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"Se il Paese del buon cibo umilia i contadini", di Carlo Petrini

In Italia, invece, di agricoltura non si parla. Certo, il cibo è al centro dei nostri dibattiti culturali e mondani, economici e sociali. Negli ultimi vent´anni persino la sinistra ha iniziato ad accettare l´idea che occuparsi di cibo non è cosa indegna per un vero intellettuale, e la destra ha iniziato ad accettare l´idea che occuparsi di cibo non deve solo servire a solleticare i peggiori istinti identitari e nazionalisti. Ma l´agricoltura resta un argomento da evitare, buono per riunioni tecniche e convegni noiosi che potendo non si sceglierebbe di frequentare.
Probabilmente l´Italia del dopoguerra, proiettata sulla siderurgia, l´edilizia, il massacro di coste e ambiente a fini di lucro e di sedicente progresso, vedeva nell´agricoltura un imbarazzante ritratto di quel che era stata: povera, arretrata, inadeguata. Così per decenni i ministeri dell´Agricoltura furono i meno ambiti, una specie di Vandea in cui confinare chi non era riuscito a meritarsi di meglio. Gli ultimi due ministri, pur appartenendo allo stesso governo, si sono distinti per politiche e visioni totalmente opposte. Quote latte, Ogm, nuova ruralità: se il primo, Luca Zaia, diceva bianco, il secondo, Giancarlo Galan, dice nero. C´è da chiedersi cosa pensino a Bruxelles di questa politica schizofrenica; di certo, queste contraddizioni non sono state intercettate dall´opposizione perché su questi temi è più confusa dei due ministri.
Ci rincuora, invece, la recente presa di posizione degli assessori regionali all´agricoltura che, all´unanimità, hanno invitato il ministro Galan a rinunciare a stabilire le regole della coesistenza tra coltivazioni Ogm e coltivazioni convenzionali o biologiche e a definire invece le clausole di precauzione. L´Italia non ha bisogno di Ogm. Ha bisogno di un´agricoltura dei territori e della qualità, al servizio dell´ambiente e del tessuto sociale. Questo infinito, paziente lavoro lo svolge l´agricoltura di piccola scala, che è quella che dagli Ogm sarebbe completamente spazzata via, e che ha bisogno di riconquistare un posto nei conversari delle feste.
Quanto sia in salita il percorso che collega la società civile alle sedi istituzionali lo abbiamo visto tante volte, eppure qualcosa sta cambiando.
Per tutto il 2010, il nuovo commissario europeo all´Agricoltura, Dacian Ciolos, ha consultato non solo le organizzazioni di categoria, ma anche il movimento dei consumatori, le associazioni ambientaliste e i piccoli produttori. Questo confronto deve continuare e si deve sviluppare anche in Italia, altrimenti il nostro Paese resterà fuori da questo importante momento decisionale. Si fa un gran parlare di nuovi posti di lavoro e di come uscire da questa drammatica crisi e non si mettono in conto le straordinarie potenzialità di una nuova politica agricola.
Il documento pubblicato dalla Commissione a novembre lascia ben sperare, perché chiarisce, fin dal titolo, che l´agricoltura è una cosa che riguarda parecchi settori: l´alimentazione, certo, ma anche l´ambiente e il territorio. La sostenibilità è la parola chiave, anche quando si chiarisce che uno degli obiettivi resta ovviamente quello di assicurare l´approvvigionamento alimentare: produrre, certo, ma in maniera sostenibile.
Allo stesso modo, ed è il secondo obiettivo, occorre ragionare di comunità agricole, perché sono loro che garantiscono – a lungo termine – la gestione assennata delle risorse naturali, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la tutela della biodiversità, la dinamicità di un territorio e la sua vitalità economica. E il terzo obiettivo ha di nuovo a che fare con la sostenibilità, quando parla di preservare le comunità rurali (che sono qualcosa di più complesso, diversificato e ampio delle comunità agricole), per le quali a partire dall´agricoltura è possibile creare occupazione locale, con una serie di effetti positivi a cascata sull´ambiente, la società, i territori.
Per tutti questi motivi forse è giunto il momento di considerare non solo la matrice cristiana dell´Europa, ma il fatto che certamente gli europei hanno una matrice contadina. Proviamo a ricordarcene un po´ più spesso.

La Repubblica 28.12.10

"Formazione, rivoluzione emiliana Pronta la legge sulle qualifiche. Possibile anche diplomarsi", di Emanuela Micucci

La formazione professionale non va di moda? Le regioni si fanno la propria riforma per renderla più attraente agli studenti. L’ultima l’Emilia Romagna, che sta approvando le delibera della giunta regionale sul nuovo sistema regionale d’istruzione e formazione professionale (Ifp). Intanto, in Sardegna è la Cisl a chiedere la riforma regionale del settore.

Mentre la Lombardia si gode il successo del proprio sistema d’Ifp appena decretato dall’ultimo rapporto PISA 2009. Il modello emiliano prevede dal prossimo anno scolastico un percorso unitario tra istruzione e formazione professionale che raccorda i percorsi degli istituti scolastici e dei centri di formazione, rendendoli equivalenti e complementari. «Permette a tutti i ragazzi», spiega dall’assessore regionale alla scuola e formazione Patrizio Bianchi, «di fare un percorso di 5 anni per arrivare al diploma oppure di 3 anni per acquisire una qualifica. Nel nuovo sistema la regione investirà 55 milioni di euro all’anno». A gestire i percorsi triennali istituti professionali in sussidiarietà o enti di formazione professionale accreditati, secondo una coprogettazione tra scuola e enti che rappresenta la sfida del modello emiliano. Una controriforma Gelmini. Infatti, il riordino degli istituti professionali partito a settembre stabilisce percorsi quinquennali anche per l’istruzione professionale, che finora rilasciava una qualifica già al termine del terzo anno. L’Emilia Romagna, inoltre, sta pensando di realizzare un quarto anno per consentire agli studenti di rientrare nel percorso quinquennale e conseguire il diploma di scuola superiore. In Sardegna, invece, la Cisl chiede con urgenza l’apertura di un tavolo di confronto tra regione e sindacati per predisporre una riforma organica del sistema d’Ifp. Il 46% dei 18000 studenti sardi, infatti, sceglie di iscriversi al liceo, segno che «la risposta sulla filiera delle scuole a indirizzo tecnico è, dunque, deludente», sottolinea il sindacato, accusando anche il mondo delle imprese di aver sollecitato un rilancio dell’istruzione tecnica senza offrire esiti occupazionali. E la legge quadro regionale è anche una delle proposte della Cisl alla giunta regionale per abbattere la disoccupazione. In Lombardia, invece, il 17% dei ragazzi sceglie la nuova istruzione e formazione professionale regionale. E il modello lombardo, avviato nel 2007 con la legge 19, sembra dare risultati positivi. Come rivela l’ultimo rapporto internazionale PISA 2009, dove la Lombardia è la regione italiana che raggiunge i migliori posizionamenti, superando la media Ocse in lettura (522) matematica (516), scienze (526). Posizionandosi in lettura al livello del Canada, terzo migliore Paese, e in matematica poco sotto il Giappone (519) e sopra l’Australia (514). Un dato su cui «probabilmente incide la riforma regionale dell’istruzione e della formazione professionale», commenta Mario Cipollone, presidente dell’Invalsi.

da ItaliaOggi 28.12.10

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“Al via la gara per agguantare iscritti
Le scuole devono pianificare l’offerta formativa: le preiscrizioni si fanno entro il 12 febbraio”, di Alessandra Ricciardi

Da gennaio scuole in gara per agguantare nuovi iscritti. Il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, firmerà nei prossimi giorni la circolare sulle iscrizioni all’anno scolastico 2011/2012. Il termine fissato è unico per tutti gli ordini di scuola: entro il 12 febbraio, i genitori, e gli studenti se maggiorenni, dovranno presentare la relativa domanda.

Il che significa che appena riapriranno i battenti, presidi e insegnanti dovranno attrezzarsi da una parte per le attività di orientamento e dall’altro per la pianificazione dell’offerta formativa necessaria a convincere nuovi studenti a sceglierli. In un sistema sempre più concorrenziale, in cui dalla popolazione studentesca dipendono i finanziamenti ma anche lo stesso mantenimento in vita della scuola in quanto istituzione autonoma, l’appuntamento con le iscrizioni è decisivo. Da quest’anno c’è poi la grossa novità dei nuovi licei, ma soprattutto degli istituti di formazione professionale che a seguito dell’intesa raggiunta in conferenza stato-regioni, il 16 dicembre scorso, non potranno più accogliere iscritti alle classi prime dei vecchi corsi di qualifica triennale. Prorogati per l’anno in corso ma in regime surrogatorio. Quello degli istituti professionali è il canale più debole dell’istruzione secondaria, quello con il più alto tasso di dispersione, a cui la mazzata definitiva potrebbe giungere proprio dai corsi triennali, abilitati a rilasciare 21 qualifiche utili ad accedere subito al lavoro. E ad adempiere all’obbligo formativo a 16 anni.

Il ministero è deciso a precisare che gli istituti professionali potranno rilasciare qualifiche ma in regime di sussidiarietà: gli studenti potranno chiedere di frequentare l’istituto per cinque anni, ma contemporaneamente al terzo anno di conseguire la qualifica professionale presso lo stesso istituto; i professionali potranno poi organizzarsi anche per le sole qualifiche. In questo caso sarà necessario però avere il via libera dall’assessore regionale competente, e rispettare gli standard formativi previsti per gli Iepf.

Resta sempre la possibilità di iscriversi nelle strutture formative accreditate dalle regioni (secondo il decreto ministeriale del 29 novembre 2009) esclusivamente per le qualifiche triennali.

Resta l’obbligo anche per il prossimo anno di fare domanda presso un solo istituto scolastico. Questo allo scopo di evitare alterazioni degli organici, per le quali, ricorda il ministero, possono ricorrere gli estremi per danno erariale. Ma è data possibilità alle famiglie di indicare, al momento dell’iscrizione, in subordine fino a 2 istituti di proprio gradimento nel caso in cui la prima domanda non dovesse andare a buon fine. Per evitare contestazioni, i presidi dovranno indicare, e pubblicare nell’albo, i criteri in base ai quali, in presenza di esubero di domande, se ne accolgono alcune a dispetto di altre. Il mancato accoglimento dell’iscrizione va comunicata e motivata per iscritto nel più breve tempo possibile. In modo da consentire l’opzione presso un’altra scuola.

da ItaliaOggi 28.12.10

"Unità sindacale, la lezione che viene dal 1960", di Carlo Ghezzi

Nel luglio sessanta imponenti agitazioni scuotono il Paese, i morti di Reggio Emilia e della Sicilia, lo sciopero generale della Cgil pongono fine all’avventura del governo Tambroni appoggiato dal Movimento sociale italiano e determinano la fine dell’agonia del centrismo che impediva l’apertura di una fase politica nuova che porta al centro-sinistra ma anche all’avvio della «riscossa operaia». È a Milano che si compiono in quell’anno scelte sindacali che segnano un cambiamento epocale. La Fiom milanese (la rappresentanza sindacale dei metalmeccanici nella Cgil, ndr), diretta da Giuseppe Sacchi, e la Fim, ove opera Pierre Carniti, danno il via ad una stupefacente stagione di mobilitazioni caratterizzata da convergenze unitarie e da forme di lotta che anticipano quanto accadrà nell’autunno caldo mentre si vedono per la prima volta degli studenti sfilare con i lavoratori. Il dieci dicembre 1960 Intersind sottoscrive un accordo che recepisce le richieste degli elettromeccanici ma Assolombarda non accetta. Il suo fronte si sgretola e alcuni industriali cominciano a firmare accordi a livello aziendale. Il 1960 si conclude con l’immensa manifestazione indetta dalla sola Fiom di centomila elettromeccanici che a Natale si radunano in Piazza Duomo con i propri familiari. La scelta solleva l’avversione della Cisl e molte critiche sui giornali mentre i lavoratori raccolgono diffuse simpatie culminate con il saluto che il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, durante la Messa solenne rivolge a coloro che si battono per il rinnovo contrattuale e per una maggior giustizia sociale. Da allora si comincia a porre fine alla vecchia parola d’ordine «marciare divisi per colpire uniti» che viene sostituite da «uniti si vince» che favorisce l’unità tra lavoratori di diverse culture e storie e avvia la lunga preparazione dell’autunno caldo con le sue grandi conquiste sindacali, l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, le battaglie per un welfare universale e solidale. E oggi? In una situazione di una profonda divisione sindacale sulle politiche contrattuali, sul sistema di relazioni industriali, sulla natura e sul ruolo del sindacato, il riproporre quei fatti che contribuirono a riportare il lavoro e la sua dignità nella parte alta dell’agenda politica può stimolarci a riflettere su quali siano i grimaldelli che possono scardinare il preoccupante muro di incomunicabilità eretto tra le organizzazioni sindacali, la pratica degli accordi separati, la mortificazione della democrazia sindacale e della partecipazione dei lavoratori.

L’Unità 28.12.10

"I tre voti che pesano sul futuro del paese", di Eugenio Scalfari

Inizio questo articolo con un´ipotesi. So bene che l´ipotesi configura una realtà virtuale che spesso non coincide con quella reale ma ci aiuta spesso a capire meglio quello che è accaduto. Facciamo dunque l´ipotesi che il 14 dicembre scorso il governo fosse stato battuto, sia pure per un solo voto, e che Berlusconi si fosse dimesso chiedendo al presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.
Il Presidente – l´ha detto pochi giorni dopo parlando alle Alte Cariche dello Stato – è in linea di principio contrario allo scioglimento anticipato di una legislatura; perciò, prima di addivenire alla richiesta del premier dimissionario, avrebbe verificato l´esistenza di una maggioranza alternativa.
Quella maggioranza – contraria allo scioglimento anticipato ma tuttavia incapace di esprimere un governo coeso e di indicarne il premier – c´era come tuttora presumibilmente c´è. Che cosa avrebbe fatto Giorgio Napolitano di fronte ad un Parlamento che non vuole essere mandato a casa ma non riesce a indicare un nuovo premier?
Forse avrebbe risolto il problema affidando l´incarico di formare un governo ad un uomo al di fuori dei partiti, con una forte caratura economica e/o costituzionale, in grado di portare avanti la legislatura rafforzando e restaurando le istituzioni e riconciliando con la politica quella moltitudine di cittadini che è profondamente delusa dall´imbarbarimento istituzionale in atto.
Personaggi adeguati da un tale incarico ce ne sono in abbondanza, a cominciare dal governatore della Banca d´Italia, dal presidente del Consiglio di Stato, dal presidente della Corte Costituzionale, da qualche «emerito» di quella medesima istituzione. Per salvare la continuità politica, il Capo dello Stato avrebbe potuto perfino affidare l´incarico ad un «eminente» della maggioranza berlusconiana, del tipo di Gianni Letta, di Pisanu, di Tremonti.
Un governo formato con questi criteri avrebbe probabilmente riscosso la fiducia del Parlamento anche perché, al di là delle appartenenze di partito, un´elevata percentuale di deputati e di senatori non ha nessuna voglia di ritornare ai propri lavori domestici e – in aggiunta – un´elevata percentuale di cittadini elettori non ha alcun desiderio di tornare anticipatamente al voto. Un´ultima considerazione: un voto fatto in questa fase e con la legge elettorale vigente darebbe probabilmente una maggioranza di un tipo alla Camera e una maggioranza di una diversa tipologia politica al Senato. Si avrebbe perciò una nuova legislatura con due Camere diversamente orientate tra di loro, e quindi con una situazione travagliata come e più di quella attuale.
Aggiungo dal canto mio che una campagna elettorale nella presente congiuntura economica non farebbe che esasperare lo scontro sociale già largamente in atto e rappresenterebbe una ghiotta occasione per incoraggiare la speculazione ad attaccare il nostro debito sovrano sui mercati finanziari. Questa del resto è anche l´opinione manifestata pubblicamente e più volte dal Capo dello Stato.
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Tutto il ragionamento fin qui svolto si basa su ipotesi logiche che non prevedono alcuna forzatura costituzionale. Infatti, per quanto riguarda le prerogative del Quirinale, la Corte è chiarissima in proposito: il Capo dello Stato, sentiti i presidenti delle Camere e i gruppi parlamentari, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. La medesima procedura è prevista per lo scioglimento delle Camere.
È perciò probabile che le cose sarebbero andate così, con largo vantaggio per le istituzioni, per i cittadini e quindi per il paese. Ma le ipotesi non sempre si verificano. Nel nostro caso, il 14 dicembre il premier ha avuto un´ampia maggioranza al Senato e la fiducia della Camera per tre voti di scarto. Le modalità di acquisizione di quei tre voti sono note ma ufficialmente non contestabili, salvo improbabili esiti dell´inchiesta giudiziaria in corso.
Il governo è quindi in carica nella piena legalità costituzionale e può benissimo proporsi di andare avanti fino al termine naturale della legislatura, varando un programma di riforme sociali, economiche e istituzionali. Non l´ha fatto prima, quando disponeva di una vasta maggioranza in entrambe le Camere. Potrà farlo ora con tre voti o magari con dieci di sostegno?
Berlusconi e soprattutto Bossi si sono dati la metà di gennaio come termine ultimo. Se a quella data la maggioranza si sarà rafforzata quantitativamente e politicamente, con un accordo con Casini, andrà avanti. In caso contrario Berlusconi andrà al Quirinale a dimettersi chiedendo le elezioni anticipate.
Che cosa farà a quel punto il Capo dello Stato?
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I presupposti della sua azione non sono diversi da quelli precedenti al 14 dicembre scorso. Dovrà perciò verificare se in Parlamento emergerà una maggioranza contraria allo scioglimento oppure no.
In quest´ultimo caso la continuità da lui auspicata sarà interrotta e i pericoli per la stabilità economica si riproporranno tali e quali. Avremo dunque perso inutilmente un mese e ci ritroveremo nella stessa situazione dopo aver offerto purtroppo ai cittadini e alla pubblica opinione internazionale lo spettacolo del peggior trasformismo che si sia mai verificato in un paese democraticamente maturo dell´Occidente.
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Avremo dunque la risposta tra tre settimane e ci sarà anche per quella data la sentenza della Corte sul «legittimo impedimento», che non è un elemento indifferente rispetto alle varie ipotesi sopra indicate.
Mi domando, e molti si domandano con me, quale sarà l´atteggiamento del centrosinistra nell´ipotesi di elezioni anticipate, oppure in quella di un accordo Berlusconi-Casini-Fini. Vediamo.
Accordo di Casini-Fini con Berlusconi: la legislatura procede fino al 2013 e tenta di fare le riforme tante volte promesse e mai effettuate: nuova legge elettorale, Senato federale, diminuzione del numero dei parlamentari, federalismo fiscale, riforma della giustizia per rendere il processo civile e quello penali più rapidi e il ruolo del Pubblico ministero più simile a quello di un avvocato di accusa. Infine, riforma fiscale che diminuisca il peso delle imposte sul reddito e introduca un prelievo sul patrimonio al di sopra di una certa soglia.
Il gruppo Casini-Fini cercherà di modellare quelle riforme nella prospettiva d´una nuova destra, «repubblicana», che si troverà di volta in volta in contrasto con il populismo berlusconiano o con la Lega o con tutti e due. Se Casini-Fini si appiattissero sui desideri del premier, non si capirebbe per quale motivo sia stata montata questa cagnara da quattro mesi a questa parte.
Sarà dunque un processo molto travagliato, quello sulle riforme, nel corso del quale il Partito democratico potrà essere determinante per far pendere la bilancia dall´uno o dall´altro lato. Ma proprio per questo travaglio è molto probabile che Berlusconi e Bossi manderanno al più presto tutto all´aria.
Se invece il percorso delle riforme proseguisse e con esso la legislatura, verrà anche il momento della scadenza del mandato di Bersani da segretario del Pd e ci sarà un nuovo congresso e nuove primarie di partito. Bersani presumibilmente si ricandiderà ed avrà quasi certamente Veltroni come concorrente. Di Pietro e Vendola saranno fuori da questa tenzone che riguarda soltanto il Pd. Se invece a gennaio Berlusconi e Bossi, non riuscendo a rafforzare la maggioranza, decideranno per la crisi e se Napolitano dovesse accettare lo scioglimento delle Camere, si verificherebbe l´ipotesi peggiore per il Pd, che si troverebbe alle prese con il Terzo Polo sulla sua destra e con Vendola e Di Pietro sulla sua sinistra.
Andare alle elezioni da solo significherà per il Pd esporsi dunque a perder voti sull´uno e sull´altro versante. Puntare su un´alleanza con Casini significherà un salasso a sinistra; puntare sull´alleanza con Vendola significherà affrontare le primarie di coalizione che vedranno molteplici candidati ai nastri di partenza. Non è immaginario pensare che oltre a Bersani e Vendola ci saranno anche Veltroni, probabilmente Bindi e D´Alema, per non parlare di Di Pietro. Una situazione che rischia di polverizzare l´intera sinistra.
Questo è il panorama che occorre evitare a tutti i costi, sperando nella saggezza e nell´umiltà dei vari interlocutori e in un accordo di tutte le opposizioni.
Se debbo dire la mia, questa dell´accordo generale mi sembra un´ipotesi cosiddetta di terzo grado, teoricamente la sola valida, praticamente impossibile da realizzare.
Come si vede, quei tre voti del 14 dicembre rischiano di avere come risultato la scomparsa della sinistra italiana e di consegnare il paese per altri dieci anni al berlusconismo populista, autoritario e leghista. Con la speculazione che spennerà il nostro debito sovrano a suo piacimento.
Chi volesse trovare un solo colpevole non riuscirebbe, lo sono tutti, nessuno escluso.

La Repubblica 27.12.10

"La tirannia quotidiana dei lunghi commi", di Mchele Ainis

Le novità del 2011? Sarebbero piaciute a Pascoli, il poeta delle piccole cose. Ma chi non abbia un animo poetico difficilmente potrà entusiasmarsi per questa minutaglia normativa che sta per caderci addosso, senza un progetto organico, senza un respiro. Per carità, è importante introdurre un limite di cilindrata per i neopatentati, o bandire il bisfenolo A dai biberon. È rassicurante l’aumento delle multe, significa che dopotutto il futuro non è che la prosecuzione del passato. È edificante il test d’italiano per gli immigrati, che lo imparino bene almeno loro, noi italiani non sappiamo più parlarlo. Ma se t’aspettavi uno scatto di reni allora no, farai meglio a restartene seduto.
D’altronde anche le innovazioni più salienti sono in realtà mezze innovazioni, promesse normative fin qui senza riscontro. Vale per il federalismo fiscale, dove in assenza dei decreti d’attuazione le pagine bianche prevalgono su quelle appena scritte. Vale per i processi civili, dove la conciliazione obbligatoria può innescare una robusta cura dimagrante per il pachiderma giudiziario, ma può anche risolversi in un quarto grado di giudizio, come se già tre non fossero abbastanza. Vale per l’università, dato che la riforma Gelmini s’affida a un centinaio di regolamenti per andare a regime, e chissà come verranno costruiti, e chissà quante altre norme ci pioveranno sul groppone.

Ecco, le norme. A indicare una terapia normativa per i nostri malanni, invece della siringa dovremmo usare un bel bisturi affilato. Ormai si governa pressoché esclusivamente per decreto, e ogni decreto si gonfia come un ascesso dentale, tanto da ospitare oltre 2 milioni di caratteri, secondo la media del biennio 2008-2010 (erano 1.128.000 nel biennio precedente). Ma la libertà, così come l’efficienza, si guadagna con una norma in meno, non con un comma in più. E le norme da tagliare sono ben più di quelle da iniettare nel corpaccione del nostro ordinamento. Se il ministro per la Semplificazione vi si dedicasse, se in aggiunta mettesse al bando l’ostrogoto che è la lingua ufficiale delle leggi, diventerebbe più semplice anche la nostra esistenza collettiva.Ma c’è un altro dicastero di cui l’Italia ha più che mai bisogno: quello per la Liberazione. Dobbiamo liberarci al più presto dal potere delle lobby, dei mandarini di partito, delle cordate laiche o religiose, di destra o di sinistra, in doppiopetto blu o con indosso una grisaglia da sindacalista. Dobbiamo promuovere il ricambio delle classi dirigenti, facendo spazio a forze fresche, nonché a chiunque abbia idee fresche da mettere in circolazione. Dobbiamo eliminare i troppi conflitti d’interesse che negano l’interesse del Paese. Dobbiamo forgiare un nuovo concetto di cittadinanza, introducendo il controllo degli elettori sugli eletti, dei governati sui governanti. In breve, c’è bisogno di restituire corpo e fiato a tre idee fin qui declamate nei salotti, bestemmiate nella prassi: responsabilità, concorrenza, merito.
Significa che bisogna prendere sul serio la promessa d’eguaglianza tra il genere maschile e femminile iscritta nella Costituzione, e rafforzata con un doppio emendamento agli articoli 51 e 117 approvato all’alba del decennio che sta per tramontare.

Ma le pari opportunità sono rimaste sulla carta, se è vero che le donne viaggiano attorno al 3% fra i primari ospedalieri, fra i rettori, fra i direttori dei giornali. Di più: l’Italia è fanalino di coda anche per la presenza femminile nei settori produttivi, dato che nei Cda delle società quotate in borsa le donne sono il 4% appena, contro una media europea dell’11%. Un rimedio ci sarebbe: la proposta in discussione alla Camera, che colorerebbe di rosa almeno un terzo dei vertici aziendali, sulla scia di quanto ha già stabilito la Norvegia. Una proposta, forse, troppo radicale, perché punisce i disobbedienti anziché premiare gli obbedienti; ma a mali estremi, estremi rimedi.

E a proposito di cure radicali. Nel Paese del familismo amorale, della parentopoli perenne, dell’ascensore sociale sempre fermo al piano, insomma in quest’Italia dove 7 operai su 10 sono figli d’operai, e dove per converso il 40% degli architetti, dei medici, degli avvocati, degli ingegneri e via elencando fa lo stesso mestiere di papà, non resta che un sistema per correggere l’andazzo. Quale? Introdurre una penalità per chi concorra a ottenere la stessa posizione che hanno già raggiunto i genitori. Ma tanto non lo faremo mai, così come non riusciremo a battezzare l’unico antidoto contro i conflitti d’interesse: è vietato posare le proprie auguste chiappe su più di una poltrona. Eppure lo imporrebbe una legge fisica, prima che giuridica.

Rimane il capitolo delle riforme costituzionali, quelle cui maggiormente s’appassionano i politici, salvo non cavare mai un ragno dal buco. E qui in effetti ce n’è per tutti i gusti, dagli interventi sul bicameralismo alla correzione della forma di governo, dall’abolizione delle province alla sforbiciata sul numero dei parlamentari, per concludere con la legge elettorale, che non ha spazio nella Costituzione ma intanto ha prosciugato tutto lo spazio della Costituzione. Tuttavia se c’è un’urgenza, una priorità per ricucire il divorzio che ormai si è consumato fra popolo e palazzo, questa consiste in un’iniezione di democrazia diretta nel corpo sfibrato delle nostre istituzioni. Significa la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli, e significa al contempo una cura ricostituente per il referendum. Ma già che ci siamo, potremmo altresì rispolverare una lezione greca, per mettere un freno agli oligarchi a vita, nella società politica non meno che nella società civile. Si legge così: è vietato posare le proprie auguste chiappe più di due volte sulla medesima poltrona.

Il Sole 24 Ore 27.12.10

Camusso all´attacco di Marchionne "Antidemocratico e autoritario", di Roberto Mania

Noi non avremmo mai firmato un accordo concordando l´esclusione di un sindacato dall´azienda. O fa sentire la sua autorevolezza nel sistema delle imprese o prevarranno le regole della giungla. Un sindacato non può limitarsi all´opposizione, altrimenti rinuncia alla tutela concreta dei lavoratori. «Sergio Marchionne? Un antidemocratico, illiberale e autoritario», risponde Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che per la prima volta parla dell´accordo separato alla Fiat-Chrysler raggiunto alla vigilia di Natale. Un´intesa – dice – che la Cgil non avrebbe mai firmato perché «non si può concordare l´esclusione di un sindacato». Camusso attacca Cisl e Uil: «Si sono trasformate in sindacati aziendalisti che propagano la posizione della Fiat». Poi la Confindustria: «O fa sentire la sua autorevolezza nel sistema delle imprese oppure prevarranno le regole della giungla. Non può limitarsi a guardare perché è in atto un´offensiva pure nei suoi confronti». Ma ci sono anche errori della Fiom, sostiene il leader della Cgil: «Dovremo discuterne al nostro interno». Nessuno sciopero in vista (a parte quello della Fiom) ma una grande campagna sul tema della libertà sindacale. E il Pd? «Bene Bersani – risponde Camusso -, ma troppo spesso a sinistra si sviluppa uno stucchevole dibattito sull´innovazione senza accorgersi che può rappresentare anche un profondo arretramento».
Cosa significa l´esclusione della Fiom da Mirafiori, fabbrica simbolo nella storia industriale italiana?
«Significa il ritorno agli anni Cinquanta. Allora c´erano i reparti confino, oggi c´è l´esclusione della rappresentanza sindacale. L´idea, tuttavia, è esattamente la stessa. E cioè quella di costruire un sindacato non aziendale bensì aziendalista il cui unico scopo è quello di propagare le posizioni dell´impresa».
Non le pare un po´ offensivo nei confronti della Cisl e della Uil?
«Guardi, nel suo libro “Il tempo della semina”, Bonanni racconta con orgoglio come, proprio negli anni Cinquanta, la Cisl rifiutò la richiesta della Fiat di inserire nelle liste cisline per l´elezione delle Commissioni interne alcuni nomi graditi all´azienda. È Bonanni che illustra bene come il sindacato aziendale sia la negazione di quello confederale. Ora dovrebbe spiegarci lui come considera un accordo che contiene al suo interno le regole per escludere un altro sindacato confederale».
Si sta prefigurando un sistema di relazioni industriali senza la Cgil?
«Secondo me la Fiat ha deliberatamente costruito una successione di eventi per negare la libertà sindacale».
Marchionne ha sempre detto che tesi di questo genere non stanno né in cielo né in terra.
«E allora, perché non applica l´accordo interconfederale del ´93 sulla libertà sindacale? Vorrei poi ricordare a Confindustria che non può restare immobile se vuole evitare che salti, come ha riconosciuto, il sistema della rappresentanza sindacale. Se non si vuole rischiare che il conflitto sociale diventi ingovernabile bisogna al più presto trovare un accordo sulla rappresentanza e la democrazia sindacali che completi il protocollo del ‘93».
Spetta alla Confindustria aprire il negoziato?
«È irrilevante chi lo fa. Io credo che Cisl e Uil abbiano sottovalutato l´effetto dell´intesa per Mirafiori. Perché quando si permette a una grande impresa di escludere un sindacato, si sa con chi si comincia ma non si sa con chi si finisce».
Considera Marchionne un innovatore o, come si diceva un tempo, un reazionario?
«Penso che il tratto distintivo di quell´accordo sia il suo essere anti-democratico. Direi che Marchionne è un anti-democratico e illiberale. Il tema vero è questo. Aggiungo che non può esserci un modello partecipativo che si fondi sull´impedimento della libertà sindacale».
Ma la Fiom non poteva firmare “turandosi il naso”, rimanendo però all´interno della fabbrica?
«È difficile applicare il principio del voto con il naso turato nelle trattative sindacali. La Fiom, possibilmente con la Cgil, dovrà aprire una discussione su questa sconfitta. Perché, l´ho già detto, un sindacato non può limitarsi all´opposizione altrimenti rinuncia alla tutela concreta dei lavoratori».
Sta criticando la Fiom. Le colpe, allora, sono anche a casa sua?
«Quando c´è una sconfitta non possono non essere stati commessi degli errori. Nessuna grande sconfitta è solo figlia della controparte. Ce l´ha insegnato Di Vittorio: se anche ci fosse una responsabilità in percentuale minima, su quella ci si deve interrogare».
Perché condivide il no all´accordo per Mirafiori?
«Perché quella proposta è poco rispettosa della fatica del lavoro. Non si può applicare ai lavoratori la cosiddetta “clausola di responsabilità”, secondo la quale non è possibile opporsi all´intesa e scioperare anche se le condizioni di lavoro diventano insopportabili. Una clausola di quel tipo possono sceglierla sindacati e imprese ma non possono subirla i lavoratori».
Dunque, questo è il motivo del no?
«Questo è il motivo . Comunque la Cgil non firmerebbe mai un accordo che escludesse un altro sindacato».
Ammetterà almeno che Cisl e Uil hanno reso possibile l´investimento della Fiat e così il futuro produttivo di Mirafiori?
«Capisco questo ragionamento e lo considero un tema importante. Tuttavia mi piacerebbe sapere qual è il progetto “Fabbrica Italia” e come la Fiat pensi di colmare il ritardo che ha accumulato rispetto ai suoi concorrenti sul versante dei modelli. Ma anche per questo continuo a non comprendere quale necessità ci fosse di ricorrere a un modello autoritario che ci riporta agli anni Cinquanta».

La Repubblica 27.12.10

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Mirafiori: Fassina, “Accordo regressivo, servono regole per la democrazia sindacale”, di Stefano Fassina,

“L’accordo separato su Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, non può essere giudicato un successo da nessuno. E’ un accordo regressivo.” Lo afferma Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd.
“Innanzitutto, – prosegue Fassina – è frutto di una drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale finanziario libero nella dimensione globale e lavoro prigioniero della dimensione locale. Ma, è anche frutto di regole della rappresentanza inadeguate e di inadeguate regole della democrazia nei luoghi di lavoro. L’accordo, di fatto, apre allo smantellamento del contratto nazionale, alla negazione della democrazia sindacale, alla concorrenza al ribasso sulle condizioni del lavoro.” “Per ricondurre le newco Fiat al perimetro interconfederale e del contratto nazionale – continua Fassina – ed evitare una deriva perdente per tutti, di fronte ad un governo impegnato a far regredire i diritti dei lavoratori, i livelli di rappresentanza confederali dovrebbero al più presto arrivare ad un accordo sulle regole della rappresentanza e di validazione dei contratti, in modo da garantirne l’esigibilità, necessaria ad aziende e lavoratori, ma in un contesto unitario e pienamente democratico. Un accordo – conclude Fassina – che il Parlamento dovrebbe raccogliere per fare una legge-quadro”.

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"Bloccate le graduatorie dei prof. niente “bonus” per la maturità", di A. Mig.

Nessun aggiornamento per i precari, impossibile cambiare provincia. Graduatorie bloccate (non verranno aggiornate nel prossimo anno come previsto e, dunque, i docenti non potranno cambiare provincia di lavoro) e niente ‘bonus’ maturità anche per quest’anno. Sono i due ‘pacchi dono’ che l’amministrazione scolastica ha inserito nel milleproroghe approvato dal governo qualche giorno fa e che non mancheranno di suscitare perplessità e polemiche.
Per quanto riguarda i docenti precari (nelle graduatorie ce ne sono 230mila, il 48% sono del Sud) il milleproroghe (che ora andrà convertito entro 60 giorni) stabilisce che le graduatorie provinciali non saranno aggiornate nel 2011, come invece era previsto. L’aggiornamento ci sarà nel 2012, salvo nuovi rinvii. L’effetto pratico? Un insegnante non potrà decidere, se nella sua provincia le graduatorie sono troppo ingolfate, di spostarsi in un’altra città per trovare più facilmente lavoro. Niente trasferimenti da Nord a Sud e, soprattutto, viceversa. Un regalo alla Lega? Se lo chiedono in molti, mentre gli insegnanti sono già in fibrillazione.
Nel 2011, infatti, doveva scattare la possibilità, stabilita in un decreto Gelmini, di inserirsi nelle graduatorie di altre province a pettine, cioè in base al proprio punteggio, per un massimo di due città. Possibilità sfumata. Come sfuma pure la possibilità di aggiornare il proprio punteggio e, quindi, di poter scalare di qualche posto verso l’alto nella graduatoria della propria provincia. Per molti significherà qualche speranza in meno di ottenere un contratto.
Il ministro, come si legge nel decreto milleproroghe, ha preso questa decisione in attesa del nuovo regolamento sul reclutamento degli insegnanti che dovrebbe arrivare proprio nel 2011. Brutte sorprese anche per i meritevoli delle scuole superiori. Anche quest’anno la maturità non farà punteggio per entrare all’università nei famigerati corsi a numero chiuso. La novità, introdotta nel 2007 dal governo Prodi, prevedeva la possibilità per i più bravi di portarsi in dote 25 punti nei test di accesso all’università. Punti che vanno guadagnati: serve un curriculum brillante. La norma non ha mai trovato riscontro.
In quattro anni la commissione che lavora al ministero per l’applicazione della norma non ha raggiunto ancora un accordo su come ‘calibrare’ i voti in uscita da diverse scuole e indirizzi: un 100 preso nell’istituto x non è uguale a quello di un istituto y, si sa.
Si cerca la soluzione. Anche per chi prende titoli stranieri come il baccaloreato francese. La ministra Gelmini aveva già deciso, sollecitata dai rettori e dalle facoltà, di abbassare i punti da 25 a 10. Ma anche quest’anno, per problemi tecnici, i meritevoli non potranno spendere il loro diploma nell’accesso all’università.

Il Messaggero 27.12.10