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"I debutti assoluti del 2010: ecco cosa è accaduto per la prima volta nell'anno che si chiude", di Chrystyna Lapychak

Il giro dell’anno che sta per finire in quindici “prime volte”: dalla gigantesca eruzione del vulcano islandese dal nome impronunciabile, che ha bloccato il traffico aereo sull’Atlantico e sul Vecchio continente, all’inedita presenza dell’ambasciatore americano alla commemorazione del bombardamento atomico di Hiroshima. Ecco una panoramica sulle principali novità portate dal 2010.

TRASPORTO
Aerei in stallo per la cenere del vulcano Eyjafjallajokull
1. Nel mese di aprile, un’enorme nuvola di cenere vulcanica ha bloccato il traffico aereo in gran parte d’Europa per una settimana, infliggendo all’aviazione civile i danni peggiori dai tempi della Seconda guerra mondiale. La densa nube si è formata quando uno dei vulcani islandesi, lo Eyjafjallajokull, rimasto inattivo per 200 anni, ha eruttato per la seconda volta in un mese il 13 aprile. Le autorità dell’aviazione civile hanno bloccato i voli e chiuso gli spazi aerei, lasciando milioni di persone a terra e causando gravi perdite per le compagnie aeree e altri settori. Volare in una nube di cenere può danneggiare gli aerei a reazione. Le compagnie aeree, che hanno perso 200 milioni di dollari al giorno, hanno accusato le autorità di eccesso di zelo.
2. I dati diffusi a maggio dal ministero del Commercio Usa hanno rivelato che, da aprile 2009 a marzo 2010, le esportazioni statunitensi verso l’Asia hanno superato quelle verso la Ue per la prima volta nella storia, secondo il blog del Wall Street Journal Real Time Economics. Gli Usa hanno esportato merci per 227,6 miliardi di dollari in Cina, India, Corea, Hong Kong, Taiwan e una manciata di altri paesi asiatici (con un incremento del 3,7%) mentre le spedizioni verso la Ue nello stesso periodo sono crollate del 13,9% a 223,7 miliardi di dollari.
3. A Barcellona un’équipe di chirurghi ha effettuato il primo trapianto integrale del volto su un agricoltore trentunenne del posto, identificato solo come Oscar, rimasto gravemente sfigurato in un incidente di caccia. L’intervento, effettuato il 20 marzo, è durato 24 ore e ha dato al paziente zigomi, muscoli facciali, denti, palato, pelle, naso, labbra, mandibola e dotti lacrimali nuovi. Dall’incidente subito nel 2005, non era più stato in grado d’inghiottire, parlare o respirare in modo normale e i nove tentativi precedenti di ricostruzione del viso non erano andati a buon fine.
4. A sessantacinque anni di distanza da quando il bombardiere americano Enola Gay sganciò una bomba atomica su Hiroshima, l’ambasciatore Usa in Giappone, John Ross, ha partecipato per la prima volta alla cerimonia annuale della pace che commemora le vittime della bomba. Ross si è unito ai rappresentanti di 74 paesi per ricordare il momento dello sgancio della bomba, alle 8,15 del 6 agosto 1945. L’ordigno uccise circa 140mila persone nei giorni finali della Seconda guerra mondiale. In una dichiarazione, Ross ha affermato che la commemorazione offre la possibilità di ribadire l’impegno per il disarmo nucleare, che rappresenta una priorità per il presidente Barack Obama. Secondo il Dipartimento di stato americano, Ross ha rappresentato il paese nella Città della pace «per esprimere rammarico per tutte le vittime della Seconda guerra mondiale». Le autorità giapponesi hanno accolto favorevolmente l’iniziativa, definendola un primo grande passo. Alcuni sopravvissuti hanno chiesto all’America di scusarsi per il bombardamento atomico.
5. Dopo aver lottato per mesi con la peggiore crisi vista negli 11 anni di vita dell’euro, il 2 maggio la Ue e l’Fmi hanno accettato di salvare la Grecia in balia dei debiti per preservare la stabilità della moneta unica. Il prestito da 110 miliardi di euro, che rappresenta il primo salvataggio di uno stato membro dell’Eurozona, è arrivato appena in tempo per evitare l’insolvenza della Grecia sul proprio debito sovrano, detenuto in larga misura da banche francesi e tedesche. La Germania, principale donatore, ha mostrato una certa riluttanza e acconsentito a una mossa profondamente impopolare solo dopo l’impegno della Grecia ad adottare misure drastiche per la riduzione del deficit e del debito nazionale.
6. La 19ª edizione del Campionato del mondo di calcio Fifa si è giocata per la prima volta nella storia in terra africana, precisamente in Sudafrica, dall’11 giugno all’11 luglio. Il simbolo della lotta all’apartheid, Nelson Mandela, si è impegnato molto per portare nel proprio paese l’evento sportivo più popolare al mondo, con la speranza di unire una nazione ancora profondamente divisa e dimostrare l’infondatezza degli stereotipi negativi sul Continente. Nonostante l’eliminazione della squadra di casa al primo turno, in un paese pazzo per il calcio che conta 49 milioni di abitanti, il pubblico locale ha continuato a fare il tifo per altre squadre africane. La finale giocata a Johannesburg l’11 luglio, in cui la Spagna ha battuto per 1 a 0 l’Olanda conquistando per la prima volta il titolo mondiale, è stata seguita da 700 milioni di telespettatori in tutto il mondo.
7. La Cina ha sottratto agli Usa la palma di maggior consumatore di energia al mondo per la prima volta nella storia, secondo un rapporto pubblicato a luglio dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), i cui calcoli sono stati però contestati dal governo cinese. Secondo l’Iea, nel 2009 la Cina ha utilizzato 2.252 milioni di tonnellate di risorse energetiche, fra petrolio greggio, nucleare, carbone, gas naturale ed energia rinnovabile: il 4% in più rispetto agli Usa. Da oltre un secolo e fino all’anno scorso, gli Usa erano il principale consumatore di energia al mondo. Solo dieci anni fa, il consumo totale di energia della Cina era la metà di quello statunitense. Gli Usa restano in testa alla classifica del consumo energetico pro capite.
8. In Nuova Zelanda due inventori hanno presentato il primo paio di gambe bioniche al mondo in grado di permettere a un paraplegico di alzarsi in piedi, camminare e salire le scale. Richard Little e Robert Irving hanno avuto l’idea sette anni fa, ispirati da un esoscheletro robotico indossato dal personaggio interpretato da Sigourney Weaver nel film Aliens. Il sistema denominato Rex, manovrato con un joystick e dal peso di 38 chili, è stato testato per la prima volta il 15 luglio da Hayden Allen, un ingegnere di 23 anni paralizzato dal torace in giù in seguito a un incidente motociclistico subito cinque anni fa, che secondo i medici non avrebbe camminato mai più. Nel corso di una conferenza stampa, ha riferito di sentirsi di nuovo un essere umano normale. Il sistema Rex dovrebbe essere in vendita in Nuova Zelanda entro la fine del 2010 e nel resto del mondo da metà 2011.
9. Nella peggiore crisi del sistema economico dalla rivoluzione comunista del 1959, il 13 settembre Cuba ha annunciato il licenziamento di 500mila dipendenti statali (il 10% della forza lavoro) entro marzo del 2011, e i piani per tagliare un altro mezzo milione di posti di lavoro nel settore pubblico. Il governo ha espresso l’auspicio che le imprese private assumano più dipendenti, ora che la regolamentazione delle aziende non statali è stata ammorbidita. Soltanto il 10% circa della popolazione attiva dello stato caraibico può legalmente gestire un’attività propria, ma i licenziati saranno incoraggiati ad avviare piccole imprese o a cercare lavoro presso cooperative private, che per la prima volta saranno consentite.
10. Con 246 voti a favore e 1 contro, il 14 settembre il Senato francese ha approvato, per primo in Europa, il bando dei veli che coprono il viso, come il burqa islamico. Le donne che indossano un velo a copertura totale del volto potranno essere multate per 150 euro o costrette a frequentare corsi di cittadinanza francese, e chiunque costringa una donna a indossare un velo di questo tipo sarà passibile di multa fino a 30mila euro e di condanna a un anno di carcere. Al fine di scongiurare il rischio che la norma sia dichiarata incostituzionale, il testo non fa alcun riferimento a veli o burqa, ma afferma soltanto che nessuno può coprirsi il volto, a meno che ciò non sia richiesto o autorizzato ai sensi di legge. In Francia, su una popolazione musulmana di 5 milioni, la più numerosa d’Europa, solo circa 1.900 donne indossano un velo integrale.
11. Alla cerimonia di premiazione del 7 marzo, Kathryn Bigelow, regista di The Hurt Locker, è diventata la prima donna negli 82 anni di storia degli Academy Awards a conquistare l’Oscar per la regia. Alla pellicola è andato anche il premio per il miglior film. Le registe donne restano una rarità a Hollywood, secondo Martha M. Lauzen, che ogni anno raccoglie i dati sulle donne impegnate nell’industria cinematografica statunitense. «Sull’insieme dei registi che hanno lavorato ai primi 250 film del 2009, le donne rappresentano solo il 7%», ha riferito al New York Times.12. Gli elettori sono arrivati in massa il 27 giugno per partecipare alle prime elezioni libere della storia della Guinea. Il paese dell’Africa occidentale ricco di minerali è stato governato da dittatori autoritari e militari fin dall’indipendenza dalla Francia nel 1958. L’opportunità di porre fine al regime militare si è presentata con l’avvento al potere del generale Sekouba Konate nel 2009. Konate ha promesso di restituire un governo civile a questo stato di 10 milioni di abitanti, afflitto dalla povertà, attraverso libere elezioni con divieto di candidatura per i militari. Due dei 24 candidati, appartenenti ai due gruppi etnici più numerosi, si sono affrontati al ballottaggio. In un clima teso, ma sostanzialmente pacifico, il secondo turno si è concluso il 7 novembre con la vittoria provvisoria del leader dell’opposizione Alpha Conde sull’ex primo ministro Celou Dalein Diallo (52 contro 47%).
13. Il 7 aprile il primo ministro russo, Vladimir Putin, è diventato il primo fra i leader russi e sovietici a rendere omaggio ai circa 22mila prigionieri di guerra polacchi trucidati dalla polizia segreta sovietica nella foresta di Katyn, e in altre località, fra aprile e maggio del 1940. Il leader russo e il primo ministro polacco, Donald Tusk, hanno presenziato a una cerimonia congiunta in occasione del 70° anniversario del massacro. L’Unione Sovietica ha negato la responsabilità del massacro fino al 1990, quando lo ha ammesso ufficialmente condannando l’atto in sé e il successivo insabbiamento. Prima della visita, il film Katyn, girato nel 2007 dal regista polacco Andrzej Wajda, è stato trasmesso dalla televisione pubblica russa per la prima volta.
14. In vista di un’elezione all’ultimo voto, in programma il 6 maggio, i leader dei tre partiti principali si sono affrontati nella prima serie di dibattiti tv simili a quelli che si svolgono negli Usa. Con i voti di circa sei milioni d’indecisi in palio, il leader conservatore David Cameron, il candidato del Partito liberale Nick Clegg e il primo ministro uscente Gordon Brown si sono scontrati in tre dibattiti in diretta da 90 minuti ciascuno. Li hanno seguiti 22 milioni di spettatori in totale, ma l’audience non si è trasformata in voti. Il verdetto elettorale ha restituito un parlamento “appeso”, che ha spinto i Lib Dem e i Tories a creare il primo governo di coalizione da 70 anni a questa parte.
15. Scienziati britannici hanno individuato in una galassia vicina una stella gigantesca che, con dimensioni pari a 265 volte quelle del nostro Sole, è la più pesante di cui si abbia notizia. La scoperta è stata descritta nel bollettino di luglio della Royal Astronomical Society. Nota come R136a1, la stella gigante un tempo potrebbe aver avuto un peso di addirittura 320 masse solari, ma si è bruciata con tale intensità da avere una lucentezza quasi dieci milioni di volte superiore a quella del Sole. La stella “mostro” è la più grande di varie stelle giganti individuate all’interno della nebulosa Tarantola nella Grande nube di Magellano, una piccola galassia satellite che orbita intorno alla Via Lattea. Queste stelle sono estremamente rare, in quanto si formano soltanto nei grappoli di stelle più densi, e hanno un ciclo di vita breve: le più grandi durano soltanto tre milioni di anni. Il nostro Sole ha iniziato a bruciare 4,57 miliardi di anni fa.

Il Sole 24 Ore 31.12.10

"E gli studenti anti-Gelmini esultano", di G.D.M.

“Ci ha messi al centro della scena”. Dai partiti applausi bipartisan. Polemica del Carroccio sui 150 anni dell´Italia Borghezio: “Unita dalla mafia”. Berlusconi chiama il Colle. Bersani: “Il Quirinale pone in primo piano i problemi reali”. Il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano è piaciuto a quasi tutti. Alle forze politiche, con l´eccezione polemica della Lega sempre in prima fila per le elezioni anticipate, ma in particolare ai giovani studenti che hanno contestato la riforma Gelmini sull´università. Il richiamo a loro ha commosso i ragazzi. «Ci ha messo al centro della scena. Vuol dire che abbiamo proprio ragione, non è una nostra impressione – dice Claudio Riccio, uno dei 12 delegati che il 22 dicembre fu ricevuto dal presidente della Repubblica -. E il fatto che abbia dedicato a noi il suo intervento significa che siamo riusciti a modificare il dibattito pubblico. Un´impresa assolutamente non facile».
La politica tira le parole del capo dello Stato dalla parte che più fa comodo a ciascuno. Evitando clamorose forzature, fatta salva la posizione di Umberto Bossi che critica il capo dello Stato per un´omissione: «Poteva dire una parola sul governo e non lo ha fatto». Poi precisa sulle celebrazioni unitarie: «Il modo migliore di ricordare i 150 anni dell´Unità d´Italia sarebbe fare la controstoria e raccontare la verità su quello che avvenne allora». Una controstoria che per Mario Borghezio è già scritta e non è certo in linea con quella tratteggiata dal capo dello Stato venerdì sera: «L´Italia l´ha unita la mafia».
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha seguito la trasmissione a reti unificate ad Arcore e subito dopo ha chiamato Napolitano per fargli gli auguri. «L´ho apprezzato – è stato il suo commento – . Ha sollevato molte questioni reali». A Napolitano sono giunte anche le telefonate di Pier Luigi Bersani, di Scalfaro e Ciampi, dei presidenti delle Camere Schifani e Fini, di Gianni Letta, del segretario Cgil Camusso.
Bersani ha ringraziato Napolitano: «Ci ha regalato verità di cui abbiamo estremo bisogno. Siamo di fronte a problemi gravi. Noi accettiamo la sfida come forza di opposizione che agisce pensandosi come forza di governo». Per il segretario del Pd «unità del Paese, stabilità e crescita sono obiettivi stringenti da raggiungere con una politica che rafforzi la sua dignità e il suo ruolo, producendo un impegno per le riforme e rigorosi comportamenti. Solo in questo modo – spiega Bersani – libereremo la strada alle nuove generazioni e non faremo gravare sul loro futuro le nostre inadempienze».
Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto elogia «il presidente sopra le parti». Dice Schifani: «Colto con esattezza l´animo del Paese». Per Fini «l´invito è quello di uscire dal frastuono e dal calcolo tattico». Di Pietro si unisce all´allarme del capo dello Stato: «Lo condividiamo, giusta la sottolineatura della disuguaglianza del reddito. Noi però come forza politica dobbiamo indicare il responsabile dello sfascio: questo governo». Lorenzo Cesa dell´Udc sottoscrive le parole del Quirinale: «Senza futuro per i giovani non c´è futuro per l´Italia». E Camusso commenta: «È molto positivo che in un momento difficile siano arrivate parole di speranza per i giovani».

La Repubblica 02.01.11

"Generazione tradita", di Massimo Giannini

Cani randagi nella notte scura, la vita no, non fa paura. Nelle parole di una vecchia canzone c´è la nuova fotografia di tanti giovani di oggi. Vagano irrequieti, a volte arrabbiati, quasi sempre sfiduciati. Abbaiano alla luna. Con un´aggravante: la vita, stavolta, fa davvero paura. Su questa sottile linea d´ombra, sul crinale sospeso tra protesta e proposta per una modesta “riforma” dell´Università, gli Invisibili tra i 18 e i 30 anni sembrano tornati al centro della scena pubblica.
A questa Generazione Tradita il presidente della Repubblica ha dedicato il suo messaggio di Capodanno. Parole non banali e non rituali, quelle di Giorgio Napolitano, che alla politica detta un´Agenda totalmente nuova e diversa. Che serva a restituire un´idea di futuro ai giovani, e quindi un progetto di crescita all´Italia intera. Che sia scritta fuori “dall´abituale frastuono e da ogni calcolo tattico”. Ma proprio per questo, l´Agenda del Quirinale non ha chance per trasformarsi in un´Agenda di governo.
La diagnosi del Capo dello Stato è incontrovertibile. Il profondo malessere delle nuove generazioni. Il distacco abissale e allarmante tra la politica, le istituzioni e la società civile. La mancanza di opportunità di lavoro, senza le quali “la democrazia è in scacco”. La disoccupazione che dilaga soprattutto tra i ragazzi e le donne, nella colpevole indifferenza dell´establishment, quando ci sarebbe l´urgenza di trasformarla invece “nell´assillo comune dell´intera nazione”. Il dovere di estinguere l´enorme cambiale del debito pubblico che nonni e padri hanno scaricato all´incasso di figli e nipoti, macchiandosi di una “colpa storica e morale”. L´imperativo di tagliare il nodo delle disuguaglianze del reddito e della ricchezza, che hanno acuito “l´impoverimento di ceti operai e di ceti medi, specie nelle famiglie con più figli”. La necessità che lo Stato dirotti risorse su scuola, formazione e cultura, razionalizzando la spesa corrente e rendendo “operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte”. L´opportunità che le imprese investano in ricerca e innovazione, perché “passa anche di qui l´indispensabile elevamento della produttività del lavoro”. Sono dati di fatto drammatici. Interrogano la responsabilità delle classi dirigenti del Paese.
Ma chi raccoglierà concretamente la sfida, al di là degli encomi solenni e rigorosamente bipartisan che sempre accompagnano i moniti del presidente della Repubblica? Berlusconi, occupato a comprare qualche deputato in vista della ripresa dei lavori parlamentari e a minacciare qualche giudice della Consulta in vista della sentenza sul legittimo impedimento? Tremonti, impegnato a non far uscire un solo euro dal bilancio pubblico e a coltivare sogni para-leghisti da primo ministro in caso di collasso del berlusconismo? Marchionne, abituato a “volare alto” su queste miserie italiane e a misurare la produttività di un´azienda solo con il cronometro dei turni alla catena di montaggio? Oppure, sul fronte opposto. Fini e Casini, ingaggiati in un Terzo Polo che li costringe ad allearsi ma anche a marcarsi a vicenda? Bersani e Vendola, condannati a convivere e a confliggere, per impedirsi l´un l´altro di lanciare un´opa sull´intera sinistra? Bonanni e Angeletti, ormai consegnati mani e piedi a un “sindacalismo di maggioranza” dove conta solo la firma purchessia su un accordo, meglio se separato? La Camusso, obbligata prima o poi a una resa dei conti con la frangia interna del “pansindacalismo metalmeccanico”?
Nell´Italia politica di oggi, purtroppo, non si vedono le condizioni per raccogliere la lezione civile impartita da Napolitano. Anche il Capo dello Stato rischia di abbaiare alla luna. Già a maggio il governatore della Banca d´Italia Draghi aveva avvisato: “I giovani sono le vere vittime di questa crisi”. La disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni è pari al 24,7% a livello nazionale e al 35,2% nel Sud. Quasi il 60% dei disoccupati totali ha meno di 34 anni. Le assunzioni nel 2009 sono diminuite del 30%, mentre quelle andate in porto sono regolate quasi tutte da contratti temporanei. Ma intanto, come avverte Pierluigi Celli nel suo ultimo libro, il 90% dei licenziamenti degli ultimi due anni ha riguardato contratti a tempo determinato. Ciò significa che i giovani pagano due volte il costo della flessibilità: in entrata (hanno solo contratti a tempo) e in uscita (sono i primi a perdere il posto). La pubblica istruzione non aiuta. Scuola e università, con o senza legge Gelmini, sono e continueranno ad essere come li descriveva Alberto Ronchey quasi trent´anni fa: parcheggi antropologici. I nostri laureati sotto i 30 anni hanno un tasso di occupazione inferiore del 20% alla media europea. Le retribuzioni medie, in ingresso, sono inferiori di oltre il 50%. Tutto questo è noto da anni. Eppure la politica non ha mosso un dito. Dobbiamo solo fare “un bel bagno di ottimismo”, come ha proposto il Cavaliere nella sua indecente conferenza di fine d´anno. E invece ha di nuovo ragione Napolitano, quando lo avverte che “non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti e di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo”.
Non lo ascolteranno. Perché al dunque, a dispetto di una certa vulgata “liberale” terzista e a tratti fiancheggiatrice di questo centrodestra, sono loro, i governanti di oggi, i primi veri “conservatori”. Sono loro che in due anni e mezzo non hanno cambiato di una virgola la “narrazione” fasulla intorno a questo Paese. I giovani scendono in piazza. Qualche delinquente indulge alla violenza, macchiando un intero movimento ed offrendo nuovi alibi al vecchio Potere. Ma non c´è un assedio al Palazzo d´Inverno, non c´è una piazza che urla e si oppone alle dure e indispensabili “cure” somministrate al Paese. Chi protesta, chi sta male, chi è inquieto, lo fa per la ragione contraria, e cioè perché da troppo tempo non si vede una sola riforma. “Gli abbiamo intossicato il futuro”, è l´autocritica dolente che Zygmunt Bauman ha formulato di fronte ai disagi dei giovani d´oggi. “Tornatevene a studiare, invece di tirare le molotov”, è la critica sprezzante con cui li ha liquidati Berlusconi, pochi giorni prima che Napolitano li ricevesse sul Colle. Tra queste due “visioni” c´è un abisso spaventoso. L´Italia ci sta precipitando dentro.

La Repubblica 02.01.11

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“Il Colle ha colmato un vuoto pericoloso”, di Simone Collini

Il riferimento del presidente Napolitano ai giovani è un riferimento al futuro del Paese », dice Stefano Rodotà, che tra lezioni e inaugurazioni dell’anno accademico ha passato l’autunno a contatto con studenti ma anche con docenti e insegnanti precari. E il passaggio sulla «democrazia in scacco» se non ci sarà una correzione di rotta è per il giurista «non un colpo di teatro, ma un passaggio coerente con i recenti atti presidenziali e con l’intero impianto del messaggio di fine anno ». Si riferisce alla firma della legge Gelmini accompagnata da una lettera in cui vengono chieste delle correzioni? «Non solo. Non è da sottovalutare il fatto che Napolitano abbia incontrato gli studenti. Si è trattato di una svolta istituzionale, di fronte a un governo che non solo non li ha voluti ascoltare, ma che ha parlato di professori fannulloni, studenti vagabondi in piazza, della necessità di arresti preventivi. A una disattenzione già di per sé pericolosa si è aggiunta la riduzione di un movimento politico e culturale a fattore di ordine pubblico». Ancora più pericolosa della disattenzione? «Basti pensare che si tratta di un modo di pensare e agire che è finito col fascismo». Problemi di ordine pubblico però ci sono stati, alle manifestazioni del 14 dicembre. «Gli studenti hanno reagito nel modo giusto alle violenze e hanno di nuovo guadagnato la fiducia dell’opinione pubblica. Il capo dello Stato ha colto un punto ineludibile di questo movimento, e cioè che è profondamente diverso sia da quello del ‘68 che da quello del ‘77. Quelli si sentivano non solo estranei rispetto alle istituzioni ma anche, soprattutto quello del ‘77, violentemente ostili alle istituzioni. Il tratto caratteristico di questo movimento è invece il volerle avere come interlocutori attraverso la chiave della Costituzione. Novità che la maggioranza e in generale tutta la classe politica non aveva colto. E di fronte a ripetute richieste di attenzione tutte cadute nel vuoto, Napolitano ha colmato un vuoto». Che però rischia di rimanere un gesto isolato se le altre istituzioni non si muoveranno allo stesso modo, non crede? «Il capo dello Stato ha aperto un canale tra istituzioni e giovani, e ora tutti gli altri devono muoversi nella stessa direzione se si vuole evitare il rischio a cui lo stesso Napolitano ha fatto riferimento. Però ho l’impressione che ora il Presidente della Repubblica manterrà questo tema al centro, obbligherà il dibattito politico a non cancellarlo». Cosa glielo fa pensare? «Il modo in cui si è mosso ultimamente, e poi lo stesso messaggio di fine anno. Sull’economia ha detto con molta nettezza che non bisogna dare letture superficiali e rassicuranti, ha sottolineato che la cultura è fondamentale per la sopravvivenza di un paese civile. Messaggi che sicuramente i giovani hanno ben compreso. Anche perché, pensando ancora ai movimenti del ‘68 e del ‘77, se prima c’era una speranza nel futuro, chi si mobilita oggi vive con preoccupazione lo stesso presente. La politica non può non dare risposte a tutto questo». Lei ha fiducia che lo faccia? «Per quanto riguarda il governo, che ha dimostrato nei confronti dei giovani disattenzione e anche ostilità, non mi faccio molte illusioni. E poi basta pensare al modo in cui il ministro Gelmini ha risposto alla lettera di Napolitano. Ma ora né Napolitano né gli studenti vanno lasciati soli. È stato importante il segnale dato da Bersani salendo sul tetto di Architettura, ma nel momento in cui questo movimento aveva bisogno di interlocutori, una mobilitazione più diretta dell’intero Pd sarebbe stata opportuna. Ora i gruppi parlamentari possono giocare un ruolo importante, se si muovono con la stessa forza con cui si stanno muovendo gli studenti». Ora che sono cambiati gli equilibri parlamentari, dice? «Se c’è un’opposizione determinata e visibile – non mediaticamente ma con gli atti parlamentari – il governo sarà obbligato a muoversi diversamente ». E ad abbandonare l’abituale frastuono, per dirla con il capo dello Stato? «La politica del clamore, del litigio televisivo, della quotidiana polemica per posizionarsi meglio rispetto al giorno dopo va abbandonata. Deve valere per tutti. Altrimenti il rischio è quello indicato dal presidente Napolitano». La democrazia in scacco? «Il riferimento ai giovani è un riferimento al futuro del paese, e se non c’è attenzione quello che verrà meno è la democrazia. Parola forte, ma giusta. Siamo ad un passaggio delicato per l’intero sistema politico e sociale. Pronunciare la parola democrazia in maniera preoccupata, oggi, è il dovere di chi guarda agli eventi di questo paese con occhi liberi da pregiudizi e facili ideologismi ».

L’Unità 02.01.12

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“Nell’Ocse fanno peggio solo turchi e messicani”, di Luca Fornovo

Ascoltare e dare risposte alla «generazione inascoltata», cioè i giovani, precari perché senza lavoro, senza possibilità di una «vita dignitosa» e di «nuove opportunità di affermazione sociale». Il richiamo agli italiani lanciato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel discorso di fine anno si concentra sull’emergenza giovani e nel suo aspetto più drammatico: il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni è salito al 24,7% in Italia (contro il 19% della media europea), nel Mezzogiorno è al 35,2% e ancora più alto tra le donne.

Questi dati preoccupanti, secondo il Capo dello Stato, «devono diventare l’assillo comune della Nazione». Un assillo che si fa sentire, già dappertutto: dall’inizio della crisi, nell’area Ocse, ci sono 3,5 milioni di ragazzi disoccupati in più, e quasi 10 milioni che hanno smesso di cercare un posto. Eppure l’ultimo rapporto dell’organizzazione parigina continua a puntare il dito contro i record poco edificanti messi a segno dall’Italia, al sesto posto per il tasso di disoccupazione dei ragazzi nell’area Ocse. Mentre rispetto alla media Ue, la Penisola è sopra di quasi sei punti.

L’Italia viene poi indicata, dall’Ocse, come uno dei paesi più a rischio per i giovani nella transizione tra scuola e lavoro. Arriva quasi al 20% la percentuale dei giovani lasciati indietro, i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che hanno abbandonato la scuola senza un diploma e non lavorano. È il terzo peggiore dato, dopo Messico e Turchia. E per il 2011 la situazione non sembra prevedere grossi miglioramenti. La fragilità della crescita della produzione e la crisi economica, che picchia duro su Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna (i cosiddetti Pigs), sembra non consentire una ripresa dell’occupazione, che anzi rischia di calare ancora. I giovani senza lavoro nelle previsioni Ocse resteranno attorno al 18% nel 2011 e scenderanno solo di poco (al 17%), nel 2012.

Ma in questa situazione quali risposte si possono dare ai giovani? Il Capo dello Stato indica alcune linee strategiche da seguire come abbassare il debito pubblico, «un peso che non possiamo lasciare sulle spalle delle generazioni future», poi ridurre il divario tra Nord e Sud, alzare produttività e competitività, tutto nell’ottica di una più forte integrazione europea. E accanto a una «maggiore responsabilità dello Stato, Napolitano tira in ballo anche «i privati che, ad esempio, devono investire di più nella ricerca».

Nel suo ultimo rapporto anche l’organizzazione parigina dà anche qualche consiglio sulle politiche giovanili, suggerendo ai governi di «sostenere i ragazzi più a rischio, ovvero quelli che lasciano la scuola senza qualifiche, che vivono in aree svantaggiate o di famiglia immigrata». Come? «Rafforzando i programmi di apprendistato e di formazione professionale e incoraggiando le assunzioni, offrendo sussidi temporanei a favore dei ragazzi poco qualificati».

La Stampa 02.01.11

"Leggere o evitare: libri, il meglio e il peggio 2010"

D’Avenia e Melissa P. stroncati, Bajani, Trevi e Valerio da amare. Tra gli stranieri la dama ungherese Magda Szabó è una certezza. Per i più piccoli, Geronimo Stilton viene spremuto all’inverosimile. E tra i saggi del 2010 i migliori per riflettere, secondo Anna Maria Lorusso, sono Belpoliti, Zagrebelski e Sgarbi. Le indicazioni di quattro nostri critici mentre Stefania Scateni, nel suo sguardo d’insieme, segnala su tutti un romanzo profondo e del tutto inusuale nel panorama italico: “Xy” di Sandro Veronesi.

LA NARRATIVA ITALIANA DEL 2010 DI PAOLO DI PAOLO

I tre migliori

1 Andrea Bajani, “Ogni promessa”, Einaudi
2 Emanuele Trevi, “Il libro della gioia perpetua”, Rizzoli
3 Chiara Valerio, “Spiaggia libera tutti”, Laterza

I tre peggiori

1 Alessandro D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Mondadori
2 Alfonso Luigi Marra, “La storia di Giovanni e Margherita”, Omogeneitas
3 Melissa P., “Tre”, Einaudi

Le mie scelte: chi scommette sulla scrittura, chi si autopromuove

Nel corso del 2010, le classifiche dei libri più venduti hanno senz’altro premiato anche libri di indubbio interesse e di qualità. Ma le sorprese vere stanno sempre in fondo alle liste dei bestseller o addirittura fuori. Le scritture di Bajani, Trevi e Valerio hanno in comune l’indisciplina e l’imprevedibilità. Scommettono tutto sulla lingua: non per via di uno sperimentalismo aggressivo e inconcludente, ma perché per loro conta più il “come” dire che il cosa. Pretenziose, raffazzonate, vacue le prove dell’esordiente D’Avenia e dell’avvocato Marra, che invade perfino la televisione con agghiaccianti spot autoprodotti.

LA NARRATIVA STRANIERA DEL 2010 DI MARIA SERENA PALIERI

I tre migliori

1 Magda Szabó, “Per Elisa”, Anfora
2 Per Olov Enquist, “Un’altra vita”, Iperborea
3 Alan Bennett, “Una vita come le altre”, Adelphi

I tre peggiori

1 Nicolai Lilin, “Caduta libera”, Einaudi
2 Irène Némirovsky, “Due”, Adelphi
3 Patrick Dennis, “Povera piccina”, Adelphi

Le mie scelte: l’autobiografia sconfigge le montature

Due dei tre testi migliori sono autobiografici. Un caso? Forse no, forse l’autobiografia, quando è profonda e spietata (ma anche pietosa) vince sulla finzione. Enquist, narratore sommo, ci porge la sua vita avvolgendola intorno alla ventina d’anni in cui è stato alcolista. E perfino l’alcolismo si può raccontare in modo creativo. Bennett è Bennett: anche la psicosi depressiva della madre diventa commozione e divertimento. Ah, pure “per Elisa” è fortemente autobiografico: Szabó, la grande dama ungherese, lo riteneva il suo libro migliore. Vero? Per noi, i suoi libri, sono migliori tutti… Sui no: Lilin è una montatura; Némirovsky dimostra che risentimento e cattiveria possono inquinare un bello stile; Dennis è roba rifritta, diciamo che arriva con un’ottantina d’anni di ritardo.

I LIBRI PER RAGAZZI DEL 2010 DI MANUELA TRINCI

I tre libri migliori

1 Germano Zullo e Albertine, “Gli uccelli”, Topipittori
2 Beatrice Masini, “Bambini nel bosco”, Fanucci
3 Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer, “È non è”, Kalandraka

I tre libri peggiori

1 “Le avventure di Tom Sawyer – Geronimo Stilton”, Piemme
2 Fulvia Degl’Innocenti, “La ragazza dell’Est”, San Paolo edizioni
3 Alfredo Stoppa e Maria Luce Sonia Possentini, “Grande o piccolo?”, Sonia Possentini

Le mie scelte: i belli fanno sognare, i brutti sono pelosi o nutellosi

Ci sono libri belli proprio perché suscitano meraviglia e stupore e consentono di vedere il quotidiano da angolature diverse dal solito. Belli, perché raccontano la vita, anche la più dura col linguaggio della poesia, quello più consono ai bambini. Belli perché fanno sognare l’avventura e credere ai sogni avventurosi. Ci sono libri brutti perché obbediscono a discutibili operazioni commerciali e, per esempio, trasformano in topi, eroi e eroine che appartengono al tempo di tutti. Ci sono libri proprio brutti perché offrono ai giovani spaccati della vita appesantiti da stereotipi culturali e carità pelosa. Altri che sono brutti perché rendono l’infanzia nutellosa, propongono immagini pompose, volutamente evocative e di fatto non fanno pensare né divertire.

LA SAGGISTICA DEL 2010 DI ANNA MARIA LORUSSO

I tre saggi migliori

1 Marco Belpoliti, “Senza vergogna”, Guanda
2 Gustavo Zagrebelski, “Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo”, Laterza
3 Vittorio Sgarbi, “Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri”, Bompiani

I tre saggi peggiori

1 Marco Travaglio,”Ad personam”, Chiarelettere
2 Zygmunt Bauman, “L’arte della vita”, Laterza
3 “Pop filosofia” a cura di Simone Regazzoni, Il Nuovo Melangolo

Le mie scelte: le delusioni da autori eccellenti

I libri migliori sono tra loro diversissimi ma tutti sollecitano uno sguardo sul nostro presente anti-ideologico e non semplicemente critico, ma auto-critico. Belpoliti e Sgarbi ci fanno riflettere sui nostri stessi comportamenti, le nostre distrazioni, le nostre emozioni: i vizi di una società di cui siamo parte e che forse alimentiamo. Zagrebelski ci ricorda i rischi, le invasioni, le manipolazioni che il diritto alla laicità ha subito – e forse ancora sta subendo. Quanto ai tre “peggiori”, mi hanno delusa per il sospetto che rispondano anzitutto al bisogno (commerciale) di riproporre un’etichetta che ha avuto successo. Nel caso di Travaglio si tratta della ripetizione di una sorta di “fabbrica del dissenso” che mi pare ispirata da un afflato profetico-populistico che temo non produca consapevolezza critica (preferirei che non si fosse indottrinati contro Berlusconi, ma che si fosse preparati a smascherarne e capirne le logiche di interesse). Nei casi di Bauman e Regazzoni (quest’ultimo solo curatore del volume) si tratta del brand “società liquida” e “pop” e catalizzano l’attenzione con la promessa di una filosofia spiccia, comprensibile e vicina alla vita quotidiana. Ma la delusione è proporzionale alla stima per gli autori che in altre sedi, in anni precedenti, mi hanno invece ampiamente entusiasmato.

L’Unità 02.01.11

"Il sindacato americano padrone di Marchionne", di Eugenio Scalfari

Il mio tema di oggi è Sergio Marchionne. Ma il discorso augurale pronunciato la sera del 31 dicembre alla televisione dal Presidente della Repubblica merita una speciale menzione. Non è stato soltanto un augurio agli italiani, ma una strategia di governo, un orizzonte sul futuro e un intenso ricordo del passato in mancanza del quale nessun futuro può essere immaginato né costruito. Napolitano ha affrontato tutti i problemi che occupano l’agenda nazionale: l’unità del paese, la sua storia dal Risorgimento ad oggi con le dolorose tappe del fascismo, della guerra, del terrorismo; l’isolamento della politica e delle istituzioni, l’intollerabile aumento delle diseguaglianze, la mancata crescita economica, le condizioni del Mezzogiorno, il degrado di Napoli e la necessità della collaborazione collettiva. Ma ha battuto e ribattuto sulla necessità di aprire una prospettiva alla generazione dei giovani che non ha sbocco di speranza e di lavoro ed alla quale occorre dedicare ogni sforzo. Ha anche ammonito che non bisogna indulgere in un facile ottimismo che nasconde una realtà difficile e in certi casi drammatica. Un grande discorso che dovrebbe scuotere gli italiani e che – pur osservando una rigorosa neutralità politica – non ha risparmiato una classe dirigente politica ed economica troppo spesso chiusa in un egoismo castale di corta vista che Napolitano ha più volte denunciato e fustigato.

Speriamo che il consenso attorno al Presidente rappresenti un argine allo smantellamento della Costituzione attualmente in corso e una forza positiva per modernizzare il paese e rafforzarne i presidi democratici.
Lo speriamo, anche se la realtà molto spesso spezza le ali sulle quali quella speranza dovrebbe volare.
* * *
I giornalisti del “24 Ore” hanno proclamato Sergio Marchionne uomo dell´anno. Sergio Romano, sul “Corriere della Sera” di venerdì, l´ha definito un “contro-italiano” paragonabile per questa sua caratteristica a Montanelli, Longanesi e Mario Pannunzio, per dire che anche lui, come quei tre, sta rivoluzionando il modo di pensare “conformista e controriformista” (parole di Romano) degli italiani.
Visto che c´era, l´ex ambasciatore poteva aggiungere anche il nome di Berlusconi; a suo modo anche lui è un anticonformista: smantellare la Costituzione democratica, fabbricare le leggi che tutelano la sua impunità, portarsi le “escort” in casa e per il resto lasciare il paese alla deriva, configurano una vocazione innovatrice che ha notevoli precedenti nella storia italiana, anche se non propriamente raccomandabili.
Bisogna stare molto attenti ad introdurre nello stesso fascio personaggi e modi di pensare così diversi l´uno dall´altro. Marchionne con Pannunzio e Montanelli c´entra come i cavoli a merenda. E´ vero però che è azzeccato definirlo l´uomo dell´anno: ha rivoluzionato il mercato del lavoro e le istituzioni che con il lavoro hanno attinenza, di fronte all´economia globale; li ha messi di fronte alla realtà, e questo è un merito che gli va riconosciuto.
Quelli che lo imputano di autoritarismo sbagliano nel senso che la gestione di un´azienda ha sempre avuto caratteristiche autoritarie: c´è un capo che decide. nei casi migliori decide dopo aver ascoltato i suoi collaboratori, nei casi peggiori fa di testa sua.
Il sindacalismo è nato storicamente per conquistare diritti all´interno delle imprese, che tutelino i lavoratori senza però associarli alla direzione delle aziende. Il capitalismo è questo ed ha sempre avuto due strade davanti a sé: a volte si è associato a regimi politici autoritari, a volte a regimi liberaldemocratici.
L´economia globale ha creato una situazione nuova, caratterizzata da due elementi. Il primo consiste nell´enorme rilievo assunto dalle forze economiche rispetto alle autorità politiche; esiste un´economia globale ma non esiste un governo globale.
Il secondo elemento è l´emergere di nuovi paesi che fino a ieri non facevano parte, se non marginalmente, dell´economia mercantile. La Cina, l´India, il Brasile (per citare gli esempi più rilevanti) sono entrati con un´irruenza fin qui sconosciuta nel mercato internazionale. Ne è venuto fuori un terremoto ulteriormente rafforzato dalla grande crisi scoppiata nel 2007 e tuttora in corso.
Marchionne non ne è stato la causa, ma uno degli effetti, reso visibile dal fatto che non è alla guida d´un impresa che produca piastrelle a Sassuolo o tessuti a Prato, ma della Fiat, l´impresa che da ottant´anni rappresenta l´industria italiana, ne ha determinato lo sviluppo economico ed ha anche modificato il costume del paese.
L´economia globale e la crisi hanno portato la Fiat alla resa dei conti e il terremoto ha scosso con prepotenza anche la nostra terra. Tutto il resto è chiacchiera.
* * *
E´ molto duro dover perdere una parte del nostro benessere di paese opulento, in favore di paesi che emergono da un lungo sonno di arretratezza e di povertà. E´ molto duro anche perché la perdita di benessere non riguarda in misura omogenea i paesi di antica e accumulata ricchezza, ma solo una parte della loro popolazione. Riguarda in particolare i giovani, i lavoratori precari, le fasce deboli e i territori poveri di quei paesi.
E´ duro, ma purtroppo necessario per recuperare la competitività e la produttività perdute.
L´industria dell´automobile è in crisi nei paesi opulenti. Se ne producono troppe. La domanda ristagna. Bisogna difendere i mercati nazionali dalla concorrenza e bisogna esser competitivi per conquistare quote di mercato nei paesi emergenti.
Questa tenaglia non serra soltanto l´industria automobilistica; interi settori produttivi si trovano in analoghe strette: la siderurgia, la petrolchimica, il tessile, l´industria alimentare, la meccanica, l´informatica. Si salvano a stento i servizi, le professioni, il turismo, la telefonia, le materie prime (chi ne ha) e poco d´altro.
La Fiat del 2006, secondo la visione del Marchionne di allora, aveva davanti a sé floridi traguardi; due anni dopo era sull´orlo del fallimento. L´operazione Chrysler non fu una conquista di Torino ma un salvagente: un´azienda in fallimento che il governo americano voleva salvare e che un manager intraprendente utilizzò come punto d´appoggio per i modelli, i canali distributivi di cui disponeva e i molti miliardi di dollari che Obama metteva a disposizione.
Mettere insieme una capacità produttiva di due milioni di auto (Chrysler), di due milioni (Fiat) e di un milione (Opel), abbassando drasticamente i salari a Detroit e in Germania e chiudendo gli stabilimenti improduttivi in Italia: questo fu il piano.
Da noi bisognava anche aumentare la produttività imponendo nuovi comportamenti, nuovi orari, maggiore intensità nelle prestazioni, divieto di assenteismo e di sciopero.
Questo era ed è il programma di Marchionne per tenere in piedi, anzi per rilanciare la produzione italiana della Fiat; l´alternativa è la delocalizzazione in Serbia, in Polonia e in altri paesi, con costi più bassi e produttività più elevata.
L´operazione Opel andò in fumo per l´opposizione operaia e del governo tedesco. Restavano la Chrysler, la Fiat e i soldi forniti in prestito dal governo americano. Prendere o lasciare, cominciando da Termini Imerese da chiudere, da Pomigliano in alternativa con la Serbia finanziata dall´Unione europea e Mirafiori.
Contratti “ad hoc” di primo livello e nuove società; uscita della Fiat da Federmeccanica e disdetta dei contratti collettivi vigenti; rappresentanze sindacali in fabbrica limitate ai soli sindacati disposti ad accettare le condizioni; impegno del gruppo Fiat ad investire 20 miliardi in Italia nei prossimi dieci anni, cominciando con 800 milioni a Pomigliano e un miliardo a Mirafiori.
La Cisl e la Uil si dissero d´accordo e firmarono; negativa la Fiom e quindi esclusa dalla rappresentanza. Il referendum a Pomigliano dette il 60 per cento di sì e il 40 di no. A Torino il referendum si farà in gennaio. La Confindustria s´è dichiarata d´accordo su tutto ma non sui limiti della rappresentanza in fabbrica.
Questa è la situazione. Un ricatto, dice la Fiom. Un´alternativa, dicono Marchionne, i sindacati Cisl e Uil, il ministro Sacconi.
L´opposizione è divisa: una parte preme sulla Fiom affinché firmi (la stessa Cgil è su questa posizione) ma respinge la rappresentanza limitata.
I dirigenti Fiom hanno proclamato lo sciopero di categoria per otto ore il 28 gennaio e rifiutano l´intero programma. Si delinea inevitabilmente una trasformazione del sindacato in partito di antagonismo sociale. Ma i posti di lavoro? La competitività e la produttività? Le sorti dell´industria manifatturiera in Italia?
* * *
Noi pensiamo che si tratti di un´alternativa e non di un ricatto. Il ricatto è un reato che, come tutti i reati, contiene un elemento di dolo. Se non c´è dolo si tratta appunto di alternativa. Marchionne agisce e propone in stato di necessità, quindi il dolo è escluso. Salvo una questione niente affatto marginale: come mai, in questi anni di crisi alcune aziende automobilistiche europee hanno mantenuto la produzione e i profitti? Volkswagen, Renault, Citroen, Bmw. Le loro quote di mercato sono in aumento in Europa e fuori e perfino sul mercato italiano. Come mai?
Fiat lavora ancora su vecchi modelli, vecchi e pochi. Il tentativo di rilanciare le piccole cilindrate è stato un mezzo flop. In Italia la quota di mercato Fiat è meno di un terzo, più del 70 per cento del mercato automobilistico italiano compra macchine straniere.
Pensare – come pensano Marchionne e Sacconi – che il recupero di produttività riguardi soltanto il fattore lavoro e non anche il fattore imprenditoriale, è una visione contraddetta dalla realtà comparata.
Ma poi c´è una seconda questione, un´essenziale seconda questione: l´inevitabile perdita di benessere a carico dei lavoratori dev´essere in qualche modo compensata.
* * *
Chi è il padrone di Marchionne? O meglio: chi è il padrone del gruppo Chrysler-Fiat di cui Marchionne è il manager?
Il padrone, cioè il proprietario, è il sindacato dei lavoratori Chrysler, che possiede la quota di controllo del capitale attraverso il suo fondo-pensione. Hanno ridotto a metà i loro stipendi, i lavoratori Chrysler, ma l´azienda è loro. Se torneranno al profitto saranno loro a disporne. Il proprietario Fiat, specie dopo lo “spin” del gruppo, è un proprietario simbolico sulla via del disimpegno.
In Germania la Volkswagen è una “public company” e le banche che la finanziano sono controllate dai “lander”. In Francia la Renault è dello Stato francese.
I lavoratori italiani non hanno fondi-pensione, le loro pensioni sono nelle mani dell´Inps. Volendo, l´Inps potrebbe controllare la Fiat investendo nel capitale una parte del fondo pensione dei lavoratori. Allora la Fiat avrebbe un nuovo padrone, con Marchionne alla guida imprenditoriale.
Ma ci sono anche altre forme possibili di compenso. Per esempio la creazione d´un organo di vigilanza composto da rappresentanti dei lavoratori e da membri indipendenti, che controlli i recuperi di produttività derivanti dal rispetto dei nuovi contratti e quelli derivanti dalle innovazioni di prodotto da parte dell´azienda. E decida la destinazione delle risorse e degli investimenti.
Infine: il Parlamento decida sul tema della rappresentanza sindacale in fabbrica perché non è pensabile che ci siano lavoratori privi di rappresentanza sui luoghi di lavoro. Questo è un fatto non contestabile che non può avere alternative; se si insiste sui limiti di rappresentanza l´elemento del dolo diventa evidente. Posso rassicurare Sergio Romano, avendoli conosciuti tutti e due molto da vicino, che né Pannunzio né Montanelli sarebbero d´accordo con Marchionne su questo punto capitale.

La Repubblica 02.01.11

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“Meglio un passo indietro che lasciare i lavoratori senza punti di riferimento”, di P.G.

Epifani ha firmato il protocollo del welfare “per presa d´atto”. Non era un´adesione tecnica anche quella?
Fausto Durante è il leader della minoranza della Fiom, l´area che fa riferimento alle posizioni della maggioranza Cgil: «Se a Mirafiori vincessero i sì all´accordo – dice – la Fiom dovrebbe firmare. Fare un passo indietro sul piano ideale per non lasciare i lavoratori soli nella fabbrica».
Durante, qual è il suo giudizio sull´accordo di Mirafiori?
«E´ un giudizio negativo. Perché prevede il peggioramento delle condizioni di lavoro e perché è stato voluto per ridurre la democrazia interna escludendo la Fiom dalla fabbrica».
Che cosa farà la Fiom se al referendum vincesse il sì a quell´accordo?
«Se l´accordo passasse è chiaro che la Fiom rimarrebbe fuori dalla fabbrica. Per questo credo che a quel punto la Fiom dovrebbe mettere un firma tecnica sull´accordo, per evitare di lasciare i suoi iscritti senza rappresentanti sindacali. Altrimenti il rischio è che senza un delegato o una figura di riferimento in linea gli iscritti della Fiom e gli stessi lavoratori che simpatizzano per noi si rivolgano ad altre organizzazioni sindacali».
Voi dite ‘firma tecnica´. Ma è noto che le firme tecniche non esistono: o un accordo si firma o si boccia…
«Senza arrivare a citare Trentin che nel ‘92 firmò un accordo e poi si dimise perché sapeva che la Cgil non lo condivideva, ricordo che nel 2007 Epifani ha firmato il protocollo del welfare “per presa d´atto”. Non era una firma tecnica quella?».
Lei stesso dice che quell´accordo è negativo perché riduce la democrazia in fabbrica. Si può fare un passo indietro sulla democrazia?
«Se al referendum vincessero i sì, la Fiom sarebbe fuori da Mirafiori. Ci sarebbero tanti gazebo con tante bandiere rosse davanti ai cancelli dello stabilimento. Ma dentro la fabbrica gli iscritti e i simpatizzanti della Fiom sarebbero soli. Per non fare un passo indietro sul piano ideale finiremmo per dover fare un passo indietro nei luoghi di lavoro, nelle diverse Mirafiori che ci vedrebbero esclusi dal diritto di rappresentanza. Siamo in una fase in cui i rapporti di forza sono tutti a favore del capitale e il lavoro finisce per subire. Quale dei due passi indietro è meglio compiere? Secondo me è meglio arretrare sul piano ideale e rimane in fabbrica a resistere».

La Repubblica 02.01.11

"L’anno si apre con 170 aziende in crisi", di Luigi Grassia

Il 2011 si trascina dietro tanti problemi: comincia con 170 tavoli di crisi aziendale aperti al ministero dello Sviluppo economico e 92 imprese in amministrazione straordinaria. La Cgil valuta che dietro questi numeri siano 200 mila i lavoratori coinvolti. Fra le prognosi più favorevoli figura quella della Vinyls, un’azienda chimica con impianti a Marghera, Ravenna e Porto Torres e circa 400 lavoratori. C’è già un accordo preliminare per la cessione in toto da parte dell’Eni (l’attuale gruppo proprietario) alla finanziaria svizzero-tedesca Gita, che garantirebbe l’occupazione per quattro anni; entro due mesi si dovrebbero concludere le trattative per l’acquisizione definitiva.

Buone prospettive anche per Basell: il polo chimico di Terni dovrebbe trovare uno sbocco per i circa mille lavoratori, con la cessione dell’azienda alla Novamont.

Ci sono speranze concrete pure per la Videocon, azienda di proprietà di una multinazionale indiana, che costruiva televisori e ha cessato l’attività. È stata aperta una trattativa per l’acquisizione dello stabilimento e sono interessati 1.200 lavoratori. Poi c’è la Firema, che produce treni in stabilimenti ad Avellino, in Basilicata e in Umbria (il centro direzionale è a Milano). È in amministrazione straordinaria. La quasi totalità dei lavoratori, più di 700 è, in cassa integrazione e anche qui l’obiettivo è la cessione dell’attività. A Termini Imerese (in Sicilia) considerazioni di mercato hanno costretto la Fiat a chiudere lo stabilimento con 2 mila lavoratori, ma c’è un bando internazionale che prospetta una soluzione articolata, con più compratori per attività diverse; il coordinatore del dipartimento settori produttivi della Cgil, Salvatore Barone, giudica «particolarmente importante» l’offerta della De Tomaso di Rossignolo.

Invece per la Antonio Merloni elettrodomestici la vertenza, che riguarda 600 posti, è in stallo. E una delle situazioni che preoccupano di più è quella di Eurallumina di Porto Vesme (Sardegna): gli impianti sono fermi da quasi due anni e tutti e 700 i lavoratori sono in cassa integrazione in deroga. Ancora: c’è la Eaton, una fabbrica di componenti per auto; la multinazionale americana proprietaria ha deciso di chiuderla e ha respinto l’ipotesi del comune di Massa di acquisto dello stabilimento. Gli oltre 300 lavoratori, che erano in cassa integrazione, sono stati licenziati in mancanza di un accordo con l’azienda per proseguire con la cassa in deroga.

In forte difficoltà alcune aree del Made in Italy che stentano a reggere la concorrenza dei Paesi a basso costo; è il caso del distretto Matera-Bari del mobile imbottito, che fa capo alla filiera Natuzzi. Qui più di 10 mila lavoratori e aspettano di realizzare un accordo di programma. Il gruppo di abbigliamento Itr (che comprendeva marchi come Ferré, Just Cavalli, Malo) ha dichiarato lo stato d’insolvenza, con più di un migliaio di lavoratori coinvolti. Per i marchi Ferré e Malo è stata trovata una soluzione, rimane da risolvere il problema degli altri. Altro caso: la proprietaria Golden Lady ha deciso di trasferire tutta l’attività della Omsa in Serbia, ora è aperta una trattativa per la cessione dello stabilimento di Faenza, con 320 lavoratrici.

Nel settore della navigazione la Tirrenia è in amministrazione straordinaria, viaggia verso la privatizzazione ma ancora non si capisce che cosa succederà. Per il 14 di questo mese è previsto uno sciopero di 24 ore di tutti gli addetti.

Comunque è evidente che correre dietro alle singole crisi aziendali è possibile in un quadro generale di crescita, ma diventa una fatica di Sisifo se c’è una crisi generale permanente. In questo 2011 è urgente il sollievo di una vera ripresa economica.

La Stampa 02.01.11

2001-2010: i volti e le storie del decennio*

L’eredità del decennio sono le sfide aperte della democrazia, di Bill Emmott

I giornalisti spesso pensano che le notizie possano definirsi tali in termini di giorni o di minuti. I politici sembrano lungimiranti se pensano in termini di poche settimane, o visionari se fanno arrivare lo sguardo fino alle prossime elezioni. La maggior parte della gente comune ha ricordi che variano a seconda dell’argomento, più a lungo termine per la famiglia o per la carriera, più a breve per gli affari politici o economici o, soprattutto, per le notizie che riguardano altri. Gli storici, tuttavia, amano pensare in termini di decenni, perché 10 anni sembrano loro un tempo abbastanza lungo per fissare delle tendenze o cambiare rotta.

Così vale la pena chiedersi: secondo gli storici del futuro cosa potrebbe essere stato importante durante il primo decennio del XXI secolo? E il giudizio sul decennio potrebbe essere positivo, in termini di sviluppo umano o di progresso, o negativo? Non sono, in parte, domande corrette, perché gli storici futuri hanno un vantaggio decisivo su di noi: sanno che cosa è successo dopo. Ciò permette loro di vedere il significato più a lungo termine di un evento o di una tendenza che è più difficile da giudicare se vista da vicino, così come valutarne gli effetti buoni o cattivi. Questo vale in modo evidente per le scoperte scientifiche: la decifrazione del Genoma si rivelerà un evento epocale, aprendo la strada a grandi conquiste della medicina e a nuovi dilemmi nel campo della psicologia e dell’etica o è una falsa alba? Ma vale anche per l’economia (si pensi all’euro, nato nel ‘99) e per la geopolitica.

E’ opinione comune che le guerre in Iraq e in Afghanistan, oltre alla débacle finanziaria del 2007-09, saranno viste come segno del declino del prestigio americano e del suo potere, potere che nel 2000 sembrava senza rivali nel mondo. Era facile in quell’anno perdere il conto del numero di analisti che paragonavano l’America dell’ultimo periodo dell’era Clinton e del primo di Bush jr. all’impero romano. Bush aveva detto che il suo Paese avrebbe dovuto essere «umile ma forte» e pochi dubitavano che non sarebbe rimasto almeno forte. Ora, grazie ai 19 dirottatori addestrati da Al-Qaeda che l’11 settembre 2001 pilotarono aerei commerciali contro il World Trade Centre di New York, il Pentagono a Washington e (obiettivo fallito) in un campo della Pennsylvania, uccidendo 3 mila persone in un’azione terroristica senza precedenti, i dubbi sono diversi e l’analogia con l’impero romano si è spostata dall’egemonia all’indebolimento o addirittura al collasso.

Il potere si sta spostando verso l’Asia, come sappiamo. L’Iraq è stato un imbarazzante pasticcio, l’Afghanistan è diventato un pantano, la finanza americana è uno scherzo di cattivo gusto. L’Occidente ha sofferto la peggiore crisi economica dal 1945. Chi guarda al breve periodo potrebbe aggiungere Wikileaks alle prove del declino americano: il fallimento nel mantenere riservate le relazioni diplomatiche è un enorme, nuovo imbarazzo. Eppure, mi chiedo se gli storici sono d’accordo. L’indizio si potrebbe trovare anche lì, nei dispacci. Ciò che hanno mostrato, finora, è una nazione che ha diplomatici franchi e non doppiogiochisti e che sembrano preoccuparsi dei valori universali della democrazia e dei diritti umani.

Se questa è una buona guida per scoprire le qualità di fondo d’America, in futuro le vicende abnormi della prigione di Abu Ghraib in Iraq e di Guantanamo potrebbero sembrare anomalie come il massacro degli abitanti di My Lai in Vietnam nel 1968. Non dimentichiamo che nel 1970, in seguito alla guerra del Vietnam, allo shock petrolifero e poi alla rivoluzione iraniana, l’America sembrava in declino e questo anche prima che un altro rivale asiatico, il Giappone, sembrasse avere il sopravvento. Il possibile significato del primo decennio del XXI secolo potrebbe, come per il 1970, essere un riassetto degli affari del mondo e non un cambio di leadership.

L’ultimo decennio ha visto l’emergere, salutato con favore, del Gruppo dei 20, come sostituto ampliato del gruppo dei sette (poi otto) nato nel 1970, in un momento in cui una leadership più collettiva sembrava auspicabile. Ma se ora l’economia americana rivive, se mantiene la sua leadership tecnologica, potrebbe restare la guida effettiva del G20, come è ora. Avrà anche un ruolo di indirizzo, se conserva o riacquista la leadership morale – e questo significa soprattutto diritti umani e democrazia. Perché se la democrazia continua a diffondersi, l’Occidente in generale, ma l’America in particolare, possono ottenere credito dagli storici – in parte grazie agli elementi di prova che leggeranno grazie a Wikileaks.

Questo è un grande se. Freedom House, il think tank che monitora lo stato della democrazia e della libertà di stampa nel mondo, ha riportato un preoccupante rallentamento del progresso della democrazia, che in alcuni casi è diventata regressione. Gli storici, però, terranno conto anche degli straordinari progressi registrati negli Anni 90 grazie alla fine della Guerra Fredda e alla caduta dell’Urss e potrebbero non essere sorpresi dal fatto che la democrazia non sia stata in grado di uguagliare la rapida diffusione raggiunta durante i 10 anni precedenti. Anche così, la delusione della rivoluzione «arancione» in Ucraina del 2004, i progressi irregolari in Africa e le minacce alla libertà di stampa nella stessa Ue, ora in Ungheria e da diversi anni in Italia, non possono essere ignorate.

Tuttavia, nel 2009, secondo Freedom House, oltre il 45% della popolazione mondiale viveva in Paesi «liberi» , mentre nel 2000 la percentuale era del 40%. Il punto cruciale è che il Paese più popoloso, la Cina, resta una dittatura. Wikileaks può anche, però, darci un altro indizio di una tendenza significativa del decennio passato, questa volta attraverso il sesso del segretario di Stato americano. Gli storici sottolineeranno che non solo il 2008 ha portato il primo Presidente nero, ma anche che tre degli ultimi quattro segretari di Stato sono state donne (Hillary Clinton, Condoleezza Rice e Madeleine Albright). Questo è, in termini storici, il culmine di una tendenza che è iniziata con l’allargamento dell’istruzione e con nuovi atteggiamenti sociali negli Anni 60 e 70.

In aggiunta a questi tre leader americani al femminile dovremmo contare un ministro delle finanze francese donna, una donna cancelliere tedesco e tre donne a capo delle principali associazioni industriali in Francia, Gran Bretagna e Italia. Le donne in posizioni di leadership restano eccezioni e non la regola. Ma durante questo decennio le eccezioni si sono diffuse. E’ anche il decennio in cui le donne sono diventate più della metà della forza lavoro americana e in cui hanno occupato 6 degli 8 milioni di nuovi posti di lavoro creati nell’Ue nel decennio 2000-2009 e sono diventate maggioranza tra gli studenti universitari, in Europa e in America. Il cambiamento sociale si insinua senza grandi eventi che restino nei nostri ricordi.

Così questo è stato anche il decennio in cui il matrimonio gay è diventato un argomento di dibattito mainstream ed è apparso quasi irrilevante che il ministro degli Esteri tedesco sia omosessuale. Soprattutto, però, è stato un decennio che sarà visto come degno di nota per il modo in cui la globalizzazione si è trasformata da materia di scontri a Seattle e a Genova in un modo per rendere il mondo più equo. Nel 2005, secondo la Banca Mondiale, vi erano 1,4 miliardi di persone in povertà assoluta, mentre ce n’erano 1,7 miliardi nel 2000.

Gran parte del motivo è la crescita economica in Cina, India e altri Paesi emergenti, che ha ridotto la povertà, malgrado la crescita della popolazione mondiale. Con la popolazione mondiale che ha superato i sei miliardi e che arriverà probabilmente a nove, l’attenzione è rivolta verso la minaccia di malattie e conflitti. Ma, forse, la cosa più notevole in un decennio in cui è stato dichiarato uno nuovo Stato dotato di armi nucleari (Corea del Nord), i due ultimi acquisti del settore sono arrivati sull’orlo della guerra (India e Pakistan nel 2002) e un altro (Iran) si avvicina al tale status, è che tanto i conflitti come le malattie siano regrediti piuttosto che espandersi.

Il progresso scientifico continua, ma è anche probabile che acceleri, via via che sempre più persone in Cina e in India emergono grazie a una migliore istruzione. Lo stesso potrebbe, eventualmente, valere per la democrazia. Ecco una previsione imprudente: che l’educazione e la ricchezza significano che entro il 2020 anche la Cina avrà fatto passi in avanti verso la democrazia o l’avrà raggiunta. Questo sarebbe davvero un trionfo occidentale.

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La fragile Europa si affida all’Est, di Enzo Bettiza

Anche per l’Unione Europea sta per finire un periodo molto più ampio del solo anno 2010. Sta per finire il primo decennio del XXI secolo dominato, nell’ottica europea, da un alternarsi di eventi pieni di promesse eccezionali e gravidi al tempo stesso di imprevedibili chiaroscuri.

Citerò i più salienti. Primo fra tutti il decollo dell’euro, una moneta comune al servizio di diciassette Stati sovrani (Estonia inclusa dal primo gennaio), qualcosa che non s’era mai visto nella storia dell’economia. Poi, i parametri di stabilità e disciplina fissati dal Trattato di Maastricht in materia di debito e deficit, aggirati e spesso scientemente violati. Infine, la valanga quasi spontanea dell’allargamento, che ha gonfiato l’Europa a ventisette soci con l’arrivo di nuovi Stati affluiti dalla carcassa coloniale del Comecon o, come la solitaria Slovenia, dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia.

Ma con l’allargamento verso l’Est, che ha reso paradossalmente più lontana l’integrazione politica di un’entità con 495 milioni di abitanti, cominciavano a profilarsi i punti di debolezza dell’architettura comunitaria. La moneta unica non sorretta né protetta da uno Stato unico, ma regolamentata da un banca centrale, doveva rivelarsi più vulnerabile del previsto; le regole contabili del contratto di Maastricht, simulacro a suo modo venale di un progetto di Costituzione mai approvato, si rivelavano presto vulnerabili anch’esse. La crisi del 2008 metteva a nudo la fragilità dell’intera costruzione. La resistenza dell’euro, indebolita fra l’altro dai «niet» nazionalisti della cancelliera Merkel, s’è mostrata traballante nell’implosione di disastri culminati nei crolli finanziari della Grecia e dell’Irlanda, negli sfaldamenti del Portogallo e della Spagna, e da ultimo aggravati da violentissime proteste di piazza ad Atene, Dublino, Parigi, Londra, Roma. Il decennio, che aveva tenuto a battesimo un’Europa frettolosamente ingrandita, che aveva visto i tre quarti di essa schierati dietro la Maginot dell’euro, ci appare in queste ore avviato a un esito difficile o quantomeno assai problematico.

Avremo nel 2011 soltanto l’Europa dell’austerità e dei tagli alla spesa pubblica? L’Europa dei giovani precari e dei pensionati rassegnati al peggio? L’Europa irreligiosa, multiculturale, a scartamento demografico ridotto, minacciata da invasioni disperate e insidiata dalla coesione mistica delle comunità islamiche? In termini più apocalittici, un’Europa in cui il capitalismo liberale morirà di capitalismo così come nell’89 il comunismo morì di comunismo? Una scheggia di coccio occidentale, staccata e non difesa dall’America in difficoltà, tra vecchi vasi di ferro come Russia e Cina, o nuovi come India e Brasile? Riuscirà a reggere più a lungo, ancorché non in eterno, la potente locomotiva tedesca con al seguito un solo vagone francese e quello britannico in deposito?

Eppure, nonostante l’obbligo di qualche esagerazione cassandresca, i segnali di una possibile e insolita ripresa non mancano. Stranamente arrivano dalla metà postcomunista del Vecchio Continente, ritenuta, fino all’altroieri, la più derelitta, la più lenta, la più svantaggiata.

Per tutto l’arco dell’anno venturo dovremo tener conto o, meglio ancora, fare i conti con un primo semestre di presidenza comunitaria affidata all’Ungheria e un secondo semestre presieduto dalla Polonia. Sarà, per dirla in chiaro, l’anno dell’Est europeo. Basta dare uno sguardo alla faccia da bulldog del primo ministro ungherese, Viktor Orban, per capire che non scherzerà. L’Economist lo sospetta di essere andato a scuola da Putin. Personaggio certamente aspro e autoritario, legato a doppio filo al capo dello Stato, sostenuto da una cospicua maggioranza parlamentare di centrodestra, Orban sta comunque riparando, con interventi spesso eccessivi, i guasti di scialo e di corruttela inflitti al Paese dal precedente governo socialista.

Più attraente si annuncia la successiva gestione polacca. Evitato il rischio, dopo la tragedia aerea di Katyn, di una prolungata fase xenofoba e gemellocratica dei fratelli Kaczynski, il governo liberale di Varsavia, grazie alle presidenziali vinte a luglio dal filoeuropeo Komorowski, ha assicurato alla Polonia una salute finanziaria e sociale che è seconda soltanto a quella della Germania. La crescita lineare, ininterrotta, ne fa oggi uno dei Paesi più stabili dell’Ue in crisi.

Ma i rilanci della seconda Europa non si fermano qui. La Slovenia, sempre prima della classe, non conosce per ora disagi con l’euro. La Slovacchia, membro dell’eurozona dal 2009, non è più «il buco nero nel centro d’Europa» come usava dire l’ex segretario di Stato d’origine boema Madeleine Albright; oggi è un affidabile partner europeo che accetta e collabora al fondo comune di 440 miliardi destinati dall’eurozona ai più inguaiati Paesi europei. Si muovono anche i baltici. L’Estonia, che subì le umiliazioni numismatiche del rublo zarista e comunista, nonché del marco imperiale e nazista, sta per abbandonare la sua tradizionale corona e per adottare con fiducia l’euro a partire dal 1° gennaio. Per quel piccolo Stato postsovietico di un milione e 300 omila abitanti, povero, periferico, frugale, in declino di natalità, l’euro è qualcosa di più d’un semplice valore monetario: è, per gli estoni, un simbolo di sicurezza che li allontana dalla Russia che non amano e li avvicina all’Europa in cui credono fermamente. Intanto la vicina Lettonia sta uscendo adagio dalle crisi bancarie che minacciavano di soffocarla e distruggerla. Dal Baltico al Danubio, nessuna delle nazioni postcomuniste, nemmeno la disastratissima Romania, è stata dichiarata «defaulted» dalle autorità monetarie internazionali.

Sappiamo che le astuzie della storia sono intersecate e infinite. Sarà forse l’Est a dare una mano all’Ovest dell’Unione Europea, dove la sola Germania corre, mentre l’Italia resiste, la Francia s’arrampica, la Spagna boccheggia, la Gran Bretagna affila il rasoio dei tagli? Ormai s’è compreso che senza armonizzazione l’Europa rischia la paralisi, che senza una politica fiscale comune non ci sarà futuro per la moneta unica, che senza un fondo europeo permanente non ci sarà salvezza né allegria per i naufraghi. Il più felice dei paradossi potrebbe essere di vedere realizzata almeno una parte di tutto questo durante le presidenze dell’Ungheria e, specialmente, della Polonia al vertice istituzionale dell’Ue.

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I pesci di Nemo e la rabbia di Fahrenheit, di Fulvia Caprara

Le spalle di Clint Eastwood nella corsia d’ospedale dove ha appena dato la dolce morte alla ragazza che ha allenato come una figlia. Il ghetto di Varsavia murato dai nazisti nella memoria del pianista di Polanski. La partita di calcio tra ragazzi irlandesi, prima della guerra civile, nell’epopea di Ken Loach. La famiglia in auto che intona «Insieme a te non ci sto più» nella «Stanza del figlio» di Nanni Moretti. Le coreografie marine di Nemo e dei suoi amici pesci. La sensualità struggente degli amori raccontati da Wong-kar-wai, erotismo alla massima potenza senza mostrare un centimetro di pelle nuda. La voce di Caetano Veloso che cura i dolori del mondo («Cucuruccucù Paloma») in «Parla con lei» di Pedro Almodóvar.

Gli arti di plastica sventolati dai disperati della guerra nell’Afghanistan di Makhmalbaf. La katana di Uma Thurman, sposa vendicatrice di «Kill Bill». Le Vele di Scampia inquadrate dall’alto in «Gomorra» di Garrone. Il ritratto allarmante d’alta borghesia impunita in «Match Point» di Woody Allen. I primi 10 anni del secondo millennio sono densi di immagini, parlano di un cinema che, per sopravvivere, deve allontanarsi il più possibile dalla piattezza e dalla ripetitività delle altre forme visive, tv, Internet, telefonia mobile. Per questo la qualità artistica è d’obbligo. Tallonati dalla realtà, sempre più invadente, sempre più rappresentata, gli autori sfiorano vette altissime, devono mostrare che la macchina da presa fa ancora la differenza, che il documentario, vero fenomeno delle ultime stagioni, a partire da «Fahrenheit 9/11» di Michael Moore, non è la lingua migliore per parlare al pubblico.

Per alcuni fra i grandi maestri la sfida si rivela particolarmente stimolante. Clint Eastwood segna gli ultimi 10 anni con una galleria di capolavori, una specie di corsa a fare sempre meglio, da «Mystic river», a «Gran Torino», all’ultimo «Hereafter». Woody Allen rivive, a partire da «Match Point», una stagione felice che lo riporta alla meravigliosa, intelligente leggerezza dei tempi di «Manhattan». Ken Loach mette tra parentesi la vena militante e si lascia andare a racconti che parlano prima di uomini e poi di idee. Roman Polanski fa per la prima volta i conti con la sua infanzia di ebreo perseguitato. Nanni Moretti chiude con l’alter-ego Michele Apicella e affronta in prima linea argomenti spinosi come l’elaborazione del lutto di chi è ateo e (con «Il caimano») la situazione dell’Italia contemporanea. Martin Scorsese torna, con «The Departed», all’incisiva passione dei tempi di «Mean Street».

Poi c’è tutto il resto. Che è moltissimo. Dall’esplosione del 3D, con gli uomini blu di «Avatar», ai cartoni animati che parlano agli adulti, pur essendo perfetti per i bambini, (basta pensare a «Wall- E» e ai vari «Shreck»), alla mania delle saghe fantastiche, un cinema in capitoli che accompagna i fruitori lungo il percorso della crescita, dall’infanzia all’adolescenza. Due per tutti, «Harry Potter», iniziato nel 2001, e il ciclo del «Signore degli anelli». E poi la consacrazione delle cinematografie d’Oriente, prima appannaggio di cinefili, ora note alle platee grazie alla bellezza di opere come «La tigre e il dragone».

E la vittoria, ancora molto ai Festival e un po’ meno al botteghino, dei film che raccontano i conflitti rifiutando confezioni patinate e belle facce di attori famosi, per andare al cuore del problema nel modo più duro, come in «Lebanon» di Samuel Maoz e in «The hurtlocker» di Katherine Bigelow. Più forti di un pugno nello stomaco, e anche delle lacrime, versate dai fan davanti alle ultime prove dell’astro nascente Heath Ledger («Il cavaliere oscuro» e «Parnassus l’uomo che voleva ingannare il diavolo»), morto precocemente e quindi rimasto giovane per sempre, come James Dean e Marilyn Monroe. Per fortuna c’è il cinema, che allunga la vita.

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*da www.lastampa.it/focus