Latest Posts

"Buon 2011, Pd: è l’anno decisivo", di Stefano Menichini

Buon 2011, Pd: è l’anno decisivo
Hanno ragione le persone sagge che invitano a non considerare la vicenda di Mirafiori come il nuovo paradigma sul quale misurare meriti e demeriti, innovazione e conservazione, sinistra e destra: dare al metodo Marchionne il compito di riordinare l’intero sistema Italia avrebbe come unica conseguenza amplificare, generalizzare ed estremizzare un conflitto di cui non hanno bisogno la Fiat e Torino, figurarsi questo povero paese alla scadenza del 2010.
È anche vero però che lo scontro sul futuro dell’auto arriva in un momento topico, e fatalmente diventa – nel merito e per metafora – un test cruciale per tanti.
Innanzi tutto per il Pd e più in generale per le ambizioni e le aspirazioni del centrosinistra. Perché questo è l’amaro paradosso: aver predicato per tanto tempo che non è sulle donne o sui processi di Berlusconi che si deve dispiegare il conflitto politico; e poi, arrivati al momento in cui finalmente il lavoro torna a invadere il dibattito pubblico come un tema centrale (anzi, secondo Bersani, il tema per antonomasia della vita degli italiani), ecco che l’opposizione di centrosinistra si fa cogliere impreparata, sulla difensiva, frastornata come se lo scambio fra diritti e salario fosse questione inedita.
Intendiamoci, parliamo qui del centrosinistra e del Pd perché le loro sorti ci stanno enormemente a cuore ma anche perché su altro e su altri, in questo ultimo giorno dell’annus horribilis del centrodestra, c’è davvero poco di interessante da dire.
Gli italiani son chiamati ad assistere alla corrida fra Berlusconi e Fini come spettatori, al limite tifosi, con la netta impressione che dall’esito di questo duello rusticano poco o nulla cambierà in concreto per il paese. Il fallimento – almeno per il momento – di Fini non è tanto nella sconfitta sul voto di sfiducia, nell’erosione prematura di Fli o nel ciclico linciaggio al quale lo sottopongono i fogli di propaganda del premier. Il presidente della camera, soprattutto, non è riuscito a trasformare la propria avventura in un evento coinvolgente, nel quale ogni italiano, più o meno simpatizzante, possa individuare una posta in gioco più generale.
Berlusconi da parte sua è un grande potere vuoto, il rottame di un progetto di trasformazione dell’Italia arenato su una secca: troppo grosso per essere rimosso, ma senza speranze di riprendere la navigazione. Intanto perde il carico, e sono solo liquami tossici e velenosi.
Il Pd, dunque. Il partito che dovrebbe dare all’Italia, per mutuare gli slogan della propaganda, la speranza di giorni migliori. Che non saranno purtroppo nel 2011, e questo però lo sapevamo: i tempi della ricostruzione di un’alternativa che gli italiani possano considerare credibile non sono gli stessi della crisi convulsiva del berlusconismo. Anzi, i democratici hanno vissuto con sincera inquietudine il rischio (non ancora scongiurato) di essere chiamati da subito a misurarsi con le aspettative e con le esigenze, prevedibilmente assai dure, di un’Italia post-berlusconiana.
Si può fare dell’ironia su questa impreparazione, e se n’è fatta tanta. Forse però sarebbe più corretto e utile ragionare sull’effetto più generale di desertificazione che è stato causato dal quindicennio berlusconiano: è una sindrome che affligge tutta la politica e tutta la società, certo non solo i poveri democratici. È un enorme problema irrisolto di tutti, certo non solo di Bersani. Ed è il vero lascito inquietante di quest’uomo, Silvio Berlusconi, che riuscirà a entrare nei libri di storia come un clamoroso fenomeno di costume, il simbolo del proprio tempo, ma davvero non come l’eroe eponimo di un cambiamento strutturale.
Parlando del Pd, della Fiat e del tema del lavoro, l’unico rischio che Bersani proprio non può correre, non foss’altro per ragioni di immagine, è resuscitare il “maanchismo” veltroniano sul quale tanto si ironizzava in particolare nell’area socialdemocratica del Pd. Il segretario democratico conosce troppo bene i nodi della questione che sono venuti al pettine, da poter sperare che se ne possa uscire concedendo quote di ragione a Marchionne “ma anche” alla Fiom. In particolare sarà quest’ultima a rendere impossibile, o ridicolo, un atteggiamento da pendolo: il Pd, magari strumentalmente, fa grande sfoggio di rispetto per l’autonomia del movimento sindacale; non si può dire che il più grande sindacato dei metalmeccanici faccia lo stesso nei confronti dell’autonomia della politica.
E allora almeno su questo punto è venuto il tempo di una rottura di continuità troppo a lungo rinviata. Se davvero la disponibilità, la qualità, la redditività e la produttività del lavoro sono le grandi questioni che Bersani vuole riprendere per ridefinire l’identità del partito, lui e il Pd non possono più permettere che un’oligarchia sindacale detti la linea su questi temi. Anche perché quello che succede oggi col Pd all’opposizione (e un governo assente o corrivo) è già successo in passato con l’Ulivo a palazzo Chigi, e succederà domani se il centrosinistra dovesse tornare al potere: il ricatto pesante e condizionante che già intimidì D’Alema, frenò Prodi e in sostanza impedisce di costruire soluzioni eque e innovative per un paese che appare già tagliato fuori dalle possibilità di ripresa economica, dal circuito della produzione dei beni e dei prodotti della modernità.
Qui non si tratta di difendere o no la Fiom, come s’attarda a fare Nichi Vendola per puro e semplice calcolo di parte. Qui si tratta di dare ai lavoratori una rappresentanza sindacale e politica a partire da una sconfitta della linea-Fiom che è già acquisita, irrimediabile. E attenzione, perché lo stesso identico discorso vale per tutte le altre confederazioni in altri ambiti, in primis la pubblica amministrazione: non funzioneranno mai riforme ideate e imposte contro i lavoratori che devono realizzarle; ma al potere politico devono essere riconosciuti il diritto e la possibilità di provarci.
Non diciamo che la cosa sia facile o indolore.
Ma quando Bersani promette di restituire al Pd orgoglio e autonomia, deve sapere che esattamente di questo si tratta, molto più che svincolarsi dalle insidie di un declinante Di Pietro, di un affannato Vendola (troppo presto è partita la corsa), di un calcolatore Casini. Si tratta di fare del Pd il luogo nel quale si ragiona, si decide, e domani si governa, nel nome di tutti gli italiani, non solo della parte di loro che riempie le piazze della sinistra.
Il 2011, senza possibilità di rinvio, sarà l’anno in cui si capirà se la sfida dell’autonomia sarà vinta o perduta. Ne va dell’esistenza stessa del partito, oltre che delle sue chances di tornare a governare il paese.

da Europa Quotidiano 31.12.10

Battisti: Appello del Pd al Presidente Lula

Il testo della lettera che Piero Fassino, Emanuele Fiano e Andrea Orlando, presidenti, rispettivamente, dei forum Esteri, Sicurezza e Giustizia del Partito Democratico, hanno inviato questa mattina all’Ambasciatore brasiliano a Roma Josè Viegas Filho: “Chi ha scelto la violenza e l’omicidio come strumento di lotta contro le istituzioni democratiche e contro inermi cittadini deve saldare il proprio conto con la società. Le vittime del terrorismo non siano private del loro diritto ad avere giustizia”
“Ci rivolgiamo al Presidente del Brasile Lula, che, come dirigenti del Partito democratico e militanti da sempre del fronte progressista in Italia, abbiamo sempre apprezzato e sostenuto.Mentre prosegue l’assordante silenzio del nostro governo, ci rivolgiamo a Lula, uomo di sinistra, perché pensiamo che nessun principio garantista e nessuna salvaguardia dei diritti universali dell’uomo può giustificare l’eventuale non concessione dell’estradizione per il terrorista Cesare Battisti, condannato in Italia all’ergastolo per quattro omicidi compiuti negli anni di piombo. In Italia esiste un ordinamento che prevede tre gradi di giudizio, garantisce il diritto alla difesa, assicura il pieno rispetto delle garanzie della persona, anche quando questa è giudicata in contumacia. Il movimento terroristico, del quale Battisti faceva parte, ha seminato morte, dolore e sofferenza, contribuendo a interrompere un processo di crescita civile e sociale, e ha avuto come bersagli principali le istituzioni, le forze democratiche, le organizzazioni dei lavoratori. Per questo ci auguriamo che il Brasile non assuma la decisione di non concedere l’estradizione di Battisti, scelta che contrasterebbe con fondamentali principi di diritto e di giustizia. Chi ha scelto la violenza e l’omicidio come strumento di lotta contro le istituzioni democratiche e contro inermi cittadini deve saldare il proprio conto con la società. Le vittime del terrorismo non siano private del loro diritto ad avere giustizia”.

www.partitodemocratico.it

******

“Lo Scempio dell’ipocrisia”, di Benedetta Tobagi

Attendiamo oggi, con preoccupazione, l´ultimo atto del presidente uscente Lula, che deve decidere se negare (secondo il parere già espresso dall´avvocatura di Stato brasiliana) l´estradizione del terrorista pluriomicida Cesare Battisti, un criminale comune “politicizzatosi” in carcere, dopo l´incontro col militante dei Pac Arrigo Cavallina, e condannato in contumacia con una sentenza la cui correttezza – con buona pace di Fred Vargas – è stata riconosciuta anche dal Tribunale supremo federale del Brasile.
Il pensiero corre ai famigliari dei quattro uomini per i cui omicidi Battisti è stato condannato: il maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, 52 anni, del poliziotto 25enne Andrea Campagna, il gioielliere Torregiani, 43 anni, il macellaio Lino Sabbadin, 46 anni, assassinati tra il ‘78 e il ‘79. La concessione dell´asilo politico a Battisti sarebbe l´ennesima ferita, per loro e per la giustizia italiana.
Nell´attesa, profondo è lo sconcerto per le cronache e i retroscena politici emersi negli ultimi giorni. La pagina nera della gestione vergognosa di questa vicenda di estradizione va ad aggiungersi alle gaffes collezionate dal premier Silvio Berlusconi all´estero, oggetto di scherno (per gli stranieri) e profondo imbarazzo (per buona parte dei cittadini italiani), che negli anni hanno degradato l´immagine dell´Italia e della sua diplomazia. E sì che la vicenda è antica, e si sa quanto sia delicata, su molteplici fronti. Nel campo dei rapporti bilaterali, la legittima domanda della giustizia italiana si scontra con la Realpolitik, nutrita dai fortissimi interessi economici che legano Italia e Brasile: basti ricordare che Lula l´altroieri stava inaugurando un nuovo stabilimento Fiat in Brasile, oppure Telecom, che considera il Brasile “una seconda patria”, o l´accordo di partnership militare, 5 miliardi di forniture militari da Finmeccanica e Fincantieri (che imporrebbe al ministro della Difesa La Russa un imbarazzato silenzio, anziché dichiarazioni ammiccanti a un generico boicottaggio). Sul fronte interno del Brasile, dove si profila una frattura tra il Tribunale supremo federale e il presidente con i lobbisti pro-Battisti del Partito dos Trabalhadores, legati da vecchie amicizie e interessi più o meno inconfessabili. In Italia, non si tocca solo una ferita aperta: il no di Lula significherebbe essere bollati davanti all´opinione pubblica internazionale dal leader di un partner strategico nonché decima potenza economica del mondo come una specie di dittatura fascista con tribunali inaffidabili e carceri stile Guantanamo, dove l´”eroico combattente politico” redento rischierebbe la vita. La mancata estradizione sarebbe un oltraggio allo stato di diritto in Italia.
Tempo ce n´era, gli incontri non sono mancati. Il Parlamento aveva dato nel novembre 2009 una rara prova di serio impegno bipartisan, a dimostrazione dell´importanza politica del caso Battisti. Invece si è lasciato esplodere il bubbone. Ora i politici di centrodestra si affannano a ostentare atteggiamenti intransigenti e stracciarsi pubblicamente le vesti – almeno sulla scena – ma cos´hanno fatto, nella sostanza, per cercare di gestire, politicamente, diplomaticamente, una crisi che si trascina da anni? Proprio la classe di governo che non perde occasione di agitare in maniera intimidatoria e falsificante lo spettro di un ritorno degli “anni di piombo” (risuona ancora l´eco delle “parole in libertà” di Gasparri che disserta di “7 aprile” senza sapere di cosa si tratti, e sbagliando persino l´anno), ha dimostrato di essersi mossa in modo goffo e ipocrita in una questione concreta, una ferita aperta lasciata dalla stagione dei terrorismi italiani. Abbiamo appreso, peggio!, di rassicurazioni e “garanzie” offerte in privato da Berlusconi che il no all´estradizione non avrebbe creato problemi. Se si può dubitare della buona fede del senatore brasiliano Eduardo Suplicy, fiero sponsor di Battisti, altrettanto triste scetticismo suscitano le smentite da Palazzo Chigi da parte di un premier che è uso invalidare dichiarazioni battute dalle agenzie e riprese dalle telecamere. Sarà stato “frainteso” ancora una volta?
È la Realpolitik, il diritto che si scontra con la ragion di Stato. Ma i cittadini hanno diritto di pretendere che venga risparmiato loro lo scempio dell´ipocrisia, il disprezzo esibito per la giustizia. Questo teatrino è sale sulle ferite aperte nella carne della verità storica, continuamente sfregiata, dalla visione fantapolitica dei brasiliani, dalle ricostruzioni sentimentali di Carla Bruni Sarkozy, che come ex modella e cantante non pare persona titolata a offrire ricostruzioni perspicue sul terrorismo diffuso di fine anni Settanta.
Dopo il no dell´avvocatura ci sono poche speranze. Vedremo cosa farà, concretamente, il governo, per dar seguito alle dichiarazioni di sdegno della notte scorsa. Intanto, ancora una volta, la sua condotta sciatta nella gestione del caso Battisti torna a ricordarci quanto poco la legge sia uguale per tutti, e sempre vacilli davanti agli interessi economici. Sarebbe davvero un brutto modo di chiudere il 2010.

La Repubblica 31.12.10

******

“Quel pasticciaccio brutto di Battisti”, di Miguel Gotor

Sono ore decisive per la richiesta di estradizione di Cesare Battisti, una brutta storia da qualunque angolazione la si guardi.
È brutta la vicenda del protagonista, un assassino che ha travestito di ragioni ideologiche la propria pulsione di morte sperando furbescamente di nobilitarla.
È stato condannato all’ergastolo per quattro omicidi commessi tra il giugno 1978 e l’aprile 1979, quando militava nei Proletari armati per il comunismo, una di quelle sigle “mordi e fuggi” nate durante il movimento del 1977 per concorrenza ed emulazione con la “ditta” originaria, le Brigate rosse, come tanti satelliti impazziti dentro la galassia del cosiddetto “partito armato”. Estetismo, giustizialismo, ribellismo, superomismo sono i tratti dominanti di un’azione terroristica che ha preteso di fare la rivoluzione uccidendo un gioielliere come Pierluigi Torregiani, un macellaio come Lino Sabbadin o esponenti delle forze dell’ordine come Antonio Santoro e Andrea Campagna. Una storia di morte e di dolore, come quello che non ha tregua di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere assassinato e finito su una sedia a rotelle per un colpo sparato dal padre durante il conflitto a fuoco con gli attentatori.
L’ideologo delle Brigate rosse Enrico Fenzi polemizzò duramente con questa area sovversiva e con l’idea di volere rifare la storia della sinistra extraparlamentare senza le Br, elaborando una contrapposizione teorica postuma e fittizia tra i corpi “visibili” cattivi – le Br e lo Stato – dediti rispettivamente alla lotta armata e alla sua repressione, e i cosiddetti “invisibili”: i giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati. Una bella favola, buona per addormentarsi negli anni 80 senza troppi rimorsi per poi risvegliarsi, nel decennio successivo, dall’altra parte: indifferenti, qualunquisti, inquieti, annoiati, indignati, di destra o, al massimo pensionati baby da 19 anni, sei mesi e un giorno.
La storia di Battisti è brutta perché anche nel suo caso è stata applicata la cosiddetta dottrina Mitterrand, in base alla quale la Francia ha negato negli anni 80 l’estradizione a quanti avessero abiurato la violenza e fossero perseguiti per crimini di natura politica diretti contro qualunque Stato, a patto che non fosse quello francese. Inutile girarci intorno: l’argomento formale che ha motivato tale pratica non scritta è stato quello di omaggiare un’antica tradizione di ospitalità risalente ai tempi della Rivoluzione francese, ma la ragione sostanziale è che la Francia, nell’inedito ruolo di terzo giocatore fra i due blocchi principali in cui era diviso il mondo della guerra fredda, e alla perenne ricerca di una grandeur perduta, ha preferito garantire l’impunità a soggetti politici funzionali a destabilizzare l’Italia attraverso la lotta armata per favorire gli interessi nazionali transalpini nello scacchiere mediterraneo.

La vicenda di Battisti è brutta anche per l’atteggiamento di un certo milieu culturale transalpino: il fatto è che il terrorista si è trasformato in scrittore di successo durante la latitanza, e dunque uno scrittore di successo non può essere privato della libertà, perché la sua libertà vale di più di quella dei comuni mortali. In Francia si è così sviluppato un movimento di sostegno in suo favore che ha sciaguratamente contaminato anche settori, per quanto minoritari, del Partito socialista: nulla più di questa campagna misura la distanza culturale e civile intercorrente tra l’Italia che ha combattuto e vinto il terrorismo nel rispetto della Costituzione, a differenza di quanto avvenuto in Francia con la guerra di Algeria, e quel misto di supponenza, radicalismo e ipocrisia che troppo spesso caratterizza la parte peggiore del gauchismo d’oltralpe.

Ma la storia è brutta poiché certamente oggi Battisti è un altro uomo rispetto a quello fuggito nel 1981 e la sua eventuale estradizione riproporrebbe il drammatico contrasto tra l’inestinguibilità di un reato come l’omicidio e l’assurdità di una pena tanto differita nel tempo: è stata l’Italia con Cesare Beccaria ad avere insegnato al mondo che punire non è solo risarcire la vittima, ma anche rieducare il colpevole, una possibilità oggi preclusa.
Infine, questa vicenda è brutta perché coinvolge un presidente dalla storia prestigiosa come quella di Lula, che, nel caso in cui concedesse il diritto di asilo, sbaglierebbe confondendo la sua biografia di militante socialista e di perseguitato da un regime dittatoriale con quella di un delinquente dalla penna affilata, che in Italia ha goduto allora e godrebbe oggi di tutte le garanzie democratiche. Sarebbe il modo peggiore per concludere un’esperienza di governo di grande spessore politico e civile.

Il Sole 24 Ore 31.12.10

Bersani a Marchionne:«Errore escludere chi dissente», di Simone Collini

È sbagliato escludere chi dissente. Un principio che deve valere anche per la Fiat. Pier Luigi Bersani stigmatizza l’esclusione della Fiomdalla rappresentanza di Mirafiori, pur riconoscendo la necessità che l’azienda investa. Il leader del Pd nega che il suo partito sia diviso sull’accordo per Pomigliano. E anche se ammette che tra i suoi la «discussione »non manchi (anzi, in generale dà un 6 meno al Pd in fatto di coesione interna, di contro a un 7 in iniziativa politica), dice che sull’operazione di Marchionne non ci sono distinguo di fondo: «Abbiamo una posizione molto chiara e la sosteniamo tutti». Questa. «Primo punto: la questione produttiva, l’investimento e la nuova organizzazione del lavoro. Su questo i lavoratori si pronunceranno, rispetteremo le loro decisioni,ma noi ci auguriamo che l’investimento venga confermato perché è molto importante per Torino e per l’Italia», dice il leader del Pd in un’intervista a Sky Tg24. «Secondo: quell’accordo contiene una cosa che non va e che riguarda la rappresentanza», aggiunge però. «Per noi non è giusto che chi dissente venga tagliato fuori dai diritti sindacali», spiega. «Chi dissente non può impedire che si vada avanti ma non può essere buttato fuori dai diritti sindacali». Il Pd a questo punto auspica che le organizzazioni sindacali lavorino per arrivare a un accordo sul tema della rappresentanza. E incalzerà il governo affinché su questo punto non faccia, per dirla con Bersani, l’«agnostico». «Il governo dovrebbe favorire questo percorso – dice il leader del Pd – voglio sapere cosa pensi di questi meccanismi di partecipazione ». Se chi di dovere non si occuperà di tali questioni, ammonisce, se non verrà corretto questo «andamento», «c’è una palla di neve che può diventare una valanga e consegnarci una situazione assolutamente frantumata del Paese, una cosa che non serve a nessuno».
SFIDA AL GOVERNO Insomma, il caso Pomigliano come questione esemplare di un più generale caso Italia. Per Bersani, se andrà avanti a impegnarsi nella campagna acquisti in Parlamento e a disinteressarsi dei problemi del paese, il governo difficilmente andrà oltre il mese di gennaio. Il leader del Pd esclude l’ingresso dell’Udc nell’esecutivo e rilancia al Terzo polo e a tutti quanti sono interessati ad andare «oltre Berlusconi» la proposta di un patto costituente che preveda una riforma della Repubblica e «un grande patto per il lavoro e la crescita». Bersani sa che alla ripresa dei lavori parlamentari il fronte Pdl-Lega avrà serie difficoltà in Aula (dove andrà discussa la mozione di sfiducia al ministro Bondi) e soprattutto nelle commissioni dove si discute di federalismo: la commissione Bilancio e quella Affari costituzionali. In entrambe l’opposizione, dopo lo spostamento dei finiani, è maggioranza. E pensando anche a questi nuovi equilibri, il leader del Pd rispedisce al mittente l’offerta di Calderoli di un confronto per fare assieme le riforme istituzionali, compresa quella dello Stato: «Noi riteniamo di essere federalisti, abbiamo una nostra proposta. Se ragioniamo sulla nostra bene, altrimenti, se Calderoli si tiene la sua, noi non ci stiamo». Il ministro leghista replica a distanza con toni concilianti, proponendo per i primi dieci giorni di gennaio di lavorare «per dare finalmente concrete risposte al Paese». Parole che il Pd lascia però cadere nel vuoto. Del resto, dice Bersani pensando ai nuovi equilibri parlamentari ed essendo ancora tutt’altro che rassegnato all’idea di non veder nascere un nuovo governo di «responsabilità istituzionale », se la situazione dovesse precipitare il responsabile sarebbe uno solo. «Sulle elezioni io non ci scommetto – dice il leader del Pd – deve scommetterci Berlusconi: se ci arriviamo, però, è la proclamazione del suo fallimento totale».

L’Unità 31.12.10

******

Gli operai della FIAT scrivono alla sinistra

Cari Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro… » inizia così la lettera di 47 operai della Fiat che scrivono ai leader dell’opposizione. La lettera è stata recapitata al Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ed è stata pubblicata ieri dal quotidiano. Sul tavolo la questione degli accordi a Pomigliano e Mirafiori. «Noi abbiamo votato Sì e non accettiamo più la vostra ipocrisia…». Gli operai pongono 10 domande ai tre politici: «Secondo voi, noi siamo contenti di lavorare in fabbrica? Secondo voi, noi che guadagniamo 1.200 euro mensili non vorremmo guadagnare di più lavorando anche meno? Secondo voi, oltre la proposta di Marchionne avevamo altro? Secondo voi, se la Fiom avesse proposto una valida alternativa al piano, invece di limitarsi alla legittimità del referendum ed esortare solo per un No, l’avremmo fatto? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che tutelasse i lavoratori sulla malattia (anche i primi tre giorni) non sarebbe stato meglio? Perché non avete riformato la legge quando eravate al governo? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che prevedeva più pause durante il lavoro non era meglio? Perché non avete riformato i decreti legislativi quando eravate al governo? Secondo voi, è giusto che ai sindacati di base in Fiat non viene riconosciuto il monte ore permessi per il direttivo e alla Fiom – che non firma nulla – viene riconosciuto tutto? Perché fate due pesi e due misure? Secondo voi, continuando a dire che Cisl e UIl sono i sindacati servi dei padroni aiutate la classe operaia? Secondo voi, gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l’inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu? Secondo voi, difendendo le soli ragioni della Fiom state portando il giusto rispetto a quegli operai non iscritti al sindacato del metalmeccanici della Cgil? Credeteci – conclude la lettera – che il contratto nazionale di lavoro non è morto a Pomigliano e neanche a Mirafiori, credeteci che i diritti non sono caduti a Pomigliano o a Mirafiori…».

Stefano Fassina – responsabile economia del PD
«L’accordo? Strappo alla democrazia»
Consente l’avvio di investimenti, ma il prezzo è insostenibile Abbiamo indicato un percorso alternativo e praticabile E non abbiamo mai distinto fra operai buoni e cattivi

La lettera a “Il Giornale” di alcuni operai di Pomigliano esprime un punto di vista noto al Pd. Noi, sin dall’avvio di “Fabbrica Italia”, non abbiamo semplificato, non abbiamo distinto tra operai a schiena dritta per il «no» e operai piegati per il «sì». Chi scrive è figlio di operaio e ha incrociato negli occhi paterni la tensione tra lavoro e dignità. Il Pd ha sottolineato il dramma comune dei lavoratori e delle lavoratrici e delle organizzazioni sindacali impegnate a rappresentarli, divise tra resistenza ideologica e rassegnazione pragmatica: la drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale finanziario, libero di fare shopping di lavoro low cost nella dimensione globale dell’economia e soggetti riformisti, politici e sociali, prigionieri della dimensione nazionale. La sinistra non è stata immobile al governo. Il precariato non è colpa di Tiziano Treu. Purtroppo, nonostante le mitologie giuslavoristiche, le leggi non fermano la storia. Soltanto una tenace azione riformista a tutto campo e la riorganizzazione sovranazionale della politica promuove la dignità del lavoro. Il centrosinistra ha avviato il processo. Nel 1996 ha portato un paese in ginocchio nell’euro, unico porto nella tempesta in corso; nel 2007, con Romano Prodi, ha varato, insieme a tutte le forze economiche e sociali e con il sì di oltre 5 milioni di lavoratori, il “Protocollo per la riforma del welfare” per tenere insieme lavoro e diritti, in particolare per le generazioni di lavoratori più giovani segnate dal precariato. Nella stessa fase, ha anche avviato una vera politica industriale per l’innovazione e la qualità, i diritti, le condizioni del lavoro e retribuzioni decenti.È vero, il centrosinistra non è stato all’altezza della sfida ed il Pd è nato per raccoglierla. Ma le destre populiste procedono in direzione opposta: preservano le rendite in ogni campo e, per compensare, abbattono i diritti dei lavoratori. Su Pomigliano e Mirafiori, gli accordi sottoscritti consentono l’avvio di rilevanti investimenti, ma sul piano della rappresentanza e della democrazia compiono strappi insostenibili. Abbiamo indicato un percorso alternativo e praticabile: per risolvere il problema dell’esigibilità, ossia il pieno rispetto, degli accordi sottoscritti, requisito decisivo per gli investimenti, abbiamo proposto un’intesa interconfederale e poi una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale per definire le condizioni di validazione dei contratti, chiarire il perimetro dei diritti indisponibili, confermare la piena agibilità sindacale per chi dissente dalle scelte della maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici, promuovere la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa. Continueremo a batterci per una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Antonio Di Pietro – leader dell’Italia dei Valori

«Noi vi difendiamo Marchionne no»

Di Pietro agli operai: «Le rivendicazioni scritte nella lettera sono fatti che la politica deve risolvere. Non lo fa certo l’Ad Fiat: vuole smanntellare i diritti e portare l’azienda all’estero»

La lettera aperta di alcuni operai di Pomigliano, pubblicata dal quotidiano Il Giornale, parla delle loro condizioni di lavoro su cui vengono caricate la responsabilità del governo, per le mancate scelte di politica industriale, e della Fiat a causa delle gravi difficoltà finanziarie e di prodotto in cui versa. La Fiat da due anni perde una quota di mercato doppia rispetto alla media europea. Le questioni concrete, e non ideologiche, su cui la politica deve dare risposte sono sui ritmi di lavoro elevati, sugli stipendi da 1200 euro al mese, sull’aumento dell’orario lavorativo, ben oltre quello degli operai tedeschi e francesi, e sulla reale e costante riduzione del potere d’acquisto e dei diritti fondamentali. L’Italia dei Valori ha presentato una proposta di legge volta a regolare la reale rappresentanza dei sindacati nelle aziende, consegnando il potere di decidere ai lavoratori e non alle burocrazie sindacali: il nostro compito principale è quello di ridare la parola, i diritti e la libertà di decisione ai diretti interessati, cioè agli operai e agli impiegati, così come prevede la Costituzione repubblicana, violata in questi giorni da accordi capestro. Comprendiamo e rispettiamo il voto degli operai della Fiat di Pomigliano che sono stati sottoposti ad un vero e proprio ricatto. Proprio quel voto, infatti, ha indotto alcuni sindacati, tranne la Fiom, a siglare un’intesa che noi dell’Italia dei Valori continuiamo a ritenere sbagliata e ricattatoria. Vogliamo ribadire che non lasceremo soli gli operai della Fiat in Italia, a partire da quelli di Termini Imerese ai quali è stata annunciata la chiusura della fabbrica. Continueremo a lottare affinché Marchionne non possa smantellare pezzo dopo pezzo i diritti dei lavoratori al fine di collocare la Fiat fuori dal nostro Paese».

Nichi Vendola – leader di Sinistra e Libertà

«Qui c’è la tragedia del nostro Paese»

Vendola ai «cari amici di Pomigliano»: «In quella fabbrica siete bulloni e numeri, non persone né tantomeno classe. Io sono contro l’arroganza di chi vi vuole rassegnati»

Cari amici di Pomigliano, mi addolora vedervi “usati” così, e su quel quotidiano padronale. Tuttavia la vostra lettera è un documento drammatico: dice di una resa culturale e sociale che dovrebbe scuotere tutta la politica italiana. In questa vostra curiosa e paradossale polemica contro la sinistra e contro la Fiom – rei di non subire il contratto-capestro della Fiat e le sue conseguenze generali sulle relazioni industriali in Italia – voi però non riuscite a rappresentare la strategia di Marchionne come una profezia del moderno. Non potete farlo perché comunque siete ingabbiati in quella fabbrica di cui parlate con cognizione di causa, in quel recinto produttivo in cui diventa problematico ammalarsi, godere della pausa mensa, rivendicare un reddito non inchiodato a quei maledetti 1200 euro. In quella fabbrica in cui siete solo bulloni e numeri, non persone né tantomeno classe. In cui il contratto sarà un negozio privato tra voi, piccoli e soli, e un padrone multinazionale (uno a cui piacciono le imprese americane e gli operai cinesi). In quella fabbrica la lotta e lo sciopero, strumenti sovrani della civiltà e della democrazia, vengono oggi messi al bando. E voi la raccontate per quello che è: dolore e fatica, perdita di diritti e di reddito. Solo che pensate di non avere alternativa. Non c’era via di fuga. Ma è tutta qui la tragedia del nostro Paese. In un potere che rischia di riprodursi, nonostante le sue molteplici indecenze, per assenza di alternativa. Io non sonocontro di voi. Sono contro l’arroganza di chi vi vuole piegati e rassegnati.

L’Unità 31.12.10

"Tra i quattro "vizi" indicati dal Colle i sussidi regionali voluti dalla Lega", di Alberto D'Argenio

Ecco la lettera a Berlusconi: attuare le promesse sui fondi. Il testo prevede che il 10% degli assegni sia riservato a chi vive nella regione sede dell´università. Quattro punti specifici e due richiami generali di grande portata, come la richiesta di aumentare le risorse a disposizione degli atenei e la necessità di «confrontarsi» con tutte le parti interessate nella lunga fase attuativa che la riforma Gelmini dovrà superare prima di diventare realtà. Sono queste le «criticità» contenute nella lettera che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al premier Berlusconi firmando la tanto contestata riforma dell´università. Missiva che contiene anche un bacchettata – per quanto ammantata da rilievo tecnico – alla Lega che, a gran voce, aveva ottenuto (articolo 4) di destinare il 10% delle borse di studio ai residenti nella regione in cui si trova l´ateneo.
Una norma che vista dal Colle «appare non pienamente coerente con il criterio del merito». La battaglia del Carroccio era stata aperta dal governatore del Piemonte Roberto Cota, spalleggiato dal pasdaran Mario Borghezio che accusava: «I ragazzi del Sud ottengono le borse perché presentano dichiarazioni false». Detto fatto, e il governo aveva accontentato l´azionista padano rendendo più difficile la vita ai fuorisede già penalizzati – come tutti gli agli altri studenti – dal taglio dei fondi destinati alle borse (da 100 a 75 milioni). «Il provvedimento va contro la Costituzione (articolo 34) e in senso opposto alla necessità di internazionalizzare l´università», chiosa la deputata Pd Manuela Ghizzoni. La seconda osservazione di Napolitano riguarda l´articolo 6, quello che riforma lo status di professore aggregato. Il problema nasce da una svista della maggioranza che alla Camera ha approvato due articoli contraddittori (uno modifica e l´altro abroga la norma prevista dalla precedente riforma Moratti). Un punto sul quale al Senato c´era stata bagarre, con il Pd che accusava il governo di non volere rimettere mano al testo per approvare la legge in fretta e furia e saltare un ritorno dell´articolato a Montecitorio. Pur non essendoci «dubbi interpretativi» sulla reale volontà del legislatore, osserva il Capo dello Stato, il governo dovrebbe risolvere l´incongruenza con «la soppressione» del primo dei due articoli.
Il terzo punto evidenziato dal Quirinale è l´articolo 23 sui contratti di insegnamento riservati agli esperti. «Appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale». In sostanza la riforma Gelmini, su richiesta del Pd, prevede che per poter diventare professore a contratto si abbia un reddito esterno da quello universitario di almeno 40 mila euro lordi. L´idea, spiega il democratico Giovanni Bachelet, era quella di mettere fine alla prassi per cui i contratti gratuiti vengono usati non per assicurarsi le eccellenze, «ma per precarizzare i ricercatori».
Il quarto ed ultimo punto sollevato dal presidente della Repubblica riguarda l´articolo 26 sui lettori in madre lingua, una figura da anni al centro di polemiche, ricorsi, condanne Ue e pronunciamenti della Consulta. Ai quali la Gelmini dà un colpo di spugna inquadrando i lettori come ricercatori (e non come professori) e dichiarando estinti tutti i contenziosi in corso. Mossa che non è piaciuta al Colle: «È opportuno», scrive Napolitano, l´articolo sia formulato «in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale». Infine il richiamo al rispetto degli ordini del giorno Rusconi (Pd) e Valditara (Fli) sui quali il governo si era impegnato. Il primo per facilitare l´approdo dei ricercatori alla cattedra, il secondo con 12 impegni sui fondi, peraltro citati espressamente da Napolitano. Per la gioia dell´opposizione che ricorda come dal 2008 per finanziare taglio dell´Ici e salvataggio Alitalia il governo abbia tagliato 1,35 miliardi dei sette a disposizione dell´università. E nel 2011 le risorse scenderanno di altri 250 milioni.

La Repubblica 31.12.10

******

“Il presidente ha saputo ascoltarci soddisfatti delle sue osservazioni”, di Corrado Zunino

Questo governo non dialogherà mai con noi, non vuole ascoltare. Ma siamo una delle poche opposizioni reali nel Paese, e dopo aver risvegliato diverse coscienze vogliamo andare avanti. C´era anche lei nello studio del presidente della Repubblica, dopo la marcia del 22 dicembre. All´uscita dal Quirinale, però, è rimasta fuori dalle foto di gruppo. Elena Monticelli, 23 anni, secondo anno di specialistica alla facoltà di Economia della Sapienza di Roma, militante della Rete Link. Delusa, per la firma di Napolitano?
«Ce lo aspettavamo. Il presidente della Repubblica non è chiamato a sostituire il governo, è stato l´esecutivo ad accelerare i passaggi alla Camera e al Senato senza tener conto che fuori c´erano migliaia di studenti a manifestare. Solo il fatto che Napolitano abbia sottolineato le criticità della legge per noi è una soddisfazione: le nostre indicazioni sono state ascoltate».
C´è il passaggio sulle borse di studio regionali, a rischio costituzionale.
«Il presidente ha sottolineato come quella norma, un emendamento della Lega Nord, sia razzista e incoerente con una legge che dice di favorire il merito. Ora il governo deve cancellarla dai decreti attuativi. Fin qui la Gelmini ha consentito un inedito attacco al diritto allo studio: il taglio alle borse, in un primo tempo, era arrivato al 90 per cento».
Il ddl, però, è legge dello Stato.
«Noi non lo consideriamo ancora una legge, continueremo a combatterlo sperando che venga abrogato, cancellato e si rimetta in piazza un grande dibattito sul futuro dell´università italiana. Questa riforma non parla ai nostri bisogni, mai».
Andiamo con ordine: combatterla. Come?
«Contestando i singoli decreti attuativi e costruendo dal basso proposte di statuti, ateneo per ateneo. Chiediamo a tutti i rettori di disobbedire, daremo battaglia negli organi collegiali e coltiveremo la nostra specialità: le mobilitazioni in piazza».
Quando si riparte?
«Direi metà gennaio, con i nostri percorsi: prima assemblee di facoltà, poi di ateneo».
Gennaio è un mese difficile: storicamente con l´inizio dell´anno i movimenti ripiegano dopo le impennate autunnali.
«Il fatto che a tre giorni da Natale a Roma ci fossero ventimila persone a manifestare ci dà la forza per credere nella tenuta del movimento. Certo, abbiamo l´ansia di non disperdere quello che abbiamo fatto, ma rispetto all´Onda del 2008 siamo più consapevoli».
Gennaio è anche mese d´esami.
«Noi studiamo, altroché fuoricorso. Fate un controllo: gli studenti più impegnati sono quelli che studiano di più. Sentono la responsabilità del loro impegno. Vorrei dire una cosa, poi…».
Prego.
«Questo movimento è fatto di tante ragazze, tante donne, e in questo paese non è una cosa scontata».
I verdi hanno chiesto l´abrogazione della legge Gelmini con un referendum, Idv e Sel ci stanno pensando.
«Il referendum è una delle possibilità, ma per noi resta primaria la mobilitazione».
Perché siete contro il prestito d´onore? Ci si è laureato anche Barack Obama.
«Per un Obama che ce la fa, ci sono mille studenti che non riescono a ripagare il debito. A noi piace un modello da Nord Europa: studiare dovrebbe essere un investimento dello Stato, non un debito per lo studente».
Napolitano ha chiesto al governo di tornare a parlare con tutti. Anche con chi si oppone alla “Gelmini”.
«Questo governo non lo farà mai. Da quattro mesi protestiamo e loro prima ci hanno ignorato, poi definito bamboccioni e black bloc. Non vogliono ascoltare, preferiscono andare avanti comprando i voti in Parlamento».
Quindi?
«Abbiamo dato una parola come generazione: siamo una delle poche opposizioni reali nel paese e dopo aver risvegliato diverse coscienze vogliamo andare avanti».

La Repubblica 31.12.10

******

“Borse di studio e contratti Ecco i punti contestati”, di Raffaello Masci

La legge sotto la lente d’ingrandimento degli esperti del Colle. E dunque la riforma Gelmini va. Infatti il Capo dello Stato non ha «ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere». Tuttavia i tecnici del Quirinale hanno fatto una attentissima lettura di questa legge – il cui testo occupa 37 pagine della Gazzetta Ufficiale e si snoda in 29 articoli – e hanno rilevato quattro elementi di criticità sui quali il Presidente Napolitano chiede al Governo di intervenire nel momento in cui la legge verrà declinata nella massa (circa una cinquantina) dei decreti attuativi, attesi da qui a giugno prossimo.

Venendo al dettaglio, il Capo dello Stato evidenzia delle criticità negli articoli 4, 23 e 26 della legge, ma ricorda anche una svista della quale il governo aveva già preso atto ma che, tuttavia, permane nel testo all’articolo 6.

Cominciamo da quest’ultimo punto. L’articolo 6 si riferisce allo stato giuridico dei professori e dei ricercatori di ruolo. Il comma 5 introduce una modifica a una norma citata nella riforma Moratti del 2004, ma poi abrogata. Si parla, dunque, di qualcosa che non esiste più nella legislazione italiana. La cosa fu fatta notare al governo e il ministro Gelmini si impegnò, il 21 dicembre scorso in Senato, a rimuovere il contestato comma. Il Capo dello Stato si limita a ricordare questo impegno.

Più di merito le altre questioni. «Per quanto concerne l’art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti – dice il Quirinale – appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale». In effetti il testo, al punto 3 comma O, riporta una norma di evocazione leghista, secondo cui almeno il 10% delle borse di studio debbano essere riservate agli studenti della Regione, e questo – rileva il Presidente – stride con un principio di meritocrazia.

«Inoltre – dice sempre il Quirinale – l’art. 23, nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito». La norma, infatti, dice che i professori a contratto debbano avere, oltre ai titoli scientifici, anche un reddito non inferiore a 40 mila euro: un dato ritenuto dal Quirinale incongruo rispetto alla funzione didattica.

Infine Napolitano fa riferimento all’articolo 26, che riguarda i lettori stranieri di lingue, e osserva che il testo non tiene conto di alcune indicazioni della Corte costituzionale: in sostanza va riscritto.

Il Presidente della Repubblica conclude la sua lettera, facendo osservare al governo che ci sono una serie di ordini del giorno dei quali occorre tenere conto. In particolare ne cita due, uno firmato dal senatore Antonio Rusconi del Pd, che impegna le università, nel momento in cui fanno un contratto a un ricercatore (3 anni più 3 più 2) ad accantonare fin dall’inizio le risorse necessarie, affinché non si dia il caso che un contratto non venga onorato solo perché i soldi sono finiti.

L’altro, firmato dal senatore del Fli Giuseppe Valditara, è quasi un progetto di legge, tant’è che consta di 16 articoli e tocca materie rilevanti come l’eliminazione del blocco del turn over per gli atenei virtuosi, l’abolizione del 3+2 per quelle facoltà che ne facciano richiesta, l’istituzione di un fondo per le eccellenze, eccetera.

Il ministro Mariastella Gelmini ha accolto con il rispetto del caso le indicazioni del Quirinale: «La promulgazione – ha sottolineato – è un fatto positivo. Insieme al governo e al presidente Berlusconi certamente terremo conto delle osservazioni del Colle».

Quanto agli studenti protagonisti della grande protesta e ricevuti al Quirinale, hanno preso bene la lettera ma non demordono: «Il fatto che il presidente abbia promulgato il ddl non ci stupisce – afferma Luca Cafagna, di Uniriot Roma – perché nonostante sia stato l’unica figura istituzionale ad aver cercato di relazionarsi con il movimento studentesco, c’è una scelta generale di non farsi carico della proposta e dell’iniziativa politica degli studenti». Per questo, aggiunge Elena Monticelli, di Link-Coordinamento universitario, «riteniamo che la mobilitazione debba continuare».

La Stampa 31.12.10

******

Cosa non va, dai prof aggregati alle borse di studio “territoriali”, di Alessandra Migliozzi

Soprattutto il governo dovrà impegnarsi a trovare le risorse. Gli articoli 4, 6, 23 e 26 della riforma dell’università sono da rivedere con successivi provvedimenti perché presentano “criticità”. E, soprattutto, anche dopo che saranno state sanate le incongruenze e gli errori formali contenuti nel testo, il governo dovrà impegnarsi a trovare le risorse per dare attuazione concreta alla legge Gelmini. Così come ha promesso quando ha consentito il via libera al Senato a due ordini del giorno, uno del Terzo Polo, l’altro del Pd, che chiedevano garanzie sui soldi per dare seguito alle novità contenute nella legge. In particolare quelle che riguardano i giovani, dal diritto allo studio ai nuovi contratti a termine dei ricercatori. Napolitano consegna la sua ‘road map’, le sue richieste al governo in poche ma decisive righe. Le sue sono osservazioni, sollecitazioni, ma il ministro Gelmini ha già promesso che ne terrà conto.
L’attuazione della legge, scrive il Capo dello Stato, «è demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali», in tutto oltre quaranta. In questo processo, che richiederà mesi, Napolitano invita a affrontare le “criticità” indicate. Si tratta di rimettere mano a quattro questioni: il titolo di professore aggregato (la legge lo modifica e lo abolisce al contempo), le borse di studio “territoriali” volute dalla Lega, i criteri per diventare professori a contratto, gli stipendi dei lettori madrelingua. Alla Camera, durante un tormentato dibattito, sono entrati nel testo alcuni errori e incongruenze.
Ad esempio all’articolo 4, che istituisce un apposito Fondo per il merito degli studenti, la legge, spiega Napolitano, appare «non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale». Cosa è accaduto? Alla Camera la Lega ha voluto far passare un emendamento che prevede che il 10% delle borse erogate per merito devono andare a giovani che studiano nel territorio di residenza. Ma che c’entra il merito con l’indirizzo di casa? Il Colle chiede un ravvedimento. All’articolo 6 va poi sanata l’incongruenza, emersa con forza durante il dibattito al Senato, con l’articolo 29. Si parla di professori aggregati: il titolo viene attribuito, in base ad una legge del 2005, a ricercatori, assistenti del ruolo e tecnici laureati che tengono dei corsi nelle università e che hanno già insegnato per almeno tre anni. La riforma Gelmini, all’articolo 6, modifica questa disposizione, all’articolo 29 abolisce i professori aggregati. Una incongruenza a cui il ministro ha già promesso che sarà posto rimedio. All’articolo 23, si parla di professori a contratto, il Colle fa notare che la legge «nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale». La riforma prevede che per l’accesso ai contratti sia necessario avere un reddito «annuo non inferiore a 40mila euro lordi». Il riferimento al reddito appare improprio.
L’ultima bacchettata riguarda l’articolo 26 e i lettori madrelingua presenti nelle università. La legge Gelmini dà un’interpretazione autentica del decreto con cui nel 2004 si intervenne sui loro compensi: vengono garantiti gli arretrati, anche se in misura minore a quelli richiesti dai lettori, e si cancellano, con un colpo di spugna, i contenziosi in atto nei tribunali. Napolitano chiede che si intervenga sul tema in termini «non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale». Il Capo dello Stato fa riferimento anche a due ordini del giorno approvati al Senato tesi a garantire le risorse per dare seguito alla riforma. Resta “importante”, dice, l’iniziativa del governo per far fronte agli impegni presi. Il Pd aveva chiesto garanzie economiche per la copertura dei nuovi contratti a termine dei ricercatori. Il Terzo Polo soldi per coprire novità come il Fondo per il merito degli studenti e le iniziative per innalzare la qualità degli atenei.

Il Messaggero 31.12.10

******

“Napolitano firma la riforma dell’Università, ma chiede lumi su tre punti”, di A.G.

Nel promulgare la legge approvata in terza ‘lettura’ al Senato, il Capo dello Stato chiede di tener conto dei punti critici, nella realizzazione dei decreti attuativi, e di ascoltare le parti interessate. Per il ministro Gelmini sarà posta la massima attenzione ai rilievi posti, anche se non sono elementi portanti e qualificanti. Di diverso avviso gli studenti, che tornano a dare battaglia: costruiremo proposte di statuti universitari in grado di bloccare la riforma. Anche la promulgazione della riforma universitaria, avvenuta il 30 dicembre, diventa terreno di polemiche: nel firmare la legge, infatti, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilevato alcune criticità, raccolte in una lettera di osservazioni indirizzata al premier Berlusconi, da correggere attraverso gli oltre 50 decreti attuativi, da approvare nelle prossime settimane, anche attraverso un “costruttivo confronto con tutte le parti interessate”.
Tre i punti contestati dal Colle, posti all’interno degli articoli 4, 23 e 26. Uno, in particolare, è destinato a far discutere: riguarda il 10% delle borse di studio, voluto dalla Lega, che in base al testo di legge ogni ateneo dovrà assegnare necessariamente agli studenti residenti. “Per quanto concerne l’art. 4 – scrive lo stesso Napolitano al premier – relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale”. Sull’art. 23, nella parte che disciplina i contratti per attività di insegnamento, il presidente della Repubblica ha delle perplessità “nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale”. Secondo Napolitano è inoltre “opportuno che l’art. 26, nel prevedere l’interpretazione autentica dell’art. 1, comma 1, del decreto legge n. 2 del 2004 sia formulato in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale”.
Il ministro dell’Istruzione ha accolto con soddisfazione la firma di Napolitano, assicurando anche estrema attenzione per i rilievi posti che pure, sottolinea, non toccano “elementi portanti e qualificanti. La promulgazione – ha aggiunto Gelmini – è un fatto positivo. Insieme al governo e al presidente Berlusconi certamente terremo conto delle osservazioni del Colle”.
Dal conto loro, le opposizioni prendono atto della decisione del Colle ma chiedono al governo di ascoltare le osservazioni poste e l’appello al confronto: secondo Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera ora il “Governo dovrà mettere in campo” non poche energie “per ottemperare precisi impegni contenuti negli ordini del giorno approvati alla Camera e al Senato”. Per il leader Idv, Antonio Di Pietro, “il rispetto istituzionale che abbiamo verso la Presidenza della Repubblica ci impone di prendere atto della decisione di Napolitano: resta il fatto che riteniamo questo provvedimento ingiusto, iniquo ed incostituzionale”.
Molto severo anche il giudizio degli studenti: “non siamo sorpresi – commentano le studentesse e gli studenti di Link-Coordinamento Universitario – Il presidente Napolitano ci ha ricevuto e ascoltato con rispetto, ma non ci aspettavamo che fosse lui a dare battaglia al posto nostro. A bloccare la riforma Gelmini dovranno essere gli studenti, i dottorandi, i precari, i ricercatori, i tecnici-amministrativi, tutti coloro che vivono sulla propria pelle la schiavitù della precarietà e il furto di futuro operato da questa riforma”.
Il piano della mobilitazione, ora, si sposta dal Parlamento verso il Governo, con l’attesa dei decreti attuativi, e verso gli atenei, con l’adeguamento degli statuti universitari alla nuova legge: “Chiediamo fin da subito a tutti i rettori di disobbedire, e su questo daremo battaglia – continuano gli studenti – costruendo proposte di statuti universitari in grado di bloccare la riforma e cambiare l’università dal basso. Daremo battaglia in tutti gli organi collegiali e in tutte le piazze, perché la privatizzazione dell’università, lo smantellamento del diritto allo studio e la precarizzazione della ricerca non passino nei nostri atenei. La comunità universitaria ha il diritto e il dovere di ribellarsi.”
Dello stesso avviso è Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari, secondo cui “il presidente della Repubblica ha rilevato quei limiti della riforma che il ministro Gelmini in quasi due anni non ha voluto vedere. Cercheremo di far capire alle istituzioni che non può far parte di un Paese moderno e democratico l’assegnazione del 10% di borse di studio a chi risiede nella regione dove è situato l’ateneo frequentato. Come il fatto che si tagli il 95% di assegni agli studenti meritevoli e bisognosi. Continueremo la nostra mobilitazione per raccogliere, come abbiamo fatto in questi mesi, lo sdegno verso un Governo autoreferenziale e autoritario”.

Da Tecnica della Scuola 31.12.10

" I profughi e gli ignavi", di Luigi Manconi

Quello che segue è un “racconto di Natale” pur se per nulla edificante. Ma è un errore, e grave, pensare che la letteratura natalizia si debba rifare necessariamente a un canone zuccheroso e consolatorio. Si pensi che capostipite e paradigma narrativo può essere considerato quel Canto di Natale (1843) di Charles Dickens, che rappresenta una delle più disincantate analisi delle ingiustizie sociali nell’Inghilterra della prima metà dell’800, tra miseria nera e sfruttamento dei minori, analfabetismo e lavoro semischiavistico. Anche il nostro racconto di Natale ha tratti cupi: quelli di uno stabile fatiscente nel cuore di Roma, in una via che graziosamente si chiama “dei Villini”, dove vivono da anni circa 140 rifugiati somali. Le condizioni di quella coabitazione sono le stesse che si ritrovano in molte aree delle nostre metropoli, dove lo sviluppo urbanistico lascia ai margini costruzioni o semicostruzioni o ex costruzioni, che diventano rapidamente rifugio di chi dispone solo della “nuda vita”. Altrettante ferite aperte nel tessuto della città, escluse dalla rete dei servizi e dalla protezione sociale garantita dai diritti di cittadinanza, dove si raccolgono gli emarginati, gli sconfitti, gli infermi, gli affetti da patologie e da dipendenze. Si tratta di insediamenti che, in genere, si trovano nei lembi estremi delle città, ma che talvolta si insinuano all’interno delle zone dell’abbondanza e del benessere.
Quello di via dei Villini è uno di questi insediamenti, ma in realtà si tratta di una situazione ancora diversa: all’interno di una ex ambasciata vivono circa 140 profughi. Profughi: ovvero coloro che fuggono dal proprio paese a causa di conflitti armati o per motivi etnici o religiosi o politici o per appartenenza a determinate nazionalità o gruppi sociali. A essi lo Stato italiano ha riconosciuto la condizione giuridica di rifugiati, ma ha fornito loro appena un biglietto ferroviario per Roma e, su un pezzo di carta, quell’indirizzo di via dei Villini. Nient’altro. E nella medesima condizione si trovano a Roma circa 1500 profughi, altrettanto miserabilmente riparati negli insediamenti di Ponte Mammolo, Romanina, via Collatina e del binario 15 della stazione Ostiense. Nessuna politica pubblica e nessun programma di protezione che consenta loro l’inserimento sociale e la ricerca di occupazione, l’accesso ai servizi e il riconoscimento dei diritti di cittadinanza. Tanta avarizia colpisce dolorosamente in una società, come quella italiana, le cui istituzioni democratiche devono molto al sacrificio di quanti – settant’anni fa – furono, a loro volta, fuggiaschi, profughi, clandestini in terra straniera per sottrarsi alla dittatura fascista e contribuire, da oltre confine, alla lotta per la democrazia. Tra loro, Sandro Pertini e i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Bruno Buozzi, Leo Valiani e Giorgio Amendola e migliaia e migliaia di altri noti e anonimi: molto diversi, per tratti culturali, politici, sociali e psicologici da chi fugge oggi dalla Somalia o dall’Afghanistan, ma per altrettanti tratti così simili. Di quelle vicende di settant’anni fa quasi non resta più traccia nella memoria collettiva del nostro paese e questo spiega forse l’ignavia e la codardia del governo italiano su tali questioni: tanto più che il principale partito della maggioranza, il Pdl, sulla rimozione di quella storia e delle sue lacerazioni, così dolorose ma così gravide di futuro, costruisce la propria malcerta identità e la propria aggressiva ideologia.
È lo stesso governo che non è stato capace di dare una risposta decente agli interrogativi su una tragica emergenza umanitaria. Dal novembre scorso 250 profughi (eritrei etiopi sudanesi somali) sono tenuti in catene da un gruppo di predoni nel deserto del Sinai. Uomini donne e bambini che progettavano di fuggire in Israele e che – fallito l’intento – sono diventati vittime e merce di scambio di una crudele strategia di estorsione. Dal 20 novembre chiediamo al governo italiano di intervenire, com’è suo dovere fare per più ragioni: per il rapporto di amicizia che lega l’Italia all’Egitto e perché una parte di quei profughi è stata respinta mentre tentava di raggiungere le coste italiane e, sempre dal novembre scorso, chiediamo al governo egiziano – firmatario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati – di salvare quelle vite. Ma solo ieri, come riporta Avvenire (che, con l’Unità, segue passo dopo passo la vicenda) il governo egiziano ha ammesso l’esistenza degli ostaggi, pur se l’unica iniziativa presa è stata la cattura di 27 profughi e la loro consegna alle autorità dei rispettivi paesi. Con le conseguenze che è facile prevedere. Qui termina il nostro racconto di Natale: come tutti i racconti che si rispettino non ha un lieto fine. A meno che uomini e donne di buona volontà non si impegnino per modificare la conclusione.

L’Unità 31.12.10

Presidente Napolitano firma il Ddl Gelmini ma con rilievi

Ghizzoni: su riforma resta il giudizio negativo ma siamo disponibili al confronto per il futuro del Paese.
“La lettera del Presidente della Repubblica conferma la grande attenzione e sensibilità riposta dal Quirinale sulla legge di riforma delle università. Altresì impegna il governo a un confronto con le parti interessate in tutta la complessa fase attuativa della legge Gelmini.

Pur mantenendo, fermo il giudizio negativo sui contenuti del provvedimento, il Pd non farà mancare le proprie sollecitazioni anche su quei decreti ministeriali che non prevedono ulteriori passaggi parlamentari e sugli atti che il governo dovrà mettere in campo per ottemperare precisi impegni contenuti negli ordini del giorno approvati alla Camera e al Senato.

Sarà quello uno dei banchi di prova per verificare la reale disponibilità al dialogo dell’esecutivo.

Non ci siamo mai sottratti nè mai ci sottrarremo a un confronto di merito su un tema, come quello dell’università, da cui dipende il futuro del nostro Paese”.

Cosi la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera commenta le osservazioni del Quirinale alla riforma Gelmini.

******

“Si ricerchi un costruttivo confronto sulla complessa fase attuativa della legge per l’Università”

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, ha promulgato la legge ‘Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario’ non avendo ravvisato nel testo “motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare”.

Il Capo dello Stato ha contestualmente indirizzato una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri nella quale si rileva che: “l’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26”.

Al di là del possibile superamento – nel corso del processo di attuazione della legge – delle criticità relative agli articoli menzionati, per il Presidente “resta importante l’iniziativa che spetta al governo in esecuzione degli ordini del giorno Valditara e altri G 28.100, Rusconi ed altri G24.301, accolti nella seduta del 21 dicembre in Senato, contenenti precise indicazioni anche integrative – sul piano dei contenuti e delle risorse – delle scelte compiute con la legge successivamente approvata dall’Assemblea”.

Il Capo dello Stato ha auspicato che “su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate”.

www.quirinale.it

******

Università, il Colle firma il ddl ma chiede correzioni

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha promulgato oggi la riforma Gelmini, la legge recante “norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonchè delega al governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”. Ma il Capo dello Stato, rende noto un comunicato del Colle, ha contestualmente indirizzato una lettera al presidente del Consiglio dei ministri in cui si sollevano diverse osservazioni, con cui auspica il «superamento delle criticità» presenti nella riforma, partendo da un «costruttivo confronto con tutte le parti interessate».

Nella lunga lettera indirizzata a Silvio Berlusconi, Napolitano spiega: «Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. l’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26».

Nel dettaglio
«Per quel che riguarda l’articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato, pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore, si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all’impegno assunto dal ministro gelmini nella seduta del 21 dicembre in senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell’articolo».

L’art. 23 della riforma universitaria appena promulgata, che riguarda i contratti di insegnamento, appare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale».

Giorgio Napolitano considera inoltre «non coerente con il criterio del merito» la parte dell’art.4 della legge di riforma dell’Università che prevede l’assegnazione delle borse di studio con una «riserva» che tiene conto dell’appartenenza territoriale degli studenti.

Il ministro Gelmini: “Ne terremo conto” «Certamente, insieme al presidente Berlusconi, terremo conto delle osservazioni formulate dal Quirinale», ha promesso il ministro dell’Istruzione.

www.unita.it

******

Università, Napolitano: sì a riforma
ma riscontra “criticità” nel testo

Dubbi tecnici su alcuni articoli della legge varata dal Senato il 23 dicembre tra le proteste di studenti e docenti. Gelmini: “Osservazioni non su elementi portanti”. Gli studenti: “Chiediamo a rettori di disobbedire”

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi promulgato la legge di riforma (testo) 1dell’università approvata dal Parlamento il 23 dicembre 2, rilevando la presenza di “criticità” nel testo. In una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri il capo dello Stato auspica infatti che “con successiva legislazione ministeriale” si risolvano le “talune criticità” riscontrate nel testo. Già in occasione dell’approvazione della legge in Senato, il Quirinale aveva espresso dubbi 3su alcune incongruenze tecniche del testo, poi specificate nella lettera.

In particolare, i rilievi del presidente riguardano l’articolo che riguarda la concessione di borse di studio anche su base della “appartenenza territoriale”, e quello sui contratti di insegnamento.

Il presidente della Repubblica, nella lettera al presidente del Consiglio che accompagna l’annuncio di promulgazione della legge di riforma dell’Università, sollecita il governo a un confronto con tutte le parti per superare le criticità che permangono nel testo. “Auspico infine – si legge – che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno
e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate”.

Il presidente della Repubblica va un preciso riferimento agli odg sul “sottofinanziamento del sistema universitario italiano” rispetto alla media europea.

Gelmini: “Osservazioni non su punti portanti”. Ma il rettore… Per il ministro Gelmini le osservazioni del presidente della Repubblica non costituiscono una critica di sostanza alla sua riforma. ”Esprimo la mia piena soddisfazione per la promulgazione della legge da parte del Presidente della Repubblica. Terremo, insieme al presidente Berlusconi, in massima considerazione le sue osservazioni. Appare evidente dall’analisi dei punti rilevati che nessuno di essi tocca elementi portanti e qualificanti della legge. Aver approvato la legge sull’università è un segnale positivo per il Paese perché dimostra che, seppur tra mille difficoltà, è possibile realizzare le riforme” ha detto il ministro dell’Istruzione.

Commenta il rettore di Sassari Attilio Mastini: “Non credo proprio che i rilievi del presidente della Repubblica siano secondari o irrilevanti. Si veda il richiamo ai finanziamenti, al dialogo con le altre componenti. E poi, per quanto riguarda l’articolo 6, il presidente riconosce la fondamentale funzione docente svolta dai ricercatori e afferma la necessità che il titolo aggregato non venga assegnato a intermittenza mese per mese, cancellandolo alla fine di ciascun anno accademico”.

Il testo integrale della nota di Napolitano. “Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi promulgato la legge recante “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonchè delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”. Il Capo dello Stato – si legge in una nota diffusa dal Quirinale- ha contestualmente indirizzato la seguente lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri:

Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26.

Per quel che riguarda l’articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato – pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore – si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all’impegno assunto dal Ministro Gelmini nella seduta del 21 dicembre in Senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell’articolo. Per quanto concerne l’art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale. Inoltre l’art. 23, nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale. Infine è opportuno che l’art. 26, nel prevedere l’interpretazione autentica dell’art. 1, comma 1, del decreto legge n. 2 del 2004 sia formulato in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale.

Al di là del possibile superamento – nel corso del processo di attuazione della legge – delle criticità relative agli articoli menzionati, resta importante l’iniziativa che spetta al governo in esecuzione degli ordini del giorno Valditara e altri G 28.100, Rusconi ed altri G24.301, accolti nella seduta del 21 dicembre in Senato, contenenti precise indicazioni anche integrative – sul piano dei contenuti e delle risorse – delle scelte compiute con la legge successivamente approvata dall’Assemblea. Auspico infine che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate”.

Gli sudenti: “Bloccheremo riforma negli atenei”. Non hanno alcuna intenzione di arrendersi, neanche dopo la firma del Ddl, gli studenti universitari che promettono ancora battaglia: ”Non siamo sorpresi. – commentano gli studenti di Link-Coordinamento Universitario – Il presidente Napolitano ci ha ricevuto e ascoltato con rispetto, ma non ci aspettavamo che fosse lui a dare battaglia al posto nostro. A bloccare la riforma Gelmini dovranno essere gli studenti, i dottorandi, i precari, i ricercatori, i tecnici-amministrativi, tutti coloro che vivono sulla propria pelle la schiavitù della precarietà e il furto di futuro operato da questa riforma”. Il piano della mobilitazione, fanno sapere gli studenti, si sposta dal parlamento verso il governo, con l’attesa dei decreti attuativi, e verso gli atenei, con l’adeguamento degli statuti universitari alla nuova legge. ”Chiediamo fin da subito a tutti i rettori di disobbedire, e su questo daremo battaglia. – annunciano – Costruiremo proposte di statuti universitari in grado di bloccare la riforma e cambiare l’università dal basso”. Link fa poi notare che una delle ”criticita”’ individuate dal presidente Napolitano riguarda l’emendamento della Lega Nord che riserva ai residenti in una regione una quota delle borse di studio: ”Il presidente ha sottolineato come quella norma razzista sia completamente incoerente con una legge che dice di favorire il merito – spiegano -. Ora tocca al governo rispettare la Costituzione e cancellare la norma razzista nel decreti attuativi”. Di ‘conquista’ degli studenti in merito alle osservazioni di Napolitano parla Luca Cafagna, 25 anni, studente di Scienze Politiche della Sapienza di Roma: ”Le osservazioni del presidente della Repubblica alla legge Gelmini sono una piccola conquista del nostro movimento”.

L’Udu – Unione degli studenti universitari, commenta così la firma di Napolitano. ”La Gelmini non ha mai deliberatamente ascoltato le ragioni della protesta studentesca, non ha mai ricevuto documenti di organi accademici favorevoli alla riforma se non dei Rettori. Questo Governo si e’ chiuso in se’ stesso ed appeso a tre voti ha scelto di proseguire nell’approvazione di una legge quadro stravolgente per il sistema universitario e destrutturante”. “Ha avuto piu’ di un anno di tempo per ascoltare le nostre ragioni, l’apertura al confronto dopo l’approvazione di una legge quadro e’ propria di una turista della democrazia. Continueremo la nostra mobilitazione per raccogliere, come abbiamo fatto in questi mesi, lo sdegno verso un Governo autoreferenziale e autoritario”.

Di Pietro: “Legge iniqua”, Pd: “Governo apra confronto”. ”Il rispetto istituzionale che abbiamo verso la Presidenza della Repubblica ci impone di prendere atto della decisione di Napolitano. Resta il fatto che riteniamo questo provvedimento ingiusto, iniquo ed incostituzionale”. Lo afferma in una nota il Presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che aggiunge: ”Ci auguriamo, ad ogni modo, che i dibattiti e le riflessioni successive possano frenare la portata devastante che caratterizza la riforma”. Della necessità che il Governo apra un confronto con le parti interessate parla la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera Manuela Ghizzoni: ”La lettera del Presidente della Repubblica conferma la grande attenzione e sensibilità riposta dal Quirinale. Altresì impegna il governo a un confronto con le parti interessate in tutta la complessa fase attuativa della legge Gelmini”.

www.repubblica.it

"Saper dialogare è il vero segreto della democrazia" di Giuliano Amato

Una società meno divisa e capace di costruire un futuro comune. È il vero sogno di Natale e di fine anno, ha scritto giorni fa su queste colonne Bruno Forte e io sono d’accordo con lui. Non so se lo sono tutti – sono tanti i malati che s’innamorano della loro malattia – so per certo che la divisione e l’aggressività interna di cui soffriamo non sono una malattia solo italiana, sono il frutto di cambiamenti profondi che hanno investito e pericolosamente adulterato una buona parte delle democrazie avanzate.

Il mese scorso la School of Government della Luiss ha organizzato un seminario internazionale sul tema «Governare le democrazie». Ebbene, le differenze nelle forme di governo a cui attribuiamo così tanta importanza nelle nostre discussioni sulla riforma istituzionale – la differenza fra governi presidenziali e governi parlamentari, o quella fra governi del primo ministro e governi più collegiali – sembravano tutte più o meno irrilevanti davanti alle comuni difficoltà che sono emerse. E le difficoltà sono quelle di conflitti politici, che estraggono dalla società interessi, sentimenti e orientamenti diversi, li radicalizzano facendone bandiere sventolanti di confronto identitario e li rendono così non più componibili.

Né è necessario che tutti si comportino così perché si arrivi, lungo questa strada, alla delegittimazione reciproca, alla paralisi decisionale e alla conseguente corrosione di ogni tessuto comune. Basta che lo facciano parti consistenti del sistema politico. L’esperienza dei primi due anni della presidenza Obama, sottoposta a un’opposizione del genere e dopo un po’ ridotta all’angolo dagli stessi elettori, è una prova eloquente di ciò che viene accadendo. Quanto all’Italia, basti dire che chiunque si adopra per trovare ragionevoli soluzioni comuni a problemi comuni è subito accusato di tentato inciucio dalle tricoteuses di entrambi gli schieramenti. E il nome stesso del reato testimonia la povertà culturale di chi lo brandisce.

Che cosa abbiamo fatto per meritarci questo e come ci siamo arrivati? Ci sono ovviamente delle specificità nazionali, ma ci sono anche delle grandi tendenze comuni. La prima investe la religione, un tempo fonte primaria di valori comuni e accomunanti nelle nostre società, che negli ultimi decenni ha visto restringersi la sua presa conformativa dei comportamenti individuali e collettivi e ha reagito accentuando l’intransigenza dirimente delle sue posizioni. Ciò sta accadendo nelle società europee e ancora di più nella democrazia americana, dove la libertà stessa e la civile convivenza dei cittadini poggiavano sulla guida morale che la religione manteneva salda nelle loro coscienze (se n’era subito accorto Tocqueville e lo ha poi insegnato John Dewey), e dove oggi fioriscono i fondamentalismi religiosi che sfidano e condizionano la politica. Col che, lungi dallo stemperare il confronto in nome di un bene comune, la religione contribuisce a esasperarlo.
La seconda grande tendenza riguarda l’indebolimento dei partiti, così come li avevamo conosciuti nel secolo scorso in particolare in Europa. Per decenni essi avevano reso possibile il governo delle nostre società, rappresentando i tanti e diversificati interessi cresciuti all’interno di queste, ma anche filtrando le domande di ciascuno e riconducendole a una visione comune, che essi portavano nelle sedi istituzionali con un personale preparato a farlo. Poi certo si sono ossificati e hanno perso il loro stesso bacino di coltura in società d’individui sempre meno organizzabili nei collettori politici tradizionali. Ma la loro funzione di rappresentanza e insieme di filtro è rimasta come un bisogno sempre più insoddisfatto.

E qui si è inserita la terza grande tendenza del nostro tempo, quella che, attraverso i mass media, ha sostituito all’organizzazione la comunicazione politica, connettendo direttamente agli elettori e più in generale alla pubblica opinione chi aspira all’elezione o già è stato eletto. È venuta meno così la discussione che in seno ai partiti metteva a confronto e riconduceva a denominatori comuni i vari interessi, è venuta meno la formazione che essi fornivano al governo degli affari collettivi, si sono drasticamente semplificati i messaggi politici (i mass media non tollerano la complessità del ragionare) e in questo contesto chi gioca la carta dell’estremizzazione gioca la carta vincente.

Si aggiunga infine che le tre tendenze hanno interessato le nostre società nel momento in cui queste si sono venute aprendo ad altre etnie e ad altre religioni, aumentando le diversità e i conflitti che la politica può usare per dividerle. Come uscirne? Di sicuro non possiamo uscirne all’indietro e quindi il ruolo positivo a cui assolvevano i vecchi partiti non deve portarci ad averne nostalgia, non solo per i guasti di cui essi si resero responsabili nella loro fase declinante, ma anche perché ripristinarli com’erano sarebbe comunque impossibile. Mentre è largamente inutile – lo accennavo all’inizio – lanciarsi in riforme dei vertici istituzionali, che non arriverebbero a toccare le radici del male.

Il male è curabile se lo mettiamo a fuoco così come invita a fare Amartya Sen, quando scrive (Identità e violenza, Laterza 2006) che l’Occidente identifica la democrazia con le elezioni, ma il cuore di essa è il processo di discussione e di amalgama degli interessi, sul quale l’Oriente ha molto da insegnare. Non so se lo dobbiamo imparare a Oriente o a Occidente, ma di sicuro quel processo è essenziale ed è esattamente quello che ci stiamo perdendo. Andiamo a votare sulla base di sentimenti esasperati ed eleggiamo esperti non in governo, ma in esasperazione.

Più dell’ingegneria costituzionale può allora servire l’ingegneria sociale in funzione costituzionale, la promozione cioè di sedi e di occasioni che consentano ai cittadini di discutere in modo informato e ragionato dei temi che li riguardano. Si chiama in inglese “deliberative democracy”, ci sono dei professori che la organizzano in via sperimentale, va resa prassi costante della politica e possono impegnarsi a farlo le associazioni volontarie, le istituzioni locali e, perché no, gli stessi partiti. Hanno ancora ramificazioni territoriali e possono usarle per qualcosa di meglio che non raccogliere voti o firme nei gazebi.

Ma serve non meno ricondurre l’etica all’etica e quindi rinunciare all’ubris, all’eccesso, nell’affermazione dei propri valori. Quando il nostro Presidente chiede di abbassare i toni, il problema non è solo di volume, ma di disponibilità a verificare la propria verità insieme agli altri e non contro di loro. Le religioni che ormai convivono nelle nostre società concordano nel dirci che siamo tutti figli dello stesso Dio. E cos’altro dovrebbe significare, se non aprire la strada al nostro sogno di fine anno?

Il Sole 24 Ore 30.12.10