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Benzina su, raddoppia inflazione. Il dato più alto dal 2008

A dicembre 2010 l’inflazione e’ balzata all’1,9% su base annua, dall’1,7% da novembre. Si tratta del dato piu’ alto dal dicembre 2008. Lo comunica l’Istat nelle stime provvisorie, aggiungendo che su base mensile i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,4%.
Il tasso di inflazione medio annuo nel 2010 e’ stato pari all’1,5%, quasi raddoppiato rispetto a quello del 2009 (0,8%), comunica sempre l’Istat. Mentre i prezzi della benzina sono saliti del 9,8% (6,1% a novembre) su base annua e del 2,5% su base mensile. I prezzi del gasolio per auto sono cresciuti del 14,5% (+10% a novembre) in termini tendenziali e del 3% sul piano congiunturale. Per quanto riguarda il Gpl l’indice ha registrato un rialzo del 21,3% (+20,2% a novembre) su base annua e del 6,5% su base mensile. Quanto al gasolio da riscaldamento, a dicembre segna un aumento del 14,3% (+10,2% in termini tendenziali e del 3,2% sul piano congiunturale).

Sempre in base alla stima provvisoria, fa sapere l’Istat, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca), che tiene conto anche delle riduzioni temporanee di prezzo come saldi e promozioni, registra a dicembre una variazione di +0,3% rispetto al mese precedente e una variazione di +2% rispetto allo stesso mese del 2009. Gli incrementi tendenziali piu’ elevati hanno interessato i capitoli trasporti (+4,2%) e abitazione, acqua, elettricita’ e combustibili (+3,5%). Un calo si e’ invece verificato per le comunicazioni (-0,6%). Su base congiunturale gli aumenti piu’ significativi hanno riguardato i trasporti (+1,4%) e le comunicazioni (+0,6%). Variazioni nulle si sono registrate nei capitoli bevande alcoliche e tabacchi, servizi sanitari e spese per la salute. Diminuzioni si sono, invece, verificate nei servizi ricettivi e di ristorazione (-0,3%) e istruzione (-0,1%).

L’Ipca, indice armonizzato dei prezzi al consumo, che tiene conto anche delle riduzioni temporanee di prezzo come saldi e promozioni, nella media del 2010 si e’ attestato al +1,6%, il doppio al confronto con il 2009 (+0,8%). Tornando all’indice dei prezzi a consumo per l’intera collettivita’, il +0,8%, segnato nel 2009, e’ stato il tasso medio annuo piu’ basso dal 1959. Nel 2008 l’indice aveva, invece, registrato un aumento del 3,3%.

da www.unita.it

«Per l’Italia un decennio perduto», di Andrea Draghetti

Calati i redditi e il potere d’acquisto. Le famiglie si sono impoverite e nel tasso di crescita siamo davanti solo ad Haiti. Solo pochi continuano ad arricchirsi e uno in particolare

La crisi c’è stata e ha colpito tutti. Se questa è una certezza che ci accompagnerà anche con l’arrivo dell’anno nuovo, resta ancora una domanda a cui occorre dare risposta: da quanto tempo c’è la crisi?
A seconda dell’interlocutore politico la risposta varia di parecchio. Per la maggioranza la crisi è legata alla congiuntura economica mondiale e ha investito l’Italia solo nell’ultimi due anni. Anzi, per loro solo per loro, siamo già fuori dalla crisi e molto meglio di altri Paesi che stanno ancora soffrendo(?!). Per Silvio Berlusconi la crisi non c’è mai stata: sono solo invenzioni della stampa e del Pd che si ostinano a dimostrare ciò che per lui (solo lui) non è mai accaduto. E in parte ha anche ragione perché Berlusconi è l’unico italiano, insieme ad una cricca di avidi speculatori, che ha visto accrescere il proprio impero economico e finanziario senza interruzioni.

Ma i numeri parlano di un’altra realtà. Un’Italia che arranca e intorpidita dal bromuro del “ghe pensi mì” continua a rigirarsi tra le coperte senza nessun interesse a svegliarsi. E sono quegli stessi dati che da poco sono stati confermati dall’ultimo rapporto dell’Istat sulla “Distribuzione del reddito e le condizioni di vita in Italia”: la crisi non è affatto superata e ci blocca da dieci anni!
Come ha detto Pier Luigi Bersani nella conferenza stampa di fine anno sono stati “10 anni del nuovo secolo caratterizzati per la democrazia personalizzata e che ci han fatto precipitare in tutte le classifiche, che riguardano la vita reale degli italiani. Com’è che abbiamo perso posti nei redditi, nel pil procapite, siamo appena davanti a Malta nell’occupazione femminile, al penultimo posto per la giovanile e che per il tasso di crescita siamo davanti solo ad Haiti? Com’è che la fedeltà fiscale è calata e i redditi non salgono?”

Le famiglie si sono progressivamente impoverite e le loro difficoltà non si sono allentate affatto si visto che in media saranno costrette a spendere in media circa 1000 euro in più per il 2011 per i rincari che vanno dai trasporti e alla benzina. Di contro pochi continueranno ad arricchirsi aumentando il divario che esiste tra ricchi (sempre di meno nel numero ma sempre più ricchi) e poveri (sempre di più).

Il reddito netto medio delle famiglie Italiane è sceso, in termini reali, del 2,1%, dato l’aumento dell’inflazione che nel 2008 è cresciuta del 3,2%. Il potere d’acquisto di operai e impiegati è crollato e dal 2000 hanno perso 5500 euro a fronte di un aumento di 6000 euro per imprenditori e professionisti. Il potere d’acquisto cumulato delle retribuzioni 2000/2010 è pari a -3384 euro a testa; la perdita cumulata con il fiscal drag è pari a -5453 euro a persona. Dati elaborati su numeri del Fondo Monetario Internazionale mettono nero su bianco un’evidenza incontestabile: su 180 Stati del mondo l’Italia è al 179° posto.

E, contrariamente a quanto ha dichiarato Berlusconi recentemente, sono proprio i lavoratori dipendenti ha subire maggior mente il colpo: il minore potere d’acquisto legato al aumento del costo della vita e della tassazione statale (qualcuno si ostina ancora a parlare di “meno tasse per tutti”) lasciano un segno negativo indelebile per le tasche delle famiglie. Per famiglie intendiamo di certo la stragrande maggioranza delle famiglie e non quel 10% (circa 2 milioni e 380mila) che possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza del Paese con un badget patrimoniale di oltre 1 milione e mezzo di euro.

E così, basta davvero poco per non fare tornare i conti giusti: una lavatrice o lo scaldabagno che non funzionano più, un dente che fa male, un problema alla frizione dell’automobile e per molte famiglie sono guai seri.

Dal rapporto dell’Istat si legge: “Nel 2009, il 15,2 per cento delle famiglie ha presentato tre o più sintomi di disagio economico tra quelli previsti dall’indicatore sintetico definito dall’Eurostat. Questo valore non presenta variazioni statisticamente significative rispetto all’anno precedente e si conferma molto più elevato tra le famiglie con cinque componenti o più (25,8 per cento), residenti nel Mezzogiorno (25,1 per cento) e tra le famiglie con tre o più minori (27,1 per cento). Il quadro offerto dagli indicatori di deprivazione e di difficoltà economica si presenta sostanzialmente immutato rispetto all’anno precedente, quando era significativamente peggiorato rispetto al 2007 (anno in cui a soffrire di tre o più sintomi di disagio era stato il 14,8 per cento delle famiglie, contro il 15,8 per cento del 2008), anche se crescono le famiglie che non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro (dal 32,0 al 33,3 per cento in media), quelle che sono state in arretrato con debiti diversi dal mutuo (dal 10,5 al 14,0 per cento di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,5 per cento).

Per queste ragioni il 2011 dovrà essere l’anno della riscossa, del risveglio e del cambio di rotta a partire da questo governo che ha fallito su tutti i fronti tranne su quello di consentire ai ricchi di diventarlo ancora di più!

“I dati elaborati dal Fondo Monetario Internazionale mettono, nero su bianco, un’evidenza incontestabile: su 180 Stati del mondo l’Italia è al 179° posto. Siamo di fatto ultimi, fatta eccezione per Haiti che è formalmente il centottantesimo Paese della lista per via del terremoto e delle sue ripercussioni economiche, sociali e umanitarie. Ultimi, dunque. Con una crescita, in dieci anni, del 2,43%. In sintesi non ci siamo mossi: fermi al 2000. Ben altre le performance dei Paesi del G8: Usa, UK e Francia in testa, rispettivamente con il 17, il 15 e il 12 per cento di crescita”. Così Enrico Letta, vice segretario del Pd.

“È prevedibile – ha continuato – che la presentazione di questi dati scateni in Italia, com’è avvenuto puntualmente negli anni scorsi, i soliti sterili dibattiti sul pessimismo o sul fatto che tutto sia correlato alla crisi economica globale. Così il nostro essere fermi al 2000 è un fatto non opinabile che, in quanto tale, non può essere oggetto di dibattito, distinguo o obiezioni. La crisi c’è stata per tutti. E non possono bastare, a sollevarci il morale, le argomentazioni edulcorate di chi tira in ballo le perfomance non buone di Giappone e Germania, le due grandi potenze industriali che, pur essendo anch’esse in fondo alla classifica, raggiungono dati di crescita, cumulata sul decennio, comunque tre volte superiori al nostro”.

“Il dato del «decennio perduto» si lega strettamente alla mission dell’Italia nel mondo e forse di queste considerazioni dovremo «riempire» il confronto pubblico che accompagna le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità di Italia, come il Presidente Napolitano ci invita autorevolmente a fare. Aprire una discussione del genere significa porre da una parte la questione delle riforme non fatte e, dall’altra, quella di una società vecchia e «senza fame». Entrambi i temi sembrano accomunarci al Giappone, l’altra grande economia malata del mondo occidentale. Occorrono riforme che incidano sulle sacche di inefficienza e di privilegio da cui il nostro sistema è ancora affetto”.

Molto duro il giudizio del presidente dell’Assemblea nazionale del Pd, Rosy Bindi sulla distanza tra la situazione nazionale e le dichiarazioni del premier per la stampa. “Proprio mentre l’Istat certifica le drammatiche difficoltà vissute da moltissime famiglie italiane, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi torna a raccontare la favoletta di un Paese che nel 2011 crescerà come se non ci fosse stata la crisi e parla, contro ogni evidenza, di un’Italia che non c’è, che starebbe meglio degli altri paesi europei, e di un governo che ha fatto tutto e risolto ogni problema. E se qualcosa è andato storto, come i rifiuti in Campania, è solo perché qualcuno ha tramato contro il governo. Sarebbe ora che Berlusconi prendesse atto del suo fallimento e dell’estrema esiguità della maggioranza che è rimasto a sostenerlo, come ogni giorno riconoscono apertamente anche i rappresentanti della Lega. Proprio per questo, gennaio sarà un mese decisivo per dimostrare in Parlamento la fragilità di una maggioranza che è ormai una pesante palla al piede per il Paese”.

Per Antonio Lirosi, responsabile Consumatori del Pd “i dati resi pubblici dall’Istat confermano quale sia lo strumento con cui il governo Berlusconi si occupa delle difficoltà economiche delle famiglie: il più totale disinteresse. Le statistiche fornite dall’Istat attestano che l’esecutivo non ha offerto alcun riparo alle famiglie e le ha lasciate del tutto esposte agli effetti della tempesta economica che infuria da due anni a questa parte. Un peso sicuramente considerevole sui bilanci familiari ha avuto il mancato controllo, da parte del governo, delle dinamiche tariffarie di tutti quei servizi che famiglie e consumatori sono costrette a utilizzare: servizi postali, autostradali, ferroviari, idrici, raccolta rifiuti, rc-auto, carburanti hanno fatto registrare negli ultimi mesi incrementi ingiustificati dei prezzi anche di quattro-cinque volte superiori alla media dell’inflazione. Ciò dimostra che di tutto si è occupato il governo fuorché delle difficoltà di quei lavoratori, consumatori, pensionati, pendolari e automobilisti i cui redditi sono stati colpiti dalla crisi. Purtroppo tutto lascia pensare che, se il governo continuerà con il suo atteggiamento di irresponsabile disinteresse, le cose non potranno che peggiorare”.

Dello stesso parere anche David Sassoli, capodelegazione del Pd nel Parlamento europeo. “Mentre governo e maggioranza continuano a dare di sé l’indecoroso spettacolo offerto nell’ultimo anno, arriva il bagno di realtà dei dati Istat sulle famiglie”. “Sono numeri agghiaccianti – continua Sassoli – che parlano di un Paese in enorme difficoltà, in cui a fare le spese di una politica sbagliata sono le famiglie con più figli. Un Paese ogni giorno più iniquo, in cui la ricchezza continua ad essere appannaggio di pochi e che, anziché investire sulle generazioni più giovani, le lascia sole, a carico delle famiglie e in balia di un precariato senza garanzie né protezione”.

“Che fine hanno fatto le promesse sul quoziente familiare e sul sostegno alle famiglie? E’ una situazione inaccettabile che chiama in causa diretta il governo, che irresponsabilmente ha prima negato la crisi, poi ne ha decretato a tavolino la fine”.

“Un governo ogni giorno più debole e ripiegato su se stesso – conclude l’esponente del Pd – che non è quello che serve al Paese. Per questo l’appello del Pd a tutte le opposizioni, affinché si facciano carico della fuoriuscita dal tunnel del berlusconismo, diventa ancora più urgente e chiama in causa tutti coloro che hanno davvero a cuore il bene degli italiani”.
A puntare l’indice contro il ministro del Tesoro e le sue politiche è Cesare Damiano, capogruppo Pd in Commissione Lavoro della Camera. “I dati Istat rivelano il fallimento del governo e delle politiche economiche di Tremonti. Mentre l’economia peggiora e le tariffe dei servizi continuano incessantemente ad aumentare da mesi, il centrodestra è paralizzato, attento solo a questioni di potere interno. Aumentano le famiglie in difficoltà e ciò che è peggio è che le cose peggioreranno il prossimo anno quando i tagli di Tremonti, che colpiranno soprattutto gli enti locali, renderanno la situazione ancora più pesante per le famiglie. Questo è il vero pantano: un governo incapace di fare le riforme per il paese, attento solo ai fatti personali del premier e incurante dei problemi concreti degli italiani: quello del lavoro che non c’è, sopra tutto. E’ ora di cambiare, il fallimento è nei fatti e non solo nei risicati numeri di una asfittica maggioranza”.

da www.partitodemocratico.it

«Spunta la terza via della formazione professionale», di Carlo Forte

Qualifiche triennali negli istituti statali. Ma per le necessarie convenzioni il tempo stringe

Gli istituti professionali statali daranno una mano alle regioni per rendere più completa l’istruzione professionale. Così da consentire agli studenti in possesso di qualifica professionale di continuare gli studi fino al diploma e poi anche all’università. E in cambio le regioni pagheranno gli stipendi dei docenti impegnati nelle attività integrative, fatta eccezione per lo straordinario che rimarrà a carico delle scuole. È questa una della pattuizioni stipulate il 16 dicembre scorso in Conferenza unificata tra il ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, il ministro del lavoro e delle politiche sociali, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, i comuni, le province e le comunità montane.

L’intesa verte sulle linee guida per realizzare raccordi tra i percorsi quinquennali degli istituti professionali e i percorsi di istruzione e formazione professionale. Ora toccherà alle regioni stilare i singoli accordi con le direzioni scolastiche regionali per i nuovi corsi triennali.In tempo utile per consentire le iscrizioni al prossimo anno scolastico previste entro il 12 febbraio prossimo(si vedano le anticipazioni di ItaliaOggi di martedì scorso). Negli istituti professionali sono iscritti circa 540 mila studenti, 140 mila al primo anno che diventano poi quasi la metà al quinto anno, a segnare il dato della dispersione scolastica.

Secondo l’intesa stato-regioni, che ha fissato anche le nuove qualifiche, saranno a carico delle regioni le spettanze dei docenti impegnati nell’anno integrativo e nelle commissioni per gli esami di qualifica. Ma lo straordinario prestato nel corso normale sarà finanziato con il fondo di istituto. E per fare fronte alle necessità, nel calcolo delle risorse spettanti ad ogni scuola impegnata in attività di raccordo, le classi con gli alunni che frequentano la formazione professionale saranno conteggiate ai fini della somma spettante per il fondo di istituto a carico dello stato. Ma a patto che non si sforino i tetti di spesa previsti. Secondo quanto previsto nell’accordo, gli istituti professionali potranno svolgere interventi integrativi complementari in favore degli studenti che frequentano i corsi di formazione professionale, a livello regionale, finalizzati al conseguimento dei diplomi di qualifica. Gli interventi integrativi serviranno ad arricchire il bagaglio culturale degli studenti, così fa agevolare il prosieguo degli studi. Fermo restando che anche gli istituti professionali potranno organizzare corsi per il conseguimento delle qualifiche professionali. Sempre però secondo un’ottica di sussidiarietà e in raccordo con le regioni.

Gli studenti che riterranno di proseguire gli studi, dopo il diploma di qualifica, però, dovranno prima frequentare un corso annuale. Tale corso sarà finalizzato ad accedere all’esame di stato. Vale a dire, all’esame che una volta superato darà loro la possibilità di andare all’università oppure in conservatorio, accademia o negli istituti tecnici superiori. L’ammissione all’esame di stato avverrà secondo una procedura in tutto simile a quella degli esami di stato delle scuole normali. Per essere ammesso all’esame il candidato dovrà essere in grado di vantare almeno la sufficienza in tutte le discipline. La commissione provvederà ad attribuire il credito, nella misura massima di 25 crediti. E l’istituzione formativa che avrà erogato il corso provvederà a stilare un documento in cui saranno evidenziati i contenuti della programmazione curriculare e ogni altro elemento utile per lo scrutinio di ammissione e lo svolgimento degli esami. La prima attuazione delle linee guida sarà realizzata nell’ambito di accordi territoriali tra le singole regioni e i competenti uffici scolastici regionali, che indicheranno le modalità di raccordo tra i risultati di apprendimento dell’ordinamento dei percorsi di istruzione professionale e quelli di istruzione e formazione professionale, con riferimento anche all’utilizzazione delle risorse disponibili nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica.

da ItaliaOggi

"Bersani: «Primarie da rivedere, ma prima programma e alleanze»", di Simone Collini

Il segretario del Pd: «Se vogliamo salvarle vanno riformate». Veltroni: «Rilanciamo il partito». La «moratoria» lanciata da Finocchiaro resiste: alla Direzione il tema non sarà in primo piano. Tracciata la linea, la discussione formale non è ancora in agenda. Al centro della prossima direzione Pd, il «patto costituente» proposto alle forze sociali e politiche interessate alle riforme istituzionali.

L’argomento verrà al massimo toccato alla Direzione del partito convocata per il 13, anche se pochi giorni dopo si terrà una delicata competizione di questo tipo a Bologna (insieme a Cagliari e Napoli e poi Torino), per non parlare del fatto che le sorti del governo si decideranno tra il 17 e il 23, quando il federalismo dovrà passare l’esame in due commissioni (Bilancio e Affari costituzionali) in cui l’asse Pdl-Lega sulla carta è in minoranza, e presto si potrebbe andare a una sfida elettorale dovendo sciogliere il nodo in tempi rapidi. Nel Pd non c’è però molta voglia di riaprire una discussione sulle primarie. Non ora, anche se ieri il Corriere della Sera e la Repubblica hanno pubblicato rispettivamente un editoriale di Giovanni Sartori dal titolo «Le primarie fanno male al Pd» e un sondaggio con commento di Ilvo Diamanti dal titolo «Dopo le primarie c’è ancora il Pd?». Un uno-due che ovviamente non è passato inosservato al vertice del Pd.
Ma al momento sembra resistere la «moratoria» proposta prima di Natale da Anna Finocchiaro in un’intervista a l’Unità («basta parlare di primarie e alleanze»). Le conclusioni che vengono tratte rispetto gli interventi sui due quotidiani divergono, tra le diverse anime del partito. Ma quando i dirigenti del Pd si rivedranno per discutere come incalzare il governo e come costruire un’alternativa credibile, la discussione verrà centrata su altre questioni.
PRIMA PROGRAMMA E COALIZIONE
Se Sartori ha scritto che le primarie «in linea di principio» sono «una buona idea» ma «estremizzano la scelta dei candidati» e producono all’interno del partito che le adotta «un forte frazionismo», Bersani leggendolo ha trovato una conferma alla sua tesi: «Se vogliamo salvare le primarie dobbiamo riformarle» (serve «un tagliando», per dirla con il responsabile Enti locali Davide Zoggia). Insomma, è necessario studiare delle correzioni per preservare questo «strumento», e presto si aprirà un confronto formale negli organismi del Pd per decidere quali correzioni apportare. Non alla direzione del 13 però, assicurano, al Nazareno. In quella sede Bersani tornerà a spiegare la strategia per andare «oltre il berlusconismo», ovvero il «patto costituente» proposto alle forze sociali e politiche interessate a una riforma istituzionale e a un patto per il lavoro e la crescita (il week-end successivo sarà nelle Marche per spiegare a militanti e simpatizzanti la proposta e altrettanto faranno in altre regioni tutti i membri della segreteria). Per Bersani insomma rimane valida la «sequenza logica» «prima il programma, poi coalizione e infine primarie», con buona pace di Nichi Vendola.
LA REGOLA PER IL PD
Un’impostazione che alla Direzione non dovrebbe essere contestata da Walter Veltroni, per il quale le primarie sono sì un «architrave» del Pd, sono sì «la regola del Pd», ma riguardano il partito, non le coalizioni. Così, se effettivamente la situazione dovesse precipitare e si dovesse andare alle urne in primavera, difficilmente verrà dall’ex segretario una sponda nei confronti di Vendola. Le primarie di coalizione per la premiership, ha detto non a caso Veltroni a l’Unità nell’ultima intervista rilasciata, vanno governate «attraverso il mutuo convincimento nella ricerca del candidato che meglio può garantire unità e consenso». Posizione in linea con quella espressa da Franceschini («se bisogna allargare la coalizione anche a forze diverse dal centrosinistra è inevitabile discutere con loro i criteri per scegliere il leader») e Finocchiaro (se l’alleanza col Terzo polo dovesse andare in porto il Pd «potrebbe fare una scelta di responsabilità e verificare se c’è un consenso generale verso un’altra candidatura come facemmo con Prodi»). Anche se Veltroni non mancherà di sottolineare, al Lingotto il 22, che il partito deve ritrovare l’«ambizione maggioritaria» e mostrare una maggiore «spinta innovatrice». Un discorso che ha a che fare con le primarie, sottolinea Walter Verini («sono nel dna del Pd, che deve essere un partito aperto, che torni a parlare a tutto il Paese e nel quale a contare non siano solo gli iscritti ma tutti i cittadini elettori»), ma che alla Direzione del 13 non sarà messo in primo piano per evitare il riaprirsi di una querelle che non farebbe bene a nessuno.

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Pd, lo scontro sulle primarie sale l´ipotesi-congelamento. Ma i veltroniani: fanno parte del nostro Dna, di u.r. da la Repubblica

ROMA – I dubbi sulle primarie portano il Pd a prendere in esame l´ipotesi-congelamento: potrebbe essere la riunione della direzione, il prossimo 13 gennaio, a decidere uno stop all´aspro confronto aperto sul “come” scegliere il candidato premier del partito. Stabilendo che, in questa fase, conta soprattutto il “quando”: fino a che non sarà chiaro se ci aspettano davvero elezioni in primavera, meglio fermare lo scontro primarie sì-primarie no. Se, infatti, dovesse saltare il banco della maggioranza, e aprirsi la corsa al voto, come ha già spiegato Bersani la strada maestra per il partito sarebbe l´alleanza con il Terzo Polo di Casini e Fini, con conseguente passo indietro sui gazebo, “indigesti” al leader dell´Udc che aspira alla premiership. Segretario del Pd dunque pronto a sacrificare le primarie, e le proprie stesse ambizioni alla guida della coalizione. Scontrarsi ora sulla “chiamata” o meno del popolo pd rischia solo, come ha messo in evidenza il sociologo Ilvo Diamanti nel sondaggio pubblicato ieri da Repubblica, di alimentare dubbi e incertezze nella stessa base del centrosinistra. Che, rivela la ricerca Demos, considera le primarie una caratteristica fondativa del partito, ma allo stesso tempo solo un terzo degli elettori le ritiene indispensabili. Fuori dal Pd, Nichi Vendola continua a puntare tutto sui gazebo subito, mentre Antonio Di Pietro frena e chiede prima di trovare l´intesa su programma e coalizione: «Le primarie le vediamo come un possibile e positivo punto di arrivo dopo aver individuato una coalizione e un programma da proporre agli elettori». Farle invece solo sui nomi, sostiene il leader dell´Idv, sarebbe «un puro specchietto per le allodole, rischia di essere un passo azzardato».
Senza arrivare a tanto, anche ai vertici del Pd si fa strada l´idea di rivedere il meccanismo. «Serve un tagliando per le primarie – chiede un esponente della segreteria, Davide Zoggia – come mette in evidenza il risultato stesso del sondaggio di Repubblica: c´è la necessità di aggiustamenti, proprio per non disperdere il patrimonio della partecipazione». Aggiustamenti che dovranno passare attraverso un «ampio» confronto negli organismi del partito, ma «è ovvio che la discussione non può riguardare le primarie già previste». Niente marcia indietro allora a Torino o Bologna, dove il Pd dovrà correre comunque il rischio di ritrovarsi come a Milano, dove ha vinto Giuliano Pisapia, candidato appoggiato da Vendola.
Ma i veltroniani, che si preparano al “Lingotto 2” di metà gennaio, provano a tenere duro. «Le primarie fanno parte del dna di un partito – avverte Walter Verini – che dovrebbe tornare a parlare a tutto il Paese, in cui a contare non sono solo gli iscritti ma tutti gli elettori. E non quel regolamento di conti che purtroppo in qualche caso c´è stato». Sulla stessa lunghezza d´onda Stefano Ceccanti, che chiede consultazioni solo di partito e non di coalizione, e rivendica ancora il Pd a vocazione maggioritaria: «Soprattutto a livello nazionale, ma anche regionale, hanno senso solo primarie di partito in cui il leader è anche il candidato alla guida del governo». E anche per Pippo Civati, dell´area Marino, le primarie non si toccano, «sono molto popolari tra i sostenitori del centrosinistra, nonostante il fuoco di fila cui sono sottoposte dai big del pd». Giusto l´opposto di quel che pensa Giorgio Merlo, ex ppi: «Siamo di fronte ad un sostanziale fallimento delle primarie».

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“E Vendola resta il solo a chiedere i gazebo subito. Anche il leader dell’Idv Antonio Di Pietro interviene: «Le consultazioni sono un punto di arrivo. Farle solo sui nomi rischia di essere un passo azzardato»”, di S.C.

Nichi Vendola rischia di rimanere il solo a chiedere le primarie subito per scegliere il candidato premier che dovrà sfidare la destra. Il Pd alla Direzione del 13 dovrebbe stringersi attorno alla proposta del segretario di lavorare sul «patto costituente» con le altre forze politiche e sociali interessate ad andare «oltre Berlusconi» e sulla «sequenza logica» più volte sottolineata da Pier Luigi Bersani, che prevede prima il programma, poi le coalizioni e infine le primarie per la premiership. Il governatore della Puglia ha fiutato l’aria e contina a rilanciare la necessità di convocare al più presto il popolo dei gazebo: «Le primarie possono rispondere alla crisi dei partiti, possono illuminare una platea più larga dove non ci sono solo i partiti, facciamole, confrontiamoci».
Ma l’appello di Vendola finora è caduto nel vuoto, soprattutto al di fuori dei confini del Pd. L’altro alleato per così dire naturale dei Democratici e di Sinistra e libertà, l’Italia dei valori, sposa infatti il timing proposto da Bersani. «Le primarie le vediamo come un possibile e positivo punto di arrivo dopo aver individuato una coalizione e un programma da proporre agli elettori», dice Antonio Di Pietro. «Farle invece solo sui nomi, come puro specchietto per le allodole, rischia di essere un passo azzardato». Il leader dell’Idv sottolinea di essere «favorevole» alla consultazione popolare, ma dice anche che prima di chiamare militanti e simpatizzanti a un pronunciamento «bisogna individuare una coalizione e un programma».
Anche i Radicali dimostrano, non da oggi, uno scarso entusiasmo per il modo in cui si svolgono da noi le primarie. Emma Bonino rimane convinta che un conto è come avvengono nei sistemi bipartitici, un conto sono quelle in salsa italiana: «O ci si mette un po’ d’ordine o una pietra tombale, visto che al momento sembrano soprattutto uno strumento per fare la conta interna».
Per non parlare della proverbiale contrarietà a ricorrere a questo strumento da parte dell’Udc. La situazione politica è ancora molto confusa e solo alla ripresa dei lavori parlamentari si capirà se l’ottimismo ostentato da Berlusconi sulla tenuta del governo sia fondato o meno. Non bisognerà però attendere molto per capire se si andrà alle urne in primavera, visto l’aut-aut lanciato dalla Lega (federalismo entro gennaio o si va al voto) e visto che tra il 17 e il 23 il federalismo sarà discusso in commissione Bilancio e Affari costituzionali, dove al momento Pdl e Lega sono in minoranza (a causa del passaggio dei finiani all’opposizione). Gli appelli ai centristi ad entrare nel governo finora sono caduti nel vuoto e l’Udc, che finora è stato l’unico partito a votare in Parlamento sempre contro la legge cara alla Lega, non dovrebbe cominciare ora a fornire stampelle su questo terreno. Bersani continua a lavorare per accorciare le distanze con il partito di Casini. E in caso di un voto anticipato, per dar vita a una coalizione «emergenziale» potrebbe anche rinunciare alle primarie per scegliere chi sarà a sfidare Berlusconi.

da l’Unità

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A proposito di primarie (video)
Il senso delle consultazioni e le semplificazioni che non fanno chiarezza

Due editoriali di Repubblica e Corriere della Sera (vedi sopra, l’intervista di Bersani) sono tornati a porre il tema delle primarie e della loro utilità ed efficacia nella vita del Pd e del centrosinistra. Già qualche settimana fa Bersani in un’intervista aveva detto che le primarie sono un patrimonio del Pd, unico partito italiano ad averlo inserito nel proprio statuto, e restano uno strumento prezioso che, proprio per preservarlo, va riformato.

Un concetto che è stato ribadito dal Segretario nella conferenza di fine anno:
“C’è una cosa semplice nel nostro statuto. La sequenza logica è programma-coalizione-decisione sulle primarie. Non si venga a dire a Bersani che non vuol fare le primarie, c’è qualcuno che vuole imbrogliare? Le nostre regole parlano di discussione comune per decidere se farle. Poi ho detto che dobbiamo fare manutenzione sulle primarie che facciamo ad esempio per le amministrative perché non voglio buttare il bambino con l’acqua sporca. Non si pensi che si dica che la coalizione è quella di chi accetta le primarie. La democrazia personalizzata dei nomi sul simbolo e di chi dice io, io, io, io, io non fa riforme. Ma l’alternativa non è scimmiottarlo, è un altro film più simile a una democrazia che funzioni”.

A questo ieri si è aggiunta la dichiarazione di Davide Zoggia, responsabile Enti locali della segreteria nazionale: “Gli autorevoli commenti apparsi oggi sulla stampa confermano che probabilmente, alla luce dell’esperienza fatta fin qui, le primarie hanno bisogno di un tagliando. Il risultato stesso del sondaggio pubblicato su Repubblica mette in luce la necessità di aggiustamenti, proprio per non disperdere il patrimonio della partecipazione che va assolutamente preservato. Aggiustamenti sui quali, naturalmente, ci deve essere un ampio confronto negli organismi del partito. E’ ovvio che la discussione non può riguardare le primarie previste per le prossime scadenze amministrative, il cui percorso è già stato avviato”.

Vi invitiamo anche a guardare il servizio mandato in onda ieri da Youdem, Il senso delle primarie

da www.partitodemocratico.it

«Svolta in procura: "Stop alle espulsioni degli incensurati"», di Alberto Gaino

Anche ieri, primi processi 2011 per direttissima, nei confronti di arrestati per violazione della «Bossi-Fini» e nuove assoluzioni perché «il fatto non sussiste», alla luce della direttiva europea che ha cambiato la risposta penale italiana al fenomeno degli stranieri irregolari. Per il semplicissimo motivo che la violazione dell’ordine del questore di allontanarsi dal nostro territorio è diventata un invito non rispettato e non può essere più considerata reato.

In procura l’aggiunto Paolo Borgna sta occupandosi da tempo dell’impatto della direttiva Ue sulla nostra legislazione e riflette ad alta voce sui problemi apertisi: «Abbiamo troppi casi di cittadini stranieri non comunitari condannati per reati anche gravi, i quali, una volta usciti dal carcere, non vengono espulsi. Bisognerebbe concentrare l’attenzione su questi casi, con una politica di allontanamento dal nostro Paese mirata che distingua fra delinquenti e onesti».

«Pretendere invece – prosegue il procuratore aggiunto responsabile del pool sicurezza urbana – di espellere tutti ha in concreto l’unico risultato di non riuscire ad espellere quasi nessuno. La direttiva europea, ora, rende ancora più urgente questa riflessione».

La discussione deve coinvolgere in primo luogo la politica e in particolare il Parlamento, ma vi sono già strumenti a disposizione per agire in modo selettivo e utile alla sicurezza di tutti i cittadini. Borgna fa riferimento «all’articolo 15 del Testo unico sulla sicurezza, in base a cui il giudice, nel condannare per un reato comune, può ordinare l’espulsione del diretto interessato una volta che abbia espiato la pena, motivando la misura di sicurezza sulla pericolosità sociale del soggetto». Aggiunge Borgna: «I giudici dovrebbero usare di più questo strumento».

Anche ieri Borgna ha incaricato il viceprocuratore onorario Anna Bellini di chiedere al giudice di turno alle direttissime la convalida degli arresti per Bossi-Fini e la condanna degli imputati «perché siamo in regime transitorio dell’applicazione della direttiva Ue: le violazioni del decreto di espulsione del questore risalgono a prima della sua entrata in vigore; in sostanza, riteniamo che all’epoca il provvedimento fosse legittimo. Mi riconosco nell’ordinanza del giudice Perelli che, discostandosi dalla giurisprudenza dei colleghi pronunciatisi in questi giorni, ha scritto: non si può fare retroagire l’obbligo, per uno stato membro dell’Unione europea, di adeguarsi ad una direttiva comunitaria. È chiaro che questa interpretazione vale per i decreti di espulsione precedenti al 24 dicembre. I successivi devono essere motivati alla luce della direttiva».

Il giudice Simone Perelli (ex segretario regionale di Magistratura democratica), il 31 dicembre, ha convalidato l’arresto di un egiziano e ne ha disposto l’immediata liberazione senza giudicarlo perché il difensore aveva chiesto e ottenuto un rinvio ad una nuova udienza. Ieri, la collega Rossella La Gatta ha assolto i tre arrestati per la Bossi-Fini, due dei quali avevano violato soltanto quella legge in anni e anni di clandestinità in Italia. Il terzo, un nigeriano di 38 anni, con una condanna per spaccio di droga nel 2007 a 2 anni e 8 mesi, non è stato imbarcato su un aereo al termine della pena e ieri l’avvocato Manuel Perga è riuscito ad ottenerne l’assoluzione in base alla direttiva europea.

da www.lastampa.it

«Medie, l´inglese non decolla solo il 2% lo approfondisce», di Salvo Intravaia

L´insegnamento “potenziato” della lingua straniera non è andato a segno. Colpa di tagli e burocrazia

Flop dell´Inglese potenziato alla scuola media. L´opzione, annunciata dal ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini nel 2008 come una delle grandi novità della riforma, sparisce dai moduli di iscrizione per l´anno scolastico 2011/2012. E per quest´anno i numeri raccontano di un autentico fiasco. Insomma: la “I” di Inglese, architrave dell´ultimo programma elettorale del governo Berlusconi per la scuola, stenta a decollare. Almeno nella secondaria di primo grado. Tra pastrocchi normativi e tagli agli organici, sembra che le scuole medie non riescano proprio ad attivare l´Inglese potenziato. Il dato di quest´anno è emblematico: soltanto il 2 e mezzo per cento degli alunni che frequentano la prima media, studiano 5 ore di Inglese, anziché tre di Inglese e due di una seconda lingua comunitaria. L´anno scorso, nel 2009/2010, ancora meno. Nella stragrande maggioranza delle classi italiane, il 96 per cento, si studiano tre ore di Inglese e due di seconda lingua comunitaria. Mentre, nella restante parte delle classi (l´uno e mezzo per cento) di lingue straniere se ne studiano addirittura tre. La comunicazione a singhiozzo da parte del ministero non ha certamente aiutato le famiglie italiane a conoscere l´opportunità offerta. E neppure i tagli al personale. Ma forse i collegi dei docenti non si muovono per evitare di fare saltare i colleghi di Francese, Tedesco e Spagnolo. Lo scorso 30 dicembre, il ministero dell´Istruzione ha emanato la consueta circolare sulle iscrizioni al prossimo anno scolastico: il 2011/2012. Ma sull´Inglese potenziato neppure una parola. L´opzione ha sempre avuto vita difficile. Prima ancora che venisse ufficializzato dal decreto di riordino del primo ciclo di istruzione (marzo 2009), l´Inglese potenziato venne inserito nella circolare del gennaio 2009 sulle iscrizioni all´anno scolastico 2009/2010. Bastò un semplice ricorso al Tar Lazio da parte di alcune associazioni per bloccare tutto. Poi, ad agosto dello stesso anno, il Consiglio di stato diede il via libera alle 5 ore settimanali di Inglese. Ma a gennaio del 2010, in occasione delle iscrizioni al corrente anno scolastico, il 2010/2011, il ministero si dimenticò di inserirlo nei moduli che avrebbero dovuto guidare le scelte delle famiglie. E di fronte all´obiezione sulla permanenza della possibilità di scelta da parte dei genitori il ministero precisò che “in presenza delle condizioni previste, le richieste delle famiglie di ottenere l´insegnamento d´inglese potenziato, presentate in sede d´iscrizione, potranno essere soddisfatte”. Ma allora, perché non prevederlo nei moduli? Forse perché i tagli imposti dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, lo rendono quasi irrealizzabile? Al di là delle richieste dei genitori, per attivarlo occorre accertarsi che potenziando l´Inglese in una classe nessun docente di Francese, Tedesco o Spagnolo perda la cattedra. E con i chiari di luna che attraversano la scuola non è facile evitare esuberi: quest´anno, senza potenziare troppo l´Inglese, hanno perso la cattedra circa 130 insegnanti di Francese e Tedesco.

da Repubblica

«Il flop dei voti ai prof: niente pagelle su di noi», di Corrado Zunino

Flop della pagella ai prof “Non ci faremo valutare”. Insegnanti sul piede di guerra. E la riforma viene rinviata
Il ministro ha deciso di spostare la chiusura della fase sperimentale al 7 febbraio

C´è una nuova fatica per Mariastella Gelmini, ministro dell´Istruzione, aspirante coordinatore del Pdl. La sua scuola “a premio” non parte: la sperimentazione per definire i docenti migliori delle elementari, medie e superiori del paese e premiarli con uno stipendio in più, una quattordicesima ad personam, è stata bocciata sonoramente nelle due città scelte come campione.
A Torino, in maniera plebiscitaria: su 118 scuole, per ora solo il liceo Gino Segrè, in collina, ha detto sì (era finita 15 a 15, è stato decisivo il voto favorevole del preside). A Napoli il “no” è stato altrettanto netto: in attesa dei risultati definitivi sulle 625 scuole del grande plesso, di certo si sa che fin qui hanno accettato la sperimentazione cinque istituti. La plateale rinuncia di massa alla mensilità extra mostra come il blocco docenti – al Nord e al Sud – voglia portare avanti una contestazione radicale nei confronti di una riforma articolata su tagli certi (8 miliardi in tre anni alla scuola pubblica) e innovazioni di carattere privatistico.
Il ministro ha letto i “report” dei funzionari, che hanno messo in evidenza il lavoro “contro” svolto da Cgil e Cobas, e ha deciso di spostare in avanti, al 7 febbraio, la chiusura della sperimentazione. Quindi, ha allargato la fascia di scuole da sondare alla provincia di Torino, tendenzialmente meno corazzata sul piano sindacale, e alla città di Milano, dove la Gelmini conta di trovare le dieci scuole che alla fine sceglieranno i loro prof migliori. È possibile che, viste le difficoltà a trovare i docenti da premiare, scivoli in avanti anche il pagamento del premio, previsto per la metà di maggio.
Cristina Martin, 43 anni, insegna da vent´anni e nelle ultime stagioni le è stata affidata la matematica al liceo delle scienze umane Regina Margherita, vicino alla stazione di Torino. Dice: «Non ci spaventa essere valutati, ma non vorremmo partecipare a una gara che ci mette uno contro l´altro per un riconoscimento una tantum piuttosto scarso e basato su criteri inafferrabili». Ecco, i criteri. Una delle cose più contestate è la modalità del voto: in pratica, ci si affida a un´autovalutazione. Ogni docente che si ritiene all´altezza del premio invia il curriculum vitae e compila una scheda in cui precisa le bontà della sua didattica e i risultati ottenuti. Il preside, aiutato da due insegnanti, deciderà quindi qual è l´autovalutazione migliore. «Avremmo preferito un giudizio su un percorso didattico visto negli anni», ancora la professoressa Martin, «e poi i soldi recuperati per elargire questi premi sono stati tolti ai colleghi precari. Non possiamo accettarlo. Non voglio la carotina, per dimostrarti che sono in gamba vorrei la costruzione di una carriera seria con una prospettiva di busta paga seria».
Sempre a Torino, ma in un´elementare periferica, il Circolo didattico Ferruccio Parri, insegna Caterina Di Mauro, 50 anni, ventotto dedicati alla professione. Spiega il suo “no” al premio sullo stipendio: «Negli istituti si lavora in collegialità, non si può esaltare l´individualismo. Da noi tutto il collegio si è schierato contro e c´è stato un solo astenuto. Le scuole che funzionano hanno un corpo docenti unito, conosco colleghi filogovernativi che pure hanno bocciato questa sperimentazione. Non crediamo a un insegnante più bravo di un altro, tutti ci rimbocchiamo le maniche dentro edifici con l´amianto a tetto e i bagni rotti. Il premio al docente è un´operazione raffazzonata e pubblicitaria: da una parte ti tolgono gli scatti d´anzianità e dall´altra ti premiano una volta l´anno affidandosi alla tua autostima. Il messaggio che questo governo fa passare è: gli insegnanti vanno valutati perché sono lavoratori privilegiati. E noi rispondiamo rifiutando la quattordicesima della Gelmini».

da www.repubblica.it