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«Nuove regole per investire sull'università», di Francesco Profumo *

Caro direttore, nell’ormai lontano 1989 fu approvata la legge dell’autonomia universitaria (legge Ruberti), che consentì agli atenei di essere istituzioni che devono rispondere del loro operato ad un soggetto esterno di valutazione.

Fu una riforma epocale per un sistema universitario che era stato fino ad allora fortemente centralizzato e privo di autonomia. Il ministero dell’Istruzione «dettava le regole» e le singole università le «applicavano»: per quello che si doveva insegnare, per come si doveva spendere e per come scegliere i temi della ricerca scientifica. L’obiettivo principale della nuova legge fu quello di rendere (in prospettiva) gli atenei autonomi e responsabili, legando una parte del finanziamento del ministero al raggiungimento di specifici obiettivi. Nei primi Anni Novanta, le università scrissero «da sole» la loro mini-costituzione, ovvero lo statuto.

Successivamente, il primo passo concreto dell’autonomia fu la responsabilizzazione dei centri di spesa delle università, meglio nota come autonomia finanziaria degli atenei. A seguire, furono attuate l’autonomia didattica e quella relativa al reclutamento del personale docente e tecnico amministrativo. Dopo vent’anni dall’approvazione della legge, si può affermare che il processo dell’autonomia universitaria è stato un elemento abbastanza positivo per il nostro Paese: alcune delle nostre università competono con maggiore energia in campo nazionale e internazionale. Tuttavia è mancato il secondo elemento essenziale per il corretto funzionamento di un sistema che agisca in autonomia: lo stimolo alla responsabilità.

Le distorsioni che, in questi anni, sono state evidenziate nel sistema universitario italiano: i bilanci in rosso di alcuni atenei, il generalizzato numero di corsi di laurea non commisurato agli organici, le troppe sedi decentrate create senza una policy organica di sviluppo del sistema universitario, gli organici ipertrofici (soprattutto professori ordinari, a scapito di nuovi posti per ricercatori), sono state determinate dall’assenza di un sistema di valutazione che responsabilizzi gli atenei, attraverso premialità e penalizzazioni, in modo oggettivo, in funzione dei risultati ottenuti.

Finalmente nel 2006, su proposta del ministro Mussi, fu istituita la nuova Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), incaricata di valutare la qualità e l’efficienza degli atenei e degli enti di ricerca e le cui rilevazioni saranno determinanti per distribuire una parte (aggiuntiva rispetto alla «quota storica») del fondo di funzionamento ordinario alle università e agli enti di ricerca che raggiungeranno i risultati migliori.

Ecco il tassello mancante dell’intero processo, ma purtroppo i tempi della politica nel nostro Paese sono sempre lunghi e non sempre sono compatibili con un mondo sempre più competitivo e in evoluzione continua. Nel giugno 2010, il ministro Gelmini, con atto di «cultura anglosassone», ha affidato la selezione delle candidature per il Consiglio direttivo dell’Anvur a un Comitato indipendente. La reputazione e la qualità dei componenti del Comitato sono una garanzia per il risultato della selezione. Il Comitato sta concludendo i lavori scegliendo quindici nominativi, tra i quasi trecento candidati che hanno presentato domanda; tra questi, a sua volta il Ministro dovrà scegliere i sette membri del Consiglio direttivo dell’Anvur. Saranno passati ventidue anni da quando fu approvata la legge Ruberti, ma si aprirà a quel punto una nuova stagione dell’università italiana.

I membri dell’Anvur avranno una grande responsabilità: creare, con regole certe e con continuità pluriennale, un sistema di valutazione del sistema universitario italiano, che consenta di dare più stimoli e più risorse alle università che lo meriteranno. Il nostro Paese ha il dovere di investire di più e meglio in formazione e ricerca di qualità per il futuro dei nostri giovani, questo può essere un primo passo: una prima risposta concreta al discorso di fine anno del Presidente della Repubblica.

*rettore del Politecnico di Torino

da www.lastampa.it

«Caso Fiat, l’appello di Napolitano «Ritrovare un dialogo costruttivo»", di Marzio Breda

«Ci attendono prove molto impegnative. Occorre uno scatto, una mobilitazione. E bisogna soprattutto tenere aperta la linea di comunicazione con le generazioni più giovani, i cui problemi sono esattamente quelli del futuro dell’Italia» . Giorgio Napolitano torna al cuore del suo messaggio di Capodanno e usa ancora il linguaggio della verità. Esprime cioè senza illusioni o vaghezze i termini del proprio ragionamento, nel quale ripropone l’urgenza di una missione collettiva mirata sui giovani— «perché le loro ansie diventino l’assillo di tutti» —, fondata sulla coesione nazionale e su un diverso approccio alle emergenze che ci stanno davanti. La prima delle quali, per ragioni di calendario, riguarda la prova di forza sul destino dello stabilimento di Mirafiori. Il capo dello Stato ne parla a Napoli (dove si è concesso un po’di riposo a Villa Rosebery), in risposta ai cronisti che lo intercettano al termine di una visita al Pio Monte della Misericordia. Presidente — gli viene chiesto — il debutto della «doppia Fiat» in Borsa è stato premiato dal successo, ma resta assai discusso dai lavoratori: lo vedono come un’ulteriore incognita sulla vertenza con l’azienda. «C’è un rapporto difficile, un confronto che è diventato molto duro, e ne ho fatto cenno nel mio messaggio del 31 dicembre… Mi auguro che sulle relazioni industriali, oggetto di contenzioso alla Fiat, si trovi un modulo più costruttivo di discussione» . E’una replica che sembra fermarsi alla certificazione dello stato delle cose, ma Napolitano va oltre. Infatti, affronta subito il nodo posto dall’amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne: quello dei livelli produttivi, bilanciando le responsabilità. «Credo che nessuno possa negare che esiste un problema di bassa produttività nel lavoro. Però non è questione che sia legata esclusivamente al rendimento lavorativo delle maestranze. La produttività dipende in larga misura anche dall’innovazione tecnologica, dalle scelte di organizzazione del lavoro e quindi ci deve essere un confronto, si deve assumere questo obiettivo» . Come riuscirci? Nel modo più semplice e che oggi tuttavia pare impraticabile, secondo il presidente. Vale a dire senza sottrarsi al confronto, con un atteggiamento positivo per cui nessuno escluda nessuno o, peggio, si autoescluda. «Tutte le parti in causa devono riconoscere l’essenzialità di questo impegno e aumentare la produttività d e l l a v o r o a i f i n i d e l l a competitività internazionale delle nostra economia. Poi, il modo di affrontare questo problema, e specialmente il punto delle modifiche che ne possono derivare nella relazioni industriali, sono oggetto di contenzioso…» . La realtà è che sembrano ormai finiti i tempi della concertazione — ribattono i reporter — e al riguardo citano un intervento ad hoc del ministro del Lavoro. Il capo dello Stato definisce «un aspetto importante» l’affermazione di Sacconi secondo la quale «nell’accordo del ’93 erano sanciti diritti che bisogna fare salvi» . E, ricordando come in quell’aspro momento di 18 anni fa il coinvolgimento di tutte le parti sociali consentì di uscire dal tunnel, aggiunge: ammesso pure che «siano cambiate le cose e si possa vedere quanto dell’accordo del ’93 rimanga valido, vi sono comunque dei punti importanti che riguardano senza dubbio il diritto di rappresentanza… tutta una materia che ormai va affrontata» . E’una posizione che i vertici Fiat conoscono: Napolitano l’ha argomentata di recente in un incontro con il presidente John Elkann. E ieri ne ha parlato con il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Impegnata in un impervio chiarimento con la Fiom, non ha rinunciato a telefonargli.

da www.corriere.it

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«La legge mancata per tutelare i sindacati», di Pietro Gasperoni

Le vicende di Pomigliano e Mirafiori ripropongono il tema della mancanza di regole sulla rappresentanza e la rappresentatività sindacale e sull’efficacia generale degli accordi sindacali. È utile ricordare che nel luglio del 1999 la Camera dei Deputati approvò con il consenso di Cgil-Cisl-Uil, 9 articoli su 12 di un testo di legge unificato da me redatto in qualità di relatore di maggioranza, su Rappresentanza, Rappresentatività sindacale ed efficacia erga omnes dei contratti di lavoro. Quella legge non fu approvata per l’ostinata opposizione di tipo ideologico di Confindustria e del centro-destra, che adottò le forme di opposizione più intransigenti, fino all’abbandono dell’aula parlamentare. Se quel testo di legge, ripresentato alla Camera e al Senato, fosse stato approvato, il tema che oggi divide il Paese non esisterebbe, in quanto la regolamentazione lì prevista definiva le condizioni attraverso le quali un accordo sindacale era valido e quindi efficace per tutti i lavoratori interessati, oppure non lo era, quindi scompariva concettualmente l’idea di accordo separato.
Erano previste un insieme di procedure democratiche che favorivano la ricerca di percorsi unitari ma alla fine, in caso di contrasti, il principio di maggioranza, ne sarebbe stato l’elemento risolutore.
Quel testo di legge fissava i criteri e le modalità di elezione delle Rsu in azienda e a livello territoriale per le piccole aziende, veniva definito il metodo di misurazione della rappresentatività di ciascun sindacato utilizzando un sistema misto legato sia agli iscritti accertati che ai voti riportati nelle elezioni delle Rsu.
Erano considerati sindacati rappresentativi coloro che riscuotevano almeno il 5% a livello nazionale e il 10 a livello aziendale ed in quanto tali, titolari di diritti di agibilità sindacale e di negoziazione, limitando la frammentazione sindacale e combattendo la microconflittualità che tanto nuoce soprattutto nei trasporti. Espletate queste procedure e indicati alcuni percorsi di verifica democratica, gli accordi che riscuotevano il consenso del 50% più uno della forza sindacale rappresentata assumevano valore di legge come prevede l’articolo 39 della Costituzione, ancora inattuato.
Quella legge va ripresa e con l’accordo delle forze sociali va approvata dal Parlamento per dargli forza di legge, diversamente verrebbe da sostenere che in mancanza di tale normativa universale ciascun sindacato tratta per i propri iscritti, come avviene in Germania, ma lì vi è di fatto un solo sindacato, tale scelta in una realtà come la nostra, di marcato pluralismo sindacale, sarebbe un guaio grosso per i lavoratori e per le aziende, e in contrasto con il dettato costituzionale.

da l’Unità del 5.1.2011

«Padova, il calendario della discordia cancellati 25 aprile e Primo maggio», di Filippo Tosatto

Iniziativa della Provincia per le scuole. Insorge il Pd: ritiratelo. Nessun accenno a Liberazione e Festa dei lavoratori: in compenso c´è il Capodanno veneto

PADOVA – Nel Veneto ai tempi della Lega, il Primo maggio non coincide più con la festa del lavoro e il 25 aprile celebra la Pasquetta e San Marco, non certo la liberazione del Paese dai nazifascisti. Resiste ancora la festa della Repubblica del 2 giugno mentre spuntano nuovi appuntamenti, dal 28 febbraio con il “Bati marso” (una sorta di Capodanno veneto) al 25 marzo dedicato al “ricordo del Popolo veneto”; e ancora, le ricorrenze familiste della mamma o dei nonni elevate a pietre miliari dell´anno.
È il calendario 2011 stampato in 50 mila copie dalla Provincia di Padova, e ha il suo artefice nell´assessore all´identità veneta Leandro Comacchio, esponente del Carroccio. Corredato da disegni e filastrocche, in occasione della Befana è stato inviato a tutte le scuole elementari perché sia distribuito ai bambini. Ma c´è chi non ha gradito. È il caso dell´amministrazione di Solesino, un piccolo centro retto dal centrosinistra, che ha deciso di rimandare il regalo al mittente, invitando gli altri comuni a fare altrettanto. «Non contestiamo il richiamo alla tradizione locale – commenta il sindaco Walter Barin – ma la festa del lavoro e quella della Liberazione rispondono a valori fondanti della nostra storia, escluderle ci sembra diseducativo. Il segnale trasmesso ai ragazzini è che si tratta di ricorrenze minori».
Il presidente pidiellino della Provincia, Barbara Degani, minimizza il caso – «Noi il Primo maggio lo festeggiamo ma vogliamo anche mantenere vivo nelle nuove generazioni il ricordo delle nostre origini» – l´assessore regionale Maurizio Conte rivendica invece i contenuti dell´iniziativa: «La festa di San Marco, in un calendario veneto, ha di certo priorità sul quella della Liberazione – afferma il leghista – quanto al Primo maggio, dovrebbe esserci un almanacco che riporta la festa del lavoratore tutti i santi giorni. Contestando questo calendario, la sinistra cerca di minare il nostro senso di appartenenza identitaria ad un popolo ma, una volta ancora, otterrà l´effetto contrario».
Sdegnate le reazioni sul versante progressista. «È un insulto verso tutti i martiri veneti caduti per la libertà e per la democrazia e un´offesa per tutti i veneti che lavorano», accusa il consigliere padovano del Pd Paolo Giacon. E da Roma il responsabile democratico degli enti locali va oltre: «È un episodio di sciatta cialtroneria dal quale le forze di centrodestra, a livello locale e nazionale, devono prendere le distanze», sostiene Davide Zoggia. «C´è poi un ignobile spreco di denaro pubblico: dopo le balle sulle bandiere, i soli di Adro e le mille altre buffonate che i berlusconiani e la Lega ci propinano continuamente, oggi abbiamo un altro capolavoro. Si vergognino e si preoccupino piuttosto dei problemi reali dei cittadini in un´area colpita dalla crisi economica e dalla disoccupazione».
Tant´è. Con l´avvento del governatore “padano” Luca Zaia, le celebrazioni nel segno dell´identità del “popolo veneto” – contrapposte alle ricorrenze “romane” e “nazionaliste” – si sono moltiplicate. Tra tutte, quella del 25 marzo (data della storica fondazione di Venezia) sancita solennemente da una legge regionale.

da la Repubblica

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Bossi: Unità d’Italia? Giusto se veneti non festeggiano. Federalismo entro il 23
Sui festeggiamenti per il 150/o dell’Unita’ secondo Bossi «l’Italia e’ divisa in due: chi sente che e’ una ricorrenza positiva la festeggia, gli altri non la festeggiano». Rispondendo a chi gli ha chiesto se il governatore Veneto Luca Zaia, dovrebbe far parte del Comitato per l’Unita’ d’Italia, il capo della Lega ha risposto: ”Il Veneto e’ una storia, una lunga storia che viene dalla Repubblica Veneta, la quale ha fatto cose che sono rimaste nella testa dei veneti”. D’altra parte, ”i veneti hanno fatto il plebiscito cinque anni dopo, nel 1866, e’ proprio una storia a se”’ e quindi ”non sbagliano” se non festeggiano. Bossi si e’ quindi ripetuto nel ricordare che ”l’Italia ha voluto i Savoia e Savoia non era certo federalista. L’unico federalista era il buon Cavour che invece lo hanno fatto fuori e il re non e’ andato nemmeno al funerale: una banda quella intorno al re, l’unico che si salvava era Cavour, altri non ne vedo”.
Poi il leader leghista è passato alla situazione politica di questi giorni e ai tentennamenti del governo. «Tra il 17 e il 23 gennaio il federalismo deve passare»: e’ tassativo su questo Umberto Bossi, che parla da Calalzo (Belluno) la mattina dopo ”la cena degli ossi” con i ministri Tremonti e Calderoli. ”In quel periodo c’e’ il problema che il federalismo deve passare l’ultimo decreto attuativo nella commissione bicamerale – ha detto – quindi se non passa quella cosa li’, non possiamo portare il federalismo in Consiglio dei Ministri. Io sono convinto che passi”. Ad una domanda se ci sia un rischio per il governo riguardo alla mozione di sfiducia sul ministro Bondi, Bossi risponde: ”Non penso, di rischioso c’e’ solo che la Lega punti i piedi, e basta. Ma noi non li puntiamo – ha aggiunto – siamo amici di Berlusconi, l’importante e’ portare a casa il federalismo, presto”.

da www.unita.it

«L'inflazione ritorna a preoccupare», di Franco Bruni

Le statistiche italiane e dell’area dell’euro mostrano che nel 2010 l’inflazione ha accelerato. In parte ciò dipende da una qualche ripresa dell’attività economica, che era precipitata l’anno precedente. Ma la disoccupazione è stata tanta e crescente. Non è certo il mercato del lavoro a spingere la dinamica dei prezzi. È invece colpa dei margini dei settori meno competitivi, dove i produttori e i commercianti hanno più potere di mercato, come quello dell’energia, e delle quotazioni di materie prime e prodotti agro-alimentari, che crescono insieme alla domanda impetuosa dei Paesi emergenti e sono spesso gonfiate dalla speculazione.

Per ora l’aumento dei prezzi al consumo rimane prossimo al tetto del 2% fissato dalle autorità monetarie. Ma non mancano ragioni per preoccuparsi, visto che il tetto è raggiunto in presenza di andamenti tutt’altro che brillanti della domanda di beni e servizi, della produzione e dell’occupazione. Il pericolo è che un più alto tasso di inflazione entri nelle aspettative di medio termine dei consumatori e dei risparmiatori, delle imprese e dei lavoratori. Se crescono le attese di inflazione essa tende a rispecchiarle e si autoalimenta con un circolo vizioso, soprattutto in presenza di una grande quantità di liquidità che è stata riversata in tutto il mondo dalle banche centrali, prima e dopo il panico della crisi internazionale nel 2008.

L’insistenza con cui le autorità monetarie, soprattutto negli Stati Uniti, continuano le loro politiche espansive è forse già all’opera nel sostenere l’inflazione attesa.

Un significativo rialzo delle aspettative di inflazione aumenterebbe subito i tassi di interesse a lungo termine, perché chi investe e presta denaro vuole essere compensato per la perdita prevista del suo potere d’acquisto. L’impennarsi dei tassi metterebbe in seria difficoltà i debitori pubblici e privati e i listini azionari. D’altra parte non tutti i risparmiatori sarebbero ugualmente capaci di difendersi dall’inflazione, ottenendo interessi più elevati: quelli più piccoli, meno attrezzati e consapevoli, vedrebbero erosa la loro ricchezza reale. È inoltre difficile che il rialzo atteso dei prezzi si traduca in aumenti dei salari e degli stipendi, visto lo stato dell’occupazione del lavoro e la sua attuale bassa forza contrattuale. Ne verrebbe dunque un’erosione del potere d’acquisto dei compensi del lavoro, soprattutto di quello meno qualificato, e una distribuzione del reddito e della ricchezza più diseguale e sfavorevole ai gruppi sociali più deboli. Con i riassetti in corso nell’economia e nella finanza mondiali è ancor più erroneo che in passato considerare la tolleranza nei confronti dell’inflazione come un atteggiamento «di sinistra».

Auguriamoci che i prezzi non continuino ad accelerare. La politica economica, nazionale e internazionale, può far molto per evitarlo. Le politiche monetarie devono ribadire o riformulare le loro strategie in modo da convincere meglio gli operatori che non permetteranno che eccessi di credito e di liquidità, ancorché diretti ad aiutare imprese, banche e governi in difficoltà, alimentino l’inflazione. Il contenimento dei disavanzi e dei debiti pubblici deve ridurre il timore che, per finanziarli e svalutarli, si ricorra alla moneta e all’inflazione. Ma anche i debiti privati, che rendono l’inflazione più probabile e più dannosa, vanno messi meglio sotto controllo: nello scorso decennio i debiti delle imprese non finanziarie dell’area dell’euro, in rapporto al Pil, sono cresciuti di quasi il cinquanta per cento.

Vanno intensificate le riforme strutturali, che stimolano la produzione dal lato dell’offerta, in quantità e qualità. Offrire più buoni prodotti sul mercato significa contenere il costo di una data qualità della vita. Occorre provvedere in un’ottica di medio-lungo periodo, con particolare attenzione alle riforme che incidono sulla struttura degli enormi settori pubblici dei nostri Paesi, ne riducono i costi e ne migliorano il contributo alla produttività dei privati, e a quelle che stimolano l’innovazione dei prodotti e dei processi produttivi.

Va ripresa con vigore l’attenzione per le politiche di difesa della concorrenza e del consumatore, che la crisi pare aver messo fra parentesi. Il contenimento dei poteri di mercato, da quelli delle attività locali, piccole ma sovente cruciali per il costo della vita, a quelli dei grandi oligopoli multinazionali è la via maestra per frenare i prezzi e aumentare le produzioni. Un insieme di operazioni-trasparenza, riorganizzazioni strutturali e interventi anti-trust deve far sì che l’Italia, in particolare, smetta di essere uno dei Paesi dove sono più care le banche, le assicurazioni, i telefoni, la luce, il gas, la benzina, i servizi professionali e alle imprese. In Europa è urgentissimo rilanciare l’agenda di avanzamento del mercato unico, abbattendo le molte barriere implicite ed esplicite che ancora lo segmentano. Il mercato unico delle merci, dei servizi, del capitale e del lavoro, oltre a essere la migliore opportunità per la crescita dell’Ue, è la più sicura difesa contro gli aumenti ingiustificati dei costi e dei margini che si formano sui mercati locali.

da www.lastampa.it

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«Inflazione raddoppiata nel 2010», di Luisa Grion
La media dell´anno balza all´1,5%, a dicembre impennata all´1,9%. Nel 2009 era a +0,8%. Prezzi caldi anche nella Unione L´Euribor torna sotto l´1%

ROMA – L´inflazione raddoppia: se la media del 2009 era ferma allo 0,8 per cento, il 2010 ha chiuso all´1,5 e gli ultimi dati fanno pensare ad ulteriori balzi. Guardando solo allo scorso dicembre – rispetto allo stesso mese 2009 – il costo della vita segna infatti l´1,9 per cento: per ritrovare una quota così alta bisogna risalire al 2008. Colpa della benzina, delle assicurazioni e dei costi del trasporto, fa notare l´Istat. Ma sul tasso ci sono interpretazioni diverse: governo e commercianti frenano le preoccupazioni, ricordando che siamo comunque sotto la media europea. I consumatori invece lanciano l´allarme: il costo della vita è già ripartito mentre il lavoro no. Nello stesso momento in cui si cambiano i cartellini dei prezzi sugli scaffali, nelle famiglie c´è chi continua a restare in cassa integrazione o viene licenziato.
Anche guardando all´andamento del solo mese di dicembre i negozianti frenano. E´ vero ammettono, il costo della vita è aumentato (dello 0,4 per cento nel solo passaggio da novembre a dicembre), ma quell´1,9 dell´ultimo mese va messo a confronto con una media nella zona euro del 2,2. «L´accelerazione è un fenomeno comune agli altri paesi» commenta Confcommercio che pur pochi giorni fa ha segnalato come i consumi, a Natale, pur non crollando, siano rimasti «molto prudenti, in linea con la debolezza della domanda interna». «Anche se raddoppiato il tasso resta sotto controllo – conferma Confesercenti – del resto lo 0,8 per cento del 2009 era il frutto della bufera della crisi internazionale aggravata da una caduta dei conti pubblici e dei consumi. Semmai si può dire che i consumi avanzano con un passo molto lento mentre i carburanti vanno al galoppo».
Anche il governo sostiene la linea «calma». «Siamo sotto il livello di guardia» assicura Paolo Romani, ministro dello Sviluppo Economico»; «siamo sotto la media Ue» precisa una nota della Funzione pubblica del ministro Brunetta. Una lettura che frena le preoccupazioni e che ieri ha trovato conforto in una notizia sui tassi: l´Euribor a tre mesi è sceso sotto la soglia dell´1 per cento (0,99), ovvero sotto il tasso di riferimento della Banca centrale europea. Visto che all´Euribor sono legati la gran parte dei mutui a tasso variabile, il calo è una buona cosa per chi deve versare le nuove rate.
Eppure i consumatori sono tutt´altro che tranquilli: «Il dato Istat è gravissimo» denunciano Adusbef e Federconsumatori, convinti che il reale costo della vita sia ancora superiore a quello fornito dall´istituto di statistica. L´inflazione, precisano, va letta assieme alla caduta dei consumi, al crollo del potere d´acquisto, alla contrazione dell´indebitamento da parte delle famiglie. Inoltre, sottolineano le associazioni, «cassa integrazione e licenziamenti non accennano ad arrestarsi, continuando ad innescare un pericoloso circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire se non si correrà al più presto ai ripari».

da La Repubblica

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«Il governo non si nasconda: la responsabilità è anche sua», di M.V.

Antonio Lirosi, responsabile consumatori del Pd, gli ultimi dati sul costo della vita erano prevedibili?
«Ci si attendeva un forte effetto sull’inflazione della componente energetica, e così è stato, però questo non deve farci perdere di vista le tendenze di fondo. Senza guardare al dato congiunturale di dicembre emerge comunque un aumento di un punto e mezzo percentuale dovuto alle dinamiche molto chiare».
Quali sono?
«A crescere sono state soprattutto le tariffe dei servizi sottoposti a regolamentazione, sia nazionale che locale, con tassi superiori all’inflazione media e spesso inmodoingiustificato. Aumenti di fronte ai quali le famiglie sono assolutamente indifese».
Eppure il governo in qualche modo si chiama fuori, come se non potesse controllare le dinamiche dei prezzi.
«Ma non è affatto vero. I servizi in questione sono quelli postali, autostradali, ferroviari, idrici, della raccolta rifiuti, tutte materie sulle quali l’esecutivo ha un controllo più o meno diretto. Ebbene, per fare qualche esempio, dal 2008 Tremonti ha aumentato i tabacchi, il costo dei conti correnti postali, ha trasferito meno risorse a Trenitalia determinando un rincaro dei biglietti, non ha battuto ciglio di fronte al crescere dei pedaggi autostradali. A tutto ciò vanno poi aggiunti gli abnormi aumenti dei prezzi delle polizze rc-auto e dei carburanti, sui quali il governo e i vari ministri continuano a fare solo annunci di tavoli e riunioni che poi non hanno alcun esito concreto».
Esiste qualche misura efficace da prendere per contenere i prezzi anche nel breve periodo?
«Innanzitutto esercitare un controllo vero sull’andamento delle tariffe, poi riaprire il tavolo sulle liberalizzazioni, perché senza concorrenza i prezzi scendono ben difficilmente. Ed ancora, ridare fiato alle famiglie con interventi sul fisco e sulla redistribuzione del reddito».

da l’Unità del 5.1.2011

«Cari Cofferati e Damiano questa è una sconfitta…», di Carlo Ghezzi*

Ho letto ieri su l’Unità le interviste di Cesare Damiano e di Sergio Cofferati sul caso Fiat e devo francamente dire che entrambe non mi hanno convinto a partire dall’analisi di fondo su quanto accaduto.

Innanzitutto non partono dal fatto che alla Fiat la Fiom-Cgil ha subito una pesante sconfitta paragonabile a quella gravissima, subita sempre a Mirafiori, nel 1955 nel rinnovo della commissione interna e nel 1980 dopo la marcia dei 40.000. Poco importa se, come sottolinea Damiano, l’accordo di Mirafiori sia un po’ meno peggio di quello di Pomigliano, nè regge la sua tesi di una lettura articolata. E’ un accordo a perdere. Punto e basta.

Quando si perde una battaglia non si può negarlo, si può solo cercare di ottenere un trattato di pace meno umiliante e rimettersi alacremente al lavoro per ricostruire il proprio futuro. Anche quando vi sono lesioni dei diritti contrattuali sottoscritti tra le parti. E non è affatto la prima volta che accade.
Voglio ricordare a Cofferati che il 31 luglio del 1992 – insieme a Bruno Trentin – fu tra coloro che, persa un’altra fondamentale battaglia da parte della Cgil, isolata oltre che dal padronato e dal governo anche dalla Cisl e dalla Uil, decise di firmare non la cancellazione di un accordo aziendale o di un contratto nazionale, ma addirittura dell’istituto della scala mobile per 17 milioni di lavoratori in cambio di nulla.

Altro che appellarsi allo Statuto della Cgil. Trentin prima firmò, poi si dimise. E Sergio sostenne le sue posizioni. Allora ebbero il coraggio di spiegare che quando si perde occorre prenderne atto, non si deve nascondere la testa sotto la sabbia e, al contrario, si lavora per costruire la rivincita. Cosa che magistralmente avvenne con l’accordo con il governo Ciampi e con la Confindustria di Luigi Abete il 23 luglio del ‘93.

Non si può solo evidenziare l’intransigenza dell’avversario. Occorre per prima cosa mettere in campo le proprie proposte per affrontare la crisi della Fiat in un settore che ha quasi il 40% di sovracapacità produttiva. Un settore nel quale Marchionne non può illudersi di risolvere tutto producendo automobili scadenti, che fatica a vendere in Italia come all’estero, tagliando le pause e comprimendo i diritti sindacali.

Mi pare scorretto non mettere in adeguato rilievo che, all’unanimità, i presidenti delle categorie di Confindustria hanno, almeno per ora, girato le spalle alla Fiat che è uscita da Federmeccanica. È una situazione esplosiva per questa organizzazione che subisce una scissione da parte della più grande azienda poiché la maggioranza degli imprenditori italiani riafferma il valore dei contratti e di un sistema di regole. Si fatica a trovare commenti su questa notizia nelle pagine dei grandi giornali. Anche altre prese di posizione mi appaiono incomprensibili. L’arroganza e la miopia di Marchionne sono osannate come scelta di modernità dalla stampa e dal ministro Sacconi. Ma anche da mezzo Partito democratico che non comprende come al sistema di relazioni vigente in Europa non viene contrapposto il modello americano, che pure a noi non piace, ma a quello della Corea del Sud e di altri paesi emergenti.

Il non partire da qui fa venire meno il quadro di riferimento nel quale collocare qualsiasi idea di politica industriale, di relazioni in azienda, di modello di società. Giorgio Tonini sostiene che il Pd è nato per cambiare e deve perciò misurarsi con tutte le sfide poste in campo. D’accordo, ma la sfida per l’innovazione se non pone a riferimento il fatto che lo sviluppo debba essere coniugato con un sistema di regole e di diritti confonde ogni confronto di merito e rischia di essere senza senso. L’Italia, afferma la Costituzione, è una Repubblica fondata sul lavoro, ma senza il rispetto dei suoi diritti e della sua dignità questo non è il lavoro di cui parla la nostra Carta, è un’altra cosa. Ne è consapevole il Pd? Il primo ministro Merkel ha messo alla porta Marchionne quando ha capito quale musica veniva proposta. E l’Italia vuole restare in Europa?

*Presidente della Fondazione Di Vittorio

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Intervista a Cesare Damiano: «La Fiom firmi, autoescludersi è un grosso errore», di Felicia Masocco
«Camusso ha ragione, se vincono i sì l’adesione critica è l’unico modo per restare in gioco. È già accaduto nel ‘96 nel rinnovo dell’integrativo Fiat»

La via indicata da Susanna Camusso e Fausto Durante «è quella da seguire» per Cesare Damiano. L’ex dirigente Fiom ed ex ministro del Lavoro ha una posizione opposta a quella dell’amico Sergio Cofferati e ritiene che «un’adesione critica » all’accordo sia preferibile all’autoesclusione della Fiom da Fiat Mirafiori. Peraltro «non sarebbe un inedito», racconta il parlamentare Pd: qualcosa di simile avvenne nel ‘96 per il rinnovo dell’integrativo in Fiat.
Inedito è invece quello che Damiano chiama «asse politico- sindacale», la «crescente convergenza» di Idv e Sel sulle posizioni Fiom «a scapito dell’autonomia del sindacato». Quanto al Pd, che non converge e si divide, la direzione «deve discutere di questo argomento e votare un documento vincolante per tutti».
Non si sa bene cosa sarà Fabbrica Italia intanto h adiviso il sindacato, la politica e ora anch e la Cgil. Lei è d’accordo con Susanna Camusso, se vincono i Si al referendum la Fiom deve «firmare tecnicamente».
Perché, se non è d’accordo con i contenuti?
«Perché, soprattutto se vince il Si, non sarebbe spiegabile un’autoesclusione della Fiom: con una firma tecnica o, come si diceva un tempo, “una adesione critica” che non rinuncia a rilevare le criticità dell’accordo, si può stare in gioco. Tra le altre cose verrebbe transitoriamente risolto il problema della rappresentatività nei luoghi di lavoro.Comela Cgil, privilegio una posizione meno rigida, più politica».
Sergio Cofferati, suo amico e alleato in numerose battaglie, la pensa diversamente. Dice che non si può fare. Cosa risponde?
«Non condivido la posizione di Cofferati, credo che un puro e semplice richiamo allo statuto Cgil sia opinabile. Questa situazione ha caratteristiche politiche».
C’è anche del merito, però…
«Ribadisco che questo accordo va valutato in modo articolato: su turni e mensa, ad esempio, ci troviamo di fronte a una replica dell’accordo di Melfi. Non sottovaluto il fatto che, seppure in modo insufficiente, rispetto all’accordo di Pomigliano quello di Mirafiori sospende per il momentolo spostamento della mensa a fine turno e alleggerisce la norma sull’assenteismo».
Dice che non è tutto da buttare?
«Sto dicendo che sui temi della competitività se non vogliamo rimanere schiacciati tra gli stabilimenti statunitensi e quelli serbi, dobbiamo accettare la sfida. Mentre c’è da fare una battaglia intransigente su due punti. Primo: si deve pretendere che i lavoratori possano scegliere i propri rappresentanti con libere elezioni sindacali. Secondo: nell’accordo c’è un punto ambiguo che riguarda lo sciopero: unconto è vincolare i sindacati firmatari anondichiarare scioperi nei sabati comandati, un altro è trasferire il vincolo e le sanzioni in capo ai lavoratori. Questo è inaccettabile. Perché lo sciopero è un diritto costituzionale e perché solo con la legge del comando e senza partecipazione l’obiettivo della competitività nonsi raggiunge. Voglio inoltre far presente che la formula “dell’adesione critica” non sarebbe un inedito per la Fiom».
È già accaduto?
«Si, nel 96, per l’integrativo Fiat. Fim e Uilm erano d’accordo sul meccanismo del premio di risultato e siglarono, la Fiom no. Io ero capo delegazione, chiedemmo una pausa di riflessione e chiedemmo il mandato dei lavoratori attraverso assemblee. Successivamente, firmammo».
Landini non la pensa così e in Cgil si è aperto un duro scontro, addirittura c’è chi ipotizza scissioni tra la categoria e la confederazione. È verosimile?
«Mi auguro che nessuno lo immagini, anche se vedo una crescente convergenza politica sulla Fiom, da parte di Idv e di Sel ad esempio, che può prefigurare un inedito asse politico-sindacale a scapito dell’autonomia del sindacato».
Ma chi decide? La Fiom o la Cgil?
«Da vecchio sindacalista credo che l’ultima parola spetti sempre alla confederazione, al suo direttivo. La Cgil ha una costituzione materiale in cui la confederalità fa premio».
Prima parlava della convergenza di Idv e Sel sulle posizioni Fiom. Non ritiene che a favorirlo sia il Pd? Con le sue divisioni sulla Fiatnonha espresso una posizione univoca…
«Il responsabile Economia e Lavoro ha espresso la posizione del partito, ma ancora una volta il Pd non è stato in grado di rappresentare una sintesi tra le varie opinioni. Mi auguro che nella direzione del 13 gennaio se ne parli e si votiun documento vincolante per tutti. Penso che per il Pd si ponga il problema di ricostruire la sua identità. Avevamo pensato, sbagliando, di costruire un nuovo partito rinunciando alle identità di origine.
Ora è necessario, anche scontrandoci alla luce del sole, far valere il vincolo della ricerca di una sintesi».

da L’Unità del 4.1.2011

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Intervista a Sergio Cofferati «Innovazione Fiat? Vuole solo sfruttare di più gli operai», di Rinaldo Gianola
L’ipotesi della firma della Fiom «è surreale», dice l’ex segretario Cgil. «Marchionne è arrogante, non si permetterebbe questi toni in America»

Sergio Cofferati ha espresso una critica severa al patto di Mirafiori dopo aver bocciato all’epoca l’accordo
di Pomigliano.
Cofferati, in quale veste esprime la sua opposizione al piano Fiat?
«Sono nettamente contrario in tutte le vesti possibili: come iscritto alla Cgil,comeiscritto al pd, come parlamentare europeo. È giusto quando si hanno opinioni divergenti da quelle dei gruppi dirigenti del partito e dell’organizzazione non nasconderle ma esplicitarle».
Lei afferma che la Fiom non può firmare nemmeno“tecnicamente ”il patto di Mirafiori. Perchè?
«Il problema non si pone, la questione della firma è surreale. La Fiom non può firmare, glielo vieta lo staauto della Cgil. La delibera numero 4 attuativa dello statuto Cgil vieta all’organizzazione di presentare piattaforme o firmare accordi nei quali siano contenute lesioni ai diritti contrattuali o di legge come è nei casi di Pomigliano e Mirafiori».
Marchionne dice che se vincono i no, la Fiat non investe. Come se ne esce?
«La situazione è molto difficile, i problemi sono gravi e rilevantissimi. La questione oggi è politica: Marchionne ha un atteggiamento inaccettabile. Nega il confronto e la dialettica sui luoghi di lavoro, e devo dire che non è molto rispettoso di quelle organizzazioni che hanno firmato quando mette in dubbio che non siano maggioritarie in fabbrica. Il caso Fiat è politico perchè è lo spartiacque tra lavoratori e impresa, nella cultura del lavoro e nei diritti».
Ma Marchionne affascina anchei suoi colleghi del pd, c’è chi suggerisce di votare sì…
«Vuol dire che la sinistra è cambiata molto, in profondità. Sono sorpreso da certe dichiarazioni, da chi vede una “parte buona” in questo accordo. Ma dove? Agli operai di Mirafiori si promettono 30 euro lordi al mese perchè aumenta il loro sfruttamento. Si impone agli operai di lavorare di più, anche il sabato notte, con lo straordinario obbligatorio e il modesto aumento, una miseria, deriva dalle regole dei turni, non c’è altro. La Fiat punta solo ad aumentare lo sfruttamento. La politica, le istituzioni dovrebbero chiedere conto alla Fiat del piano industriale, ma Marchionne non vuole dare i dettagli. Le sue affermazioni sono gravissime e non vengono contestate. Marchionne non si permetterebbe questo comportamento arrogante negli Stati Uniti».
Cosa c’è di diverso negli Usa?
«L’atteggiamento delle istituzioni. Marchione non si è permesso di dire a Obama “non ti dico cosa voglio fare della Chrysler”, ha avuto aiuti sulla base di ipotesi discusse e condivise con l’amministrazione Usa».
In Italia, invece?
«In Italia Marchionne dice: faccio quello che voglio. Le istituzioni devono farsi carico delle conseguenze delle scelte Fiat. Tocca alle istituzioni occuparsi di Termini Imerese dopo che la Fiat ha incassato tutti gli incentivi possibili, dopo aver chiesto soldi, rottamazione, cassa integrazione. Quando una fabbrica non serve più la Fiat se ne libera, scarica le conseguenze sulla comunità, dà uno schiaffo alle istituzioni».
Ma la Fiat chiede una nuova organizzazione del lavoro per investire e recuperare competitività.
«La Fiat ha un modello di competizione che passa dalla sistematica, esclusiva riduzione dei costi. Non ci sono ricerca, innovazione, conoscenza sui prodotti e sui modelli organizzativi del lavoro. Chi nel pd e nel sindacato aveva sostenuto che l’accordo di Pomigliano andava firmato perchè era un’eccezione dovrebbe leggersi il documento di Mirafiori e riflettere. E dovrebbe confrontare la strategia Fiat con il documento di Lisbona 2000 e col piano europeo di sviluppo 2020: il modello Marchionne va contro le politiche europee sostenute dalla sinistra italiana. Il pd non può avere due teste: se stiamo con l’Europa non possiamo stare con Marchionne».
E gli industriali italiani cosa fanno?
«Il silenzio di Confindustria è fragoroso, sta accettando la distruzione dell’accordo 1993, un modello efficace di relazioni industriali. Le imprese pagheranno un prezzo alto dalle scelte della Fiat».
Cosa direbbe a un operaio di Mirafiori che si appresta a votare?
«Gli spiegherei perchè la Fiom è contraria, perchè l’accordo è sbagliato. L’operaio deve votare come meglio crede ma deve sapere che la Cgil è contraria. Le grandi organizzazioni sono autorevoli e rispettate quando difendono le regole e le loro posizioni sono trasparenti e credibili».
Cosa sarà della Fiat?
«Mi pare stia diventando un polmone della Chrysler, la Fiat è sempre più marginale. In Europa il mercato è andato male, ma la Fiat perde 15 punti in più degli altri. I numeri sono impietosi».

da L’Unità del 4.1.2011

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«Bersani vedrà Landini. Sull’accordo della Fiat si spacca anche l’Idv», di Simone Collini
Lunedì incontro tra il leader del Pd e quello dei metalmeccanici. Stoccate di Di Pietro ai Democratici. Donadi contro la strategia dell’ex pm: «Sbagliato sposare acriticamente la posizione Fiom»

L’accordo Fiat continua ad agitare le acque nel centrosinistra e anche all’interno dei singoli partiti. Antonio Di Pietro nei giorni scorsi aveva annunciato l’intenzione di costruire «un fronte di resistenza» insieme alla Fiom, e ieri ha compiuto un primo passo incontrando il segretario generale dei metalmeccanici Maurizio Landini e anticipando che l’Idv parteciperà allo sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28. Ma l’ex pm ha approfittato della conferenza stampa seguita all’incontro per lanciare stoccate al Pd, invitandolo a «non accontentarsi di un tozzo di pane» offerto da Marchionne e a «non rincorrere chimere centrodestrorse». Parole che non sono piaciute al Pd: «Non deve essere certo Di Pietro a darci lezioni e a convincerci di alcunché, anche perché noi restiamo fermi sull’idea di un’autonomia vera del nostro partito sia dai sindacati sia da altri rappresentanti d’interessi, Marchionne compreso», dice la deputata del Pd Alessia Mosca accusando l’ex pm di pensare solo a «presidiare una nicchia di consenso».
Ma la posizione di Di Pietro sull’accordo di Pomigliano non piace neanche a Massimo Donadi. Già poche ore dopo che l’ex pm aveva annunciato il «fronte di resistenza», il capogruppo dell’Idv alla Camera aveva giudicato un errore «sposare indistintamente le ragioni della Fiom». Ora che Di Pietro ha compiuto il primo passo, Donadi ha ribadito il concetto, avvisando che all’esecutivo nazionale fissato per la metà del mese è pronto a dare battaglia.
Quanto a Landini, ha approfittato della conferenza stampa per far sapere che quello con Di Pietro non sarà il solo incontro con leader politici. Il segretario della Fiom vedrà lunedì Pier Luigi Bersani e poi anche con Nichi Vendola. «Alle forze politiche ha spiegato il leader dei metalmeccanici Cgil non chiediamo di schierarsi, ma li informiamo sul nostro punto di vista, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno».
Bersani dirà a Landini quello che è andato ripetendo dal giorno dell’accordo, pubblicamente o in colloqui riservati, e cioè che gli investimenti sono «prioritari», che non va lo «strappo sui diritti sindacali», che i toni di sfida di Marchionne sono un errore perché invece di favorire un confronto sereno acuiscono la tensione, ma che sarebbe anche un errore, da parte dei sindacati, cercare di «isolarsi reciprocamente». Per il leader del Pd a questo punto devono essere governo e Parlamento a discutere una riforma dei meccanismi di rappresentanza del mondo del lavoro. Una proposta di legge in tal senso è stata depositata da tempo Pd (ottobre 2009), ma a questo punto è urgente riportarla in primo piano. Anche perché può essere il solo modo per favorire una ricomposizione tra i sindacati.

da l’Unità del 5.1.2011

sull’argomento leggi anche il post di ieri

«Studenti a prova di fiducia», di Roberto Ciccarelli

Dopo il 14 dicembre e l’incontro con Napolitano, i giovani più «sfiduciati» d’Europa preparano le nuove iniziative per bloccare la riforma dell’università. A partire dallo sciopero Fiom del 28 gennaio

Il movimento no-Gelmini ha dunque avuto un esito rassicurante. Dopo avere distinto i «violenti» protagonisti del tumulto del 14 dicembre a Roma dagli studenti «non violenti» che hanno parlamentato con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una settimana dopo, l’ordine del discorso è stato riportato allo zero. Gli studenti, cioè i ragazzi tra i 18 e i 30 anni più disoccupati d’Europa (il 28 per cento, mentre più alto è il tasso di «sfiduciati» che il lavoro nemmeno lo cercano o, più semplicemente, lavorano «in nero») hanno avuto un buon voto sui quaderni delle loro doglianze e sono andati in vacanza soddisfatti. L’«unico interlocutore» ha ribadito che sul loro futuro si gioca il destino della democrazia.
All’apice della commozione nazionale, nessuno però ha ricordato la «profezia» del presidente dell’Inps Antonio Mastropasqua il quale ha sostenuto che «se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale» (era il 5 ottobre del 2010). Puntuale, due mesi dopo, ecco la prima manifestazione della rivolta con la quale la generazione nata dopo gli anni Settanta – quella del lavoro indipendente, intermittente e precario – sfiducerà un sistema sociale e politico che non assicura il principio di solidarietà tra le generazioni, manca di equità poiché non restituisce in servizi quanto prende con le tasse e nega il futuro a chi le tasse e i contributi non li versa perché non ha un lavoro che rende possibile questo atto di cittadinanza.
Il conflitto con il quale si apre il nuovo anno verte sul senso della «fiducia» che il governo ha acquistato sotto banco togliendola al paese e che gli studenti hanno rovesciato urlando: «Noi non siamo sfiduciati». L’ambiguità dello slogan – il governo non ha più fiducia in se stesso, noi invece ce l’abbiamo – ha ormai rivelato una felice intuizione. La «fiducia» è un bene primario nella società del populismo mediatico. Nel corso della modernità è stata ritirata agli individui e trasferita ai «sistemi esperti» delle istituzioni. La «fiducia» non viene data allo «specialista», contro il quale cresce lo scetticismo, per non dire l’odio, ma al «sistema esperto» da lui rappresentato. Quel medico sarà anche bravo, ma mi rivolgo a lui perché rappresenta il sistema sanitario (meglio privato, che pubblico). Di quel docente non mi fido, ma è l’unico che può giudicare la tesi e farmi laureare. Disprezzo quel politico che si fa comprare e vende i suoi voti, ma senza di lui la democrazia non può continuare a celebrare la sua finzione.
Il movimento che in una settimana ha scelto la via del tumulto democratico insieme alla via istituzionale del dialogo con il Quirinale non ha solo revocato la fiducia agli «specialisti» (in questo caso sarebbe un movimento populistico di stampo legalitario), ma ha cancellato il mandato ai «sistemi esperti» di rappresentare la propria vita e le sue aspettative. Ciò che davvero è stato sfiduciato il 14 dicembre è l’ideologia populistica che nasce dalla necessità di creare «fiducia» tra il venditore e l’acquirente di un prodotto attraverso meccanismi di autogestione del cittadino responsabile che impara sin dalla tenera età a gestire i crediti e i debiti di una vita in perdita: di lavoro, di reddito, di garanzie, di speranze.
Non c’è motivo di ritenere che il 22 dicembre le condizioni di questa «sfiducia» siano venute meno. Non solo perché Napolitano ha riconosciuto che la «democrazia è sotto scacco», ma perché con la crisi occupazionale e la precarietà di massa è venuta meno la fiducia nella moneta di scambio di questa «democrazia». Una laurea, una famiglia, una raccomandazione, un «capitale reputazionale» non danno ormai più nulla in cambio. Contrariamente a quanto scriveva il linguista Émile Benveniste, oggi dare «credito» non obbliga un soggetto esperto a restituirlo ai suoi amministrati. Logica vuole che i governati non vogliano più obbedire ad un patto che regola uno scambio fasullo. In Italia i «giovani», come i loro fratelli maggiori, hanno stracciato le regole del patto e hanno dichiarato la loro «sfiducia».
Di solito alla «sfiducia» viene attribuito un valore negativo. Sono «sfiduciati» coloro che non cercano più un lavoro a tempo pieno (per la Cgia di Mestre tra i cassintegrati gli sfiduciati sarebbero diventati 600 mila solo nel 2010, per un rapporto Ires Cgil-Istat il totale ammonterebbe a 1,5 milioni). Dapprima con l’«indisponibilità» dei ricercatori e, in seguito, con la «sfiducia dal basso» degli studenti al governo, il movimento universitario ha dimostrato che la «sfiducia» ha un significato attivo quando si rivolge ai sistemi di certificazione delle competenze e del valore di una prestazione, quelli che la riforma Gelmini dell’università (o quella Brunetta della pubblica amministrazione) istituiscono con la burocrazia perversa della valutazione meritocratica.
Un’interpretazione onesta dell’incontro al Quirinale deve assumere il dato che il movimento non ha chiesto al Presidente della Repubblica di restaurare le antiche formule della democrazia rappresentativa – compromesse da una crisi che va ben oltre il berlusconismo – e nemmeno una democrazia presidenziale. Ha invece dimostrato l’esistenza di un processo in cui comunità ultra-qualificate di studenti, precari e ricercatori vogliono dotarsi di un potere costituente che regola la vita istituzionale e quella produttiva, mentre cresce il desiderio di governare autonomamente il proprio destino e quello delle istituzioni della conoscenza. Quando gli studenti torinesi hanno affisso al portone di Palazzo Nuovo le tesi di un’altra riforma dell’università – come fece Lutero con le sue 95 tesi – hanno annunciato l’inizio di questo processo. Se a questo aggiungiamo che sono almeno due anni che tra gli studenti e i ricercatori si continua a parlare di «autoriforma» dell’università e di «autoformazione», allora è possibile sostenere che, insieme alla democrazia del tumulto, stiamo assisstendo alla nascita di un’inedita capacità giusgenerativa dei movimenti che si regge sul conflitto e sul desiderio di creare istituzioni più giuste e più libere.
Certo, converebbe a tutti, e persino al mondo politico italiano, che il Belli avrebbe volentieri definito «cadavere di morto», ascoltare la nostra «gioventù tradita». Bisogna però fare attenzione a non confondere il grano con il loglio. Stiamo assistendo alla nascita di un atteggiamento fiero e lungimirante, pragmatico e spirituale, al quale manca ancora una forma. Ci penseranno i suoi portatori a trovarne una. Ma se volessimo provare a descrivere questa fierezza, non possiamo che ricorrere alle parole di Niccolò Machiavelli: «Li buoni esempi nascono dalla buona educazione e dalle buone leggi. Le buone leggi da quelli tumulti che molti dannano. Chi esaminerà il fine d’essi, non troverrà ch’abbian partorito esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà».
Guida al mondo che verrà nelle prossime settimane, a partire dallo sciopero generale della Fiom del 28 gennaio quando è probabile che il movimento universitario torni nelle strade. La crisi peggiorerà ogni giorno, l’indignazione conquisterà espressioni virtuose, i tumulti riveleranno il desiderio di un «bene comune» e saranno accompagnati dal desiderio di una nuova «repubblica» per favorire la nascita della «publica libertà». In Italia chi è oggi all’altezza di questo desiderio?

da il manifesto

Blocco dei tribunali, parte il duello Alfano-Tremonti

L’Anm (associazione nazionale magistrati) annuncia il “rischio di paralisi totale della Giustizia” a causa del blocco informatico causato dai tagli imposti dal ministero dell’Economia a quello della Giustizia. La colpa, secondo il sindacato delle toghe, questa volta non sarebbe però del Guardasigilli Angelino Alfano, ma del collega Giulio Tremonti. Alfano risponde al presidente e al segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, spiegando di “aver chiesto aiuto a Tremonti, senza averlo finora ricevuto”.

Si consuma così l’ennesimo strappo tra colui che è considerato da molti il delfino, il successore naturale di Berlusconi, stiamo parlando di Alfano, e colui che al momento ne è considerato l’antagonista, Tremonti, pronto a farsi strada al posto del premier.

Il Guardasigilli sulla questione blocco informatico però non cede al pessimismo e annuncia sibillino: “Non dispero – spiega riferendosi a un intervento del ministro dell’Economia – perché conosco la sua sensibilità per l’informatizzazione. Intanto faccio da solo. Farò l’impossibile e confido proprio di riuscirci, anche se i margini di manovra sono strettissimi”. “Salveremo il servizio. Siamo al lavoro e ci riusciremo”, assicura Alfano, e intanto chiede all’Anm di collaborare: “Se l’Anm dà una mano d’aiuto invece di strumentalizzare le difficoltà fa un buon servizio ai cittadini e non al governo”.

Dal canto suo, il sindacato dei magistrati incalza e denuncia l’eccessiva durezza dei tagli: a fronte di un bilancio che assegnava l’anno scorso al dicastero di via Arenula 80 milioni di euro per i costi informatici, quest’anno ne sono stati stanziati soltanto 27,9, circa il 50% in meno rispetto alla soglia minima necessaria per l’assistenza ai pc. “I tribunali – denunciano quindi a una voce Palamara e Cascini – chiuderanno” e ci sarà il blocco sia della giustizia penale che di quella civile, con gravissime ripercussioni sulla vita del Paese.

Nonostante Luigi Britteri, capo del Dipartimento Organizzazione del ministero non nasconda che “l’allarme è più che giustificato” ma tenti di “rassicurare tutti sull’impegno del Ministro per la soluzione del problema in tempi assai brevi”, le toghe annunciano la mobilitazione. “Magistratura Democratica – dice il segretario Piergiorgio Morosini, gip a Palermo – è pronta ad una forte mobilitazione con forme di protesta anche clamorose”. “La politica del governo fatta di annunci e conferenze stampa mostra scarsa percezione dei veri problemi della giustizia. Il ministro non può parlare di processo breve e poi negare le risorse minime per i sistemi informativi automatizzati”.

“Senza un provvedimento immediato di ripristino della assistenza informatica – avverte il leader di Md – torniamo indietro di vent’anni, con danni irreparabili alle indagini, ai rapporti tra polizia e procure e ai processi civili; diventa impossibile la ragionevole durata dei processi. A pagare il prezzo di tutto questo sono i cittadini. Senza rimedi urgenti sarebbe un fallimento per il paese”.

da www.unita.it

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«Tace il computer: vi spiego perché la giustizia rischia la paralisi», di Giancarlo De Cataldo

Come riportato da molti giornali, dal 2 gennaio è stata interrotta l’assistenza tecnica su un certo numero di software di vitale importanza per il funzionamento degli uffici giudiziari. Motivazione: la mancanza di soldi. Ancora risorse sottratte alla Giustizia, dunque, e in un settore cruciale per i rapporti fra il Palazzo e la gente. Intendiamoci: non è che di colpo i computer scompariranno dalla scrivania di cancellieri e magistrati. Ma le cose, almeno per un po’, procederanno a rilento.

Giudici e funzionari sono sul piede di guerra. E diffidano delle rassicurazioni. Hanno le loro ragioni. Se i problemi, quando ci sono, venissero presentati, diciamo, con le dovute maniere, avremmo tutti uno spirito più collaborativo: per intenderci, se mi dicono “scusa, c’è la crisi, facciamo del nostro meglio per rimediare, dacci una mano”, mi sento invogliato a rimboccarmi silenziosamente le maniche. Se mi coprono d’insulti ogni volta che una mia inchiesta sfiora un qualche mammasantissima e mi danno del fannullone a ogni piè sospinto, poi non è che possano invocare l’understatement.

Al Ministero contano di provvedere in tempi ragionevoli. Ne sono personalmente convinto: un deficit nell’informatica giudiziaria – sbandierata nei mesi scorsi come la Nuova Frontiera – fa troppo “brutta figura” per poter durare a lungo.

Piuttosto, a questo problema concreto non si possono che opporre contromisure concrete: vale a dire, trovare i soldi per ripristinare l’assistenza. Capisco che possa sembrare banale (come spesso appare il buon senso) ma provate a far funzionare un Pc parlandogli della commissione d’inchiesta sui Pm eversivi e della separazione delle carriere o minacciandolo di impiantare dei tornelli: quello, il Pc, non vorrà saperne. E continuerà a fissarvi. Muto, inerte, vagamente sfottente.

da www.unita.it

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Dal primo gennaio è blocco dell’assistenza informatica agli uffici giudiziari. Rischio paralisi

«Una paralisi complessiva del sistema», con la «chiusura dei tribunali», e l’ impossibilità per le imprese e i privati di partecipare a gare di appalti e concorsi. È quello che si rischia con il blocco dal primo gennaio scorso dell’assistenza informatica agli uffici giudiziari. Per questo l’Associazione nazionale magistrati annuncia una «protesta forte e decisa» e parla di «colpo finale» del governo a una «macchina che ha già enormi difficoltà di funzionamento».

«Siamo arrivati alla paralisi della informatizzazione degli uffici giudiziari come avevamo già segnalato a metà dicembre. Con una interrogazione urgente al Ministro della giustizia abbiamo chiesto che si trovassero subito i fondi per rinnovare il contratto di assistenza applicativa per le circa 60 mila postazioni informatiche esistenti presso gli uffici giudiziari italiani».

Lo affermano Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd e Cinzia Capano, responsabile giustizia civile. «Il 22 dicembre – affermano i deputati Pd – il sottosegretario Giacomo Caliendo ci ha riferito di avere richiesto al Ministro Tremonti di reperire nuove risorse o di autorizzare variazioni di bilancio per evitare che al 31 dicembre il contratto di assistenza si interrompesse. Avevamo anche suggerito al ministro di utilizzare i rilevantissimi residui passivi di circa un miliardo che si erano accumulati nel 2010 e che non avrebbero più potuti essere spesi. Ma ad oggi, pur essendo la spesa limitata a meno di dieci milioni di euro, non è stato fatto nulla lasciando così decadere i fondi esistenti. La paralisi del processo telematico è ormai alle porte e l’interruzione del servizio di assistenza condurrà la giustizia a dover operare in condizioni inaccettabili e senza gli strumenti indispensabili per il corretto svolgimento del loro lavoro».

da www.ilsole24ore.com