive – la maggioranza sono realtà pubbliche: Bologna, appunto, poi il Cnr e la Statale milanese, poi Padova, la Sapienza di Roma, Torino, l’Inaf – l’Istituto nazionale di astrofisica. Un istituto privato compare in ottava posizione ed è l’Ospedale San Raffaele di Milano. Seguono, in classifica, l’università di Firenze e al decimo l’Istituto nazionale dei tumori di Milano (fondazione di diritto pubblico).

Il metodo seguito. La classifica è basata sul numero di scoperte di peso dei migliori scienziati e ricercatori che lavorano in Italia. Via-academy ha dapprima classificato i migliori cervelli attivi in Italia tenendo conto della quantità e della rilevanza accademica delle loro scoperte. Quindi li ha suddivisi per posto di lavoro, ricavando una classifica delle strutture di ricerca. Il valore delle ricerche di ciascuno studioso è misurato col cosiddetto “indice h”: se uno scienziato a un “h-index” 32, ad esempio, significa che ha fatto 32 scoperte citate ciascuna almeno 32 volte in scoperte di altri suoi colleghi. L'”indice h” privilegia in particolare i ricercatori che ottengono molti risultati di rilievo, a scapito di chi ne produce tanti ma di scarso interesse, o di chi fa il colpaccio isolato. Per la graduatoria in questione, sono stati considerati solo gli studiosi con un “indice h” di almeno 30.

I limiti. Il limite principale della classifica è forse il fatto che la valutazione non è necessariamente esaustiva. Gli studiosi considerati sono infatti solo quelli rintracciati dai loro colleghi d’Oltremanica. E’ però plausibile che col tempo, e la notorieta’, la classifica (aggiornata in tempo reale) vada via via completandosi con un numero crescente di partecipanti. Altro limite di cui tener conto è che l'”indice h” funziona principalmente come paragone tra ricercatori del medesimo campo disciplinare, e che privilegia chi ha una lunga carriera alle spalle rispetto ai giovani, per quanto brillanti.

* da la Repubblica Bologna.it

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«Ecco i migliori “cervelli” italiani. In testa le università pubbliche»

A elaborare la graduatoria gli scienziati e ricercatori che lavorano all’estero, riuniti nell’associazione “Virtual Italian Academy”. Al primo posto l’Alma Mater di Bologna, seguita dal Cnr e dalla Statale di Milano. Gli istituti privati compaiono solo in ottava posizione

ROMA – In Italia la ricerca migliore è quella pubblica e in particolare universitaria. Lo segnala la prima classifica dei centri di ricerca che ospitano i migliori “cervelli”. Tra i primi dieci, sette sono atenei pubblici: l’Alma Mater di Bologna apre la graduatoria 1, seguita dal Cnr e dalla Statale di Milano. Il primo istituto privato è in ottava posizione: l’Ospedale San Raffaele, mentre l’Istituto nazionale dei tumori, ente di diritto pubblico, è decimo. A precederli, università di Padova (quarta), Roma La Sapienza (quinta), Statale di Torino (sesta), l’Istituto nazionale di astrofisica (settimo), mentre l’università di Firenze è nona.

La classifica è basata sul numero di scoperte di rilievo dei migliori scienziati e ricercatori. A contarle, i loro colleghi, anch’essi italiani, che però lavorano all’estero, riuniti nell’associazione Virtual italian academy (Via-academy), nata a Manchester. Via-academy ha prima classificato i migliori cervelli attivi in Italia, tenendo conto della quantità e della rilevanza accademica delle loro scoperte. Poi li ha suddivisi per posto di lavoro, ricavando una classifica delle strutture.

Il valore delle ricerche di ciascuno studioso è misurato col cosiddetto indice “h”: se uno scienziato ha un h-index di 32, ad esempio, significa che ha fatto 32 scoperte citate ciascuna almeno 32
volte, in scoperte di altri suoi colleghi. L’indice “h” privilegia in particolare i ricercatori che ottengono molti risultati di rilievo, a scapito di chi ne produce tanti, ma di scarso interesse, o di chi fa il colpo isolato. Per la graduatoria, sono stati considerati solo gli studiosi con un indice “h” di almeno 30. Poi sono stati raggruppati per centri di ricerca, e per ognuno di questi si sono sommati gli indici “h” dei relativi ricercatori. Più alta la somma, più alta la posizione in classifica.

Via-academy si è soffermata sui primi 50 enti. Sono per lo più università statali, ma comprendono anche 11 università e istituti privati. L’ateneo di Pisa è undicesimo, seguito dall’Istituto Mario Negri e dagli atenei di Ferrara, Napoli e Genova. La Normale di Pisa è ventiduesima, la Bocconi trentanovesima, il Politecnico di Milano, quarantasettesimo.

Il limite principale della classifica, nota l’università di Bologna che ha diffuso la notizia, è forse il fatto che la valutazione non è necessariamente esaustiva. Gli studiosi considerati sono infatti solo quelli rintracciati dai loro colleghi. E’ però plausibile che col tempo, e la notorietà, la classifica (aggiornata in tempo reale) vada via via completandosi con un numero crescente di partecipanti. Altro limite di cui tener conto è che l’indice “h” funziona principalmente come paragone tra ricercatori del medesimo campo disciplinare, e che privilegia chi ha una lunga carriera alle spalle rispetto ai giovani, per quanto brillanti. L’indice varia infatti sensibilmente tra ambiti diversi (è piuttosto alto ad esempio in campo biomedico). Inoltre, dall’uso di questi dati bibliometrici escono di solito svantaggiati i ricercatori che non pubblicano in inglese.

da www.repubblica.it

«L'eclisse di sole e l'eclisse della ragione», di Franco La Cecla

Le eclissi sono imprevisti che vanno corretti. Questa è l’interpretazione che ricorre nelle tradizioni antiche e nelle culture indigene. Per i tartari dell’Altai è un vampiro che ha occupato la luna. Per gli armeni di tradizione persiana si tratta di una vacca primordiale che si è frapposta tra sole e luna. Per gli eschimesi si tratta di un incesto tra pianeti. Nella Mesoamerica di tradizione Maya l’eclisse era un momento estremamente critico. Se la luce della luna o del sole va via, è la vita che se ne va.

La risposta di molti popoli amazzonici è ancora una gran confusione, ci si mette a urlare e a lanciare frecce contro la luna, si fanno cose che manifestano un disordine del mondo: dall’orgia rituale all’inversione dei ruoli, a una angoscia generalizzata. E si mettono in atto rituali per ristabilire l’ordine interrotto, come se si dovesse rimettere in moto il procedere del mondo, rituali di circoambulazione per accompagnare di nuovo la luna nel suo giro. È importante però proteggere dagli effetti nocivi dell’eclisse alcuni animali, le donne incinte, i raccolti. I sumu del Nicaragua impediscono alle donne incinte di guardare la luna, altrimenti il bambino che nascerà sarà una lepre, secondo l’antica idea azteca che la luna abbia una faccia di lepre.
Tutto ciò sembra un retaggio di una maniera spaventata di rapportarsi con gli astri e gli elementi, deriva di un mondo magico che ci siamo lasciati alle spalle. In realtà come spiega Wittgenstein nelle sue Note sul «Ramo d’oro» di Frazer tra la nostra credenza nelle statistiche e la pratica di osservare gli astri per prevedere il futuro c’è ben poca differenza e i risultati spesso sono analoghi.

Tempo fa un gruppo di scienziati, dei premi Nobel addirittura, firmò un appello contro l’Astrologia sostenendo che era una vergogna che la gente venisse turlupinata in questa maniera. Un grandissimo filosofo della scienza come Paul Feyerabend rispose con un saggio graffiante e dettagliato in cui dimostrava che la scienza era una tradizione rispettabilissima, ma pur sempre una tradizione che si basava su alcuni assunti non dimostrabili e non dimostrati. E che dal punto di vista della coerenza interna divinazione e razionalità avevano la stessa dignità.

D’altro canto chi negherebbe oggi che ci deve essere qualche tipo di effetto di ciò che la luna e il sole fanno sulla vita degli umani? Se crediamo che le maree esistono, se crediamo che le coltivazioni sono affette dalle fasi lunari e se diciamo di uno strano che è “lunatico”, un motivo deve pur esserci. Ovviamente una diffusa lettura psicologica vorrebbe convincerci che tutto ciò ha che fare con l’auto-illusione e l’effetto placebo delle fulfilling prophecies. Come se tutto avvenisse nella nostra testa e il mondo esterno non avesse nessuna influenza su di noi.
Strana deriva questa di una idea di razionalità che ci ha chiusi nella nostra testa e che ci impedisce, dopo secoli di ricerca, di riconoscere il mondo circostante.

da www.ilsole24ore.com

«Nel 2010 seimila aziende in cassa integrazione», di Cristina Casadei

2010: l’anno delle 6mila aziende in cassa integrazione straordinaria. Della cassa in deroga che cresce del 250% rispetto all’anno prima. Della cassa integrazione che, nel complesso, ha di gran lunga superato il miliardo di ore autorizzate, mentre nel 2009 era arrivata solo molto vicina ai nove zeri che tanto preoccupano i sindacati. In attesa di conoscere gli ultimi dati relativi a dicembre, che dovrebbero essere diffusi dall’Inps tra oggi e domani, qualunque confronto dei numeri porta a concludere che per il lavoro il 2010 verrà ricordato come l’anno della cassa integrazione straordinaria e in deroga. E forse non è il migliore ricordo perché la cigs e la cigd non sono necessariamente il preludio di un rientro al lavoro, soprattutto senza segnali forti di una ripresa economica a cui potrebbe legarsi quella dell’occupazione.
Mentre i numeri dei lavoratori coinvolti stanno diventando importanti: secondo una rielaborazione dell’ufficio studi della Cgil, che si ferma a novembre, nel 2010 i lavoratori in cigo a zero ore sarebbero 163.452, quelli in cigs circa 227.344, mentre quelli in cigd 179.197: sommati sono 569.992, mentre coloro che sono interessati da cassa straordinaria e deroga sono circa 406.541.

Vincenzo Scudiere della Cgil avverte che «la dimensione del fenomeno occupazionale è tale da aver costretto a cercare finanziamenti adeguati, come quelli previsti anche per il 2011 per la deroga. Ma l’aumento di questo ammortizzatore lascia pensare che non basteranno le risorse a disposizione». E che sta cambiando il ricorso agli ammortizzatori. «Quelli storici e cioè la cassa ordinaria e quella straordinaria – continua Scudiere – stanno diventando minoritari mentre la deroga cresce, così come il numero di persone che rischiano di non avere più sicurezza».

La crisi produttiva ha messo in luce un nucleo di aziende che da 3 anni usufruiscono di decreti di Cigs e che per effetto della normativa sui periodi massimi di cigs sono entrate in una fascia a rischio sia per l’occupazione sia per la loro sopravvivenza. Queste aziende sono circa un migliaio, secondo la Cgil, mentre scorrendo la cartina dell’Italia si contano 6.185 aziende che stanno facendo cassa integrazione straordinaria. La maggior parte è concentrata nelle aree più industrializzate e avanzate del paese, al Nord: Lombardia (1.719), Emilia Romagna (962), Veneto (744), Piemonte (733). Le causali parlano di crisi aziendale nel 71,8% dei casi, contratto di solidarietà in quasi il 14%, fallimento nel 4,32%, riorganizzazione nel 3,2%, secondo la proiezione della Cgil.

E così nel 2010 al ministero dello Sviluppo economico sono stati aperti circa 50 tavoli. Il numero complessivo delle vertenze però rimane stabile perché per 50 che sono stati aperti, 34 hanno trovato una soluzione positiva così come le vicende occupazionali di oltre 11.500 lavoratori. Adesso complessivamente ci sono 170 vertenze e 92 amministrazioni straordinarie. Negli ultimi due mesi, da quando si è insediato il nuovo ministro Paolo Romani, sono stati convocati 120 tavoli e sono state risolte sette vertenze tra cui British american tobacco, Indesit e Nuova Pansac, salvaguardando così oltre 4mila posti di lavoro.

Dei tre ammortizzatori la deroga è stata quella che nel 2010 ha registrato una crescita più forte arrivando a sfiorare il 250%. Giorgio Santini osserva che «se per quest’anno dovremmo continuare ad essere coperti con la deroga, quello che accadrà nel 2012, se non ci sarà una vera propria ripresa dell’economia, non è prevedibile. Certo è che non possiamo continuare a vivere di deroga o cassa integrazione straordinaria». Guglielmo Loy della Uil dice che «ancora non sono chiari gli avanzi dei fondi del 2010 per la deroga», mentre con l’aumento che è stato registrato per la deroga si augura che «quelli stanziati siano sufficienti».

La questione da cogliere adesso è che la deroga «non è un tema neutro. Si arriva alla deroga perché non ci sono altri strumenti, perché è stata esaurita la cigo oppure la cigs. Piuttosto nel 2011 dovremo tornare a parlare di incentivi veri all’innovazione, alla ricerca pubblica e privata. E poi di infrastrutture e lotta all’evasione, temi che elettoralmente non pagano in tempi medio brevi, ma che ridarebbero slancio al lavoro nel nostro paese». Scudiere dice che «servirebbe uno scatto in avanti che andrebbe fatto con politiche che ridiano fiato alla domanda e che usino i finanziamenti pubblici per dare respiro alle imprese, e il credito per sostenere le imprese che in mancanza di liquidità non possono guardare al futuro positivamente».

Per Santini il tema del 2011 devono diventare «le politiche attive del lavoro. Il nostro interesse come sindacato è che ci siano i fondi per gli ammortizzatori, ma soprattutto che si facciano politiche attive del lavoro».

da Il Sole 24ore

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«Cassa integrazione in frenata a dicembre. Ma il 2010 resta l’anno nero con un aumento del 31% sul 2009», di R. E.
Il 2010 ci consegna «una cassa straordinaria giunta al termine, con il rischio che molte aziende lascino a casa definitivamente i lavoratori, e un utilizzo della deroga che schizzerà quest’anno con risorse per finanziarla assolutamente insufficienti», dice il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni

Il 2010 resta l’anno record per le ore di cassa integrazione chieste dalle aziende, ma in dicembre la tendenza s’è capovolta: nel 2010 l’Inps ha autorizzato circa 1,2 miliardi di ore di cassa integrazione, con un aumento del 31,68% sul 2009, nell’ultimo mese dell’anno si registra un segnale positivo, con un calo del 16,4% sullo stesso mese del 2009 e una diminuzione del 4,7% rispetto a novembre 2010. Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si tratta di «dati di fine anno positivi». In qualche modo, osserva il ministro, «il processo di crescita continua degli ammortizzatori sociali si è interrotto». Al dato delle ore autorizzate bisogna comunque affiancare il consumo effettivo da parte delle aziende. Il cosiddetto «tiraggio» (i dati sono fermi a novembre) è al di sotto del 50% nel 2010 a fronte del 70% del 2009. A dicembre le ore complessive di cassa integrazione chieste sono state 86,4 milioni a fronte delle 103,4 dello stesso mese del 2009.

È crollata la cassa ordinaria (quella legata a situazioni temporanee di mercato) con un -58,5%, mentre la straordinaria (quella concessa in caso di ristrutturazione, riorganizzazione e crisi aziendale) ha segnato un +40,9%. La cassa in deroga è rimasta sostanzialmente stabile (+3,7%). Il calo complessivo della cassa a dicembre è stato particolarmente consistente per l’industria (-21,5%), mentre l’edilizia ha registrato un +34%. Nell’intero 2010 la cassa ordinaria (341,8 milioni di ore) è diminuita del 40,7% rispetto al 2009, mentre quella straordinaria (488,8 milioni di ore) è aumentata del 126,4%. La cassa in deroga ha raggiunto i 373 milioni di ore, +206,5%. La stragrande maggioranza delle richieste è arrivata dalle imprese industriali (860,5 milioni di ore), anche se la crescita tendenziale del settore è meno significativa rispetto agli altri (14% contro il 31,68 dell’insieme). Nell’edilizia sono stati autorizzati 80,4 milioni di ore (+18,6%), mentre nell’artigianato si è registrato un vero e proprio boom (152,1 milioni di ore con un +173%), come nel commercio: 109,4 milioni di ore con un +209,9%.

La Cisl ha definito l’andamento della cassa integrazione a dicembre «incoraggiante» perché conferma il trend iniziato negli ultimi mesi dell’anno. In particolare, il segretario generale aggiunto Giorgio Santini chiede l’impegno del governo per la salvaguardia degli oltre 400 mila posti a rischio con la crisi (200 mila nelle 170 vertenze aperte al ministero dello Sviluppo economico e 250 mila nelle costruzioni). La Uil, con il segretario confederale Guglielmo Loy, sottolinea che le ore complessivamente richieste registrano «un livello ancora molto alto e tipico di una fase di crisi, dalla quale si potrà uscire illesi solo se si riusciranno a mettere in atto, accanto a strumenti di protezione dei lavoratori, anche politiche che incentivino le imprese ad assumere».

Il 2010 ci consegna «una cassa straordinaria giunta al termine, con il rischio che molte aziende lascino a casa definitivamente i lavoratori, e un utilizzo della deroga che schizzerà quest’anno con risorse per finanziarla assolutamente insufficienti», dice il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni.

da la Stampa

«Scuole occupate, raffica di denunce a Milano», di Davide Carlucci

La procura indaga sugli studenti. Il vicesindaco: il Comune parte civile nei processi. La protesta: “Ragazzi sotto accusa solo per aver manifestato, mai successo”

MILANO – Il primo fascicolo d´indagine è stato affidato al pm Grazia Pradella. Il magistrato – che nella sua carriera si è occupato di casi come la strage di piazza Fontana o le morti per malasanità alla clinica Santa Rita – ora dovrà valutare se decine di studenti appena maggiorenni che a novembre hanno occupato le scuole superiori di Milano per protestare contro la riforma Gelmini, hanno commesso o no i reati di occupazione abusiva e violenza privata.
L´inchiesta è una conseguenza della decisione di alcuni presidi di denunciare i liceali alla Digos e ai carabinieri. Le informative delle forze dell´ordine, alle quali sono allegati gli elenchi dei ragazzi identificati con tanto di foto segnaletiche, stanno arrivando in questi giorni in procura. La prima riguarda il liceo artistico Caravaggio, sgomberato il 18 novembre dagli agenti in tenuta antisommossa, che provvidero a far rimuovere i banchi che bloccavano l´ingresso. In quell´occasione furono identificati tredici studenti, alcuni dei quali non avevano ancora compiuto diciott´anni – per loro sarà disposto il trasferimento degli atti alla procura minorile – e sette appartenenti al centro sociale “Bottiglieria” che avevano dormito nell´istituto. A chiamare la polizia era stata la preside del Caravaggio, che il 18 novembre scriveva una relazione piuttosto allarmata al provveditorato: «Un gruppo di alunni a viso coperto ha fatto irruzione a viso coperto». Quello del Caravaggio non è l´unico caso in cui i dirigenti scolastici hanno denunciato gli studenti, che nel corso dell´autunno hanno proclamato l´autogestione in decine di scuole cittadine dal liceo pedagogico Tenca al classico Manzoni, dal Vittorio Veneto al Pascal, entrambi licei scientifici.
«Negli ultimi vent´anni non si ha notizia di procedimenti per occupazione abusiva a carico studenti: non è tollerabile, così s´innalza il livello repressivo», protesta Mirko Mazzali, avvocato storico dei movimenti giovanili milanesi, difensore anche degli universitari che a dicembre sono stati fermati per il blocco stradale e il lancio di petardi davanti alla Bicocca. «Sono sicuro che la magistratura archivierà tutto», continua Mazzali. Non se lo augura affatto il vice sindaco Riccardo De Corato, che invece incoraggia l´azione delle forze dell´ordine: «Ora attendiamo che la Digos faccia scattare le denunce per i cortei che hanno tenuto in scacco Milano, proprio come era stato già fatto dalla Questura di Roma, che per i fatti del 14 dicembre ha indagato 68 manifestanti. Il Comune è pronto a costituirsi parte civile nei procedimenti penali». Poco importa, per l´esponente del Pdl, che nel capoluogo lombardo gli scontri siano stati molto meno aspri che nella capitale. «Vorrei ricordare che si è trattato di cortei, anche random, con percorsi non autorizzati, conditi da vergognosi scontri con forze dell´ordine, imbrattamenti vari, traffico cittadino in tilt con conseguente deviazione e rallentamenti delle linee Atm. E i costi di queste “simpatiche” promenade sono gravati sulla collettività. Che ha pagato un conto salatissimo. Un milione di euro solo per gli ultimi otto cortei».
Ora spetterà al pubblico ministero titolare del fascicolo decidere se confermare le accuse e avviare un´inchiesta, oppure chiedere l´archiviazione per queste ipotesi di reato che, in passato, molto raramente sono state contestate agli studenti “occupanti”. Lo stesso pm Pradella dovrà valutare, sulla base di altri rapporti della Digos, la posizione di alcuni ragazzi che hanno partecipato alle manifestazioni durante i giorni caldi della protesta e sono stati coinvolti in scontri con le forze dell´ordine.

da la Repubblica