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"Caprera: la cricca e i suoi affari ultimi oltraggi all’Unità", di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

L’Italia di oggi nell’esemplare vicenda della Maddalena e del G8. «Il cielo quasi si velò come alla morte del Giusto, e gli elementi scatenati aggiunsero il loro fragore a quello del cannone, e i venti schiantarono le bandiere…» . Venne giù il diluvio a Caprera, racconta l’inglese di cuore italiano Jessie White Mario, eccezionale figura del Risorgimento, il giorno dei funerali di Giuseppe Garibaldi. Era l’8 giugno 1882. Erano venuti a migliaia, per l’ultimo saluto al vecchio condottiero spentosi la settimana prima dopo aver chiesto nell’ultima lettera al direttore dell’Osservatorio di Palermo «la posizione della nuova Cometa e il giorno della maggior grandezza» . E sotto la pioggia battente, mentre il mare mugghiava, ricorda un biografo, «appena deposto il feretro tutti fuggirono come anime perse nella bufera verso lo Stagnarello per cercare un imbarco…» . Come se fosse arrivato, di colpo, l’inverno.
Tredici decenni dopo, anche quelli della Protezione civile, i servitori perbene dello Stato e gli affaristi in giacca di lino se ne sono andati dalla Maddalena sotto una tempesta. Quella delle inchieste giudiziarie. E proprio come coloro che parteciparono alle esequie dell’Eroe dei due mondi, sui quali i garibaldini videro abbattersi la punizione di Giove pluvio perché era stata tradita la volontà del Vate di essere deposto su una catasta di mirto, agaccio e lentischio per esser bruciato come Patroclo su «un rogo omerico» , non tutti hanno trovato un’imbarco per andarsene senza danni. Non c’è posto migliore di Caprera e della Maddalena per racchiudere il senso dell’inchiesta che andiamo a finire dopo aver percorso tutta l’Italia per vedere com’è il Paese alla vigilia del Centocinquantenario dell’Unità. È tutto qui, a cavallo di queste isole stupende unite da un ponte-diga in faccia a Palau, nel Nordest della Sardegna. Il meglio e il peggio. La generosità più emozionante e l’egoismo più feroce. Il patriottismo ideale e l’immoralità indifferente al bene comune. L’Italia che amiamo, l’Italia che ci fa schifo.
Anche da Caprera, l’eremo scelto da Garibaldi per viverci con i figli e un po’di amici («una vera repubblica democratica e sociale — scrisse Michail Bakunin—, non conoscono la proprietà: tutto appartiene a tutti. Non conoscono neppure gli abiti da toilette, tutti portano giacche di grossa tela con i colletti aperti, le camicie rosse e le braccia nude, tutti sono neri dal sole, tutti lavorano fraternamente e tutti cantano…» ) gli ospiti rubarono qualcosa. Racconta Augusto Zedda nelle sue Cronache isolane che la pira omerica di quella specie di «santo ateo» che a Palermo era stato salutato come fratello di Santa Rosalia, venne saccheggiata dai fedeli a caccia di reliquie. Un rametto di lentischio, una foglia d’alloro, qualche bacca di mirto. Un secolo e passa dopo, i furbetti del G8 si sono portati via alcune decine di milioni di euro. E se il Gran Nizzardo invocava la sua isoletta chiamandola «Oh, caro scoglio!» , la Maddalena si è rivelata, per le tasche degli italiani, carissima. Al punto che non si sa più esattamente quanto è stato speso. C’è chi dice, rifacendosi ai dati ufficiali, 327 milioni. Chi spara 377. Certo è, spiega il ristoratore Andrea Orecchioni, che questo «è il primo inverno morto da decenni. Prima c’erano gli americani della base smobilitata a gennaio 2008 e i marinai della piazzaforte italiana, poi il formicaio della Protezione civile, architetti, tecnici, operai che preparavano in fretta e furia il vertice internazionale, poi quelli che si erano fermati per finire i lavori avviati… Fatto sta che quest’inverno non c’è nessuno. Nessuno» .
Orecchioni, detto Cicerone perché da ragazzo se un turista chiedeva informazioni al padre salumiere lui lo portava in giro spiegando le magie della Maddalena, non è un ristoratore tra tanti. È il padrone de «La scogliera» , un locale di Porto Massimo amatissimo dalla clientela più ricca della costa Smeralda. Lo chiamano il «Robin Hood del mestolo» dicendo che ruba ai ricchi presentandogli dei conti che sembrano eccessivi perfino a Flavio Briatore. Filippo Facci, un paio d’anni fa, arrivò a sbatterlo in prima pagina sul Giornale: aveva servito all’imprenditrice Luisa Todini, suo marito, la bambina e la tata «tre calici di vino, due bottiglie d’acqua, un antipasto per due, spaghetti all’aragosta per uno, branzino al sale per tre» . Conto finale: 850 euro. Nel dettaglio: «1 spaghetto aragosta 366 euro» . Lui ci ride su: «L’alta qualità si paga…» . Quelli della Cricca erano sempre a tavola da lui. Arrivavano con le Bmw e altri macchinoni extra lusso, mangiavano, bevevano. Lui, Cicerone, giura che ci ha rimesso: «Sono uno di quelli che sul G8 aveva scommesso. Gli avrò fatto una ventina di catering gratis. Una ventina. Ho preso anch’io il bidone. Gli curavo anche la mensa degli operai. Mille pasti al giorno. A 3 euro e mezzo a pasto. Gli dicevo: guarda che non ci sto dentro. E Mauro della Giovampaola, il coordinatore, mi diceva: “ Siamo all’osso”. Erano all’osso per me, e poi… Erano così tirchi che se non fosse scoppiata l’inchiesta non avrei mai immaginato che buttavano i soldi così… Li ho sempre difesi, ma hanno esagerato. Vengono fuori cose brutte. Brutte. Bertolaso no, lo difendo ancora. Ma gli altri…»
Per l’inaugurazione, che doveva far dimenticare la delusione inflitta all’arcipelago, gli ordinarono un buffet («prezzo stracciato: 90 mila euro» ) per tremila invitati. Tremila! Su un’isola che non arriva a 12.000 abitanti. Pierfranco Zanchetta, che dopo aver fatto l’assessore provinciale ha corso alle comunali contro la conferma del sindaco Angelo Comiti, che pure è del suo stesso partito, il Pd, spaccatissimo sull’ubriacatura del G8 ma più ancora sugli strascichi, rilegge ciò che aveva detto Guido Bertolaso in consiglio comunale: «Quella zona lì dell’Arsenale diventerà un grande Centro Nautico. Dovrebbe esserci un Cantiere Nautico con i controfiocchi, perché tutte le strutture e anche l’Area che chiamiamo dei Delegati sono progettate e realizzate non pensando che ci lavoreranno 2.500 ambasciatori da tutto il mondo, ma pensate perché, poi, ci saranno barche, rimessaggi, ci saranno cantieri, ci saranno officine…» . Sì, ciao. A girare per l’isola in quella manciata di chilometri quadrati in cui furono concentrati gli investimenti per il G8 mancato, viene il magone. Deserto l’ex ospedale militare ristrutturato come albergo pompandoci dentro, pare, 73 milioni di euro. Deserto il centro congressi avveniristicamente proiettato sull’acqua, costato 52 milioni pagati all’impresa edile di Diego Anemone e usato solo per il vertice con Zapatero passato alla storia (minore) perché il Cavaliere assicurò nella conferenza stampa di non aver mai pagato una donna. Deserto l’albergone rilevato con tutto l’ex Arsenale della Marina dalla società Mita Resort presieduta da Emma Marcegaglia. Deserta la darsena che, ospitando centinaia di posti barca da vendere a prezzi astronomici, dovrebbe rappresentare il vero grande business del business.
Il disinquinamento incompiuto di questo specchio di mare nel quale la Marina scaricò per anni tutto il pattume possibile e immaginabile, è il grande problema. Fin da quando Fabrizio Gatti raccolse su l’Espresso la testimonianza di un tecnico dell’impresa che doveva risanare l’area: «Più scavavi nel fondale, più trovavi fanghi contaminati. La benna tirava su melma densa come cioccolata e nera come pece. Erano sicuramente idrocarburi pesanti. Hanno deciso di lasciarli lì perché senza la costruzione di una diga ermetica, avrebbero inquinato l’arcipelago» . Sì, sospira il sindaco Angelo Comiti, «quando l’escavatore affondò i denti della benna ne tirò su una enorme cucchiaiata di idrocarburi. L’arsenale era una bomba ecologica. E’ la verità. Ma è falso che non abbiano fatto la bonifica. La bonifica c’è stata. Imponente. Lo sapevano tutti che restava da completare la parte finale di Cala Camicia. Mica doveva spiegarcelo Gatti…» . Per questo, dice, è convinto che l’affidamento per quarant’anni in cambio di 31 milioni di euro e un affitto di 60 mila l’anno «non è un regalo alla Marcegaglia. C’è stata una gara, regolare ha detto il Tar. Il dirottamento del G8 è stato un danno anche per lei. E poi, deve mettercene ancora tanti, di soldi… Anzi, capisco davanti a certe lentezze le sue perplessità» . Il guaio è, insiste, che «doveva esserci un’accelerazione finale dei lavori e invece lo spostamento all’Aquila causò una decelerazione. Partivano due navi al giorno per andare a buttar via quei sedimenti tossici. L’amianto, credo, a Torino. I materiali ferrosi a Livorno. Voglio dire che la bonifica è “quasi” finita. Ci vorranno ancora 6 milioni. Forse meno…» .
Sulla reale destinazione di tutti i fanghi portati via in realtà restano dei dubbi. Il 25 novembre i carabinieri, per dire, hanno sequestrato una discarica abusiva a Olbia: un ettaro pieno di eternit in un ex campo nomadi alla periferia della città. Campo che avrebbe dovuto essere a sua volta bonificato con l’occasione del G8. E chi hanno denunciato per l’immondezzaio tossico illegale? L’ex presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci e Raniero Fabrizi, tra i responsabili dell’organizzazione del G8 alla Maddalena. Come siano stati spesi tanti soldi è una cosa tutta da accertare. E non sarà facile. I lavori del G8, grazie alla qualifica di «Grande evento» , furono sottratti al controllo preventivo della Corte dei Conti. Di più, preso l’andazzo, i «maghi dell’emergenza» l’anno dopo il vertice cercarono di nascondere all’occhio dei magistrati contabili anche le regate della Louis Vuitton series. No, risposero i giudici: non si possono impiegare dipendenti e spendere soldi della Protezione civile per le barche a vela. Tanto più che oltre la metà dei quattrini stanziati per quelle regate (2 milioni 300 mila euro su 3 milioni 750 mila) furono direttamente versati dalla Protezione civile al Comitato organizzatore, una srl milanese controllata dalla società World sailing teams association che gestisce la Coppa America. Presidente: lo skipper Paul Cayard. Però un merito quella regata l’ha avuto. Fare scoprire appunto che quello specchio di mare non era stato ancora bonificato, nonostante i 31 milioni spesi per un’operazione alla quale aveva partecipato anche il cognato di Bertolaso, Francesco Piermarini. Benedetto come «un grande esperto» . Un fatto è sicuro: alla Maddalena non si è badato a spese. Stefano Boeri, l’architetto incaricato di gran parte delle opere ai tempi di Soru ma poi «di fatto escluso dalle decisioni e dalle valutazioni economiche di cantiere» , ha scritto sul blog della rivista «Abitare» di «uno spreco inqualificabile di risorse» .
E non si riferiva solo al fatto che i tecnici dell’Unità di missione alloggiassero in ville affittate sulla costa e mangiassero alla Scogliera. I costi schizzarono da 200 a 327 milioni senza che alcuno facesse una piega. Un rincaro mostruoso. Dovuto, parole di Boeri, «alle maggiorazioni già previste nell’appalto. Parliamo del 57%di aumenti dei compensi, già stabiliti, per le difficoltà dovute all’urgenza, il fatto che si lavorava su un’isola, i turni continui, il rispetto dei tempi…» . Lo sapevano già prima, i furbetti, che c’era da lavorare in fretta e su un’isola. Eppure riuscirono a farsi riconoscere rincari del 57% perché occorreva fare in fretta e la Maddalena è un’isola. In parole povere, i disagi furono pagati due volte. Un meccanismo, secondo Boeri, «assolutamente senza senso» .
Lasciarono impronte digitali dappertutto, quei furbetti. Lo ricorda l’intercettazione fra l’architetto Marco Casamonti, che aveva progettato la trasformazione dell’ex ospedale in albergo, e Valerio Carducci, proprietario della Gia. Fi. costruzioni, l’impresa appaltatrice. Casamonti dice che ha la possibilità di far lievitare il conto come panna montata: «Quella è una cosa che mi curo io. Guarda, secondo me, per fare quello che ci vuole… altri 60 milioni di lavori» . Millantava? Qualche numero balla. Ma Fabrizio Gatti, con l’aiuto di chi si oppose al progetto, su quell’ex ospedale ha fatto due conti: dato che le stanze sono 101, ogni stanza sarebbe costata 722 mila euro. A sentire le intercettazioni, c’era già chi sapeva come andava a finire. Il 28 dicembre 2008 Vincenzo Di Nardo, amministratore della Btp (la ditta di quel Riccardo Fusi amico di Denis Verdini che avrebbe lavorato anche all’Aquila) si sfoga: «Sono banditi… E’ gente… Prima o poi si leggerà sui giornali che li hanno cuccati con qualche tangente in mano… Dai! Questi poi sono violenti e… Io ho visto la squadra in azione… Non la conoscevo questa del Balducci… E’ una task force proprio insieme unita e compatta… Sono dei bulldozer e il Carducci è uno di quelli blindati dentro questa logica qui del Balducci, che è il vero regista».
L’ex governatore Renato Soru ricorda bene come tutto ebbe inizio: «La Protezione civile fece base nel vecchio quartier generale degli americani. Credo che solo l’acquartieramento costò qualcosa come 10 milioni di euro. Arrivarono perfino con un ospedale da campo, mai utilizzato e poi trasferito all’Aquila» . Era stato lui a spingere con Prodi perché il G8 si tenesse alla Maddalena. Le basi militari stavano chiudendo e quella era un’occasione storica per risanare un pezzo dell’isola. Decenni di lavori e stazionamento delle navi avevano compromesso i fondali. Pieni zeppi di detriti, e soprattutto intrisi di oli che erano penetrati per metri in profondità. Subentrato a Prodi, ricorda il sindaco, il Cavaliere si mostrò subito poco entusiasta: «Se le idee non sono sue…» . Fatto sta che il 23 aprile 2009, il nuovo governatore Ugo Cappellacci apprese dalla tivù che la Sardegna aveva perso il G8.
«La mia impressione? Che avessero già spremuto il limone fino in fondo. E si spostavano da un’altra parte», ipotizza Soru. A Caprera, Garibaldi riposa probabilmente inquieto. Con tutti i soldi che hanno speso di là del braccio di mare per fare in fretta una cosa che poi non hanno fatto, non hanno trovato il tempo e il denaro per fare entro il 2010, centocinquantenario della spedizione dei Mille, il museo nuovo che, ospitato nel forte Arbutici, dovrebbe accogliere la grande collezione di Mario Birardi, già sindaco della Maddalena e deputato del Pci e appassionato cultore dell’Eroe dei due mondi. Mai, forse, avrebbe immaginato che l’esasperazione affaristica di una certa Italia avrebbe insultato il suo bellissimo e civile arcipelago dove fin dal 1811 un certo Alessandro Turri sbarcò da Genova con un documento intitolato «Memoria circa un progetto di indipendenza italiana» Fosse vivo, scriverebbe forse parole ancora più addolorate di quelle incise nella prefazione alle memorie: «Sono amareggiato a veder tanti malanni e tante corruzioni in questo sedicente secolo civile…». Raccontano che chiamasse i somari coi nomi di chi disprezzava. Uno don Chico (Francesco Giuseppe), un altro Napoleone III, un altro ancora Pio IX. Tornasse in vita, saprebbe lui come chiamarli i somari di oggi…

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"Quell´Italia spezzata che guarda al Quirinale", di Andrea Manzella

Il gioco a indovinare quel che dirà, a fine anno, il Presidente della Repubblica, questa volta è facile. Aiuta molto il suo discorso del 20 dicembre: uno dei più impegnati ragionamenti che siano mai usciti dal Quirinale. Ed anche una delle più nette assunzioni di responsabilità costituzionale del Capo dello Stato. Quando c´era il re, si diceva che i governi e i parlamenti dovevano “coprire la Corona”. Ora accade il contrario. È il Presidente che “copre” istituzionalmente governo e Parlamento contro le insensatezze delle stagione politica. Da garanzia d´attesa, il suo ruolo è diventato di garanzia attiva.
Lo induce all´azione preventiva la preoccupazione di «colmare il distacco ormai allarmante tra la politica, le istituzioni e le forze sociali e culturali». Avverte «la stanchezza, verso la chiusura in se stesso del mondo politico, verso la quotidiana gara delle opposte faziosità, verso il muro dalla incomunicabilità tra maggioranza e opposizione».
Eppure, suggerisce, vi potrebbe essere un luogo, una «sede di riflessione e ricerca bipartisan». È il posto in cui dibattere le grandi e concretissime questioni di politica europea, in cui è l´Italia in gioco e non i governi che passano. Come affrontare la crisi dell´euro con soluzioni non precarie? Dove destinare le risorse pubbliche disponibili: in maniera che la riduzione del debito non impedisca la crescita? Come disegnare una linea di stabilità finanziaria che equilibri i punti di tenuta economica nazionale con le esigenze contabili dell´Unione? Sono tra le domande a cui deve rispondere «lo Stato unitario: presidio irrinunciabile nell´era globale in cui siamo chiamati a misurarci». Pur con il superamento di «ogni residuo storico di centralizzazione», pur «con l´evoluzione in senso autonomìstico e federalistico», non si può infatti cancellare la necessità di unità geopolitica dell´Italia.
È dunque questa ragione di Stato (che già lo ha indotto a “congelare” una crisi che, a tempi stretti, avrebbe avuto probabilmente esito diverso) a portare il Presidente a una durissima posizione contro le elezioni anticipate. «Quella degli scioglimenti anticipati è stata improvvida prassi tutta italiana: al cui ripetersi sono tenuto a resistere nell´interesse generale, in periodi cosi gravi di incognite». Riaffermando la più importante «prerogativa del Capo dello Stato: e poco importa che la si possa beceramente sminuire a parole».
Il Quirinale ha dunque già indicato quelli che sono – qui ed ora – due pilastri di saggezza politica. Considerare la crisi finanziaria europea come fattore che condiziona ogni altro discorso di politica interna. Considerare la continuità della vita istituzionale (e della legislatura) come valore che viene prima di ogni calcolo di opportunismi elettorali. Ne viene fuori un disegno di ruolo che ci fa vedere, con la cruda luce di questo tempo, risvolti finora in penombra delle funzioni costituzionali della Presidenza.
Si capisce ed è il primo punto, che la responsabilità di rappresentanza dell´”unità nazionale” di cui parla l´articolo 87 della Costituzione non si esercita più solo nell´ordinamento statale. Si svolge anche in quell´ordinamento composito europeo (fatto di istituzioni e funzioni sovrastatali strettamente intrecciate con quelle statali) di cui l´Italia fa parte con limitazioni accettate di sovranità (articolo 11).
La responsabilità per la tenuta dell´Unione è così inseparabile ormai da quella per la tenuta interna dello Stato. Ferme le competenze di Parlamento e governo per le decisioni concrete nell´Unione, vi è ora, nella logica stessa della Costituzione, questa necessità di garanzia istituzionale per il principio di integrazione europea, come parte del nostro patrimonio costituzionale. È questa specifica unità nazionale che ora è rappresentata dal Capo dello Stato nell´ordinamento europeo.
Si capisce poi – ed è il secondo punto – che la veemente difesa della continuità istituzionale («nella prospettiva di una efficace azione di governo») non è arroccamento su attribuzioni e prerogative formali della Presidenza della Repubblica. Dal Quirinale si vede bene che quello che era stato un singolare sistema politico, percorso e battuto dalle passioni del suo tempo, è ora semplicemente una rete smagliata. E nessuno sa più dove sono i nodi della politica. Restano perciò solo i nodi della Costituzione: le istituzioni, le garanzie. Ma sotto la minaccia continua di chi vuole “sciogliere” anche queste e quelli in nome di un relativismo costituzionale che chiamano falsamente “costituzione materiale”. Questo, mentre nel mondo intorno a noi non si “rottama” niente: ma sulla base dell´esperienza dei due secoli passati, si cerca di rendere più sicure, più vicine, più coinvolgenti le istituzioni di rappresentanza e di garanzia dei cittadini.
Di fronte a questa crisi di sistema il Presidente della Repubblica risulta davvero l´ultimo punto di resistenza per la normalità costituzionale e per cominciare a tessere il filo di un discorso nazionale: se non comune, almeno di reciproco ascolto. Se i sondaggi sono veri, la gente in altissima percentuale lo capisce. Le riflessioni, che su questo punto sembrano assai simili, dei Presidenti delle due Camere dicono che il Quirinale non è solo. Rischia la solitudine semmai chi, invece di affrontare la crisi con la politica dei fatti e migliorando le istituzioni, continua a chiedere elezioni, come una medicina per tutto. O anche come un alibi alle proprie paure e ai propri ritardi di fronte a questioni che aspettano da troppo tempo.
Le parole del Presidente nella «notte più vecchia» forse saranno diverse; con un sapore più vicino alla voglia di serenità della pubblica opinione. Ci sono tante altre cose da dire alla gente (che anche nei giorni di Natale, a “giocofermo”, ha dovuto subire, come ulteriore imbarbarimento, l´ossessivo “presentismo” del premier in tv). Ma il “già detto” sarà la musica di fondo della ripresa politica ad anno nuovo. Come nell´antica filastrocca infantile “stretta la foglia, larga la via; dite la vostra che ho detto la mia”.

La Repubblica 28.12.10

"Le amnesie dei cattolici in politica", di Gian Enrico Rusconi

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.

Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei post-fascisti incorreggibili. Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.

E’ ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell’esaurirsi dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad ieri. Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.

In questo contesto, Casini si presenta come l’uomo politico in grado di ricompattare l’intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E’ questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.

Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi – a costo di dire cose sgradevoli.

Non c’è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell’età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell’espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti – i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell’Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta – sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo – senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro – disse – c’era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d’anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell’evento dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».

Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell’Uomo giusto vittima dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell’identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l’autentico significato teologico – traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico – è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.

Se i cattolici hanno l’ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell’interpretare e nel gestire l’etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

La Stampa 28.12.10

"Un mese decisivo. Con i casi Bondi e Rai «l’esigua maggioranza andrà sotto», dice Ventura", di Maria Zegarelli

I dati Ipsos vedono i democratici in crescita e la vasta coalizione da Sel a Fini sopra il 50%. «A gennaio governo sotto» Il Pd ci prova e cresce al 25,4%. A gennaio parte la battaglia del Pd in Parlamento dove la maggioranza rischia grosso con le mozioni Bondi e Rai. Intanto Bersani lavora alla direzione del 13 per indicare la rotta ma anche per “unire” il partito. Pier Luigi Bersani lavora alla direzione del 13 gennaio per mettere a punto «una cura all’altezza della diagnosi» effettuata sul «paziente» Paese che la pazienza la sta perdendo mentre a curarlo ancora oggi c’è un medico «inadeguato», arrivato al capolinea di una carriera fallimentare. Ma per far fuori il «primario» il Pd deve lavorare su più fronti. Il gennaio caldo dei democratici si giocherà in Parlamento, soprattutto alla Camera dove la maggioranza è talmente risicata da rischiare il tonfo praticamente ad ogni voto, e nel partito stesso, per mettere a punto una piattaforma programmatica in grado di guidare il Paese «oltre il berlusconismo» e di creare una larga convergenza con le altre forze di opposizione. Nel cassetto del segretario l’ultimo sondaggio riservato Ipsos registra un Pd in risalita al 25,4% e un oltre 50% la somma dei partiti di opposizione, da Sel al Terzo Polo. «È la dimostrazione che se riuscissimo a realizzare un’alleanza costituente
puntando su pochi ma qualificanti punti, dalle riforme istituzionali, a quelle economico-sociali, alla riforma del fisco alla legge elettorale, potremmo davvero aprire una nuova fase per il Paese e un nuovo decennio», raccontano nel quartier generale del Pd.
LA ROAD MAP DEL PD
Prima ancora della direzione ci sarà la sentenza della Consulta che dovrà pronunciarsi, l’11, sul legittimo impedimento da cui dipende il futuro del premier e il dibattito politico dei giorni successivi. Tema che sarà inevitabilmente al centro del dibattito nel parlamentino Pd, nel corso del quale Bersani cercherà di ricucire gli “strappi” interni. Tanti i malumori, dai rottamatori di Firenze, a Veltroni, Fioroni e ieri anche i prodiani e stavolta non è escluso che la direzione si concluda con un voto finale sulla linea. Poi, Bersani partirà per il «viaggio in Italia» prima tappa il nord-est tra gli studenti, le piccole e medie imprese, le categorie economiche e sociali dal Nord al Sud. Il 22 gennaio a Torino c’è il Lingotto 2 di Modem, da dove Veltroni lancerà le cinque proposte per rilanciare il Pd e la vocazione maggioritaria e dove non è esclusa la stessa presenza del segretario. La settimana successiva, il 28 e il 29 a Napoli si riunirà l’Assemblea nazionale nella quale mettere a punto un piano programmatico definitivo sulla base del quale aprire le consultazioni con le altre forze di opposizione. «Presenteremo il nostro programma per far ripartire il Paese con proposte concrete e che vorrà starci si unirà a noi», ha spiegato il segretario ai suoi.
LA BATTAGLIA IN PARLAMENTO
Altra battaglia quella in Parlamento. Silvio Berlusconi in questi giorni ha dato mandato di riaprire la campagna acquisti per i deputati, si dice sicuro di averne già in tasca dieci ma c’è anche chi è molto meno ottimista di lui nello stesso Pdl. E quindi il gruppo Pd si prepara alla guerra. Primo appuntamento la conferenza dei capigruppo per la calendarizzazione dei lavori, due i temi che scottano per la maggioranza: la mozione di sfiducia al ministro Sandro Bondi e quella di Fli sul Tg1. In queste ore sempre più insistenti le voci che danno Bondi dimissionario, furibondo con Tremonti per il mancato reintegro per il Fondo per lo Spettacolo, ma preoccupato per l’alto rischio sfiducia.
Delicatissimo il passaggio della mozione di Fli, se non ci saranno passi indietro da parte del partito del presidente della Camera che, dopo il 14 dicembre, non si è speso più di tanto per la calendarizzazione. Il vicepresidente dei deputati Pd, Michele Ventura, è discretamente ottimista: «La maggioranza ha un problema politico serio e stando così le cose mi sembra difficile che riescano a convincere tutti i deputati che gli servono a fare il salto della quaglia. Di fatto per la maggioranza e il governo sarà impossibile affrontare le riforme importanti per il Paese». Terza insidia: il decreto milleproroghe che dovrà passare le forche caudine della Commissione bicamerale e della Bilancio (dove c’è sostanziale parità tra maggioranza e opposizione) per poi approdare in Aula.

L’Unità 28.12.10

"Il valore perduto della responsabilità", di Tullio Gregory

Un politico democristiano di primo piano che ha attraversato tutte le esperienze della Prima Repubblica è solito dire che probabilmente anche i suoi compagni di partito mangiavano, ma almeno sapevano stare a tavola. Se proprio non erano del tutto onesti, avevano pur sempre uno stile.

Questa considerazione mi è tornata in mente assistendo ad alcuni momenti del recente dibattito sulla fiducia alla Camera e, successivamente, a quello sulla riforma Gelmini in Senato: parolacce, insulti, gesti osceni, tutta una fenomenologia del cattivo gusto. E non è il solo caso nel quale abbiamo assistito non dico a una caduta di stile, ma all’assenza totale di stile, anzi all’assoluta mancanza di rispetto per le più elementari norme di buon comportamento, che appartengono, o dovrebbero appartenere, al patrimonio di ciascuno di noi, acquisito fin dalla scuola elementare.

Stile, del resto, vuol dire educazione, serietà, rispetto degli altri, impegno professionale e civile: tutte doti che in questa triste e oscura fine d’anno sembrano ormai eclissate dalla nostra vita quotidiana. La classe politica – quella che si insulta in Parlamento le poche volte in cui è massicciamente presente – rispecchia bene la società civile, almeno nella sua maggioranza. Fuga dalle responsabilità, rancore, invidia, rabbia, furbizia sembrano essere le direttrici dei comportamenti individuali e collettivi, cui corrisponde una ricerca del tornaconto immediato, senza alcun interesse per il bene comune e per quella che una volta si chiamava etica civile. Dalle polemiche tra istituzioni alla furia distruttrice di alcune frange estreme inseritesi nel movimento studentesco, fino al «Natale nella monnezza» di Napoli, è tutta una costante esplosione di comportamenti irresponsabili, violenti e irrazionali, con il rifiuto di un confronto civile e il disprezzo delle norme e delle istituzioni che costituiscono il fondamento della democrazia.

Siamo di fronte a una totale deresponsabilizzazione dei comportamenti: comincia dalla vita familiare che poco si interessa dell’educazione dei figli, ma li vuole proteggere dagli insegnanti rigorosi e ne favorisce l’esodo verso scuole facili, fino all’università, ove i molti laureifici assicurano il superamento degli esami e il conseguimento di una laurea; poi, in una continua fuga dalla realtà, la ricerca di case per vacanze, di viaggi esotici, di feste matrimoniali, tutto pagato a rate. Sovrana è la voglia di mostrare al vicino di essere di lui più furbi, più forti e benestanti.
Importante è non assumere responsabilità, poi si vedrà! Un concorso come quello per vicesovrintendente della Polizia di Stato ha sottoposto ai candidati sedicimila test sbagliati? Nessuno è responsabile e, forse, il concorso andrà ripetuto, a meno che un abile burocrate non salvi tutti, alla faccia dell’irregolarità del concorso e degli errori della commissione che ha formulato i test.
Del resto, quanto avvenuto nel recente concorso (di altre irregolarità in concorsi di quest’anno si è già persa memoria) sembra essere poca cosa di fronte al gioco sporco di interessi nati attorno a grandi cataclismi, come il terremoto dell’Aquila, o a scandalose emergenze come quella dei rifiuti in Campania: anche qui, promesse tante, nulla di fatto, nessuno è colpevole, mentre prosegue il lucroso lavoro delle cricche, aquilane o camorriste, ben protette da poteri che si fingono stupiti e non responsabili.

Forse proprio la deresponsabilizzazione costituisce il motivo comune nel variopinto e sconfortante panorama italiano. Non è responsabile il politico che promette e non mantiene, non lo è il chirurgo che trascura il paziente per litigare con il collega, non i commissari di un concorso palesemente irregolare, non il ragazzo che, non avendo studiato, viene bocciato, non il giornalista che non si accerta della veridicità di una notizia prima di riportarla, non il presidente di un ente – di raccolta spazzatura o di ricerca – che assume amici o parenti senza concorso, per chiamata diretta; non gli organi preposti alla tutela del patrimonio artistico che va in rovina, non i dirigenti dei servizi pubblici e della Protezione civile, quando lasciano tanti cittadini una notte in autostrada, bloccati dalla neve ampiamente prevista.

Nessuno vuole più farsi carico delle proprie scelte, e ancor meno del bene comune: la giustizia terrena procede lentamente e, se si hanno buoni avvocati e tanti mezzi, giunge a una sentenza definitiva quando il reato è già prescritto. D’altra parte, la giustizia celeste – siamo il Paese della Controriforma – permette sempre degli accomodamenti. Quanto al bene comune, i concittadini, tutti irresponsabili, diranno: parliamone la prossima volta.

Il Corriere della Sera 28.12.10

"Stop all'emigrazione dei precari. Congelate le graduatorie, sarà impossibile cambiare provincia", di Carlo Forte

I precari che intendono cambiare provincia dovranno aspettare ancora un anno. Nel decreto milleproroghe approvato dal consiglio dei ministri il 22 dicembre scorso è previsto, infatti, il prolungamento di un anno della vigenza delle attuali graduatorie a esaurimento (come anticipato da ItaliaOggi del 7 dicembre scorso).

E quindi chi sperava di giovarsi dell’inserimento a pettine in altra provincia, in occasione dell’aggiornamento delle graduatorie, inizialmente previsto per quest’anno, sarà costretto a rimanere dov’è. Almeno per l’anno scolastico 2011/2012. La proroga è stata motivata con la necessità di attendere che venga emanato il nuovo regolamento sul reclutamento del personale docente, previsto dall’art.1, comma 416 della legge 244/2007. Oltre a bloccare la mobilità tra una provincia e l’altra, la proroga preclude ai precari la possibilità di far valere, già dall’anno prossimo, il punteggio maturato negli ultimi due anni. E ciò vale sia per il punteggio di servizio che per il punteggio dei titoli (master, corsi di perefezionamento, altre lauree, dottorati ecc.). L’effetto preclusivo dell’incremento dei punteggi dovrebbe essere defintivo. Ma non è detta ancora l’ultima parola per la possibilità dell’inserimento a pettine. Che potrebbe addirittura avvenire nelle cosiddette province di coda, se la norma sul divieto di trasferimento dovesse essere cancellata dalla Corte costituzionale. E ciò potrebbe avvenire anche a breve. Perchè la Consulta dovrebbe esprimersi sulla questione il 26 gennaio prossimo. Ecco qualche dettaglio in più. La normativa attualmente in vigore preclude ai precari la possibilità di cambiare provincia inserendosi a pieno titolo nella graduatoria a esaurimento della provincia di arrivo. Ma consente agli interessati di ottenere l’inserimento in coda alle graduatorie a esaurimento di altre 3 province. In pratica, dunque, il docente precario già inserito in una graduatoria a esaurimento, non può uscire dalla graduatoria di appartenza per andare nella graduatoria di altra provincia a pieno titolo. Ma ha diritto ad essere inserito in coda nelle graduatorie di altre 3 province.

Questa preclusione ha suscitato un forte contenzioso. E il Tar del Lazio ha dato sistematicamente ragione ai precari che hanno chiesto l’inserimento a pettine anche nelle graduatorie di coda. E quindi il legislatore è intervenuto con una interpretazione autentica della normativa che dispone il divieto di mobilità. Ribadendo tale preclusione fino a quest’anno. E disponendo la riattribuzione del diritto alla mobilità da settembre 2011. Ma il governo ha disposto con il milleproroghe che i trasferimenti da una provincia ad un’altra non si faranno neppure quest’anno. E ha rimandato tutto all’anno prossimo. Nel frattempo, però, il Tar del Lazio, con l’ordinanza n. 230 del 5 febbraio 2010, ha ritenuto non manifestamente infondata una questione di legittimità costituzionale, presentata da alcuni ricorrenti. Che riguarda proprio la norma sull’inserimento in coda nelle province diverse da quella di appartenenza del precario interessato. E se la Consulta dovesse dichiarare l’incostituzionalità della norma contro il pettine, i precari avrebbero gioco facile a pretendere di essere inseriti a pettine nelle 3 graduatorie di coda delle ulteriori province dove risultano attualmente. E quindi si verificherebbe una sorta di copresenza a pieno titolo nelle graduatorie di 4 province contemporaneamente. Le sezioni unite della cassazione, peraltro, hanno ricordato di recente che il giudice al quale bisogna chiedere giustizia in materia di graduatorie non è il Tar, ma il giudice ordinario. Ma la legge prevede che, anche se il giudizio principale si estingue (nel nostro caso quella davanti al Tar) la pronuncia della Corte costituzionale vale lo stesso. E quindi se la Consulta deciderà in favore dell’inserimento a pettine, l’amministrazione dovrà adeguarsi.

da ItaliaOggi 28.12.10

"Fiat, Bersani chiama il Parlamento. La Fiom vuole lo sciopero generale", di Laura Matteucci

L’accelerazione di fine anno sulla Fiat che verrà, su cui Marchionne ha voluto spingere con l’accordo di giovedì scorso per Mirafiori, è ai massimi. Azienda e sindacati (eccetto la Fiom Cgil, che non ha firmato l’intesa del 15 giugno) si riuniscono oggi a Roma per mettere a punto il contratto della newco di Pomigliano, che interessa 4600 lavoratori: si discuterà di salario, orari, scatti di anzianità e diritti sindacali, con i firmatari che annunciano un contratto migliore di quello nazionale dei metalmeccanici e che «non rappresenterà alcuno sfregio» ai diritti. «Un contratto – dice BrunoVitali della Fim – che dovrà poi rientrare dentro Confindustria e rappresentare un salario più alto per tutti i lavoratori ». Il testo sarà chiuso in settimana, anche perchè da gennaio dovrebbero partire le assunzioni. E domani, invece, si riunisce in via straordinaria il comitato centrale del sindacato escluso, la Fiom, proprio per discutere le iniziative da assumere dopo l’intesa per Mirafiori. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, intanto, chiama in causa governo e Parlamento, perchè si pronuncino sul modello di relazioni sindacali che si vanno delineando. «Gli investimenti e l’utilizzazione piena degli impianti sono prioritari – dice Bersani – Però qui c’è una terza co- sa, che riguarda un effetto di sistema, cioè il sistema delle relazioni sindacali e della partecipazione dei lavoratori. Non è possibile che una palla di neve divenga una valanga per tutto il nostro sistema senza che nessuno ne parli». L’iniziativa della Fiat «se porterà a sollecitare – continua Bersani – una riforma dei meccanismi di partecipazione e rappresentanza del lavoro, avràun esito buono. Se invece porterà ad una disarticolazione dei rapporti sociali sarà molto negativa».

FORZA E RASSEGNAZIONE Susanna Camusso, segretaria della Cgil, è uscita con parole molto nette contro tutti: Marchionne è definito «antidemocratico e autoritario», Cisl e Uil sindacati aziendalisti, soprattutto per aver firmato un’intesa che esclude il terzo sindacato confederale, la Fiom «non può non aver commesso degli errori», e Confindustria non può restare immobile se vuole evitare la disarticolazione del sistema di relazioni industriali e rischiare l’esplosione del conflitto sociale. Domani, si diceva, il comitato della Fiom: la decisione di mobilitare l’intero gruppo Fiat viene data per scontata, mentre Giorgio Cremaschi è tornato ieri a chiedere alla Cgil quello che tutto il sindacato dei metalmeccanici ha già chiesto da tempo, lo sciopero generale. Un’iniziativa che, però, può venire decisa solo in sede di direttivo, e il prossimo non è stato ancora convocato. Il 10 gennaio, intanto, si riunisce la segreteria, mentre l’11 e il 12 si terrà l’assemblea nazionale delle Camere del Lavoro: saranno anche le sedi per delineare un percorso di mobilitazione (non solo su Fiat, ma per l’intero mondo del lavoro), a partire dalle marce per il lavoro che Camusso ha già lanciato. Il 2011 per i lavoratori della Fiat si annuncia durissimo, «ma noi continueremo a mobilitarci in tutte le sedi opportune», avverte Giorgio Airaudo, responsabile auto per la Fiom. «L’accordo per Mirafiori (dove ripartirà la cassa integrazione per un anno da febbraio, ndr) è costruito perchè non si possa più contrattare sul lavoro – spiega – E questo muta radicalmente le relazioni esistenti. È permeato di antisindacalità e, tra turni massacranti e pause ridotte, nontutela la salute dei lavoratori. Fim e Uilm hanno sbagliato: i sindacati nascono per dare forza a chi è debole, non per dirgli “rassegnati, non c’è altro da fare” ».

L’Unità 28.12.10