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«Il Pd e il grande equivoco delle primarie. La scelta che cambia il futuro del partito», di Ilvo Diamanti

Non è un passaggio solo tecnico, ma nel centrosinistra assume un forte carattere simbolico. Eppure tra gli elettori di sinistra solo un terzo le giudica indispensabili. Parisi le definì “il mito fondativo dell’Ulivo”. In 4 milioni scelsero Prodi. L’utilizzo però è stato à la carte: sì per Veltroni e Bersani, no per Franceschini

Il Pd e il grande equivoco delle primarie La scelta che cambia il futuro del partito
Da qualche tempo, nel Pd, la passione per le primarie sembra in declino. Nel gruppo dirigente, perlomeno. Lo stesso Bersani, di recente, ne ha messo in dubbio il ricorso in caso di alleanza con il Terzo Polo (di Centro). Al quale le primarie – per usare un eufemismo – non piacciono. D’altronde, l’atteggiamento verso le primarie è sempre stato contraddittorio. Basti pensare al caso della Puglia, in vista delle Regionali di un anno fa, quando alcuni dirigenti del Pd (D’Alema e Letta, in particolare) tentarono di bloccarle. Per impedire la ricandidatura di Vendola. Senza esito. Anzi, con l’effetto opposto: rafforzare Vendola. Trionfatore delle primarie e ri-eletto Governatore. Tuttavia, non solo in Puglia, ma anche altrove, per esempio a Firenze e, di recente, a Milano, si sono imposti candidati diversi da quelli indicati dal Pd. Da ciò la crescente insofferenza dei suoi dirigenti verso le primarie. Con l’argomento che mobilitano soprattutto i “militanti”. E, in questo modo, favoriscono la scelta di candidati maggiormente caratterizzati. Ma, per lo stesso motivo, meno rappresentativi degli orientamenti degli elettori. Soprattutto, di quelli più moderati.

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In effetti, il dibattito sulle primarie è rivelatore di una questione più ampia. Che riguarda, direttamente, l’identità e il progetto del Centrosinistra in Italia. Oltre che del Pd, che ne costituisce il riferimento. Le primarie, infatti, non hanno un significato semplicemente “tecnico”. Assumono, invece, una grande importanza simbolica. Arturo Parisi, che (accanto a Prodi) ne è stato – se non il primo – uno dei primi sostenitori, le ha definite il “mito fondativo” dell’Ulivo. Soggetto politico a vocazione maggioritaria, destinato ad accogliere le istanze e le componenti più diverse del Centrosinistra. In altri termini: il modello dell’Unione, sperimentato alle elezioni del 2006. In vista delle quali si svolsero le primarie, nell’autunno del 2005, che designarono Romano Prodi candidato premier. Si trattò, in effetti, di una investitura. A cui, tuttavia, parteciparono oltre 4 milioni e 300 mila elettori – dei diversi partiti della coalizione. Non solo l’Ulivo, ma anche l’IdV, l’Udeur, i Verdi. Segno di una domanda effettiva e particolarmente ampia nel Centrosinistra. Si tratta, peraltro, dell’unica occasione in cui le primarie siano state utilizzate, in ambito nazionale, per il loro fine naturale (come rammenta spesso Gianfranco Pasquino). Cioè: selezionare il candidato a una carica monocratica. In questo caso: il Presidente del Consiglio. Successivamente, nel 2007 e nel 2009, hanno, invece, funzionato da surrogato – o da complemento – ai congressi di partito. Mediante cui eleggere i segretari – e gli organismi – del Pd. Che, nel frattempo, aveva sostituito l’Ulivo. Seguendo il modello americano del bipartitismo. Non più Unione, ma Partito Unico dei riformisti. Nell’autunno del 2009, in particolare, l’elezione del segretario e degli organismi avvenne attraverso un percorso complesso. Prima i Congressi – a livello di circolo e di provincia – riservati agli iscritti, con il compito di eleggere la Convenzione (e l’Assemblea nazionale). Poi le primarie, aperte agli elettori (dichiarati). Poi ancora l’Assemblea, a ratificare la scelta delle primarie. Un collage di modelli organizzativi, che riassume – ed enfatizza – l’incertezza progettuale alla base del Pd. In bilico fra “partito di massa” – dunque di “iscritti” – radicato a livello territoriale. E “partito di elettori”, in formato maggioritario e americano. Fondato sulle primarie. Un equivoco mai risolto. Che riemerge di continuo. E oggi diventa difficile da eludere e da rinviare. Anche perché coinvolge gli stessi elettori. I cui orientamenti riflettono la medesima incertezza dei gruppi dirigenti. Come emerge dal sondaggio di Demos (condotto nelle scorse settimane), la maggioranza degli elettori di Centrosinistra continua a ritenere utili le primarie per scegliere i candidati Premier, Sindaci, Governatori e Parlamentari. Ma coloro che vorrebbero utilizzare questa procedura “sempre” – e in ogni occasione – costituiscono comunque una minoranza, per quanto ampia: il 30%. Questa posizione, peraltro, è espressa dal 42% degli elettori di Sel, ma da poco più di un quarto di quelli del Pd e dell’Idv. Per contro, è vero che solo una quota limitata (intorno al 20%) rifiuta le primarie “a prescindere”. Tuttavia, fra gli elettori appare evidente un certo grado di confusione. Sulle primarie, sul partito, sul Centrosinistra.
Sulle primarie. Perché, fino ad oggi, sono state utilizzate “à la carte”. Per eleggere i candidati alle cariche di governo – centrale e locale. Vi si è fatto ricorso per designare Prodi ma non Veltroni. Né, a Roma, per candidare Rutelli. Per eleggere gli organismi e i segretari di partito: Veltroni e Bersani, ma non Franceschini.
Sul partito. Sul Pd. I suoi segretari, i suoi organismi, la sua identità. La sua memoria. Hanno tratto legittimazione dalle primarie. Senza che, peraltro, questa procedura venisse regolata e istituzionalizzata.
Sul Centrosinistra. Di cui le primarie hanno definito gli incerti confini. In modo estensivo, nel 2006. Da Mastella fino a Bertinotti. In modo selettivo, nel 2007. Quando Veltroni ne ha riassunto il perimetro intorno all’asse Pd-Idv.

Oggi, nel gruppo dirigente del Pd tutti questi dubbi restano. Irrisolti. E si ripercuotono, evidenti, sulle intese e sulla leadership. Ma con le elezioni che continuano a incombere è meglio scioglierli. Presto. Bersani e il gruppo dirigente del Pd: decidano. Quali intese e quali candidati. E quale metodo di coinvolgimento della base. In altre parole: quale modello di partito. Ma senza reticenze. Le primarie non sono una religione. Restano, tuttavia, il “mito fondativo”. Dell’Ulivo, del Pd. Non ultimo: sono la procedura attraverso cui è avvenuta l’elezione di Bersani e degli organi dirigenti del partito. Il rito che garantisce loro legittimazione. Discuterle è utile, perfino necessario. Consapevoli, però, che, nello stesso momento, si rimettono in discussione la leadership e il modello di partito. E anche questo mi pare utile, perfino necessario.

da www.repubblica.it

«Interruzione di gravidanza. Il Tribunale amministrativo: «illegittime» le linee guida lombarde», di Mariagrazia Gerina

Aborto, il Tar boccia i limiti imposti dal crociato Formigoni. Il tribunale amministrativo della Lombardia ha dichiarato «illegittime» le linee guida che prevedevano nuovi limiti all’aborto terapeutico. «Una materia così sensibile non può essere disciplinata» dalle Regioni.

Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni non l’ha presa bene. Alla bocciatura delle “sue” linee guida regionali sull’aborto, che il Tar ha dichiarato totalmente «illegittime», replica con una dichiarazione degna del principe di Salina. «Dopo la sentenza del Tar tutto rimane come prima negli ospedali lombardi», assicura, cercando di mantenere in vita, a dispetto della legge, la delibera 22 gennaio 2008 che i giudici amministrativi hanno cassato.
La sentenza, che sostanzialmente Formigoni si ostina a non riconoscere, parla molto chiaro. Intanto, spiega che «sarebbe del tutto illogico permettere che una materia tanto sensibile» come l’aborto, «possa essere disciplinata differentemente sul territorio nazionale, lasciando che siano le Regioni a individuare, ciascuna per il proprio territorio, le condizioni per l’accesso alle tecniche abortive». Poi, entra nel merito bocciando il limite perentorio, che la delibera introduceva ex novo e fissava a 22 settimane e tre giorni, oltre al quale, anche in caso di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, non sarebbe stato possibile in Lombardia procedere all’interruzione volontaria di gravidanza. Una indicazione hanno sottolineato i giudici amministrativi che contravveniva «alla chiara decisione del legislatore nazionale di non interferire in un giudizio volutamente riservato agli operatori» per «non imbrigliare in una disposizione legislativa parametri che possono variare a seconda delle condizioni sempre diverse», e «soprattutto del livello raggiunto dalle acquisizioni scientifiche e sperimentali in dato momento storico». Altro punto, censurato dal Tar, l’indicazione che l’accertamento dei gravi motivi psichici dovesse avvenire con la consulenza di uno psicologo o di uno psichiatra. Laddove la 194 «ha riposto piena fiducia nella capacità di valutazione dell’ostetrico-ginecologo». Insomma, la bocciatura del Tar è integrale. E dà pienamente ragione agli otto medici che con la Cgil avevano presentato ricorso rivolgendosi alla giustizia amministrativa. Ma il governatore non si rassegna. E boccia lui il Tar, spiegando che la sua delibera era solo «un atto di indirizzo». «La differenza è sostanziale perché con l’atto di indirizzo non si impone una disciplina, ma si indicano a tutti gli ospedali lombardi le migliori pratiche definite in accordo con i migliori professionisti».
E mentre Formigoni assicura che quelle «pratiche» continueranno come prima negli ospedali lombardi, il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione annuncia già la prossima crociata: «Limitare l’aborto entro e non oltre la ventesima settimana di gravidanza». Stavolta, per legge nazionale.
Mentre il segretario del Pd Lombardo Martina consiglia piuttosto di «non perdere altro tempo nell’applicazione rigorosa e totale degli impegni contenuti nella legge statale 194». Tanto più che la sentenza «è inequivocabile: il termine fissato dalla Giunta Formigoni delle 22 settimane contrasta con la legge nazionale», avverte la deputata radicale eletta nelle fila del Pd Maria Antonietta Coscioni, che denuncia: «A suo tempo avevamo debitamente avvertito, inascoltati, che si trattava di linee guida in evidente contraddizione con la legge 194 sull’aborto. Ma alle nostre interrogazioni e ai nostri atti parlamentari non è mai stata data risposta, così abbiamo dovuto attendere tre anni e l’intervento del Tar che finalmente ha ripristinato legalità e il buon senso».

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«Dal Piemonte al Lazio, l’attacco federale alla 194 in nome della vita», di MA.GE.

Non solo Lombardia. Le «linee interpretative» di Formigoni dovevano fare da apripista ad altre regioni nell’offensiva contro la legge 194. A cominciare dal Lazio, dal Piemonte e dal Veneto. Ma il Tar le ha fermate.
Le linee guida lombarde dovevano fare da apripista. Di più, quella dettata dal “Celeste” Formigoni doveva essere l’avanguardia di una via federalista alla revisione della legge 194. Non a caso paladina del provvedimento regionale appena bocciato dal Tar è stata in questi tre anni di ricorsi la sottosegretaria Eugenia Roccella. Le cronache dello scorso 27 novembre la ritraggono in prima fila alla veglia per la vita nascente celebrata in San Pietro mentre riceve dallo stesso Benedetto XVI il mandato di «andare avanti nell’azione politica di difesa della vita». E una delle principali promesse portate fin qui in dono è stata proprio il famoso «piano federale per la vita», da lei più volte annunciato. E pensato sul modello lombardo.
Era il 22 gennaio 2008: il governo Prodi cadeva e Formigoni varava la sua delibera-manifesto. Le nuove linee guida nazionali sulla 194, affossate in conferenza stato-regioni proprio dalla Lombardia, rimanevano nel cassetto, mentre il centrodestra si ritrovava in mano una carta in più per lanciare la sua nuova crociata elettorale.
Nonostante i ricorsi e la battaglia legale, in questi tre anni, la Lombardia ha fatto scuola. Seguita a ruota dalle altre regioni diventate a loro volta pilota.
In Piemonte, Roberto Cota, appena eletto presidente, ha spiegato che non poteva tirarsi indietro visto che il suo programma elettorale dava largo spazio alle associazioni pro-vita. «Quando si governa gli impegni si devono mantenere». Quindi via al provvedimento pro-vita. Una delibera che in questo introduce nei consultori pubblici la figura dei volontari anti-abortisti. L’opposizione in consiglio regionale ha alzato le barricate. Ma anche in questo caso la battaglia si sposterà nelle aule di tribunale. Come ha annunciato lo scorso 10 novembre il consigliere Andrea Stara, del gruppo Insieme per Bresso. Ricorso contro il Protocollo dell’assessore Ferrero che introduce nei consultori i volontari del movimenti pro vita. E sostegno legale alle associazioni e alle donne che vorranno sporgere denuncia contro la presenza dei volontari al primo colloquio.
Lo schema per colpire dall’interno la legge 194 è molto simile a quello messo a punto nella Regione Lazio da Olimpia Tarzia, segretaria generale del Movimento per la vita nonché consigliera eletta nella Lista Polverini, quella su cui il Pdl, rimasto a Roma senza lista, ha fatto convergere in massa i suoi voti.
Appena eletta, l’onorevole Tarzia si è fatta promotrice di una proposta di legge ancora più ideologica. Sia nella formulazione che nell’impianto.
In sostanza, la “sua” legge, se approvata, provvederà a finanziare i consultori privati o costituiti da associazioni familiari o che fanno capo a diocesi, equiparandoli a quelli pubblici. Ovviamente molti di quei consultori sono sostenuti proprio dal Movimento per la vita. Non solo. La legge riconosce, il concepito «come membro della famiglia» e definisce, come ha spiegato la stessa Olimpia Tarzia, la «posizione sussidiaria delle istituzioni pubbliche nei confronti di consorzi familiari, associazioni e ong che promuovono i valori familiari».
Anche in questo caso, si tratta di un test nazionale. Come ha avvertito la vicepresidente del senato Emma Bonino, già candidata alle ultime elezioni alla presidenza della Regione Lazio. E anche in questo caso, la mobilitazione per fermarne l’approviazione in consiglio regionale è fortissima. A promuoverla, oltre ai partiti d’opposizione ci sono i sindacati, le associazioni di donne. «Salviamo i consultori della Regione Lazio dalla proposta di riforma», è il titolo del manifesto promosso dalla Casa internazionale delle donne.

da L’Unità

«Il tramonto dei "duri" in politica», di Federico Geremicca

L’anno appena concluso ha di fatto arenato la legislatura in un pantano che ancora pochi mesi fa era difficile perfino da immaginare. E invece la situazione – sul piano della stabilità politica, certo, ma non solo su questo – è quella che è. L’eredità che il 2010 lascia all’anno che comincia, insomma, è pesante: ma nella lunga crisi politica che ha preceduto i voti di fiducia e di sfiducia del 14 dicembre, almeno un paio di questioni sono emerse con la forza dell’evidenza. E non sarebbemale tenerne conto per cercare di correre finalmente ai ripari.

La prima è certamente il naufragio dell’idea che una politica spiccia e muscolare sia sempre meglio che confrontarsi per poi, se possibile, scendere a patti: o almeno provare a cercarli.Da settembre in poi (mese in cui la crisi ha iniziato ad avvelenarsi) non un solo canale di comunicazione è stato aperto, non una posizione politica è cambiata, nulla si è mosso: «colombe » ed ambasciatori di pace sono stati subito additati come potenziali traditori ed il risultato è stato il finale thrilling cui abbiamo assistito. Una cosa a metà tra il codice penale ed un’amara commedia all’italiana. Da farci un film.Titolo: Il Venduto.

Partiti tutti lancia in resta – i luogotenenti di Berlusconi e i fedelissimi di Fini – e convinti di spuntarla col mero uso del diktat e della forza, hanno finito col mercanteggiare un cambio di campo o il rispetto della fedeltà appena giurata.

Comunque lo si guardi, l’epilogo rappresenta una sconfitta per i più duri tra i duri, da La Russa e Cicchitto, da Bocchino a Gasparri, passando per i colpi da cecchino di Maroni e Calderoli, poche uscite ma tutte distruttive: una gioiosa macchina da guerra – si sarebbe detto qualche tempo fa – che ora si lecca le ferite, prova a riaggiustare i pezzi e fa i conti con quel che è rimasto e che il mercato ancora offre. Mercato in tutti i sensi, naturalmente.

E’ stato – anche – un passaggio terribile per Silvio Berlusconi, avviatosi in battaglia con fanfare e minacce, per poi concluderla – più modestamente – con promesse e blandizie: ma non è che gli altri leader, nelle stesse settimane, se la siano passata granché meglio. Anzi, mai come stavolta, forse, i limiti e le debolezze del «leaderismo all’italiana» sono apparsi nella loro impietosa evidenza. Della rabbia impotente di Silvio Berlusconi abbiamo detto. E che aggiungere dell’incedere via via più barcollante di Gianfranco Fini o delle sentenze sempre più oscure di Umberto Bossi, che ormai parla come la Sibilla cumana e come tale viene interpretato?

E’ una difficoltà – una debolezza – che ha riguardato tutti: Bersani, nel suo zigzagare contraddittorio, condizionato ora da Vendola e ora da D’Alema; Casini, impegnato prima di tutto a evitare altre scissioni ed emorragie, dopo quella (dolorosissima) in terra siciliana; Di Pietro, il più duro dei duri, costretto a scoprire i «traditori» proprio nella sua agguerritissima falange, ed ora oggetto di sberleffi e di contestazioni. Mai come stavolta si è avvertito che il «leaderismo all’italiana» sta forse esaurendo le sue ultime cartucce. Lo spettacolo non regge più: e il potere che segretari e presidenti hanno fondato su risorse economiche illimitate, sul potere di decidere con un cenno chi entra e chi esce dal Parlamento e perfino sul fatto di aver stampato il proprio nome sulle insegne del partito, va inesorabilmente consumandosi, come la cera di una candela.

E’ evidente da anni che il sistema avrebbe bisogno di una profonda risistemata; e senza andare troppo indietro nel tempo, lo dimostrano le ultime due legislature: quella di Prodi, naufragata dopo due anni, e la terza di Berlusconi, quella attuale, avviatasi alla deriva appena giunta al giro di boa. Ed è ugualmente chiaro che sarebbe stato anche simbolicamente significativo che alla riscrittura delle regole si riuscisse a metter mano proprio in questo 2011, 150˚ anniversario dell’unità d’Italia. Sperare non costa nulla, naturalmente, ma gli ultimatum di Bossi e Calderoli – puntuali come i botti di fine anno – non paiono un gran viatico. L’ipotesi più probabile – purtroppo – è che leader sempre più deboli e partiti senza più radici, finiranno per continuare a galleggiare sulle loro promesse: nuova legge elettorale, fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, abolizione delle province… E’ una filastrocca che si potrebbe mandare a memoria: e che – questo è il timore – continueremo magari a recitare anche in questo anno, che doveva essere di orgoglio e di celebrazione…

da www.lastampa.it

«I nodi irrisolti della rappresentanza e della democrazia sindacale», di Pippo Frisone

Quella della rappresentanza e della democrazia sindacale che lascia l’ultima parola decisiva, non solo consultiva ai lavoratori, è l’unica vera “riforma” senza la quale i nuovi modelli contrattuali rischiano di essere delle scatole vuote

L’ultimo documento unitario di CGIL-CISL-UIL è del 2008 e risale alla Piattaforma sui nuovi assetti contrattuali che aveva l’ambizione di riformare l’oramai obsoleto accordo di luglio del 93 , patrocinato e fortemente voluto all’epoca da Carlo Azelio Ciampi.
Bisognava passare dalla lotta all’inflazione al recupero salariale, con nuovi assetti di contrattazione mantenuti su due livelli sia pure integrati da loro, alla durata triennale dei contratti , al nuovo indice di calcolo dell’inflazione.
Poi tutti sappiamo come è andata a finire. Accordo separato e mancata firma della CGIL, cui seguirono altri accordi separati di categoria, compreso quello del secondo biennio economico 08-09 del comparto scuola che videro la FLC-CGIL non firmataria di quell’accordo.
Per arrivare all’era Marchionne, con la Fiat a Pomigliano e a Mirafiori che mette fuori gioco la Fiom-Cgil , il sindacato dei metalmeccanici più rappresentativo ( 26,3% ) e più intransigente.
A Pomigliano l’accordo fu validato con un referendum dal 60% di si e 40% di no. A Mirafiori ci sarà un altro referendum che dovrà convalidare, come molto probabilmente avverrà,un accordo ancora più significativo non soltanto per l’esclusione della Fiom ma perché riguarderà la fuoriuscita della nuova Fiat auto dalla Confindustria, dal contratto nazionale e più in generale dal sistema delle relazioni industriali per come l’abbiamo conosciuto fino al 2010.
E’ questa la sfida lanciata da Marchionne ai sindacati, alla Confindustria e alla stessa politica. Ma sappiamo anche che la Fiat non può uscire dalla crisi solamente scaricando sulle spalle dei lavoratori i maggiori oneri e restringendone i diritti. La perdita di quote di mercato, i modelli di auto che non incontrano più il gradimento degli italiani (meno del 30%) chiamano in causa le responsabilità del management e non si possono imputare solo alla bassa produttività degli operai Fiat o alla Fiom che non firma gli accordi capestro né si possono recuperare le quote perse a colpi di referendum, prendere o lasciare.
Sono le scelte strategiche, i piani industriali di questi anni che devono far riflettere prima ancora di addossare tutte le colpe ai sindacati italiani, alla rigidità dei contratti nazionali o ai troppi diritti degli operai in fabbrica.
E’interesse di tutti e a garanzia degli investimenti che verranno fatti nel nostro paese, risolvere una volta per tutte il nodo della democrazia sindacale assieme a quello della rappresentanza , che non va più rinviato come invece è stato fatto finora. Tornare alle RSA e ad una lettura rigida dell’art.19 dello Statuto, cancellando l’accordo sulle rappresentanze sindacali (RSU) del 1.3.1991 o far scegliere al datore di lavoro i rappresentanti dei lavoratori, credo che non possano costituire l’orizzonte strategico da perseguire per Cisl e Uil ma nemmeno per Confindustria e la stessa Fiat.
E allora, occorre ripartire da lì, da quell’ultimo documento unitario del 2008 sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale, andando ad una generalizzazione delle RSU in tutti i luoghi di lavoro sulla falsariga di quanto è stato fatto nel Pubblico Impiego col dlgs.n.165/01. In gioco non c’è soltanto la ricomposizione unitaria del fronte sindacale o la rimessa in gioco della Fiom. Se non si arriva ad un accordo tra tutte le parti sociali, allora sia una legge del Parlamento a intervenire sulla rappresentanza sindacale e sulla validazione dei contratti. Siano poi il CNEL o l’INPS a convalidare e a certificare il grado di rappresentanza delle OO.SS. nel privato, dopo aver ben definito gli ambiti e i parametri di misurazione ( dato associativo+ dato elettorale categoria per categoria).
La lezione di Pomigliano e Mirafiori però deve rimanere un punto di non ritorno per tutti.
Gli accordi nazionali o aziendali, da oggi in poi, devono essere sottoposti a referendum vincolanti per tutti i soggetti firmatari e non.
Solo così si potranno superare discriminazioni e veti paralizzanti. Quella della rappresentanza e della democrazia sindacale che lascia l’ultima parola decisiva, non solo consultiva ai lavoratori, è l’unica vera “riforma” senza la quale i nuovi modelli contrattuali rischiano di essere delle scatole vuote. Non a caso è una riforma temuta da alcuni sindacati e per questo motivo sempre rinviata ma che oggi è più che mai necessaria per nuove e più moderne relazioni sindacali che la stessa globalizzazione ci impone…

da ScuolaOggi

"Ricordiamo i morti sul lavoro del 2010", di Marco Bazzoni*

Il 2011 è arrivato, ieri tutta Italia a festeggiare per l’arrivo del nuovo anno, ma c’erano anche delle persone che non avevano nulla di cui festeggiare, e sono i familiari dei 1080 lavoratori, che nel 2010 hanno perso la vita perchè sono morti sul lavoro. In attesa dei dati che ci fornirà l’Inail per l’anno 2010, notiamo che rispetto al 2009 quando ci sono stati 1050 morti sul lavoro, i morti sono sul lavoro nel 2010 sono in aumento, questo secondo i dati forniti dal blog Caduti sul Lavoro.

Dopo questa premessa, vorrei ricordare, che i dati Inail tengono conto solo degli infortuni denunciati, quindi sono dati che vanno presi come punto di riferimento, ma non come dati definitivi, perchè non tengono conto anche di tutti i lavoratori che muoiono “in nero” o che denunciano l’infortunio come malattia per paura di ritorsioni dal parte del datore di lavoro, perchè hanno un lavoro precario, quindi sono ricattabili.
Ecco perchè ho sempre detto che questi dati sono fortemente sottostimati.

Io vorrei ci ricordassimo di tutte queste persone che non ci sono più, che molte volte sono morte perchè nelle aziende non si rispettavano neanche le minime norme di sicurezza sul lavoro.
Ma non dobbiamo dimenticarci anche degli oltre 25 mila lavoratori che sono rimasti invalidi, e che difficilmente potranno essere ricollocati sul lavoro: c’è chi ha perso un piede, una gamba, un braccio, una mano, un occhio o è rimasto in carrozzina.

Qual’è la soluzione perchè si riducano drasticamente tutti questi infortuni e le morti sul lavoro?!
Di una cosa sono sicuro, non è di certo quella intrapesa dal Governo Berlusconi, che il 3 Agosto 2009, con il Dlgs 106/09, detto decreto correttivo al Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro (Dlgs 81/08), ha completamente stravolto il testo voluto dal Governo Prodi, dimezzando tra le tante cose, molte sanzioni a carico dei datori di lavoro, dirigenti, preposti, e sostituendo in alcuni casi il carcere con l’ammenda.

L’unico deterrente che temono i datori di lavoro sono le sanzioni, se vengono dimezzate, cosa resta?
I controlli forse?
Ma se l’Asl hanno un personale ispettivo ridotto all’osso che è formato da circa 1850 tecnici della prevenzione (o ispettori Asl), che sono in continuo calo, perchè man mano che molti tecnici vanno in pensione, non ne vengono assunti altri.
Tanto è che se dovessero controllare tutte le aziende che ci sono in Italia, che sono circa 6 milioni, ogni azienda riceverebbe un controllo ogni 33 anni, quindi considerando la vita media di un’azienda, praticamente MAI.

Non è una soluzione neanche quella del Ministero del Lavoro, di fare una campagna per la sicurezza sul lavoro, con lo slogan “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”, con degli spot che colpevolizzano i lavoratori: , sembra quasi perchè i lavoratori non vogliono bene a loro stessi e alle loro famiglie, ecco perche si infortunano sul lavoro, restano invalidi, si ammalano o peggio muoiono.
Mentre dice poco o nulla sulle responsabilità dei datori di lavoro.

Mi dispiace ma non ci siamo assolutamente.
Scusate se mi ripeto, l’ho detto fino allo spasimo, ma sembra quasi che chi di dovere non ci voglia sentire o faccia finta di non sentire, la prima cosa da fare sarebbe iniziare ad insegnare la sicurezza sul lavoro fin dalle scuole elementari come si fa in Francia, perchè molte volte ho sentito parlare di mancanza di cultura della sicurezza sul lavoro, sia nei datori di lavoro, che nei lavoratori, ma se non la iniziamo ad insegnare fin da piccoli, come pretendiamo che ci sia la cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro?

Perchè non dimentichiamocelo mai, gli studenti di oggi, saranno i lavoratori e gli imprenditori di domani….
Inoltre, andrebbero ripristinate, quindi aumentate le sanzioni a carico dei datori di lavoro, dirigenti e preposti, perchè è impensabile che l’unico deterrente sia abbassato.
I controlli vanno aumentati, questo lo dicono tutti, peccato solo a parole.
Per far ciò bisogna sia aumentato fortemente il personale ispettivo delle Asl, perchè solo così si possono reprimere i comportamenti scorretti di molti datori di lavoro, che consideranno la sicurezza sul lavoro, come un optional per la loro azienda.

Io mi sono stancato di sentire da più parti, che non ci deve essere repressione verso le aziende per quanto riguarda la sicurezza su lavoro.
Ma quando mai c’è stata tale repressione?
Quando?
Magari ci fosse stata, probabilmente non avremmo tutti questi infortuni e morti sul lavoro…..
Io voglio invitarVi a leggere la denuncia sia alla Commissione Europea, che al Parlamento Europeo

Dopo 13 mesi da quando ho fatto la denuncia sulle difformità di alcuni articoli del Dlgs 106/09, rispetto alla Direttive Europee sulla sicurezza sul lavoro, il 30 Novembre mi è arrivata (finalmente) la risposta del Capo dell’Unità Salute, sicurezza e igiene sul luogo di lavoro, della Commissione Europea Occupazione, Affari Sociali, Pari Opportunità, che mi ha comunicato, che a Gennaio 2011 verrà proposto all’Esecutivo della Commissione Europea, l’apertura una procedura d’infrazione contro l’Italia, per la mancata conformità delle misure di recepimento italiane in relazione a certe disposizioni della direttiva europea 89/391/CEE sulla sicurezza sul lavoro, tra cui deresponsabilizzazione del datore di lavoro (articolo 5 direttiva), posticipazione dell’obbligo di valutazione del rischio di stress legato al lavoro (articolo 6, paragrafo 3, punto a), proroga dei termini impartiti per la redazione del documento di valutazione dei rischi per una nuova impresa o per modifiche sostanziali apportate ad un impresa esistente (articolo 9, paragrafo 1, punto a).

* Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la Sicurezza-Firenze.

da www.articolo21.org

"Immigrati, via libera ai nuovi ingressi 85mila posti, clic-day dal 31 gennaio", di Vladimiro Polchi

Scatta la corsa alle quote: il primo clic day è fissato il 31 gennaio. La notizia è nelle pieghe della Gazzetta ufficiale numero 305 del 31 dicembre 2010, che ha pubblicato il nuovo decreto flussi. Come anticipato da Repubblica, dopo due anni di stop l´Italia riapre le porte ai lavoratori extracomunitari. La lotteria delle quote partirà «alle ore 8 del trentunesimo giorno successivo alla data di pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale». Dunque il 31 gennaio 2011. Tutta la procedura sarà via internet, attraverso il sito del ministero dell´Interno. A vincere un “posto da regolare” saranno i più veloci, visto la scarsità delle quote in palio: 86.580 nuovi ingressi e 11.500 conversioni di permessi di soggiorno.
Il primo appuntamento è per il 31 gennaio. Alle ore 8 ci si potrà connettere al sito del Viminale e spedire domanda per l´assunzione di 52.080 lavoratori provenienti da Paesi che hanno sottoscritto accordi di cooperazione con l´Italia: Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Filippine, Ghana, Marocco, Moldavia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Tunisia, India, Perù, Ucraina, Niger e Gambia.
Bisognerà invece aspettare la mattina del 2 febbraio per poter presentare online domanda d´assunzione per colf, babysitter e badanti provenienti da Paesi che non hanno stipulato accordi con l´Italia. In questo caso i posti in palio sono solo 30mila.
Il 3 febbraio, infine, sarà la volta delle conversioni dei permessi di soggiorno di studio, delle domande di lavoratori (4mila) che hanno completato specifici programmi di formazione nel Paese di origine e di 500 lavoratori di origine italiana per parte di almeno uno dei genitori fino al terzo grado in linea diretta di ascendenza, residenti in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile.

La Repubblica 02.01.11

"È vero, siamo un Paese per vecchi anche se abbiamo le università migliori", di Elena Dusi

L´oncologo Gattinoni a 30 anni è andato negli Usa: qui ti prendono sul serio a prescindere dall´età. «Ero un medico specializzando e con alcuni colleghi riuscii a pubblicare una ricerca su una rivista importante. Avevamo trovato una terapia efficace per un paziente con un melanoma che in genere lascia solo sei mesi di vita. Fu una soddisfazione enorme. Ma quando lo raccontai al mio primario, lui mi disse “Pensa a fare cose più importanti” ritenendo che non sarebbe mai stato pubblicato».
È uno degli ultimi ricordi italiani di Luca Gattinoni, che ha lasciato l´Italia a 30 anni alla fine della specializzazione in oncologia all´università di Milano e all´Istituto Nazionale Tumori e oggi è “staff scientist” (qualcuno lo tradurrebbe con “scienziato col posto fisso) al Center for Cancer Research, la punta di lancia del settore della ricerca oncologica dei National Institutes of Health americani.
Ha ragione il presidente Napolitano a dire che in Italia le opportunità per i giovani sono soffocate?
«L´Italia è un Paese per vecchi. Una delle prime cose che ti colpiscono quando arrivi negli Stati Uniti è quanto tu venga giudicato in base a quel che vali, non alla tua età. L´insegnamento universitario in quel Paese non è affatto migliore del nostro, anzi. La mole di studio è superiore in Italia, la preparazione di base molto più ampia e di larghi orizzonti. Ma io sono sicuro che se avessi chiesto il permesso al mio primario, quell´articolo non lo avrei scritto mai».
Come nacque l´idea di scriverlo?
«Un giovane oncologo in Italia si sente spesso incastrato. Le sperimentazioni di nuove cure sono in mano ai grandi centri. A pubblicare i risultati sono in genere i primari, e la manodopera dei giovani collaboratori ha poche speranze di essere riconosciuta. Quell´episodio mi ha insegnato che è meglio chiedere scusa dopo, che non chiedere il permesso prima».
Nelle pubblicazioni scientifiche americane invece si trovano spesso nomi di studenti.
«E non solo studenti. Ora nel nostro laboratorio c´è un ragazzo che ha appena finito la laurea breve. Prima di iscriversi a medicina ha scelto di passare due anni “assaggiando” il mondo della ricerca. Ha molta voglia di lavorare e in team con altri colleghi ha già pubblicato quattro articoli di primo livello. Quel che conta negli Usa non sono i titoli di studio, ma la revisione cui periodicamente – da noi ogni quattro anni – sono sottoposti un´équipe di ricerca e le sue pubblicazioni».
Di fronte ai tagli a università e ricerca in Italia, chi lavora negli Usa tira un sospiro di sollievo?
«Sì, ma io mi trovo in una realtà particolare. I National Institutes of Health sono un ente governativo che riceve fondi pubblici in maniera abbastanza uniforme nel tempo. In Italia invece buona parte dei finanziamenti viene dal settore privato, in particolare dall´Airc per l´oncologia».
È l´insicurezza l´ostacolo al rientro dei ricercatori?
«A volte sono tentato dall´idea di tornare, anche se gli stipendi sono nettamente più bassi. Ma quel che veramente conta per uno scienziato non è la busta paga. Sono piuttosto le condizioni per fare ricerca ad alto livello, cioè i fondi per il laboratorio e l´autonomia. Senza di quelli, bastano solo due o tre anni per uscire dal giro della scienza di primo piano. E a quel punto rientrarci è difficilissimo, si rischia di finire bloccati per sempre».