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«La "cena degli ossi" per andare alle urne», di Massimo Giannini

Il pressing del Senatur e Tremonti “Silvio, il voto ormai è inevitabile”. Forse anche il premier al summit con i leghisti e il ministro. Il capo del governo resiste, sperando che il legittimo impedimento non venga bocciato.
Il leader lumbard e il responsabile del Tesoro contestano la linea cadornista del Cavaliere. L´asse tra Umberto e Giulio cercherà di convincere l´inquilino di Palazzo Chigi che per governare servono almeno altri 40 deputati
Nell´esecutivo molti temono che con l´attuale maggioranza non sia possibile “portare avanti nemmeno l´ordinaria amministrazione”

L´appuntamento è per stasera: la «cena degli ossi». Una tradizione alpina, che quest´anno potrebbe vedere seduti allo stesso tavolo non solo Tremonti e Bossi, come al solito, ma anche Berlusconi. Il menù gastronomico sarà l´opposto del menù politico. Durante la rituale abbuffata di ossi di maiale, lenticchie, fagioli con la cipolla, soppressa, salame di camoscio, vino e grappa, Giulio e Umberto spiegheranno all´amico Silvio che la festa, per il governo, è davvero finita. E che le elezioni anticipate sono ormai inevitabili. Non per volontà politica della Lega, ma per contabilità aritmetica in Parlamento.
Questa, dunque, potrebbe essere la svolta delle ultime ore. Un appuntamento conviviale per i lumbard, che può diventare uno snodo esiziale per la legislatura. Il padrone di casa è il ministro dell´Economia, che è già in loco (ieri, muto come un pesce, sciava sulle piste tra Auronzo e Misurina) e che come ogni anno, tra San Silvestro e la Befana, riunisce all´Hotel Ferrovia di Calalzo di Cadore il vertice del Carroccio. Il Senatur, ovviamente, ma anche Calderoli e Castelli. La novità, appunto, è che stasera potrebbe sedersi a tavola anche il presidente del Consiglio. Invitato dallo stesso Tremonti, in pieno accordo con Bossi, per fare il punto della situazione. Una situazione tutt´altro che eccellente, per la maggioranza forzaleghista amputata della componente finiana, e dunque in procinto di tramutarsi in una minoranza «cadornista» nelle Commissioni parlamentari, e forse addirittura nell´aula di Montecitorio. Proprio a partire da questa consapevolezza, che il superministro condivide con il leader padano, i due cercheranno di far capire al Cavaliere che «la linea di Cadorna» non conviene a nessuno. Non solo non conviene alla Lega, che in questo momento secondo i sondaggi lucra il massimo dei consensi potenziali. Ma non conviene neanche allo stesso Berlusconi, primo ad essere danneggiato da una logorante ed estenuante «guerriglia parlamentare», che non gli risparmierebbe comunque una rovinosa Caporetto.
La posizione del premier è nota. Vuole durare, a qualsiasi prezzo. In primo luogo perché sul fronte giudiziario si profila un´ipotesi a lui non sgradita: se davvero (come sembra probabile secondo le ultime indiscrezioni) la Consulta l´11 gennaio si acconciasse ad emettere una sentenza «interpretativa con rigetto» del ricorso sulla legge per il legittimo impedimento, il Cavaliere sarebbe sostanzialmente salvo. Lo scudo processuale che lo protegge, ancorchè rimesso di volta in volta alla decisione di merito dei tribunali che lo convocano in udienza, resterebbe in piedi. E questa, per lui, è la cosa che conta di più, e che da sola basterebbe a indurlo a non interrompere, a nessun costo, la legislatura. In secondo luogo, perché per ragioni legate alla sua vocazione cesarista e plebiscitaria il Cavaliere non contempla mai lo scenario della sconfitta, quale sarebbe comunque una caduta del suo attuale governo. Per questo si ostina ad intensificare la campagna acquisti dei deputati. Anche qui, a qualsiasi prezzo. La possibilità di imbarcare tutta intera l´Udc sembra sfumata. Casini resiste, come dimostra la lettera con la quale chiede al presidente del Consiglio di intercedere presso Putin per garantire il rispetto dei diritti umani nei confronti di Khodorkovskij: una vera «provocazione» per Silvio, che non farà mai un affronto del genere all´«amico Vlady».
Quindi, per il Cavaliere resta in ballo solo la possibilità di ingaggiare qualche singolo parlamentare, tra i futuristi pentiti e i centristi indecisi. Ma anche in questo caso, la compravendita sembra non dare i frutti sperati. Per questo il premier penserebbe anche a soluzioni estreme, come far dimettere da parlamentari almeno una decina tra ministri e sottosegretari, e far posto così ad altrettanti deputati che consoliderebbero la fragilissima «quota 314» raggiunta il 14 dicembre alla Camera. Con questo rafforzamento, Berlusconi è convinto di poter reggere fino al 2013. E di far passare le leggi che gli servono per ragioni di coalizione (come il federalismo fiscale) e quelle che gli stanno a cuore per ragioni di giurisdizione (la riforma della giustizia, le intercettazioni, il Lodo Alfano costituzionale). Questo, stasera, cercherà di spiegare ai suoi commensali. «Possiamo andare avanti, abbiamo il dovere di governare».
Ma dall´altra parte del tavolo si troverà, come richiede il rito della cena padana, due «ossi» duri. Tremonti e Bossi la vedono in tutt´altro modo. La situazione è quella «che vedono tutti». L´assunto di partenza del Senatur e del superministro è che un conto è la «maggioranza di un giorno», un altro conto è una «maggioranza di governo». Quella di cui oggi dispone il Cavaliere appartiene alla prima fattispecie, non più alla seconda. Ed è per questo che le elezioni anticipate sono e restano lo «scenario più probabile». Nelle commissioni parlamentari (a partire dalla Bilancio, cioè la più importante) Pdl e Lega non hanno più la maggioranza. Per ristabilirla servirebbe rimpinguare l´attuale coalizione con «non meno di 40 deputati». Impensabile, persino se riuscisse il capolavoro di spaccare il Terzo Polo, separando Casini da Fini. Tremonti e Bossi cercheranno di dimostrare a Berlusconi che tutte le soluzioni intermedie di «allargamento» non tengono. Perché una «parziale maggioranza numerica» serve a poco. Puoi vincere la battaglia di un giorno, ma perdi la guerra della legislatura. Servirebbe una «vera maggioranza organica», che non c´è più e non si può ricreare.
Ecco perchè il «cadornismo» – è il concetto che il superministro e il Senatur ribadiranno alla cena – rischia di essere solo un danno. Per tutti. Il Cavaliere dovrà prenderne atto: resistere con questi numeri non solo non ti consente di «fare le grandi riforme», dal federalismo al fisco al mercato del lavoro. Allo stato attuale, non ti consente nemmeno di «portare avanti l´ordinaria amministrazione», dal decreto milleproroghe alle norme sul made in Italy. Ogni votazione diventa «una roulette russa»: sei appeso alla «missione di un sottosegretario», o a qualunque «imboscata dell´opposizione». Anche sulla teorica «fase due» dello sviluppo, cioè il rilancio della crescita economica attraverso qualche norma che allarghi i cordoni della borsa e permetta al governo di offrire qualcosa di concreto alle parti sociali, i margini non ci sono. Tremonti lo va ripetendo da giorni: sappiamo tutti che abbiamo un «vincolo esterno» da rispettare, e che i mercati ci tengono nel mirino con lo «spread» del rendimento tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi. Al Tesoro circola un´iperbole: qualunque nuova legge di spesa tu vari, ammesso che il Parlamento te la approva, non fai in tempo a pubblicarla in Gazzetta ufficiale che devi già «rialzare le tasse perché nel frattempo sono aumentati i tassi».
Questo diranno Umberto e Giulio, nella stube dell´Hotel Ferrovia: «Così non si va da nessuna parte, tanto vale tornare a votare». Proveranno a persuadere Berlusconi che in questo atteggiamento non c´è alcuna «malsana pulsione nichilista», ma solo una «sana logica realista». Che non c´è nessuna volontà di affossare la sua leadership, anche se, come sostiene un ministro che lo conosce bene, «lo stesso Bossi gli sarà fedele fino all´ultimo minuto, ma appena vede che la situazione si impaluda, ci mette cinque minuti a cambiare strategia…». Ora ci siamo dentro fino al collo, nella palude. Sarà difficile far ingoiare al premier questa verità, insieme alle lenticchie e al salame di camoscio. Che vi partecipi o no, questa «cena degli ossi» gli resterà sullo stomaco.

da Repubblica

«Giustizia, governo e legislatura: tutto in diciassette giorni», di Fabio Martini

Tra l’11 e il 28 gennaio il premier si gioca tutto. Sono trenta i deputati nel mirino della maggioranza

Il presidente del Consiglio lo sa meglio di ogni altro. Tra l’11 e il 28 gennaio lui e il suo governo si giocano tutto. Diciassette giorni decisivi per il futuro di una legislatura che da qualche mese ha iniziato a scricchiolare e che potrebbe precipitare (o rianimarsi) per gli effetti diretti e congiunti di almeno tre eventi: la sentenza della Corte Costituzionalità sulla legge del legittimo impedimento; l’esito del referendum tra i lavoratori di Mirafiori; l’approvazione o il congelamento dei decreti attuativi sul federalismo. Silvio Berlusconi lo sa così bene che neppure durante le feste di Natale ha dismesso l’attività di sondaggio dei parlamentari «delusi», come li chiama lui. Ha messo nel mirino una trentina di potenziali reclute, confidando di portarne a casa la metà o poco meno. Un lavorìo sotto traccia di cui, come sempre, si misurerà l’efficacia soltanto a cose fatte, ma da quel pochissimo che trapela potrebbe rinnovarsi la sorpresa per il distacco dalla opposizione di un numero – limitato ma simbolicamente significativo – di “transfughi” dell’Italia dei Valori. Sarà un caso, sta di fatto che proprio ieri Antonio Di Pietro è tornato alla carica: «Il governo è senza maggioranza, deve dimettersi» e il Capo dello Stato verifichi se la maggioranza «si regge sulla compravendita dei parlamentari».

Ma gli incessanti movimenti lungo il “confine” sono il sintomo di una situazione estremamente incerta, destinata a sbloccarsi – in un senso o nell’altro – nel corso del mese di gennaio. In attesa di sapere dalla sua viva voce se il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi intenda dimettersi prima della discussione della mozione di sfiducia e che deve essere ancora calendarizzata, il vero spartiacque della legislatura è fissato l’11 gennaio, quando la Corte Costituzionale si riunirà per decidere se concedere il nulla osta di legittimità – o bocciare – la legge sul legittimo impedimento che per il momento consente al premierdi non presentarsi davanti al Tribunale di Milano per il processo Mills. Certo, il relatoreSabino Cassese si è riservato di distribuire il suo “appunto” agli altri giudici della Consulta soltanto in queste ore, ma dalle primissime indiscrezioni trapelate pare che (escluso il rigetto e il placet senza riserve) la proposta sia quella di indicare un difetto parziale. Affidando ai giudici, di volta in volta, la valutazione sulla effettiva sussistenza di un legittimo impedimento a presenziare in tribunale. Andrà in questa direzione la sentenza della Corte? Ciò che nessun giudice potrà dire a voce alta, appartiene invece alla prassi impalpabile della Consulta: dopo il recente voto di fiducia al governo, la sentenza ha finito per assumere un significato latamente politico che potrebbe influenzare il deliberato finale.

E dunque, se la Consulta non dovesse privare di uno scudo il premier, a quel punto prenderebbe corpo la trattativa dietro le quinte. Dice Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl: «Gennaio sarà il mese determinante per l’esito della legislatura: se altri deputati si convinceranno – e l’ipotesi è concreta – la vittoria di Berlusconi del 14 dicembre si ripeterà, altrimenti non resterà che ridare la parola agli elettori». Come dire: a portare dentro l’Udc oramai ci abbiamo rinunciato. E le inquietudini della Lega? Dice il ministro Roberto Calderoli: «Non per amore di polemica ma per calendario parlamentare: la data indifferibile per il decreto sul federalismo è il 28 gennaio». Se nella apposita Commissione bicamerale (maggioranza e opposizione sono 15 a 15) si andasse ad un pareggio, il governo dovrebbe presentare una relazione motivata, con uno slittamento di uno, due mesi. Un ritardo insopportabile per la Lega? «Bossi va preso sul serio – sostiene l’udc Francesco D’Onofrio, un pioniere del dialogo con i leghisti – e la vera domanda da fargli semmai è questa: se non otterrete il federalismo, perché pensate di conquistarlo con le elezioni? Forse perché pensano di strapparlo dopo, ma in una logica costituente e non più di schieramento».

da www.lastampa.it

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«“Operazione 2012” al via: così Berlusconi tenta il salto», di Francesco Lo Sardo

Gimkana tra compravendite e federalismi: per sopravvivere un anno
Arrivare al 2012 forse si può. Reclutando altri tre deputati di Fli e uno dell’Mpa, facendo un gruppo parlamentare di berluscones per tornare in maggioranza in commissioni strategiche come la Bilancio e andando avanti a colpi di voti fiducia. Ma anche sgombrando il campo da battaglie inutilmente insidiose come la difesa di Bondi, che si dimetterà da ministro per evitare la mozione di sfiducia e due giorni di dibattito su favori concessi ad amici e conoscenti. E tentando una mission impossible come quella di far dimettere da parlamentari i ministri per far spazio a neoeletti Pdl per rimpolpare la striminzita maggioranza.

Sette camicie
Certo Berlusconi dovrà sudare sette camicie e, in questo senso, l’incastro dell’agenda del tirare a campare con la sentenza della Consulta della prossima settimana sul legittimo impedimento non lo spaventa tanto quanto l’eco dei primi colpi sordi di una velenosa lotta ai vertici della Lega che s’intravede dietro la denuncia delle “cimici” a casa di Bossi. Già perché sempre alla Lega si deve tornare per capire se terrà – e quanto terrà – il governo che a fine mese dovrebbe decidere della sua sorte. I tempi della verifica di maggioranza di fine gennaio però slittano, il rischio elezioni idem. Anche perché nessuno ha interesse a far saltare il Milleproroghe di febbraio, tra il «bauscione» Berlusconi, come Bossi ha definito ieri il premier dandogli del megalomane imbroglione e l’ammaccato capo della Lega. Il quale Bossi, denunciando le microspie ritrovate in casa fatta bonificare da una ditta privata «ha tirato un siluro al ministro dell’interno leghista Maroni», si sibila tra i berluscones. Dinamiche oscure anche per il Pdl: ma spie di una dura lotta sotterranea nel Carroccio che spaventa non poco, si dice, il Cavaliere.

Lega destabilizzata
Solo una Lega destabilizzata gli mancava: ora ce l’ha. Ciò premesso che fare, tirare avanti o voto anticipato? Il Cavaliere non avrebbe dubbi: meglio tentare di sopravvivere un altro annetto, finché i sondaggi non vanno meglio. «Lui vorrebbe annientare Fini. Ma effettivamente si rende conto che non si può portare l’Italia al voto per distruggere Fini», dicono i suoi. E magari poi perdere, effettivamente. Ma per Berlusconi non andare ora al voto significa tener buona la Lega, cioè far marciare il federalismo. Il premier lì concede tutto, ma non basta. «Alla bicamerale sul federalismo opposizione e maggioranza sono pari, all’impasse: da Fli in poi siamo appesi alla sudtirolese Helga Thaler, mano, ma quella sta al federalismo come i capponi stanno al Natale. Con tutti i soldi che prendono le regioni autonome…il federalismo per loro è la fine del Bengodi». Insomma, meglio non contarci.

Il Pd s’ammorbidisce
Del resto per la Lega il vero nodo non è imporre una maggioranza in bicamerale, quanto “allargarla” al Pd conquistandone l’astensione, mettendo il federalismo al riparo da rischi di referendum. Qui però la partita dipende solo dal Carroccio, non certo dal Pdl che ai contenuti del federalismo è interessata né punto né poco: «Se la Lega smette di minacciare elezioni anticipate tutti i giorni, forse il Pd s’ammorbidisce», pensano al Pdl. Letteralmente vitale è, invece, il piano di ripristino della maggioranza nelle commissioni ordinarie: un’operazione che sarà possibile grazie alla nascita del gruppo presieduto dall’ex Fli Moffa e all’assegnazione dei nuovi posti ai neoberluscones Lasciando lavorare Calderoli ai fianchi del Pd, attingendo a vari espedienti parlamentari e confidando in una sentenza che salvi a metà lo scudo che lo protegge dai processi, Berlusconi pensa di poter tentare il salto fino al 2012. Bossi incasserà comunque un successo alle amministrative 2011 al nord: che «stabilizzerà la Lega», sperano a palazzo Grazioli. Al danno per il Pdl sono rassegnati. Ma molto di più li preoccupa quel accade dietro le quinte dell’inquieto Carroccio.

da www.europaquotidiano.it

«Capitale e democrazia», di Luciano Gallino

Distorto un sistema economico che separa il lavoro dalla persona. Così rischiamo di minare le radici della democrazia. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita

“qui c´è un problema serio di rapporto tra il capitale e la democrazia”. Non lo ha detto uno dei soliti sindacalisti che, a quanto si legge, ostacolano la modernizzazione produttiva. Ma il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, in un´assemblea con i lavoratori della Eaton di Massa svoltasi poco prima di Natale. Trecento persone che dopo due anni di cassa integrazione hanno ricevuto a metà ottobre 2010 altrettante lettere di licenziamento. Forse perché l´azienda era invecchiata, le sue tecnologie superate, i prodotti rifiutati dal mercato? Niente affatto. La Eaton produceva componenti avanzati per motori d´auto, venduti ai maggiori costruttori europei, con buoni margini di utile.
Ma è successo che nell´Ohio, sede dell´azienda madre, qualcuno ha fatto due calcoli e ha scoperto che in Polonia si possono produrre gli stessi componenti a un costo inferiore. Si sa, laggiù costa tutto meno: il lavoro, i terreni, i servizi. Quindi il management ha deciso di chiudere lo stabilimento di Massa e spostare la produzione in quel paese. Gli azionisti apprezzeranno.
È un´azione di chiara razionalità economica, si dirà. Che c´entra la democrazia? La risposta sta in quelle centinaia di lavoratori che occupano la loro fabbrica senza macchine perché sono state spedite all´estero, che fanno lo sciopero della fame, bloccano per qualche ora l´autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche se ingrato.
A modo loro, quei lavoratori ripropongono un detto che ebbe peso agli esordi stessi della democrazia: siamo tanti, non contiamo niente, vorremmo contare qualcosa. Ci ricordano pure che c´è qualcosa di profondamente distorto in un sistema economico e politico che separa il lavoro dalla persona. Il primo è considerato una merce che un´impresa ha pieno diritto di comprare al prezzo che le conviene, o buttare da parte perché non serve più. La seconda è un essere umano che ha una storia, sentimenti, rapporti familiari, desideri, amicizie, un senso di dignità. È possibile, dobbiamo chiederci, che dinanzi al rischio di restare senza lavoro, che significa anche perdere gran parte dell´identità di persona perché la società intera è stata costruita attorno all´idea di lavoro retribuito, nessuno in pratica abbia il diritto riconosciuto di discutere se ci sono soluzioni possibili, altre strade meno impervie, di affermare che una razionalità economica che non lascia nessuna voce agli interessati al di fuori degli azionisti è una forma di irrazionalità che sta minando alle radici la democrazia?
Bisogna dire che nel caso particolare della Eaton il comune e la regione, insieme con i sindacalisti e un certo numero di politici, sono stati ad ascoltare la voce dei lavoratori. Hanno formulato controproposte alla casa madre, hanno messo sul tavolo capitali per mantenere anche in altre forme la produzione industriale nell´area. Finora le risposte della società dell´Ohio, per la quale lo stabilimento di Massa, Italia, è forse solo un paio di pixel sullo schermo dei computer centrali, sono state in prevalenza negative. Si può sperare vi sia ancora qualche margine per ottenere ulteriori sostegni al reddito, e recuperare un´attività produttiva che ridia prospettive di occupazione stabile agli ex dipendenti. Ma l´occupazione da parte degli operai della fabbrica svuotata delle sue macchine pone la politica, e tutti noi, dinanzi a una questione che il prosieguo della Grande Crisi farà diventare sempre più impellente. C´è un problema generale di rapporto tra capitale e democrazia, che non si risolverà anche se qui e là si porrà rimedio a problemi locali.

da Repubblica

«Se riparte il biogame», di Fabrizia Bagozzi

Il testamento biologico torna in agenda: il Pdl lo vuole usare contro Fli, “problemi” anche tra i dem.
In principio fu Sacconi. È stato infatti il ministro del welfare a provare per primo a scongelare il testamento biologico dal limbo in cui era stato abbandonato alla camera nel lontano maggio 2010. Era agosto, e in un’intervista ad Avvenire, il ministro rilanciava i temi dell’agenda bioetica del governo da inserire, a suo dire, fra i punti della verifica di governo. Volendo evitare la debacle, nel primo B-day – la fiducia nel giorno del suo 74esimo compleanno – in parlamento Berlusconi citò la tutela della vita «dal concepimento fino al suo termine naturale», ma non entrò nel dettaglio. I futuristi diedero il via libera e il centrodestra archiviò temporaneamente la questione. Ora che il tema è mettere alla prova la tenuta del terzo polo – che del resto, però, ha già votato in maniera diversa sulla riforma Gelmini: sì Fli, astenuti Udc e Api – provando a spaccarlo, ecco che tornano ad accendersi le luci sulla delicatissima questione, pronta a essere estratta dal freezer per sparigliare le carte e provare a mostrare l’esistenza, – su alcuni temi – di una maggioranza più solida e trasversale. Guardando all’Udc e magari anche a frange dei cattolici dem. Da qui il rilancio del sottosegretario alla salute Eugenia Roccella e lo spiccio appello a sconfessare «l’ateo» Fini rivolto ai cattolici futuristi dal capogruppo Pdl al senato Maurizio Gasparri. E l’annuncio di Gaetano Quagliariello della presentazione di tre mozioni su giustizia, riforme e, naturalmente, bioetica.
E così, il testo del disegno di legge sul testamento biologico che al momento giace in attesa di parere nelle commissioni Giustizia e Bilancio della camera, potrebbe spuntare fuori nelle prossime settimane – forse già nella prima conferenza dei capigruppo dopo la pausa natalizia – e approdare in aula in tempi record. Accelerando nelle commissioni, in particolare nella Bilancio che deve esprimersi sul finanziamento delle strutture a cui spetta l’ospitalità delle persone in stato vegetativo permanente.
Una cifra importante che al momento non risulta disponibile e su cui, nel caso, dovrebbe esprimersi Tremonti. Il disegno di legge è uscito dalla commissione Affari sociali di Montecitorio senza grosse variazioni rispetto al provvedimento licenziato al senato sui punti più controversi: le dichiarazioni anticipate di trattamento rimangono non vincolanti per il medico, l’idratazione e la nutrizione sono obbligatorie sempre salvo il caso in cui la persona non riesca più ad assorbire le sostanze nutritive. Un testo passato a maggioranza con i voti a favore del Pdl, della Lega e dell’Udc mentre hanno votato contro Pd e Idv. Per l’Udc si muove oggi senza esitazioni Paola Binetti, che considera quella sul testamento biologico la battaglia della legislatura e fa sapere che sui temi di natura bioetica «è molto più facile convergere con Pdl che con il Pd». Mentre Rocco Buttiglione spiega che di spaccatura nel terzo polo non si può parlare, perché il grosso dei futuristi sarebbe allineato. Per Fli è Benedetto Della Vedova a gettare acqua su fuoco: dividersi non sarebbe una tragedia. Ma anche se il leader Fini non ha mai escluso la libertà di coscienza – prima della rupture – è proprio in casa futurista che la questione smuove di più le acque, nel tentativo prioritario di arrivare a una posizione condivisa.
E se riparte il biogame, anche il Pd rischia di entrare in fibrillazione. Finora, alla camera, i dem si sono mossi in modo compatto, ma, a dispetto della famosa posizione prevalente, il dibattito non si è mai spento, come testimonia la discussione Cuperlo-Ceccanti a partire da una pubblicazione del centro studi del partito curata da Cuperlo e ritenuta sbilanciata in senso laicista. «Il Pd dovrebbe fare altri passi avanti nel percorso di ricerca su questi temi», spiega un cattolico del MoDem. Ma niente stampelle alla strumentalità politica di Berlusconi.

da www.europaquotidiano.it

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“Ignazio Marino Fine vita: “Il Pd sia unito o andiamo al referendum”. “Se non votiamo compatti Bersani dia voce agli iscritti”. A che punto sono le leggi”, di Caterina Perniconi

La legge sul testamento biologico è chiusa in un cassetto della Camera da mesi. Fino ad oggi il governo non ha avuto alcun interesse a tirarla fuori, nonostante le pressioni dell’opposizione sulla necessità di regolare il fine vita. Ora il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha chiesto che il provvedimento venga calendarizzato, con l’esplicita intenzione di unire i cattolici della maggioranza e, quindi, dividere il Terzo Polo. I più a rischio sono i rappresentanti di Futuro e libertà, spaccati su posizioni differenti.
Anche nel Partito democratico la discussione è aperta tra chi ritiene la proposta Calabrò inaccettabile, come Ignazio Marino, e chi invece vuole ancora discutere con la maggioranza.
Senatore Marino, se il disegno di legge sarà discusso, nel Pd che succederà?
Credo, e auspico, una posizione comune del partito.
Quindi non ne è sicuro.
Dopo l’ampio dibattito pre congressuale, che ha portato il segretario Pier Luigi Bersani a esprimersi pubblicamente due volte (Festa dell’Unità di Torino e “Vieni via con me”, ndr) con affermazioni precise in linea col pensiero che ho sempre sostenuto, spero che il Pd arrivi unito a questo appuntamento.
E se non succede?
Farò un gesto importante: chiederò a Bersani che su un tema come questo costringa i suoi parlamentari a non nascondersi dietro un voto di coscienza e indichi la strada da seguire. Deve avere il coraggio di dire: “Si vota tutti così”. Se invece questa forza non ce l’ha deve proporre come strada il referendum tra gli iscritti.
Un metodo mai utilizzato.
Ma lo statuto permette al segretario di indirlo, o al 30 per cento dei componenti dell’assemblea nazionale di chiederlo.
Quindi, se non lo farà Bersani, lo chiederà lei.
Se il 30 per cento dell’assemblea del Pd la pensa come me, sì. E sono pronto ad accettare una sconfitta. Ma se il 98 per cento degli iscritti al partito ritiene questa proposta sbagliata, allora non ci dev’essere alcuna defezione, dato che i parlamentari sono diretta espressione degli elettori.
É una polemica col segretario?
Assolutamente no. Sono convinto che nel suo cuore e nel cervello Bersani la pensi come me. Ma ha una responsabilità in più. Lui è il segretario del Pd e rappresenta tutti. Deve anche spiegare che questo non è il partito della vita e della morte. Non stiamo discutendo di eutanasia, verso le quale personal-mente sono contrario anche io. Ma di libertà di scelta. Come curarti non può importelo lo Stato. Ognuno deve deciderlo personalmente col proprio medico.
Lei si è battuto affinché il ddl venisse discusso al più presto dalla Camera. Ora però c’è il rischio che si trasformi in un’arma politica.
Questo è un Paese dove tutte le questioni vengono affrontate solo sulla base di una convenienza strumentale e mai per far progredire il Paese. Se diventa un dibattito tra tifoserie abbiamo perso un’occasione importante. L’errore è stato tenere il ddl nel cassetto per tanti mesi e farlo arrivare ora in Parlamento in un clima da derby.
L’articolo contestato è quello che impone l’idratazione e l’alimentazione del malato.
Mi fa impazzire il fatto che questa discussione si sia trasformata in un dibattito sul pane e l’acqua. Non stiamo assolutamente parlando di questo. Ma di corpi nutriti con sostanze prodotte dalle case farmaceutiche, spesso veicolate tramite l’intestino. É giusto aggiornare la legislazione, perché quando è stata scritta non c’erano le strutture tecnologiche che esistono oggi. Ognuno però deve avere il diritto di scegliere.
Cosa farete se verrà approvata questa legge?
Sicuramente ricorreremo alla Corte Costituzionale e se necessario al referendum.
Non teme un flop come la fecondazione assistita?
Con tutto rispetto verso un tema importante come la fecondazione assistita, questa è una questione molto meno marginale, che ha toccato moltissime famiglie in Italia. La gente ci verrà, eccome, a votare.
Quindi secondo lei questo governo non interpreta il sentire comune sui temi etici?
Con una legge del genere non ci sarebbe alcun rispetto nei confronti dei cittadini. Sarebbe solo una soverchieria della politica sulla libertà di scelta delle persone. Chi vince le elezioni non può pensare di imporre indicazioni sanitarie. Solo il paziente può decidere di sé stesso col proprio medico.
Si riferisce alle imposizioni di Formigoni sulla legge 194?
Quando affronto il tema dell’aborto mi sento davvero un passo indietro rispetto alla donna. Non posso neanche immaginare il dramma fisico e psichico che deve affrontare. Non può capirlo neanche Formigoni. Per fortuna ci sono dei bravi medici che decidono insieme alle pazienti e sostituiscono la cattiva politica.
Quindi lei non imporrebbe scelte da politico. Ma da medico?
Non ci penserei neanche lontanamente. La politica non deve avere uno scopo pedagogico. Deve invece spiegare e offrire tutte le possibilità. E così il medico. Lei potrebbe ritenere appropriata per sé una terapia che io non ritengo lo sia per me. Lei deve poterla accettare, io rifiutarla.
Ma se una persona non è cosciente per deciderlo?
É proprio questo il punto. Le indicazioni che io lascio devono essere rispettate. Se perdo coscienza perdo anche i diritti e lo Stato decide per me? Questo mi sembra chiaramente inaccettabile.

A che punto sono le leggi
L’interruzione volontaria e la pillola Ru 486
LA LEGGE 194 DEL 1978 ha fissato le norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza. La 194 consente alla donna di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere all’aborto solo per motivi di natura terapeutica. Normalmente non si può interrompere alcuna gravidanza dopo la 24esima settimana. La delibera della Giunta lombarda del 2008 prevedeva che non fosse ammesso aborto dopo la 22esima settimana e 3 giorni. Il Tar ha bocciato queste linee guida in quanto “contravvengono alla decisione del legislatore nazionale di non interferire in un giudizio riservato agli operatori”. Sulla pillola Ru 486, invece, la legislazione per adesso è di competenza regionale. Approvata nel 2009 dall’Agenzia italiana del farmaco con 4 voti favorevoli su 5 la pillola è in commercio in Italia da un anno. Le Regioni hanno direttive diverse per l’utilizzo. Nel Lazio sono stati decisi 3 giorni di ricovero. Ma le pazienti non possono essere trattenute contro la loro volontà.

Testamento biologico arenato alla Camera
QUALSIASI LEGGE sul testamento biologico finisce inevitabilmente per scontrarsi col diritto all’autodeterminazione della persona sancito dal diritto internazionale oltre che dall’articolo 32 della Costituzione. Il ddl sul fine vita proposto dal relatore del Pdl in commissione Igiene e sanità del Senato, Raffaele Calabrò, è fermo alla Camera dei Deputati. E a novembre una circolare dei ministri Maroni, Fazio e Sacconi ha definito “illegittimi” i registri comunali, istituiti dallo scorso anno in settantadue città, per raccogliere le volontà dei cittadini sul fine vita, in assenza di una legge nazionale che lo regoli. Al disegno di legge mancano ancora alcuni pareri e il nodo insolubile rimane l’obbligatorietà o meno dell’alimentazione e idratazione artificiale. Futuro e Libertà vorrebbe piuttosto una “soft law”, una legge morbida che lasci al codice di deontologia medica il compito di regolare la materia del fine vita, decisa dai diretti interessati assieme ai medici e ai familiari.

Dai Dico ai DidoRe Niente coppie di fatto
L’ITALIA NON HA UNA LEGISLAZIONE per le unioni civili. I primi disegni di legge furono presentati nel 1986. La prima proposta di legge (mai calendarizzata) fu presentata da Alma Cappiello, avvocato e parlamentare socialista, nel 1988. In Europa sono molti i Paesi con leggi ad hoc per le coppie di fatto. E anche il Parlamento Europeo ha invitato alla parificazione dei diritti di coppie gay e coppie eterosessuali non sposate. Durante il Governo Prodi è stato discusso alla Camera dei deputati un disegno di legge presentato da Franco Grillini, che richiamava i Pacs francesi e comprendeva le unioni civili tra coppie omosessuali, ma non è stato approvato. Molti comuni si sono dotati nel frattempo di registrazioni anagrafiche delle convivenze a significato simbolico. La Spezia, nel 2006, è stato il primo comune ad istituire registri anche per le coppie gay. Nel 2008 i ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi hanno proposto un riconoscimento sia per coppie eterosessuali che per coppie omosessuali chiamato DiDoRe. Ma la proposta non è mai stata presentata al Parlamento.

da il Fatto quotidiano

«Direttiva 87/2010: continua l’erosione dei fondi per l’autonomia scolastica», di Gc

Sul fronte dell’autonomia scolastica (e delle risorse finanziarie ad essa collegate) continuano le docce fredde. È positivo che sia stata emanata la Direttiva annuale (la n. 87 dell’8-11-2010), che indica i criteri per l’assegnazione annuale dei finanziamenti che fin dal 1997 (Legge 440) rappresentano un introito aggiuntivo per i magri bilanci delle scuole. Tuttavia, vanno registrati: il ritardo con cui si procede all’assegnazione dei finanziamenti, la riduzione delle risorse disponibili, il processo di ri-centralizzazione della spesa che mortifica l’autonomia delle scuole. Le difficoltà si sono manifestate anche in Parlamento, ove le Commissioni di Camera e Senato hanno espresso pareri favorevoli (il 29-7-2010 e il 22-9-2010), ma con osservazioni e suggerimenti alternativi.

La riduzione delle risorse
Prosegue la riduzione delle risorse messe a disposizione del sistema scolastico per lo sviluppo dell’autonomia dalla legge 440/1997. Il decremento è posto prevalentemente a carico delle istituzioni scolastiche, che vedranno ulteriormente ridursi la dotazione finanziaria per sviluppare la progettazione prevista dal POF (si tratta ormai di meno di 3.000 euro per istituzione scolastica). E le prime ipotesi presentate dall’amministrazione erano ancora più riduttive per le scuole, tanto che il Parlamento ha dovuto chiedere di non far gravare sulle scuole la riduzione delle risorse (che sono comunque visibili).

Tab. 1 – Disponibilità finanziarie complessive (in milioni di euro)

I fondi gestiti direttamente dall’Amministrazione centrale restano comunque cospicui.

Il libro dei sogni
Leggendo le voci di spesa contenute nella Direttiva 87/2010 si ha però l’impressione che le ambizioni siano eccessive: praticamente tutta la vita della scuola dovrebbe trovare riparo sotto l’ombrello della legge 440/97: dall’educazione a corretti stili di vita all’impegno per la legalità, dalla formazione dei docenti sulle riforme (e relative campagne “informative”) al contrasto alla dispersione, dallo sviluppo delle tecnologie digitali fin’anche alle “iniziative contro la violenza negli stadi” (sic!). Insomma, un libro dei sogni che rischia di confondere la disponibilità di qualche risorsa non vincolata nel bilancio dell’istruzione con lo sviluppo “sincero” dell’autonomia, tanto da spingere il Parlamento (la maggioranza della commissione) a chiedere al Governo di “ridurre lo stanziamento a favore dell’Amministrazione centrale, per favorire un trasferimento di risorse finanziarie più adeguate alle esigenze delle scuole”.

Tab. 2 – Destinazione fondi all’Amministrazione Centrale

L’analisi delle voci che compongono la ripartizione delle spese segnalano un incremento notevole delle risorse destinate al potenziamento delle tecnologie (obiettivo condivisibile che però non dovrebbe andare a discapito dell’autonomia finanziaria delle scuole). Notevole l’incremento indiretto dei finanziamenti alle agenzie nazionali Invalsi ed Ansas, anche in questo caso avviene senza rendere espliciti gli obiettivi strategici delle due nostre agenzie nazionali, con qualche sovrapposizione delle iniziative (es: Progetto Qualità e Merito da un lato, Rilevazione degli apprendimenti dall’altro), mentre le scuole non sono messe nelle condizioni di sviluppare una propria autonoma capacità di trattare, rielaborare, utilizzare i dati messi a disposizione dai sistemi valutativi.
Si registra una forte riduzione dei finanziamenti per le cosiddette educazioni trasversali, che dovrebbe essere compensata da altri cespiti rinvenibili nelle politiche sociali, che però non vengono esplicitati.
Non è chiaro, poi, quali saranno le modalità di impiego delle cospicue risorse destinate centralmente alla formazione, si presume per far fronte alle esigenze di informazione e formazione dei docenti in relazione all’avvio del riordino del 2° ciclo. Al momento non è chiaro come saranno utilizzate tali risorse, alla luce della centralizzazione (verso MIUR e ANSAS) che la CM 76 del 30-8-2010 opera in materia di azioni di accompagnamento alla riforma.

I fondi per le scuole
L’analisi dei fondi destinati alle scuole evidenzia ancora di più le dinamiche della riduzione di risorse.

Tab. 3 – Destinazione fondi alle scuole

In sintesi, la complessiva riduzione dei fondi disponibili per rifinanziare la legge 440/97 si ripercuote negativamente sulle scuole e incide direttamente sui finanziamenti senza vincolo di destinazione al POF, mentre appaiono penalizzati anche i settori dell’istruzione per adulti e dell’istruzione tecnica superiore. Insomma, le difficoltà della finanza pubblica si fanno sentire anche su quel piccolo salvadanaio dell’autonomia (legge 440/97) che nel corso degli anni aveva assicurato un limitato ristoro finanziario alle scuole autonome.

da www.notiziedellascuola.it

Strage in Egitto, PD presenta mozione alla Camera e lavora per risoluzione al Parlamento Europeo

Fioroni deposita il testo a Montecitorio invitando tutti i gruppi a firmare. Pittella annuncia iniziativa comune con il presidente degli eurodeputati PDL: “E’ una campagna di civiltà e libertà”. Intanto Chiamparino respinge le proteste leghiste contro la nuova moschea a Torino

L’escalation delle violenze contro i cristiani in diverse aree del mondo preoccupa e va ben al di là di isolati, seppur gravi, casi di violenza. “L’indifferenza e il semplice cordoglio non bastano, la libertà religiosa è un diritto fondamentale dell’uomo e non possiamo consentire che venga violato in modo sistematico. Abbiamo presentato una mozione in Parlamento (qui il testo integrale) affinché il governo abbia un forte sostegno nelle iniziative urgenti da prendere – annuncia il deputato del Pd Giuseppe Fioroni – per questo, è indispensabile che il ministro Frattini riferisca con urgenza questa settimana in Parlamento sulla situazione e sulle iniziative che il governo ha intrapreso e intende intraprendere a livello internazionale ed europeo».
La mozione è aperta alla sottoscrizione di tutti i colleghi parlamentari e un testo analogo sarà presentato al Senato della Repubblica.
Sulla strage era intervenuto il primo gennaio il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, invitando alla mobilitazione internazionale per la difesa della libertà religiosa e annunciando come i democratici siano “pronti ad appoggiare ogni iniziativa del governo. L’Italia può e deve avere ruolo particolare”.

Il PD si muove anche al Parlamento Europeo come ha reso noto il suo Vice presidente Gianni Pittella (Pd) che assieme al presidente degli eurodeputati del Pdl, Mario Mauro, ha annunciato al Tg2 l’intenzione di presentare una risoluzione comune all’Assemblea di Strasburgo dopo la strage di cristiani copti perpetrata a capodanno ad Alessandria d’Egitto. ”Questa è una campagna di civiltà e di libertà – ha detto Pittella – è francamente intollerabile ogni forma di discriminazione e di persecuzione a danno di chi professa liberamente la propria fede”. ”Per questa ragione, con il collega Mario Mauro, fuori da ogni appartenenza politica, presenteremo una risoluzione comune al Parlamente europeo perche’ tutte le istituzioni europee e nazionali diano le risposte piu’ ferme a quest’atto immondo che ha segnato drammaticamente l’inizio del nuovo anno”.

Purtroppo nelle stesse ore la Lega ne ha approfittato per protestare contro la nuova moschea a Torino, che diventerebbe un focolaio di terroristi. Ragionamenti strumentali e assurdi a cui risponde il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino: “Dal Carroccio solo sciocchezze, così noi batteremo il terrorismo. La Lega dice stupidaggini. Non ne sono affatto stupito ma la nuova Moschea è un battaglia di civiltà, le persone hanno diritto di esprimere la loro fede senza nascondersi. Ammesso che esista qualche pericolo di vicinanza con il terrorismo, è molto più facile il controllo in una moschea regolare piuttosto che in locali abusivi”.

Ma.Lau. per www.partitodemocratico.it

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Le ultime parole di Mariouma, uccisa nell’attentato

Mariouma Fekry, copta di 22 anni morta nell’attentato di Alessandria d’Egitto che ha ucciso 22 persone, pochi prima di andare alla messa di Capodanno nella chiesa di San Marco e San Pietro aveva postato un messaggio su Facebook: “Il 2010 è finito… con i ricordi più belli della mia vita… spero che il 2011 sia molto meglio… ho così tanti desideri per il 2011… spero si realizzino… per favore Dio stammi vicino e fa’ che tutto si avveri”.

Mariouma nella foto su Facebook che riporta oggi il quotidiano egiziano Al-Masry Al-Youm, sorride e ha un vestito color pesca e un fiore dietro l’orecchio. “Il potere di Dio dentro di te è più grande delle pressioni intorno a te”, è la prima citazione sul suo profilo. Ora Mariam per la comunità copta è una martire e molti siti internet pubblicano commenti e ricordi commossi dei suoi amici: sul suo profilo gli amici hanno pubblicato una nuova immagine della ragazza nel giorno della sua laurea: “Non ti scorderemo mai”.

da www.unita.it

«Diplomazia degli errori», di Pino Arlacchi

Un problema di estradizione si può affrontare in molti modi, ma la strada scelta dal governo italiano sul caso Battisti è, tra tutte, quella che porta alla sconfitta più sicura. La strada demagogico-nazionalista, l’alzare la voce lanciando minacce poco credibili e messaggi offensivi a un governo, a un popolo e a un Paese tra i più amici come il Brasile non porta da nessuna parte.
Se avessero voluto davvero ottenere il rimpatrio del signor Battisti, senza aspettare l’ultimo minuto e l’esplosione del caso sui giornali, il nostro governo avrebbe dovuto fare tre cose: a) dare per tempo le opportune istruzioni alle macchine diplomatiche e giuridiche; b) ascoltare con attenzione e rispetto il punto di vista del governo brasiliano; c) sulla base di quel punto di vista, attivarsi per correggere sia la strategia tecnico-diplomatica sia la comunicazione.
Sarebbe bastato chiarire bene all’opinione pubblica di una nazione che proviene da una feroce dittatura che Battisti è un semplice assassino e non un combattente antifascista. Sarebbe bastato intraprendere una parallela campagna di sensibilizzazione del Parlamento e della stessa magistratura brasiliana rispondendo alle loro perplessità, fugando i loro dubbi sulla eccessiva severità della giustizia penale nostrana (vi sembra così difficile argomentarlo, in un paese in cui in carcere restano solo i poveri e gli immigrati?). Si sarebbe potuta cogliere l’occasione per trasformare una crisi in una opportunità, approfondendo l’empatia e il dialogo con interlocutori che non chiedono altro.
Invece di muoversi in questa direzione, e di ottenere il risultato voluto, i dilettanti allo sbaraglio che ci governano sono riusciti a infilare un errore dietro l’altro, danneggiando un antico rapporto di amicizia, irritando con vacue minacce una potenza con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno di più, e vanificando le chances di offrire giustizia alle vittime del terrorismo assassino e a tutti noi. La minaccia di ritorsioni sugli accordi economici italo-brasiliani è la più ridicola. Un’arma spuntata, che si usa sempre di meno, anche contro i regimi più antidemocratici. E meno che mai si usa con quelli amici e alleati.
Nel caso del Brasile, poi, non può portare ad altro che alla sostituzione dell’Italia con un altro partner, visto che nella maggior parte degli scambi commerciali è il Brasile a comprare e noi a vendere. Non so a chi sia venuto in mente mescolare affari e cooperazione giudiziaria con il Brasile, ma è una linea dissennata e stravagante che un ministro degli Esteri dotato di un minimo senso degli interessi nazionali non dovrebbe mai perseguire alla leggera o farsi imporre dal proprio governo. Gli ex-Camerati italiani che urlano contro il Brasile minacciando di tagliare i viveri non hanno idea di quel che dicono. Quel paese è ormai una potenza mondiale, una strepitosa storia di successo con un Pil vicino al nostro e quasi 200 milioni di abitanti. È la nazione leader di un intero continente, grazie a una classe dirigente e a un presidente socialista che in meno di un decennio ha saputo guidare il paese fuori dal Terzo Mondo rispettando democrazia e diritti umani, riducendo la criminalità e tirando fuori dalla povertà 24 milioni di persone.
Lula si è conquistato l’ammirazione universale per la qualità del suo progetto politico e potete stare certi che Dilma Roussef ne seguirà le orme, perché nel frattempo il Brasile è avviato a diventare ciò che l’ Italia non è riuscita divenire: un “sistema paese”, le cui sorti non dipendono più dal carisma di un presidente fuori del comune. Il Brasile è oggi uno Stato capace di trattare alla pari con le superpotenze, di condurre una sua politica estera promuovendo alleanze e soluzioni nuove ai problemi globali.
Si può perciò immaginare quanto i governanti brasiliani si siano spaventati per gli ultimatum di Gasparri e La Russa. La strada dell’insulto è seconda per stupidità solo a quella dell’intimidazione economica. I rapporti internazionali sono relazioni tra poteri sovrani. Prendere di petto un altro paese e trattarlo da vassallo su una questione spinosa, tecnica e politica come un caso di estradizione, rivela solo la voglia di perdere. L’approccio del governo italiano al caso Battisti copre l’intenzione di nascondere qualcosa di imbarazzante. In primo luogo, la scandalosa inazione passata. La rinuncia a far valere l’interesse nazionale in una situazione complicata, certo, ma la cui soluzione sarebbe stata alla portata di una macchina giudiziaria e diplomatica appena decente. Ottenere l’estradizione di un efferato criminale da un paese amico, e da un governo ben disposto alla collaborazione, un Brasile la cui elite è dopo quella argentina la più filo italiana delle Americhe, è un’impresa da titani solo per il signor B. e il suo impareggiabile Frattini.
È il caso di dire che gli insuccessi seriali di politica estera hanno finito col dare alla testa al signor B e ai suoi seguaci. Ma cosa c’entra l’ Italia, e cosa c’entriamo noi? Adesso ci tocca spiegarlo anche ai brasiliani.

da L’Unità

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“Battisti: Frattini e La Russa con l’elmetto «Guerra commerciale al Brasile»”, di Umberto De Giovannangeli

Scende in campo «la banda degli smemorati». Quelli che «spezzeremo le reni ai protettori di Battisti», quelli che, col Cavaliere silente, dichiarano la «guerra commerciale» al Brasile. La «banda degli smemorati »: quella di chi fa finta di non capire, o non sapere, che il Brasile non è, quanto a diritti e libertà garantite, assimilabile alla Libia del Colonnello Gheddafi o alla Russia di Vladimir Putin. La «banda degli smemorati» o degli «indignati a tempo scaduto», vanta ministri di primo piano, il titolare della Farnesina, Franco Frattini, e il suo collega alla Difesa, Ignazio La Russa; ministri di seconda fascia, Giorgia Meloni, capigruppo dalla mazzata (verbale) facile,comeMaurizio Gasparri, e altri ancora…Tutti indignati contro l’ex presidente brasiliano- Luiz Inacio Lula da Silva, lo stesso magnificato dal Cavaliere oggi silente: «Io e lui ci siamo capiti bene subito, fin dall’inizio…». GARA DI GRIDA La «banda degli smemorati» calza ora l’elmetto e tuona: con il no all’ estradizione di Cesare Battisti, tra Italia e Brasile si è creato un clima che mette a rischio «le relazioni commerciali», avverte dalle colonne de La Stampa Ignazio La Russa. Ed ora; sentenzia il ministro della Difesa, «il meno che possa capitare è rinviarli (gli accordi commerciali, ndr) a dopo la decisione della Corte brasiliana…». «Questo non è un clima favorevole per ratificare» Trattati, incalza il ministro degli Esteri, Franco Frattini, tanto presente sulle pagine dei giornali quanto assente nella diplomazia che conta per il presidente del Consiglio: quella degli affari. Stop ai Trattati, è il coro che si alza dalla «banda degli smemorati». NUMERI DA RICORDARE Domanda: ma sanno di cosa stanno parlando? La gara a chi la spara più grossa copre una amara verità: quella di una Italietta berlusconiana che nel mondo non conta nulla, se non in una tenda libica o in una dacia russa. Una Italia senza credibilità. Ai (finti) smemorati vorremmoricordare che i trattati dadisdettare vanno dalla difesa ai trasporti, dall’energia all’agricoltura, alla costruzione di strutture sportive per i mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi di Rio del 2016…Alla «banda degli smemorati» ricordiamo dei numeri. Significati. Quelli dell’interscambio. Nel 2009 l’Italia ha superato la Francia come partner commerciale di Brasilia, diventando l’ottavo Paese esportatore con una quota di quasi il 3%. E negli ultimi anni – quelli della presidenza Lula – il numero di imprese che hanno aperto filiali in Brasile è più che raddoppiato, da 120 a 300. Qualche nome: Fiat, Iveco, Pirelli, Telecom, Eni, Impregilo, Finmeccanica, Fincantieri, Techint…E grazie all’Accordo di partenariato strategico firmato a Washington in aprile, gli spazi per gli appalti si sono estesi ulteriormente. Fincantieri e Finmeccanica sono interessate aun contratto per il rinnovamento delal flotta marina e fluviale brasiliana che potrebbe ammontare a 6 miliardi di euro. Per Fiat, il Brasile è il secondo mercato più importantedopol’Italia, vava rimarcato l’ad Sergio Marchionne dopo la visita in Italia di Lula nel novembre 2008. Tesi che Marchionne ha rinverdito pochi giorni fa, il 28 dicembre, quando ha posato la prima pietra del nuovo centro Fiat di Ipojuca (200mila auto l’anno, 3500 addetti, 4,4 miliardi di euro in investimenti). Un’occasione nella quale erano state siglate altre importanti intese. Tra l’altro,unaccordo quadro di collaborazione nel campo della difesa tra il ministro LaRussa e l’omologo brasiliano Nelson Jobin; in ballo 5 miliardi di euro per quattro fregate e cinque pattugliatori Fincantieri conarmamento Finmeccanica. Non basta. In campo anche l’alta velocità (giro di affari calcolato attorno ai 15 miliardi di euro), con Ansaldo Breda e Ansaldo sps; la collaborazione tra Agenzia spaziale italiana e brasiliana; i sistemi aeronautici con Alenia. El’elenco potrebbe proseguire. A lungo. INIZIATIVA BIPARTISAN «Governo, maggioranza e opposizione siano unite e facciano una sola battaglia per l’estradizione del criminale Cesare Battisti. Sosterremo le iniziative del ministro Frattini, compreso il ricorso al tribunale dell’Aja, per riconsegnare Battisti al nostro Paese..», afferma il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi. A sostegno si schiera anche il capogruppo di Fli alla Camera, Italo Bocchino. Bene Frattini, dice, maaggiunge, con la penna intinta nel veleno: «Servirebbe adesso un passo ulteriore a tutela della nostra dignità nazionale da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che farebbe bene a recarsi immediatamente a Brasilia per incontrare la Rousseff comunicandogli l’interruzione di tutti i rapporti commerciali tra i due Paesi, anche per dimostrare che il nostro esecutivo non privilegia gli affari ai principi. Nel caso Berlusconi accettasse il nostro consiglio questa volta farebbe bene a non farsi accompagnare dai giocatori brasiliani del Milan, madai parenti delle vittime di Battisti ». «Non lasceremo niente di intentato per riportare Battisti in una prigione italiana, non ci fermeremo di fronte a nessuna difficoltà», ribadisce in serata Frattini ai microfoni del Tg2. L’ultima parola spetta al Cavaliere silente. Che calzi l’elmetto è tutto da vedere.

da www.unita.it