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La lezione di stile di un innocente *

In un’Italia perennemente in ostaggio dei “15 minuti di celebrità” predetti a chiunque da Andy Warhol, era pressoché scontato che passasse sotto silenzio il gesto di ribellione di Marco Previati. Che si è rivelato un modello di anti-retorica. Arrestato il 31 dicembre perché «fortissimamente sospettato» dagli inquirenti per l’attentato alla sede della Lega di Gemonio e scarcerato il 3 gennaio perché le accuse a suo carico erano, secondo il gip, dettate da «delazioni nate per piaggeria», il 21enne operaio ha preferito dribblare la selva di taccuini e telecamere che lo aspettavano all’uscita del carcere dei Miogni.

«Sono contento di essere uscito, ma sono stanco e adesso voglio solo riposare», queste le uniche parole pronunciate dal giovane mentre lasciava il penitenziario varesino. Con in mano una busta di plastica gialla contenente i suoi pochi effetti personali e tanta rabbia per le tre notti passate in cella. Il suo silenzio è parso ancora più assordante se paragonato alla continua ricerca dei riflettori a cui altre vicende recenti ci avevano abituato. E qui il pensiero va ad Avetrana dove a oltre quattro mesi dal tragico omicidio della piccola Sarah neanche il calendario di beneficenza presentato da un “tronista” ci è stato risparmiato.

*editoriale da www.ilsole24ore.it

«Tremonti-Berlusconi, restano le distanze», di Marco Galluzzo

Doppio no alla riduzioni delle tasse e quoziente familiare

MILANO – Berlusconi sogna di intercettare la ripresa, di irrobustirla, ripete che la Confindustria ha le sue ragioni, che bisogna dare ossigeno alle imprese, e anche alle famiglie, a tutti insomma, perché oggi finalmente si può fare, il peggio della crisi è alle nostre spalle e si scorgono i primi segnali di una stabilizzazione verso l’altro delle curve dei prodotti interni.

Berlusconi compulsa i dati economici e sofferma l’attenzione su quelli positivi. Tremonti no. O non solo. Riconosce i segnali ma sottolinea anche quelli negativi: l’occhio puntato dei mercati internazionali, la nostra condizione di eterno osservato speciale, l’impossibilità di dare alibi a chi può giocare brutti scherzi al nostro Paese. Il Cavaliere definisce «chiacchiere» dei media le indiscrezioni sulle frizioni con il suo ministro. E magari anche di questo avranno parlato ieri pomeriggio, in una telefonata che è parsa agli staff conciliante, eppure nessuno dei due fa mistero di pensarla in modo opposto sulle capacità della nostra finanza pubblica, su quello che Palazzo Chigi può fare per sostenere il Pil, per immettere maggiori risorse in circolazione, stimolare i consumi. Non ne fanno mistero in privato, sono obbligati a negarlo in pubblico. Si diceva mesi fa che il Cavaliere e Fini fossero destinati a fare la pace, ad essere alleati nonostante tutto; sembra oggi, dopo il divorzio con il leader di An, che l’unica relazione che il capo del governo non può abbandonare sia quella con il suo ministro più accreditato fuori confine. Può immaginarlo forse, ma non può farlo, è il concetto che ogni tanto si ascolta anche fra le osservazioni del secondo, convinto di non avere sostituti, se mai l’argomento fosse all’ordine del giorno, almeno adatti a farci fare bella figura in Europa, a presentare i nostri conti all’estero. Anche sulla riforma fiscale la pensano in modo diverso: per il premier dovrebbe portare ad un alleggerimento del carico tributario, ma i primi conti fatti al dicastero dell’Economia sembrano lasciare gettito e pressione invariati, si cambiano i fattori ma non la somma finale, si semplifica ma non si alleggerisce, non c’è spazio al momento per il quoziente familiare e nemmeno per la vagheggiata riduzione delle tasse.

Il sogno del Cavaliere resta tale. Non solo: negli ultimi giorni il ministro dell’Economia ha cominciato anche a mettere in dubbio la grande riforma del fisco. Da lui immaginata epocale, bipartisan, concertativa; pensata come il fiore all’occhiello della sua azione politica; oggi invece al centro di uno sconforto, perché convinto che i numeri in Parlamento, che sono e resteranno a suo dire precari, anche in caso di slalom intorno al voto anticipato, mettono seriamente a rischio un lavoro di così ampio respiro; pensato, nei suoi aspetti salienti, anche come frutto del dialogo con l’opposizione e con le parti sociali. E se uno vede nero e l’altro vede rosa c’è ben poco da aggiungere. Il nero si declina, senza reticenze, in privato, con l’analisi sulla reale forza di Palazzo Chigi dopo l’uscita di Fini: molto bassa, incapace di sostenere le riforme che servono al Paese, di regalare all’esecutivo quella serenità che serve per governare senza galleggiare. Sono riflessioni meno telegrafiche, più raffinate, ma simili a quelle che ogni tanto si ascoltano in bocca al leader della Lega. L’approdo è uno solo, il voto anticipato. Il rosa invece vede per fine gennaio l’arrivo di una nuova pattuglia di deputati alla Camera, vede un nuovo gruppo a Montecitorio che cambia gli equilibri nelle commissioni, vede la ripresa economica e persino la fine della legislatura. Se non hanno litigato, come assicura il presidente del Consiglio, comunque lui e il suo ministro sono e restano, al momento, due centri di analisi diversa.

da www.corriere.it

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«Il sospetto della congiura», di Amedeo La Mattina

Attento Umberto, non ascoltare Giulio». Berlusconi non si fida di Tremonti. Lo considera il vero «ideologo» delle elezioni anticipate che può condizionare le mosse di Bossi e far commettere un grave errore a tutta la Lega.

Il Cavaliere si tiene stretta la sua poltrona e cerca di convincere il Senatùr che il ministro dell’Economia stia giocando una partita tutta sua per arrivare a Palazzo Chigi. «Tremonti pensa solo a se stesso», confida un ministro di rango che avverte il pericolo di un Carroccio trascinato alle urne senza il consenso del premier. Il quale nei colloqui telefonici di questi giorni ha chiesto al leader leghista di stare alla larga da certe tentazioni. «Dimmi se la pensi come Giulio, ma ricordati che se si va al voto te ne assumi la responsabilità». Il tutto ovviamente condito dall’assicurazione che il federalismo fiscale verrà approvato, che i numeri ci sono. Ci sono 10 deputati pronti al salto della quaglia nella maggioranza. A questi se ne potrebbero aggiungere altri 10 che sarebbero i subentranti a quei ministri-deputati che si dovrebbero dimettere dalla Camera.

Operazione complicata, quest’ultima, alla quale Bossi non crede. E dei nuovi arrivi da Fli e Udc non c’è ancora traccia anche se ieri il premier ha detto di essere «sicuro che entro la fine di gennaio in Parlamento ci saranno le condizioni per portare a termine la legislatura. L’Italia ha bisogno di tutto, tranne che di elezioni anticipate». Ha bisogno di «stabilità che ci viene richiesta da tutti i protagonisti più importanti della nostra società, dall’industria alla Chiesa cattolica». Tensioni, contrasti con Bossi e Tremonti? Macché: «Solo chiacchiere al vento, non c’è nulla di vero».

Intanto, per dimostrare che solo di chiacchiere si tratti il Cavaliere avrebbe dovuto accettare l’invito alla «cena degli ossi». Un invito calibrato proprio per svelenire il clima e far vedere che si va d’amore e d’accordo. Cosa per niente vera. Berlusconi ha un problema grande come una casa con la Lega e soprattutto con Tremonti che, a suo dire, sparge veleno e cerca di convincere Bossi a staccare la spina perché con una maggioranza raccogliticcia non si può andare avanti. La tesi non peregrina dell’inquilino di via XX Settembre è che «tirare a campare costa». Costa perché i nuovi arrivi nella maggioranza di Noi Sud, i siciliani di Romano e Mannino e quant’altri parlamentari meridionali chiedono maggiori spese. Lo stesso decreto Milleproroghe rischia di uscire da Camera e Senato con un fardello di milioni in più. Per non parlare dell’Udc. Secondo Tremonti la trattativa con Casini, che insiste sul quoziente familiari (costa una decina di miliardi), finirebbe per cambiare veramente gli equilibri della coalizione a scapito non solo delle casse dello Stato ma anche del Carroccio. Argomento al quale Bossi è molto sensibile, ovviamente.

C’è un altro argomento che Tremonti mette in campo per convincere il Senatùr a mollare Berlusconi. Ed è il «Patto Romano». Il ministro dell’Economia sostiene che ci sia un accordo sotterraneo che lega Gianni Letta, Pierferdinando Casini, ambienti papalini, finanziari, editoriali e imprenditoriali romani. Il loro obiettivo sarebbe portare Casini a Palazzo Chigi e Letta al Quirinale. A farne le spese sarebbe Berlusconi. «Veleni, solo veleni di Tremonti – sostengono i presunti “congiurati romani” – che ce l’ha a morte con Letta. Figuriamoci se Gianni tradisce Silvio». Ecco perché Berlusconi ripete a Bossi «non ascoltare Giulio». Ecco perché ieri sera non poteva salire sul Cadore. Ora il Senatùr frena, dice di essere ottimista, che a marzo non ci saranno elezioni. E che mai Tremonti farebbe «uno sgarbo» al Cavaliere. Al quale concede tempo. Gli dà fiducia, mostra di credere nei numeri di Silvio («non ha mai detto balle»). Ma lo avverte: mai l’Udc al governo. «Allargare sarebbe una continuazione della palude». È questo il paletto che Bossi condivide pienamente con Tremonti: è l’argine al «Patto romano», vero o presunto che sia. Uno stop comunque al partito della spesa che affonda le sue radici al Sud.

da www.lastampa.it

«La Lega cala, si divide e c’è chi chiama il Pd», di Francesco Lo Sardo

Nel Carroccio non esiste un’unica strategia. E sul federalismo si cercano sponde nell’opposizione.
C’è un dato utile per capire quel che sta accadendo nella Lega: il vero elemento di destabilizzazione del governo Berlusconi, che sta in piedi per tre soli voti di maggioranza. Gli ultimi sondaggi segnalano che l’inarrestabile corsa del Carroccio verso il 13 per cento (12,8 certificato da Euromedia) s’è fermata ed è iniziata la discesa. Dati Digis (dal 12,4 di fine novembre all’11,5), dati Emg (11,4) e Lorien (dal 12,7 del 13 dicembre all’11,7 della vigilia di Natale).
Dati che allarmano Bossi, che innervosiscono la Lega, la rendono inquieta, instabile e che, per la prima volta, la paralizzano: rendendola incapace di decidere. Con conseguenze nefaste per Berlusconi, che è appeso alle scelte leghiste.
Elezioni o no? Dalla rottura di Fini e fino a qualche mese fa nella Lega c’erano due fronti. C’era chi puntava alla mietitura dei voti prima che la stagione peggiorasse con danni al raccolto e chi non voleva scossoni a Roma per tenersi un interlocutore governativo certo. La Lega ministeriale (Bossi, Maroni e Calderoli) era attestata sulla prima linea, la Lega del territorio dei governatori sulla seconda. Col passare delle settimane questa geografia di posizioni interne s’è modificata: in particolare il trio ministeriale s’è disarticolato.
Maroni ha fatto asse con il competitor Tremonti con cui condivide l’idea di elezioni che, per entrambi, lascia intravedere grandi opportunità personali: sia in caso di vittoria di Pdl-Lega, sia in caso di sconfitta parziale (conquista della camera e perdita del senato). Mentre Calderoli, nemico storico di Maroni da posizioni “di destra”, si è ritrovato isolato e impigliato nel micidiale rompicapo della riforma federalista di cui – viste le condizioni di Bossi ministro delle riforme – deve occuparsi a tempo pieno e del cui successo (o naufragio) ha finito per portare di fatto, suo malgrado, l’intera responsabilità.
Bossi è rimasto nel limbo, un po’ di qua un po’ di là, più che altro ha gestito i rapporti con Berlusconi. Lasciando che per lunghi mesi Calderoli e Maroni gestissero quelli informali con Fini: l’ago della bilancia dalle cui scelte, fino al 14 dicembre, dipendeva la sorte della maggioranza. Poi, dal 14, Maroni e Calderoli hanno serrato i giochi delle loro partite personali, sempre dietro l’immagine di assoluta, granitica unità attorno a Bossi. Il quale non sa più che fare.
Maroni ha via via rafforzato l’alleanza tattica con Tremonti, fondata su una parallela prospettiva di nuovi ruoli – a partire dalla premiership – suscitando forti sospetti di Berlusconi. Calderoli, all’opposto, s’è lanciato in un’offensiva diplomatica verso il Pd, la cui astensione è vitale per garantire un federalismo il più possibile condiviso ed evitare il rischio di referendum abrogativo. Ma Calderoli ha anche mantenuto i suoi contatti con Fini, sugli aspetti costituzionali del federalismo e senato federale. Manovre di avvolgimento che produrrebbero un quadro di stabilità e non già di precipitazione elettorale. Perciò l’operazione è sabotata da Tremonti attraverso il no ai soldi per le riforme. Ed è per proteggersi dai fulmini del potente “elezionista” Tremonti che Calderoli, nelle ultime ore, ha dovuto alzare il prezzo delle trattative con il Pd di Bersani.
In questo fragile e fluido contesto è esploso il caso delle “cimici” di Bossi, confermando i peggiori timori di Berlusconi su una Lega instabile. «Si stanno facendo la guerra tra di loro», si sibila tra gli uomini di Berlusconi.
Nel senso che o la storia delle microspie è inventata di sana pianta Bossi ha inteso tirare un siluro, a freddo, al ministro Maroni che dovrebbe tutelarne la sicurezza o è vera: Bossi era spiato persino in casa e allora il siluro contro Maroni è ancora più forte. Bossi spiato, come Berlusconi fotografato o registrato da escort che entravano e uscivano dal residenze teoricamente sotto protezione di servizi di sicurezza di stato. Berlusconi e Bossi, due vecchi leoni che stanno perdendo i denti. Altri e altro s’avanza.

da www.europaquotidiano.it

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«Federalismo o voto? Come Tremonti gioca con la Lega», di Raffaella Cascioli
Gli stop-and-go di Calderoli, mentre Bossi punta a incassare il sì subito
La tentazione c’è e, proprio in queste ore, c’è chi sta decidendo se sacrificare sull’altare dei giochi politici il cuore della riforma del federalismo fiscale che, è ormai evidente a tutti, non si può fare a costo zero.
A giudicare dall’intervista rilasciata ieri a Il Sole 24 Ore dal ministro per le riforme Roberto Calderoli, di fatto indisponibile a confrontarsi sul merito, più che dalle parole pronunciate da Umberto Bossi prima della cena con Tremonti («il federalismo è già pronto» ma «se non ci sono i numeri preferisco le elezioni»), si potrebbe quasi pensare che nella Lega aumentino i fautori di chi punti a staccare la spina al governo.
Che dire però se ad essere maggiormente tentato a far saltare il banco sia Calderoli piuttosto che il senatur? I segnali inviati nelle ultime settimane dal ministro per le riforme sono al riguardo inequivocabili e indicano come l’asse Calderoli- Tremonti abbia rotto definitivamente gli indugi. E il perché è presto detto. Proprio Calderoli, che già in occasione della legge delega è stato disposto a stravolgerla purché uscisse condivisa e che in questi mesi ha cercato non solo il confronto ma anche la mediazione con le altre forze politiche (Pd compreso), si sarebbe convinto che è il momento di giocare il tutto per tutto. Confortato in questo, anzi supportato, per non dire ispirato dal ministro dell’economia Giulio Tremonti. Un asse in cui si salderebbero ambizioni differenti quanto complementari.
Se infatti Calderoli si giocherebbe in questo modo la leadership nella Lega mantenendo salda tra l’altro la bandiera del federalismo e ipotecando in modo inequivocabile la successione a Bossi, è Tremonti a soffiare sul fuoco sapendo che le sue chance di arrivare a palazzo Chigi scadono velocemente. Più possibilista il senatur che, a un passo dal veder coronato il sogno del federalismo, vorrebbe incassarlo e subito.
Se nelle prossime ore si capirà meglio quale linea è destinata a prevalere, a pochi giorni dalla ripresa dei lavori parlamentari mentre un premier sempre più impaurito dalla richiesta di ricorso alle urne continua a sbandierare risultati economici strabilianti del suo governo, c’è chi medita di raccogliere consenso sventolando una bandiera federalista che di fatto ancora non esiste visto che al momento l’unico decreto consistente che ha preso il largo è quello sul federalismo demaniale. Chi è convinto che Bossi stia sacrificando la sostenibilità finanziaria dei comuni italiani sull’altare di un gioco politico che serve solo al suo partito è Marco Causi, deputato del Pd e vicepresidente della Bicameralina che da martedì prossimo sarà impegnata a esaminare il decreto attuativo sulla fiscalità comunale in scadenza il prossimo 28 gennaio.
«Un gioco politico – spiega Causi a Europa – in cui non si tiene in alcun conto il merito ma, anzi, si preferisce agitare una bandiera incuranti del fatto che finirebbe per condannare i comuni a un periodo di instabilità e insostenibilità finanziaria».
Non è un caso, infatti, che alla fine delle audizioni sul decreto i servizi parlamentari abbiano raccolto un dossier di oltre 40 pagine con punti e osservazioni critiche su un provvedimento che, se approvato così com’è, negherebbe nei fatti l’autonomia finanziaria ai comuni. Per Causi provocherebbe forti distorsioni nelle basi imponibili comunali non solo tra comuni del nord e quelli del sud ma anche tra quelli turistici e non, inoltre non presenterebbe alcun coordinamento con l’altro decreto sulla fiscalità regionale con effetti distorsivi nella sovrapposizione dei tributi. «Senza contare che il governo si è totalmente dimenticato – conclude Causi – di dire qualcosa sulla Tarsu ovvero sulla seconda imposta comunale».
E se per Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del Pd, l’ultimatum di Calderoli è un bluff tutto giocato all’interno della maggioranza e del governo visto che poi «la partita più importante è quella che si gioca sulla fiscalità regionale», per il capogruppo del Pd in bicameralina Walter Vitali il nodo sulla cedolare secca sugli affitti, per il quale Mario Baldassarri di Fli ha chiesto lo stralcio che Calderoli non intende concedere, con una perdita di gettito di 2,5 miliardi di euro per il biennio 2011-2012 potrebbe essere dirimente.
«Noi non ci facciamo condizionare dalla contingenza politica – spiega Vitali – vogliamo la piena attuazione della legge 42 ma abbiamo forti riserve sul merito del decreto». Non solo sulla cedolare secca che, per il Pd, deve riguardare solo i nuovi contratti di affitto ma anche per l’Imu il cui gettito a regime sarebbe garantito solo dai non residenti. «Non mi pare che Calderoli intenda affrontare il merito del provvedimento – commenta Vitali – Senza contare che non è vero, come sostiene, che intendiamo reintrodurre la tassazione sulla prima casa. Noi proponiamo come in Francia un’imposta sui servizi non aggiuntiva ma sostitutiva della Tarsu e dell’addizionale Irpef. Siamo disposti a sfidare il governo sui contenuti, sempre che il ministro accetti il confronto».

da www.europaquotidiano.it

sull’artgomento vedi anche il post di ieri

«Battisti e la Francia. L’ignoranza militante», di Barbara Spinelli

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l´abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all´Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal.
I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell´illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.
Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d´aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, «ascolta come la notte s´inconca e s´incava». Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L´accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un´incapacità radicale a comprendere il male inflitto all´innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.
Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un «ancien enragé divenuto scrittore». Gli enragés (letteralmente: «gli arrabbiati») furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza «eroe rivoluzionario». Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro «un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo», come se la giustizia concernesse altro che l´individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l´assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all´altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.
Il fatto, sempre che i fatti contino, è che Battisti non è solo un intellò. Fu un criminale comune fino a quando per comodità si mascherò da rivoluzionario, aderendo ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo). Scappato dal carcere, fu condannato in contumacia per aver ucciso tre uomini e concorso a un quarto omicidio, fra il ´78 e il ´79, e nei tre gradi di giudizio fu assistito da avvocati da lui istruiti. Nell´81 era fuggito a Parigi profittando della dottrina Mitterrand, abiettamente travisata. In realtà il Presidente fu chiaro, quando l´espose il 22 febbraio e il 20 aprile ´85: l´asilo offerto escludeva tassativamente «chi si era macchiato di crimini di sangue» o di «complicità evidente in vicende di sangue», e riguardava i fiancheggiatori dissociati dal terrorismo.
Gli intellettuali mobilitatisi per Battisti si immaginano eredi non solo dei dreyfusardi ma dei moralistes francesi vissuti fra il ´500 e il ´700. I moralisti non facevano la morale ma descrivevano la storta natura dell´uomo, a cominciare dalla propria, con impietosa ironia. Penso a Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Vauvenargues, Chamfort. Nei pretesi loro eredi non è mancato questo sguardo spietato e anticonformista, quando hanno fustigato il proprio esser comunisti: i «nuovi filosofi» hanno capito Solženicyn assai prima degli italiani, dei tedeschi. Ma uno strabismo singolare li affligge: ben più arduo, se non impossibile, è approfondire ancor più l´esame di sé. Quando maneggiano il concetto di rivoluzionario o di intellettuale, l´acume diminuisce. Aver ghigliottinato un re è motivo immutato d´orgoglio, che li rende superiori a ogni europeo.
Anche l´universalismo, di cui i francesi si vantano, li rende ciechi ai propri limiti, incapaci di apprendere. Il loro contributo all´unione europea è un impasto di universalismo decorativo e nazionalismo effettivo. Ci sono princìpi a tal punto sacralizzati da ossificarsi e perire come stelle che per noi brillano nonostante siano morte da tempo. Molte dispute intellettuali avvengono tra francesi. Non parlano all´Europa né al mondo, verso i quali l´ignoranza è spesso abissale.
È l´ignoranza militante che provai a descrivere il 14 marzo 2004 su Le Monde, in una lettera aperta su Battisti agli amici francesi, ma si sa che le parole informative non servono quando non si vuol sapere e si vive nel performativo (basta che io dica una cosa e la cosa è, anche se contraddetta dai fatti). Quel che si vuol ignorare è come funziona la giustizia in Italia, la sua indipendenza ben più solida che in Francia, la lotta che i magistrati conducono contro la mafia, la corruzione, la politica ridotta a lucro privato. È un´ignoranza non ingenua ma attivisticamente coltivata. Ebbe forme analoghe anche nel ´68: un ´68 che i francesi, più saggi, hanno saputo frenare prima che degenerasse in terrorismo. Essendosi tuttavia fermati in tempo, nulla sanno dei suoi baratri, del valore della legalità. Non a caso parlano lo stesso linguaggio di tanti marxisti finiti con Berlusconi. Lo spirito libertario del ´68, lo hanno stravolto facendosi libertini. Il disprezzo delle istituzioni, della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai «teoremi giudiziari», stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un capro espiatorio e non di un condannato. Non stupisce che qualche mese fa Berlusconi abbia confidato a un ministro: «Battisti è un personaggio orribile, e non capisco perché dovremmo fare i salti di gioia alla prospettiva di doverlo mantenere noi per anni nelle nostre galere».
Rivolgendosi agli italiani, Lévy ci invita a «voltare la pagina degli anni di piombo», o almeno a pensarli «senza passione, con equità, evitando la terribile logica del capro espiatorio». È una solfa che gli italiani conoscono: meglio voltar le pagine del fascismo, delle stragi, di Mani Pulite, dell´omicidio di Falcone, Borsellino, delle loro eroiche scorte. Ma le pagine si voltano ricordando e facendo giustizia (la clemenza viene dopo i verdetti), altrimenti restano lì, infezione letale. Oppure le si gira e basta, come fanno gli scemi o gli arruolati dell´Ignoranza, due categorie così affini. Persino Gesù faticava, con gli stupidi. C´è un suo detto islamico, citato da Sabino Chialà, che confessa: «Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli stupidi non sono riuscito» (I detti islamici di Gesù, Mondadori). Di ignoranza militante e ebete non abbiamo bisogno che venga da fuori: ne abbiamo già tanta in casa. L´amalgama creatosi fra terrorismo, mafia, corruzione, sprezzo della magistratura: non è una vecchia pagina da voltare. È il presente limaccioso che viviamo.
Tutte queste vicende i francesi non le capiscono. Pur avendo compiuto la rivoluzione e chiamato ogni uomo allo stesso modo – citoyen – lo spirito di casta è tenace. Se sei un intellettuale hai speciali immunità, anche se hai ammazzato tua moglie come il filosofo Althusser. Già Tocqueville trovava intollerabile la mistura francese tra politici e letterati.
Fa parte dell´astrattezza letteraria (la più obbrobriosa forse) considerare gli ex terroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto è chi esce battuto essendo stato un combattente, regolare o guerrigliero, o un vero enragé. Gli si deve rispetto: con lui si ricostruirà un ordine. Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della storia italiana.

da la Repubblica

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«Disunità d’Italia», di Michele Brambilla

La grande mobilitazione popolare per chiedere l’estradizione di Cesare Battisti s’è risolta con circa cinquecento persone in piazza a Roma, una cinquantina a Milano e addirittura cinque a Firenze. Pochi e non senza sbavature. A Roma si sono visti saluti romani che non si capisce che cosa c’entrassero; a Milano lo slogan più gettonato rivolto al console brasiliano è stato: «A noi Battisti, a voi i travestiti». Che tristezza.

Ma il mesto spettacolo offerto dalla piazza riesce comunque a vincere il confronto con quello offerto dalla classe politica. Se i cittadini indignati erano pochi, i politici sono stati pocos, locos y mal unidos, secondo la definizione con cui gli spagnoli liquidarono i rivoltosi sardi al tempo di Carlo V. Soprattutto mal unidos, dal momento che neppure sulla necessità di assicurare alla giustizia un assassino pluricondannato destra e sinistra hanno saputo trovare coesione. In piazza Navona ci sono andati sia gli uni che gli altri: ma curandosi bene di andarci in orari diversi per non correre il rischio di brutti incontri. E questo è un primo elemento di sconforto. Nella tanto bistrattata prima Repubblica democristiani e comunisti – che pure erano ideologicamente ben più divisi di quanto lo siano adesso i due cosiddetti «poli» – sul terrorismo seppero trovare un’unità di intenti che fu alla base della vittoria della democrazia sui kalashnikov dei brigatisti.

Il secondo motivo di sconforto sta nelle motivazioni che paiono aver indotto destra e sinistra a scendere in piazza. Il governo protesta energicamente, ma non senza preoccuparsi – ogni due per tre – di ribadire che l’amicizia con il Brasile non è minimamente in discussione. E soprattutto tanta energia viene profusa adesso, a babbo morto, e non quando forse si potevano ancora evitare la beffa della mancata estradizione e l’oltraggio delle sue motivazioni. Quanto all’opposizione, il caso Battisti sembra più che altro un pretesto per accusare il governo di insipienza, impotenza, scarso prestigio internazionale. Insomma, l’impressione è che la maggioranza abbia preso ora ad agitarsi tanto per tenere buoni i propri elettori, e la minoranza per colpire, più che Battisti, il nemico di sempre: Berlusconi.

In una simile situazione, naturalmente, tutti accusano «gli altri» di essere i soli responsabili dello scempio, dimenticando che la vicenda Battisti è in realtà molto più complessa di quanto si creda. Non c’è dubbio, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, che tutto sia partito da una campagna di disinformazione finalizzata a far credere che l’indegno omonimo sia stato vittima di una giustizia punitiva; e che questa campagna di disinformazione sia stata prontamente recepita dai soliti intellos francesi sempre pronti a bersi qualsiasi balla sulla repressione degli scrittori (perché uno dei risvolti tragicomici di questa vicenda è che Battisti sia stato considerato uno scrittore, e non un assassino).

Non c’è dubbio, dicevamo. Ma non c’è dubbio anche – e questo è un po’ più difficile da spiegare – che tale campagna abbia poi condizionato un governo di centrodestra qual era quello, con Sarkozy ministro degli Interni, che consentì a Battisti di scappare in Brasile con un passaporto falso. Chi sostiene che Sarkozy abbia agito sotto l’influenza della moglie, forse non sa che all’epoca il futuro presidente e Carla Bruni non si conoscevano neppure. Né si può accusare, come ha fatto il nostro ministro degli Esteri, la famosa «dottrina Mitterrand»: la Corte francese che concesse l’estradizione si appellò proprio a quella dottrina, in base alla quale l’asilo in Francia era escluso ai responsabili di omicidio.

Ci sono tante parole in libertà, insomma, in questi giorni. L’unica – e modesta – consolazione è che per una volta la nostra politica non è stata peggiore di quella degli altri Paesi coinvolti. Infatti è la politica, ovunque, la responsabile del ghigno beffardo con cui Battisti saluta le nostre patrie galere. La magistratura ha fatto il proprio dovere dappertutto: in Italia condannando; in Francia e in Brasile concedendo l’estradizione. Se Battisti non rientra in Italia è perché la politica italiana non si è fatta valere, quella francese l’ha fatto scappare e il presidente del Brasile ha smentito i propri giudici.

All’imputato Battisti bisognerebbe purtroppo dire non «alzatevi», come si usava durante i processi, ma «sedetevi»: non è lui il soggetto delle preoccupazioni e delle contese di questi giorni. Né tantomeno, ovviamente, lo sono i poveri morti da lui ammazzati.

da www.lastampa.it

«Riforma Gelmini. La sostanza del sistema che tagliando lo studio macina le generazioni», di Benedetto Vertecchi *

L’orario di funzionamento della scuola equivale a quello delle lezioni. Così, colpevolmente, si tralascia il resto delle attività educative. Ovvero l’interazione tra studenti e quella con gli insegnanti, e lo sviluppo di progetti che richiedono il congiungimento di pensiero e azione

Occorre chiedersi se la legge approvata in via definitiva dal Senato qualche giorno prima di Natale costituisca solo una razionalizzazione (almeno nelle intenzioni di chi l’ha promossa) nel funzionamento del sistema universitario o se ad essa si colleghino implicazioni molto più ampie, e tali da configurare nel complesso un cambiamento sostanziale del ruolo che gli studi superiori hanno finora assunto nel sistema educativo e, più in generale, nella società.
Una razionalizzazione comporta, infatti, che si sia in grado di incidere sul funzionamento del sistema: ma questo obiettivo, che suppone siano effettuati investimenti consistenti, appare rinviato a tempi migliori. Viene quindi da pensare che l’intento realmente perseguito sia stato il secondo, e cioè la sostituzione del modello degli studi superiori derivante dalla tradizione universitaria con una diversa concezione della quale si incominciano a vedere i principali elementi costitutivi.
Per cominciare, ed è questo l’aspetto sul quale vorrei qui soffermarmi, c’è stata la sostituzione di un’ idea degli studi universitari come rivolti al perseguimento di benefici di lungo periodo con una attenta a considerare l’utilità del sistema nel tempo breve. Con tale sostituzione si completa un disegno di revisione del sistema educativo già ampiamente definito al livello primario e a quello secondario. E proprio l’analisi delle scelte effettuate a tali livelli consente di ricavare, per analogia, elementi interpretativi applicabili anche agli studi superiori. Il criterio seguito è consistito nella riduzione ad un limite inferiore del tempo dedicato all’educazione. Gli allievi delle scuole primarie e di quelle secondarie fruiscono di un’offerta didattica che suppone aggiunte consistenti nel tempo non scolastico. In pratica, l’orario di funzionamento delle scuole tende a coincidere con quello delle lezioni. Ma le lezioni sono solo una parte dell’attività educativa delle scuole. Ad esse dovrebbero aggiungersi le attività che prevedono più intense interazioni degli allievi fra loro e degli allievi con gli insegnanti (iniziative di gruppo), l’applicazione degli elementi forniti in chiave sistematica in contesti e situazioni determinate (per esempio, nei laboratori), lo sviluppo di progetti che richiedono il congiungimento del pensiero con l’azione (nel campo teatrale, musicale, letterario, artistico, naturalistico, scientifico, sociale). Quando, per giustificare decisioni limitative del tempo scolastico si afferma che gli orari delle lezioni sono più o meno equivalenti a quelli che si osservano in altri paesi, si dice il vero per ciò che riguarda le lezioni, ma si mistifica circa la consistenza dell’impegno educativo, che nelle nostre scuole prevede una presenza solo filiforme delle altre attività. Accade il contrario altrove: se si considera l’orario di funzionamento (non solo delle lezioni) delle scuole francesi, inglesi, tedesche, spagnole e via seguitando si constata che quelle che in modo riassuntivo sono state indicate come altre attività assorbono frazioni sempre più consistenti di un tempo scolastico che si prolunga dal mattino al pomeriggio avanzato. La linea evolutiva del sistema educativo appare dunque orientata nella direzione inversa a quella che si persegue altrove (anche in paesi governati da forze conservatrici).
La limitazione del tempo corrisponde da un lato ad un accrescimento delle condizioni di svantaggio sociale (gli allievi meno favoriti non fruiscono delle opportunità compensative fornite dalle famiglie e dal contesto), dall’altro ad un prevalere della concezione di un’utilità a breve termine su quella di un beneficio educativo che abbia come riferimento l’intero corso della vita. Proprio in questo consiste la continuità fra il modello di università implicito nella legge da poco approvata e i livelli primario e secondario di istruzione. Nel caso dell’università all’intento dell’utilità a breve termine si aggiunge una ridefinizione degli spazi per la ricerca prevalentemente rivolta a sostenere le esigenze del sistema produttivo.Non si può dire che la subordinazione della ricerca e degli studi superiori sia un fenomeno solo italiano. Ma se si pone attenzione ai fenomeni in atto altrove ci si accorge che nei paesi in cui il condizionamento esercitato dal mondo produttivo è più forte esistono oasi protette che hanno lo scopo di consentire che il sistema universitario continui ad operare un’accumulazione conoscitiva che non presenti caratteri di utilità immediata.
Ciò vale in Inghilterra come negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi le università che nelle graduatorie occupano le posizioni più favorevoli sono quelle che sono impegnate nell’accumulazione di lungo periodo. La scomparsa delle università italiane dalle top 200 nel world ranking pubblicato dal Times Higher Education conferma la scelta utilitaria e il disimpegno (salve le solite eccezioni, spesso solo indice di una ostinata volontà di resistenza da parte di studiosi e gruppi) nei diversi settori della ricerca.
Il fatto è che il disimpegno nella ricerca riduce le possibilità di successo anche della scelta utilitaria. Le nostre università diventano sedi decentrate di diffusione di una sapienza pratica alimentata dalla ricerca che si svolge in altri paesi e condizionata dalle richieste del sistema produttivo. Si attiva così una spirale al ribasso, il cui elemento dinamico è costituito dal crescere della distanza tra le sedi in cui la conoscenza è acquisita e quelle in cui è solo distribuita.
I comportamenti delle famiglie nei confronti degli studi universitari sono sempre più simili a quelli che le medesime famiglie manifestano nei precedenti livelli del sistema educativo. In questo caso non si tratta di assicurare opportunità integrative, ma di sostituire in tutto o in parte gli studi che potrebbero essere effettuati in Italia (e che tradizionalmente si effettuavano in Italia) con studi compiuti all’estero. Le università italiane spesso non si rendono conto che con il loro marketing dissennato concorrono a svalutare i titoli che conferiscono accrescendo la desiderabilità di quelli conseguiti all’ estero. La leggerezza con la quale sono riconosciuti percorsi di studio offerti dalle università cosiddette telematiche (ovvero di università dimidiate, per il fatto che non svolgono attività di ricerca, neanche per assicurare l’innovazione nelle soluzioni tecnologiche utilizzate) costituisce il segnale del disarmo in atto nell’accumulazione delle conoscenze. Chi paga il prezzo della scelta utilitaria sono i giovani: effettuano un percorso scolastico che assume e conserva validità solo se integrato dall’ esterno, e conseguono titoli universitari ai quali corrispondono capacità di fare in rapida dissoluzione. La macina della gioventù alimenta i bisogni del sistema produttivo: eppure, specialmente in questi anni di crisi economica, si sarebbe dovuto capire che perseguendo intenti di utilità a breve dalla crisi, bene che vada, si potrà uscire dal basso.

*ordinario di Pedagogia sperimentale Roma Tre

da L’Unità

Fiat, Fassina: "Marchionne paga l'imposta sostitutiva del 12,5%, gli operai il 25% sui salari"

Marchionne sulle sue stock options Fiat otterrà un capital gain di circa 120 milioni di euro, più di salari e stipendi percepiti da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se lavorassero a tempo pieno per tutto l’anno. Gli operai pagheranno un’Irpef del 25%, i quadri il 33%. L’AD Fiat verserà un’imposta sostitutiva del 12,5%. A Sacconi va bene così

“La “modernità” dischiusa da Fabbrica Italia è efficacemente rappresentata da due dati: nel 2011, i capital gain del dott. Marchionne sulle sue stock options Fiat sono attesi in circa 120 milioni di euro, una somma superiore ai salari e stipendi percepiti da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se lavorassero a tempo pieno per tutto l’anno, ma purtroppo faranno tanti mesi di cassa integrazione. Sui suoi stellari capital gain, il dott. Marchionne verserà, come gli altri azionisti Fiat, un’imposta sostitutiva del 12,5%. Gli operai delle Carrozzerie Mirafiori sulla cassa integrazione e sui loro salari pagheranno in media un’irpef del 25%, i quadri avranno un carico intorno al 33%. È il mondo post ideologico tanto caro e celebrato dal nostro “modernissimo” ministro Sacconi.

E ancora ieri Fassina, intervenendo dagli studi di Youdem aveva dichiarato “Oggi c’è stato il debutto del doppio titolo Fiat in borsa: un buon esordio, mentre Marchionne usa parole che accentuano la tensione, in un momento in cui aiuterebbe tutti allentare il clima attorno alla vicenda Fiat per poter ricompattare le fratture”.
Lo dichiara Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd, intervenendo a Youdem.
“Dario Di Vico – prosegue Fassina – sul Corriere della Sera fa una proposta sulla rappresentanza sindacale: il Pd aveva lanciato questa proposta 15 giorni fa. Insieme ad Emilio Gabaglio, infatti, avevamo presentato un documento che mirava a restituire l’agibilità sindacale, nell’ottica di dare rappresentanza anche ai sindacati non firmatari dell’accordo Fiat. Per parte nostra continueremo a portare avanti questa proposta con le forze sociali e la faremo nostra in Parlamento, mentre il governo che dovrebbe agire sta a guardare quando non fa danni, come nel caso del ministro Sacconi che con i suoi interventi non fa che aumentare la tensione”

da www.partitodemocratico.it

«La riforma federalista già tradita da Tremonti e dalla Lega», di Davide Zoggia

I tagli drastici del Tesoro, il colossale bluff del demanio e i pasticci sul patto di stabilità affossano di fatto l’autonomia finanziaria di comuni ed enti locali, facendo prevalere sperequazioni ed egoismi

Il 2010 per gli Enti Locali è stato un anno particolarmente difficile. E il 2011, se possibile, sarà anche peggiore. I tagli verticali del Ministro Tremonti, la mancata attuazione del Federalismo Fiscale, una scatola vuota che di fatto concede margini ristrettissimi di autonomia finanziaria, il colossale bluff del federalismo demaniale e un patto di stabilità che sembra seguire meccanismi sempre più kafkiani, hanno indebolito pesantemente il ruolo delle autonomie locali. La riforma federale, frutto del lavoro di Lega-Pdl, è un provvedimento pasticciato e dannoso che genera pericolose sperequazioni in cui egoismo, incapacità e piccole furbizie hanno di fatto affossato la spinta modernizzatrice che avrebbe dovuto caratterizzarne l’attuazione. Comuni, Province e Regioni sono l’ossatura portante del nostro Paese soprattutto in un momento così difficile per le famiglie e le imprese. Così non è per questo governo. Dietro la copertura della Lega, che ha in mente un federalismo a geometrie variabili, esteso solo ai luoghi dove riesce a prendere voti, si è andati nella direzione opposta. Tremonti con interventi di carattere centralista ha di fatto colpito al cuore la riforma federale.
Sindaci, Assessori e Presidenti, non solo i nostri, stanno cercando di compensare, con fatica crescente, i tagli che il Governo di Berlusconi, Bossi e Tremonti sta imponendo a ciascun cittadino soprattutto in materia di welfare e diritti. Si stanno indebolendo le reti di protezione e di relazione, si sta costruendo una società di persone sole e spaventate, nella convinzione che si possa andare avanti senza pensare alla crescita complessiva delle proprie comunità. Il governo Berlusconi in questi anni ha destrutturato il paese a tutti i livelli: culturalmente, socialmente ed economicamente. I primi a pagare sono i corpi intermedi coinvolti in una guerra interna di logoramento. La loro funzione di cuscinetto sociale sta venendo meno e se prima la rappresentanza garantiva forme estese di coesione oggi è una guerra tra singoli, con conseguenze certo non positive ma di cui dobbiamo ancora capire pienamente la portata.
Stanno colpendo il tessuto stesso del nostro Stato, un tessuto che si sapeva rigenerare producendo ricchezza. Oggi rischia di non essere più così.
I comuni, infatti, hanno contribuito positivamente al deficit statale per oltre 2 miliardi di euro solo negli ultimi due anni, le amministrazioni centrali lo hanno peggiorato per circa 35. Anziché tagliare, quindi, bisognerebbe rilanciare gli investimenti locali imponendo una revisione intelligente e quindi dinamica del patto di stabilità interno: basterebbe, per esempio, escludere da questo vincolo gli investimenti per le infrastrutture, per la viabilità, per le scuole, o per gli adeguamenti alle normative ambientali per poter mettere in circolo oltre 22 miliardi essenziali anche per il tessuto delle nostre imprese.
Noi siamo convinti che esista una alternativa: aprire una stagione di riforme essenziali per il nostro Paese, capaci di premiare chi produce semplificando il sist ema. La riforma federale deve tornare ad essere parte di un più ampio progetto di ammodernamento del paese. Solo così potrà produrre crescita e non divisioni come sta avvenendo oggi.
Soltanto se i nostri Sindaci, i nostri Assessori, i nostri Presidenti potranno contare su di un sistema di regole certe e dì finanziamenti realmente proporzionali alla loro capacità di erogare i servizi essenziali ad imprese e famiglie potremo avere un sistema efficiente. Il Federalismo deve partire proprio dalla convinzione che quel pezzo di Stato che sia chiama Comune, Provincia o Regione è il punto essenziale per lo sviluppo del nostro Paese.

da l’Unità

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“Calderoli: «Sì al fisco municipale o si va al voto»”, di Eugenio Bruno

ROMA – «Macché ultimatum, era solo buonsenso». È così che Roberto Calderoli invita a interpretare il monito “federalismo entro gennaio o elezioni” pronunciato a Ponte di Legno da Umberto Bossi. Da un lato, confermando che il destino della maggioranza è legato a doppio filo alle sorti del fisco municipale; dall’altro, precisando che l’aut aut del Senatur va letto anche al contrario e che, dunque, in caso di via libera il voto anticipato si allontanerebbe. Ma se così non fosse, ribadisce il ministro della Semplificazione, sarebbe «meglio andare al voto». Magari già il 27 marzo «visto che in quella data – ricorda l’esponente del Carroccio che oggi sarà in Cadore per la tradizionale “cena degli ossi” con Bossi e il responsabile dell’Economia, Giulio Tremonti – abbiamo già vinto». Con la stessa squadra e lo stesso commissario tecnico? «Il ct continuerà a essere Berlusconi e la squadra la vedremo. Piuttosto – aggiunge – serviranno schemi di gioco nuovi e in questo la Lega farà scuola».
Ministro ci spiega perché sarà decisivo gennaio?
Perché la scadenza originaria in bicamerale sul federalismo municipale era l’8 gennaio ma per la pausa natalizia sono stati concessi i 20 giorni di proroga. La legge 42 però prevede una sola proroga ed entro quella data il parere va espresso. Non è un ultimatum ma o il decreto passa nella settimana che va dal 17 al 23 gennaio oppure non ci sono santi.
Sul testo i rilievi non mancano. Come otterrà la maggioranza con Fli all’opposizione?
Farò come fatto in passato. La maggioranza me la conquisterò sui contenuti. Nei giorni scorsi è girato uno studio di Marco Stradiotto (Pd) sulle possibili perdite di gettito che però non teneva conto né del fondo di riequilibrio né di quello perequativo. Parlano di sperequazione nel gettito quando la sperequazione è nella base imponibile e questo non è colpa di nessuno. E non è neanche questione di Nord o Sud.
Sul Sole 24 Ore di ieri è riportata una stima dell’Ifel Anci che quantifica in 2,5 miliardi la possibile perdita per i comuni. Come evitarla?
Francamente non l’ho letta ma visto che il decreto lo abbiamo scritto con l’Anci dubito che abbiano detto sì a un testo che gli fa perdere risorse. Non vorrei che fosse come quando è uscita la notizia di una perdita da 480 milioni, confondendo la competenza con la cassa. Se poi il problema sono i tagli della manovra rispondo che lo sappiamo da luglio. In ogni caso sto pensando a una modifica dell’imposta municipale di trasferimento. Dei 5 miliardi attesi dai comuni potremmo dargliene 1 con una compartecipazione all’Imu di trasferimento e altri 4 con la compartecipazione a un tributo più perequato.
Cioè l’Iva?
L’ha detto lei. Dico solo che, anche grazie all’introduzione graduale dei fabbisogni standard, tratteremo tutti alla stessa maniera: chi è stato sovradotato ingiustamente dovrà mettersi a dieta, chi è stato sottodotato verrà finalmente risarcito.
Sarà la compartecipazione all’Irpef invocata dall’Anci?
Potrebbe. Magari all’inizio con una compartecipazione pura e più avanti con un’addizionale formata da una parte fissa e da una variabile all’insù o all’ingiù.
C’è spazio per la service tax proposta dal Pd per accorpare Tarsu o Tia e addizionale Irpef?
La loro service tax punta in qualche modo a reintrodurre la tassazione sulla prima casa mentre per me la prima casa è un bene che va tutelato per legge. Potremmo pensare, con uno dei decreti correttivi previsti dalla delega, a una maggiore flessibilità sull’Imu accessoria che raggrupperà le imposte minori e arriverà dal 2014. E affrontando il nodo Tarsu/Tia, magari estendendola dai rifiuti agli altri servizi, si può pensare ad abbassare l’Imu sul possesso.
Verrà soppressa la Tia?
Mi limito a fare notare che chi l’ha usata si è abbastanza pentito come dimostra il fatto che l’hanno scelta solo mille comuni su 8mila. Meglio allora una Tarsu calcolata sulla rendita catastale e non sui metri quadri perché è evidente che un immobile in zona di pregio, magari in un centro storico, si porti dietro un costo più elevato dei servizi.
Passiamo alla cedolare secca. La stralcerete come chiede Baldassarri?
Resterà ma con dei correttivi. Penso alla possibile perdita di gettito: premesso che se la Ragioneria la bollina come in equilibrio tenderei a fidarmi, nulla vieta di correre ai ripari in presenza di un gettito più basso di quello stimato. Per andare incontro al Pd ho poi pensato a una differenziazione tra immobili a canone concordato e a canone libero aumentando la progressività. E tre, ne beneficeranno anche gli inquilini in termini di detraibilità. Dai 60 euro a testa dati dal governo Prodi punto ad arrivare a 360.
Ammesso che a gennaio arrivi l’ok sul fisco municipale riuscirete a rispettare la scadenza del 21 maggio per l’intera delega?
Come tempi ci siamo. Dal cdm sono usciti tutti i decreti a parte quello sulle funzioni di Roma capitale per cui Alemanno mi ha chiesto una proroga. Il fisco regionale sta arrivando in Parlamento ma se c’è volontà su quello municipale anche il regionale passerà in carrozza. Poi arriveranno premi e sanzioni, interventi di coesione e armonizzazione dei bilanci. Certo questi decreti dovranno necessariamente viaggiare in parallelo.
Più in generale quanti deputati in più servono per governare: 20 o 40?
Non sta a me dirlo. Dico solo che la bicamerale è il problema minore perché in caso di pareggio il governo può andare avanti lo stesso mentre senza maggioranza nella prima e nella quinta commissione (affari costituzionali e bilancio; ndr) non si governa. E per cambiare la distribuzione all’interno delle commissioni devono cambiare i gruppi parlamentari. Perciò dico a Berlusconi che o recupera i numeri in Parlamento e lo fa in fretta oppure è meglio andare al voto.

da www.ilsole24ore.com

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«L’ultimatum federalista scavalla gennaio», di Raffaella Cascioli
Decreti – In Bicamerale quelli su fiscalità comunale, regionale, sanità e sanzioni

Boutade o ultimatum? Difficile distinguere quando si tratta di Lega ma quel che è evidente a tutti è che la scadenza del 23 gennaio – indicata da Calderoli e confermata da Bossi – non è nè potrà essere ultimativa. I conti sono presto fatti e i tempi, parlamentari prima ancora che politici, dicono chiaramente che prima di fine marzo il processo federalista non potrà in nessun caso essere completato.
Almeno se si vuole escludere il secondo decreto attuativo su Roma capitale, che Calderoli dà ormai archiviato da mesi mentre il sindaco Alemanno è ancora incerto se reclamare o accontentarsi della targa puramente declamativa del primo affissa in Campidoglio. In caso contrario i tempi potrebbero addirittura allungarsi.
Sgombrato il campo dall’aut-aut temporale leghista, c’è da chiedersi se c’è la volontà politica della maggioranza di approvare i decreti attuativi del federalismo attualmente in Bicameralina che rappresentano il cuore della legge delega 42 in scadenza a maggio.
Dalla prossima settimana entrerà nel vivo il confronto sulla fiscalità comunale al centro di un incontro tra il ministro Calderoli e i due relatori di maggioranza e minoranza, Enrico La Loggia per il Pdl e Giuliano Barbolini per il Pd. Il decreto, in scadenza in questi giorni, usufruisce di un supplemento d’esame di 20 giorni. «Su questo slittamento dei tempi c’è stato un accordo comune – spiega il senatore Barbolini – nel rispetto della delega. Anche alla luce delle audizioni, in particolare dell’Anci, è emerso che il testo necessita di diverse correzioni. Mi auguro che il governo sia disponibile ad entrare nel merito». Il decreto, spiega Barbolini, così com’è non garantisce l’autonomia finanziaria dei comuni rispondendo piuttosto a logiche di finanza derivata. A cominciare dall’Imu su seconde case che provoca distorsioni interne finendo per chiamare in causa i fondi perequativi e dalla cedolare secca che solleva problemi di gettito. Subito dopo il decreto sulla fiscalità comunale, all’esame della Bicameralina ci saranno quello sulle sanzioni, sulla fiscalità regionale e sui costi standard della sanità.
Se per Barbolini «è interesse di tutti che, al netto di posizioni anche distanti, il testo che esce dalla commissione rispecchi il nostro dibattito», per Francesco Boccia (coordinatore delle commissioni economiche del Pd alla camera) l’ultimatum leghista è un bluff: «Il federalismo dipende solo da Calderoli e Tremonti. In questa legislatura è stato fatto un lavoro intenso nella bicamerale nella quale il Pd non ha mai fatto mancare il suo contributo ma, fino ad oggi, continuano a mancare le risorse».

da www.europaquotidiano