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"E per gli statali arrivano tagli e blocco dei salari", di Raffaello Masci

Un mezzo sigaro toscano e una croce di cavaliere non si negano a nessuno», diceva il padre della patria Vittorio Emanuele II. E questo è il massimo a cui possano aspirare i funzionari dello Stato da qui al 2013, perché la loro carriera sarà tutta titoli e onorificenze, ma neppure il becco di un quattrino. Anzi: se superano i 90 mila euro l’anno subiranno un taglio del 5%, che diventa del 10% oltre i 150 mila. Così sentenzia la manovra di assestamento di bilancio che blocca fino a quella data tutti gli aumenti di carriera. Ma se i vertici non riceveranno emolumenti aggiuntivi neppure in caso di promozione, per la truppa degli statali le cose andranno ancora peggio: il blocco degli stipendi per il periodo in questione comporterà una riduzione del già magro stipendio, di 1600 euro, sommando i mancati adeguamenti ai rinnovi contrattuali. I conti li ha fatti, per la Cgil, il responsabile del pubblico impiego, Michele Gentile.

«Nel triennio 2010-2012 – spiega e calcola Gentile – l’incremento degli stipendi sulla base dell’indice dell’inflazione Ipca (Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione europea, ndr) previsto dall’accordo interconfederale del 2009 (non firmato dalla Cgil) avrebbe dovuto essere complessivamente del 4,2%. Poiché ogni punto di inflazione vale circa 20 euro, si tratta a regime di 90 euro lordi che mancheranno nello stipendio. Ipotizzando tre tranche annuali da trenta euro in più al mese (quindi 400 euro l’anno compresa la tredicesima) che non ci saranno, la perdita cumulata di potere d’acquisto sarà almeno di 1200 euro lordi in media. Se ci aggiungiamo il blocco già previsto anche per il 2013 arriviamo almeno a 1600 euro. I lavoratori pubblici torneranno a vedere aumenti in busta paga solo nel 2014». In questo quadro la Cgil annovera anche il freno imposto alla carriera, di cui si diceva, per cui nella pubblica amministrazione si continuerà a salire nel cursus honorum, ma senza percepire un corrispettivo economico.

La cura dimagrante riguarderà non solo le buste paga, ma anche il corpus complessivo degli organici, eroso dal rallentamento del turn over (un assunto ogni 5 pensionati), che produrrà un taglio di 240 mila statali da qui ai prossimi tre anni.

Gli alti organi costituzionali (Parlamento, Quirinale, Corte Costituzionale), essendo autonomi, non sono soggetti alla scure del Tesoro. Tuttavia, dopo i due rami del Parlamento, anche la presidenza della Repubblica ha voluto dare il buon esempio e, attraverso una nota formale, ha fatto sapere che farà la sua parte. Gli stipendi – come per le altre amministrazioni pubbliche – subiranno un taglio del 5% se superiori a 90 mila euro lordi e del 10% se superiori ai 150, senza dire che anche lì le progressioni di carriera saranno solo nominali. Ma non è tutto: per i collaboratori del Presidente i prepensionamenti saranno bloccati. Per tutti il limite sarà di 60 anni di età e 35 di contributi «con l’introduzione in via transitoria di misure dissuasive, attraverso significative riduzioni dei trattamenti pensionistici»». Tradotto: chi vuole andare in pensione prima, paga il pegno.

Così facendo, il Quirinale avrà a disposizione, fino al 2013, la stessa cifra prevista per l’anno in corso, e cioè 231 milioni. Ma dato che quest’anno il Quirinale è stato virtuoso e ha risparmiato oltre 3 milioni di euro, portando il bilancio a 228 milioni, questo sarà il budget da non superare per i prossimi tre anni. In sintesi, spenderà fino al 2013 quanto aveva speso nel 2008.

Tempi duri, dunque, ma non lamentiamoci troppo, perché c’è chi sta peggio di noi: «In 17 Paesi europei – ha detto il segretario generale della FpCisl, Giovanni Faverin – non si sono limitati al blocco dello stipendio in essere, ma hanno deciso una riduzione delle retribuzioni rilevantissima. In Spagna hanno tagliato del 5% gli stipendi, mentre in Irlanda si è arrivati al 13%».

La Stampa 29.12.10

"La stagione del fango", di Stefano Rodotà

In una bene ordinata repubblica si dovrebbe riflettere in primo luogo su una crisi che sta distruggendo l’intero tessuto istituzionale, senza farsi ogni giorno depistare da questa o quella microfibrillazione. In uno Stato non immemore di quelli che ancora sono suoi compiti, si dovrebbe riflettere sulla crescente rifeudalizzazione dei poteri, che quotidianamente lo svuota e ne cambia la natura. In un sistema politico non perduto nell´autoreferenzialità si dovrebbe riflettere su quanto sopravviva della rappresentanza e reagire coralmente alla sostituzione dell´intera politica con una macchina del fango sempre in funzione che contribuisce alla decomposizione sociale. Mai, nella storia della Repubblica, gli scontri istituzionali erano stati così violenti, ripetuti, quotidiani, emblematicamente riassunti dagli attacchi continui del Presidente del consiglio a tutte le istituzioni di garanzia. Mai s´era avuta una legge elettorale che, come quella attuale, consegna la selezione dei parlamentari ad oligarchie ristrettissime e manipola la rappresentanza. Mai s´era vissuto un periodo di sostanziale instabilità come quello cominciato nel 2006, che sembra aver fissato in due anni la durata possibile d´una legislatura. Mai la vita pubblica era stata attraversata da tanti “mostruosi connubi”, dalla riduzione d´ogni cosa all´interesse privato, con irrisione palese di moralità e legalità.
Si potrebbe continuare. Ma quel che più deve far meditare è l´apparire congiunto di tutti questi fattori. La novità della situazione, il reale mutamento qualitativo, derivano dal loro irrompere tutti insieme sulla scena pubblica, da una saldatura che ha cambiato faccia alle istituzioni e alla società, diventando così il vero connotato della cosiddetta Seconda Repubblica, il cui fallimento è certificato dal fatto che già se ne invoca una Terza.
Com´è potuto accadere tutto questo? La riflessione politica s´arresta. E le spiegazioni centrate sull´antiberlusconismo si rivelano inadeguate. E non perché non siano grandissime le responsabilità di chi ha dato nome a questa fase. Ma perché lo stesso fenomeno Berlusconi ha potuto espandersi in un contesto rivelatosi propizio. Di questo si dovrebbe parlare, e non lo si fa. Con danno grandissimo per la stessa progettazione politica. L´ostacolo a una riflessione adeguata, il tabù da rimuovere, si chiama bipolarismo. Il dommatismo fa sempre male, soprattutto in politica, dove una delle regole da osservare è proprio la valutazione di ogni iniziativa secondo le conseguenze che produce. Ed è indubitabile che la via scelta per il bipolarismo all´italiana si sia rivelata disastrosa, anche perché, in un impeto fideistico, non si volle tener delle cautele a suo tempo suggerite. V´erano molti modi di arrivare al bipolarismo nel contesto storico e istituzionale italiano, e invece si è scelto quello che apriva la strada al populismo e alla concentrazione dei poteri.
La riflessione politica deve partite dalla diagnosi critica della drammatica situazione attuale. Solo un´analisi impietosa può ricreare le condizioni per una politica di rinnovamento, che significa in primo luogo liberarsi del populismo e ripristinare le condizioni minime della stessa democrazia formale. E segnalo altre tre questioni che mi sembrano ineludibili.
La vicenda Fiat Mirafiori si presenta come un caso esemplare di quello che viene chiamato “neomedievalismo istituzionale”. Proprio perché viviamo in un mondo senza centro, si dice, il governo dei processi, e la creazione delle regole che li accompagnano, sono ormai appannaggio degli specifici soggetti che agiscono in presa diretta nelle situazioni considerate. Questo legittimerebbe la Fiat, come ogni altro soggetto transnazionale, ad essere insieme imprenditore e legislatore, giudice non solo delle convenienze ma pure dei diritti, a Chicago come a Torino. La domanda è: l´indubbia crisi della sovranità nazionale, determinata dalla globalizzazione, può legittimare il ritorno ad una logica feudale, ad una società delle appartenenze e degli status, dove la pienezza della cittadinanza in fabbrica, ad esempio, è subordinata all´appartenenza a un sindacato? Non è un ritorno agli anni ´50 quello che si vuol realizzare, è un tuffo profondo in età lontane, prima della rivoluzione dei diritti dell´uomo. A molti tutto questo appare come innovazione, così come lo stesso Berlusconi viene presentato come l´incarnazione di un tempo di novità. Ma davvero non hanno nulla da dire le modernizzazioni autoritarie del secolo passato, e le diverse strade che seppero trovare le democrazie?
La Seconda Repubblica ci consegna gli attacchi allo stesso Presidente della Repubblica; alla Corte costituzionale, descritta come un manipolo di reduci della sinistra che viola le prerogative del popolo sovrano; ad una magistratura all´interno della quale si troverebbe una vera “associazione per delinquere”; al Parlamento in sé, volta a volta considerato come un intralcio o come luogo di spregiudicati reclutamenti. Ora siamo all´assalto finale. Questo hanno colto gli studenti, e il Presidente della Repubblica che, ascoltandoli, ha visto l´elemento che differenzia il movimento di oggi da quelli del passato, la volontà di essere protagonisti e, insieme, interlocutori delle istituzioni, nelle quali si riconoscono attraverso la Costituzione. Questo ha colto Daniel Baremboin quando ha aperto la stagione della Scala leggendo l´articolo 9 della Costituzione. Questo dovrebbero cogliere le forze politiche: la Costituzione sta di nuovo incontrando il suo popolo, com´era avvenuto nel 2006, quando 16 milioni di persone dissero no alla riforma costituzionale berlusconiana. Le forze di opposizione non hanno saputo, o voluto, amministrare quel patrimonio. Anche da una riflessione su questo punto può partire un rinnovamento della politica.

La Repubblica 29.12.10

"Chi andrà in pensione nel 2011 penalizzato, ma non troppo…", di A.G.

A differenza di quanto avverrà per tutto il pubblico impiego, al personale della scuola non verrà applicato il posticipo di un anno del primo assegno pensionistico dalla data di maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi. Brutte notizie, invece, per insegnanti (in primis maestre d’infanzia e di primaria) e Ata donne 60enni: l’entrata in vigore di quota ‘96’ e l’equiparazione dal 2012 agli uomini ne fermerà a migliaia.
Tra tagli agli organici, riforme poco entusiasmanti e minacce di blocco degli aumenti automatici, ogni tanto arriva qualche buona notizia: stavolta riguarda tutti coloro (insegnanti e unità di personale Ata, nel 2010 furono oltre 30mila) che a settembre 2011 lasceranno il servizio per la meritata pensione e che non dovranno sottostare alla nuova norma decisa dal Governo di far slittare di un anno (i privati addirittura 18 mesi), la somministrazione del primo assegno pensionistico: ebbene, il provvedimento, che di fatto posticipa di un anno, non si applicherà ai dipendenti della scuola. Che continueranno ad abbandonare il servizio come sempre (il 31 agosto) e a percepire la pensione entro un paio di mesi di tempi ‘tecnici’.
La deroga, l’unica per i dipendenti pubblici, si deve alla necessità di lasciare per il personale della scuola un’unica ‘finestra’ di uscita, in corrispondenza con il termine del vecchio e l’inizio del nuovo anno scolastico. Niente slittamento, quindi, almeno per questo motivo dell’entrata nel regime pensionistico.
E le buone notizie finiscono qui. Da fonti sindacali, confermate dal ministero del Lavoro, anche se con numeri più ridotti, si apprende che saranno diverse migliaia le insegnanti e le unità di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario di sesso femminile a rimanere bloccate, fino a quattro anni, a seguito della `stretta’ sui requisiti per accedere alla pensione: alla prevista introduzione per tutti i dipendenti pubblici, dal 1° gennaio 2011, della quota minima ’96’, derivante da almeno un’età anagrafica di 60 anni e 36 di contributi, introdotte con la riforma Damiano del 2007, le dipendenti del comparto scuola dovranno fare i conti con il diktat imposto da Bruxelles (con la legge n. 102/09) che dal 2012 allineerà – a 65 anni – le pensioni di vecchiaia delle donne a quelle degli uomini.
La doppia penalizzazione comporterà la permanenza forzata in servizio di circa 32 mila donne della pubblica amministrazione: considerando che il 48% delle donne dipendenti della Pa appartiene alla scuola (su oltre un milioni di docenti e Ata l’84% sono donne), ne consegue che di queste almeno 15 mila fanno capo proprio al comparto istruzione. Si salveranno dall’ulteriore ‘stretta’ sulle pensioni solo coloro che avranno accumulato almeno 96 anni – tra età anagrafica (minimo 60 anni) e servizio, poi `97′ nel 2013 – e quelle che avranno maturato 40 anni di contributi a prescindere dall’età. Tutte quelle che hanno iniziato a lavorare dopo i 30 anni, e non hanno da riscattare laurea, saranno invece costrette a rimanere in servizio fino al compimento del 65esimo anno.
Numeri alla mano, saranno principalmente le maestre della scuola d’infanzia e della primaria a rimanere bloccate, fino a quattro anni, a seguito della `stretta’: si tratta dei due profili prevalenti tra le 15mila donne che operano nella scuola e che rimarranno coinvolte nell’innalzamento della quota minima (dal 2011 portata a `96′) per l’assegno di anzianità e nell’applicazione della legge n. 102/09, che dal 2012 allineerà le pensioni di vecchiaia delle donne a quelle degli uomini a 65 anni. Nei 10.400 istituti italiani, dove l’età media di docenti e Ata è pari a 53 anni e la presenza delle donne sfiora l’84%, lo sbilanciamento è infatti particolarmente alto nei gradi scolastici più bassi: nella scuola d’infanzia le maestre rappresentano il 99,5% del corpo insegnante, leggermente di meno alle ex elementari, dove rispetto agli uomini rappresentano il 96%.

da Tecnica della Scuola 29.12.10

«Non bocciate questa università», di Ezio Pelizzetti

Mentre la legge di riforma dell’università attende di essere definitivamente attuata, è forse utile riflettere ancora brevemente su uno dei più abusati luoghi comuni che vengono addotti per contrastare le motivazioni di chi giudica la legge inadeguata e dannosa per il sistema universitario italiano: le classifiche.
Nel proliferare delle graduatorie che confrontano i risultati conseguiti dagli atenei del mondo si rileva in genere, quasi con una sorta di malcelata soddisfazione, come le università italiane navighino in posizioni di retrovia, oltre il 200°, 300°, 400° posto: ecco dunque la prova provata della nostra inefficienza e arretratezza colpevole. Quasi mai, però, il giudizio sanzionatorio si spinge anche a sottolineare come le singole graduatorie siano state elaborate.

E una prova della distrazione con cui i critici dello stato dei nostri atenei e i sostenitori acritici della riforma Gelmini si rapportano sta proprio nella reiterata considerazione che il sistema universitario italiano avrebbe troppi professori, mentre è vero il contrario: per ogni docente in Italia ci sono 38 studenti, più del doppio della media Ocse.

In ragione di ciò tutte le classifiche che tengono conto di tali indicatori andrebbero lette considerando l’handicap con cui l’Italia si presenta al confronto: sarebbe come se in una gara dei 100 metri piani alcuni atleti partissero 50 metri più indietro degli altri e di ciò non si tenesse comunque conto nello stilare l’ordine d’arrivo a fine corsa. Gravissimo errore, perché le classifiche così disinvoltamente e scorrettamente utilizzate hanno un effetto molto negativo sulla forza di attrazione che i nostri atenei possono dispiegare sia all’interno sia all’estero, con un pesante danno economico e sociale per il nostro paese. Tale situazione accresce la necessità/urgenza che operi a livello nazionale un’agenzia come la futura (quanto?) Anvur, in grado di valutare gli atenei con parametri condivisi e a tutti noti e trasparenti.

Ciò detto è possibile e opportuno approfondire ulteriormente l’analisi: ce lo consentono ora i dati di una recente indagine, la più complessa finora prodotta, concepita utilizzando il sistema bibliometrico messo a punto nel prestigioso istituto Karolinska di Stoccolma; in essa si valutano i prodotti di ricerca di circa 5mila università di 87 paesi del mondo.

Nella graduatoria che ne è sortita, 310 università risultano avere superato il livello “alto” di 5mila prodotti di ricerca nel periodo 2003-2007: fra queste, 108 atenei statunitensi, 30 tedeschi, 25 inglesi, 20 canadesi, 15 italiani, 12 spagnoli e a seguire giapponesi e olandesi (11), francesi (9), australiani e svedesi (8), eccetera.

Certamente la presenza in questa classifica di élite di ben 15 università italiane pone la nostra ricerca in una posizione superiore alla maggior parte dei paesi europei, eccezion fatta soltanto per Germania e Gran Bretagna. E se è vero che i nostri atenei si collocano tra il 207° e il 296° posto, è altrettanto vero che confrontando i dati delle 310 università di élite, e ponderandoli in relazione alla quota di Pil che i singoli paesi destinano a università e ricerca, il primo dei nostri atenei in questa graduatoria, e cioè l’Università di Torino, scalerebbe la classifica fino a portarsi ai primissimi posti, al di sopra anche di atenei come Oxford o Barcellona e a ridosso dell’École Polytechnique di Losanna. Un progresso proporzionale analogo varrebbe ovviamente anche per le altre 14 università italiane.

Insomma, le classifiche valgono soltanto in funzione dell’omogeneità di tutti i parametri considerati e tenendo rigorosamente conto delle variabili che influenzano il funzionamento e quindi la qualità dei diversi atenei. In questo senso, come dimostra l’esempio appena fatto, certe posizioni apparentemente di retroguardia che molte graduatorie assegnano ai nostri atenei si tradurrebbero in posizioni d’eccellenza. È già di per sé straordinario il fatto che i ricercatori universitari italiani siano in Europa al terzo posto per produttività scientifica mentre l’Italia si colloca a uno degli ultimi posti per quota di finanziamento della ricerca in relazione al Pil.

Attenzione, dunque, ad alimentare un gioco al massacro contro l’università italiana. La riforma Gelmini sembra non avvertire tale pericolo: la legge viene prevalentemente presentata, anche dallo stesso ministro, come una sorta di regolamento di conti rispetto a un’università incapace, inefficiente e corrotta, guidata da una banda di baroni conservatori, reazionari e nepotisti, insensibili alla meritocrazia, refrattari alla valutazione, ostinati nel non cedere il loro posto alle giovani generazioni. Di qui, lo stupore, sincero o affettato, per l’alleanza “contro natura” tra professori, ricercatori e studenti contro la riforma.

Ma a dispetto di tutto ciò e a dispetto non delle classifiche ma dell’errata o parziale interpretazione di esse, l’università resta per l’Italia forse l’unico vero strumento per avviare un processo di sviluppo e di competitività internazionale. Se è vero che i giovani italiani sono stati negli ultimi decenni depredati del loro futuro, è altrettanto vero che ogni tentativo di ricostruire la speranza per le nuove generazioni, per il paese, passa da un’università efficiente e all’altezza della situazione. L’università italiana è attrezzata per questa difficile sfida sull’avvenire: non distruggiamola definitivamente per miope calcolo di bottega politica. Siamo ancora in tempo per farcela.

Ezio Pelizzetti è rettore dell’Università di Torino

da www.ilsole24ore.com

Fassina: “Evitiamo quelle soluzioni che creano conflitti”, di R.Gi.

Questo accordo rappresenta una regressione sul terreno della democrazia. In nome di un obiettivo giusto – spiega Stefano Fassina, responsabile economico in segreteria del Pd – cioè garantire l’esigibilità degli accordi sottoscritti, quest’accordo nega la rappresentanza a un pezzo importante del mondo del lavoro. Invece ci sono tutte le condizioni per poter coniugare le esigenze di certezza degli accordi sottoscritti e le garanzie di rappresentanza di tutti i lavoratori. È una vicenda, ora su una china molto pericolosa, che però può presto essere ricondotta in un quadro di normalità democratica e di efficienza».

E in che modo? «Dopo le proposte di Camusso e di Bonanni, anche il presidente di Federmeccanica Ceccardi fa riflessioni molto ragionevoli: auspichiamo che tutta Confindustria proceda su questa direzione. Non c’è ragione per cui le newco Fiat – una volta siglato un accordo tra le parti sociali sulle regole, che dia garanzie sull’esigibilità dei contratti – debbano stare fuori dal quadro interconfederale e dal contratto nazionale». Camusso ha definito l’intesa “autoritaria”; il sindaco di Torino Chiamparino invece la elogia. Qual è la posizione del Partito democratico? «L’intesa è positiva perché attiva un investimento importante, anche se vorrei capire dalla Fiat come e quando intende investire gli altri 18,8 miliardi previsti da Fabbrica Italia. Tuttavia per noi è un accordo sbagliato, che ci preoccupa: la modernità non può essere lavoro senza diritti. In Italia ci sono tutte le condizioni, data la cultura sindacale e politica largamente prevalente, per trovare soluzioni più equilibrate per tutte le parti in causa».

Cosa suscita la vostra preoccupazione? «È un accordo che rappresenta una regressione sul terreno della democrazia. Non si può negare la rappresentanza a una parte dei lavoratori. E poi, senza una convergenza sulle regole, si lascia il confronto sindacale ai rapporti di forza brutali e alla legge della giungla. La soluzione trovata a Mirafiori non funziona, perché si rischia di scatenare una conflittualità di cui né il paese né la Fiat hanno bisogno». E ora ci sarà una rincorsa delle imprese a imitare Marchionne? Il rischio c’è, ma ripeto, sono convinto che si possa evitare se le forze più responsabili sul versante sindacale, imprenditoriale e politico daranno un contributo per fissare un quadro di regole con garanzie per tutti, azienda, sindacati e lavoratori. Deploro da questo punto di vista l’atteggiamento del ministro del Lavoro. Credo però che sia possibile fare presto l’accordo sulle nuove regole. E poi riportare in questo quadro le newco Fiat, ricostruendo un clima utile e razionale per le relazioni sindacali».

La Stampa 29.12.10

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“Le regole dimenticate”, di Tito Boeri

DA POMIGLIANO a Mirafiori si ripete il copione. La politica si schiera a favore o contro Marchionne. Si parla di accordi storici, di svolte epocali oppure vengono invocati diritti fondamentali calpestati e violazioni della Costituzione. Sono tutte parole fuorvianti, pericolose perché di mezzo ci sono i posti di lavoro e i redditi di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Il nodo vero è sempre quello delle regole della rappresentanza. Ed è perciò ancora più grave che non si sia cercato in tutti questi mesi di porvi rimedio.

La responsabilità ricade in eguale misura sul governo, che continua a ignorare il problema e punta in ogni occasione a dividere il sindacato, e sui vertici sindacali, giunti ai limiti dell´incomunicabilità. È un lusso che non ci possiamo permettere in uno dei momenti più critici della storia economica del paese.
Da quando il sindacato è diviso, le organizzazioni dei lavoratori non sono più nelle condizioni di garantire il rispetto degli accordi presi. Una minoranza può sempre intervenire dopo che l´accordo è stato siglato e impedirne l´attuazione, mettendo in atto una serie di scioperi e di azioni dimostrative che possono gravemente compromettere se non far fallire un investimento attuato coerentemente con i contenuti dell´accordo. Finché questo problema non verrà risolto, non solo avremo continue tensioni e interferenze della politica nelle vicende sindacali, ma soprattutto faremo fatica ad attrarre capitali esteri da noi. Per convincere un investitore a puntare sul nostro Paese bisogna metterlo in condizione di avere di fronte interlocutori in grado di prendere impegni cogenti circa il rispetto degli accordi sottoscritti. L´investitore sa bene che il potere contrattuale del sindacato aumenterà dopo che l´investimento è stato attuato. A quel punto non sarà più possibile dirottare le risorse altrove, cosa invece possibile prima, quando l´accordo è stato preso. Di qui il timore che il contraente voglia rimettere tutto in discussione, ottenendo condizioni più favorevoli dopo che l´investimento è stato realizzato.
Per attrarre grandi imprese da noi bisogna perciò tutelarle circa il rispetto degli impegni presi dalle organizzazioni dei lavoratori. Queste garanzie possono essere fornite da un sindacato unito oppure da una legge sulle rappresentanze sindacali che attribuisca al sindacato maggiormente rappresentativo in azienda, ai delegati eletti dai lavoratori, l´autorità di sottoscrivere accordi vincolanti per tutti. I lavoratori dovranno rispettarne i contenuti. Se poi l´accordo si è rivelato per loro insoddisfacente, sceglieranno altri rappresentanti alla prossima tornata elettorale. Esistono diversi disegni di legge che recepiscono questi principi e che da almeno 15 anni attendono di essere discussi in Parlamento. Del problema se ne parla peraltro fin dai tempi di Nenni.
L´accordo sottoscritto a Mirafiori, in assenza di queste regole, riconosce come rappresentanze dei lavoratori solo le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto l´intesa. È una scelta chiaramente inaccettabile. Esimi giuristi hanno sottolineato come questo comma dell´accordo Mirafiori sia coerente con l´articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori che garantisce diritto di rappresentanza solo alle organizzazioni che abbiano stipulato almeno un contratto in quell´azienda. Trattandosi di una newco, ed essendo questo il primo e unico contratto stipulato, l´interpretazione alla lettera dell´articolo 19 implica che la Fiom che non firma non avrebbe diritto a costituire la rappresentanza sindacale in azienda. Ma chi volesse costruire un sistema di relazioni industriali su questo principio di esclusione condanna il Paese alla conflittualità permanente. Non deve essere il datore di lavoro a decidere quali sono le rappresentanze dei lavoratori. Non possono che essere i lavoratori, con il loro voto, a scegliere chi li rappresenta.
Bene perciò che si apra al più presto quel tavolo sulla rappresentanza proposto da Susanna Camusso su queste colonne lunedì. Significative le aperture mostrate nei confronti di questa proposta dal presidente degli industriali metalmeccanici, Pierluigi Ceccardi, e dal segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Quest´ultimo ha rimarcato che le norme sulle rappresentanze dovranno essere decise dai sindacati e non dal Parlamento. Ma il costo dell´incapacità di trovare un accordo su queste norme lo pagano anche molti non iscritti al sindacato e molti giovani che non hanno ancora iniziato a lavorare. Stupisce perciò la sponda offerta a Bonanni dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che dovrebbe rappresentare gli interessi di tutti i cittadini: «Un intervento del Governo in materia sarebbe autoritario». Un governo che vuole davvero attrarre investimenti dall´estero e che ambisce alla coesione sociale darebbe alle parti sociali un termine di tempo rapportato alle difficoltà attuali dell´economia italiana, diciamo un mese. Se queste in quel lasso di tempo non avranno trovato un accordo, sarà il Parlamento a legiferare in autonomia.
La legge sulle rappresentanze offrirebbe anche alla Fiom, sin qui il sindacato maggioritario fra i metalmeccanici, l´opportunità di rientrare in gioco. L´accordo di Mirafiori sulla carta non glielo consente, anche se dovesse cambiare idea. Il testo infatti prevede che “l´adesione al presente accordo di terze parti è condizionato all´assenso di tutte le parti firmatarie”. Un sindacato non può restare perennemente all´opposizione. Può farlo un partito politico, a vocazione minoritaria. Ma non certo un sindacato.

La Repubblica 29.12.10

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Mirafiori, parla Fassino: «Perché la Fiom sbaglia», di Mario Lavia

«I “maestri” dicevano: meglio un accordo doloroso che nessun accordo»
In poche parole, si può fare. Dinanzi all’ennesimo tornante impervio, il mitico movimento operaio torinese – si può ancora dire così? – si deve alzare sui pedali, guardarsi intorno e decidere se spingere o rallentare la corsa, sapendo che quest’ultima ipotesi la condanna a chissà quale inferno.
A Torino in questi giorni ci si interroga sulla questione-Fiat in tutta la sua concretezza e ascoltando Piero Fassino questo intreccio fra respiro storico e scelta dell’oggi si coglie bene. «Io ho avuto due maestri sindacali, Aventino Pace e Emilio Pugno, che a noi giovani dicevano: meglio un accordo che non ti soddisfa che nessun accordo. Perché, diceva Pugno, se i lavoratori non scelgono, ci pensa il padrone, a decidere…».
Da queste parole si capisce già dove pende il piatto della bilancia: «Da un punto di vista produttivo – spiega – ancorché oneroso, l’accordo ci sta. Non ci possiamo permettere di rinunciare ad un investimento che rilancia uno stabilimento come Mirafiori. L’alternativa sarebbe la sua chiusura, e Torino, e la Fiat, non sarebbero più le stesse». Detto da uno che sta per sottoporsi alle primarie per candidarsi a sindaco è un’affermazione non banale: e lui, fra parentesi, la battaglia delle primarie la sta prendendo serissimamente, «è un bel segno di forza».
Il famoso miliardo di euro promesso da Marchionne «è un investimento importante, l’attivazione di due modelli a Mirafiori è un sforzo notevole che significa lavoro per 15 mila persone: è evidente che in una situazione di crisi come l’attuale è una possibilità che non si può perdere».
O così o niente, la sintetizzano i critici della proposta del numero uno del Lingotto, quelli che dicono che erano più favorevoli gli accordi di dieci, venti anni fa. «Ma ricordiamoci che la Fiat è un operatore globale che fa i conti con un mondo diverso e che deve affrontare il tema della compatibilità con parametri diversi. Venti anni fa la Cina, il Brasile, l’Indonesia non c’erano, il mondo è cambiato…». Significa – piaccia o non piaccia – fare i conti con nuovi parametri di competitività. E quindi con regole diverse. «Ma su straordinari, pause, turni, nell’accordo c’è tutto quello che la Fiat aveva chiesto», rileva Fassino.
Non è questo il punto, per lui. No, lo scoglio vero è politico. Politico, nel senso della costituzione materiale del governo dell’azienda: se cioè esso debba essere guidato dalla ricerca del consenso o solo dalla affermazione del comando. «Sì, questo è il punto che suscita le obiezioni vere. Perché l’accordo stabilisce il principio che viene rappresentato solo chi sottoscrive l’accordo. Io capisco che Marchionne voglia essere garantito sulla applicazione dell’intesa ma se un sindacato viene discriminato, l’azienda il consenso non lo avrà mai. Questo è un punto da rivedere, bisogna trovare un’altra strada».
Qui si avverte l’allenamento alla mediazione politica. “Un’altra strada”: Marchionne sarebbe disponibile a seguirla? Non si sa. E comunque l’ipotesi è questa: «La strada c’è: un accordo fra sindacati e Confindustria, o anche fra sindacati e azienda, che stabilisca che un accordo viene sottoposto a referendum il cui risultato è vincolante per tutti, anche per chi quell’accordo non l’ha sottoscritto. Così l’azienda è garantita, però un sindacato contrario, una volta approvata l’intesa, non viene cancellato».
Un po’ l’uovo di Colombo. ma se il manager col maglioncino blu non ci ha pensato prima una ragione ci sarà. Comunque, questo “lodo” è sul terreno. È un punto su cui insiste tutto il Pd, che ieri ha parlato di una legge-quadro proprio per recepire l’esigenza che anche i soggetti non firmatari non vengano poi esclusi dalla rappresentanza.
Non è che un uomo esperto come l’ex segretario dei Ds non sappia che probabilmente ormai è tardi. L’accordo è stato firmato da Cisl e Uil. Il referendum dei lavoratori sarà fra poche settimane. Però insiste: «Dire no non si può». Sapendo anche che «se si dice no agli investimenti ci rimettono solo i lavoratori, non certo l’azienda, che se ne va a produrre i suoi modelli da un’altra parte». Il che testimonia una volta di più che il potere contrattuale degli operai è davvero bassissimo. Pare strano che i capi della Fiom non se rendano conto. Su questo l’esponente del Pd tace, i suoi pensieri sugli ultimi segretari dei metalmeccanici Cgil li lascia solo intuire. Il suo pensiero è che Landini stia commettendo un grave errore. Già, l’analisi dei famosi rapporti di forza, che fine ha fatto? L’antica “scienza della ritirata”, qualcuno se ne ricorderà…Quanti stop, ritorni indietro, mediazioni, quante volte il movimento sindacale ha accettato cose che il giorno prima parevano impensabili, da Lama a Trentin, e quante volte un azzardo è costato caro: sempre la Fiat, la vertenza del 1980, la marcia dei 40 mila. «Da quel 1980 in cui prendemmo una sonora bastonata – ha detto al Sole 24Ore un ex dirigente comunista dell’epoca, Renzo Gianotti – la sinistra riformista ha imparato. Il sindacato no».
Fassino conosce bene tutte queste cose. «Certo, nel movimento operaio torinese c’è anche questa componente massimalistica…Ma è sempre stata minoritaria». La grande Cgil è in una situazione obiettivamente difficile. Per Susanna Camusso non poteva esserci inizio più bruciante: «Ma nelle sue dichiarazioni la Camusso ha detto che non si può semplicemente dire no», nota l’ultimo leader della Quercia. Può darsi che in queste ore qualcosa si stia muovendo anche nell’orientamento dei sindacati. Anche nella stessa Fiom.
Oggi c’è una importantissima – e verosimilmente drammatica – riunione del comitato centrale della Fiom nella quale, contro l’intransigenza di Landini e Cremaschi, si batterà il “riformista” Francesco Durante, che presenterà una sua mozione di «adesione critica» all’intesa, in un senso non lontano dalle cose che ci ha detto Fassino. Nelle settimane forse più difficili della sua lunghissima storia, c’è da chiedersi se prevarrà il tradizionale pragmatismo degli operai torinesi. È probabile che davanti ai cancelli di Mirafiori ci si interroghi col cuore pieno di angoscia. Nessuna previsione a voce alta, ma ci è parso di capire che Fassino ipotizzi che i lavoratori, consapevolmente o meno, terranno ben presente la lezione dei “maestri”: «Meglio un accordo doloroso che nessun accordo».

da Europa Quotidiano 29.12.10

“Cattivi maestri? No, cattiva politica” La replica dell’on. Ghizzoni del Pd alle dichiarazioni del sottosegretario Carlo Giovanardi sugli insegnanti

Il Sottosegretario alla Presidenza del consiglio Carlo Giovanardi definisce “cattivi maestri” gli insegnanti solidali con gli studenti che nei giorni scorsi hanno occupato alcuni istituti scolastici per protestare contro le politiche scolastiche del ministro Gelmini. Al rappresentante del governo replica l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera. Ecco la sua nota.

«Più che di cattivi maestri siamo in presenza di cattiva, pessima, politica. Quella interpretata da un ceto politico sordo e cieco (e purtroppo anche muto) davanti a cosa sta succedendo nel nostro Paese. E le parole del sottosegretario Giovanardi ne sono una prova lampante.
Gli studenti scendono in piazza e i ricercatori salgono sui tetti perché c’è un Paese fermo che non investe nulla nel sapere e nella conoscenza e riduce l’orizzonte di un’intera generazione costretta alla precarietà, o ancora peggio, privata del proprio, legittimo futuro. Giovanardi guarda il dito invece della luna indicata da questi giovani e non vede il disagio di un’intera generazione che è priva di prospettive. La protesta dei ragazzi nasce dal desiderio di contrastare le politiche che hanno drammaticamente colpito il sistema dell’istruzione pubblica, poiché la conoscenza e il sapere sono la leva che consente non solo la crescita personale e professionale, ma possono permettere anche al nostro Paese, in declino, di rialzarsi e ripartire.
Tuttavia c’è una ragione più profonda all’origine del disagio sociale diffuso. Ed è la situazione nella quale si trova una generazione che ha meno opportunità e meno diritti di tutte quelle che l’hanno preceduta (da quella di Giovanardi alla mia, sino a quella della più giovane Gelmini). E’ un disagio manifestato in forme assolutamente civili che nulla hanno a che vedere con i comportamenti di minoranze violente e del tutto estranee allo spirito della protesta. Una protesta – nonostante il ridicolo richiamo al ’68, ripetuto come un mantra dai rappresentanti del governo – priva di un approccio ideologico e, comunque, certo meno ideologizzata dello stesso Giovanardi, ancora prigioniero del Novecento e delle sue chiavi di lettura. I ragazzi che si sono mobilitati (e lo hanno fatto più degli adulti) vanno in primo luogo ascoltati, come ha compreso chiaramente il nostro saggio Presidente della Repubblica.
Alle istanze di futuro avanzate dai giovani, il Governo ha risposto con una serie di provvedimenti che condanneranno la scuola ad essere uno spazio classista, incapace di promuovere la mobilità sociale e impedire la realizzazione di un’intera generazione. La controriforma della scuola superiore ha ridotto l’offerta formativa e la rigida separazione dei percorsi formativi (licei, scuole tecniche e professionali) trasformerà l’istruzione superiore in una scuola che deprime il merito e le competenze e perpetua le disuguaglianze sociali.
Nella stessa, miope direzione il Governo si è mosso con i provvedimenti sull’Università. In entrambi i casi, del resto, all’obiettivo di trasformare la filiera dell’istruzione in principio d’ordine (invece che promotore delle pari opportunità e di sviluppo) si accompagna quello di ridurre sensibilmente le risorse pubbliche per il sistema del sapere: esattamente il contrario di quanto fanno i Paesi (indipendentemente dal colore politico del governo) che hanno a cuore il proprio futuro».

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L’intervento del sen. Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
« Se gli insegnanti diventano cattivi maestri »
Nel momento in cui il Senato approvava in via definitiva la riforma Gelmini riflettevo su tre documenti modenesi. Nel primo il dirigente scolastico provinciale segnalava al Prefetto che l’occupazione degli istituti impediva l’accesso alle scuole dei dirigenti, degli insegnanti e del personale amministrativo, non consentendo il perfezionamento di procedure e pratiche amministrative con termini scaduti o in scadenza.
Nel secondo gli studenti del collettivo rivendicavano l’occupazione con gli slogan triti e ritriti con i quali dal sessantotto in avanti si autogiustifica la prevaricazione dei diritti altrui e gli atti di illegalità.
Non poteva mancare a questo punto un terzo documento sottoscritto da “cattivi maestri” sotto forma di una lettera di solidarietà agli studenti occupanti da parte di insegnanti «orgogliosi che (all’occupazione della scuola) abbiano partecipato i nostri alunni».
Ancora una volta purtroppo settarismo e livore ideologico hanno portato al tradimento di quello che dovrebbe essere la funzione dei docenti , nell’educare i giovani al rispetto delle regole e della dialettica democratica.
I veri ladri del futuro ai giovani sono quelli che non spiegano che in una democrazia ci sono tutti gli strumenti per cambiare le cose, nel rispetto della sovranità popolare che determina chi governa e chi sta all’opposizione.
A Modena e in Emilia da sessant’anni comandano sempre gli stessi, con pessimi risultati, ma a nessuno dell’opposizione e mai venuto in mente di occupare gli edifici pubblici per protesta o incitare all’occupazione delle scuole quando al governo c’erano Prodi o la sinistra.
Ma è difficile educare i giovani ai principi democratici scolpiti nella Costituzione quando troppi insegnanti non hanno ancora capito il loro funzionamento.

Il Resto del Carlino 27.12.10

"Un discorso più facile", di Maria Lavia

Il presidente della repubblica lavora al discorso del 31 dicembre in un clima politico che appare svelenito
Giorgio Napolitano ha iniziato a lavorare al testo del discorso di fine anno. Un messaggio che si prospetta più agevole del previsto, perché la temperie politica che poteva innescarsi con un voto di sfiducia al governo Berlusconi avrebbe quanto meno imposto al presidente della repubblica un tono altamente drammatico, a cospetto di una condizione generale del paese tutt’altro che brillante.
Il capo dello stato temeva – e molto – la circostanza di un discorso di fine anno a crisi aperta. E crisi – sarebbe stata – tutt’altro che “pilotata”: dagli esiti quanto mai incerti, viceversa. Il senso della sua posizione Napolitano lo ha già esternato in occasione del saluto alle alte cariche dello stato, spezzando una lancia a favore della stabilità, il che era stato impropriamente (e propagandisticamente) interpretato come un avallo al voto della camera del 14 dicembre, cosa che ovviamente esula dalle prerogative del Quirinale. E insomma una riflessione più pacata è ben possibile in una situazione di stemperamento delle tensioni: di cui le indiscrezioni su una imminente pronunzia “salomonica” della Consulta sul legittimo impedimento dovrebbe costituire una riprova.
Se il verdetto della Corte costituzionale dovesse in buona sostanza rigettare il ricorso della procura milanese, verrebbe meno un’ulteriore motivo di tensione politica.
Ma è giusto però considerare che l’ottica di Napolitano è diversa.
Si potrebbe dire così. Proprio l’ottenimento della fiducia in entrambi i rami del parlamento toglie all’esecutivo ogni alibi: in questa condizione il premier non potrà addurre contrasti interni o il difficile rapporto col parlamento come scusanti delle proprie insufficienze. Non è più tempo di alibi, dunque, tanto più a fronte di una drammaticità della situazione economica, sociale, morale del paese che ha pochi precedenti.
Non ne minimizzerà la portata, il capo dello stato, che sicuramente intende rivolgere agli italiani un discorso di verità. Che non potrà non riguardare in gran parte lo stato di salute dell’economia e soprattutto i suoi gravissimi riverberi sul piano occupazionale, con speciale riferimento al dramma dei giovani, proprio quei giovani che il presidente ha ascoltato de visu al Quirinale il 22 scorso, al termine di una pacifica e combattiva giornata di mobilitazione studentesca.
È probabile che il presidente evochi in qualche forma anche il conflitto in queste ore più bruciante, quello della Fiat, pur senza entrare nel merito della vicenda torinese ma sottolineando l’importanza del confronto sociale.
E certamente Napolitano non tralascerà il riferimento alle condizioni dei più deboli, dei disoccupati, degli immigrati, lo stato della ricerca, dei beni ambientali del paese.
Il capo dello stato è ben consapevole del ruolo di “supplenza” che volente o nolente una grande parte dell’opinione pubblica gli affida, nell’epoca della crisi della politica.
Certi spettacoli che la politica ha offerto e offre hanno lasciato il segno, sulla pelle del paese: e il Quirinale ha visto tutto e tutto ha giudicato. Sta anche qui una radice della crescente popolarità del presidente della repubblica, giunta persino a livelli parossistici, se è vero come è vero che – ultimo esempio – il cantante Morgan a Napolitano si è rivolto per risolvere una sua questione personale, quasi che il Colle fosse diventato il depositario delle angosce dei singoli cittadini e non più solo il garante del buon funzionamento delle istituzioni repubblicane.
Un altro segno dei tempi che corrono.

da EuropaQuotidiano 28.12.10