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"L´ultima promessa di Berlusconi: Napoli sarà pulita entro Capodanno", di Conchita Sannino

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi torna a parlare dell´emergenza rifiuti nel capoluogo campano e promette di risolvere il problema. E Palazzo Chigi aggiunge: «Entro Capodanno non ci sarà più immondizia nelle strade di Napoli». Un sì risicato e a brevissimo termine. A Palazzo Chigi, dopo due ore di vertice, il sottosegretario Gianni Letta riesce a strappare alle Province campane un accordo di solidarietà di appena cinque giorni per evitare che la notte di San Silvestro di Napoli anneghi tra i cumuli inevasi di immondizia. In cambio, governo ed enti locali si rivedranno a Roma il 4 gennaio per parlare del gigantesco indebitamento dei Comuni, con la mannaia dello sciopero di migliaia di dipendenti che vedono ormai a rischio il proprio stipendio. E dopo? La soluzione strutturale è solo su carta. Eppure il premier Silvio Berlusconi, in una telefonata pubblica, torna sul disastro rifiuti e assicura: «Scenderò di nuovo io in campo».
Il presidente del Consiglio sgombra il campo dell´emergenza campana dalle ombre di un fallimento: «C´è qualcuno che cerca di ostacolare il nostro intervento con ogni mezzo». Torna a promettere: «Risolveremo il problema. Non solo sgombreremo la città, e la ripuliremo, ma riusciremo anche a fare gli impianti». Anche stavolta c´è una data: «Entro pochi mesi trasformeremo la scena». È la quarta volta che il presidente detta un´agenda. E nelle tre precedenti non è stata rispettata. Netta la condanna delle opposizioni, dal Fli al Pd e all´Idv: «Basta raccontare favole». Poco prima, il governatore campano Stefano Caldoro aveva riconosciuto con i cronisti: «Ci vorranno ancora tre anni prima di giungere alla media di un normale ciclo di smaltimento».
Mentre al tavolo della Presidenza del Consiglio – cui siedono anche i prefetti campani, il sindaco Iervolino, con il governatore e le Province – si negozia la “sopravvivenza” al disastro di settimana in settimana, il premier torna ad annunciare la sua risolutiva azione. Berlusconi interviene con una telefonata ad un´iniziativa del Pdl nel Nolano, e punta deciso sul tema dell´emergenza dopo quasi 40 giorni di silenzio. Dice il premier: «Sono intervenuto a più riprese sul problema di Napoli, ma c´è qualcuno che ostacola il nostro lavoro, altrimenti non si spiega ciò che sta succedendo. Ora scenderò di nuovo in campo e in pochi mesi riusciremo a trasformare la situazione di Napoli».
La presidente del Pd Rosy Bindi lo invita «prendere atto del suo fallimento, anche sul tema rifiuti». Per il capogruppo dell´Idv al Senato, Felice Belisario, «Berlusconi è solo un bugiardo incallito che soffre di mania di persecuzione. Continua a fare promesse che non mantiene, a vedere complotti che non ci sono, a descrivere un´Italia immaginaria. Non basterà riciclare il solito repertorio da piazzista per ingannare ancora gli italiani». Per il capo della segreteria politica di Fli, Carmelo Briguglio, «l´unico complotto ormai chiaro a tutti è quello ordito dalla stampa controllata dal premier contro Fini».
Intanto a Napoli restano a terra oltre mille tonnellate. Quindicimila in provincia. L´incontro a Palazzo Chigi non è privo asprezze. «Condannare Napoli a una notte di San Silvestro tra i rifiuti non è pensabile – avverte il sottosegretario Letta – Quindi, voi come province campane vi impegnate ad essere ancora un po´ solidali con i rifiuti del capoluogo e noi come governo ci impegniamo ad affrontare, il 4 gennaio, i nodi che avete posto. Diversamente, ciascuno si assume le proprie responsabilità». È un aut aut. Due ore dopo, ecco l´accordo che vale poche ore. Spiega Caldoro: «Se potremo ripulire Napoli entro Capodanno è grazie alle intese dei trasferimenti raggiunti con sei regioni (Puglia, Toscana, Emilia, Molise, Lazio e Marche). Poi, da queste ore, grazie anche alla capacità di accoglienza, comunque ridotta, concessa da Avellino, Benevento e Caserta». Poi riconosce: «Certo, impiegheremo più tempo per liberare la provincia». Fino al prossimo miracolo.

La Repubblica 30.12.10

"Il futuro della strategia dei veleni", di Lucia Annunziata

Maria Antonietta non ordinò mai la famosa collana di diamanti, e non disse mai di dare da mangiare al popolo brioche. Ma per ristabilire queste verità sono stati necessari almeno un paio di secoli, e nel frattempo, come dire, Maria Antonietta, dal suo aldilà, di questa verità non sa esattamente più che farsene: non saranno un po’ di storici a recuperarle una reputazione che i libelli anti regime le hanno in ogni caso rovinato in eterno.

La macchina del fango è una cosa seria, e quella che abbiamo visto al lavoro, indefessamente, negli ultimi anni in Italia, è ancora ben poca cosa. Ha dunque ampiamente tempo e occasione per crescere, se i suoi apprendisti stregoni lo vorranno. Una certezza infatti abbiamo su questo strumento: la macchina della delegittimazione è straordinariamente efficace, ed è sicuramente irreversibile.

E’ una tesi, d’altra parte, già sostenuta in un libro scritto un po’ di anni fa, nel 1996 (nel 1997 pubblicato in Italia da Mondadori), e che val la pena rileggere nel clima che si respira oggi in Italia. In «Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all’origine della Rivoluzione francese», il noto storico di Harvard, Robert Darnton (autore di un altro libro culto degli Anni Ottanta, «The Great Cat Massacre and Other Episodes in French Cultural History», 1984) racconta come la libellistica settecentesca francese, con le sue opere erotiche e di diffamazione politica, abbia contribuito a preparare la Rivoluzione tanto quanto il possente lavoro intellettuale degli illuministi.

Anzi, sottolinea Darnton, il lavoro filosofico dei Lumi diventa tanto più efficace perché reinterpretato e popolarizzato attraverso la letteratura erotico-diffamatoria. Il più alto esempio di questa commistione è, secondo lo studioso, «Les Bijoux indiscrets», uscito dalla penna di Denis Diderot, il più libertario dei grandi illuministi francesi.

L’accostamento fra il clima prerivoluzionazio francese e gli schizzi italiani odierni sembra – mi rendo conto – pretenzioso oltre che forzato. In realtà, se è vero che la diffamazione è sempre stata, nei secoli – dall’impero romano ai regimi autoritari del Novecento, quali fascismo e comunismo -, uno strumento politico per eccellenza, è durante la rivoluzione francese che assume i caratteri di quel mix tutto a noi contemporaneo di sesso, politica e comunicazione di massa. Un esempio che parla bene al nostro orecchio è il best seller prerivoluzionario «Anecdotes sur Mme la Comtesse Du Barry», del 1775, in cui si racconta l’ascesa di Marie-Jeanne Béen, contessa Du Barry, dal bordello dove esercitava la sua professione di prostituta al letto del re di Francia, e dunque al potere. Una scalata che fa leva sulle debolezze del corpo del re, sessuali o meno che esse fossero. Un corpo concepito nella tradizione come sacro, e che viene invece materialmente avvilito dai suoi stessi bisogni, al punto da far risultare un’associazione imperdibile, secondo Darnton, cioè che lo scettro «non è più solido del pene del re». Il libro contribuì così a creare una forte impressione, il luogo comune che «una masnada di farabutti si era impadronita dello Stato, aveva dissanguato il Paese e trasformato la monarchia in dispotismo». Naturalmente, osserva Darnton, la verità storica è ben lontana da tutti questi racconti; ma la verità, appunto, arriva troppo tardi.

Detto questo, va aggiunto che è ovvio (e anche lo storico non intende sostenere nulla di diverso) che la rivoluzione francese è un evento più grande della libellistica che aiutò a prepararla; ma lo studio sull’efficacia della manipolazione pubblica vale, si è visto poi, per altre cause, altri travolgimenti storici, di segno anche perfettamente contrari tra loro. Molto rilevanti dunque per l’oggi sono le conclusioni che Darnton trae in merito: «Le nostre fonti ci consentono di stabilire un nesso tra la circolazione della letteratura illegale da un lato, e la radicalizzazione dell’opinione pubblica dall’altro».

Frase, quest’ultima, che è la chiave giusta per capire la distinzione fra denuncia e diffamazione: la prima vive della verità, ed è dunque provabile e provata, la seconda vive dell’illegalità, e dunque non solo può ma deve vivere di falsità, di mancanza di prove. La forza d’impatto della diffamazione è proprio nella sua capacità di insinuare, non di dimostrare.

Come si vede, che abbiano o meno letto i libri citati, gli operatori a tempo pieno della macchina del fango del nostro Paese hanno delle ottime ascendenze, e sanno cosa fanno. Una denuncia funziona tanto più se non ha certezza, è tanto più efficace se non provata. La scelta del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, di scrivere storie sentite e non verificate, di dare voce a sospetti come se fossero verità, è perfettamente allineata con queste regole.

Eppure, nello scrivere queste parole, non tutto torna. Maurizio Belpietro non è l’ultimo arrivato del giornalismo italiano. Sa bene cosa scrive, ne calcola gli effetti, e conosce meglio di chiunque, essendo da tanti anni direttore, le regole della verifica delle fonti. Se un giornalista di questo livello passa al prossimo stadio del «senza fonti», ci dobbiamo chiedere non tanto perché lo fa, ma cosa registra.

In effetti, la sua scelta registra per tutti noi, non tanto una nuova fase nella battaglia politica interna al centrodestra, quanto la presa d’atto che si è entrati in nuove condizioni politico-temporali: se è vero che la delegittimazione funziona perché offre un’immagine, dà un suggerimento, solleva, come si sarebbe detto una volta, in un’altra sinistra, «un’emozione», allora forse non vale nemmeno più la pena di mascherarla con prove posticce o servizi giornalistici sbilenchi. Insomma, chi vuole una mezza verità se la falsità totale suona tanto meglio?

La nuova fase della macchina del fango è questa: ce la segnala Belpietro con il suo solito andare alla «sostanza» delle cose, com’è nel suo stile sincero. Il suo editoriale di due giorni fa è il «next step», il futuro prossimo venturo del clima in cui vivremo.

"I tagli di Tremonti Editoria e cultura. Non può finire così", di Roberto Natale, Presidente FNSI

Volete voi che cento milioni di euro vadano agli studi per combattere la sclerosi laterale amiotrofica oppure alla stampa di partito e cooperativa? Di fronte a una domanda del genere, non avrebbe esitazioni nel rispondere nemmeno il più strenuo difensore del pluralismo informativo. Ma ignobile è aver messo in contrapposizione valori civili tanto rilevanti. E’ esattamente quello che ha fatto il ministro Tremonti, lasciando credere che la decurtazione dei fondi del 5 per mille fosse da attribuire alla necessità di sostenere i giornali di idee e del circuito no profit e le piccole radio e tv. Così questo improvvisato difensore dell’associazionismo e del volontariato (lo stesso che aveva malmenato le voci del terzo settore con il rincaro delle tariffe postali) ha usato il decreto milleproroghe per togliere di nuovo all’editoria e all’emittenza ciò che una battaglia di mesi anche grazie al largo concorso di forze parlamentari di maggioranza e di opposizione aveva faticosamente consentito di riconquistare. “Con la cultura non ci si mangia” è una delle recenti frasi celebri del ministro. Evidentemente Tremonti pensa lo stesso del pluralismo delle idee, che della cultura è parente stretto. Dunque si può procedere con tagli indiscriminati ed esiziali anche nell’informazione, come si sta facendo nella scuola pubblica, nella ricerca, nel cinema, nel teatro, nelle arti.
No, non può andare così: non andrà a finire così. Nel Paese della più straordinaria concentrazione di potere mediatico-politico, del più clamoroso squilibrio nella ripartizione delle risorse pubblicitaria fra tv e stampa, non possiamo accettare che una sola delle voci a rischio debba chiudere. Non abbiamo privilegi clientelari da difendere, ma ragioni forti da far valere. Tremonti, sedicente rigorista, non sa applicare quel rigore che da anni i giornalisti e tante associazioni del settore chiedono venga messo in atto estromettendo i furbi dall’accesso al finanziamento pubblico. Tremonti, custode del conflitto di interessi, non ha il coraggio di vedere che la pingue raccolta pubblicitaria tv o la vendita delle frequenze digitali consentirebbero di trovare senza problemi i fondi per permettere una vita meno stentata a parti essenziali del fragile pluralismo italiano. Metteremo in questa battaglia la stessa vincente determinazione usata nel contrastare il ddl sulle intercettazioni. Anche in questo caso si tratta di un diritto più grande di quello di una categoria: è il diritto dei cittadini a conoscere, a poter confrontare idee e punti di vista diversi. Anche in questo caso la partita si gioca nella società non meno che in Parlamento: dove il milleproroghe dovrà essere discusso e votato, entro i prossimi due mesi. E non è affatto detto che le Camere vogliano farsi sbeffeggiare di nuovo da un ministro refrattario a riconoscere il ruolo che la Costituzione assegna loro.

l’Unità 30.12.10
Milleproroghe: stangata su editoria e cultura E Tremonti chiede rigore
Il decreto di fine anno in Gazzetta Ufficiale. Fnsi: scippo all’editoria. In una circolare il ministro del Tesoro chiede rigore agli uffici. Ma non mancano assunzioni di amici e parenti. Pd: speriamo non serva un’altra manovra.
di Bianca Di Giovanni

Dopo aver «regalato» 80 milioni a Guido Bertolaso per le assunzioni di «parentopoli», 30 milioni a Michela Vittoria Brambilla per il suo portale del turismo Italia.it, altrettanto ai grandi giornali (quelli della famiglia del premier inclusi) come credito d’imposta sulla carta (soldi prelevati, quelli sì, dal 5 per mille), dopo aver sottratto nove milioni ai fondi per i consumatori danneggiati da eventuali truffe per «girarli» ai benzinai, oggi Giulio Tremonti chiede rigore ai ministeri. In una circolare il ministro conferma «l’esigenza di una rigorosa azione di contenimento della spesa pubblica». Gli uffici dovranno procedere a un’«oculata riduzione degli stanziamenti complessivi per spese diverse da quelle obbligatorie ed inderogabili». Nel testo il ministro ricorda i tagli disposti con la manovra estiva. la riduzione dal 2011 del 10% di indennità, compensi, retribuzioni corrisposti ai componenti di organi di indirizzo, direzione e controllo, cda e organi collegiali. Non solo, ma anche la spesa annua per studi ed incarichi di consulenza non potrà essere superiore al 20% di quella sostenuta nel 2009. Nè potrà superare il 20% la spesa per relazioni pubbliche, convegni, mostre e pubblicità. Sforbiciata anche per le spese per le missioni che non potranno essere superiori al 50% della spesa sostenuta nel 2009 (escluse forze armate, di polizia e magistrati). Più stringenti i criteri, inoltre, per le spese del personale, e relative assunzioni (visti gli ultimi scandali romani, si interviene a danno fatto).
MILLEPROROGHE
Tace, il ministro, dell’ultima stangata inferta a un corpo già indebolito proprio nel mezzo della crisi. Il decreto milleproroghe, pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale, annienta definitivamente i piccoli giornali di partito, idee e non profit, tra cui anche l’Unità. Tutto in 24 ore: nella legge di Stabilità si era rifinanziato il fon-
do per l’editoria con 100 milioni, il giorno dopo si è tagliato di 50 milioni. E non solo: altri 45 milioni sono sottratti alle Tv locali. Il tutto con la scusa del 5 per mille, che in realtà nel 2010 era finanziato assieme all’editoria. Una spirale perversa, con un sapore di vendetta politica contro i «traditori» finiani (tra i maggiori sponsor del finanziamento) che colpisce al cuore il pluralismo dell’informazione. Oggi alle 15 la Fnsi (il sindacato dei giornalisti), insieme a Mediacoop, la Cgil, Articolo 21 e a tutte le associazioni della cultura e dello spettacolo vittime anch’esse della scure di Tremonti terrà una conferenza stampa su quello che definisce lo «scippo» all’editoria. Dopo le vacanze la partita sarà in Parlamento, per risanare almeno in parte le ferite di Tremonti: ferite che peggiorano gli effetti della crisi sul Paese.
La circolare di Tremonti ha suscitato una miriade di reazioni. «Speriamo non sia l’indizio dell’avvicinarsi della manovra correttiva dichiara Francesco Boccia del Pd in ogni caso è la conferma che il rigore finora millantato dal governo non ha funzionato». Il Fli, con Italo Bocchino, si chiede dove sia il rilancio e lo sviluppo. Luca Galletti (Udc) denuncia una politica «debole, basata solo sui tagli lineari, senza investimenti».

L’Unità 30.12.10

Orlando: "Sullo scudo nessun compromesso", di Francesco Grignetti

Andrea Orlando lette le indiscrezioni che riguardano la Consulta prossima a esaminare il Legittimo impedimento e le strategie del Pdl che mirano a un ddl di rango costituzionale, qual è la vostra risposta? «Premesso che noi non partecipiamo alle danze della pioggia che si svolgono attorno alla Corte costituzionale, una delle forme del rispetto è non seppellirla di illazioni così come non procedere per intimidazioni come ha fatto il presidente del Consiglio nei giorni scorsi».

Ma se ci fosse una pronuncia nel senso annunciato dalle indiscrezioni raccolte dalla «Stampa» ovvero una sentenza di rigetto con interpretazione?
«Ciò avrebbe un indubbio rilievo dal punto di vista della forma. La sentenza indicherebbe qual è lo strumento che deve essere utilizzato, eventualmente, per introdurre l`istituto del Legittimo impedimento, ma non scalfirebbe di un millimetro la nostra contrarietà che è politica. Le elucubrazioni del Pdl evidentemente non tengono conto del fatto che una modifica in quel senso andrebbe fatta con i due terzi del Parlamento e che la principale forza di opposizione ritiene, al di là della forma che la sentenza della Corte può suggerire, che la sostanza va respinta».

Voi dunque restate contrari. Eppure sapete che il centrodestra può procedere lo stesso, salvo andare al referendum confermativo.
«Mah, una maggioranza che tiene l`anima con i denti è abbastanza difficile che si possa cimentare con un ddl di rango costituzionale. Segnerebbe un ulteriore atto di arroganza e incoscienza soltanto accingersi a una modifica del genere appoggiandosi a Razzi o Scilipoti».

E nell`ipotesi di aperture all’opposizione sulle riforme costituzionali?
«Noi non ci siamo mai sottratti al tema, ma dobbiamo cominciare a tirare qualche somma. Una legislatura non è costituente solo perché si dichiara tale.
Si è costituenti perché qualcosa si costruisce. Dobbiamo prendere atto che anche sul terreno delle revisioni di carattere costituzionale non si è mai andati oltre le esigenze personali del presidente del Consiglio, i suoi impulsi, rendendo impraticabile il campo stesso a ulteriori ragionamenti».

Qualche spiraglio dì dialogo a un certo punto sembrava esserci. Non più?
«La legge elettorale poteva essere il primo passo di un ragionamento più complessivo. Invece si è deciso di spostarla dalla Camera al Senato dove poi è stata insabbiata. E gli stessi che hanno sostanzialmente provocato l`impraticabilità del campo ora ci promettono nuove partite? Francamente la loro credibilità è zero».

L`Idv ha raccoltole firme per un referendum di abrogazione della legge.
Ora si preparano a essere protagonisti di una stagione infuocata. Il Pd ha una posizione chiara in merito?
«Credo che faccia parte del rispetto nei confronti della Corte anche non ipotizzare le reazioni da mettere eventualmente in campo a sentenze che non ci sono ancora.
Al di là delle volontà, anche questa rischia di essere una forma indebita di pressione. In tutti i casi, l`istituto del referendum serve a impedire sfregi alla Costituzione. E tutte le leggi ad personam, anche quelle che avessero rango costituzionale per noi sono tali».

La Stampa 29.12.10

"Sistema Marchionne", di Massimo Giannini

Nel Paese degli opposti estremismi, il caso Fiat è diventato un paradigma della Modernità. Sedicenti leader sindacali lo usano con poca prudenza: una clava da brandire contro i “padroni”, rispolverando un conflitto di classe irripetibile e rievocando un clima di fascismo improponibile. Ma sedicenti pensatori liberali lo usano con poca conoscenza: una pietra angolare del riformismo, da lanciare contro tutti i conservatorismi.
Pomigliano e Mirafiori si impongono nel discorso pubblico come luoghi-simbolo di ogni cambiamento, non solo industriale. Secondo questa chiave di lettura, conservatrici sono quelle migliaia di operai che non si adattano all´idea di veder ridotto il perimetro dei diritti e peggiorato il modo della produzione. Conservatrici sono quelle casamatte della sinistra sindacale che non si rassegnano alla dura legge del mercato globale. Conservatrici sono quelle trincee della sinistra politica che non scorgono nella trasformazione post-fordista della fabbrica l´opportunità di riscrivere il proprio decalogo di valori. Conservatrici sono persino quelle frange della rappresentanza confindustriale, con modelli di relazioni solide nel settore pubblico delle public utilities e collaudate nel settore privato delle piccole imprese, che non capiscono la chance irripetibile offerta dalle vertenze-pilota aperte dal Lingotto.
Chi non accetta la “dottrina Marchionne” è dalla parte sbagliata della Storia. Quasi a prescindere. E così, per sconfiggere l´ideologia delle vecchie sacche di resistenza corporativa, si adotta un´ideologia uguale e contraria: quella delle nuove avanguardie della “modernizzazione progressiva”. Questa impostazione del problema Fiat deflagra in modo potente, e patente, con l´ennesima firma separata prima sugli accordi per Mirafiori e ora sulla riapertura di Pomigliano. Pochi ragionano sui contenuti degli accordi. Molti si preoccupano di giudicare i torti della Fiom che ancora una volta si è sfilata dal tavolo. La si può raccontare come si vuole. Ma in questa vicenda ci sono due dati di fatto, oggettivi e incontrovertibili. Il primo dato: l´accordo di Pomigliano doveva essere un´eccezione non più ripetibile. Si è visto ora a Mirafiori che invece quell´eccezione, dal punto di vista della Fiat, deve diventare la regola. Chi ci sta bene, chi non ci sta è fuori da tutto, dalla rappresentanza e dunque dall´azienda. Il secondo dato: questo accordo è obiettivamente peggiorativo della condizione di lavoro degli operai e della funzione di diritto del sindacato. Si può anche sostenere che non c´erano alternative, e che firmare era la sola opzione consentita, per evitare che la Fiat smobilitasse. Tuttavia chi oggi parla di “svolta storica” abbia il buon senso di riconoscere che si è trattato di una firma su un accordo-capestro basato su un ricatto. Legittimo, per un´impresa privata. Ma pur sempre ricatto.
Per questo c´è poco da brindare di fronte al passo compiuto dal nostro sistema di relazioni industriali verso la “terra incognita” indicata da Marchionne. Per questo fanno male i modernizzatori, che inneggiano agli accordi separati di Mirafiori e Pomigliano come se si trattasse degli accordi di San Valentino dell´84 (quelli sì, davvero storici) che troncarono il circolo vizioso del “salario variabile indipendente” e salvarono l´Italia dalla vera tassa occulta che falcidia gli stipendi, cioè l´inflazione. La verità è che in questa partita quasi tutti i giocatori usano carte false o fingono di avere carte che non possiedono. Il giocatore che non ha carte da giocare è il governo. Berlusconi non è Craxi, e Sacconi non è Visentini. Questo governo non è stato capace di mettere in campo uno straccio di proposta, né sulle misure per la competitività del sistema né sulla legge per la rappresentanza: ha saputo solo gettare benzina ideologica sul fuoco delle polemiche. Il giocatore che non ha carte da giocare è anche il Pd, che sa solo dividersi e non sa capire che l´unico metro per misurare il suo tasso di riformismo sta nel proporre un´agenda alternativa e innovativa per la crescita del Paese, un progetto per l´occupazione, per la produzione del reddito e per la sua redistribuzione. E sta nel riconoscere i diritti, uguali e universali, nel difenderli dove e quando serve, rinunciando a tutto il resto.
Il giocatore che usa carte false è il sindacato. La Fiom ha le sue colpe, per non aver saputo accettare il confronto con solide controproposte e non aver voluto prendere di petto il drammatico problema dell´assenteismo nelle fabbriche. La Cgil ha le sue ambiguità, per non aver potuto ricondurre a unità la sua dialettica interna, ancora dominata da una logora “centralità metalmeccanica”. Ma Cisl e Uil che si gridano “vittoria” spacciano carte false. Bonanni e Angeletti porteranno a lungo sulla coscienza una gestione gregaria dei rapporti con la politica e con la Fiat, e un accordo che per la prima volta riconosce il principio che chi non accetta i suoi contenuti non ha più diritto di rappresentanza sui luoghi di lavoro. C´è poco da festeggiare, quando peggiorano le condizioni di lavoro e si comprimono gli spazi del diritto, a meno che non ci si accontenti di monetizzare tutto questo con 30 euro lordi di aumento mensile.
Il giocatore che bluffa, infine, è Sergio Marchionne. Ha il grande merito di aver salvato la Fiat quando il gruppo era a un passo dalla bancarotta, e di aver lanciato il gruppo da una proiezione domestica a una dimensione finalmente sovranazionale, grazie all´accordo con Chrysler. Ma ora il “ceo” col golfino e senza patria, l´inafferrabile manager italo-svizzero-canadese che vive “tra le nuvole” (come il George Clooney dell´omonimo film) in transito perenne tra il Lingotto e Auburn Hill, ha il dovere della chiarezza. Verso il Paese e verso i lavoratori. C´è una questione di merito. Nessuno ha ancora capito cosa ci sia nel piano-monstre Fabbrica Italia: quali e dove siano indirizzati i nuovi investimenti, quali e quanti siano i nuovi modelli di auto che il gruppo ha in programmazione, dove e come saranno prodotti. Nessuno ha ancora capito di cosa parla l´azienda quando esalta, giustamente, la via obbligata del recupero di produttività. Con le condizioni pessime nelle quali versa il Sistema-Paese, c´è davvero qualcuno pronto a credere che questa sfida gigantesca si vince riducendo le pause di 10 minuti al giorno, o aumentando gli straordinari di 80 ore l´anno? E´ vero che in Germania e in Francia le pause sono già da tempo minori che in Italia. Ma solo un cieco può non vedere che Volkswagen e Renault hanno livelli di produttività giapponesi, macinano utili e aumentano quote di mercato grazie all´innovazione di prodotto e di processo, prima ancora che all´incremento dei tempi di produzione.
C´è poi una questione di metodo. Dove porta questa volontà pervicace e quasi feroce di mettere fuori gioco la Cgil, con piattaforme divisive che servono solo a spaccare il fronte confederale? Dove porta questa necessità di disdettare il contratto dei meccanici e di uscire da Confindustria? Si dice che Marchionne punti a un modello di relazioni industriali all´americana, dove il parametro è Detroit e non più Torino. Probabilmente è così. Ma questo tradisce una volta di più i contenuti veri del Lodo Fiat-Chrysler. Non è la prima che ha comprato la seconda, com´è sembrato all´inizio. Ma in prospettiva sarà la seconda ad aver comprato la prima, nello schema classico del “reverse take-over”. Uno schema che non prevede compromessi. Il modello è il capitalismo compassionevole degli Stati Uniti, non più il Welfare universale della Vecchia Europa. Se vi sta bene è così, altrimenti il Lingotto se ne va. Questa è la vera posta in palio del caso Fiat. Alla faccia della Modernità.

La Repubblica 30.12.10

Fiat, "Investimenti preziosi, ma strappi sulle regole", di Paola Bragantini, Gianfranco Morgando e Stefano Fassina,

Documento congiunto di: Stefano Fassina, Responsabile economia e lavoro PD, Gianfranco Morgando, Segretario PD Piemonte, Paola Bragantini, Segretaria PD Torino
“L’accordo su Mirafiori come l’accordo su Pomigliano vanno valutati su due piani distinti, sebbene connessi: la riorganizzazione delle condizioni del lavoro; le regole della rappresentanza, della democrazia e della partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle sorti dell’impresa. Sul primo piano, la ridefinizione, impegnativa ed intensa, avviene a fronte di una prospettiva di sviluppo e di occupazione. Sul piano delle regole della rappresentanza e della democrazia si compiono strappi ingiustificabili, mentre non si fa alcun passo avanti per la partecipazione dei lavoratori nell’impresa, anzi il ritorno alle Rappresentanze Sindacali Aziendali è un chiaro passo indietro”. E’ quanto si legge in un documento congiunto redatto al termine della riunione delle segreterie del Pd piemontese e del Pd torinese con il responsabile dell’Economia e del Lavoro della segreteria nazionale del Pd, riunione convocata per esaminare insieme la questione Fiat. Il testo è firmato da Stefano Fassina, Gianfranco Morgando e Paola Bragantini, rispettivamente membro della segreteria nazionale e segretari del Pd regionale e del Pd provinciale. Il testo ha per titolo: Fiat: lavoro, rappresentanza e partecipazione democratica dei lavoratori e delle lavoratrici. “Fabbrica Italia” – vi si legge – prospetta importanti potenzialità di lavoro, reddito, qualità sociale per i territori direttamente interessati e per il nostro paese. Gli investimenti previsti, ancora in larga misura indefiniti ed incerti (dei 20 miliardi previsti, soltanto 1,3 miliardi sono stati effettivamente “pianificati”), sono preziosi, irrinunciabili, a Torino come a Pomigliano, tanto più in una fase di prospettive anemiche di crescita e di occupazione. Oltre alle migliaia di lavoratori e lavoratrici delle aziende Fiat, coinvolgono filiere di centinaia di imprese e decine di migliaia di lavoratori dell’indotto. Gli accordi sottoscritti per Pomigliano e Mirafiori consentono l’avvio di rilevanti investimenti. L’accordo su Mirafiori come l’accordo su Pomigliano vanno valutati su due piani distinti, sebbene connessi: la riorganizzazione delle condizioni del lavoro; le regole della rappresentanza, della democrazia e della partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle sorti dell’impresa. Sul primo piano, la ridefinizione, impegnativa ed intensa, avviene a fronte di una prospettiva di sviluppo e di occupazione. Sul piano delle regole della rappresentanza e della democrazia si compiono strappi ingiustificabili, mentre non si fa alcun passo avanti per la partecipazione dei lavoratori nell’impresa, anzi il ritorno alle Rappresentanze Sindacali Aziendali è un chiaro passo indietro. Oggi, in Italia, le regole della rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro del settore privato sono carenti e non assicurano, in particolare un contesto di divergenti posizioni tra i sindacati, sufficienti garanzie per la piena attuazione delle scelte, anche in presenza di condivisione dalla maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici interessate. L’esigibilità, ossia il pieno rispetto, degli accordi sottoscritti è condizione fondamentale per realizzare gli investimenti di Fiat come di ogni altra impresa. Il problema dell’innovazione delle relazioni industriali è, da tempo, un problema reale, generale, sia per le imprese italiane sia per l’attrazione di investimenti dall’estero. Per risolvere il problema della piena esigibilità, le soluzioni individuate negli accordi sottoscritti per gli stabilimenti di Pomigliano e di Torino-Mirafiori sono sbagliate. Non sono accettabili illusorie scorciatoie – quali la fuoriuscita dal sistema confederale di rappresentanza – volte a negare diritti di rappresentanza ai sindacati che, attraverso il voto e gli iscritti, nelle forme autonomamente decise dagli accordi interconfederali, rappresentano lavoratori. Un’opzione, peraltro, con scarso consenso del mondo imprenditoriale. L’esigibilità degli accordi a tutti i livelli va garantita nella salvaguardia dei diritti di tutti i lavoratori e lavoratrici alla rappresentanza sindacale. È possibile raggiungere tale inscindibile doppio obiettivo mediante un’intesa interconfederale sulla rappresentanza e la democrazia sindacale per definire le condizioni di validazione dei contratti e degli accordi. L’intesa tra le parti sociali dovrebbe poi essere oggetto di una legislazione di sostegno. Il punto di riferimento è l’intesa di CGIL, CISL, UIL del maggio 2008. Si tratta di un’importante acquisizione unitaria da aggiornare, senza alterarne equilibrio di fondo, in modo da chiarire il perimetro dei diritti indisponibili esclusi dalla contrattazione e coniugare la primaria responsabilità contrattuale dell’organizzazione sindacale all’intervento, più esplicito e definito, dei lavoratori in tutte le fasi del processo negoziale, fino alla validazione finale sugli accordi, anche attraverso il ricorso al referendum vincolante per tutti. L’intesa interconfederale dovrebbe includere una parte aggiuntiva volta a definire forme di partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici al capitale e agli utili dell’impresa, come anche alle sue scelte strategiche, attraverso lo sviluppo dei diritti di informazione e di consultazione e, in prospettiva, con la presenza nella “governance” dell’impresa in linea con le migliori esperienze europee, secondo l’ispirazione dell’articolo 46 della nostra Costituzione. In tale contesto, la risposta alle caratteristiche produttive e all’organizzazione del lavoro dell’industria automobilistica, come per altri ambiti segnati da forti specificità, può essere trovata in una normativa ad hoc nel contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici (come è per la siderurgia). Si dovrebbe poi al più presto arrivare ad una significativa riduzione del numero dei contratti nazionali e alla loro trasformazione in ampi contratti-quadro per grandi settori produttivi all’interno dei quali le specificità organizzative di ogni realtà produttiva potrebbero trovare risposta in più robusti contratti aziendali o in contratti di comparto. La cultura sindacale e datoriale largamente prevalente in Italia, come dimostrato dalle recenti posizioni espresse dai vertici di tutte le forze economiche sociali, consente di arrivare in tempi rapidi a soluzioni condivise, fondate sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche delle imprese. L’innovazione delle regole della rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro lungo le linee indicate e l’articolazione del contratto nazionale metalmeccanico per il comparto auto aprono le porte al rientro delle newco FIAT nel quadro interconfederale e nel perimetro del contratto collettivo nazionale di lavoro. È un percorso utile alla qualità dell’ordine economico e sociale dell’Italia. È, al contempo, un requisito di efficienza, in quanto una stagione di conflittualità e la concorrenza al ribasso, inevitabile senza la tenuta delle regole interconfederali e del contratto nazionale, sono alla lunga perdenti per tutti. Il conflitto sorto intorno alle vicende di “Fabbrica Italia” si sarebbe potuto ridimensionare in presenza di un governo impegnato a sostenere, come avviene negli USA, in Francia, in Germania, i profondi processi di ristrutturazione del settore automotive attraverso la politica industriale ed una visione strategica all’altezza del potenziale manifatturiero dell’Italia. Invece, il Governo Berlusconi ha rimosso i programmi di politica industriale avviati dal Governo Prodi e si è dedicato ad alimentare la divisione tra le forze economiche e sociali. Da ultimo, si è irresponsabilmente sottratto al compito politico di favorire l’innovazione delle regole della rappresentanza, della democrazia nei luoghi di lavoro e della partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche delle imprese. Il Partito Democratico continua a portare avanti l’iniziativa politica nei territori e in Parlamento per costruire le condizioni di convergenza delle forze economiche e sociali per l’innovazione delle regole fondamentali di una Repubblica fondata sul lavoro.

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“Il giorno del Big Bang sindacale”, di Roberto Mania

Eccola la “conventio ad excludendum” sindacale. Arriva a Pomigliano e a Mirafiori, alle newco, come si dice, modellate da Sergio Marchionne secondo i dettami dell’impresa globale, senza più bandiera e territori. Ma anche senza più conflitto perché chi non condivide – appunto – è fuori, senza rappresentanti, senza diritti sindacali.

Normalizzazione. Non era mai successo che un accordo firmato solo da alcuni sindacati servisse anche ad escludere un altro sindacato, nel caso specifico la Fiom che pure resta l´organizzazione con più iscritti tra i metalmeccanici.
Sindacati contro sindacati. «E´ la fine di un sistema di rappresentanza. E´ davvero un terremoto, un´esplosione», sostiene Aris Accornero, sociologo dell´industria alla Sapienza di Roma. E per tanti versi è una terra incognita quella che attende Cgil, Cisl e Uil, ma pure la stessa Confindustria alla quale le due newco non sono per ora iscritte. Dopo la concertazione, va in soffitta anche il modello di rappresentanza sindacale pensato nel 1993, che consentiva a tutti, senza per forza dover firmare i contratti ma raccogliendo almeno il 5 per cento delle firme tra i lavoratori, di concorrere alle elezioni per le Rsu (le rappresentanze sindacali unitarie). Senza l´adesione alla Confindustria, la Fiat-Chrysler non è tenuta al rispetto di questa norma e dunque si affida a una rigida interpretazione dell´articolo 19 del vecchio Statuto dei lavoratori del 1970: chi non firma i contratti collettivi non ha diritto a rappresentanti sindacali. La Fiom – «kafkianamente», dice Accornero – fatta fuori proprio dallo Statuto. Possibile, ma non scontato, perché già Gino Giugni, padre dello Statuto, aveva sottolineato la differenza tra noi, dove si è rappresentativi nel contesto complessivo, e proprio gli Usa dove conta invece solo la singola unità aziendale.
Noi non siamo l´America che vuole Marchionne. Così è facile prevedere che lo scontro si trasferirà anche nelle aule dei tribunali. Perché nemmeno i Cobas nei trasporti o nella stessa Fiat, o la Cisnal, sindacato della destra divenuto Ugl, sono mai stati esclusi. Ancora Accornero: «Il principio dell´esclusione è una novità per i sindacati». Quella nel pianeta Fiat, dunque, rappresenta una radicale – storica – frattura tra i grandi sindacati italiani. Rottura tutta sindacale, dove la politica fa da contorno, talvolta balbettando formule stereotipate, ma nulla di più. Non si ripete né lo scontro dell´84 sulla scala mobile dove fu soprattutto la politica, con il decreto di San Valentino del governo Craxi, a dettare le divisioni, né quello più recente del 2002 sul “Patto per l´Italia» dove Berlusconi, d´intesa con la Confindustria di Antonio D´Amato, tentò di isolare la Cgil di Sergio Cofferati asserragliata a difesa dell´articolo 18 che protegge i licenziamenti senza giusta causa. I contorni del campo disegnato da Marchionne sono oggi tutti sindacali: l´organizzazione del lavoro, i turni, le pause, gli straordinari, lo sciopero ma soprattutto la rappresentatività sindacale. E forse proprio per questo le accuse reciproche tra le sigle sindacali sono gravi, violente. Non c´è più l´unità d´azione tra Cgil, Cisl e Uil ma nemmeno una normale competizione. Non ci sono più le regole. Il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, che solo qualche mese fa ha scritto “Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne”, è andato giù durissimo. Lui rappresentante dell´ala estrema della Fiom, quella del conflitto sociale permanente, di un sindacato-movimento che affida alla Fiom il ruolo di una sorta di “partito del lavoro” dopo la diaspora degli eredi del Pci: «Angeletti e Bonanni sono la vergogna del sindacalismo italiano. Sono fuori dalla cultura democratica sindacale dell´Italia costituzionale. Per noi non contano più niente». Espressioni, anche queste, senza precedenti che Maurizio Landini, segretario della Fiom, non ha pronunciato ma dalle quali non ha nemmeno preso le distanze. Perché Landini di fatto le condivide. Sono entrambi eredi di Claudio Sabattini, che fu “travolto” nell´80 dalla sconfitta proprio alla Fiat dopo i 35 giorni di occupazione di Mirafiori, e poi risalì fino a raggiungere il vertice della Fiom, teorizzando “l´indipendenza” dei metalmeccanici anche dalla Cgil. «Quella di Cremaschi è istigazione alla violenza», secondo il numero due della Cisl, Giorgio Santini. E Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, con tessera del Pd: «La Fiom si configura come un movimento politico di antagonismo sociale con precise interlocuzioni nazionali verso le fasce più estreme dei centri sociali e con precisi collegamenti internazionali verso i movimenti del radicalismo ecologista e della cosiddetta resistenza palestinese».
Parole da anni Settanta, da anni di piombo. Sindacati contro sindacati. Ma pure nella Fiom si consuma una battaglia difficile. La minoranza guidata da Fausto Durante e sostenuta anche dal segretario generale Susanna Camusso si è astenuta ieri sulla decisione dello sciopero. Poi ha proposto la “firma tecnica” all´accordo per Mirafiori se nel referendum tra i lavoratori dovessero prevalere i “sì”. Landini resiste. E la Camusso punta ad un accordo in tempi brevi sulla rappresentanza sindacale. Perché questa volta c´è un destino parallelo tra Cgil e Confindustria.

La Repubblica 30.12.10

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«Sì agli investimenti, no allo strappo sui diritti»
Bersani a Il Messaggero: Fiat importante per industria e redditi, non può escludere rappresentanza sindacale di chi dissente. Referendum: scelta ai lavoratori
«Gli investimenti della Fiat sono importanti, preziosi per i territori interessati, per il nostro futuro industriale, per i redditi dei lavoratori». Dopo gli accordi di Pomigliano e Mirafiori Pier Luigi Bersani non esita a definire «prioritaria» la conferma degli impegni di sviluppo assunti dalla Fiat in Italia. Se Marchionne dirottasse altrove gli investimenti, sarebbe un colpo micidiale. Ma il segretario del Pd rifiuta il prendere o lasciare e si ribella a quanti – il governo da destra e Vendola da sinistra – gli chiedono di scegliere tra un si e un no integrale agli accordi senza Fiom. «Non rinuncerò a dire – spiega – che l’investimento è positivo e che bisogna far di tutto per tenerlo in Italia, ma anche che lo strappo sui diritti sindacali è ingiustificabile e pericoloso, e che va corretto. Noi ci batteremo per correggerlo». Bersani parla mentre a Torino il responsabile economico Fassina e i segretari regionale e provinciale del Pd (Morgan-do e Bragantini) stanno mettendo a punto un documento che definisce, più nel dettaglio, il giudizio e le proposte del partito sugli accordi Fiat.

Bersani insiste: «La nostra è una posizione forte e unitaria». E giudica supeciale la lettura di un Pd diviso tra filo-Cisl e filo-Cgil. Oppure diviso tra chi guarda al Terzo Polo e chi invece tiene di più a Vendola, oggi schieratissimo con la Fiom. Per vocazione Bersani attribuisce sempre al Pd un ruolo più ampio di ricomposizione politica. Non rinuncia, ad esempio, a rivolgersi a «tutte le opposizioni». E sostiene che, anche a partire dai problemi aperti sulla Fiat, «un governo serio dovrebbe sedersi al tavolo portando una sua politica industriale e cercando di coinvolgere le parti sociali in una nuova concertazione orientata alla crescita». Il governo Berlusconi invece «non fa questo e anzi punta sulla divisione». Dopo Piero Fassino, anche Massimo D’Alema si è augurato ieri che prevalga il sì nel referendum tra i lavoratori, in modo da confermare i nuovi investimenti Fiat. Bersani si tiene però un passo indietro: «Quella scelta tocca ai lavoratori, anche perché costerà loro sacrifici. E il Pd non farà il mestiere del sindacato». Né collateralismi, né tifosorie. Ma la linea del Pd va in quella direzione. Si agli investimenti, ma al tempo stesso battaglia in fabbrica e fuori contro la privazione dei diritti sindacali. «E inaccettabile – dice Bersani – che il dissenso venga escluso dalla rappresentanza sindacale. Se ci avviamo su questa china pericolosa, rischia di formarsi una valanga -che può travolgere -lo stesso diritto del lavoro. Oggi è esclusa la Fiom, domani in qualche fabbrica potrebbe toccare alla Fim». Il segretario del Pd riconosce a Marchionne il diritto di «esigere il rispetto degli accordi aziendali»: dopo il referendum le regole varranno per tutti. «Ma non si può escludere dalla rappresentanza chi ha espresso un’opinione contraria. Così si intacca un principio democratico».

Per il leader del Pd questa è la battaglia che la politica deve portare avanti prima e dopo il referendum. Nel documento Pd diffuso ieri a Torino si chiede di ripartire dall’intesa del 2008 tra Cgil, Cisl e Uil per definire nuove regole condivise sulla rappresentanza. Il Pd ha anche presentato una sua proposta di legge al riguardo. Ma Bersani spera che siano prima «le parti sociali a sedersi a un tavolo e definire insieme le norme». Ha colto un’«importante apertura» anche nel presidente di Federmeccanica, Pierluigi Ceccardi. «Se poi ci fosse bisogno di una legislazione di sostegno, saremo pronti. Intanto chiediamo al governo di uscire dal suo vergognoso silenzio».

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"Con la crisi la filantropia (salvo qualche eccezione) va in crisi", di Dario Aquaro

La filantropia non tira più, i grandi donatori si fanno più prudenti, e le associazioni di beneficenza vengono colpite dai tagli decisi dal governo. Il dibattito sul futuro della filantropia si è riacceso nei paesi industrializzati: perché proprio quando la gente deve fronteggiare l’impatto della crisi economica, ecco che i “ricchi” sembrano nascondersi. «Le piccole donazioni sono aumentate esponenzialmente ma i grandi donatori sono piuttosto scomparsi». In Irlanda Fergus Finlay è a capo della Barnardo’s, un’opera di beneficenza per bambini, e negli ultimi due anni ha cercato di soddisfare la crescente domanda di servizi sforbiciando anche i salari del suo staff.

Il problema però rimane: come stimolare la filantropia, renderla più efficace, ridefinire i rispettivi ruoli del pubblico, del privato e del “terzo” settore? «I provvedimenti austeri del governo che ha tagliato 850 milioni di euro dai programmi di tutela sociale si riveleranno disastrosi», spiega Finlay al Financial Times. Come altri leader di associazioni no profit nel mondo, dubita che l’aiuto dei privati possa così compensare i tagli nei sovvenzionamenti pubblici.

Mentre si discute di Big Society (il programma di ridistribuzione del potere dal governo centrale alle entità locali), la beneficenza si riorganizza: in Inghilterra Ian Green, chief executive della cristiana YMCA, prevede un’accelerazione nella fusione tra le sue filiali locali. E ad ottobre a 18 organizzazioni è stato chiesto di restituire 150mila sterline di sussidi già ricevuti. La sfida è dunque trovare fonti di reddito alternative. Uno studio del National Council on Voluntary Organisations e della Charities Aid Foundation ha mostrato questo mese un leggero aumento delle donazioni private nel Regno Unito rispetto all’anno passato. Ma mentre le persone con redditi inferiori stanno donando di più, il contributo dei benestanti – in proporzione al totale della loro ricchezza – si è fatto più scarso.

Stesso copione in altri paesi. Uno studio realizzato ad ottobre negli Stati Uniti dalla Chronicle of Philantrophy ha segnalato un calo dell’11% sulle cifre dell’anno precedente devolute alle 400 maggiori organizzazioni di beneficenza: 69 miliardi di dollari, il livello più basso degli ultimi due decenni. «La filantropia non può colmare il gap lasciato dai tagli del governo», commenta Phil Buchanan, a capo del Center for Effective Philantrophy di Cambridge. Specie se con il protarsi della crisi, molte grandi fondazioni decidono di ritirarsi. Come la One Foundation, della famiglia proprietaria della Ryanair, che ha scelto di chiudere i battenti nel 2013. «Non abbiamo costruito la nostra fondazione per venir poi spazzati via durante la recessione – ammette Deirdre Mortell, chief executive della One – Non era nei nostri piani».
Il problema di come promuovere la filantropia, e come essa debba organizzarsi, è tutto aperto. E per fortuna non tutti i donatori sono intimoriti dagli effetti della crisi. Come dimostra il progetto “Giving Pledge” disegnato da due degli uomini più ricchi d’America, Bill Gates e Warren Buffet: convincere i loro colleghi multimiliardari a donare metà dei loro patrimoni per attività benefiche. Giving Pledge, letteralmente la “promessa di donare”. Il terzo settore si augura che non rimanga solo una promessa.

Il Sole 24 Ore 30.12.10