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Il welfare che serve all'Italia di Beniamino Lapadula e Riccardo Sanna

E’ necessario riqualificare la spesa pubblica e spostare risorse dalla ricchezza privata alla riduzione del debito. Il welfare italiano è arretrato, mentre il workfare ha un aspetto categorial-corporativo che taglia fuori 4 milioni di precari. Le prospettive del welfare sono condizionate in modo drammatico dalla questione del debito pubblico. Con l’irruzione della crisi questo è un problema non solo italiano, ma di tutti i paesi sviluppati e, in particolare, di quelli europei. Le scelte intraprese dagli Stati dell’Unione europea hanno ridotto temporaneamente l’instabilità finanziaria, ma reso contemporaneamente più incerta la ripresa. Soprattutto visto che l’euroausterity è stata dettata dalla spinta a mantenere i vantaggi competitivi di quelle economie – al primo posto la Germania – trainate dalle esportazioni extra-Ue e con un saldo corrente nella bilancia dei pagamenti positivo a livello nazionale, ma insufficiente a portare il segno più anche al saldo europeo.

Le conseguenze della persistenza degli squilibri globali, della bassa crescita, dell’ulteriore aumento del debito pubblico sull’inevitabile ridimensionamento dello Stato sociale, si sono già fatte sentire in Grecia, in Spagna, ora in Irlanda e in Portogallo, finanche in Francia (con la vicenda delle pensioni), senza peraltro alcun effetto di contenimento sulle rispettive crisi di finanza pubblica. Eppure, persino la big society teorizzata dal primo ministro britannico David Cameron come una “nuova via” si sta rivelando, in questo contesto, per quello che realmente è: una politica di tagli al welfare non molto diversa da quella, a suo tempo, praticata da Margaret Thatcher, la “Lady di ferro” che, a chi l’ammoniva sulle conseguenze che l’ondata mercatistica avrebbe avuto sulla società, rispose con un motto diventato famoso: “La società non esiste”.

Invece, come dice Giorgio Ruffolo (in Lo specchio del diavolo, 2006), la società esiste, è più instabile e terribilmente più diseguale. L’aumento delle disuguaglianze all’origine della crisi richiama la necessità di una nuova politica dei redditi in cui uno dei pilastri dev’essere necessariamente rappresentato dal welfare, nella funzione di sostegno (universale) al reddito e, dunque, all’equità distributiva.

Resta il fatto che l’Italia rispetto a tutte le altre economie industrializzate conta il debito più alto, la spesa in stimoli anti-ciclici più bassa, la flessione più forte del Pil nel biennio 2008-2009, la crescita degli anni pre-crisi più contenuta e la variazione più modesta da qui al 2012 (Economic Outlook dell’Ocse, previsioni del 18 novembre 2010). Di qui il paradosso: se ci fosse già stato un Stato sociale più solido e universale, il sistema-Italia avrebbe ridotto l’impatto della crisi globale; la forte caduta del Pil nella crisi e il debito pubblico ancora elevato consentono sempre meno spazi di manovra per aumentare la spesa di protezione sociale. Anche se resta ancora valida la via di una riforma organica del sistema di spesa sociale.

In ogni caso, l’Italia ha affrontato la crisi con interventi di riduzione più del perimetro pubblico che dello Stato sociale, e per questo apparentemente meno drammatici, anche se i tagli sul sistema pensionistico, sulla sanità e, soprattutto, sul welfare locale si sono fatti sentire, per oltre due anni. La manovra correttiva di luglio del governo, così come la legge di stabilità che ricalca quella impostazione programmatica, non attenua i tagli molto consistenti alla scuola, all’università e alla ricerca, benché questi rappresentino settori strategici per la crescita e lo sviluppo del sistema-paese.

La questione più rilevante, perciò, è che il welfare italiano si presenta a questo appuntamento con la crisi con tutto il suo pesante ritardo storico. La nostra spesa sociale complessiva, pari al 26,7% del Pil risulta poco inferiore alla media europea, che è pari al 26,9%, ma in termini di livello medio pro-capite il dato italiano appare il 17% inferiore a quello europeo. La distribuzione della spesa sociale italiana tra le categorie di protezione sociale rimane sostanzialmente stabile negli anni Duemila, con prevalenza alla voce “prestazioni di vecchiaia”, 51,4% del totale, attribuendo invece alle destinazioni di spesa connesse all’inserimento lavorativo e ad altre tipologie di inclusione sociale il 2,2%.

Il workfare italiano, in particolare, sul versante degli ammortizzatori sociali si presenta ancora con un aspetto categorial-corporativo con gran parte del mondo del lavoro attuale sprovvisto di tutele adeguate. Le stime degli istituti di ricerca più accreditati contano una platea che va dai 3,5 ai 4 milioni di lavoratori precari, in buona parte di nuova generazione, che contano su un compenso medio ampiamente più basso di quello di un lavoratore a tempo pieno e indeterminato, con incertezze nel medio periodo di una continuità di reddito e nel lungo periodo di una pensione.

Si è andati avanti con la cassa integrazione in deroga che copre comunque soltanto i lavoratori standard delle imprese minori e non i milioni di lavoratori a termine e, tanto meno, i lavoratori a progetto e le partite Iva. A essere particolarmente colpiti sono i giovani presenti in larga parte nel mondo del lavoro proprio con queste tipologie di contratti. Non si tratta soltanto di un problema sociale. A venire meno è anche la funzione di “stabilizzazione automatica dell’economia” degli stessi ammortizzatori sociali e, più in generale, del welfare come parametro che agisce senza bisogno di interventi discrezionali, ma con l’importante funzione di attenuare le eccessive oscillazioni del sistema economico, operando in maniera espansiva durante la fase di recessione.

Tutto questo con effetti immediati nel breve periodo. Nel lungo periodo, poi, con la strutturale riduzione della spesa di protezione sociale, di sostegno alle famiglie e con i tagli all’istruzione e alla ricerca verrà meno un’altra funzione decisiva del welfare: quella di ridurre, attraverso la scuola, la più grave delle diseguaglianze, quella derivante dalla nascita e dall’ambiente sociale, che impedisce l’uguaglianza delle opportunità tra cittadini. In questo senso, manca una visione di lungo periodo del problema: alcuni studi della Banca d’Italia indicano che il tasso di rendimento privato dell’istruzione in Italia è superiore a quello ottenibile da investimenti finanziari alternativi (ad esempio in titoli o azioni).

Recenti lavori empirici sugli effetti dell’istruzione per aspetti della vita sociale quali salute, criminalità e scolarizzazione suggeriscono che nel complesso i rendimenti dal punto di vista della collettività sarebbero di entità ancor maggiore. Tutto ciò senza considerare lo stimolo (dal lato della domanda di beni e servizi) agli investimenti, nonché la capacità dell’offerta di lavoro di orientare i settori dove l’economia può svilupparsi per essere più competitiva e assorbire nuovi paradigmi tecnologici, competenze e capacità. Il tema del debito pubblico deve essere affrontato in questa prospettiva.

Non basta dire che l’Italia ha un debito pubblico più sostenibile in quanto il debito delle famiglie è più contenuto e la ricchezza delle stesse più grande degli altri paesi. Occorre, da un lato, che si riqualifichi la spesa pubblica e, dall’altro, che si spostino risorse dalla ricchezza privata verso la riduzione del debito pubblico, soprattutto sapendo che, della grossa massa di ricchezza netta concentrata nelle mani di pochi individui, la componente che ritorna in investimenti fissi (quelli che producono occupazione) è meno del 30% del totale. Se si vuole salvare il welfare, l’introduzione di una significativa imposta patrimoniale non è più rinviabile. Oltre al risanamento del ciclo risparmi-investimenti, necessario per scongiurare il ripetersi della crisi, il gettito di una nuova imposta sui grandi patrimoni, insieme a quello derivante da una vera lotta all’evasione, appare indispensabile per salvare il nostro welfare, modernizzarlo e metterlo al servizio della ripresa della crescita del paese.

da www.rassegna.it

"Le tre lady che diedero pari dignità ai salari", di Leonardo Maisano

«Sally era con te, Vera?». «Certo. Questa, invece, è Rose. Sì, quella lì, quella dietro a tutte noi. E lavorava di fianco a te, Sheila». «No, Gwenn, ti sbagli non con me…». Metti un mattino, un tè con tre anziane signore. Sheila, Vera e Gwenn, scrutano vecchie fotografie sedute al pub Lord Denman, estrema periferia occidentale di Londra. East End vero, quello dove la parlata cockney muta di tono con il ricambio delle pinte di birra che già di buon ora arredano i tavoli e accendono il discettare su salari e disoccupazione, sussidi e posti di lavoro. East End vero, dicevamo, via dal mimetismo di Kensington, Chelsea, Notting Hill. Lontani dal profondo ovest, ai confini metropolitani, a Dagenham, dove la Ford fece la storia della manifattura britannica e 187 donne fecero la storia della Ford.

Sheila, Vera, Gwenn e altre 184 signore che ora non ci sono più, o sono troppo distratte dai nipoti, o hanno semplicemente seppellito, con l’età, l’epopea di loro stesse, scrissero un capitolo di storia celebrato da un film che mobilita Londra. Racconta di una protesta che ha cambiato le relazioni industriali e rivoluzionato quelle del vivere civile, avvenuta quando i Beatles erano già celeberrimi, il ’68 accendeva Parigi, l’uomo sbarcava sulla Luna e le donne, nelle fabbriche di un Regno che era già di Elisabetta, erano pagate meno degli uomini.

«We want sex» si leggeva sugli striscioni davanti a Westminster. «We want sex» è il titolo del film nella versione italiana, «Made in Dagenham» è quello della pellicola distribuita in Gran Bretagna. «Non avevamo aperto bene il cartellone e la parola equality non si leggeva. Volevamo sex equality. Oddio, magari anche sex». Vera, i capelli corti, piglio da ottantenne battagliera, ride di sé stessa per quella battutaccia che trascina, nello scherzo, anche Gwenn, ordinata nella permanente pepe e sale, e che scuote Sheila, la più giovane con le sue 74 primavere. Autunni, si direbbe, a guardar fuori dai vetri bagnati del Lord Denman. «A Roma è meglio», aggiunge ammiccando. Il termometro meno ostile eccita Sheila, in vista del debutto nelle sale italiane, in dicembre, di un film (presentato al festival romano) che ha reso omaggio a una storia dimenticata. Quella dell’emancipazione salariale delle donne nella fabbriche inglesi. Emancipazione caduta dal cielo per una strana congiuntura fatta di sindacati afflitti da un machismo duro a morire, datori di lavoro riluttanti, una signora ministro e 187 signore operaie che volevano guadagnare di più.

Era la metà di maggio del 1968 quando tutte le macchiniste, le uniche donne degli stabilimenti Ford di Dagenham, cessarono di lavorare per avere l’inquadramento come operaie specializzate. «Non ricordiamo come avvenne – dicono Sheila, Vera e Gwenn – ma le cose cambiarono». Non ricordano, cioè, come fu che la lotta alla discriminazione salariale femminile finì per prendere il sopravvento nella protesta. «Noi volevamo il riconoscimento della nostra specializzazione, ma Bernie ci consigliò e il diritto di uno stipendio uguale agli uomini divenne, d’improvviso, la nostra bandiera». Bernie Passingdon è il sindacalista che le aiutò, forzando le resistenze dei suoi compagni delle Unions, inclini alla cultura della birra e della lotta. Alle braghe, non alle gonne. «Certo che era un mondo maschile. Stia attento lei, che è qui da solo». Vera se la spassa, scuotendo fra le risate, ricordi e amarezze.

«Il Mirror (giornale da sempre vicino al Labour Ndr) liquidò la nostra agitazione – aggiunge Sheila – come lo sciopero delle sottane. Ma come si fa? Sottane». «E io – incalza Vera – non mi dimenticherò mai quando, in un appassionato scambio con un pezzo grosso delle Unions, tale mister Todd, mi fu detto “Cosa vuoi fare? Il neurochirurgo?” e questo solo perché avevo ipotizzato di presentare domanda per un lavoro di maggior concetto. Fu dura, mi creda, perché lo sciopero bloccò per venti giorni la produzione e chi aveva anche il marito in fabbrica visse momenti difficili». Fino a quando anche le Unions misero il cappello dell’ufficialità a uno sciopero selvaggio. Altre due settimane di blocco, poi la convocazione a Whitehall. Ufficio di Barbara Castle, ministro del lavoro, donna emergente nel Labour di Harold Wilson. «Finì tutto grazie a lei – ricorda Gwenn – battè il pugno sul tavolo, convinse la Ford e ci fece avere subito una paga quasi uguale a quella dei maschi. Due anni dopo, nel 1970, il ministro Castle varò l’equality pay act, la legge che sancisce il diritto all’uguaglianza salariale». E poi? «Tutto riprese come prima. Abbiamo lavorato per altri decenni a Dagenham – aggiungono – e le relazioni con Ford sono state ottime. Tutti, anche a casa, si dimenticarono di noi e di quella tacca nell’emancipazione di questo paese che mettemmo quasi per caso».
La Bbc, di recente, si è ricordata dei giorni di Dagenham e ha organizzato un confronto fra le scioperanti e i manager Ford dell’epoca. «Il programma, intitolato The Re-Union, è stato un successo. La trasmissione radiofonica ha suggerito, poi, l’idea del film. Oggi tutti parlano di noi. E siamo felici – aggiunge Sheila – ma…». Ma cosa? «Fu un’ingiustizia negare l’evidenza, ovvero che il nostro era lavoro da specialiste». Gwenn annuisce, Vera s’entusiasma, al Lord Denman la voglia di protesta s’avanza d’improvviso, per cedere alla nostalgia della memoria. «Guarda Sheila che Rose lavorava di fianco a te!». «Ma no, Gwenn, ti sbagli». «Ma sì!». Un altro tè per le signore di Dagenham.

www.ilsole24ore.com

"Le omissioni di Quagliariello", di Massimo Vaira

Bisogna dare atto al professore-senatore Quagliariello (e ringraziare Il Fatto per aver promosso l’iniziativa) di aver fatto ciò che il ministro Gelmini non ha fatto per due anni: confrontarsi con gli studenti e i ricercatori. Per il resto, però, non è andato oltre una serie di luoghi comuni e slogan governativi sull’università. Insomma come accademico, ha dimostrato ciò che vent’anni fa diceva Sabino Cassese: “Molti professori non scriverebbero una riga nelle loro discipline senza aver fatto mille ricerche di archivio, ma, per il solo fatto di essere all’università, ritengono di esprimersi da esperti sull’università stessa”. Questo limite si aggrava combinandosi con la retorica e le parole d’ordine politiche che poco hanno a che fare con un discorso serio e fondato sull’università. Insomma, il professore-senatore non sa o non dice una serie di cose che dovrebbe invece sapere e dire.
Uno degli argomenti principali cavalcati tanto dalla Gelmini quanto da Quagliariello è quello secondo cui l’università italiana versa in un pessimo stato e ciò è certificato dai ranking internazionali : nessuna università italiana è tra le prime 200. Questo basta e avanza per giustificare la riforma “epocale”. Tutto chiaro allora? Per niente, siamo in piena mistificazione. Nel 2008 il Times Higher Education Supplement, accanto ai ranking per singola istituzione, ha fatto anche quelli dei sistemi di istruzione superiore. Sorpresa! L’Italia si piazza all’ottavo posto nel mondo e primo in Europa per la probabilità che uno studente ha di ricevere una buona istruzione e al dodicesimo posto nel mondo in termini di qualità complessiva del sistema. Il professore ignora, o vuol ignorare, questo dato proveniente da una delle fonti che cita per screditare l’università. Ma mica finisce qui. Il nostro accademico-senatore non sa, o non vuol sapere, che è appena uscito un rapporto UNESCO, secondo cui il sistema americano, per quanto riguarda la didattica, è uno dei peggiori al mondo, sebbene le sue istituzioni di vertice egemonizzino i ranking internazionali. Perché? Perché ha ottimi e ben finanziati centri di ricerca, ma per il resto e nel complesso non è che se la sfanghi bene. C’è un’altra mistificazione presente nel Quagliariello-pensiero e nel non-pensiero gelminiano: la ricerca italiana se non è pessima poco ci manca, gli accademici italiani passano il tempo a scrivere di cose eccentriche e irrilevanti, si produce poco e con scarsissima rilevanza internazionale. Una recente ricerca del CNRS francese ci dice tutt’altro. La ricerca italiana si piazza all’ottavo posto nel mondo e al quarto in Europa per numero di pubblicazioni; è al settimo posto nel mondo per numero di citazioni; le eccellenze sono nei campi della medicina, matematica, fisica, biologia molecolare e genetica, scienze spaziali, neuroscienze e scienze del comportamento; i giovani ricercatori italiani si piazzano al secondo posto in termini di successo nell’ottenimento dei finanziamenti del Consiglio Europeo della Ricerca; delle 45.000 pubblicazioni prodotte nel 2007 il 40% sono frutto di collaborazioni internazionali. Va sottolineato che i Paesi che ci precedono sono quelli in cui il finanziamento dell’università e della ricerca è nettamente più alto del nostro. E a proposito di finanziamento, il professore-senatore non dice che l’Italia si trova al trentaseiesimo posto dei paesi OCSE relativamente alla spesa per l’istruzione universitaria sul PIL, al ventiseiesimo posto per quanto riguarda il rapporto docenti-studenti e tra gli ultimi relativamente al numero di studenti che beneficiano di sussidi e borse di studio. Infine, ma ci sarebbe ancora molto altro da dire, il professore-senatore dice che “L’Inghilterra era uscita da qualsiasi classifica di merito e grazie a quei tagli [epoca Thatcher, nda] ha ripreso a scalare le classifiche mondiali”. A parte il fatto che le “classifiche di merito” esistono dal 2003 e che al tempo dei tagli non ve ne era traccia, quello che il professore non sa è che negli anni ’90 la politica universitaria britannica si accorge del disastro prodotto da quei tagli in termini di qualità della didattica e della ricerca. A partire dalla metà degli anni ’90 il sistema viene fortemente finanziato e questa politica è continuata fino a quest’anno (governo Cameron). Giusto per dare l’idea, tra il 2000 e il 2007 la spesa pubblica in istruzione superiore britannica è cresciuta del 50% contro il nostro 12% dello stesso periodo (dati OCSE). Se la Gran Bretagna oggi è in alto nelle classifiche è perché il suo sistema è stato ben finanziato, non de-finanziato. E lo stesso si deve dire della Germania e la Francia che hanno immesso miliardi extra per finanziare le rispettive politiche per l’eccellenza dell’istruzione superiore.

Il Fatto Quotidiano 24.12.10

Gli auguri del premier: giudici, emergenza democratica

Le elezioni sarebbero un ”grave danno” per un Paese che sta uscendo da un anno ”difficile” piu’ forte di prima; tuttavia, senza una maggioranza in grado di fare le riforme, l’unica alternativa resta quella del voto. Silvio Berlusconi, dopo la conferenza stampa di fine anno, continua a rivendicare i meriti del suo esecutivo, rinnovando l’apertura a Pier Ferdinando Casini. Il leader centrista pero’ rifiuta garbatamente la proposta e ribadisce di voler restare equidistante anche dal Pd, respingendo l’invito di Pier Luigi Bersani ad una ”alleanza costituente”.

Il presidente del Consiglio, in un audio-messaggio ai Promotori della Liberta’, avverte che la fine anticipata della legislatura sarebbe un ”grave danno” al Paese. Per questo promette di fare il possibile per evitarlo. Ove cio’ non fosse possibile, precisa pero’, ”non ci sara’ altra scelta se non tornare dal popolo sovrano”. L’obiettivo ”primario”, ripete, resta la ”governabilita”’ attraverso un allargamento della maggioranza, visto che non esiste una maggioranza alternativa a quella attuale. L’intento e’ sempre quello di attrarre singoli deputati delusi. Ma anche di convincere i centristi: spero che Casini si ”ravveda” e decida di dare perlomeno un appoggio esterno al governo, afferma il premier. Che invece ripete di non vedere alcun margine con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Coi militanti Berlusconi rivendica soprattutto l’azione di governo, che ”tenendo in ordine i conti” in un anno ”difficile” e’ riuscito a ”traghettare verso il 2011 un’Italia piu’ stimata, piu’ forte e piu’ competitiva”, mentre altri ”ordivano congiure di palazzo”. Conferma pero’ che per tornare ai livelli di crescita pre-crisi bisognera’ attendere il 2012.

Nel complesso, comunque, per il 2010 si puo’ guardare al ”bicchiere mezzo pieno”, anche in considerazione dell’accordo raggiunto dalla Fiat a Mirafiori che non esita a definire ”storico”. Sul tema sempre caldo della giustizia, rinnova le sue critiche a quei pm che con ”indebite ingerenze sulla vita delle altre istituzioni” determinano una ”vera e propria emergenza democratica”. Infine, a proposito di un possibile passo indietro, ripete che nel Pdl e nel governo ci sono alcuni ”protagonisti” che ”potrebbero davvero, in un prossimo futuro, assumersi la responsabilita’ di guidare il governo”. Eventualita’, aggiunge, che ”mi auguro” visto che farlo richiede ”grandissimi sacrifici”. L’ennesima offerta del premier non trova sponda nei centristi: ”Non diciamo ne’ si ne’ no ad un tavolo, constatiamo che il tavolo c’e’ gia’ ed e’ il Parlamento”, ribadisce Casini. Che risponde picche anche all’alleanza costituzionale proposta da Bersani. ”E’ un’idea emergenziale, ma io mi auguro che assieme si possa scongiurare una simile emergenza”. Insomma, per l’ex Dc e’ meglio ”convergere” in Aula su alcuni provvedimenti, restando ”ciascuno dov’e’, maggioranza e opposizione”. Le parole del Cavaliere scatenano la reazione dell’opposizione: Per il Pd parlano Maurizio Migliavacca, che definisce l’intervento un ”copione ormai logoro”, e Stefano Fassina, che accusa il premier di rifilare agli italiani una ”stanca litania propagandistica”. Altrettanto dure le reazioni dell’Italia dei Valori: Antonio Di Pietro, a proposito della Fiat, parla di ”panettone al veleno”, mentre Luigi De Magistris e Fabio Evangelisti lo attaccano rispettivamente sulla giustizia (”l’unica emergenza democratica e’ Berlusconi”) e sulla crisi (”Preoccupa la sua capacita’ di mentire”).

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BERSANI: ECCO KIM IL-SUNG

«Un mare di chiacchiere e di bugie. Come mi disse montanelli, non sa distinguere tra verità e menzogna», ha detto Bersani, riferendosi al discorso di Berlusconi, e ha fatto l’esempio che «nel milleproroghe è stato tolto il rinvio delle tasse agli aquilani». Bersani ha voluto lanciare un appello: «è stato un decennio caratterizzato da una democrazia personalizzata, del ‘ghe pensi mì, che ci ha fatto precipitare in tutte le classifiche possibili e immaginabili, pil pro capite, redditi, più alta pressione e meno fedeltà fiscale, disoccupazione giovanile e femminile, più distanze tra nord e sud, più disparità. Il paese accetta di continuare a prendere il sonnifero o decide di reagire al declino galoppante e silenzioso?».

«Bisogna cambiare l’agenda – ha continuato – o rischiamo un altro decennio di berlusconismo. Bisogna fare riforme profonde: la riforma fiscale, mettere il cacciavite nella pubblica amministrazione, fare investimenti per creare lavoro». Quanto alla situazione politica, Bersani ha detto di essere «interessato a parlare con chi si colloca al centro, non con chi lavora a una ristrutturazione del centro-destra. A loro dico: “Vogliamo fare un pacchetto di riforme e rimettere in pista l’economia oppure no?”». Il segretario del Pd ha salutato i giornalisti: «Svolgete liberamente il vostro lavoro e vi ringraziamo per questo».

Pier Luigi Bersani ribadisce la proposta a «tutte le forze di opposizione» di un’alleanza «costituente» per evitare un altro decennio berlusconiano. Il segretario del Pd, in una conferenza stampa, sottolinea la particolarità del momento, il suo carattere emergenziale e per questo mette sul tavolo la proposta di «una grande coalizione» per «andare oltre Berlusconi».

«Se non ci fosse Berlusconi di mezzo -prosegue Bersani- io penserei ad una fase costituente che guarderebbe anche oltre, tanto è grave la situazione. Il centrosinistra e le forze di centro devono chiedersi se vogliono costruire una Repubblica di tipo europeo funzionante oppure continuare con il berlusconismo». Una coalizione dal Terzo Polo a Vendola che servirebbe «per andare oltre il berlusconismo e fare riforme istituzionali e alcune cose serie» su economia e lavoro. «Non è un patto politico in cui metti l’anima, ma -spiega il segretario del Pd- un patto politico in cui metti la preoccupazione per il Paese». A tutti il Pd «chiede generosità, apertura, perchè la fase che abbiamo davanti è costituente, se vogliamo fare certe riforme in campo istituzionale ed economico-sociale».

«L’attacco alla corte costituzionale è gravissimo, Berlusconi non si rende conto: abbiamo la Costituzione più bella del mondo e la Consulta è il presidio altissimo della democrazia», detto il segretario del Pd. «È un presidio che deve essere assolutamente rispettato – ha aggiunto – ed è inaccettabile picconarlo. La Corte deciderà con nostro pieno rispetto e berlusconi riconosca che è un cittadino come gli altri». Bersani ha anche fatto notare che «quando ci si avvicina ai 75 anni, non si va più in galera. Basta straparlare della giustizia, parliamo dell’Italia e dei cittadini».

«Non vedo linee di divergenza con Veltroni». Così il segretario del Pd ha risposto ad una domanda sulle critiche che gli ha rivolto ieri Walter Veltroni in una intervista su l’Unità. «Il nostro messaggio – ha poi detto Bersani spiegando la sua proposta di alleanza larga – è rivolto a tutte le forze di opposizione, e poi gli altri diranno la loro. È chiaro che chiediamo generosità ai nostri interlocutori».

www.unita.it

"Amnesty: un calendario di buone notizie", di Umberto De Giovannangeli

Un calendario della speranza. Le vittorie del 2010. Registrate in un campo cruciale: quello dei diritti umani. Le migliori 12 buone notizie del 2010. A indicarle è Amnesty International.
«Il risultato del nostro impegno e di chi ha cuore i diritti umani è dimostrato dalle buone notizie che ci arrivano ogni giorno: prigionieri politici liberati, condanne a morte commutate, leggi liberticide cancellate, sgomberi forzati fermati e tanto altro…..» rileva Amnesty.

Gennaio: rilasci – Guinea

Issiaka Camara, Alpha Oumar Diallo e Hassiniou Pendessa, tre militari arrestati nel dicembre 2008, sono stati rimessi in libertà il 25 gennaio 2010. Non sono mai state rese note le ragioni del loro arresto e, per tutta la durata della detenzione, i tre militari non sono mai stati portati di fronte a un giudice. Amnesty International aveva chiesto alle autorità guineane di sottoporli a un processo regolare per un reato di accertata natura penale oppure di rilasciarli.

Febbraio: campagna “Io pretendo dignità” – Burkina Faso

Il 12 febbraio 2010, nel corso di un incontro col Segretario generale ad interim di Amnesty International, Claudio Cordone, il presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré si è impegnato a rimuovere tutte le barriere di natura economica che ostacolano l’accesso delle donne burkinabé alle cure ostetriche di emergenza e ai servizi di pianificazione familiare. Amnesty International aveva sollecitato queste misure in occasione del lancio, il 27 gennaio, di un rapporto sulla mortalità materna nel paese africano.

Marzo: pena di morte – Iran

Hossein Haghi, condannato a morte nel 2004 quando aveva meno di 18 anni, è stato graziato dai parenti della persona del cui omicidio era stato giudicato colpevole. Secondo la legge islamica in vigore in Iran, la famiglia di una vittima di omicidio volontario ha il diritto di chiedere la retribuzione (l’esecuzione dell’omicida) o un risarcimento, in denaro o in beni materiali.

Aprile: campagna “Più diritti più sicurezza” – Regno Unito

Il 23 aprile 2010 il ministro della Giustizia ha comunicato che Lofti Raissi, un istruttore di volo accusato di aver addestrato i dirottatori dell’11 settembre 2001, è “completamente esonerato” da ogni accusa. Questa decisione apre anche la strada alla possibile concessione di un risarcimento per l’uomo, ingiustamente accusato di terrorismo. Raissi era stato arrestato il 21 settembre 2001 sulla base di prove fornite dall’amministrazione Usa e di una successiva richiesta di estradizione. Era rimasto in carcere fino all’aprile 2002, quando un giudice ne aveva disposto il rilascio, non sussistendo alcuna prova sul suo coinvolgimento in attività terroristiche.

Maggio: prigionieri di coscienza – Malawi

Steven Monjeza e Tiwonge Chimbalanga, due uomini condannati poche settimane prima per “gravi atti di indecenza” e “atti contro natura”, sono stati rilasciati il 29 maggio 2010 a seguito della grazia presidenziale, concessa anche a seguito degli appelli inviati da Amnesty International e da altre organizzazioni che difendono i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Monjeza e Chimbalanga erano stati arrestati il 28 dicembre 2009, due giorni dopo aver festeggiato il loro fidanzamento nel corso di una cerimonia pubblica.

Giugno: giustizia internazionale – Bosnia ed Erzegovina

Il 15 giugno 2010 il Tribunale penale per l’ex Jugoslavia ha condannato all’ergastolo due ex militari serbo-bosniaci, Vujadin Popovic e Ljiubisa Beara. I due imputati sono stati giudicati colpevoli di genocidio per il massacro di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono uccisi almeno 8000 musulmani bosniaci. Altri cinque imputati sono stati condannati a pene tra cinque e 35 anni di carcere.

Luglio: campagna “Mai più violenza sulle donne” – Italia

Il 2 luglio 2010 il presidente della Repubblica ha promulgato la legge che lo autorizza a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa contro la tratta di esseri umani, approvata dal parlamento il 30 giugno. Il trattato, adottato nel 2005 ed entrato in vigore il 1° febbraio 2008, rappresenta strumento internazionale importante per garantire la protezione delle persone vittime di tratta in Europa. La Sezione Italiana di Amnesty International ha lavorato sia per l’adozione europea della Convenzione sia per la ratifica da parte dell’Italia.

Agosto: diritto internazionale

Il 1° agosto è entrata in vigore la Convenzione sulle munizioni a grappolo che vieta l’uso, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento delle munizioni a grappolo. Il testo è stato adottato a Dublino il 30 maggio 2008 e aperto alla firma a Oslo nel dicembre dello stesso anno. Amnesty International, che si è detta soddisfatta per l’adozione del testo, insieme ad altre centinaia di organizzazioni, aveva da tempo lavorato per un divieto totale delle munizioni a grappolo.

Settembre: difensori dei diritti umani – Repubblica popolare cinese

Chen Guangcheng, avvocato e difensore dei diritti umani, è stato rilasciato il 9 settembre 2010 dopo aver trascorso quattro anni in carcere. Nell’agosto 2006 era stato condannato a quattro anni e tre mesi di reclusione per “danneggiamento di proprietà pubblica e assembramento di persone per bloccare la circolazione”. Quell’anno Guangcheng aveva aiutato i cittadini di Linyi (nella provincia dello Shandong) a portare in giudizio le autorità locali per la loro politica illegale di sterilizzazioni e aborti forzati, a danno di migliaia di donne. Amnesty International lo aveva adottato come prigioniero di coscienza e aveva denunciato il suo caso durante la campagna “Pechino 2008: Olimpiadi e diritti umani”.

Ottobre: prigionieri di coscienza – Repubblica popolare cinese

L’8 ottobre 2010 a Liu Xiaobo, prigioniero di coscienza adottato da Amnesty International, è stato conferito il premio Nobel per la pace 2010. Liu Xiaobo, copromotore del manifesto per le riforme e i diritti umani “Charta 08”, sta scontando una condanna a 11 anni di carcere per “incitamento alla sovversione dei poteri dello stato”.

Novembre: prigionieri di coscienza – Myanmar

Il 13 novembre 2010 Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e leader della Lega nazionale per la democrazia, è stata rimessa in libertà. Aveva trascorso 15 degli ultimi 21 anni agli arresti domiciliari.

Dicembre: pena di morte – Cuba

Il 3 e il 7 dicembre 2010 la Corte suprema ha commutato in 30 anni di carcere le condanne a morte di due cittadini salvadoregni, Ernesto Cruz Leon e Otto Rene Rodriguez, che nel 1997 avevano preso parte a una serie di sanguinosi attentati contro hotel e ristoranti frequentati da stranieri.

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"Inverni sempre più freddi perché il pianeta si riscalda", di Luigi Bignami

Gli esperti non hanno dubbi: Europa del nord, Nord America e Asia orientale per i prossimi anni devono aspettarsi inverni sempre più freddi, piovosi e anche nevosi, come quello cioè, che si è avuto a cavallo tra il 2009 e il 2010. L’inverno appena iniziato in Italia è stato preceduto da un periodo di gelo non facile da dimenticare. E sembra che nuove ondate di freddo siano alle porte. Se facciamo memoria poi, non sarà difficile ricordare quanto freddo, soprattutto al centro nord, si è dovuto patire durante l’inverno scorso. E se ci si sposta più a nord del pianeta, verso la Francia settentrionale e l’Inghilterra la situazione è stata ancor più tremenda. Paradossalmente invece, in Groenlandia e nel Nord del Canada la situazione è opposta: le temperature sono sopra le medie. Ma come è possibile ciò se il pianeta si sta riscaldando sempre più? Sembrerà strano, ma la situazione rientra perfettamente in un quadro di un pianeta sempre più caldo. Europa del nord, Nord America e Asia orientale per i prossimi anni devono aspettarsi inverni sempre più freddi, piovosi e anche nevosi. Come quello che si è avuto a cavallo tra il 2009 e il 2010.

La causa è da ricercare molto più su rispetto alla fascia del pianeta interessata dal freddo, bisogna cioè salire in prossimità del Polo Nord. Qui l’area artica si sta riscaldando come in nessuna altra parte del pianeta, al punto che la temperatura degli ultimi anni è cresciuta mediamente di due volte rispetto al resto del pianeta. Ciò causa una variazione sulla pressione atmosferica al Polo Nord che a sua volta determina una variazione della circolazione atmosferica che porta venti freddi a scendere verso sud. “Ciò
fa si che inverni freddi e nevosi diverranno la norma piuttosto che l’eccezione. E tutto ciò è determinato dalla perdita di ghiacci che si sta verificando in prossimità del polo boreale”, spiega James Overland dell’US National Oceanic and Atmospheric Administration 1. Questa conclusione Overland e colleghi l’hanno esposta durante un incontro tenutosi ad Oslo. Secondo il ricercatore, la perdita di ghiacci polari (che sta avvenendo ad un ritmo dell’11% al decennio) fa sì che una maggiore quantità di mari accumuli al Polo Nord molto più calore rispetto al passato e le ricadute sul clima causate da tale situazione è di molto superiore a quanto i modelli climatici avevano delineato fino ad oggi.

A questa condizione, secondo un’altra ricerca, si somma l’influenza della “Oscillazione Artica”, una relazione tra l’alta pressione sulle medie latitudini e la bassa pressione dell’Artico. Quando le pressioni sono relativamente deboli, la differenza tra loro è piccola e ciò porta a far si che aria dall’Artico fluisca verso sud, mentre aria più calda viaggi verso nord. Questa situazione è quella presente in questi ultimi anni e ciò determina inverni già di per sé freddi e nevosi sul nord Europa, ancora più rigidi.

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"Fermate Tremonti, killer dei piccoli giornali", di Gianni Del Vecchio

Anche quest’anno Tremonti ci sta riprovando. Ormai per il ministro dell’economia quella manciata di milioni che lo stato ogni anno passa ai piccoli giornali per tener vivo uno dei corollari della democrazia, e cioè il pluralismo dell’informazione, è diventata una specie di ossessione. Quei soldi devono sparire, e pure in fretta. Chi se ne importa se il parlamento, organo sovrano nella nostra Costituzione, abbia più volte votato contro i tentativi di taglio. E chi se ne importa che il braccio destro di Berlusconi, il sottosegretario Paolo Bonaiuti, stia lavorando a una riforma per rendere più trasparente ed efficace l’erogazione dei fondi pubblici alle testate di partito e alle cooperative. Per Tremonti le piccole testate non devono più gravare sulle casse pubbliche: o dimostrano di poter stare sul mercato oppure è meglio che rinuncino alle rotative. L’ultimo episodio della lunga battaglia è di questi giorni: nel decreto Milleproroghe sono stati tagliati i fondi per l’editoria (da 100 a 50 milioni) nonché azzerati i 45 milioni stanziati per le radio e tv locali. Contravvenendo così a quanto previsto dalla ultima Finanziaria, dove il ministro s’è dovuto inchinare alla volontà del parlamento, compatto nel votare a favore del reintegro delle risorse per l’editoria, grazie soprattutto all’iniziativa dei finiani e di tutte le opposizioni. Un copione, questo, già visto l’anno scorso: a fine 2009, Tremonti abolisce il diritto soggettivo dei piccoli giornali al finanziamento pubblico, salvo poi dover fare marcia indietro a inizio 2010, quando si vede costretto dalla sua stessa maggioranza e dal centrosinistra a ripristinarlo, impressionato dalla grande mobilitazione dei deputati e dalle 360 firme bipartisan di deputati pro-giornali. Ora, la speranza è che questo vasto fronte ancora una volta sventi il reiterato attacco di Tremonti, quando agli inizi del prossimo anno il dl Milleproroghe arriverà alla camera e al senato per la conversione. Una speranza supportata da un dato di fatto eloquente: attualmente il governo può contare su una maggioranza molto risicata, solo tre voti di margine a Montecitorio, e non è un azzardo immaginare che possa andare sotto su di un argomento che già in passato ha compattato maggioranza e opposizione. Peraltro, nella sua crociata Tremonti non può contare neanche sul sostegno del premier. Ieri Berlusconi, durante la conferenza stampa di fine anno, s’è impegnato a risolvere il problema, invitando i rappresentanti dell’Ordine dei giornalisti a incontrare Bonaiuti, che su questo tema è acerrimo nemico del ministro. Insomma, Tremonti sembra abbastanza isolato, anche se dalla sua ha l’arma finale di un eventuale fiducia al decreto. Una fiducia che spegnerebbe tante piccole voci che contribuiscono a rendere più democratico questo paese.

da Europa Quotidiano 24.12.10