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In diecimila con Sant'Egidio. Per la pace e la libertà religiosa

Da Largo Torre Argentina a piazza San Pietro per l’Angelus. Striscioni con i nomi dei 37 paesi in guerra

ROMA – In diecimila in marcia per iniziare il nuovo anno nel segno della pace. Sabato primo gennaio si celebra la Giornata Mondiale della Pace e la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato nella Capitale un corteo che si è mosso alle 11 da largo Torre Argentina e percorrerà via della Conciliazione fino a piazza San Pietro per il tradizionale Angelus del Papa che quest’anno sarà dedicato alla libertà religiosa come antidoto alla guerra. In contemporanea, Sant’Egidio promuoverà in altre 400 città del mondo marce, manifestazioni, incontri e momenti di preghiera per sostenere le parole del Papa e il suo invito alla pace.

DOLORE PER ALESSANDRIA D’EGITTO – Striscioni ricordano i nomi dei 37 Paesi del mondo che oggi sono feriti dalla guerra. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha espresso a anome di tutti il dolore dolore per quanto avvenuto ad Alessandria d’Egitto e ha invitato a «non sprecare il dono della pace che abbiamo noi europei».

MESSAGGI DI PACE – Fu papa Paolo VI nel 1968, durante la guerra in Vietnam, che scrisse il primo messaggio per la pace. Da allora, i cattolici celebrano il 1 gennaio come giornata Mondiale della Pace: un augurio affinché sia un giusto e benefico equilibrio a dominare il pianeta ancora troppo diviso da conflitti e violenze. La Comunità di Sant’Egidio, che nel 1968 muoveva i suoi primi passi, in questi 43 anni ha lavorato per la pace, nel dialogo con tutti, nell’incontro con uomini e donne di fedi diverse, a partire dai più poveri. Da nove anni Sant’Egidio inizia l’anno con il passo della pace, gridando in tutto il mondo “Pace in tutte le Terre”.

PRANZO PER I POVERI – Prosegue anche nel 2011 il lavoro della Caritas per sostenere gli ultimi e a regalare un sorriso a chi non ha niente. Dopo il Veglione di Capodanno nella mensa di via Marsala, il primo gennaio è in programma un pranzo per i senza tetto e i bisognosi. Alle 11 del mattino il direttore della Caritas diocesana di Roma, monsignor Enrico Feroci, celebrerà la messa e si unirà al pranzo preparato dai residenti delle tre case famiglia di Villa Glori. Il menu, salvo cambiamenti dell’ultima ora, è composto da lasagne alla bolognese e spaghetti alla ternana; secondi a base di brasato ai funghi, salsicce e lenticchie, tutto accompagnato dai tradizionali brindisi a base di spumante.

Carlotta De Leo
www.corriere.it

Una sfida per l'Italia, per i nostri giovani. Che il PD raccoglierà

Napolitano: “Dedico il messaggio ai giovani che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano lavoro”. Bersani: “Libereremo loro la strada”

“Dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell’Italia”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto il tradizionale messaggio, a reti unificate, di fine anno.

Nel richiamare la preoccupazione già espressa, anche in occasione del saluto con le Alte magistrature dello Stato, “per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società, le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni”, il Capo dello Stato ha sottolineato “l’esigenza di uno spirito di condivisione – da parte delle forze politiche e sociali – delle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare; e l’esigenza di un salto di qualità della politica, essendone in giuoco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida”. Ma – ha aggiunto il Capo dello Stato – a questo riguardo “voi che mi ascoltate non siete semplici spettatori, perché la politica siete anche voi, in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono”.

Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, subito ringrazia “il presidente della Repubblica per il regalo che ci ha fatto. Ci ha regalato parole di verità di cui abbiamo estremo bisogno. C’è stata nelle parole di Giorgio Napolitano – osserva – una sfida positiva. L’Italia ha di fronte un problema grave: unità del paese, stabilità e crescita sono obiettivi stringenti da raggiungere con una politica che rafforzi la sua dignità e il suo ruolo, producendo un impegno per le riforme e rigorosi comportamenti”. “Solo in questo modo – dice ancora Bersani – libereremo la strada alle nuove generazioni e non faremo gravare sul loro futuro le nostre inadempienze. Noi raccoglieremo questa sfida positiva con rinnovata convinzione come una forza di opposizione che sente la sua responsabilità e agisce pensandosi come forza di governo e di riforme”.

Per il suo vice, Enrico Letta, il Presidente “ha colto nel segno centrando sulla questione giovanile il suo messaggio di fine anno. La crescita delle incertezze sul futuro e le difficoltà crescenti che i giovani italiani stanno vivendo sono alla base dei problemi del nostro Paese che da tempo appare fermo e statico. Solo ridando prospettive e speranza ai giovani si potrà far ripartire dinamiche di crescita e di sviluppo. Noi cogliamo il senso profondo di questo messaggio e vogliamo fare fino in fondo la nostra parte per dare risposte alle ansie delle quali il presidente Napolitano si è fatto interprete”.

Per la presidente dell’assemblea nazionale del partito, Rosy Bindi, nel discorso di fine anno non sono stati “nascosti i problemi e si è indicata la necessità di avere fiducia e speranza nel futuro”.

La globalizzazione. Anche se questo 2010 è stato dominato da condizioni di persistente crisi e incertezza dell’economia, il Presidente della Repubblica ha esortato a non farsi “paralizzare da quest’ansia”: “E’ possibile – ha affermato – un impegno comune senza precedenti per fronteggiare le sfide e cogliere le opportunità di questo grande tornante storico. Siamo tutti chiamati a far fronte ancora alla sfida della pace, sempre messa a dura prova da persistenti e ricorrenti conflitti e da cieche trame terroristiche: della pace e della sicurezza collettiva, che esigono tra l’altro una nuova assunzione di responsabilità nella Comunità Internazionale da parte delle grandi potenze emergenti. Siamo chiamati a cogliere le opportunità di un processo di globalizzazione tuttora ambiguo nelle sue ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali, ed estremamente impegnativo per continenti e paesi – l’Europa, l’Italia – che tendono a perdere terreno nell’intensità e qualità dello sviluppo”.

Il Capo dello Stato si è detto convinto che “quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell’eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della nostra Costituzione. Nelle condizioni dell’Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano.

Ridurre il debito pubblico, fare una riforma fiscale. Ormai non si può “aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell’aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale”.

Bisogna quindi “trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l’oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall’abituale frastuono e da ogni calcolo tattico. Ma affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, così come mettere mano a una profonda riforma fiscale, vuol dire compiere scelte significative anche se difficili. Si debbono o no – si è chiesto il Presidente Napolitano – ad esempio fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l’Università? Che questa scelta sia da fare, lo ha detto il Senato accogliendo espliciti ordini del giorno in tal senso prima di approvare la legge di riforma universitaria”. Napolitano si è augurato che nel processo attuativo della legge Gelmini ci siano “ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche, e potrà essere integrato da nuove decisioni come quelle auspicate dallo stesso Senato” (il riferimento è all’odg del senatore Pd Rusconi e ad uno di FLI – ndr).

Pubblico e privato insieme per la crescita, la ricerca, l’innovazione. Per il Capo dello Stato “occorre in generale individuare priorità che siano riferibili a quella strategia di più sostenuta crescita economico-sociale che per l’Italia è divenuta – dopo un decennio di crescita bassa e squilibrata – condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all’interno dell’Unione Europea”.

Queste priorità sono “da far valere non solo attraverso l’azione diretta dello Stato e di tutti i poteri pubblici, ma anche attraverso la sollecitazione di comportamenti corrispondenti da parte dei soggetti privati. Abbiamo, così, bisogno non solo di più investimenti pubblici nella ricerca, ma di una crescente disponibilità delle imprese a investire nella ricerca e nell’innovazione.

Il lavoro, le riforme, il sud. “Passa anche di qui l’indispensabile elevamento della produttività del lavoro: tema, oggi, di un difficile confronto – che mi auguro evolva in modo costruttivo – in materia di relazioni industriali e organizzazione del lavoro”.

Il Presidente Napolitano ha rilevato che “reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l’Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate. E richiede – ha ribadito il Capo dello Stato – coraggio politico e sociale, per liberarci di vecchie e nuove rendite di posizione, così come per riconoscere e affrontare il fenomeno di disuguaglianze e acuti disagi sociali che hanno sempre più accompagnato la bassa crescita economica almeno nell’ultimo decennio”.

Il Capo dello Stato ha fatto riferimento agli ultimi dati del sul tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e nel Mezzogiorno, per avvertire che “se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia. Proprio perché non solo speriamo, ma crediamo nell’Italia, e vogliamo che ci credano le nuove generazioni, non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo. C’è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare: proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Quelle che abbiamo accumulato nella nostra storia di centocinquant’anni di Italia unita”.

A questo punto il Capo dello Stato ha sottolineato che le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia non sono un rito retorico: “Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Nulla può oscurare il complessivo bilancio della profonda trasformazione, del decisivo avanzamento che l’Unità, la nascita dello Stato nazionale e la sua rinascita su basi democratiche hanno consentito all’Italia. Sono convinto che nelle nuove generazioni sia radicato il valore dell’unità nazionale, e insieme il valore dello Stato unitario come presidio irrinunciabile nell’era del mondo globale”.

Dunque, “il futuro da costruire – guardando soprattutto all’universo giovanile – richiede un impegno generalizzato. Quell’universo è ben più vasto e vario del mondo studentesco. A tutti rivolgo ancora la più netta messa in guardia contro ogni cedimento alla tentazione fuorviante e perdente del ricorso alla violenza”. La “strada giusta” è quella di “investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità”. E il Capo dello Stato ha richiamato alcune testimonianze della possibilità di “aprire la strada verso un futuro degno del grande patrimonio storico”, per sollecitare a fare la loro parte “quanti hanno maggiori responsabilità – e ne debbono rispondere – nella politica e nelle istituzioni, nell’economia e nella società, ma in pari tempo ogni comunità, ogni cittadino. Dovunque, anche a Napoli”. E concludendo il messaggio il Capo dello Stato ci ha ricordato che “sentire l’Italia, volerla più unita e migliore, significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, così come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani. A tutti, dunque, agli italiani e agli stranieri che sono tra noi condividendo doveri e speranze, il mio augurio affettuoso, il mio caloroso buon 2011”.

Marco Laudonio per www.partitodemocratico.it

Napolitano: "Investire sui giovani per un futuro degno del nostro grande patrimonio storico"

“Dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell’Italia”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto il tradizionale messaggio, a reti unificate, di fine anno.

Nel richiamare la preoccupazione già espressa, anche in occasione del saluto con le Alte magistrature dello Stato, “per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società, le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni”, il Capo dello Stato ha sottolineato “l’esigenza di uno spirito di condivisione – da parte delle forze politiche e sociali – delle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare; e l’esigenza di un salto di qualità della politica, essendone in giuoco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida”. Ma – ha aggiunto il Capo dello Stato – a questo riguardo “voi che mi ascoltate non siete semplici spettatori, perché la politica siete anche voi, in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono”.

Anche se questo 2010 è stato dominato da condizioni di persistente crisi e incertezza dell’economia, il Presidente della Repubblica ha esortato a non farsi “paralizzare da quest’ansia”: “E’ possibile – ha affermato – un impegno comune senza precedenti per fronteggiare le sfide e cogliere le opportunità di questo grande tornante storico. Siamo tutti chiamati a far fronte ancora alla sfida della pace, sempre messa a dura prova da persistenti e ricorrenti conflitti e da cieche trame terroristiche: della pace e della sicurezza collettiva, che esigono tra l’altro una nuova assunzione di responsabilità nella Comunità Internazionale da parte delle grandi potenze emergenti. Siamo chiamati a cogliere le opportunità di un processo di globalizzazione tuttora ambiguo nelle sue ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali, ed estremamente impegnativo per continenti e paesi – l’Europa, l’Italia – che tendono a perdere terreno nell’intensità e qualità dello sviluppo”.

Il Capo dello Stato si è detto convinto che “quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell’eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della nostra Costituzione. Nelle condizioni dell’Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell’aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale”.

Bisogna quindi “trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l’oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall’abituale frastuono e da ogni calcolo tattico. Ma affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, così come mettere mano a una profonda riforma fiscale, vuol dire compiere scelte significative anche se difficili. Si debbono o no – si è chiesto il Presidente Napolitano – ad esempio fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l’Università? Che questa scelta sia da fare, lo ha detto il Senato accogliendo espliciti ordini del giorno in tal senso prima di approvare la legge di riforma universitaria. Una legge il cui processo attuativo – colgo l’occasione per dirlo a coloro che l’hanno contestata – consentirà ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche, e potrà essere integrato da nuove decisioni come quelle auspicate dallo stesso Senato”.

Per il Capo dello Stato “occorre in generale individuare priorità che siano riferibili a quella strategia di più sostenuta crescita economico-sociale che per l’Italia è divenuta – dopo un decennio di crescita bassa e squilibrata – condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all’interno dell’Unione Europea”.

Queste priorità sono “da far valere non solo attraverso l’azione diretta dello Stato e di tutti i poteri pubblici, ma anche attraverso la sollecitazione di comportamenti corrispondenti da parte dei soggetti privati. Abbiamo, così, bisogno non solo di più investimenti pubblici nella ricerca, ma di una crescente disponibilità delle imprese a investire nella ricerca e nell’innovazione. Passa anche di qui l’indispensabile elevamento della produttività del lavoro: tema, oggi, di un difficile confronto – che mi auguro evolva in modo costruttivo – in materia di relazioni industriali e organizzazione del lavoro”.

Il Presidente Napolitano ha rilevato che “reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l’Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate. E richiede – ha ribadito il Capo dello Stato – coraggio politico e sociale, per liberarci di vecchie e nuove rendite di posizione, così come per riconoscere e affrontare il fenomeno di disuguaglianze e acuti disagi sociali che hanno sempre più accompagnato la bassa crescita economica almeno nell’ultimo decennio”.

Il Capo dello Stato ha fatto riferimento agli ultimi dati del sul tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e nel Mezzogiorno, per avvertire che “se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia. Proprio perché non solo speriamo, ma crediamo nell’Italia, e vogliamo che ci credano le nuove generazioni, non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo. C’è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare: proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Quelle che abbiamo accumulato nella nostra storia di centocinquant’anni di Italia unita”.

A questo punto il Capo dello Stato ha sottolineato che le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia non sono un rito retorico: “Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Nulla può oscurare il complessivo bilancio della profonda trasformazione, del decisivo avanzamento che l’Unità, la nascita dello Stato nazionale e la sua rinascita su basi democratiche hanno consentito all’Italia. Sono convinto che nelle nuove generazioni sia radicato il valore dell’unità nazionale, e insieme il valore dello Stato unitario come presidio irrinunciabile nell’era del mondo globale”.

Dunque, “il futuro da costruire – guardando soprattutto all’universo giovanile – richiede un impegno generalizzato. Quell’universo è ben più vasto e vario del mondo studentesco. A tutti rivolgo ancora la più netta messa in guardia contro ogni cedimento alla tentazione fuorviante e perdente del ricorso alla violenza”. La “strada giusta” è quella di “investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità”. E il Capo dello Stato ha richiamato alcune testimonianze della possibilità di “aprire la strada verso un futuro degno del grande patrimonio storico”, per sollecitare a fare la loro parte “quanti hanno maggiori responsabilità – e ne debbono rispondere – nella politica e nelle istituzioni, nell’economia e nella società, ma in pari tempo ogni comunità, ogni cittadino. Dovunque, anche a Napoli”.

Insomma “sentire l’Italia, volerla più unita e migliore, – ha concluso il Capo dello Stato – significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, così come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani. A tutti, dunque, agli italiani e agli stranieri che sono tra noi condividendo doveri e speranze, il mio augurio affettuoso, il mio caloroso buon 2011”.

www.quirinale.it

Egitto, Bersani: "Serve mobilitazione internazionale per libertà religiosa"

Dopo la strage di Capodanno e il richiamo di Benedetto XVI interviene il segretario del PD: “Pronti ad appoggiare ogni iniziativa del governo. L’Italia può e deve avere ruolo particolare”

“E’ doveroso rispondere al forte richiamo di Benedetto XVI sull’estendersi dell’intolleranza religiosa. Questa intolleranza ha colpito e sta colpendo in particolare i cristiani dell’Iraq, della Nigeria, delle Filippine, dell’Indonesia, dell’Egitto. C’e’ il rischio che sulla libera espressione religiosa si scarichino sanguinosamente tensioni politiche ed etniche”. Lo ha dichiarato il Segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. “C’e’ bisogno urgentemente di una mobilitazione delle istituzioni internazionali, dei governi, delle diplomazie e delle pubbliche opinioni perche’ la liberta’ religiosa sia pienamente garantita. In questo, l’Italia puo’ e deve avere un ruolo particolare – ha concluso Bersani – Siamo pronti ad appoggiare ogni iniziativa del governo italiano che incoraggi una reazione internazionale a cio’ che sta avvenendo”.

www.partitodemocratico.it

Buon Anno!

Buon Anno!
Buon Anno a chi passa di qua per curiosare o per informarsi, a chi passa per suggerire o per criticare.
Buon anno anche a chi non passa, ma fa sentire il suo supporto e la sua vicinanza.
Buon Anno a chi è arrivato e un rimpianto per chi ci ha lasciato.
Buon anno agli avversari leali, che ci hanno consentito di fare meglio.
Buon anno a tutti quelli che hanno reso il nostro Paese più giusto e solidale.
Buon anno alle ragazze e ai ragazzi, perchè loro è il futuro. Un futuro che dobbiamo rendere migliore

La Redazione e Manuela Ghizzoni

"L'Arroganza sconfitta", di Stefano Rodotà

L´anno si chiude con un significativo segnale istituzionale e civile. Il presidente della Repubblica ha firmato la legge sull´università (non oso definirla “riforma”), e ciò conferma il suo scrupolo nell´esercizio del delicatissimo potere di dare il definitivo via libera alle leggi, sottolineando che nel testo approvato dal Parlamento non ha ravvisato «motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere». Ha, però, accompagnato questa sua decisione con una lettera al presidente del Consiglio nella quale non solo si mette in evidenza che nella legge sono presenti “criticità” che dovranno essere affrontate e risolte, ma si richiama il governo all´osservanza di ordini del giorno approvati dal Senato «contenenti precise indicazioni anche integrative» su contenuti e risorse. E soprattutto Napolitano ha concluso la lettera auspicando che, «su tutti gli impegni assunti con l´accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate».
Proprio da queste ultime parole bisogna partire. Il lungo iter legislativo è stato caratterizzato dalla “disattenzione” del Governo per ogni forma di confronto e di dialogo, disattenzione poi sfociata in vere e proprie dichiarazioni di disprezzo per chi manifestava – professori fannulloni e studenti vagabondi. A questa assenza istituzionale, a questo clima di spocchiosa chiusura, ha reagito il solo presidente della Repubblica, incontrando gli studenti, mostrando quali debbano essere i doveri di chi ha responsabilità pubbliche e riaprendo così quell´indispensabile canale di comunicazione tra istituzioni e cittadini senza il quale la politica muore. Chi ha manifestato nei mesi passati, e ha deciso di mantenere il suo impegno in quelli a venire, trova nelle parole del presidente della Repubblica sostegno e conforto. E anche una ragione per essere più esigenti. Il confronto, sottolinea Napolitano, deve avvenire con «tutte le parti interessate», dunque anche con gli studenti, finora espropriati, insieme alle altre componenti dell´università, del diritto di intervenire in una vicenda che riguarda il futuro dell´insegnamento e della ricerca, e della loro stessa vita.
Questa ferita non è stata sanata. Ma possiamo ben dire che hanno vinto gli studenti perché, nella partita fortemente simbolica che si sta svolgendo, hanno fatto via via risaltare arroganza e debolezza di chi ha voluto tenerli lontani, e ora si vedono riconosciuti come interlocutori indispensabili. In un bel documento scritto da professori dell´università di Torino si mette in giusta evidenza come «gli studenti vadano ringraziati perché con la loro mobilitazione hanno supplito all´inerzia e all´irresponsabilità della classe accademica per non dire dell´acquiescenza della Conferenza dei Rettori». E dagli studenti è venuto un segno di grande intelligenza politica quando, reagendo alle violenze del 14 dicembre, hanno compreso di dover riguadagnare la fiducia dell´opinione pubblica, e così sono andati tra la gente e hanno lasciato nella loro timorosa solitudine i politici prepotenti, rovesciando il meccanismo di esclusione rivolto contro di loro.
Napolitano mette in evidenza che «quel che sta per avviarsi è un processo di riforma», che richiederà un numero elevatissimo di decreti delegati, regolamenti governativi, decreti ministeriali, provvedimenti delle singole università. Viene così individuato il terreno concreto sul quale dovrà svolgersi il confronto, non soltanto formale. I protagonisti della sacrosanta protesta sono ora chiamati, da una parte, a tener viva la tensione intellettuale e politica; dall´altra, ad individuare le questioni aperte, nelle quali intervenire per cercare di ridurre i danni della legge Bisognerà impedire, ad esempio, che i nuovi statuti prevedano una composizione dei consigli di amministrazione che consegni le università agli esterni, violando la norma costituzionale sull´autonomia universitaria e riducendo l´università alla sola efficienza mercantile, negandone l´alta e disinteressata funzione culturale. L´intollerabile cultura, oggi colpita ovunque perché da qui nasce il vero potere dei cittadini – il sapere critico.

La Repubblica 31.12.10

«L’Italia senza welfare tiene in scacco giovani e donne», di Bianca Di Giovanni

Il 2010? Non molto diverso dagli altri anni. Purtroppo». Chiara Saraceno torna a parlare dei «mali d’Italia»: sempre gli stessi. Giovani con poche speranze per il futuro, welfare inadeguato a rendere i cittadini autonomi dalla loro famiglia d’origine, società ferma nelle sue diseguaglianze. Sembra che nulla del nostro Paese possa più sorprendere la sociologa che dopo vari impegni in diverse istituzioni italiane, è «espatriata» (sarà un caso?) a Berlino. Ma c’è un tema su cui l’allarme si fa più pressante: le donne. «Per le donne italiane questi sono anni bruttissimi – dichiara – sia dal punto di vista simbolico che da quello della rappresentazione pubblica». Nel mondo femminile c’è una distanza netta tra Italia e resto del mondo. «La quantità di bocche rifatte qui da noi è abnorme». Riflesso di un berlusconismo ormai dominante? No di certo. Saraceno non punta mai il dito solo su Berlusconi. Sono molte e complesse le cause delle storture italiane. C’entra l’economia, c’entra la cultura, c’entra il governo e c’entra anche la sinistra che non indica una strada alternativa E soprattutto c’entra quella coazione a ripetere della politica, che si ritrova sempre come se fosse in campagna elettorale, con fronti contrapposti e richiami all’appartenenza. «In queste condizioni non si può parlare di nulla». Quest’annoi giovani si sono identificati come «generazione senza futuro». Il 2010 segna un cambiamento? «Non c’è stata una cesura rispetto a prima, ma solo un lento progredire nella crisi. Forse c’è una maggiore consapevolezza nel dibattito pubblico, ma già dal 2009 si era visto che sui giovani si sarebbero scaricati i costi della crisi. Sono stati colpiti i secondi redditi: quelli dei precari e delle donne. I capifamiglia sono stati protetti dalla cig, e i giovani a loro volta dalla famiglia. È stata una scelta consapevole del governo, che infatti usa ripetere spesso che in Italia c’è la famiglia che aiuta. Ma non funziona esattamente così. prima di tutto diventa sempre più difficile farsela una famiglia, visto che i giovani restano dipendenti. Secondo, anche la cig è una protezione solo temporanea: prima o poi finirà e allora cominceranno i guai. Dagli ultimi dati europei si è visto che la famiglia ha tenuto: ma per quanto tempo? E a quali condizioni? La cig rappresenta comunque una riduzione di reddito ». Definirsi «senza futuro» significa non Credere neanche alle opposizioni,non avere una alternativa credibile. «Infatti: a sinistra vedo solo molta confusione. I messaggi non si comprendono. Senza contare il fatto che spesso c’è una corresponsabilità nei problemi dell’Italia. Per esempio su scuola e Università i problemi non derivano solo da Gelmini o dai tagli. Ci sono stati almeno tre interventi della sinistra: Berlinguer, Fioroni e Mussi. In ogni caso anche su questo io non ho visto il Pd dire chiaramente cosa avrebbe fatto. Ho visto come al solito una strumentalizzazione, giovani usati come cannoni per attaccare il governo». Sta di fatto che c’è un malessere che il governo non vede. «Anche qui bisogna essere chiari: la crisi non ha colpito tutti, e non tutti allo stesso modo. In Italia tutto dipende dalla famiglia, ma non tutte le famiglie sono in difficoltà. Se si è mantenuto il reddito, con l’inflazione ai minimi si è sofferto meno, anzi si è guadagnato. Il vero problema ce l’ha chi ha perso il lavoro». La distanza tra ricchi e poveri però è impressionante. «Anche in questo l’Italia non è diversa da altri Paesi. Ha colpito molto la notizia che il decile più ricco possiede il 45% della ricchezza. Ma negli Stati Uniti è ancora peggio, e anche in Germania, dove il decimo dei più abbienti detengono il 60% della ricchezza. Il vero problema italiano è che da noi la famiglia è l’unica rappresenta l’unico pilastro su cui contare, non ce ne sono altri. Se un giovane tedesco ha dei problemi, può contare su un welfare più avanzato, se non ha casa ha diritto per un certo periodo a un aiuto per l’affitto, se fa figli ha congedi parentali.Danoi tutto questo non funziona. Così, se la famiglia ce la fa, va tutto bene, altrimenti sono guai». Come hanno reagito le famiglie? «In termini assoluti, cioè di quantità di ricchezza bruciata dalla crisi, hanno perso più i ricchi. Ma certamente i più poveri se perdono l’unica cosa che hanno, cioè il lavoro, perdono tutto. Le famiglie, inoltre, stanno perdendo anche quei pochi servizi che avevano. la scelta politica è stata di ridurre al lumicino la spesa sociale. Mancano i servizi all’infanzia, e questo rende difficile qualsiasi tentativo di autonomia sia dei giovani che delle donne».

L’Unità 31.12.10