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«In Italia i mutui più cari d´Europa», di Barbara Ardù

L´allarme dei costruttori: 9 mila euro di costi extra per i tassi troppo alti

ROMA – Sono in Italia i mutui più cari d´Europa. Lo denuncia l´Ance. Messi al tappeto dalla crisi, i costruttori edili puntano il dito anche contro il caro mutui, che secondo loro finisce per costituire un ostacolo alla ripresa del mercato immobiliare.
Sotto accusa le banche, che rispetto agli altri Paesi della Ue, finiscono per far pagare di più i finanziamenti per l´acquisto dell´abitazione. Per dimostrarlo l´Ance ha preso come base di riferimento i tassi sui mutui alle famiglie della Bce e ha ipotizzato un finanziamento in Italia e Eurolandia pari a 150mila euro (durata di 25 anni). Quindi ha tirato le somme: il risultato è che lo stesso mutuo in Italia costa 9mila euro in più. Se sottoscritto a settembre, perché ad agosto la cifra arrivava a 17mila euro. Ma prendendo per buono settembre «è come se le famiglie italiane pagassero per dodici mesi in più rispetto a quelle europee», sottolinea l´Ance nel rapporto “Il credito nel settore delle costruzioni in Italia”. Comportamento che secondo l´associazione dei costruttori è poco giustificato perché «la rischiosità delle famiglie italiane è rimasta molto bassa dall´inizio della crisi a oggi, al contrario di quanto accaduto in molti Paesi europei, caratterizzati da un forte indebitamento individuale». Un aspetto che non è sfuggito all´Abi, che nell´ultimo report di dicembre evidenzia come «l´incidenza delle sofferenze dei debitori famiglia si contiene all´1,5% del totale erogato».
Sotto accusa, secondo l´associazione dei costruttori, va messo il differenziale dei tassi di interesse tra Europa e Italia: mentre in Eurolandia a settembre i tassi medi sui mutui erano al 3,74%, in Italia la media era al 4,1%, con una differenza dello 0,36%. Un margine che a settembre, ammette l´Ance, si è ridotto, dopo il massimo di agosto (0,69%), ma che stenta a sparire. C´è una «resistenza a scendere dei tassi rispetto all´Irs 10 anni (il tasso base di indicizzazione)», scrive l´associazione, che ricorda come la stessa Banca d´Italia nella relazione annuale, abbia denunciato il più alto livello dei tassi.
Ma c´è di più, continua l´Ance. Gli italiani non solo pagano rate più salate, ma spesso sono “costretti” ad assumersi rischi di cui farebbero volentieri a meno. «I tassi maggiormente richiesti dalle famiglie – scrivono i costruttori – sono il fisso e il variabile con cap (che ha un tetto che blocca gli aumenti ndr)». Le banche, accusa l´Ance, «continuano però a erogare più della metà dei mutui a tasso variabile». E dato che «le aspettative sui tassi sono al rialzo, da tempo si esprimono dubbi su questo comportamento che mina la solidità del mercato».

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«Tra crisi e prudenza le famiglie imparano a tirare la cinghia», di Marco Patucchi

Il Crif: anche nel 2010 prestiti in calo del 3%. In frenata anche i mutui, saliti di appena l´1% lo scorso anno dopo il +7% del 2009. “Si teme la fine di un´epoca e la domanda di credito continua a rallentare”

ROMA – “Fine di un´epoca”. Sorprendono concetti come questi nelle parole di analisti che, di prassi, non si spingono più in là di fredde rilevazioni statistiche. Eppure è così. La crisi finanziaria globale ha lasciato un segno indelebile nelle tendenze socio-economiche delle famiglie italiane e la conferma arriva dalla domanda di finanziamenti. Ebbene, i dati definitivi per l´intero 2010 raccolti da Eurisc, il sistema di informazioni creditizie di Crif, ci spiegano come la cautela nel richiedere nuovi crediti sia ormai sintomatica della perdita di prospettiva che ha toccato molti italiani, soprattutto sul fronte dell´occupazione. «Il modello di sviluppo in cui siamo cresciuti (ogni generazione più istruita e benestante della precedente) – sottolinea Enrico Lodi, Direttore Generale Credit Bureau Services di Crif – non è più scontato. Probabilmente la crisi finanziaria dell´autunno 2008 e la conseguente recessione hannoindotto le famiglie italiane a ragionare in modo sano e responsabile, come se questi diciotto mesi non fossero stati caratterizzati da una semplice congiuntura (come è venuta, la crisi passerà), ma come se fosse la vera e propria fine di un´epoca». Ecco, i numeri dicono questo. E sono numeri statisticamente rilevanti perché Eurisc raccoglie i dati relativi a oltre 75 milioni di linee di credito.
Nell´intero 2010 la domanda di mutui ipotecari e di prestiti da parte delle famiglie italiane ha continuato a riflettere la crisi economica del nostro Paese. «Nello specifico – sottolineano al Crif – la richiesta di prestiti nei 12 mesi dell´anno appena concluso ha fatto registrare un -3% rispetto al totale del 2009, che a sua volta aveva fatto registrare un -8% rispetto al 2008. Per quanto riguarda invece i mutui, il volume complessivo di richieste registrate nell´intero 2010 ha segnato una crescita dell´1% rispetto al 2009, quando invece la crescita era stata di 7 punti percentuali rispetto al 2008». È anche, e almeno questo è un fattore rassicurante, la conferma di quella prudenza che da sempre è garanzia di tenuta per le famiglie del nostro Paese, il cui debito si mantiene ben al di sotto della media europea, con un rapporto rispetto al reddito disponibile che si è attestato nel primo semestre 2010 al 65%, contro il 97% (a marzo 2010) per la media dell´area euro e il 155% del Regno Unito. «Il quadro di “nuova normalità”- spiega ancora Enrico Lodi – dovrebbe risolversi per le famiglie italiane in un atterraggio più morbido rispetto a quello dei loro cugini europei più indebitati».
Più in dettaglio, i numeri di Crif evidenziano come nel mese di dicembre 2010 la domanda dei mutui ipotecari abbia fatto registrare un +16% (dato ponderato sui giorni lavorativi) rispetto al corrispondente mese del 2009. Questo porta il totale delle richieste di finanziamenti per l´acquisto di immobili residenziali nell´intero 2010 ad una crescita dell´1% rispetto all´anno 2009, che a sua volta aveva fatto registrare un +7% sul 2008. Per trovare un segno negativo occorre tornare proprio al 2008, anno in cui si era verificato un calo del 4% sul 2007. «Nell´analisi di questi dati – sottolineano al Crif – occorre però tenere in considerazione che la domanda ancora continua ad essere sostenuta da surroghe e rinegoziazioni, che costituiscono ormai un fenomeno consolidato». In base alla distribuzione per fasce di durata, si conferma la crescita della quota parte di domanda di mutui nella classe tra i 20 e i 25 anni, classe che nell´intero anno 2010 ha rappresentato quasi il 20% del totale della domanda. È però la classe di durata compresa tra i 25 e i 30 anni ad essere ancora una volta quella maggiormente richiesta dalle famiglie italiane, con una quota pari al 29,36% del totale, anche se in calo di 1,24 punti percentuali rispetto al 2009. Relativamente alla distribuzione per importo delle richieste di mutuo, invece, continua l´incremento della quota di domanda nelle fasce più elevate (oltre i 150.000 euro), in crescita di quasi il 2% rispetto al 2009. Rimane comunque la classe di importo compresa tra i 100 e i 150.000 euro quella nella quale si sono maggiormente concentrate le richieste delle famiglie italiane, con il 31,37% del totale. Nel corso del 2010 l´importo medio dei mutui richiesti segna una leggera crescita, assestandosi a circa 139.000 euro contro i 136.500 del 2009.
Passando ai prestiti (personali e finalizzati), i numeri sulla domanda nel mese di dicembre 2010 hanno segnato una crescita dell´1%, che conferma l´inversione di tendenza registrata nell´ultima parte dell´anno dopo molti mesi di costanti contrazioni. Analizzando la distribuzione si evince come la classe superiore ai 60 mesi sia quella maggiormente richiesta, con quasi il 21% del totale. Crescono i prestiti per meno di 5.000 euro a scapito di tutte le altre classi, rappresentano il 45,7% del totale.

da Repubblica

«All'asilo nido si gioca con un futuro incerto» di Cristiano Gori

Gli asili nido italiani stanno per cominciare una nuova, inattesa, stagione. La realtà dei servizi socio-educativi rivolti ai bambini sotto i tre anni si appresta, infatti, a trasformarsi. Da oltre vent’anni gli interventi pubblici sono finalizzati a incrementarne l’offerta ed elevarne la qualità e ampi passi in avanti sono stati effettivamente compiuti.
Per rispondere alle esigenze delle famiglie, però, il sistema dovrebbe crescere ancora, ma ciò non sarà possibile. Nel prossimo futuro gli obiettivi potrebbero cambiare: dallo sviluppo alla difesa dell’esistente.

Nell’ultimo decennio l’offerta è stata ampliata senza porre le basi per il suo mantenimento nel tempo. Tra il 2000 e il 2009, i posti nei nidi a finanziamento pubblico sono cresciuti di oltre il 60% (da 110mila a 180mila). L’estensione della ricettività non è stata accompagnata, però, dall’introduzione di modalità di finanziamento adeguate a sostenere i costi della gestione ordinaria. Detto altrimenti, lo sforzo teso ad aprire nuovi servizi è stato grande mentre minore è risultato quello finalizzato a costruire le condizioni per mantenerli nel tempo.
L’eredità del decennio s’intreccia con le vicende più recenti. Le scelte di finanza pubblica degli ultimi anni – in particolare le manovre estive del 2008 e del 2010 – si sono rivelate particolarmente penalizzanti per i comuni, cioè i principali finanziatori degli asili. Le decisioni prese dallo stato nei loro confronti presentano, infatti, alcune peculiarità, che le differenziano dagli altri interventi compiuti durante le crisi economica.

Da un lato tali decisioni non paiono interamente motivabili con essa perché in parte assunte prima della sua esplosione, dall’altro le municipalità sono state colpite più degli altri livelli di governo (stato e regioni).
Per finire, con il 2011 scompare il «Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi socio-educativi alla prima infanzia» (noto come «Piano nidi»), introdotto nel 2007 dal precedente governo.
Anche se gli stanziamenti erano stati sinora modesti, il piano rivestiva notevole importanza perché la sua introduzione aveva significato riconoscere la necessità di un sostegno dello stato ai comuni nel finanziamento dei nidi e aprire la strada a un percorso che avrebbe dovuto portare l’Italia al pari degli altri paesi europei.

I problemi in arrivo
Nel nuovo scenario, il sistema italiano dei servizi alla prima infanzia dovrà affrontare numerose criticità, che – con la variabilità dovuta ai differenti contesti locali – toccheranno l’intero paese. Tre saranno le principali, analizzate in una ricerca svolta con Valentina Ghetti e Katja Avanzini presso l’Istituto per la ricerca sociale (Irs).
Innanzitutto, sarà impossibile incrementare ulteriormente i posti pubblici e – in alcune realtà – si rischia di vederne la riduzione. Ciò è l’esito della somma tra le difficoltà dovute alla crescita senza basi dell’ultimo decennio e quelle prodotte dalle recenti decisioni del governo sui finanziamenti. Oggi, la ricettività complessiva del sistema riguarda circa il 25% dei bambini entro i tre anni mentre le famiglie che vorrebbero fruirne sono il 42 per cento.
Inoltre, c’è il pericolo di un abbassamento della qualità. La minore disponibilità di risorse potrebbe tradursi, nei territori, in azioni finalizzate al risparmio, quali l’incremento del numero di bambini per educatore, la minore qualificazione del personale e la riduzione dei suoi momenti di aggiornamento e supervisione. Si tende spesso a sottovalutare il valore della qualità mentre le ricerche dimostrano che riveste un ruolo centrale nel determinare gli effetti benefici dei nidi sullo sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini (si veda il recente studio di Del Boca e Pasqua per la Fondazione Agnelli, scaricabile da www.fga.it).
Infine, sorgeranno difficoltà per la classe media. È probabile che l’offerta di servizi a finanziamento privato continui ad aumentare e quella pubblica no. La domanda di posti rimarrà ben superiore all’offerta nel pubblico, che – per sua natura – quando non può soddisfare tutte le richieste assegna priorità alle situazioni di maggiore difficoltà economica e/o sociale. I servizi privati, dal canto loro, sono costosi e la diminuzione del reddito dovuta alla crisi ha reso difficoltoso accedervi a un numero crescente di famiglie. Si rischia così un quadro composto da servizi pubblici rivolti alle fasce più fragili, servizi privati per i più abbienti e, nel mezzo, un insieme sempre più esteso di famiglie non abbastanza povere da accedere al pubblico e non sufficientemente benestanti da pagarsi il privato.

Perché siamo in questa situazione?
Le risposte sbagliate
Se si vuole discutere come affrontare il nuovo scenario, bisogna metterne a fuoco le cause, iniziando da alcune argomentazioni, dotate di un certo richiamo, che non sembrano condivisibili.
«I nidi costano troppo al bilancio pubblico». La spesa pubblica per gli asili nido è assai limitata, pari allo 0,15% del Pil rispetto, ad esempio, al 26,1% complessivamente dedicato al welfare. Si potrebbero rafforzare i servizi alla prima infanzia con un impatto marginale sul bilancio pubblico, producendo un significativo ritorno di consenso per il decisore responsabile.
«I nidi non servono». Si tratta di un’opinione diffusa più di quanto si pensi nell’elite politica nazionale e in vari circoli intellettuali. Invece, è scientificamente dimostrato che la presenza di nidi aiuta l’occupazione femminile. È pure dimostrato che la loro frequenza produce effetti positivi sullo sviluppo delle capacità di apprendimento e di relazione del bambino, effetti maggiori per chi proviene da famiglie svantaggiate e meno istruite.
«In Europa, i governi di destra abitualmente non promuovono i servizi alla prima infanzia». Ciò accadeva 20 anni fa, quando la destra riteneva che il bambino piccolo dovesse stare in famiglia (e la mamma non lavorare) e la sinistra che dovesse frequentare l’asilo. Da tempo, invece, negli altri paesi europei – come Germania e Gran Bretagna – i nidi sono considerati da tutti gli schieramenti un’infrastruttura sociale necessaria. In Italia, peraltro, gli sforzi della sinistra a favore dei nidi, per quanto superiori a quelli dei rivali, sono sempre stati ridotti.

Perché siamo in questa situazione? Le risposte giuste
Le cause principali risiedono nelle peculiarità del processo decisionale e del dibattito pubblico.
«Manca un forte gruppo di pressione a favore degli asili nido». In Italia i governi hanno abitualmente una ridotta capacità di prendere decisioni in modo autonomo e gruppi di pressione e lobbies – nell’industria come nel sociale – ne influenzano molto le scelte. A livello nazionale, nel welfare i gruppi di pressione realmente incisivi sono solo l’universo sindacale che si batte per chi il lavoro l’ha o l’ha avuto (occupati e pensionati) in forma stabile e protetta, e l’insieme di personalità e associazioni – il cui punto di riferimento è il Vaticano – impegnate sui temi cosiddetti “eticamente sensibili” (procreazione, configurazione giuridica della famiglia, stati vegetativi).
I soggetti, o gli interventi, che non possono contare su incisivi gruppi di pressione sono tradizionalmente sfavoriti dalle scelte della politica. È il caso di settori come la povertà o i servizi alla prima infanzia, nei quali non esiste una forte lobby di riferimento. Un’organizzazione con profilo nazionale che svolge azione di pressione per gli asili è il «Gruppo nazionale nidi infanzia» (www.grupponidiinfanzia.it), nato nel 1980. Si tratta di una rete di persone con una ridotta struttura organizzativa, il cui encomiabile sforzo non produce un impatto paragonabile a quello dei protagonisti già ricordati.
«Una coltre di fumo offusca la realtà». In Italia, la discussione pubblica sui nidi viene abitualmente affrontata nel dibattito su famiglia e ruolo della donna. Un dibattito peculiare – ad esempio, i benefici dell’asilo per il suo vero utente, il bambino, non sono mai considerati – e dai tratti ricorrenti.
I toni sono sovente concitati e i ragionamenti astratti, si discute il generico modello di società che si desidera e si trascurano gli interventi effettivamente realizzati; dunque, aspri confronti in merito all’utilità dei nidi per la società italiana e scarso interesse a capire, per esempio, se l’attuazione del piano nidi sia effettivamente servita alle famiglie in carne ed ossa. Manifestazioni recenti ne sono la Conferenza nazionale della famiglia organizzata dal governo in novembre e l’esteso confronto intorno al volume «L’Italia fatta in casa», di Alberto Alesina e Andrea Ichino (Mondadori, 2009).
Non stupisce, pertanto, che il nostro paese non abbia compiuto il passaggio realizzato nel resto d’Europa, cioè iniziare a considerare i servizi alla prima infanzia “semplicemente” un’infrastruttura necessaria e meritevole di sostegno bipartisan. In un simile dibattito, tra l’altro, si riduce molto lo spazio per la diffusione di alcune informazioni fattuali di base, quali i benefici sociali che gli asili producono, l’esigua spesa pubblica che comportano, e il fatto che nessuno intende “obbligare” le famiglie a utilizzarli bensì si vuole esclusivamente assicurare la possibilità di farlo a chi lo desidera.

Dalla battaglia ideologica all’infrastruttura sociale
I servizi alla prima infanzia richiedono al bilancio pubblico uno sforzo marginale e producono effetti positivi su aspetti decisivi per il futuro dell’Italia: la capacità di apprendimento delle nuove generazioni, l’occupazione femminile, le opportunità per chi proviene da contesti svantaggiati. Negli altri paesi europei il loro rafforzamento costituisce un obiettivo condiviso dai diversi schieramenti politici, di cui il governo centrale si è assunto la responsabilità. Da noi, se nulla cambierà, l’obiettivo dei prossimi anni sarà evitare di indietreggiare rispetto a oggi.
Esiste anche un’altra possibilità. Il 2011 potrebbe vedere la battaglia ideologica sulla famiglia prendersi un meritato riposo e gli sforzi convergere verso il concreto rafforzamento di un’utile infrastruttura sociale, cioè i nidi.
Si potrebbe partire dall’analisi dei quattro anni di piano nazionale, oggetto di approfondito monitoraggio da parte dell’amministrazione statale, mettendo in luce ciò che ha funzionato ed esaminando gli errori commessi così da non ripeterli. Si tratterebbe di valorizzare l’esperienza compiuta per aprire un confronto operativo su come procedere e giungere poi alla progettazione di un migliore intervento statale a supporto dei soggetti direttamente impegnati, a livello territoriale, nel sistema dei servizi.

da www.ilsole24ore.com

«Se un senatore dice cose da sinistra», di Luciano Gallino

Finalmente. Un senatore ha tenuto un discorso in aula dicendo cose di sinistra. Ha descritto in modo severo la situazione in cui versa il paese, ma sono stati tali e tanti i temi affrontati che un partito consapevole che la destra sta portando tutti al disastro potrebbe ricavarne un programma completo per le prossime elezioni. In questa prospettiva merita soffermarsi sui punti salienti del suo discorso, disponibile nella trascrizione fatta in Senato.
Ampio spazio viene dato ai problemi dell´occupazione e del reddito. Tempo fa, prima che arrivassero l´economia globale, la robotica e i computers, nota il senatore, una persona poteva lavorare 40 ore alla settimana e guadagnare abbastanza da pagare i conti della famiglia. Oggi per pagare i conti bisogna lavorare almeno in due, e se non si sgobba in due – facendo magari tre o quattro lavori – si rischia di non riuscire a pagare nemmeno il riscaldamento e il carburante per l´auto. Per vari gruppi di età, in specie i giovani e gli over 50, il reddito reale è addirittura più basso che negli anni 70.
C´è una causa precisa per tale peggioramento: in poco più di dieci anni il paese ha perso milioni di posti di lavoro nell´industria manifatturiera. Il lavoro è andato in Cina, Vietnam, India o Messico, dove costa dieci volte meno. La chiamano competitività. E per i lavoratori rimasti, rileva il senatore, si veda quel che succede alla Chrysler. I media hanno enfatizzato la ripresa delle assunzioni da parte dell´azienda. Ma i nuovi assunti sono pagati 14 dollari l´ora invece di 28, per fare lo stesso lavoro dei compagni più anziani. «Se ci rendiamo conto che l´industria dell´auto – si chiede l´oratore – era forse lo standard aureo per la manifattura… che cosa pensiamo succederà in futuro ai salari degli operai?». Storicamente, in questo paese, nota altrove il senatore, i posti di lavoro nel settore manifatturiero erano la spina dorsale della classe lavoratrice. L´emigrazione dell´industria verso altre coste non è solo un mutamento del modo di produrre: è un disastro sociale.
La crisi economica, iniziata ben prima di quella finanziaria, sta mutando in peggio la vita non solo degli operai, ma anche delle classi medie. Molti che vi appartengono sono figli di operai, impiegati, contadini, che grazie al lavoro dei genitori hanno potuto andare alle superiori o all´università. Ora sono in ansia, più ancora che per sé stessi, per i loro figli. E si chiedono se per la prima volta nella storia moderna di questo paese i figli non avranno un livello di vita più basso dei genitori, a cominciare dal livello di istruzione cui riusciranno ad accedere.
Quel che succede, rileva il senatore, rientra in un progetto delle forze politiche di destra. Il loro scopo ultimo – cito ancora dal suo discorso – è l´annullamento radicale di quasi tutti i provvedimenti che sono stati introdotti durante parecchi decenni per proteggere i lavoratori, gli anziani, i bambini. Allo scopo di ridurre il deficit di bilancio, stanno discutendo di una brillante idea: innalzare l´età di pensionamento sin verso i 70 anni. In questo modo chi per decenni si batte con fatica per sopravvivere, facendo un lavoro duro e sopportando molti sacrifici, dovrà lavorare sino al giorno in cui muore.
Ma agli occhi del nostro senatore l´ottusità della destra si vede soprattutto nei tagli effettuati all´istruzione, in tutte le sue forme e livelli, dagli asili alla scuola primaria, dalle superiori all´università. Sempre al fine di ridurre la spesa pubblica. Andare in questa direzione «significa semplicemente tagliarsi il naso per far dispetto alla faccia». Come potremo mai diventare una grande economia, egli chiede, se non avremo gli scienziati, gli ingegneri, gli insegnanti che ci vogliono, mentre molti altri paesi nel mondo hanno una maggior percentuale di giovani diplomati che vanno all´università? Ed è mai possibile che sia così scarsa nel paese una buona educazione per i bambini che tutti possano permettersi? I risultati di questa carenza per il prossimo futuro potrebbero essere disastrosi. I bimbi che non hanno una istruzione intellettualmente stimolante fin dalla scuola primaria dieci anni dopo abbandoneranno gli studi e magari finiranno in carcere.
Il discorso del senatore si estende alle infrastrutture. Dappertutto, egli afferma – e di questi giorni è difficile dargli torto – stanno andando in pezzi. Dovremmo investire in modo significativo per ricostruire ponti, strade, acquedotti, reti per la banda larga, trasporti pubblici, sistema ferroviario, dighe. È vero che sindaci e governatori di regione trovano poco attraente un investimento del genere. Ma se non si provvede oggi, ci costerà molto di più domani.
Ho citato quasi alla lettera vari passi del discorso di questo senatore, limitandomi a semplificarli e riordinarli, poiché si tratta di un intervento molto lungo – la trascrizione è di 124 pagine – e ripetitivo. Resta da precisare che il discorso è stato davvero tenuto al Senato l´11 dicembre scorso. Purtroppo non era il Senato italiano. Era quello degli Stati Uniti. Dove il senatore Bernie Sanders, che si definisce un «indipendente progressista» e vota per lo più con i democratici, ma non manca di criticarli quando occorre, ha parlato senza interruzione per quasi nove ore. Video e trascrizione sono disponibili sul web. Il suo bersaglio era lo scandaloso compromesso con i repubblicani fatto dal presidente Obama, accettando di estendere per altri due anni riduzioni fiscali che per i contribuenti più ricchi toccano i milioni di dollari a testa, allo scopo di poter mantenere detassazioni da mille dollari l´anno alle classi medie e alla classe operaia. Due giorni prima il Senato aveva bocciato una proposta dello stesso Sanders che avrebbe concesso a milioni di poveri ed ex combattenti disabili un assegno una tantum di 250 dollari.
Il discorso di Sanders merita attenzione per due motivi. In primo luogo mostra che la situazione economica e politica degli Stati Uniti è molto simile a quella dell´Italia. Sotto questo aspetto dagli Usa non c´è proprio più niente da imparare. Se non una cosa. In quel paese circolano in molti ambienti, strati sociali, centri di ricerca, idee forti, definite, fondate su cifre e argomenti solidi, che laggiù si chiamano liberal o progressiste, ma nel lessico nostro sono idee di sinistra. Tanto che un senatore può esprimerle con la massima chiarezza nella Camera alta, facendosi capire davvero da tutti anche fuori, per nove ore di seguito. Restiamo in attesa che un nostro parlamentare – magari del Pd, chissà – faccia un discorso simile a quello di Bernie Sanders.

da Repubblica.it

«Pensioni, bollette, multe, fisco, conti correnti: più dolori che gioie nel 2011» di Marco Bellinazzo

Sul piano normativo il 2011 si annuncia come un anno denso di novità per i cittadini, i contribuenti e i lavoratori italiani. Alcune positive, altre decisamente meno.

Contribuenti
In attesa della riforma del fisco, è corposo il pacchetto di novità nell’ottica del contrasto all’evasione e al riciclaggio. Con la manovra della scorsa estate è stato ridotto da 12.500 a 5mila euro la soglia massima per l’utilizzo del contante e dei titoli al portatore. Entro la metà del 2011 i titolari di libretti al portatore che detengano un saldo dal valore pari o superiore a 5mila euro possono estinguere definitivamente il libretto o riportare la somma sotto la soglia di guardia dei 5mila euro.
Dal 1° gennaio non si possono più compensare crediti con debiti di natura erariale in presenza di iscrizioni a ruolo a titolo definitivo di imposte erariali e accessori per un valore superiore ai 1.500 euro.
Ancora più attenzione agli avvisi di accertamento. Per quelli notificati a partire dal 1° luglio e relativi ai periodi di imposta a iniziare dal 2007, di dovrà adempiere entro 60 giorni all’obbligo di versamento delle somme richieste. Trascorsi 30 giorni dal termine ultimo per il pagamento, la riscossione sarà affidata ai concessionari.
Aumentano da febbraio le sanzioni per gli istituti deflattivi del contenzioso tributario. Per i versamenti omessi, carenti o tardivi sanati entro 30 giorni, la sanzione passa dal 2,5% al 3 per cento. Per la regolarizzazione entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso del quale è stata commessa la violazione (o, quando non è prevista dichiarazione, entro un anno dalla violazione), la sanzione passa dal 3% al 3,75 per cento. Per rimediare all’omessa presentazione della dichiarazione (al massimo entro 90 giorni), la sanzione passa dal 2,5% al 3 per cento.
Arrivano finalmente gli incentivi per il rientro in Italia di docenti e ricercatori. Nel periodo d’imposta in cui il ricercatore diviene fiscalmente residente in Italia e nei due successivi, è infatti previsto, ai fini Irpef, un abbattimento del reddito di lavoro dipendente o autonomo del 90 per cento degli emolumenti percepiti, e ai fini Irap, che l’intero emolumento percepito non rientri nella formazione del valore della base imponibile.

Pensionati
Per chi è al termine della carriera professionale si allungheranno le finestre d’uscita dal mondo del lavoro.
I dipendenti potranno ottenere l’assegno di anzianità e di vecchiaia dopo 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti. Autonomi, artigiani, commercianti e coltivatori diretti invece dovranno aspettare 18 mesi.
Aumentano anche le “quote” per accedere alla pensione di anzianità (come previsto dalla legge 247/2007). Per i lavoratori dipendenti sarà necessario raggiungere la quota 96 sommando età anagrafica e anzianità, e tenendo presente che non si può andare in pensione con meno di 60 anni. Quindi, si potrà accedere alla pensione con 60 anni d’età e 36 di contributi o con 61 anni e 35 di contributi. Invece, per i lavoratori autonomi, la quota è pari a 97, tenendo presente che l’età per il pensionamento non potrà essere inferiore a 61 anni: ne deriva che per accedere alla pensione di anzianità sarà necessario avere 61 anni e 36 di contributi o 62 anni e 35anni di contributi.

Automobilisti
Per i guidatori indisciplinati dal 2011 scatteranno multe più salate del 3,5 per cento per effetto dell’adeguamento biennale all’inflazione di moltissime sanzioni. Dall’aumento automatico sono escluse quelle già ritocccate nello scorso biennio come, per esempio, le multe per chi trucca motorini o microcar, vìola i blocchi del traffico, supera i limiti di velocità di più di 40 km/h o non rispetta i tempi di guida e riposo per gli autisti di mezzi pesanti.
Chi invece la patente deve ancora prenderla dovrà fare i conti con i nuovi quiz nell’esame di teoria. Da gennaio dovranno essere affrontati 40 quesiti a risposta unica (e non più con tre opzioni) e con la possibilità di commettere al massimo quattro errori.
Per guidare un ciclomotore o una microcar (un quadriciclo leggero) sarà necessario superare una prova pratica.

Dipendenti pubblici
Per i dipendenti pubblici dal 2011 parte il il triennio di congelamento delle buste paga. Nonostante questo blocco dovrebbero essere trovate risorse per avviare l’applicazione della “riforma Brunetta” che prevede premi per il merito e tagli agli stipendi dei “fannulloni”. In pratica, il nuovo regime del pubblico impiego limita al 25% del personale il trattamento accessorio in formula piena, concede a un dipendente su due un premio ridotto e azzera l’incentivo all’altro 25 per cento.

Consumatori
In banca stop alle commissioni per gli «sconfinamenti occasionali» da parte di chi eccede il fido o porta in rosso il proprio conto corrente, purché per brevi periodi di tempo e per piccole somme. Le banche dovranno decidere la soglia massima dello scoperto ammissibile e la platea dei clienti interessati.
La tariffa bioraria per l’energia elettrica dovrebbe portare infine a un risparmio sulle bollette, che già da gennaio saranno semplificate per facilitare la lettura e il controllo dei consumi. Questa novità riguarda le forniture di energia elettrica, di gas e quelle dual-fuel (gas più elettricità) inviate sia alle famiglie che alle aziende.

da www.ilsole24ore.it

«Missione 2011 impariamo a cambiare la nostra mente», di Oliver Sacks

I propositi per l´anno nuovo spesso riguardano un´alimentazione più sana, il frequentare di più la palestra, lo smettere di mangiare dolci, il perdere peso: tutti encomiabili obbiettivi che servono a migliorare la salute fisica. La maggior parte della gente, tuttavia, non si rende conto di poter potenziare allo stesso modo anche il proprio cervello.
Sebbene alcune aree cerebrali siano determinate geneticamente fin dalla nascita o dalla prima infanzia, altre zone – specie quelle poste nella corteccia cerebrale, che è nevralgica per le funzioni cognitive superiori come il linguaggio e il pensiero, nonché per le funzioni sensoriali e motorie – possono essere in larga misura ricondizionate nell´età adulta. In effetti, il cervello possiede la sorprendente capacità di recuperare la propria funzionalità dopo aver subito un danno: persino un danno devastante come la perdita della vista o dell´udito. Nella mia veste di medico che si occupa di pazienti affetti da malattie neurologiche, mi accade continuamente di assistere a questo fenomeno.
Ad esempio, una delle mie pazienti rimasta sorda a 9 anni, in seguito a una scarlattina, era talmente abile a leggere il labiale che ci si dimenticava della sua sordità. Una volta, senza pensarci, mi sono voltato mentre le stavo parlando.
«Non riesco più a sentirla», mi disse seccamente. «Intende dire che non riesce più vedermi», le dissi. «Lei può definirlo vedere, ma per me é un modo di sentire».
La lettura labiale, osservando i movimenti delle labbra, è stata immediatamente trasformata da questa paziente in un modo di “ascoltare” il suono delle parole nella propria mente. Il suo cervello ha trasformato una sensazione in un´altra.
Allo stesso modo, i ciechi riescono spesso a “vedere”. Alcune aree del cervello, se non stimolate, si atrofizzano e muoiono. («Usalo o lo perderai», dicono spesso i neurologi). Ma le aree visive del cervello, anche in alcuni soggetti nati ciechi, non scompaiono completamente ma vengono reimpiegate da altri sensi. Tutti abbiamo sentito parlare di persone non vedenti che possiedono un udito insolitamente acuto, ma anche altri sensi possono essere potenziati. Ad esempio, Geerat Vermeij, un biologo diventato cieco all´età di 3 anni, ha identificato molte nuove specie di molluschi sulla base di lievissime variazioni dei contorni delle conchiglie. Egli utilizza una sorta di abilità spaziale o tattile di molto superiore a quello di una qualunque persona vedente.
Lo scrittore Ved Metha, anch´egli cieco fin dalla prima infanzia, naviga soprattutto utilizzando la “ecolocazione” – la capacità cioè di avvertire la presenza degli oggetti dal modo in cui essi riflettono i suoni, o gli impercettibili cambiamenti delle correnti d´aria che raggiungono il suo viso. Ben Underwood, un ragazzo straordinario che perse la vista quando aveva 3 anni e che è morto nel 2009, a 16 anni, aveva elaborato un´efficace strategia, simile a quella dei delfini, che gli permetteva, emettendo schiocchi a ritmo regolare, di avvertirne l´eco sugli oggetti vicini. Era diventato così abile che poteva andare in bicicletta, fare sport e persino giocare con i videogame.
Persone come Ben Underwood e Ved Metha, che hanno avuto qualche precoce esperienza visiva ma che in seguito hanno perso la vista, sono in grado di trasformare istantaneamente le informazioni che ricevono attraverso il senso tattile o l´udito, in un´immagine visiva: riescono, ad esempio, a “vedere” i puntini mentre leggono con le dita la scrittura Braille.
I ricercatori che utilizzano le immagini funzionali del cervello confermano che in situazioni del genere i soggetti attivano non solamente le aree della corteccia dedicate al senso tattile, ma anche parti della corteccia visiva.
Non c´è bisogno di essere ciechi o sordi per sfruttare la misteriosa capacità del cervello di apprendere, adattarsi e svilupparsi. Ho visto centinaia di pazienti con vari deficit – ictus, sindrome di Parkinson e persino demenza – imparare a fare le cose in modo nuovo, sia consapevolmente che inconsapevolmente, così da aggirare quei problemi.
Il fatto che il cervello sia in grado di adattamenti tanto radicali solleva interrogativi interessanti. Fino a che punto siamo plasmati dal nostro cervello, e in che misura siamo noi a plasmarlo? La capacità del cervello di modificarsi può essere sfruttata in modo da fornirci maggiori capacità cognitive? L´esperienza di molte persone fa ritenere che ciò è possibile.
Una mia paziente è diventata paralitica da un giorno all´altro a causa di un´infezione del midollo spinale. Inizialmente è caduta in depressione perché non poteva più godere nemmeno del più piccolo piacere, come il cruciverba quotidiano, da lei tanto amato. Dopo qualche settimana, però, ha chiesto di avere il suo giornale, in modo da poter almeno dare un´occhiata al gioco, vederne la configurazione, gettare uno sguardo agli indizi. Nel fare questo, accadde qualcosa di straordinario. Leggendo gli indizi, le risposte sembrarono scriversi da sole negli spazi vuoti. Nelle settimane successive la sua memoria visiva si potenziò fino a quando scoprì di poter tenere a mente l´intero cruciverba e tutti gli indizi dopo una sola, attenta, occhiata e di poter risolverlo mentalmente.
Questa evoluzione può verificarsi anche in pochi giorni. I ricercatori di Harvard, ad esempio, hanno scoperto che soggetti adulti vedenti, tenuti bendati per soli cinque giorni, sono in grado di produrre un cambiamento nel modo in cui funziona il loro cervello: i soggetti hanno migliorato considerevolmente le loro competenze tattili, come l´apprendimento del sistema Braille.
La neuroplasticità – la capacità del cervello di creare nuovi percorsi – svolge un ruolo essenziale nel recupero di coloro che perdono una capacità sensoriale, cognitiva o motoria. Essa tuttavia può svolgere un ruolo essenziale anche nella vita quotidiana di tutti noi. Sebbene sia vero che apprendere durante l´infanzia è più facile, i neuroscienziati oggi sanno che il cervello non cessa di svilupparsi, anche nell´età matura. Ogni volta che ci accingiamo a fare qualcosa che già sappiamo fare, o apprendiamo qualcosa di nuovo, le connessioni neuronali già presenti si potenziano e, con il tempo, i neuroni ne creano di nuove. Possono essere create persino delle nuove cellule nervose.
Ho sentito molte storie di persone comuni che hanno iniziato a praticare un nuovo sport o a suonare uno strumento musicale a 50 o 60 anni e non soltanto sono diventate piuttosto brave ma, facendolo, ne hanno tratto una grande gioia. Eliza Bussey, una giornalista di 55 anni che oggi studia arpa al conservatorio Peabody di Baltimora, solo pochi anni fa non era in grado di leggere neanche una nota. In una sua lettera, mi ha scritto che cosa è significato imparare a suonare la Passacaglia di Händel: «Sentivo, ad esempio, che le mie dita e il mio cervello cercavano di collegarsi per dare forma a nuove sinapsi… So che il mio cervello è cambiato in modo straordinario». Non c´è dubbio che la signora Bussey ha ragione: il suo cervello è cambiato.
La musica ha una particolare forza plasmante, perché ascoltarla e soprattutto suonarla impegna molte differenti aree del cervello, le quali devono tutte lavorare in tandem: dalla lettura della notazione musicale e il coordinamento di precisi movimenti muscolari della mano alla valutazione e all´espressione del ritmo e della tonalità e all´associazione della musica a ricordi ed emozioni.
Che sia attraverso l´apprendimento di una nuova lingua, viaggiando in posti nuovi, seguendo una passione per l´apicoltura o semplicemente pensando in modo nuovo ad un vecchio problema, tutti noi, nei prossimi anni e in quelli che seguiranno, possiamo stimolare lo sviluppo del nostro cervello. Proprio come l´attività fisica è essenziale al mantenimento di un corpo sano, così mettere alla prova il proprio cervello, mantenerlo attivo, impegnato, flessibile e vivace non è soltanto divertente: è essenziale al benessere cognitivo.

(Traduzione di Antonella Cesarini)

da Repubblica

«Ai sindaci non piace il federalismo: ci toglie 2,5 miliardi. Calderoli: subito la riforma o il voto», a cura di Gianni Trovati

Ai sindaci i conti del federalismo fiscale non tornano. Mentre il decreto attuativo è dovuto approdare in parlamento senza il parere dei diretti interessati, proprio a causa delle incertezze sui fondi, i tecnici dell’Ifel, la fondazione dell’Anci per la finanza locale, si sono tuffati nelle tabelle del ministero dell’Economia e della commissione tecnica per l’attuazione della riforma, e ne sono riemersi con un timore circostanziato: la riforma disegnata dal decreto attuativo può costare ai comuni quasi 2,5 miliardi, cioè circa il 10% delle risorse in gioco, e conferma a regime tutti i tagli imposti dalla manovra estiva (la sforbiciata ai trasferimenti vale 1,5 miliardi per il 2011 e un altro miliardo per il 2012). Non solo, perché le stime fornite dal governo sul gettito dei nuovi tributi, per esempio l’emersione del “nero” sugli affitti grazie alla cedolare secca, sembrano spesso ottimistiche, e se si rivelassero contraddette dalla realtà il conto per i sindaci diventerebbe anche più pesante.

Dubbi, obiezioni e timori dei sindaci sono finiti in un dossier elaborato dall’Ifel, che ora offrirà la base di trattativa con il governo nell’ambito del tavolo tecnico che accompagna la riforma in parlamento sempre in attesa del parere dei comuni. Per ottenere il «sì» degli amministratori locali, il governo dovrà offrire garanzie su tutti i punti deboli indicati dall’Ifel (chiamato anche a lavorare ai fabbisogni standard, quale «partner scientifico» di Sose, e delegato all’attuazione delle attività di diretto contatto con i comuni).

Il meccanismo
Per capire il problema, bisogna percorrere la strada che dovrebbe portare i comuni dall’attuale sistema di finanza derivata, dipendente in larga parte dall’assegno dello stato, all’autonomia prevista dal federalismo, e fondata soprattutto sui frutti fiscali del mattone. Nel passaggio, bisognerà dire addio a gran parte dei trasferimenti statali e all’addizionale sull’energia elettrica, mentre l’Ici sopravvissuta all’abolizione sulla prima casa verrà assorbita dalla nuova Imu dal 2014: in tutto, si tratta di 25,1 miliardi di euro, che dovranno essere sostituiti dall’assegnazione ai comuni del fisco immobiliare (registro, imposte ipotecarie e catastali, bolli, tributi catastali, cedolare secca sugli affitti e Irpef sui redditi fondiari, quest’ultima destinata al tramonto) e, dal 2014, dal varo dell’imposta municipale unica (Imu) che ingloberà quasi tutte queste voci.

I calcoli
I numeri dell’Ifel partono dalle basi imponibili indicate dal- l’Economia e dalla Copaff, su cui vengono applicate le aliquote attuali e quelle che dovrebbero caratterizzare l’Imu. Le richieste dell’Imu sui trasferimenti sono già nel decreto (8%, 2% per la prima casa), mentre quelle sull’Imu legata al possesso si desumono dai calcoli ministeriali (10,6 per mille, 5,3 per mille sugli immobili dati in affitto o di proprietà di imprese). Fissate le richieste, e calcolata la fetta che lo stato continuerà a incamerare per assicurare la «neutralità finanziaria» della riforma (lo prevede il decreto), arrivano i risultati: su 25,1 miliardi, ne ballano quasi 2,5.

Nelle città
Se questo è il dato generale, i calcoli Ifel fanno un passo ulteriore, e in ogni comune mettono a confronto le risorse destinate a cadere con il federalismo fiscale (cioè trasferimenti e addizionale sull’energia elettrica) con quelle che le dovrebbero sostituire, stimando anche un recupero di evasione intorno ai 450 milioni di euro all’anno, spalmato in modo uniforme in tutt’Italia. Quest’ultimo calcolo è un esercizio teorico, perché nei primi anni le risorse del fisco sul mattone andranno a un fondo sperimentale di riequilibrio, che le distribuirà in modo da attenuare le differenze. I dati mostrano bene però gli squilibri di partenza: nei territori a statuto ordinario, il confronto fra le due voci segna a Napoli un -50% (anche a causa dei trasferimenti extra che arrivano alla città), i capoluoghi calabresi accusano perdite tra il 40 e il 50% mentre all’altro capo della classifica si incontrano le città medie del Nord. Viste le premesse, sono più i comuni che ci perdono di quelli che ci guadagnano: soffrono soprattutto i centri più piccoli (nei 4.660 comuni sotto i 5mila abitanti la flessione media è del 16,9%) e le grandi città (-5,2% sopra i 250mila abitanti).

Il grado di (s)fortuna del singolo comune nello scambio tra fisco e trasferimenti dipende da molti fattori: il Sud, capeggiato da Napoli, è penalizzato dall’incrocio fra un’elevata dipendenza dai fondi statali e un fisco immobiliare reso meno promettente da un mercato meno vivace, da un’evasione più diffusa e da valori catastali più arcaici. A regime, il compito di ridurre queste differenze è affidato al fondo di perequazione, che dovrà anche tenere conto dei fabbisogni standard di ogni comune; ma, lamentano i sindaci, questo strumento non ha ancora trovato spazio nei decreti attuativi.

da www.ilsole24ore.com

"Presidi, mai bandito il concorso:«E’ tardi, rischiamo la paralisi»", di Alessandra Migliozzi

Promesso entro il 2010 da Gelmini, manca il sì di Tremonti

ROMA – «Entro il 2010 verrà bandito un nuovo concorso per assumere 2.800 presidi». Parola di Mariastella Gelmini. A settembre il ministro dell’Istruzione aveva annunciato l’infornata di dirigenti scolastici (da quattro anni non si fanno assunzioni di questo tipo) per risolvere il problema ormai esplosivo delle reggenze: quest’anno circa 1.600 scuole su 10.000 non hanno un preside loro, ma un supplente preso in prestito da un istituto vicino. In quasi una scuola su cinque non c’è un dirigente titolare, ma un sostituto a ‘tempo’. Per migliaia di famiglie è un’impresa riuscire a parlare con il reggente, che deve barcamenarsi fra due istituti, far fronte a decine di consigli di istituto, confronti con i professori e scrutini. Per questo il ministro aveva annunciato un nuovo concorso da 2.800 posti. Una selezione innovativa e “basata sul merito”, sui titoli e non sulle anzianità. Ma quel bando non è mai uscito in Gazzetta Ufficiale e ora le associazioni della dirigenza e i sindacati di categoria lanciano l’allarme. Se entro gennaio non cominciano le pratiche per le assunzioni, che da sole durano oltre un anno, non solo non ci saranno i nuovi presidi necessari a settembre 2011, cosa ormai certa. Ma potrebbero non essere assunte le nuove leve nemmeno per il settembre del 2012. Considerando la media dei pensionamenti (800 all’anno), già nel 2011 saranno 2.400 circa le sedi vacanti. Se non si assume entro il 2012, a quel punto si salirà a oltre 3.000: il nuovo concorso non sarà bastato neppure per coprire il turn-over e un terzo delle scuole italiane non avrà un preside. Due associazioni di categoria, la Disal e l’Andis hanno scritto al ministro Gelmini, in questi giorni di festa, per sottolineare la gravità del ritardo. “Da quanto sappiamo- spiega Roberto Pellegatta, presidente Disal- il bando è pronto ed è alla firma del presidente della Repubblica. C’è anche l’ok della Regioneria dello Stato, ma manca il placet del Mef, del ministero dell’Economia e delle Finanze. Il problema forse è politico o forse c’è stata solo trascuratezza nel sollecitare l’ok del Mef per la pubblicazione in Gazzetta. Chiediamo al ministro Gelmini di dare una voce al suo collega di governo. Forse Tremonti vuole risparmiare, perché un preside reggente costa un decimo di uno assunto, ma così si indebolisce la scuola”. Le due associazioni, se non arriveranno risposte a stretto giro, contano di rivolgersi “direttamente a Napolitano” a metà gennaio. “L’assenza da oltre quattro anni di un concorso per nuovi dirigenti scolastici- scrivono al ministro- ci sembra non solo un grave danno alle scuole, ma un segno tangibile di trascuratezza per le istituzioni scolastiche autonome e per la professione dirigente in particolare”. Anche l’Anp, l’Associazione nazionale, presidi guidata da Giorgio Rembado, che è il principale sindacato di categoria, lamenta il forte ritardo. “Sui tempi del concorso- spiega Rembado- c’erano state ampie rassicurazioni da parte del ministero dell’Istruzione che, però, ormai sono alle nostre spalle, sono scadute. Per questo, a ridosso delle feste di Natale, abbiamo chiesto un incontro al ministro. Speriamo che a gennaio, alla ripresa delle attività, ci sia questo confronto per far partire il concorso. Altrimenti salta anche la scadenza di settembre 2012 per le nuove assunzioni, scadenza limite se non vogliamo avere più di un terzo delle scuole affidate a presidi-supplenti che possono anche fare i salti mortali, ma con inevitabili difficoltà di gestione degli istituti”.

dal Messaggero