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Università, Ghizzoni: la Gelmini fa il gioco delle tre carte

L’on. Ghizzoni: “Ha ragione il Rettore Tomasi quando invoca nuove risorse per il sistema universitario italiano. Peccato che di risorse aggiuntive la riforma non ne preveda. Anzi”. L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, commenta l’intervento del Rettore Mario Tomasi sulla legge di riforma dell’Università approvata di recente. Ecco la sua lettera

Caro direttore

ha ragione da vendere il Magnifico Rettore Tomasi quando invoca nuove risorse, da subito, per il sistema universitario italiano. Peccato che di risorse aggiuntive la riforma Gelmini non ne preveda, così come non sarà in grado di rispondere ai bisogni del sistema perché non rilancia davvero l’autonomia degli atenei basata sulla valutazione; non sostiene realmente il diritto allo studio; non valorizza le competenze e i talenti sia del personale di ruolo che di quello precario. E non mette in campo un credibile progetto di investimento, quindi alla fine non vale niente, semplicemente perché non costa niente allo Stato.

Come stabilito dalla legge di stabilità (la vecchia finanziaria), il Fondo di finanziamento ordinario per le università per il 2011 registra un segno meno di ben 276 milioni di euro. Senza tener conto del fatto che, ormai alle soglie del 2011, il ministro non ha ancora provveduto a ripartire i finanziamenti del 2010.

Nella legge Gelmini, le risorse sono solo “evocate”, come nel caso del fantomatico Fondo per il merito, istituito per erogare agli studenti premi nazionali e prestiti d’onore, purtroppo senza alcun riferimento al reddito. Questo Fondo è totalmente privo di una propria dote finanziaria, poiché ad alimentarlo saranno versamenti di privati, enti e fondazioni e trasferimenti pubblici. Tuttavia nella Legge di stabilità per il 2011 neppure un euro è stato previsto per il Fondo. Si tratta quindi di propaganda.

In altre norme della legge, le risorse sono indicate nero su bianco ma non si tratta di risorse aggiuntive. Per l’assunzione di nuovi professori associati viene riservata una quota “non superiore a 13 milioni” da prelevare dal Fondo di finanziamento ordinario già abbondantemente decurtato. Evidentemente, al ministero ritengono che si tratti non di Fondo, ma di Pozzo di San Patrizio. Analogamente, i 18 milioni per il 2011 destinati al recupero dello scatto stipendiale (tagliato dalla manovra estiva) sono prelevati dai 44 milioni previsti per l’attuazione dei piani triennale e quadriennale dell’università.

Siamo di fronte al gioco delle tre carte o, come ho avuto modo di dire in Aula, ai carri armati di Mussolini, spostati da una parata all’altra per far credere che fossero tanti. È quindi falso affermare, come ha fatto il ministro, che all’università siano state date risorse in più. In questo contesto di finanziamenti decrescenti, qualsiasi discorso sul riconoscimento del merito diventa aleatorio poiché, a meno di non onorare le spese obbligatorie (stipendi, affitti, accordi nazionali e internazionali…), le risorse non ci sono. Il fondo del barile è già stato raschiato e, nonostante i massicci pensionamenti e il dannoso blocco del turn over, il Fondo di Finanziamento Ordinario per il prossimo anno è in grado di far fronte solo alla sopravvivenza del sistema.

Già la commissione Muraro, istituita dal governo Prodi, aveva indicato il riconoscimento del merito come indirizzo da perseguire per valorizzare la qualità dell’università pubblica, ma solo se accompagnato da adeguate risorse. Infatti la seconda finanziaria Prodi dispose 550 milioni annui, per il triennio 2008-2010, al fine di incrementare il Fondo di Finanziamento ordinario. Un intervento importante, che il Governo Berlusconi-Bossi ha ritenuto di cancellare.

Durante la discussione in Aula abbiamo risolutamente proposto – indicandone l’adeguata copertura – che venisse definito un piano di incremento strutturale del Fondo di Finanziamento (in modo da allinearlo con la media OCSE) e che una quota crescente fosse ripartita agli Atenei in base a valutazione. Il ministro e la maggioranza hanno bocciato la proposta e hanno preferito rinviare la definizione dei “meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse pubbliche” in una delega al governo, da esercitare entro un anno. Si prende tempo, tanto i titoli sui giornali sono già conquistati. Poi, si vedrà…

"La polizia carica i pastori sardi, è polemica", di Anna Rita Cillis e Piergiorgio Pinna

Scontri a Civitavecchia. La Questura: non c´era preavviso. I manifestanti: trattati da criminali. Bloccati nel porto Fermati anche i pullman che dovevano portarli nella capitale. Speravano di manifestare a Roma. Sono stati bloccati da polizia e carabinieri prima ancora di salire sui 5 pullman che li attendevano al porto di Civitavecchia. Nella capitale i pastori sardi volevano «dar vita a una conferenza stampa per spiegare le ragioni del malcontento». Ma il viaggio degli oltre 300 allevatori dell´Mps, iniziato a Olbia l´altra notte, si è concluso alle 6 del mattino tra forti tensioni. I dimostranti – dicono ora alla questura di Roma – hanno tentato di forzare il blocco. Così la polizia ha risposto denunciando due di loro per resistenza e lesioni (un agente è rimasto contuso) tutti gli altri per manifestazione non autorizzata e per essersi rifiutati di farsi identificare. Ma la versione degli allevatori non collima con le ricostruzioni ufficiali secondo cui i pastori volevano manifestare sul Grande Raccordo Anulare. E una dirigente del Movimento, Maria Barca, denuncia di essere stata colpita «con un violento calcio a una caviglia» e di aver «implorato agli agenti di lasciar andare un pastore da loro ripetutamente picchiato».
Per il leader del Movimento dei pastori sardi, Felice Floris «siamo vittime di una politica ignava e cialtrona che tutto fa all´infuori di creare sviluppo. Ci hanno imposto d´investire per adempiere alle norme Ue – continua – intanto Stato e Regione non hanno adottato misure per tutelare latte e formaggi in sede europea, accettando miseri contributi in cambio della rinunzia alla produzione». E Riccardo Piras, portavoce del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi, incalza: «Che la manifestazione non fosse autorizzata è una scusa. Questo non è davvero uno Stato democratico se non permette ai suoi cittadini di dar voce al malcontento». A lui fa eco Andrea Cinus, uno dei 200 sbarcati a Civitavecchia: «Non siamo neppure riusciti a uscire dal porto. Lì già ci attendevano gli agenti, che hanno fermato anche i pullman affittati per raggiungere Roma. Volevamo solo fare una manifestazione pacifica. Ci hanno trattato come criminali».
Parte da lontano, comunque, la rivolta degli allevatori. L´inizio di tutto è una cascata d´interessi bancari vorticosi (sino al 18%) nata dalla cancellazione di una legge sarda per benefici nell´agro-zootecnia 15 anni fa bocciata dall´Europa perché violava le regole della libera concorrenza. Da allora migliaia di aziende e ovili hanno visto acuire la recessione in maniera esponenziale. Interi patrimoni sono finiti all´asta o esposti a esecuzioni giudiziarie. La sovrapproduzione di pecorino e la crisi degli iscritti con le organizzazioni tradizionali di categoria hanno fatto il resto, lasciando campo libero a gruppi autonomi come il Movimento dei pastori sardi. L´Mps, al contrario di quanto hanno fatto altri rappresentanti degli allevatori nell´isola, nei mesi scorsi si è rifiutato di sottoscrivere gli accordi con la Regione governata dal centrodestra. Intese (150 milioni in 3 anni) criticate anche dal ministro dell´Agricoltura Galan, che ieri i promotori dello sbarco a Civitavecchia contavano di poter incontrare a Roma.
La battaglia è sempre incentrata sul prezzo del latte (la Sardegna con 3 milioni di capi possiede la metà del patrimonio ovicaprino nazionale). La ragione che da quest´estate ha portato a cortei, sit-in, occupazioni è che produrne un litro costa ai pastori più del prezzo di vendita. Che, per una singolare legge del mercato a parti rovesciate, non viene fatto da chi è proprietario delle pecore e porta il latte nei caseifici, ma da chi lo trasforma. Da qui le marce sugli aeroporti di Olbia e Alghero, le manifestazioni in Costa Smeralda, le marce su Cagliari e su Roma. Fino allo scontro frontale tra la Giunta Cappellacci e il Movimento pastori. Fino ai tafferugli con feriti e arresti davanti alla Regione in ottobre e, ora, all´assedio in porto.

La Repubblica 29.12.10

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Stop al blitz dei pastori sardi
«Trattati come dei criminali»
di Francesca Ortalli

«Padri di famiglia trattati come dei criminali, con un atteggiamento che non ha precedenti. È semplicemente vergognoso». Nonusa mezzi termini Felice Floris, leader del Movimento Pastori Sardi. Lui e i suoi uomini, circa duecento, sono stati bloccati ieri mattina al porto di Civitavecchia. I pastori non dovevano arrivare a Roma, questi erano gli ordini. E così, con la scusa che la manifestazione che si sarebbe dovuta svolgere nella capitale non era autorizzata, alle sei del mattino appena sbarcati dalla nave partita da Olbia, i pastori hanno trovato ad attenderli uno schieramento di polizia e carabinieri in assetto anti sommossa. «In pratica hanno impedito ai pullman che ci aspettavano di partire. Hanno detto agli autisti che li avrebbero denunciati – continua Floris del Movimento – poi, una volta sbarcati, hanno chiesto a tutti di tirare fuori i documenti per identificarci e noi ci siamo rifiutati. Non potevamo uscire, eravamo lì sequestrati senza capirci nulla».

Dopo aver affrontato un viaggio interminabile di un’intera notte chiedono spiegazioni ma inutilmente. Così scatta il tentativo di forzare il blocco con relativa carica da parte delle forze dell’ordine. Momenti di altissima tensione e di violenza, li racconta Maria Barca, 27 anni, da sempre in prima linea nella lotta delMovimento, sin dai giorni caldi dell’occupazione nella sede del Consiglio Regionale della Sardegna a Cagliari: «Ho una caviglia gonfia peruncalcio preso durante la carica, i miei compagni hanno preso pomate e garze per una fasciatura d’emergenza. Ho visto con i miei occhi un ragazzino di 17 anni prendere un sacco di colpi, pesava sì e no 40 chili».

DUE FERMATI E SUBITO RILASCIATI
Alla fine il bollettino della Questura è di due denuncie a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale, con i due fermati subito rilasciati. «È un clima da anni 70 – continua Felice Floris – che ci fa cadere in uno periodo buio della nostra storia. La cosa che mi ha fatto infuriare di più è stato quando, alla mia richiesta di spiegazioni sul perché ci stavano sequestrando, mi è stato risposto che noi sardi conosciamo molto bene quella parola. Cioè, siamo ancora al binomio razzista “sardo uguale sequestratore”. Ancora non capisco poi di quale manifestazione stanno parlando: in realtà la nostra delegazione voleva solo proporre al ministero dell’Agricoltura la costituzione di un Coordinamento mediterraneo di tutti i paesi che praticano la pastorizia, come Francia, Italia, Corsica e Grecia per presentare poi tutti insiemele nostre rivendicazioni a Bruxelles. Questa sera alle 22,30 (ieri, ndr) ci imbarcheremmo per tornare in Sardegna, scortati dalla polizia come dei criminali. Di fatto, ci hanno tenuti rinchiusi dentro al porto senza nessun motivo, impedendoci di spostarci. E sempre guardati a vista. Siamo al divieto preventivo di esprimere dissenso, un attentato contro la Costituzione mentre noi difendiamo semplicemente il nostro lavoro».

LA LEGGE TRUFFA
In realtà il blitz romano era stato preparato dal Movimento pastori con molta cura. Dopo gli scontri nel centro di Cagliari di due mesi fa gli uomini di Felice Floris si sentivano sotto l’occhio del ciclone e avevano optato per un cambio radicale di strategia. Non più azioni eclatanti ma blitz sporadici che dessero risonanza alle loro richieste. Che, nel frattempo, erano state tradite anche dalla Regione Sardegna, con la conseguente rottura dovuta all’approvazione della legge salva-agricoltura. È stata ribattezzata dal Movimento legge-truffa proprio perché nonostante i 147,7 milioni stanziati in tre anni, non risolve i problemi ma taglia fuori le aziende più piccole. Cappellacci quindi non era più considerato un interlocutore attendibile. I pastori quindi hanno deciso di puntare più in alto, a quel ministro Galan che durante i giorni roventi dei disordini cagliaritani aveva accusato di «incompetenza» Regione e relativo assessore all’agricoltura Andrea Prato. La trasferta romana del Mps era stata organizzata in gran segreto. Tuttavia, sembra che durante la notte di lunedì sia arrivata alla Questura di Civitavecchia notizia di un’occupazione da parte dei pastori dell’autostrada A1 Milano-Napoli svincolo Bufalotta. Voci sparse non a caso, bisbiglia qualcuno, per fermare unmovimento che forse, un giorno, potrebbe diventare qualcosa di più creando non pochi malumori.

La Repubblica 29.12.10

Maestri e bufale al cinema, il meglio e il peggio 2010

I film del 2010 de l’Unità scelti da Alberto Crespi, Gabriella Gallozi e Dario Zonta. Una annata eccellente per il cinema italiano, soprattutto d’autore, senza dimenticare il documentario, mentre il paese, l’economia e la politica affondano. Non a caso “L’uomo che verrà” e “Noi credevamo” spiccano tra le nostre segnalazioni. E mentre c’è un cinema che ascolta e guarda i moti dell’anima, dell’orrore (da “El Sicario” alla Bollywood di “My Name Is Khan”), la quantità di storie da grande schermo che hanno deluso abbonda: basta una breve navigazione on line per rendersene conto. E il Leone d’oro 2010, “Somewhere” di Sofia Coppola? Bocciato.

I FILM DEL 2010 DI ALBERTO CRESPI

I cinque film più belli

1 “Noi credevamo” di Mario Martone
2 “My Name Is Khan” di Karan Johar
3 “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti
4 “Avatar” di James Cameron
5 “Toy Story 3” di Lee Unkrich

I cinque film più brutti

1 “The Tourist”di Florian Henckel von Donnersmarck
2 “Sex & the City 2” di Michael Patrick King
3 “Miral” di Julian Schnabel
4 “Killer Inside Me” di Michael Winterbottom
5 “Paranormal Activity” di Oren Peli

Le mie scelte: italiani bravi cineasti (nonostante l’Italia)

Chiamateci pure tifosi, o nazionalisti, ma nei 5 film più brutti non c’è nemmeno un italiano. Siamo assurdamente convinti che il nostro cinema attraversi un periodo di salute creativa, al quale corrisponde uno stato comatoso dal punto di vista economico e politico. Siamo governati da gente che odia il cinema, che lo considera un’arte comunista e degenerata, un pericoloso nemico che va a smucinare nei misteri italiani. Quindi lo dobbiamo difendere. Ci sono invece 2 italiani fra i top-five, e sono restati fuori “La nostra vita” di Luchetti, “Basilicata Coast to Coast” di Papaleo, “Io loro e Lara” di Verdone, “Mine vaganti” di Ozpetek, “La prima cosa bella” di Virzì e due magnifici documentari, “La bocca del lupo” di Pietro Marcello e “Fratelli d’Italia” di Claudio Giovannesi. C’è “Avatar”, sì: perché è uscito in Italia nel 2010 e perché ormai viviamo, cinematograficamente parlando, nel mondo di “Avatar”. C’è un cartone della Pixar, perché senza di loro il mondo sarebbe più triste. E c’è un film di Bollywood, finalmente. Perché il mondo è grande, e non si fa cinema solo a Roma e a Los Angeles.

I FILM DEL 2010 DI GABRIELLA GALLOZZI

I cinque film più belli

1 “Lourdes” di Jessica Hausner
2 “Post mortem” di Pablo Larrain
3 “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti
4 “Mammuth” di Benoit Delépine e Gustave Kervern
5 “El sicario-Room 164” di Gianfranco Rosi

I cinque film più brutti

1 “Somewhere” di Sofia Coppola
2 “Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” di Apichatpong Weerasethakul
3 “Baciami ancora” di Gabriele Muccino
4 “La passione” di Carlo Mazzacurati
5 “20 sigarette” di Aureliano Amadei

Le mie scelte: un cinema attento a noi umani? Esiste

Di pancia, d’istinto, a memoria soprattutto, visto che “consumando” film quotidianamente, alla fine restano impressi soltanto quelli che davvero hanno fatto breccia. In questi cinque titoli – anche se molti altri avrebbero meritato di entrare nell’elenco – c’è il meglio del cinema internazionale e italiano uscito in sala in questo 2010. Anche piccole produzioni – “Lourdes” e “Mammuth”, per esempio – che dicono però di un cinema attento allo sguardo e all’indagine dell’animo umano e della realtà. Passando per la storia, quella ha segnato il secolo scorso – “L’uomo che verrà” e “Post mortem” – e che resta prezioso patrimonio collettivo per il futuro. Fino al documentario “El sicario”, arrivato in sala “a singhiozzo” grazie a coraggiose iniziative di distribuzione autarchiche, che nella realtà terrificante dei narcotrafficanti affonda la sua lama. Un cinema che si interroga continuamente, in cerca di verità, insomma. Esattamente all’opposto di quello rappresentato dai cinque peggiori film del 2010 qui segnalati. Buon anno!

I FILM DEL 2010 DI DARIO ZONTA

I cinque film più belli

1 “Le quattro volte” di Michelangelo Framamrtino
2 “L’uomo nell’ombra” di Roman Polanski
3 “Shutter Island” di Martin Scorsese
4 “Noi credevamo” di Mario Martone
5 “L’amore buio” di Antonio Capuano

I cinque film più brutti

1 ”Niente paura” di Piergiorgio Gay
2 “Last Night” Massy Tadjedin
3 “Machete” di Roberto Rodriguez
4 “Miral” di Julian Schnabel
5 “Harry Potter” di David Yates

Le mie scelte: i peggiori? Non c’è che l’imbarazzo della scelta

Fate un esperimento, lo stesso che abbiamo fatto noi: andate su sito di mymovies (la cosa di cinema migliore dell’anno) e sfogliate la lista dei film usciti nel 2010… L’imbarazzo potrebbe cogliervi già allla seconda pagina. Su 140 film usciti nell’anno, la quantità di titoli monnezza è clamorosa. Abbiamo fatto qualche fatica a trovare i migliori (anche se ce ne sono) ed è appunto imbarazzante scegliere i peggiori. La nostra lista è dunque parziale.

L’Unità 29.12.10

Stangata in arrivo, mille euro a famiglia Crescono benzina, tariffe e servizi bancari

È in arrivo una stangata di oltre 1.000 euro a famiglia. Secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori, tra rincari di alimentari, benzina, tariffe, assicurazioni e servizi bancari, il 2011 sarà “un anno infelice”, con un impatto di 1.016 euro annui a famiglia. La voce più consistente sarà quella alimentare, con aumenti annui di 267 euro, ovvero del 6%. A seguire i carburanti, per i quali, sulla scia dei previsti incrementi del petrolio (si dà ormai per scontato un rally fino a 100 dollari al barile) la spesa aumenterà di ben 131 euro l’anno. Oltre 120 euro in più saranno spesi per il trasporto ferroviario, comprese le tratte dei pendolari, mentre i prezzi dell’Rc auto cresceranno, secondo Adusbef e Federconsumatori, di 105 euro (+10-12%). Aumenti sono previsti anche per le tariffe autostradali (+2%), per quelle del gas (+7-8%) e della luce (+4-5%), per quelle dei rifuiti (+7-8%) e per l’acqua (+5-6%). L’aumento più consistente in termini percentuali è però quello del trasporto pubblico locale (+25/30%).

”Anche il 2011 – commentano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef – si prospetta un anno infelice: sia per la crisi economica, che, se non adeguatamente affrontata, non permetterà di raggiungere nemmeno l’1% di crescita del Pil, sia per i rincari che contribuiranno a ridurre ulteriormente il potere di acquisto delle famiglie”. Secondo le associazioni ”ai soliti comportamenti speculativi
in tema di prezzi e tariffe, si aggiungono infatti tensioni importanti sui costi dei prodotti energetici e delle materie prime. Tutti fattori, questi, che incideranno sulla determinazione dei prezzi sia relativamente ai beni durevoli che ai beni di largo consumo, a partire da quelli alimentari”. Per questo sono ”sempre più necessarie politiche economiche completamente diverse da quelle sin qui attuate, che dovrebbero puntare ad un rilancio dell’economia sia attraverso investimenti in settori innovativi, sia con processi di detassazione esclusivamente a favore delle famiglie a reddito fisso, lavoratori e pensionati”.

Adoc e Casper: “La speculazione dietro la stangata”. Di una cifra leggermente più bassa, ma ugualmente elevata, parlano Adoc, Codacons, Movimento Difesa del Cittadino e Unione Nazionale Consumatori, riunite nella sigla Casper (Comitato contro le speculazioni e per il risparmio), che prevedono rincari pari a 902 euro annui a famiglia. “Il motore che alimenta la maxi-stangata è la speculazione – affermano i consumatori del Casper – Di questi 902 euro che usciranno dalle tasche di ciascuna famiglia, ben 700 euro (77% del totale) sono attribuibili a manovre speculative e rincari arbitrari che non trovano alcuna giustificazione economica”.

Cgia di Mestre: “In due anni boom delle tariffe”. E, intanto, la Cgia di Mestre ha fatto un bilancio degli aumenti delle tariffe tra il 2008 e il 2010, rilevando che la crisi economica non ha frenato la corsa ai rialzi. In vetta agli aumenti i pedaggi autostradali (+10,8%), il gas (+8,9%), i trasporti ferroviari (+8,7%) e i servizi postali (+7,3%). I rincari maggiori si sono registrati sulle tariffe di competenza delle regioni e degli enti locali. Tutto questo, prosegue la Cgia, malgrado l’inflazione, nel periodo tra il 2008 e il novembre di quest’anno, sia stata solo del 2,2%. A registrare variazioni negative invece l’energia elettrica (-0,4%) e l’acqua potabile (-1,2%).

Le tariffe di competenza delle regioni e degli enti locali hanno registrato un aumento del 7,4%, mentre quelle controllate dal governo centrale hanno segnato un +6,3%. “A dimostrazione – attacca l’associazione degli artigiani – che sia gli uni, sia gli altri, a fronte della grave situazione economica, hanno fatto cassa a spese dei cittadini e delle piccolissime imprese”.

Particolarmente vessate, queste ultime, poiché “i lavoratori autonomi, vale a dire gli artigiani e i piccoli commercianti” pagano le tariffe “due volte. Una come cittadini, in riferimento alle utenze relative alla propria abitazione, la seconda come gestori di piccoli negozi o botteghe artigiane”.

www.repubblica.it

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Istat, una famiglia su tre a rischio
di fronte alle spese impreviste

Sempre di più, nel 2009, i nuclei familiari che vanno in affanno in caso di uscite non preventivate. Rispetto al 2008 cresce anche il numero di famiglie che sono state in arretrato con i debiti. Istat, una famiglia su tre a rischio di fronte alle spese impreviste. Sono aumentate, nel 2009, le famiglie che non sono state in grado di fronteggiare spese impreviste, che si sono indebitate e che sono in arretrato con debiti diversi dal mutuo. È questo il quadro che emerge dall’indagine dell’Istat su Reddito e condizioni di vita in Italia negli anni 2008-2009. Nel 2009, il 15,2% delle famiglie ha presentato tre o più sintomi di disagio economico. Un valore, questo, che non presenta variazioni statisticamente significative rispetto all’anno precedente e si conferma molto più elevato tra le famiglie con cinque componenti o più (25,8%), residenti nel Mezzogiorno (25,1%) e tra le famiglie con tre o più minori (27,1%).

Il quadro offerto dagli indicatori di deprivazione e di difficoltà economica si presenta sostanzialmente immutato rispetto all’anno precedente, quando era significativamente peggiorato rispetto al 2007 (anno in cui a soffrire di tre o più sintomi di disagio era stato il 14,8% delle famiglie, contro il 15,8% del 2008). Ma l’Istat evidenzia che aumenta il numero delle famiglie che non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro (dal 32 al 33,3% in media), quelle che sono state in arretrato con debiti diversi dal mutuo (dal 10,5 al 14,0% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,5%).

La maggiore frequenza di situazioni di difficoltà economica nelle regioni insulari e meridionali, precisa l’indagine, si rileva per i residenti in Sicilia, Campania e Calabria, mentre tra le regioni del Centro-Nord,
sono il Piemonte e il Lazio a mostrare i maggiori segni di disagio.

Una famiglia numerosa su tre non arriva a fine mese. Oltre una famiglia numerosa su tre stenta ad arrivare a fine mese (il 31,5%). Così come una famiglia monoreddito su cinque (il 18,9%). Dalla fotografia scattata dall’Istat emerge che il disagio economico aumenta soprattutto tra le famiglie con tre o più figli e a “incidere in modo rilevante” è il numero di quanti percepiscono un reddito nel nucleo familiare. Le famiglie che possono contare su un reddito autonomo come fonte principale si confermano invece quelle che riportano meno frequentemente situazioni di difficoltà. Al contrario, le famiglie con entrate che derivano prevalentemente da capitale e da trasferimenti pubblici hanno più spesso difficoltà ad affrontare gli imprevisti e denunciano problemi in misura più elevata anche per gli altri indicatori considerati. Chi sta meglio dal punto di vista economico sono le coppie senza figli (nel 2009 soltanto il 10,6% dichiara di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese). La situazione di maggiore vulnerabilità delle coppie con almeno tre figli è confermata anche dagli altri indicatori: il 7,3% dichiara di aver avuto insufficienti risorse per le spese alimentari, il 29,2 % per le spese di vestiario e il 22% di quelle che vivono in affitto o hanno contratto un mutuo sono state in arretrato con il pagamento delle rate.

D’altro canto, la crisi economica, che ha pesantemente caratterizzato il 2009, ha colpito in larga maggioranza le famiglie che si trovavano in condizioni di deprivazione materiale già nel 2008. Inoltre, la caduta dell’occupazione ha riguardato soprattutto i figli, celibi e nubili, che vivono nella famiglia di origine, mentre i genitori hanno potuto contare su un ricorso massiccio alla cassa integrazione, evitando che l’impatto fosse ancora più dirompente e determinasse un aumento dell’indicatore di deprivazione.

Redditi – Sul fronte del reddito, l’Istat segnala che nel 2008 le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito netto, esclusi i fitti figurativi, pari in media a 29.606 euro, circa 2.467 euro al mese, ma la metà delle famiglie ha percepito meno di 24.309 euro (circa 2.026 euro al mese). Tra il 2007 e il 2008 il valore medio del reddito netto familiare (esclusi i fitti figurativi) è aumentato, a prezzi correnti, dell’1,2% su scala nazionale, ma tenuto conto della dinamica inflazionistica (+3,3% nel 2008), tale variazione corrisponde a una riduzione del reddito familiare medio in termini reali pari al 2,1%.

La Repubblica 29.12.10

"Una mano federa l'altra", di Innocenzo Cipolletta

In politica, si sa, le parole valgono più dei fatti. Ma le parole senza fatti poi hanno le gambe corte e i nodi vengono sempre al pettine. Sto parlando di federalismo fiscale. Sono anni che, sotto la spinta della Lega, nel nostro paese si parla d’introdurre un sistema federale. E finalmente i prossimi mesi dovrebbero vedere il coronamento di questo progetto con la definizione dei diversi decreti d’attuazione. Fra questi, quello del federalismo fiscale che avrebbe dovuto sancire un’autonomia impositiva come contropartita dell’autonomia di gestione degli enti locali. Nulla di tutto ciò, malgrado le trionfalistiche affermazioni della Lega che smania per poter dichiarare di aver raggiunto i suoi proclamati obiettivi.

In effetti, più che un’autonomia fiscale, gli enti locali (regioni, province e comuni) con questo decreto avranno la garanzia di alcuni trasferimenti da parte dello stato con piccoli margini di modifica, ossia con la possibilità di mettere delle addizionali molto limitate (sulle imposte personali, sull’Irap e quant’altro). Il decreto del federalismo fiscale si è ridotto nell’identificazione dei cespiti che andranno a finanziare gli enti locali, ma la maggior parte di questi cespiti saranno sempre gestiti a livello nazionale. È così che il cittadino (o l’impresa) continuerà a pagare le sue tasse allo stato secondo leggi nazionali e poco gli importerà se proprio quei soldi o altri andranno a finanziare la regione o il comune. Per lui rimarrà il rapporto con lo stato, a meno di qualche addizionale marginale, che comunque verrà pagata assieme alla tassa nazionale e con essa finirà per confondersi.

In altre parole, non ci sarà un rapporto diretto tra cittadino e amministrazione locale nel pagare le tasse, sicché il cittadino sarà sempre critico sulla pressione fiscale nei confronti dello stato e chiederà sempre più servizi pubblici all’amministrazione locale. Gli amministratori locali non saranno giudicati per le tasse che metteranno, ma solo per i servizi che daranno, esattamente com’è ora. D’altra parte, gli eletti locali potranno continuare a dire che hanno ricevuto pochi soldi dallo stato e non saranno giudicati elettoralmente per le loro deficienze. Tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto portare un vero federalismo fiscale, dove le regioni e gli altri enti locali hanno libertà d’imposizione e di esazione fiscale su specifici cespiti di reddito, in modo che i cittadini possano confrontare quello che pagano come tasse con quello che ricevono come servizi. Un confronto che è la base democratica per decidere a chi dare il voto. In un sistema veramente federale i trasferimenti dello stato sarebbero una forma residua di finanziamento locale, volto a perequare situazioni di effettiva diversità economica in regioni o zone svantaggiate.
Nei paesi federali, e anche in quelli dove c’è una certa autonomia locale, gli enti locali hanno la loro base fiscale distinta da quella nazionale, spesso costituita dalle case, dai terreni e dagli immobili, ossia dal patrimonio che è più rappresentativo sul territorio. Ma questa base fiscale nel nostro paese è stata demagogicamente eliminata con la soppressione dell’Ici sulla prima casa, per cercare di acquisire consensi elettorali. Solo per i comuni oggi, molto timidamente, si parla forse di ripristinare una qualche imposizione sulla casa (senza nominarla) attraverso quella che, in un decreto d’attuazione del federalismo, viene definita come “imposta municipale”.

A marcare questo “imbroglio federale” c’è inoltre il mantenimento di competenze separate fra enti locali: la regione non avrà capacità d’imporre specifiche soluzioni alle province e ai comuni, che resteranno autonomi. Sicché la regione non sarà come un piccolo stato che si confronta con altri piccoli stati nell’Italia supposta federale. Sarà invece una delle tante amministrazioni locali con compiti limitati ad ambiti particolari (sanità, trasporti ecc.) senza poter incidere se non marginalmente sulle scelte del proprio territorio. È così che chiameremo pomposamente “governatore” il presidente di regione che non governerà granché sul proprio territorio, dove comanderanno province e comuni, con grande frustrazione di tutti.

Dunque, questo conclamato federalismo italiano altro non sarà che una sorta di decentramento di alcune funzioni così com’è sempre stato nella nostra storia repubblicana. Forse questa soluzione ipocrita è quella che soddisfa tutti. Soddisfa la Lega che potrà così far finta di aver effettivamente introdotto il federalismo in Italia. Soddisfa il ministro dell’Economia che mantiene, almeno sulla carta, una forte centralizzazione delle entrate e della spesa pubblica. Soddisfa quanti, e sono tanti compreso il sottoscritto, non vedono alcuna necessità di passare a uno stato federale, ma credono nel decentramento operativo.

Tutto bene dunque? Non proprio. Aver battuto la grancassa sul federalismo farà sì che gli eletti nelle regioni, nelle province e nei comuni crederanno veramente di essere autonomi e di dover rispondere solo a quanti li hanno eletti. Si dedicheranno a soddisfare le richieste dei loro elettori (o dei gruppi di pressione che li hanno favoriti) e spingeranno sulla spesa, salvo lamentarsi con lo stato perché i trasferimenti non saranno sufficienti.

Avremo così creato le premesse per un allargamento del disavanzo pubblico, in barba a tutti gli standard di spesa che avremo inventato e in barba anche a tutte le sanzioni che potremo immaginare (ineleggibilità o quant’altro come pare sia previsto in questo ipotetico federalismo fiscale). Se in democrazia è la volontà del popolo quella che conta, allora gli elettori privilegeranno coloro che più spendono. C’è una sola condizione per fermarli. Che gli eletti siano responsabili e obbligati ad aumentare le tasse sugli elettori. Ma, come detto, questa possibilità è molto remota se non impossibile con quello che da noi viene chiamato “federalismo fiscale”, sicché ci aspettano anni di spesa pubblica fuori controllo se non fermeremo questo progetto federale.

Occorre che le parole, anche nella politica, alla fine corrispondano ai fatti. Se si va avanti sulla strada fin qui disegnata, occorre essere onesti e parlare di un decentramento amministrativo. Se invece si vuole veramente il federalismo fiscale, allora bisognerà cambiare del tutto il progetto in Parlamento e dare una reale autonomia e capacità impositiva agli enti locali.

Il Sole 24 Ore 29.12.10

""Giù dal tetto ma stop alla didattica" Architettura, la protesta scende in aula", di Gaia Scorza Barcellona

Il presidio sopra la sede di Fontanella Borghese è durato più di un mese. Ma ora gli universitari scendono e prevedono altre forme di agitazione. Blocco delle lezioni contro le ‘storture’ della riforma. Un manichino appeso alla Facoltà di Architettura
Dopo 35 giorni di protesta si svuota “piazza dell’Università libera”. Studenti e ricercatori della Facoltà di Architettura abbandonano il tetto della sede di piazza Fontanella Borghese e scelgono come diversa forma di protesta, quella dello stop alla didattica. Così i rappresentanti dell’associazione Rete 29 Aprile hanno deciso di contnuare la lotta contro la riforma Gelmini. E lo fanno annunciando che lasceranno quel rifugio improvvisato all’aperto per tornare a svolgere la propria attività di ricercatori ma nei limiti degli obblighi di legge e cioè senza tenere lezioni, compito che non sono tenuti a svolgere e per il quale non sono pagati.

Proprio per questo “hanno spostato tutti i ricercatori nel secondo semestre, modificando gli orari e le propedeuticità anche per le materie fondamentali”. A spiegare i primi effetti, indiretti ma devastanti, della legge Gelmini, è Stefania Tuzi, ricercatrice di Storia dell’Architettura alla Sapienza. “I professori ordinari saranno costretti a raddoppiare le ore di lezione, – prosegue Stefania – oppure, nella più probabile delle ipotesi – a vedere le aule affollate di studenti, ben oltre i limiti europei. Un problema che negli atenei si presenterà comunque a causa dei pensionamenti (circa 7000 per anzianità, oltre ai pre-pensionamenti non ancora calcolabili). “Si modifica il rapporto studenti docenti – sottolinea ancora Stefania – proprio in un momento di crisi come questo che richiederebbe di valorizzare la formazione e di diventare competitivi con l’Europa”.

L’INTERVISTA “Non faremo lezione”

Una situazione pesante, anche se la coscienza dei ricercatori è tranquilla. “Noi applichiamo la legge – sostiene Stefania – e i ragazzi lo hanno capito molto bene, il problema vero è rappresentato dai politici”. Un’emergenza che non tocca solo la capitale, ma tutta l’università italiana. “A Roma – conclude la ricercatrice – rischiamo di chiudere corsi di eccellenza come Astrofisica per mancanza di professori e non solo di ricercatori”. Un allarme più che giustificato se si pensa che già alcuni dei corsi meno frequentati in vari atenei sono già stati chiusi.

A spiegare gli effetti della nuova presa di posizione degli universitari è anche il prorettore de La Sapienza, Azzaro Bartolomeo che, nel corso di una conferenza stampa a cielo aperto, ha sottolineato che “visto che il 40 per cento dell’attività didattica è svolta dai ricercatori si rischia la paralisi e ad essere maggiormente penalizzata sarà proprio la Facoltà di Architettura, dove questa percentuale aumenta fino a toccare l’80 per cento”. La speranza è che il presidente Napolitano “svolgendo il suo ruolo di notaio super partes, lavori per modificare quegli aspetti della riforma che sono pericolosi per l’università italiana e che quindi sostenga le motivazioni della protesta”.

Sul tetto, ribattezzato appunto “Piazza dell’Università libera, pubblica e aperta” durante questo mese sono saliti anche studenti: “La nostra protesta è vicina alla loro – ha spiegato Simone, un universitario – va nella stessa direzione, contro le storture della riforma”.

E sul testo di legge sono entrati nel dettaglio spiegando, per esempio, “che il Senato accademico – ha detto Massimiliano Tabusi, ricercatore – sarà un organismo svuotato perché le sue competenze verranno assorbite dal nuovo Cda. Quindi un organo elettivo avrà la peggio e sarà il Cda a decidere in autonomia senza meccanismo di controllo”.

La Repubblica 28.12.10

"Troppi disoccupati? Per il ministro del Welfare è colpa dei cattivi maestri", di A.G.

Secondo Sacconi l’alto numero di giovani senza lavoro si deve spesso agli insegnanti, qualche volta ai genitori, che li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro. Come il trascurare le prospettive di un corso d’istruzione tecnica o professionale. Nessun riferimento, invece, allo scarso investimento delle aziende italiane in formazione. Poi però specifica che il problema è nell’orientamento. La colpa dell’ascesa della disoccupazione, che in Italia riguarda ormai stabilmente almeno un giovane su quattro? Non risiederebbe principalmente nella crisi economica e nella tutt’altro che massima attenzione che i Governi succedutisi negli ultimi anni hanno fornito sui settori formativi e del lavoro. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, l’alto numero di ragazzi senza occupazione spesso risiede nei consigli e nelle indicazioni sbagliate fornite da “cattivi maestri e genitori” sui percorsi formativi da intraprendere.
Nel corso di una trasmissione radiofonica su Radio Rai 1, Sacconi ha tenuto a precisare che è necessario rivalutare il “lavoro manuale, l’istruzione tecnica e professionale evitando che una scelta liceale sia fatta per sola convenzione sociale e magari non vedendo che un giovane ha l’intelligenza nelle mani”.
In effetti, le ultime stime provenienti da Federmeccanica indicano che annualmente rimangono inevasi addirittura 110.000 posti. La stessa Federmeccanica aveva inoltre fatto notare che gli investimenti delle aziende italiane nella formazione dei dipendenti risulta davvero scarsa: se nella nostra Penisola riguarda il 32% delle imprese, in Francia, ad esempio, coinvolge oltre il doppio delle aziende (il 74%).
Sacconi, tuttavia, non si è soffermato su questo ‘dettaglio’: il Ministro ha puntato il dito su docenti e famiglie. I giovani “sono certamente particolarmente esposti alla disoccupazione – ha sottolineato – soprattutto perché pagano il conto di cattivi maestri, e qualche volta di cattivi genitori, perché distratti e cattivi maestri che li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”.
La ricetta contro la disoccupazione, la risposta “fondamentale”, sempre secondo il responsabile del dicastero del Welfare, deve quindi necessariamente essere “quella dell’investimento nelle conoscenze, nelle competenze, dalla scuola all’università, alla formazione che si deve realizzare in particolare dalla scuola al lavoro”.
Solo in un secondo tempo il Ministro si sofferma, quindi, sulla scarsità di indicazioni che giungono dall’orientamento dei vari sistemi formativi. Senza più puntare il dito sui ‘cattivi maestri’. “L’orientamento delle scelte educative è un momento importantissimo. Noi cerchiamo di aiutarlo rafforzando le informazioni sul mercato del lavoro, un programma che realizziamo con le Camere di commercio e che a regime, ogni tre mesi su base provinciale, darà informazioni sulle competenze attualmente e prospetticamente chieste dal mercato del lavoro”. Un’affermazione che, assieme all’annuncio di un servizio informativo periodico assai prezioso, sarà sicuramente più gradita, in primis dai docenti, rispetto a quelle sui singoli portatori di cattivi… consigli.

da Tecnica della Scuola 29.12.10