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"Show e ultimatum, Silvio rialza il Muro di Berlino", di Ninni Andriolo

Rieccoli «i comunisti». Alfonso Signorini gli fa da spalla e Berlusconi rispolvera il vecchio repertorio per spedire avvertimenti anche alla Lega. Il Carroccio pronto a flirtare in solitudine con il Pd per portare a casa il federalismo? Anche se il democratico Chiti mette le mani avanti («Bossi e Calderoli diano una risposta sulle nostre proposte alternative, anziché darci i numeri sui giorni, le ore e i minuti nei quali un provvedimento debba concludersi »), Silvio sospetta dialoghi sotto banco. Così rimette in piedi il Muro di Berlino e, con la scusa dei comunisti, bacchetta il Carroccio.

Perché – spiegano i suoi – «non è che uno si alza la mattina e tratta autonomamente con l’opposizione». Questa scelta si può anche fare, concedono, “ma dev’essere la maggioranza a deciderlo e non la Lega per conto proprio». Lo show Berlusconi-Signorini, andato in onda ieri sera su Canale 5 è stato un «parlare a nuora perché suocera intenda».

E un modo, anche, per «riposizionare comunicativamente il centrodestra» nel tentativo di mettere in ombra le divisioni che lacerano la maggioranza. Tensioni non sopite quelle con la Lega. Costretto a fare marcia indietro sulle elezioni a marzo, il Carroccio è pronto a chiedere conto a Silvio dell’ ultima promessa: l’Election day per politiche e amministrative.

«Se la maggioranza allargata non decolla e il governo si impantana, voteremo a maggio», parola data dal Cavaliere al Senatur negli ultimi giorni. Berlusconi vorrebbe andare avanti ad ogni costo, però. «L’interruzione della legislatura la considera una sconfitta – spiegano i fedelissimi – Una vittoria elettorale, poi, è più che probabile ma mai certa». Ad Arcore circola lo spettro «dell’imponderabile».

Del «precedente» dello spagnolo Aznar che «aveva il successo in tasca e dopo gli attentati di Madrid venne sconfitto da Zapatero». Ma è con l’incognita Lega che bisogna fare i conti. Incamerato il federalismo, infatti, Bossi potrebbe staccare la spina, anche in funzione della competizione che c’è al Nord tra Lega e Pdl. Il sospetto, in sostanza, è che il Senatur non abbia alcun interesse a rafforzare oltremisura né l’amico Silvio, né il governo.

Scherza, ma non troppo, il pdl, Giorgio Stracquadanio. «Noi siamo liberali, mentre i leghisti sono un po’ comunisti, nel senso che vogliono dare tutto il potere ai comuni…». I «comunisti», quindi. «Esistono, eccome », garantisce Silvio. Signorini, il conduttore «gossipparo» di Kalispera mostra una fotografia di D’Alema e moglie, scattata a Saint Moritz, servendo al premier la domanda sugli ex Pci che trascorrono le vacanze da vip, indossano cachemire e vanno in barca a vela.

«I nostri post-comunisti fanno finta di avere abitato su Marte – s’infervora Silvio – Ma non hanno mai fatto i conti con il loro passato». Berlusconi – sicuro che «nella Cina di Mao bollivano i bambini per concimare i campi» – ricostruisce ad Arcore la cortina di ferro. Un po’ contro Bersani e D’Alema, un po’ contro Calderoli e Bossi. Anche Casini tra i nostalgici dell’Unione sovietica se l’Udc non dovesse dare una mano al liberalissimo Silvio? A Villa San Martino Fini è considerato un brezneviano ormai da tempo. Quando il capo, del governo, ieri, ha pronunciato il nome di Santoro, Signorini ha suggerito, con aria scandalizzata, che il conduttore di Annozero «veste Armani».

In una intervista recente aveva rivelato che «Berlusconi è un liberale» perché dopo il suo «outing » (una esplicita dichiarazione di omosessualità, ndr.) «mi disse solo: i nostri binari non si incroceranno mai». I comunisti? «È vero si sono imborghesiti – insiste il Cavaliere, invidioso nullatenente – indossano capi firmati, scarpe fatte su misura, pasteggiano a caviale e champagne, ma sono sempre gli stessi».

Anzi, no. Perché una volta «andavano nelle case del popolo, mentre adesso frequentano i salotti più chic».Come ieri, però, «mistificano la realtà e demonizzano l’avversario cercando di farlo fuori». Contro Silvio, ad esempio, utilizzano «i magistrati a loro vicini ».

«Mi considerano un ostacolo per arrivare al potere», lamenta il Cavaliere. «Con il ciuffolo» che Berlusconi lo permetterà, zufola Signorini. «Sono gli italiani, per fortuna, chenonsi riconoscono in questa sinistra », rassicura Silvio. «Un fantastico repertorio – dichiara il Pd, Antonio Misiani – Peccato che il premier non trovi mai la maniera di parlare dei problemi degli italiani, che sono tanti, a cominciare dalla disoccupazione per proseguire con le tariffe dei servizi che aumentano senza sosta ». Ecco, i soliti «comunisti”.

L’Unità 06.01.11

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Berlusconi show contro i “comunisti”:
“Sempre uguali, vogliono farmi fuori”

Il premier parla in tv da Signorini “Questa sinistra non cambia mai, anche se oggi veste in cachemire”
«Massimo D’Alema va in vacanza a Saint Moritz con la moglie e veste con il cachemire? È solo un imborghesimento comune alla sinistra, in particolare agli ex comunisti che, anche se hanno cambiato il nome al partito restano tali e hanno un unico obiettivo: prendere il potere eliminando Silvio Berlusconi con l’ausilio dei pm». Il Presidente del Consiglio è convinto dell’esistenza di questo disegno e lo ha spiegato in collegamento telefonico con Kalispera, la trasmissione di Alfonso Signorini.

È stato il conduttore a stimolare il premier, mostrandogli la fotografia di D’Alema in vacanza con la moglie a Saint Moritz, località turistica un tempo cara all’avvocato Agnelli. «Non è un cachemire – ha detto Berlusconi – che può cambiare il cervello e il cuore della gente. I nostri post-comunisti fanno finta di avere abitato su Marte e dicono anche di non essere mai stati comunisti, ma non hanno mai fatto i conti con il loro passato e con gli orrori di una ideologia spaventosa. Ricordiamo sempre che è stata l’ideologia più disumana e criminale della storia dell’uomo che ha prodotto solo miseria e disperazione e più di 100 milioni di morti».

È caduto il muro di Berlino, l’Urss è un ricordo del ’900 ma per Berlusconi, in Italia «i comunisti esistono eccome» e continuano a fare ciò che hanno sempre fatto: «Mistificano la realtà, demonizzano l’avversario, cercando di farlo fuori, come fanno con me, utilizzando i magistrati a loro vicini, perchè mi considerano un ostacolo da eliminare assolutamente per arrivare al potere». Un traguardo che non raggiungeranno, non tanto perchè, come ha osservato Signorini «con il ciuffolo» che il premier glielo dà, ma perchè, come ha precisato Berlusconi «sono gli italiani, per fortuna, che non si riconoscono in questa sinistra». Il cambio del nome e l’imborghesimento dei dirigenti come D’Alema ma anche di Santoro («veste Armani» ha sottolineato Signorini) e Beppe Grillo sono solo operazioni di trasformismo: «I comunisti italiani hanno pensato che bastasse cambiare il nome del partito per cancellare il passato. Hanno cambiato il nome più volte ma il trucco non ha funzionato perchè sono sempre gli stessi, con gli stessi pregiudizi, con lo stesso modo di fare politica. È vero si sono imborghesiti, indossano capi firmati, scarpe fatte su misura, pasteggiano a caviale e champagne, ma sono sempre gli stessi». L’unica differenza, ha precisato, è che una volta «andavano nelle case del popolo, adesso frequentano i salotti più chic».

In un comizio per una campagna elettorale, raccontando di avere abitato in via Volturno a Milano, davanti alla storica sede del vecchio Pci, aveva sottolineato «sono sempre stato dall’altra parte». Oggi, stimolato da Signorini ha assicurato di non avere mai avuto rapporti con una donna di sinistra: «Mai! Posso giurarlo!». E su Veronica Lario che, secondo il conduttore «è diventata un’icona della sinistra» il Cavaliere ha preferito glissare: «Su questo argomento mi astengo».

La Stampa 06.01.12

«Numeri in libertà sul federalismo», di Massimo Bordignon

Giorni di festa con i giornali pieni di stime degli effetti del federalismo sulle entrate dei comuni capoluogo di provincia italiani, con tanto di vincitori e vinti. Ma hanno senso questi numeri? Difficile rispondere. Il vero problema è l’ambiguità dello schema di decreto sul quale quelle stime si basano. Dice poco su quello che avverrà da qui al 2014 e nulla su quello che succederà dal 2014 in poi. Un nuovo esempio di federalismo annunciato, senza che i problemi siano veramente affrontati.

A Santo Stefano i giornali si sono riempiti delle stime, dovute a un senatore del Pd, Marco Stradiotto, sugli effetti del federalismo prossimo venturo sulle entrate dei comuni capoluogo di provincia italiani, con tanto di vincitori, generalmente al Nord, e di perdenti, generalmente al Sud. Ma hanno senso queste stime? Difficile rispondere. Al di là dei numeri, il vero problema è che lo schema di decreto a cui le stime fanno riferimento è ambiguo; dice poco su quello che succede da qui al 2014 e nulla su quello che succederà dal 2014 in poi. Ma andiamo con ordine.

LA TRANSIZIONE

Il decreto 292 sulla fiscalità municipale (finalmente approdato alla commissione bicamerale, dopo essere stato respinto dalle rappresentanze dei comuni) prevede due fasi: una di transizione, dal 2011 al 2013, e una a regime, dal 2014 in poi. Che cosa succede nella fase di transizione è relativamente chiaro. Lo Stato devolve (dal 2011) ai comuni una serie di tributi erariali sul trasferimento e il possesso degli immobili (tra cui, in opzione, la famosa cedolare secca in sostituzione dell’Irpef sugli affitti). Si tratta di quasi 16 miliardi di euro, cioè di un bel po’ di quattrini. Il capo della Lega, Umberto Bossi, ha parlato per questo di “obiettivo raggiunto” per il federalismo municipale, dando a intendere che questi sono nuovi soldi che affluiscono ai bilanci comunali. In realtà, non è così. Le risorse devolute vanno infatti a finanziare un nuovo “fondo di riequilibrio” che sostituisce gli attuali trasferimenti erariali ai comuni (le “spettanze” da parte del ministero degli Interni), che vengono contestualmente aboliti, per circa 13 miliardi di euro. Non solo, lo Stato incamera anche la differenza (circa 2 miliardi, più l’accisa comunale sull’energia elettrica che ritorna adesso allo Stato). Dunque, nel 2011 i comuni prenderanno esattamente gli stessi soldi che avrebbero preso con il sistema vigente, inclusi i tagli della manovra 2010-12 che sono già contabilizzati nei trasferimenti eliminati. L’unica differenza è che i trasferimenti ai comuni, invece di essere finanziati dalla fiscalità generale, lo sono da una serie di tributi dedicati.
Che succede nel 2012-3 è già meno chiaro, perché il decreto non lo dice, rimandando a successivi decreti ministeriali. Per esempio, non sappiamo quale sarà la dimensione del fondo di riequilibrio negli anni successivi. Rimarrà fisso a 13 miliardi? Varierà sulla base della crescita o della decrescita del gettito dei tributi erariali devoluti? La dimensione del fondo sarà in qualche modo collegata alle stime sui costi standard sulle funzioni fondamentali dei comuni che un altro decreto del Consiglio dei ministri, questo definitivamente approvato, ha affidato alla Sose? E come verranno ripartite le risorse del fondo tra i comuni nel biennio 2012-13? Mistero.

LA FASE A REGIME

Ma la situazione diventa ancora più incerta dopo la fase di transizione. Nel 2014, infatti, i tributi erariali devoluti nel 2011 (eccetto la cedolare secca) dovrebbero in buona parte scomparire ed essere sostituiti dalla nuova imposta municipale unica, l’Imu. Più esattamente, i tributi erariali relativi al possesso dell’abitazione (per circa 2 miliardi) dovrebbero scomparire e confluire nell’Ici sulle seconde case (che scomparirebbe a sua volta, assumendo il nome di Imu sul possesso degli immobili), la cui aliquota dovrebbe dunque crescere in modo da compensare la perdita di gettito, mentre quelli relativi al trasferimento degli immobili dovrebbero mutare nome e aliquote e diventare essi stessi parte della nuova Imu (per circa altri sei miliardi di euro).
A questo punto che succede al fondo di riequilibrio e alla perequazione tra i comuni? Di nuovo, non lo sappiamo perché il decreto non lo dice. Quanta parte dell’Imu affluirà davvero nella casse dei comuni e quanta parte rimarrà allo Stato per compensarlo della perdita dei tributi erariali? Non si sa. Nell’incertezza, il senatore Stradiotto assume che i soldi dei tributi devoluti e poi confluiti nell’Imu finiscano interamente nelle casse comunali e non più in parte al fondo o allo Stato. Ciò naturalmente produce vincenti e perdenti. Vincenti sono i comuni in cui il gettito dei tributi devoluti supera i trasferimenti aboliti; perdenti sono gli altri. E dunque, vincenti sono i comuni che percepivano pochi trasferimenti e avevano tanta ricchezza immobiliare (nelle seconde case); perdenti tutti gli altri. E poiché i comuni più poveri e che più percepivano trasferimenti stanno al Sud, mentre i ricchi stanno al Nord, è ovvio che il nuovo sistema avvantaggia il Nord e penalizza il Sud.

I NUMERI DI NATALE

Stradiotto usa queste stime per argomentare che l’Imu non va bene, perché induce troppa sperequazione tra i comuni ex ante, che dovrà essere compensata ex post con il sistema perequativo. Ma sbaglia bersaglio. Primo, perché data la distribuzione delle basi imponibili tra i territori, si otterrebbe più o meno la stessa sperequazione utilizzando qualunque altro tributo comunale. Secondo, perché la sua ipotesi di partenza è insostenibile. È evidente, ed è già implicito nel decreto, che una parte dei soldi incassati dai comuni vincenti con l’introduzione dell’Imu verrà comunque trasferita ai perdenti, tramite il fondo di riequilibrio. Altrimenti, lo Stato stesso dovrebbe farsi carico della perequazione, contravvenendo al principio fondamentale della legge delega, che la sua attuazione debba avvenire “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”.
Piuttosto, altri sono gli elementi di critica. Primo, è evidente che nel nuovo modello previsto dal decreto la perequazione tra comuni diventerà di tipo orizzontale e non più verticale: sono i comuni più ricchi che finanziano direttamente quelli più poveri e non lo Stato. Nulla di male in questo; peccato però che la Costituzione e la legge delega esplicitamente escludano che la perequazione possa essere di tipo orizzontale. Secondo, l’Imu dovrebbe essere un tributo proprio dei comuni, con tanto di autonomia di determinazione dell’aliquota, già prevista nel decreto. Come si fa a calcolare esattamente quanta parte del gettito Imu di un comune deve ritornare al fondo perequativo? E chi lo decide? Lo Stato, i comuni stessi, l’Anci? Il decreto non lo dice. Terzo, circa un terzo delle entrate della nuova imposta comunale, quelle relative ai trasferimenti degli immobili, dipendono fortemente dall’evoluzione del mercato immobiliare e dunque dal ciclo economico. Si tratta perciò di entrate molto aleatorie, soprattutto nei piccoli comuni, inadatte a finanziare una spesa che è tendenzialmente a-ciclica o contro-ciclica.

PROBLEMI IRRISOLTI

Il decreto 292 è un esempio di come il governo procede nell’attuazione del federalismo fiscale. Si dice cosa succederà nel 2011, cioè nulla; si è vaghissimi rispetto a quello che succederà in futuro, rimandando a ulteriori decreti. Domina evidentemente la preoccupazione di portare a casa un risultato spendibile sul piano elettorale e non quella di costruire un sistema stabile di relazioni finanziarie tra governi. L’effetto annuncio (l’Imu, la devoluzione dei tributi erariali sugli immobili) è considerato prioritario e sufficiente rispetto alla necessità di affrontare e risolvere i problemi, che vengono semplicemente rimandati al futuro. Intanto, però i problemi restano.

da www.lavoce.info

"Rosarno un anno dopo Ancora crisi, ancora paura. E sempre più lavoro nero", di Gianluca Ursini

Il 7 gennaio 2010 si scatenò la rivolta e la caccia all’uomo lungo le strade Oggi i migranti sono 800 circa e come allora nessuno raccoglie le arance…Per le strade intorno Rosarno, i campi dal verde fosco sono punteggiati dal sole: mèlange di arance abbandonate. «A 5 centesimi al chilo, andateveli a raccogliere voi», sbeffeggiano il forestiero amareggiati i caporali a tarda sera, sulla statale 118 che attraversa la Piana e unisce una realtà metropolitana di paesini divisi da ettari di agrumeti e uliveti centenari: Rizzìconi, Rosarno, Laureana, Drosi, San Ferdinando, Taurianova e giù verso il mare le luci del porto di Gioja. Rumeni, Bulgari, magherebini, persino un improbabile argentino biondo come un Gesù che di giorno fa il cassiere all’Iper, guidano i furgoncini da dove smontano gli africani, la minoranza. Per la gran parte, un migliaio di bulgari, macedoni, rumeni e ucraini che dopo la rivolta del 2010 non se ne sono mai andati, mai stati espulsi. Chi perché comunitario,chi perché bianco. E qui di troppo erano solo i nivuri.
Gli africani, che nel 2011 in gran parte non sono tornati, si vedono in giro solo all’alba e in gruppi divisi per nazionalità: guineani, malesi, ghanesi, pochissimi nigeriani, come in passato moltissimi burkinabé e ivoriani, forgiati da anni nei campi di cacao. Ma lì non pioveva ogni giorno come nel cuore umido della Calabria più verde. «Abbiamo registrato 800 presenze di migranti», conta Peppe Pugliese dell’Osservatorio Migranti CalAfrica, mentre porta in giro un allampanato pastore, David McFarland della chiesa Evangelica, a distribuire coperte. «Hanno superato il migliaio», ribattono dalla rete di Ong del progetto “Radici”, che chiede per i lavoratori un permesso di soggiorno per non faticare in nero. «Conviene raccogliere le clementine, i mandarini, almeno rendono 20 centesimi, qui si deve affrontare una universale crisi del lavoro nell’agroalimentare meridionale, delle condizioni di lavoro e dei flussi di manodopera: a questi prezzi non conviene assumere, forse nemmeno produrre», allarga le braccia Antonino Calogero della Cgil locale. Per i braccianti la paga continua ad essere da 20 o 25 euro a giornata. Si comincia alle 5 sulla statale poi alle 8, finita la contrattazione col padroncino che può lucrare sulla tua schiena 10 euro, ti ritrovi nel “giardino”. Alle 5 è buio, tutti a casa. Quale casa? Un anno fa esplose la rabbia nelle fabbriche abbandonate e occupate dagli anni 90: la Cartiera a S. Ferdinando, abbandonata coi tetti sfasciati di Eternit in luglio dopo un incendio; rimaneva l’ex fabbrica di succhi “Rognetta” alle porte di Rosarno. Ora demolita, con 800mila euro del Viminale i rosarnesi avranno un mercato, al chiuso. Dormitori, no. C’erano i silos della ex “Opera Sila” sulla strada per Gioia, dove in contrada Bosco ci sarebbero stati in gennaio gli scontri più animati con l’auto di una donna incinta data alle fiamme. Nelle tre notti successive, 150 bravi pattugliavano i campi con le mazze da baseball battute ritmicamente sull’asfalto della statale a cercare un “cuginetto” che tentasse la sortita. A Rizziconi, alla Collina, in due casoni sequestrati alle sorelle Albanese, clan dei più feroci, in 200 sopravvivevano senza acqua né luce. Tutto finito nel 2011. Ora i nivuri sono meno della metà dei 2500, presenti al momento della rivolta, quando la chiusura delle fabbriche del Nord li spinse verso i campi del Meridione.
Lavoro non ce n’è, non si mettono insieme più di tre giornate a settimana e a sera il western Union vicino l’unico hotel ora ingombrato dalle tv satellitari straripa di africani per spedire i soldi. Dormono tutti in casolari sulle strade tra Rizziconi, San Ferdinando e Rosarno; non più di 20. Hanno paura della caccia. «Da ottobre in bande girano per i casolari a controllare quanti siano gli africani», spiega sconsolato un parroco. Gli unici a ribattere alle mafie sono volontari e Chiesa. In una frazione di Rizzìconi la Caritas locale ha creato il “modello Drosi”: il sacerdote fa da garante e 50 migranti trovano affitto a prezzi moderati. «in un anno avremo il centro Formazione professionale con 120 alloggi per i migranti regolari», assicura la neosindaco Elisabetta Tripodi. «Intanto sgombereremo il cementificio Beton Medma sequestrato al clan Bellocco; poi in primavera costruiremo tre palazzine, con un milione e mezzo già stanziato».
Secondo “Radici” «gran parte delle 800 presenze censite sono regolari richiedenti asilo – spiega Francesca Chirico – ma all’asilante le questure rilasciano un cedolino che permette il soggiorno: non si può firmare un contratto». Il risultato è lavoro nero. Nonostante gli oltre mille controlli in autunno dichiarati dall’Inps, sempre agli stessi orari, sempre il lunedì. Nonostante l’inchiesta Migrantes di maggio del pm Stefano Musolino e del procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo: oltre 30 sfruttatori comunitari in manette.

L’Unità 06.01.11

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“Un anno dopo Rosarno è sempre più inferno”, di Giampiero Calapà

In Calabria il 7 gennaio di un anno fa le violenze tra “bianchi” e braccianti africani, che adesso vivono nascosti come topi nelle campagne. Prima del 7 gennaio 2010, prima di quelli che qui chiamano “i fatti”, i migranti africani a Rosarno erano 2500. Poi i giorni della violenza, qualcuno tra i “bianchi” comincia a “sparare” ai neri. Scoppia l’inferno. È guerra per giorni, la Statale 18 bloccata, il centro messo a ferro e fuoco. Vince la rabbia. Poi si scatena la “caccia al nero”. Lo schema “è mafioso: una minoranza di rosarnesi si spende nella caccia, megafono e spranga in mano, mentre la maggioranza sta zitta, chiude le persiane”, spiega Agostino Pantano, giornalista che a Rosarno conosce ogni singolo sasso. Catapecchie del centro, la ex cartiera, scheletri di edifici abbandonati nel triangolo ad alta densità mafiosa tra Rosarno, San Ferdinando e Gioia Tauro, regno delle famigerate famiglie di ‘ndrangheta dei Pesce e dei Bellocco. Prima dei “fatti” quei tuguri erano le case da Terzo mondo di questi disperati che dal vero Terzo mondo sono scappati. Adesso, un anno dopo, che cosa è cambiato? Ci sono più immigrati dell’Est europeo, soprattutto bulgari. Gli africani sono molti meno: 700 anime (poco più di mille in tutta la Piana di Gioia Tauro, di cui almeno la metà sono cosiddetti clandestini), veri fantasmi. Mentre prima affittavano in nero una stanza senza luce, acqua, riscaldamento, da qualche italiano senza scrupoli a 150 euro al mese per posto letto – anche dieci o venti stipati in uno stesso locale – adesso la maggior parte di loro è costretta a vivere nelle campagne attorno a Rosarno. In casolari apparentemente abbandonati, per cui alcuni giurano di non pagare neppure un centesimo. In realtà nulla è gratis nella miseria di Rosarno. Tra campi di agrumi e oliveti il Terzo mondo è qui.
Il fango sale fino alla gola, poco lontano dal centro del paese, dove cominciano le distese di campagne che sono il luogo di lavoro e di vita dei “fantasmi”. Tra di loro ci sono i caponeros, parlando meglio degli altri l’italiano, trattano con il padrone, sono i nuovi caporali, “schiavi” che hanno scalato un gradino nella piramide delle caste dell’inferno. Usano le loro automobili per portare al lavoro i braccianti.
Il piccolo viaggio in macchina costa 2,50 euro. La giornata di lavoro ne varrà 25, quando va bene, a volte anche meno di venti. E non si lavora tutti i giorni. Su trenta persone che affollano questa catapecchia di campagna, quindici questa mattina non sono andati nei campi di agrumi. Restano ad aspettare tutto il giorno che i compagni ritornino con qualcosa da mangiare anche per loro. Fanno passare il tempo riscaldandosi con il fuoco, tutti attorno a un tavolo. Ma è un giorno speciale, perché c’è la visita del sindaco. Elisabetta Tripodi è primo cittadino di Rosarno da neanche un mese, con una giunta di centrosinistra dopo due anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose. Arriva con un furgoncino messo a disposizione dalla Cgil, in servizio da “sindacato di strada”, per portare assistenza ai fantasmi. Ha i tacchi alti il sindaco, non è la calzatura ideale per camminare nel fango che circonda questo pezzo di Africa nera nel cuore della Calabria. Infatti, procede a fatica. E scuote la testa, quando si ritrova davanti alle scene di ordinaria disperazione quotidiana della vita di questa gente.
Una pentola è sul fuoco, l’acqua deve bollire per poter essere utilizzata per la doccia. Una doccia di fortuna, ovviamente, delimitata da qualche cartone e lamiere. Non ha parole il sindaco, a cui Abrham, 46 anni, da quasi venti al lavoro nei campi tra la Calabria e la Puglia, chiede: “Cosa potete fare per noi? Avete visto le condizioni in cui viviamo? Non abbiamo i documenti, non possiamo ritornare in Africa a vedere i nostri figli, le nostre mogli. E qui dobbiamo vivere così. Ma adesso non ci mandi i carabinieri, non ci faccia cacciare”. Il sindaco scuote ancora la testa e poi scappa via. Abrham insiste: “Costa potete fare per noi?”. Il sindaco Tripodi gli volta le spalle e a denti stretti, sussurra: “Niente, non posso fare niente”.
Ha già realizzato questa triste considerazione o è solo la disperazione del momento, ma in via ufficiale Tripodi spiega che “la Protezione civile installerà venti container per accogliere gli immigrati”, in attesa della costruzione di un centro di prima accoglienza. Non è abbastanza , lo sa il sindaco, che denuncia: “In questo ultimo anno, almeno a livello di strutture di accoglienza, non è cambiato proprio nulla”. Però si dissocia dai “mass media che un anno fa hanno descritto i rosarnesi come razzisti: la solidarietà di cittadini, associazioni e parrocchie c’è sempre stata”. E la Cgil, inseme all’associazione Rete Radici, domani sarà impegnata in due manifestazioni: una a Rosarno e l’altra a Reggio Calabria.
Non hanno aderito i ragazzi dell’Osservatorio migranti Africalabria: “Solo passerelle, il problema qui è cosa succede dall’8 di gennaio. Cosa che già sappiamo, non perché siamo indovini, ma perché è sempre così: restiamo solo noi”. Peppe Pugliese, anima e corpo dell’Osservatorio, passa le giornate al telefono con i migranti: “Peppe ci serve un materasso”, “Peppe non abbiamo la luce”, “Peppe è un mese che cammino senza scarpe”. Peppe parte da casa in macchina, nel pomeriggio, passa sulla Statale 18, davanti agli edifici adesso vuoti dell’ex Opera Sila. Pochi giorni fa Eugenio Ripepe, responsabile della Protezione civile calabrese ha annunciato l’avvio della bonifica di quei luoghi che sono stati il simbolo dei “fatti” di un anno fa. Tutto è cominciato qui, sulla 18. Dopo gli sgomberi la polizia presidiò per giorni la struttura e oggi qui non dorme più nessuno.
Peppe, intanto, procede verso Gioia Tauro, dove dovrà comprare un generatore elettrico. Con 250 euro, regalo della Chiesa Battista: “Andiamo avanti così, con la beneficenza”. Ritornando verso Rosarno sosta anche in una farmacia, “per comprare dell’acqua ossigenata per un ragazzo, che si è tagliato, ha un dito gonfio da far paura, spero vada anche dal medico domani”. A Rosarno le giornate cominciano all’alba, quando lungo le strade gruppi di migranti aspettano l’arrivo delle auto o dei furgoni di caporali e caponeros, e finiscono quando gli stessi ritornano e si dirigono verso i tuguri dove dormono. Nel mezzo c’è la vita in strade dissestate “arricchite” dalla spazzatura. Già, succede, a Rosarno – nonostante l’inceneritore che domina il panorama proprio là dove c’è l’ex Opera Sila adesso non più abitata dai migranti – che, periodicamente, i cassonetti vomitino metri e metri di sacchetti, scene che in questi mesi siamo abituati a ricollegare subito al dramma di Napoli.
Perché l’inferno è un’opera completa. E allora deve ricordare la miseria ad ogni angolo di Rosarno, dove, se non c’è la spazzatura, ci sono arance buttate in nome dello spreco, perché in questo momento il calo dei prezzi, insieme a strategie criminali, ne rallenta il raccolto. Tanto che, paradosso dei paradossi, in un pomeriggio rosarnese al bar è possibile sentirsi negare una spremuta da dietro il bancone: “Mi dispiace, abbiamo finito le arance”.

Il Fatto Quotidiano 06.01.11

"Altro che ultimatum la Lega è implosa", di Francesco Lo Sardo

La leadership calante di Bossi, la gestione della crisi, il federalismo monco: il Carroccio non è più una macchina da guerra.
Fare la voce grossa e fumo sul federalismo conviene. Non soltanto per andare all’incasso del decreto sulla fiscalità comunale entro fine mese, ma anche per tener meglio occultate dietro un’impenetrabile cortina di ferro le tensioni che squassano in una sorta di clima da dopo-Bossi, nelle roccaforti della Lombardia e del Veneto, l’ultimo partito stalinista d’Occidente: la Lega.
Tre giorni fa Bossi aveva tirato un siluro micidiale contro il suo ministro Maroni denunciando implicitamente, insieme alle “cimici” ritrovate in casa, un grave difetto (o un eccesso?) di “attenzioni” nei suoi confronti. Ieri è stato di nuovo lui, Bossi, con una frase apparentemente buttata lì a caso, a segnalare la punta di un altro iceberg: il caos che regna nella Lega nella regione più leghista d’Italia, il Veneto del Carroccio al 35,2 per cento.
«Si va al congresso e chi vince sarà designato, basta che non sia un rompipalle, uno che non si faccia intrappolare dai miraggi romaneschi. Roma usa sempre il divide et impera»: dietro la preoccupazione di Bossi – le correnti leghiste sono ormai troppo forti per poter parlare di un altolà del Senatùr – sul prossimo segretario “nazionale” veneto (così i leghisti chiamano i segretari regionali) si legge l’irritazione e l’impotenza per l’ascesa del veronese sindaco scaligero Flavio Tosi.
Doveva essere Tosi e non Zaia il candidato governatore veneto, grazie a un patto con l’ex avversario Giampaolo Gobbo, sindaco di Treviso e ora segretario regionale uscente della Lega. Fu Bossi a tagliargli le gambe, perché Tosi è uno che si muove troppo e che a Verona, facendogli uno sgarbo, ha commissariato valanghe di sezioni non allineate per epurare il dissenso interno che fa capo a Federico Bricolo (capo dei senatori leghisti, uno del nocciolo duro, degli ultimi veri pretoriani di Bossi con Rosi Mauro e il capogruppo alla camera Marco Reguzzoni).
Ma delle lotte interne al Veneto il catalogo è lunghissimo. C’è Gobbo che ha ripreso a sparare su Tosi per dare una mano a Zaia, c’è il senatore Stiffoni che detesta e chiede l’espulsione dalla Lega del prosindaco di Treviso, l’ex sceriffo Gentilini, storico capopolo leghista. Ma soprattutto, ultima delle grane, c’è il Carroccio del bellunese che all’unanimità martedì prossimo l’11 gennaio, voterà insieme a tutti gli altri partiti della provincia a favore di un referendum popolare per staccarsi dal Veneto e agganciarsi al Trentino Alto Adige.
I leghisti veneti che vogliono staccarsi dal veneto leghista, un brutto colpo per l’immagine della Lega che governa regione e provincia: col referendum si abdica alla riforma federalista o si lascia pensare che non lo si realizzerà mai ed è meglio far da sé. In più il Veneto perderà il 20 per cento di un pezzo pregiato del suo territorio: 3600 chilometri quadrati, dalle Prealpi alle Dolomiti, con gioielli come Cortina.
In Lombardia le cose nella Lega non vanno meglio. C’è Maroni che scalpita e cerca di farsi largo (spalleggiato Giorgetti e dai leghisti piemontesi di Cota) duramente contrastato localmente dal pretoriano bossiano Reguzzoni che ha il mandato di arginarlo. Gli si oppone, per contenerlo, anche il suo avversario storico, il bergamasco Calderoli, sebbene indebolito sul territorio e imprigionato nel cubo di Rubik del federalismo. Una situazione pesante, che avrebbe persino fatto riaffiorare in Bossi la tentazione di candidarsi a sindaco di Milano al posto della Moratti.
La Lega vincente, la Lega compatta attorno al capo supremo sembra ormai solo un luogo comune. Il trend ascendente leghista nei sondaggi nell’ultimo mese s’è arrestato e ha invertito la tendenza: segnando un arretramento dell’1,4 per cento. Il primo campanello d’allarme era suonato in ottobre proprio in Veneto, con un calo di un punto rispetto alle regionali di sei mesi prima. Le elezioni anticipate, certo, ricompatterebbero la Lega: ma è Berlusconi, adesso, che non vuole fargli questo regalo.

da Europa Quotidiano 06.01.11

"Perché le nuove generazioni sono rimaste senza futuro", di Benedetta Tobagi

Il presidente Napolitano li ha messi al centro del suo discorso di fine anno. Evidenziando le contraddizioni di un´epoca che sembra togliere speranze e possibilità. Gli anni Cinquanta partorirono la generazione dei ribelli alla James Dean poi venne l´ondata del Sessantotto. Oggi scendono in piazza per gridare che non vogliono pagare la crisi E sono il simbolo non di una rivoluzione ma della nostra angoscia
Il presidente della Repubblica, 85 anni, ha pronunciato ben 19 volte la parola “giovane” e derivati nel suo messaggio alla nazione di fine anno: i dati sul malessere giovanile devono diventare un “assillo comune”, altrimenti “la partita del futuro è persa, non solo per loro, ma per tutti”. I disordini dicembrini, certo, la dimensione internazionale della protesta universitaria e del dramma del precariato, ma le parole di Napolitano attingono a una radice più profonda.
L´immagine dei giovani è sovraccarica di significati simbolici, catalizza le angosce di una società e le sue aspettative per il futuro. Incarna le possibilità di grandezza e di riscatto di un paese: per questo i regimi totalitari erano ossessionati dalla fabbricazione e dall´educazione della nuova gioventù. I giovani sono un ricettacolo di proiezioni ambivalenti, utopie incarnate e specchio del male sociale: a volte si ribellano, più spesso le interiorizzano. Come se non fosse già abbastanza difficile esserlo, giovani, tra pulsioni violente e contraddittorie, slanci di sogno e angosce distruttive. Oggi come ieri: già nel primo Ottocento l´idealismo dei patrioti coesisteva con la moda romantica dei suicidi alla Werther. Una tempesta continua di paura e fiducia, nell´animo di chi è giovane e negli occhi di chi guarda. Dal secondo dopoguerra, quando i giovani si affermano definitivamente come categoria sociologica e soprattutto merceologica, l´ambivalenza si accentua: angeli di cambiamento o demoni che minacciano la morale, la stabilità sociale e l´ordine pubblico? Gli anni Cinquanta partorirono il “ribelle senza causa” Dean, il “selvaggio” Brando, l´allarme per la delinquenza giovanile. Ma the times they are a-changin´, e dopo il primo spavento l´ondata internazionale del ´68 fu presto circonfusa da un alone di ottimismo e positività. Un´eccezione, favorita dalle circostanze materiali: la società dei baby boomer era prospera, fiduciosa e anelava a profondi mutamenti dei costumi. I giovani diedero la spallata decisiva. Nel 1977, dopo gli shock petroliferi, l´afflato dylaniano è già rimpiazzato dalla rabbia punk: “siamo fiori nei cestini della spazzatura, nessun futuro per la gioventù”, decreta il secondo singolo dei Sex Pistols, mentre in Italia molti manifestanti impugnano la P38. Dopo la sbornia consumista dei decenni successivi, da allarme lanciato dai marginali, lo slogan “no future” e la variante ansiogena “quale futuro?” esprimono l´angoscia profonda dei giovani dell´Occidente industrializzato. Ecco la nuova questione giovanile del Primo Mondo, divenuto consapevole che l´eterno progresso era solo un´illusione: il crollo delle aspettative, i giovani che hanno – a ragione! – angosce da adulti, lavoro, mutuo, o da vecchi, come la pensione. Spesso, nemmeno lo urlano in piazza: il che rende tutto più drammatico. I più inconsapevoli si dibattono cercando di riempire un vuoto di senso, prima ancora che di prospettive. La questione giovanile sono anche le dipendenze, i salti dal balcone e i sassi dal cavalcavia, le violenze inspiegabili, i fantasmi nottambuli che muoiono ai rave. La mortifera assenza di desiderio del rapporto Censis di De Rita e il nichilismo analizzato da Galimberti. A confronto di questi spettri, le intemperanze di piazza dovrebbero far tirare un sospiro di sollievo: c´è ancora vita che freme in tanti isolotti emersi nel mare tumultuoso sotto il parallelo dei trent´anni.
Ansia, rabbia, indifferenza: questo rimandano alla società le metafore viventi del futuro. La fuga di giovani all´estero evoca l´immagine dei topi che abbandonano la nave. Pensieri spaventosi: non sorprende che li evitino le nuove generazioni di adulti, che aspirano a sentirsi giovani (liberi, leggeri, deresponsabilizzati, onnipotenti) in eterno. Il nuovo paradosso è la disperazione giovanile che convive col trionfo del mito della giovinezza come bene supremo. La popolazione matura ha il terrore di invecchiare e vampirizza l´allure della gioventù, abbandonando i ragazzi alle loro ombre. Già, è fantastico avere l´energia, le aspettative, il corpo tonico, la leggerezza dei vent´anni con i soldi e le sicurezze materiali di un quasi cinquantenne. “I quaranta sono i nuovi venti!”, recitava la pubblicità di una nuova serie tv. Mai come oggi “sentirsi giovane” dipende poco dal dato anagrafico. È un lusso per chi può permetterselo. Chiaramente, quasi mai i giovani veri, che non a caso scappano sulla Rete e inventano strumenti per condividere gratis musica, film, conoscenze, spazi sociali. Dall´Italia all´Inghilterra, sono scesi in piazza a gridare che non vogliono pagare la crisi di padri preoccupati soprattutto di mantenere il proprio benessere. Da più parti li si accusa di remare contro le riforme, di essere “conservatori”, rispetto ai coetanei che nel ´68 volevano cambiare il mondo. Ma è cambiato il mondo, più che i giovani. Basti pensare alla famiglia: per la maggioranza oggi non è la trappola soffocante dei Pugni in tasca, ma il supporto materiale essenziale e un miraggio irraggiungibile. Ottima la risposta di un 21enne inglese all´editoriale del Guardian che paventava la “politica dei dinosauri”: la battaglia per difendere i principi del welfare e dell´educazione pubblica oggi è “trasformativa”. Anzi, potenzialmente innovativa: perché un giovane che protesta oggi ha già i piedi fuori dalla coperta dello stato sociale, che non ha ancora saputo ripensarsi per accogliere gli ultimi arrivati e aiutarli a giocare la loro partita.

La Repubblica 06.01.11

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“I bamboccioni. Ragazzi per sempre”, di Aldo Nove

Il termine “bamboccione” ha fotografato la condizione del Paese: un neologismo sinonimo di qualcuno che è diventato grande ma vuole restare bambino tra esaltazione della gioventù e impossibilità di crescere. Oggi la categoria si è allungata fino ai 50enni. La chirurgia estetica nasconde quelle realtà che il tempo manifesta sulla nostra carne e che noi rifiutiamo. Ma esiste anche una chirurgia delle parole che nasconde i segni che nel linguaggio manifestano lo scorrere degli anni che passano. Prendiamo la parola “giovane”. È imbarazzante notare come il termine “giovane” tenda oggi a rappresentare individui che giovani non lo sono più. Paradossalmente, negli ultimi anni si cresce per restare o diventare giovani, e se è strano prenderne atto meno lo è ormai viverlo quotidianamente, attraverso tanti piccoli segnali che prendono forma per benevolenza dei mass-media e di un sistema che ai giovani è molto legato.
Forse perché il mercato dei giovani è molto più voluttuario di quello degli adulti, forse perché un mercato del lavoro che non lascia più a nessuno spiragli d´accesso si sente aiutato non poco a considerare come giovani attempati e attempati esponenti di generazioni che forse giovani rimarranno per sempre, con buona pace delle verità morali e delle fiabe che le rappresentano: Pinocchio, insomma, è meglio che resti burattino, e il povero Geppetto si abitui all´idea di mantenerlo fatto tutto di legno come il racconto di Collodi ci ha insegnato perché un burattino di carne non sia mai.
Giovani e burattini dunque nelle mani di un paradossale elisir semantico di eterna giovinezza ma anche indice di consumi impazziti, giochi per quarantenni e programmi d´evasione per cinquantenni che dai e dai la maturità rischiano di non vederla mai: nascere giovani e morire giovani, forse solo più consapevoli (ma consapevoli in quanto individui o in quanto clienti, all´interno di un grande circo che è anche supermercato e notte in cui tutti i pensieri sono coloratissimi, stupendi, pronti da consumare?) di quei bambini che guardano straniati quei neo-giovani di cinquant´anni forse un po´ osceni da vedere ma tutto sommato ottimisti perché giovane vuol dire giovanile e giovanile è segno di salute, energia e non importa se è tutto finto, un po´ di finzione fa bene e se è tanta fa benissimo, se un tempo la religione era l´oppio dei popoli oggi possiamo dire che la giovinezza è l´elisir di lunga vita di una società che vive sulle proprie gratificanti autodefinizioni.
Abituiamoci allora a considerarci ragazzi di cinquantasette anni, a conoscere giovani di sessantacinque: un mondo molto più allegro di quello che potremmo trovare soltanto scivolando su altre parole, come quel “bamboccioni” che di un grande uomo di stato recentemente scomparso è stato forse ciò che superficialmente rimarrà alla memoria di un paese sempre più distratto. “Bamboccione” come neologismo sinonimo di adulto che vuole restare bambino, e il dibattito allora verte tutto sul libero arbitrio, vecchia bestia di ogni sistema filosofico ma anche e più semplicemente nodo indissolubile alla base di tutto ciò che caratterizza l´umano, o quanto d´umano in noi rimane nel mondo in cui viviamo.
Insomma, per farla breve (forse fin troppo breve): ma i bamboccioni ci fanno o ci sono? Gli italiani vogliono restare bambini o “ggiovani” (con due “g”, fa più slang e dunque ancora più giovane) in eterno o c´è qualcosa, là fuori nel mondo d´inizio terzo millennio, che di “nuovi” adulti non ne vuole più sentir parlare?

La Repubblica 06.01.11

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“L´antichità. Ogni cultura ha interpretato diversamente quell´età”, di Marino Niola

Nell´antica Sparta i bambini, già a sette anni, venivano addestrati a reincarnare il modello adulto Così erano sottratti alla famiglia e crescevano con i coetanei fino a diventare soldati, cioè uomini. La giovinezza è solo un´invenzione sociale. È il modo in cui ogni cultura riempie lo spazio tra l´infanzia e la maturità e ne definisce gli step essenziali, i confini che separano un´età dall´altra. Come dire che la parola giovane non significa niente di fisso e immutabile. Ci sono società dove la verde età dura lo spazio di un mattino e società, come la nostra, dove l´evergreen non è un´età ma una condizione permanente, uno stile di vita, addirittura una mentalità. Che, invece di separare le generazioni, le tiene insieme allo stato fusionale, o meglio confusionale. Mentre fino alla metà del Novecento l´adolescenza era una fase transitoria della vita, il tempo dell´attesa e dell´apprendistato. Come dice la parola stessa che deriva da adolescere – la medesima radice di adulto – e quindi indica una crescita in atto, un processo di “adultescenza”. Ai giovani dunque si chiedeva di diventare grandi, posati, con la testa sulle spalle. Futura classe dirigente insomma. Ecco perché se una volta i ventenni sembravano quarantenni oggi, è il contrario, sono i padri ad avere l´aspetto e il look dei figli.
In realtà la categoria dei teenagers è figlia della civiltà dei consumi. Che, dal dopoguerra, inventa questo nome per una nuova fascia di mercato, costruendo così una tipologia sociale inedita che si è progressivamente affrancata dall´anagrafe e dalla fisiologia per diventare l´emblema inquieto della tarda modernità. Non a caso le grandi icone dello star system, dal maledetto Jim Morrison al sempreverde Mick Jagger, fino alle trasgressive Mary Quant a Jane Fonda sono tutti forever young. Emblemi di quella gioventù bruciata, tutta sesso droga e rock and roll, che per la prima volta nella storia contrapponeva apertamente la sua cultura a quella dei padri. Non più imitativa ma alternativa. Non più riproduzione ma contestazione, spesso rivoluzione.
È il Sessantotto, a braccetto con il mercato, a fare da punto di non ritorno, a cambiare per sempre l´agenda delle generazioni, a desincronizzare il timer anagrafico che fino ad allora scandiva inesorabilmente la vita delle persone. Ogni età uno scatto in avanti verso la sospirata indipendenza.
Né più né meno di quel che accadeva nella maggior parte delle società antiche e tradizionali. Che addestravano gli individui sin dalla più tenera età a reincarnare il modello genitoriale. Alcune lo facevano prolungando l´infanzia e l´adolescenza fino ai trent´anni. Come nell´antica Sparta, dove i bambini a sette anni venivano sottratti alla famiglia e crescevano con i loro brothers in arms fino ai trenta, quando diventavano soldati, come dire uomini a tutti gli effetti. Solo allora avevano il permesso di sposarsi e mettere su casa. E così pure le donne, addestrate alla guerra prima che al telaio. Viceversa a Roma si passava quasi senza soluzione di continuità dall´infanzia alla maggiore età. A sedici anni si indossava la toga virile e il tempo delle mele era bell´e finito. I maschi entravano nel mondo del lavoro e le bambine si ritrovavano matrone in quattro e quattr´otto. E senza rughe. Se a Sparta la società rallentava le trasformazioni fisiologiche, a Roma la cultura era più veloce della natura. Proprio come in quei paesi extraeuropei dove le ragazzine, varcata la soglia della pubertà, diventano donne. E non solo metaforicamente, tant´è che si sposano bambine.
Insomma più breve è la giovinezza, più profonde sono le differenze tra le generazioni e tra i generi. Più è lunga, più è leggera e unisex. A Sparta come a Manhattan.

La Repubblica 06.01.11

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“Generazioni tradite”, di Massimo L. Salvadori

In un articolo del 2 gennaio pubblicato su questo giornale a commento del discorso di fine anno pronunciato dal Presidente Napolitano e tanto opportunamente centrato sulla deprimente condizione dei giovani nel nostro paese, Massimo Giannini ha attirato l´attenzione su due aspetti. L´uno attiene ad alcuni dati di fatto allarmanti che documentano questa condizione; l´altro al fatto che l´invito del Presidente ad affrontare finalmente con vigorosa determinazione la questione, non sembra trovare candidati in nessuna parte dello schieramento politico, poiché finora «la politica non ha mosso un dito». Da ciò Giannini è stato indotto a parlare dei giovani italiani come di una «generazione tradita». Per parte mia, vorrei svolgere alcune considerazioni su chi propriamente tradisca i giovani e sulle forme del tradimento: un tradimento che dà luogo a un vero e proprio «genocidio» umano, culturale e sociale.
Il primo tradimento lo commette chi – avendo la responsabilità politica e sociale di sostenere i giovani allo scopo di immetterli proficuamente nella vita civile del Paese – li rende in tanta parte orfani quando li abbandona a se stessi lasciandoli vagare in una società indifferente o addirittura ostile. Esiste, infatti, una paternità naturale, che è quella dei genitori; ma poi, altrettanto importante e decisiva e per molti versi ancor più determinante, vi è la paternità costituita dalle istituzioni e dalle persone preposte a sostenere i giovani dall´infanzia fino a quello che dovrebbe essere il momento giusto del loro inserimento nel mondo del lavoro. Orbene, in Italia si assiste a una vera e propria rinuncia all´esercizio di questa paternità ovvero a un dilagante atto di abbandono.
Il secondo tradimento (l´elencazione non implica una gerarchia di importanza) lo commette chi, a partire dal governo e dai partiti su cui esso poggia, afferma con animo addolorato che si vorrebbe certo trovare risorse adeguate per affrontare i problemi dei giovani, ma che purtroppo, in un momento di pesante crisi dell´economia e con un debito tanto elevato dello Stato, queste sono necessariamente assai limitate. Qui la colpa si accompagna all´ipocrisia. Sicuramente l´Italia non naviga oggi nelle sue acque migliori. Ma è troppo ricordare che la Gran Bretagna costruì il suo sistema del Welfare proprio nei primi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando il paese era letteralmente stremato, e che l´Italia, anch´essa in condizioni difficilissime, pose nello stesso periodo le basi della sua ricostruzione non solo civile ma anche materiale?
Mancano dunque da noi – si dice – le risorse per sostenere adeguatamente i giovani, poiché anzitutto il debito dello Stato proibisce che lo si faccia. Ma non si potrebbero aumentare le tasse a quel 10 per cento che ha continuato ad arricchirsi in un contesto di enorme evasione fiscale e da solo possiede il 45 per cento del reddito nazionale? Può sembrare che con ciò si voglia colpire coloro alle cui doti di api operose si deve se i vizi dello Stato sempre più indebitato sono fortunatamente compensati dalla virtuosa capacità di risparmio degli italiani. Sennonché viene da domandarsi: non è che lo Stato si indebita tanto perché troppa gente si mette in tasca i soldi che dovrebbe in tasse evase alle finanze pubbliche? Che dunque le apparenti virtù di molti risparmiatori in realtà altro non sono se non il rovescio della medaglia di una viziosa evasione, che ha avuto da parte di troppi governi persino un acclamato incoraggiamento (Berlusconi docet) e dalla quale si potrebbero trarre sostanziose risorse?
Sarà radicalismo estremista, ma credo che troppi dei sempre più numerosi suv che vediamo sfrecciare nelle nostre strade costituiscano altrettanti documenti dell´evasione fiscale che mina l´avvenire dei giovani.
Il terzo tradimento lo commettono tutti coloro che contribuiscono a vanificare quel principio di solidarietà sociale e di civiltà – cui si è richiamato il Presidente sottolineandone la natura di «principio costituzionale» – il quale consiste nel superare gli ostacoli che si frappongono a che a tutti i giovani sia assicurata una base di partenza eguale nella ricerca e utilizzazione delle «opportunità» nel momento in cui si aprono al mondo del lavoro. L´attuazione di questo principio è lo strumento essenziale per compensare le diverse condizioni di privilegio o all´opposto di disagio create dal dato originario, senza merito di alcuno eppure così determinante, di nascere in famiglie ricche e colte o all´opposto in famiglie povere e sfavorite. Si tratta dell´«ingiustizia della culla». Ingiustizia, che le società civili sono chiamate a correggere con leggi e riforme adeguate, valorizzando – per motivi sia di giustizia sia di interesse economico e sociale generale – le grandi energie di cui sono naturalmente portatori i giovani grazie a una buona istruzione, a borse di studio ai meritevoli, ai finanziamenti alla ricerca, ecc. Quando, come da noi, si fa ciò in maniera gravemente insufficiente, allora quelle energie si bloccano, si disperdono, e persino si inquinano. I giovani non crescono umanamente. Quelli che possono cercano le vie del nepotismo e della protezione materiale della famiglia che non li fa diventare adulti; quelli che non possono, si sentono lasciati alla deriva e vittime, e nei casi estremi si mettono sulla strada della «solidarietà criminale». La personalità degli uni e degli altri non si sviluppa o ne viene deturpata.
Una società che ciò consente è complessivamente malata. Ben a proposito Giannini cita Bauman, che di fronte al profondo malessere che colpisce, e non solo in Italia, i giovani, ha detto: «Gli abbiamo intossicato il futuro». Giusto, ma bisogna aggiungere che una società che intossica il futuro dei giovani intossica tutta se stessa, che una società come la nostra, pur sempre ricca di tante risorse materiali, la quale riduce i propri giovani alla condizione di frustrati ed emarginati a vario titolo, è insieme ingiusta, stupida e cieca. E perciò il risentimento che i giovani gridano nello spazio pubblico ai sordi è sacrosanto.

La Repubblica 06.01.11

La Camusso scrive a Tremonti e Sacconi:«Non bastano i soldi per il fondo occupazione»

La Cgil lancia l’allarme sulle risorse necessarie per il fondo occupazione. Il segretario generale del sindacato, Susanna Camusso, in una lettera aperta ai ministri dell’Economia e del Lavoro, Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi sottolinea che le risorse messe in campo per fronteggiare gli effetti della crisi sull’occupazione «non basteranno» e che «si corre un rischio fortissimo di terminarle nel primo semestre».
La legge di stabilità – scrive Camusso – prevede che il Fondo per l’occupazione sia incrementato nel 2011 di un miliardo di euro e che queste risorse servano per rifinanziare gli ammortizzatori in deroga, le politiche del lavoro e all’occorrenza le regioni possano utilizzarli per coprire i problemi del trasporto pubblico locale. Facendo i calcoli sulle varie misure per la cassa integrazione in deroga resterebbero solo 33 milioni».
Il sindacato infatti ha provato a ricostruire la destinazione delle risorse del Fondo: 45 milioni per gli ammortizzatori sociali per le aziende del commercio da 51 a 200 dipendenti; 45 milioni per l’iscrizione nelle liste di mobilità dei licenziati da imprese con meno di 15 dipendenti; 110 milioni per la conferma nel 2011 delle misure sui contratti di solidarietà; 222 milioni per varie misure di incentivi alle imprese che assumano disoccupati o percettori di ammortizzatori sociali; 45 milioni per misure per le società portuali e per le Casse integrazioni per chiusure di imprese; 100 milioni alle Regioni per i corsi degli apprendisti. Una cifra non indicata per coprire il reddito di chi finisce nel 2011 la mobilità ma non arriva alla pensione per via delle nuove norme varate dal governo a luglio.
«Sono tutte destinazioni importanti – afferma Camusso – ma che non riguardano la cassa integrazione in deroga per cui resterebbero 433 milioni. Il 17 dicembre il governo ha raggiunto un accordo con le Regioni, che destina 400 milioni per la salvaguardia del trasporto pubblico locale. Se abbiamo fatto i conti giusti di quel miliardo restano 33 milioni di euro di incremento del Fondo per l’occupazione da destinare agli ammortizzatori in deroga nel 2011».
«Ci pare di poter prevedere – avverte – che le risorse non basteranno, che si corre un rischio fortissimo di terminarle nel primo semestre e che nell’incertezza molte imprese decidano che ormai la soluzione sia lasciare definitivamente a casa le persone».

Il Messaggero 06.01.11

"Il giuramento di Silvio: mai donne di sinistra", di Filippo Ceccarelli

In genere certe storie si capiscono dopo. Quando tutto è finito. E la fine, o almeno qualcosa che assomigli a una “finis regni”, è da tempo nell´aria, nonostante tre o quattro voti di maggioranza. Spiace qui dover utilizzare un tono oracolare.

E non solo perché il vaticinio sull´esaurimento del ciclo berlusconiano è sempre andato a buca. Ma ancor più dispiace ricorrere a questo timbro vagamente apocalittico perché la materia è quella che è. Materia bassa. Pettegolezzo. Gossip. Più precisamente: un´eventuale “tresca”, cioè un intrico amoroso e/o carnale. E presidenziale, tanto per cambiare. Ma da lanciare in una direzione esattamente opposta a quella che finora ha visto il Cavaliere alle prese con minorenni marocchine, o napoletane, escort baresi o reggiane. E quindi: a quale figura accoppiare, sia pure ipoteticamente, Berlusconi per ripulirlo da quel genere di frequentazioni? Facile: a una quarantenne di sinistra.
La potenza del gossip sta nell´ambigua concisione e nell´intensità allusiva, oltre che evocativa. Ecco quel che si è potuto leggere lunedì 3 gennaio su Dagospia: “Tra i botti di Capodanno, questa chicca da neurodeliri. Dicono che Berlusconi abbia un flirt con una quarantenne di sinistra”. Stop. Dopo di che la vita prosegue, con le sue indispensabili vicissitudini. Due giorni dopo, in un contesto di iper intrattenimento politico, dinanzi a un pubblico di oltre due milioni di telespettatori, su una rete Mediaset, il conduttore Alfonso Signorini, formidabile gestore di gossip e come tale riconosciuto stratega mediatico berlusconiano su faccende obiettivamente delicate (Noemi e Marrazzo) riceve – non si può pensare a sorpresa – una telefonata dal capo del governo e proprietario della sua tv, e gli fa dire sostanzialmente due cose.
La prima è che i nemici di Berlusconi, pur restando feroci comunisti, sono ormai stati conquistati e oggi appaiono in balia dei beni di consumo e di lusso che i loro padri identificavano come quelli tipici dei padroni. Costose barche (vedi foto di D´Alema), vacanze a Sankt Moritz (vedi ancora D´Alema), morbide scarpe su misura (qui D´Alema era presente in spirito), caviale, champagne, indumenti di cachemire. Il che, sia pure in parte, è dolorosamente e sciaguratamente acclarato. Ora, riguardo alle spietatezze del comunismo, Berlusconi, che fece affari anche con l´Urss, può sempre chiedere delucidazioni al suo amico Putin. Mentre rispetto al cachemire, a torto o a ragione, occorre riconoscere che nessun politico più di Bertinotti funziona come possibile testimonial. Ma anche in periferia, certo in forme meno innocenti, l´imprenditore che presentava al Cavaliere tante belle ragazze, Tarantini, risulta dagli atti aver regalato un cappotto di cachemire grigio al dalemiano amministratore Frisullo.
Ma molto più interessante, almeno per chi voglia applicarsi alla fabbrica del gossip e alla coltivazione dell´immaginario nel tempo della post-politica, è la seconda cosa che Berlusconi sul finire della telefonata si è fatto domandare da Signorini. Se ha mai avuto flirt, appunto, con donne di sinistra. Risposta: no, mai, «posso giurarlo». Siamo ovviamente assai distanti dalle antiche e in fondo tenere relazioni proibite tra onorevoli comunisti e deputate missine di cui si sussurrava nel Transatlantico di Montecitorio. Va da sé che al giorno d´oggi le operazioni di gossip ancora non si certificano dal notaio. Ma lo schema che qui si vorrebbe temerariamente ipotizzare è che se la noticina di Dagospia sulla quarantenne di sinistra corrisponde alla semina, e la domanda concordata di Signorini indica la maturazione del messaggio, la risposta negativa del Cavaliere, quel manicheismo sessuale e rinforzato produce sulla fantasia di quei due milioni di consumatori di spettacoli politici un effetto molto più vario, complesso e sofisticato di quanto si possa in prima battuta immaginare.
Da qui a concludere che il Cavaliere si sia cotto, servito e mangiato un gossip per così dire casereccio il passo è breve, ma non verrà compiuto. Eppure, anche se non esiste, o forse proprio perché non esiste, la quarantenne di sinistra, magari con la gonna lunga e le scarpe basse, è lo stesso e comunque una risorsa, forse pure riequilibratrice delle smanie senili, delle abitudini orgiastiche e a quel che si è letto anche a pagamento. Inoltre: «Quando le ideologie e i programmi non funzionano più, giacché non mobilitano più né l´interesse né la passione collettiva – scrive Vincenzo Susca in Gioia tragica (Lupetti, 2010) – gli spin doctor modificano la narrazione e così la scena istituzionale si trasforma nel set di una soap opera». In questo il gossip, nella sua variante “marketing oriented”, è decisivo. Ma alla lunga anche rischioso perché la posta in gioco per conquistare l´attenzione si alza ogni giorno di più. Di solito certe storie strane si capiscono quando è troppo tardi, oppure quando non ce n´è più bisogno.

La Repubblica 06.01.11