Latest Posts

"Inceneritori fantasma e discariche in tilt tre anni di crisi, promesse e rivolte", di Cristina Zagaria

Gli interessi della camorra e il flop della raccolta differenziata, ferma al 20 per cento. Un´emergenza continua che ha fatto saltare tutte le regole del ciclo dei rifiuti. Tutte le regole del ciclo dei rifiuti in Campania sono saltate. Tre anni (2008-2009-2010) di emergenza continua. Gli esperti della Commissione europea lo hanno detto chiaro e forte: «Non è cambiato niente». Perché la crisi è diventata quotidiana? La differenziata è a livelli bassissimi. La Campania produce 7.200 tonnellate di rifiuti al giorno (solo Napoli tra le 1300/1500). E la Regione è ferma al 20 per cento (doveva essere al 35) di raccolta differenziata. Napoli è al 19, (107 mila tonnellate nel 2010). Ed è magra la consolazione che Roma è sotto il 20, Palermo al 3, Genova al 21.
La Campania non ricicla la frazione organica che manda fuori regione. Delle 7200 tonnellate prodotte al giorno, 3700 finiscono nelle discariche, perennemente in affanno. La legge del 2008 che pose fine alla prima emergenza prevedeva in regione 10 discariche, in realtà ne funzionano solo 5. Chiaiano chiuderà a marzo e Terzigno a ottobre. Due sono state già chiuse e tre sono state cancellate da successivi decreti (Terzigno, Andretta nell´Avellinese e Macchia Soprana, nel salernitano). Rispetto al piano del 2008 ci sono 6 milioni di tonnellate di rifiuti da «collocare». Gli Stir, impianti di tritovagliatura, sono 7, tre a Napoli (Giugliano, Caivano e Tufino) e uno ciascuno nelle altre province. Il numero è sufficiente, ma gli stabilimenti sono antiquati. Abbandonati per anni dall´Impregilo (l´azienda che ha gettito il ciclo fino al 2006 e per quel periodo l´ex management è finito sotto inchiesta) non sono in grado di riciclare i rifiuti lavorati e spesso vanno in tilt.
In più ogni provincia deve gestire i rifiuti nel suo territorio. Napoli è quella più in affanno anche perché è la provincia in cui risiede il 53 per cento della popolazione nell´8 per cento del territorio. Al momento i rifiuti in eccesso lavorati dagli Stir vanno fuori regione e all´estero. Con costi esorbitanti (che pagheranno i cittadini con la Tarsu). In Spagna andranno 60 mila tonnellate di rifiuti napoletani, al costo di 150 euro a tonnellate. Totale, 9 milioni. Con la stessa cifra si può costruire in sei mesi un impianto di compostaggio lasciando alle altre province campane la disponibilità delle discariche.
L´ultimo grande nodo sono gli inceneritori. Ad oggi lavora solo Acerra (prima gestito da Impregilo e ora da A2a), che in questi giorni sta bruciando fino a 2100 tonnellate al giorno, rispetto a una capacità ordinaria di 1900. Il superlavoro impedisce la manutenzione ordinaria e si rischia lo stop. La terza linea è partita nei giorni scorsi. Il piano del 2008 prevedeva quattro termovalorizzatori, nell´ultimo decreto sono diventati tre (con Napoli e Salerno). Ma ci vogliono almeno tre anni per costruirne uno e non sono state bandite le gare. Poi si devono aggiungere le otto milioni di tonnellate di ecoballe accumulate tra Napoli e Caserta e il nuovo decreto (approvato dalla Camera) che affida al governatore Caldoro la nomina dei commissari per gli inceneritori. Commissari che potrebbero azzerare tutto e ripartire da zero.

La Repubblica 27.12.10

******

Rifiuti, Amendola: “Situazione provincia di Napoli è drammatica”

Il 22 ottobre Berlusconi disse che in dieci giorni Napoli sarebbe stata pulita, dopo una settimana ripeté che in tre giorni non ci sarebbe stata più spazzatura. E’ passato Natale e i pacchi dono che il Premier ha regalato a Napoli e alla provincia sono quelli dell’immondizia ancora per le strade
“L’emergenza rifiuti non e’ solo a Napoli città. Molti Comuni della provincia in queste ore sono completamente sommersi di rifiuti. Nell’hinterland partenopeo la situazione e’ drammatica e l’ente Provincia e’ completamente assente”. Cosi’ Enzo Amendola, segretario regionale del Pd Campania.
“Purtroppo siamo stati facili profeti. Il 22 ottobre Berlusconi disse che in dieci giorni Napoli sarebbe stata pulita, dopo una settimana ripete’ che in tre giorni non ci sarebbe stata piu’ spazzatura. Siamo a Natale e i pacchi dono che il Premier ha regalato a Napoli e alla provincia sono quelli dell’immondizia ancora per le strade” aggiunge Amendola.“Oltre il danno anche la beffa del decreto approvato che non risolve per nulla l’emergenza. Ci saranno nuovi commissari e nuove confusioni normative. Il presidente di Palazzo Matteotti, Luigi Cesaro, e di Palazzo Santa Lucia, Stefano Caldoro – spiega Amendola – si assumano le proprie responsabilità: indichino ai Comuni della provincia di Napoli dei siti dove scaricare e ci dicano come uscire da questa grave crisi, sicuramente peggiore di quella del 2008” conclude il segretario regionale del Pd Campania.

www.partitodemocratico.it

"Natale, non si ferma la protesta dei lavoratori", di Laura Matteucci

Sono centinaia e centinaia in tutta Italia le persone che il Natale l’hanno passato nei luoghi di lavoro (o di ex lavoro), e per migliaia queste sono feste di rabbia, di timori, di speranza. All’Asinara, in Sardegna, gli operai della Vinyls hanno deciso di non abbandonare i presidi dell’isola e della torre aragonese di Porto Torres, simboli della lotta da oltre 300 giorni, con la speranza che il regalo più atteso, il posto di lavoro, arrivi nei primi mesi dell’anno nuovo. Dopo l’intesa preliminare raggiunta al ministero dello Sviluppo tra l’Eni e gli acquirenti del fondo svizzero Gita, da Porto Marghera è arrivato giusto alla vigilia di Natale l’annuncio dell’abbandono della torre, ma all’Asinra non si fidano troppo. Raggiunti dai familiari, gli operai sono rimasti lì, blindati dentro l’isola-carcere, per far valere il diritto ad un’occupazione. Natale davanti ai cancelli della fabbrica anche per i cassintegrati della Yamaha di Gerno di Lesmo, che un anno fa ha annunciato la chiusura del sito brianzolo. Dal 10 dicembre gli operai sono tornati a presidiare i cancelli per sollecitare l’utilizzo di un fondo di quasi 7,5 milioni accantonati a loro favore per la gestione della crisi, e la vigilia hanno anche inviato una lettera all’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, per ringraziarlo e richiamarne l’attenzione. «Ci tra loro operai che riuscivano a vivere dignitosamente con lo stipendio da 1300 euro al mese – spiega Gianluigi Redaelli, segretario della Fim Cisl Brianza – Ora con 600-700 molti di loro si sono rivolti al fondo di solidarietà della Diocesi ».

COL FIATO SOSPESO Un 25 dicembre molto simile l’hanno trascorso anche gli operai della Eaton, multinazionale americana che il 15 dicembre ha mandato in mobilità 304 persone. L’azienda ha rifiutato la proposta del sindaco di Massa Roberto Pucci che voleva acquistare le aree industriali, 9 milioni con moratoria di 5 anni e pagamento dilazionato in 10in cambio di12mesi di cig. Gli operai che di fatto sono in mobilità e senza speranza di altri mesi di ammortizzatori, stanno discutendo con i legali di Cgil, Cisl e Uil la possibilità di portare la Eaton in tribunale, impugnando i licenziamenti. A proposito di Toscana: da gennaio a novembre 2010 le ore di cig concesse si aggirano sui 50 milioni (+67% sul 2009), e nella regione sono circa 4mila i posti di lavoro a rischio. Giorni tesi per i 2.300 dipendenti della Lucchini di Piombino, come per i 380 dipendenti di Eutelia di Arezzo in attesa del bando di gara per l’aggiudicazione dell’azienda. Col fiato sospeso anche i lavoratori della Unoaerre, i 390 della galassia Sasch, i 370 della Isi di Scandicci. Nella ricca Lombardia, a Milano proprio davanti alla sede della Regione, da giorni campeggia un enorme albero di Natale, voluto da Cgil, Cisl e Uil: appesi, i nomi delle aziende in difficoltà e la cifra di 157.363, che sono i lavoratori attualmente in cassa integrazione, tra ordinaria, straordinaria e in deroga. Ma in crisi sono anche i lavoratori del commercio, come dimostra lo sciopero che si è svolto alla vigilia nei punti vendita Pam Panorama di Roma, contro «la mancata applicazione dell’integrativo»: «La grande distribuzione vuole riazzerare tutta la contrattazione alla Marchionne», spiega il segretario generale della Filcams Cgil del Lazio Vittorio Pezzotti. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha fatto intanto sapere che le risorse per la cassa integrazione per il 2011, «sono disponibili».Amara consolazione.

L’Unità 27.12.10

"Test di italiano per i migranti fra vessazione e opportunità", di Fabrizio Dacrema

Nato come un’ulteriore vessazione del governo nei confronti degli immigrati, il test di lingua italiana obbligatorio per ottenere il permesso di soggiorno può diventare un’opportunità di integrazione e di potenziamento dell’offerta formativa per gli adulti. A condizione che il sistema formativo pubblico sia messo in grado di gestire i test e di assicurare i percorsi formativi necessari. I migranti sono i primi ad essere consapevoli dell’importanza di conoscere la lingua italiana, i diritti e i doveri di cittadinanza per integrarsi positivamente nella nostra società: infatti, la domanda di formazione, in particolare linguistica, proveniente dai migranti è già oggi ampiamente superiore all’offerta pubblica. In particolare i CTP (Centri Territoriali Permanenti per l’Educazione degli Adulti) nella maggior parte dei casi non riescono a far fronte alle richieste formative e devono ricorrere a liste di attesa, riduzione dei tempi scuola, smistamento ad altri enti e associazioni. Ora che la conoscenza della lingua al livello europeo A2 (livello pre-intermedio o «di sopravvivenza») diventa obbligatoria per legge, occorre un salto di qualità degli interventi per garantire la formazione linguistica certificata a tutti gli immigrati che chiedono il permesso di soggiorno. L’accordo quadro tra Ministero dell’Interno e Ministero dell’Istruzione del 17 novembre, applicativo decreto del Ministero degli Interni del 4 giugno 2010, attribuisce ai CTP il compito di svolgere i test di lingua italiana per gli immigrati interessati a un permesso di soggiorno di lungo periodo. La prima cosa da evitare è che il tutto si risolva in un accordo burocratico tra amministrazioni ministeriali, con il risultato facilmente prevedibile di scaricare tutta l’operazione sui CTP, le cui capacità gestionali e organizzative sono oggi palesemente inadeguate a fronteggiare una domanda la cui consistenza si prevede molto ampia (gli interessati alla richiesta di soggiorno lungo sono circa 400.000). Occorre invece avviare immediatamente tavoli di confronto e coordinamento, regionali e provinciali, in cui siano presenti, oltre alle istituzioni interessate, le organizzazioni sindacali e le rappresentanze dei CTP. L’obiettivo è di progettare gli interventi, definire le modalità didattiche e organizzative, realizzare la formazione specifica dei docenti, garantire le condizioni professionali dei docenti e la retribuzione del loro impegno aggiuntivo, verificare la presenza nelle sedi individuate degli spazi e delle strumentazioni informatiche necessarie, monitorare le attività avviate. Un effettivo “Piano integrato di interventi”, come previsto dall’Accordo Quadro, volto ad assicurare le attività necessarie per lo svolgimento del test di conoscenza della lingua italiana necessita di questi tavoli di concertazione, senza i quali non si possono attivare le sinergie necessarie, né avvalersi delle competenze utili per un’operazione delicata come quella della certificazione di competenze. Occorre innanzi tutto verificare se le risorse disponibili, quelle del FEI (fondo europeo per l’integrazione) sono sufficienti, visto che consentono in prima battuta di soddisfare una richiesta di circa 125 mila stranieri (i fondi arriveranno alla istituzione scolastica da cui dipende il CTP direttamente dalle prefetture). Non ci sono invece risorse “per agevolare l’acquisizione dei livelli di istruzione per l’orientamento civico”, anche questo previsto dall’Accordo Quadro, ma che evidentemente rischia di rimanere lettera morta. La stessa mancanza totale di risorse disponibili riguarda l’attivazione di corsi di formazione per la preparazione degli immigrati al superamento del test. Eppure solo pochi immigrati possono presentarsi direttamente al test, la maggior parte ha bisogno di acquisire competenze linguistiche mediante corsi che tengano conto del livello di partenza (vi sono anche casi di analfabetismo nella lingua originaria). La progettazione dei corsi dovrà quindi tener conto dell’attestazione delle competenze in ingresso e, sulla base di questa, definire la durata e i contenuti necessari. È del tutto evidente che le esigenze prospettate da questi nuovi provvedimenti del governo sono in palese contraddizione con i tagli che in questi due anni hanno ridotto gli organici del CTP. Urge una immediata inversione di tendenza per evitare che gli immigrati siano obbligati a conoscere la lingua italiana e contemporaneamente siamo impossibilitati ad apprenderla. Anche per evitare che un investimento, ormai realizzato per attivare i test, si riduca a mero adempimento formale, senza produrre lo sviluppo di competenze utile a migliorare le condizioni di integrazione e di convivenza interculturale della società. Per questo occorre cambiare il Regolamento dei prossimi CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti), in fase di approvazione definitiva: dopo la “cura Tremonti-Gelmini” non prevede più l’insegnamento agli immigrati dell’italiano come seconda lingua, ma un’offerta formativa esclusivamente finalizzata all’acquisizione di titoli di studio. Nell’immediato i tavoli territoriali, oltre a rivendicare nuove risorse e il cambiamento del regolamento dei CPIA, dovranno ricercare tutte le possibili integrazioni e sinergie tra le diverse offerte formative del territorio al fine di garantire il più alto livello possibile di risposta alla domanda formativa degli immigrati

da ScuolaOggi 27.12.10

"Vite di precari. Le sorti di Luca e quelle di Silvio", di Bruno Ugolini

Gianluca è uno dei tanti giovani precari. Il suo lavoro ha un nome altisonante: produttore per le assicurazioni. È, in realtà, un venditore di polizze, quei documenti che paghiamo a peso d’oro, sperando che servano a tutelare il costo della macchina o della moto o di altri oggetti. Lui ogni giorno va a caccia di clienti, affrontando ogni serie di difficoltà. Ha una retribuzione fissa di 500-600 euro al mese, per essere a disposizione, lavorando otto ore ogni giorno. Qualora non raggiunga i parametri di vendita imposti dall’azienda, va incontro a quelle che chiama “vessazioni”. I “datori di lavoro” non gli forniscono alcun aiuto per sostenerlo in questa quotidiana ricerca del cliente: niente internet, niente computer, niente telefono aziendale, niente nominativi da contattare. I nomi se li deve procacciare lui e se per caso sono violate le norme sulla privacy l’azienda si riserva di rivalersi su di lui. Non c’è un sindacato a cui rivolgersi. C’erano, dal giugno del 2009, due delegati sindacali. Sono stati colpiti da sanzioni disciplinari. Marchionne insegna. Commenta Gianluca, un po’ enfatico: “Resisto come i partigiani sopra le montagne”. Trovo la sua testimonianza tra le tante sul sito www.anagrafeprecari.it. È una specie di archivio a disposizione del popolo dei flessibili. Che cosa avrà pensato Gianluca ascoltando il messaggio natalizio del presidente Berlusconi? Chissà come lo avrà colpito, a proposito di precari, quel racconto della giovinezza precaria dell’attuale padrone di Mediaset nonché del governo di centrodestra. Era la storia di uno che si adattava a compiere mille lavoretti, tra cui anche quello del venditore, premessa a una carriera fulminante che lo ha fatto diventare tra i capolista dei ricchi del mondo. Senza però accennare alle condizioni attraverso le quali ha fatto fortuna, compresi gli Amici che gli hanno dato una mano risolutiva. Destini incrociati tra Silvio e Gianluca. Certo è anche vero che esistono giovani che ce la fanno, riescono prima o poi ad abbattere il murodella precarietà (anche senza amici) e ad approdare ad una stabilizzazione. Ma ne esistono molti di più che rimangono di qua del muro. Come Gianluca. E come potrà succedere a molti di quelle ragazze e ragazzi che hanno manifestato per le strade italiane, ascoltati, per fortuna, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Con uno slogan che, appunto, parlava di un futuro angosciante. Ha scritto un altro precario, Giovanni, sul sito dell’Anagrafe: “Da otto anni sono uscito di casa per lavorare e crearmi un futuro. Ho cambiato tanti posti di lavoro a tempo determinato, facendo i lavori più diversi e umili, l’ultimo lavoro il mio principale si dimenticava con precisione di pagarmi lo stipendio. Ora sono in cerca, da tre mesi, in ritardo con l’affitto, in ritardo con le rate della macchina, in ritardo con la mia vita”.

L’Unità 27.12.10

"Federalismo, tagliate fuori le città del Sud. Inchiesta Pd: senza misure compensative perdono oltre la metà delle attuali risorse", di Lucio Cillis

Per tutti i Comuni, tra l´Imu e il taglio dei trasferimenti, si creerebbe un buco di 450 milioni. Il federalismo fiscale costerà complessivamente quasi mezzo miliardo di euro ai Comuni, con pesanti ripercussioni in particolare per le città del Sud, che arriverebbero a perdere oltre la metà delle attuali risorse, se non intervenissero misure compensative. È il risultato di uno studio del Partito democratico, realizzato dal senatore Marco Stradiotto, che ha analizzato i dati della Copaff, la Commissione tecnica paritetica per l´attuazione del federalismo fiscale. Secondo il Pd, tra taglio dei trasferimenti e nuovo gettito da Imu – l´imposta unica che prenderà il posto delle tasse di registro e ipotecarie, dell´Irpef sul reddito da fabbricati e degli introiti che scaturiranno dalla cedolare secca sugli affitti – l´effetto finale sarà un beneficio per 52 comuni, sui 92 presi in esame. Brutte notizie, invece, per i restanti 40 che saranno penalizzati dalla riforma. In particolare, per Napoli e L´Aquila, e altre città del Sud, mentre un cospicuo aumento delle risorse si verificherà a Bologna, Firenze e Milano.
Il record positivo (con un incremento del 180%) si realizza però ad Olbia: qui infatti (come in molte altre località turistiche) grazie al fortissimo valore delle seconde case, l´aumento del gettito più che compenserà il taglio dei trasferimenti. Bene anche Imperia che grazie al fisco devoluto incasserà più di 18 milioni di euro contro i precedenti 8,1 milioni.
Il Sud esce male dalla riforma perché i trasferimenti da tagliare sono molti e perché il gettito immobiliare è meno forte che al Nord. Napoli, per esempio, dovrà rinunciare a 400 milioni con un calo del 61% delle risorse rispetto ad oggi. C´è poi L´Aquila che oltre al dopo-terremoto dovrà affrontare anche un taglio del 66% delle risorse fin qui percepite, con una perdita di 26,3 milioni di euro. I cittadini pagheranno 188 euro di Imu, mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro. Gli aquilani dovranno quindi sborsare 360 euro in più l´anno.
Ma lo studio del Partito democratico, come conferma a Repubblica Alberto Zanardi, professore di Scienze delle finanze all´università di Bologna, analizza solo in parte gli effetti del nuovo fisco: «In realtà – dice Zanardi – bisognerebbe tener conto anche del fondo perequativo provvisorio», che porterà ad un diverso equilibrio delle risorse distribuite e che interverrà per colmare, sia pure in parte, questi squilibri. Secondo Zanardi «i Comuni non gestiranno direttamente i tributi che lo Stato intende affidare loro, cambierà soltanto la fonte di alimentazione». Il sistema dei trasferimenti, resterà quindi in piedi attingendo risorse da voci diverse rispetto a quanto avvenga oggi.

La Repubblica 27.12.10

******

“Il sindaco Michele Emiliano: addio ai servizi sociali”, di Lello Parise

“Per recuperare fondi costretti a cementificare”. “Marciamo verso una sollevazione popolare. Senza ripresa gli effetti sulla collettività saranno catastrofici”. Michele Emiliano, sindaco di Bari e presidente del Pd pugliese, con la riforma fiscale i Comuni del Sud rischiano la stangata?
«Molti non se ne sono ancora accorti, probabilmente, ma i tagli già li abbiamo avuti. Siccome arrivano meno soldi dalle amministrazioni regionali e dallo Stato, a Bari per esempio il 66 per cento delle spese per i servizi sociali va a farsi benedire».
Con il federalismo passerete dalla padella alla brace?
«Siamo d´accordo a proposito della autonomia impositiva degli enti locali. Ma il governo Berlusconi che cosa fa? Elimina l´Ici: l´unica imposta a disposizione dei municipi per fare cassa. E´ chiaro che quando saranno introdotte le nuove regole del gioco, non potrà non essere ripristinata una tassa sugli immobili. Si tratterà della sola entrata certa di cui potremo disporre. E si scatenerà la guerra».
Cioè?
«Ogni Comune sarà spinto a costruire il più possibile per evitare che la borsa pianga e i servizi vadano in malora. Andremo verso la cementificazione selvaggia: perché aumentare il patrimonio immobiliare rende di più. Qualcuno deve spiegarmi come farà tutto questo a conciliarsi con la strategia dello sviluppo sostenibile».
Il bicchiere è sempre mezzo vuoto?
«Per non parlare dei fondi europei, quelli necessari perché siano realizzate le infrastrutture. I Comuni devono cofinanziare le opere. Ma come faccio se il mio “incasso” è ridotto al lumicino? A meno che non tiri la cinghia, ulteriormente, sull´ordinaria amministrazione. Siamo alla follia, questa è la verità. Marciamo verso una sollevazione popolare. Soprattutto se la ripresa economica continuerà a segnare il passo, gli effetti saranno catastrofici».

La Repubblica 27.12.10

******

Il sindaco Massimo Cialente: senza aiuti non ce la faremo

“Così una nuova batosta dopo il dramma terremoto”. “Già ora siamo ridotti male: gli introiti da Ici sono praticamente inesistenti e anche la Tarsu è calata vertiginosamente”. «Io, nelle condizioni attuali, senza un serio aiuto esterno, rischio di non chiudere il bilancio, figuriamoci se arriva pure quest´altra batosta…».
Massimo Cialente, sindaco de L´Aquila, quasi non ci crede. Dello studio del Pd, che annuncia un taglio record alle risorse della sua città, per il momento ne ha solo sentito parlare e attende conferme dal suo staff. «Ma se così fosse…».
Già, sindaco. Se fosse proprio così? Se una città distrutta dal terremoto dovesse davvero fronteggiare un abbattimento record delle risorse? Che ne dice?
«Dico che già nelle condizioni attuali siamo ridotti male. Le faccio qualche esempio. Gli introiti da Ici sono praticamente inesistenti. Consideri che quasi la metà delle case sono lesionate in modo grave o sono distrutte. E consideri pure che la Tarsu, altra fonte di sostentamento per il comune, è calata vertiginosamente. Questa tassa si paga anche in base ai metri quadri delle case e a L´Aquila, ci sono intere zone disabitate. Mentre quelle di nuova costruzione, penso alle cosiddette “new town” di Berlusconi, hanno dimensioni medie che arrivano a 45 o 50 metri quadri. Mio padre abita proprio in un appartamento da 45 metri quadri. Siamo passati da una media di 100 metri quadrati, a meno della metà».
Il 2011 si prospetta quindi peggiore di quanto già non fosse. E all´orizzonte si affacciano pure i tagli da federalismo fiscale.
«Io non so nemmeno come faremo a chiudere il 2010. Figuriamoci se posso permettermi il lusso di pensare a cosa potrebbe accadere al 2011. Ma quel che è certo è che serve un intervento dello Stato. Non si può far pesare tutte le responsabilità sulle spalle degli enti locali».

La Repubblica 27.12.10

******
Così il federalismo fiscale sarà nemico di tanti Comuni, di Marco Ventimiglia

Una riforma che se attuata sottrarrà risorse soprattutto al Sud con un drammatico calo dei servizi a disposizione dei cittadini. È quanto emerge da uno studio del Pd sugli effetti del federalismo fiscale.

Volenti o nolenti, il concetto di federalismo fiscale si è ormai instillato nella vita, politica ed economica, del nostro Paese. Ma il cavallo di battaglia fin troppo esibito dalla Lega è stato fin qui oggetto di troppo poche attenzioni, se è vero che rischia di disarcionare proprio parte di quei soggetti che nella retorica del Carroccio dovrebbero beneficiarne.
È la chiara conclusione a cui arrivauno studio del partito democratico, che vede proprio i Comuni correre il rischio di una stangata con il nuovo fisco previsto nel federalismo fiscale.
MERIDIONE A PICCO
Secondo l’indagine del Pd, messa a punto dal senatore Marco Stradiotto, i municipi con il passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia delle imposte perderebbero complessivamente 445 milioni di risorse l’anno da destinare ai servizi.
La proiezione è fatta utilizzando dati della Copaff, ovvero la Commissione paritetica sul federalismo fiscale che lavora al ministero del Tesoro, e dimostra che l’Aquila, ma anche Napoli come molti Comuni del Meridione perderebbero consistenti fette di entrate (fino a oltre il 60%) con il nuovo fisco. Va meglio, e qui i conti della Lega tornano, ai municipi del Nord o a quelli come Olbia con un alto tasso di seconde case, avvantaggiati dalla base immobiliare delle nuove imposte. In particolare, la perdita di risorse per i servizi a disposizione dei capoluoghi di provincia è quantificata in 445,455041 milioni di euro.
Un dato che emerge mettendo a confronto i trasferimenti relativi al 2010 e il totale del gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo del federalismo sul fisco comunale (tassa di registro e tasse ipotecarie, l’Irpef sul reddito da fabbricati e il presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti). Tra i 92 comuni presi in esame 52 otterrebbero benefici dalla proposta di riforma e 40 ne verrebbero penalizzati.
IL CASO L’AQUILA
Come detto, un taglio drastico delle risorse risulta per il comune dell’Aquila (-66%) che perderebbe più di 26 milioni. Infatti, se il nuovo fisco previsto nel federalismo municipale andrà in vigore il capoluogo abruzzese incasserà soltanto 13,706 milioni di tasse a fronte dei 40 milioni di trasferimenti avuti nel 2010. Ragionando pro capite, si tratta di -360 euro all’anno per abitante poiché gli aquilani pagherebbero 188 euro, mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro.
Sulla stessa linea negativa c’è Napoli (-61%) che in virtù della popolazione molto maggiore ci rimetterebbe quasi 400 milioni, il differenziale che emerge dall’ipotetica autonomia impositiva, con incassi pari a252milioni, ed i trasferimenti incamerati nel 2010, 645 milioni.
Più ridotto, invece, il gap negativo per Roma,un -10% equivalente ad una perdita di 129 milioni.
Fra i Comuni del Centronord ci sono, di contro, da segnalare i vistosi incrementi di Imperia (+122%), Parma (+105%); Padova (+76%) e Siena (+68%)

"Le emozioni, i dubbi, la rabbia Facebook studia il suo popolo", di Tiziano Toniutti

I giovanissimi sono i più irrequieti, con l’età si tende a parlare degli altri e pensare alla famiglia. I pensieri positivi sono molto apprezzati, quelli negativi i più discussi e commentati. Ecco cosa emerge dall’analisi dei messaggi che gli utenti del social network pubblicano sulla loro bacheca. Un milione di pensieri degli utenti passati al setaccio, tra la popolazione di madrelingua inglese. Questa la via scelta da Facebook per provare a disegnare una mappa sociale basata sulle emozioni e gli stati d’animo, attraverso l’analisi dei messaggi di “status” lasciati dagli utenti. Ne viene fuori un quadro complesso che dipinge le correlazioni tra età e sensazioni condivise, pensieri e parole, argomenti che diventano importanti in orari ben precisi. Che delinea un livello di interazione tra individui finora inedito e che esiste perché esiste lo spazio virtuale del social network.

L’analisi. Facebook ha analizzato la correlazione tra età, argomenti e linguaggio utilizzato per esprimerli. E la linea tracciata dai risultati è chiara: i messaggi con contenuti positivi, spiritosi, ironici, raccolgono molti “mi piace”: gli utenti cliccano volentieri sul pulsante di apprezzamento, un’approvazione silenziosa in termini di parole ma che crea comunque un volume di interesse. Se invece i messaggi sono di tendenza negativa, pensierosa o più articolata, gli utenti/amici di chi l’ha scritto tendono a commentare ed esprimere più dettagliatamente il loro punto di vista sull’argomento. Mal comune mezzo gaudio insomma, ma in questo comportamento si può leggere una strutturazione più complessa della risposta sociale: ti rispondo per aiutarti, ma anche per aiutarmi e per vedere se qualcun altro scriverà qualcosa che potrà aiutare anche me. Insomma, la
“rete sociale” nella sua realizzazione ideale.

Età e orari. Dal punto di vista dell’età, secondo i dati sono gli utenti più giovani quelli più arrabbiati, e focalizzati sulla propria persona. Nei loro messaggi ci sono più emozioni negative e parolacce rispetto a quelli degli utenti più adulti, che invece tendono a privilegiare argomenti come la famiglia, il lavoro e le vite degli altri: più si sale con l’età, più i pronomi si spostano dalla prime persone alla seconde. L’ora del giorno in cui si accede al network incide anche sulla scelta di argomenti e parole. A notte fonda, verso le 4, l’argomento più gettonato è naturalmente il sonno, mentre il lavoro è ciò di cui si parla prima di andare in ufficio. Quando il cielo è buio, intorno all’una di notte, arrivano le emozioni più negative, mentre all’alba, intorno alle sette, i commenti sono positivi e riflettono l’arrivo della luce. La linea emotiva dei pensieri accompagna infatti l’arco solare, iniziando positiva e esprimendo più negatività mano a mano che il sole tramonta.

Un quadro vivente. Con questa analisi, Facebook ha realizzato un’istantanea animata del campione sociale preso in oggetto, che probabilmente alla luce dei modelli di vita non dissimili, si può estendere all’occidente tutto e non solo ai paesi anglofoni. Sono però dati che rimangono dentro Facebook, e che studiati in dettaglio fuori dal social network potrebbero aiutare a comprendere meglio come vivono le persone, cosa spinge la gente a condividere un pensiero, e se davvero la misurazione della qualità della vita può basarsi ancora su parametri antecedenti alle reti sociali. Sono dati che dimostrano l’esistenza di una umanità che utilizza la tecnologia come ausilio alla socialità, dopo che nella scorsa era, quella della tv, l’aveva utilizzata per isolarsi.

www.repubblica.it

"Lo spezzatino dello Stelvio e le battaglie tradite di Cederna", di Vittorio Emiliani

Le finestre di casa Cederna, a Ponte in Valtellina, si aprivano sulla luminosa vallata, in pieno Parco Nazionale dello Stelvio. In particolare quella dello studio di Antonio. Ogni anno il più attrezzato dei polemisti italiani in materia dedicava almeno un articolo a quel Parco a lui ben noto, il più vasto, istituito nel 1935 dopo Gran Paradiso e Abruzzo “firmati” da Benedetto Croce ministro della PI nel 1922 assieme alla legge sulle “bellezze naturali”. I problemi posti da Cederna (mancato nel ’96, a Ponte) riguardavano una miglior tutela del parco e maggiori fondi rispetto alla solita micragna. Ma già si affacciava l’ombra dello smembramento in 3-4 parti voluto dalle Province Autonome di Trento e Bolzano. Anche per questo molto si adoperò con Gian Luigi Ceruti e altri per la legge-quadro n. 394 del ‘91 sulle aree protette, durante la sola legislatura in cui fu alla Camera (non fu rieletto).
Adesso, viene ridotto a spezzatino con una norma infilata nell’ormai solito mostruoso “milleproroghe” abborracciato a Palazzo Chigi, fra un bonus fiscale, la proroga per le case-fantasma e altre porcherie. Nel modo più becero. Da anni Trento e Bolzano chiedono di poter gestire lo Stelvio (per venire incontro ai costruttori, alle nuove sciovie e, come sempre, ai cacciatori). Ma cosa ha accelerato il grimaldello con cui il governo scassa il Parco Nazionale dello Stelvio? La gratitudine che il premier deve ai deputati della SVP per essersi astenuti sulla sfiducia dandogli un po’ di fiato. Il prezzo pagato, nemmeno dieci giorni dopo, è lo spezzatino dello Stelvio.
Ovviamente, senza tenere in alcun conto l’ordine del giorno fatto approvare dal Pd al Consiglio regionale della Lombardia contro una simile aberrazione. Che va contro ogni tendenza mondiale, come sottolinea, per esempio, Fulco Pratesi, fondatore del Wwf, il quale rimarca che Sudafrica, Zimbabwe e Mozambico si sono accordati per il Parco della Pace “garantendo spazi immensi ai grandi mammiferi finora divisi da recinzioni e barriere”, e analogamente hanno fatto Cina e Russia nell’Assur e nell’Ussuri per salvare le tigri siberiane. Da noi, si va in direzione opposta, disfacendo Parchi Nazionali vecchi ormai di 75 anni e non riuscendo a creare nel Delta del Po un Parco almeno interregionale e nel Gennargentu quello Nazionale. Sempre per l’opposizione dei cacciatori, dei costruttori e di altri interessi localistici.
Ha voglia l’assessore lombardo Alessandro Colucci a precisare che lo Stelvio rimane Parco Nazionale, soltanto “cambia la governance”. Cioè un’inezia detta in inglese ad uso degli sprovveduti, con una “governance” appunto (garantisce il ministro Fitto) “ancora più vicina alle comunità locali”. Cioè assai più localistica che nazionale. Del tutto opposta all’art. 9 della Costituzione. Decisione gravissima perché darà la stura ad altri spezzatini. Da anni la Regione Valdostana preme affinché il Parco Nazionale del Gran Paradiso venga smembrato o che, comunque, la Vallée vi abbia un ruolo preminente rispetto allo Stato. Una sciagurata miopia tutta italiana che riconduce alla ricetta di Bossi di fare dell’intero Belpaese uno spezzatino senza più collante nazionale, con una idea secessionista e non federalista di tipo, per esempio, tedesco.
Del resto, in queste stesse ore, per tornare ad Antonio Cederna, grande paladino dei Parchi e della natura e restare in Lombardia, va detto che Italia Nostra lombarda ha pensato bene di dare alle stampe da Electa – e fin qui niente di male – una raccolta di articoli cederniani coi quali però si confrontano, con scritti lontani e vicini, anche personaggi che avevano o hanno, nel modo più netto, idee opposte. Come l’arch. Gigi Mazza teorico-pratico dell’urbanistica contrattata a Milano di cui viene pubblicata una recensione-stroncatura su Cederna. Protestano, giustamente indignati, i figli di Antonio, ai quali nessuno ha chiesto il permesso. Tantomeno il presidente lombardo, Luigi Santambrogio, ai suoi bei dì assessore con Formentini. La presidente nazionale, Alessandra Mottola Molfino, manifesta imbarazzo e “disappunto”. Un po’ poco visto che Cederna fu una colonna, per decenni, dell’associazione. La sua finestra sulla Valtellina e sulla Lombardia è proprio chiusa.

www.unita.it