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"Il delirio del potere", di Massimo Giannini

Come Charlie Chaplin con un gigantesco mappamondo tra le mani, Silvio Berlusconi contempla un orribile 2010 esaltando gli splendori del pianeta “pacificato” grazie alle sue virtuali capacità taumaturgiche, e non vede le reali miserie politiche ed economiche nelle quali sta precipitando il Paese che governa. Il presidente del Consiglio celebra il rito della conferenza stampa di fine d’anno tra la velleità ridondante del “Grande Dittatore” e la verbosità estenuante di Fidel Castro.

Il mondo gli deve tutto: lui ha “imposto a Obama e Medvedev la sigla del Trattato Start” sulle armi nucleari, lui “ha fermato i carri armati russi a 20 chilometri da Tbilisi”, lui ha “suggerito a Gheddafi di dare una casa di proprietà di 25 metri quadrati a ogni libico”, lui si occupa “da trent’anni di Medioriente, per sanare la ferita aperta tra israeliani e palestinesi”.

Un delirio di onnipotenza imbarazzante. Che svanisce miseramente quando il Cavaliere è costretto suo malgrado a ripiegare lo sguardo sui disastri della povera Italia. Qui emerge un ricettario di impotenza inquietante. Il premier non ha una soluzione da offrire, per nessuno dei problemi che tormentano il Paese. Dalla governabilità politica alla crisi economica. Dal disagio sociale al divario inter-generazionale. Nell’eterna transizione italiana, Berlusconi non sa indicare alcun approdo. Sul piano dell’immagine, l’alluvionale “performance” di Villa Madama ci regala soprattutto questo: un leader non più
capace della “narrazione” che gli ha consentito di stravincere tre elezioni in quindici anni. Demiurgo con il sole in tasca, è ideale per cavalcare i tempi d’oro, ma del tutto inadatto a gestire i tempi di ferro. Parafrasando Ilvo Diamanti: l’uomo della Provvidenza non c’è più, l’uomo dell’Emergenza non c’è mai stato.

Sul piano politico, le quasi tre ore di vaniloquio berlusconiano ci consegnano un premier palesemente indebolito dalla vittoria di Pirro del 14 dicembre. Un premier costretto al puro galleggiamento, di qui all’inizio del 2011. In attesa del buon esito di un’improbabile, ulteriore tornata di affari al “mercatino di gennaio”, come si conviene alla truce campagna-acquisti parlamentare avviata alla vigilia del voto sulla fiducia di due settimane fa. In attesa, soprattutto, della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, fissata per l’11 gennaio. Sarà quello il vero snodo della legislatura, perché al dunque, l’unica cosa che sta a cuore al Cavaliere è il suo destino processuale, dal quale non può scindere il suo destino politico. In questa quiete che prepara la tempesta, il Cavaliere navigherà a vista.

La sua lettura del quadro politico attuale e potenziale è un coacervo di contraddizioni. “Con tre voti di maggioranza si può governare”, dichiara. Ma al tempo stesso proprio lui evoca i “governi di minoranza” che già guidano altre grandi democrazie, dalla Germania della Merkel all’America di Obama, passando per il Canada. È “ragionevole” aprire un tavolo con il Terzo Polo, annuncia. Ma poi quantifica in appena 325 la quota dei deputati raggiungibili di qui al prossimo mese: una Linea Maginot francamente modesta, e dunque destinata a franare comunque. Considera “irragionevole” il ritorno alle urne, ma poi torna lui stesso ad ipotizzare le elezioni anticipate, “se non dovessimo avere una maggioranza sufficiente in tutti e due i rami del Parlamento”.

Tutto è il contrario di tutto. Con una sola certezza: l’orizzonte corto di questo governo e di questa maggioranza. Con un leader che mangia il panettone di Natale, ma non ha munizioni per fronteggiare il Generale Inverno che attanaglia il Paese. Al cronista che gli chiede conto dei dati ufficiali sui freschi record negativi italiani nella disoccupazione, nella competitività e nella pressione fiscale risponde solo “faccia un bagno di ottimismo”. E alla domanda “ha in mente qualcosa di specifico” per fronteggiare queste emergenze, replica l’irreplicabile: “No, non ce l’ho”. Testualmente. Detto dal capo di governo di un Paese con crescita zero e con i fucili puntati della speculazione internazionale, c’è da rabbrividire.

Come c’è da rabbrividire sul rilancio del “grande partito dei moderati”. Al fondo, l’unico messaggio forte di questa kermesse berlusconiana di fine d’anno è l’ennesimo attacco devastante alla magistratura. Un ricatto ai pm, riuniti “in un’associazione per delinquere con finalità eversive”: processatemi pure, poi ne risponderete in una commissione parlamentare d’inchiesta. E una minaccia ai giudici della Corte costituzionale, “organo non più di garanzia perché in mano alla sinistra”: bocciate pure la legge sul legittimo impedimento, e la vostra sarà “una sentenza politica”. Ineccepibile: è la versione berlusconiana della “leale collaborazione tra le istituzioni”.
Ma qui, ancora una volta, sta la vera posta in gioco. Il ciclo politico berlusconiano si può chiudere com’era cominciato: con l’ossessione giudiziaria. La fuga dalla responsabilità penale, sanata per sempre dal suffragio popolare. Se l’11 gennaio la Consulta farà saltare questo nesso “sacrale” (e, nella visione tecnicamente totalitaria del premier, fondativo di un nuovo potere non tangibile e non imputabile) salterà il tavolo della politica. Berlusconi imboccherà la via delle elezioni anticipate, privilegiando l’interesse personale a dispetto dell’interesse nazionale. E non farà prigionieri, lanciandosi in una campagna elettorale feroce. Consumata nelle tv, nelle piazze e persino nelle aule di tribunale. È l’ultima scena del Caimano di Nanni Moretti. Speravamo fosse una finzione. Rischia di diventare una realtà.

La Repubblica 24.12.10

"Uno tsunami morale per risalire", di Massimo Gramellini

Dopo la sbornia del “yes, we can”, meno vittimismo e più esempi. Il 2010 è stato l’anno delle sabbie mobili: né avanti né indietro, ma sempre più a fondo. Si discute di nucleare, mentre l’energia di cui avremmo maggiormente bisogno è la passione. Quella che ti spinge prima a immaginare il futuro e poi a crearne uno. Gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile e per questo la fecero, scriveva Bertrand Russell. E invece, dopo la breve sbornia obamiana, «yes we can» ha lasciato di nuovo il posto a «non si può», che è il mantra degli arresi, la gabbia contro cui si spiaccicano i sogni.

Il 2010 si chiude con gli studenti in piazza e presto potrebbe toccare ai pensionati e persino agli occupati, perché se gli stipendi stanno diventando cinesi, il costo della vita rimane drammaticamente europeo. Ci si può opporre a questa crisi epocale che ha cambiato il flusso millenario della storia? No, ma ci si può convivere. Purché tutti facciano qualcosa. E in quel tutti ci siamo davvero tutti. Noi e loro. Loro sarebbero i politici, la classe dirigente. Alla quale per il 2011 non chiediamo miracoli, ma un sussulto di dignità. Anzitutto il coraggio di qualche scelta impopolare che privilegi l’istruzione, la ricerca, la cultura e l’ambiente, sacrificando all’occorrenza qualcosa del resto, perché la sopravvivenza di una specie è garantita dalla crescita dei giovani, non dall’immortalità degli anziani. Dai potenti vorremmo meno prediche e più buoni esempi. Più decenza e senso della realtà. Un presidente del Senato non può menare vanto che i parlamentari lavorino fino all’antivigilia di Natale e poi aggiornare la seduta al 12 gennaio. La classe dirigente si gloria di assomigliare alla società anche nei difetti, ma è proprio questo che le ha tolto autorevolezza. Pretendere da un leader comportamenti superiori alla media – nel trattare i soldi, nel trattare le donne – non è moralismo, ma la precondizione per la tenuta della gerarchia sociale. Se il capufficio ruba e tocca il sedere alla segretaria, gli impiegati si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.

Magari lo ammireranno, ma non lo rispetteranno più. Però sarebbe troppo comodo gettare tutto il peso del 2011 sulle spalle di chi ha responsabilità pubbliche. Se potessi evocare uno tsunami morale, gli chiederei di spazzare dalle nostre viscere il vittimismo e l’egocentrismo, in virtù dei quali ci riteniamo continuamente vittime di ingiustizie e di complotti, come se il mondo non avesse altro da fare che pensare a noi, salvo poi lamentarci proprio di questo: che il mondo non pensa abbastanza a noi. Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che siamo fatti di fango ma anche di stelle, che siamo cittadini e non sudditi, che la vita dipende in larga misura dalle nostre scelte personali e non da quelle della politica. Che ogni Io fa parte di un Noi e che il Noi non è solo la nostra famiglia, ma le tante comunità a cui decidiamo di aderire. Che se una cosa è pubblica appartiene a tutti, non a nessuno. E che per ogni porta che si chiude c’è sempre una finestra che si sta aprendo da qualche altra parte. A volte basta smettere di piangere e asciugarsi gli occhi per riuscire a vederla.

La Stampa 24.12.10

"Lega di lotta e di cemento", di Alberto Statera

Ancora non è finita la conta dei danni provocati dall’alluvione che ha devastato il Veneto all’inizio di novembre, facendo due morti e gravi danni in 328 comuni e 3433 imprese, che la giunta regionale del presidente leghista Luca Zaia ha posto le basi della più grande speculazione immobiliare che a memoria d’uomo si ricordi. Archiviati i recenti pianti di coccodrillo sulla cementificazione che provoca le alluvioni, la Lega di lotta e di cemento, ha varato col Pdl una legge regionale che modifica le norme in materia di governo del territorio e dà via libera alla possibilità di ristrutturare ruderi e baracche di pochi metri su terreni agricoli, ampliandoli fino a 800 metri cubi. Chiunque – non solo chi fa l’agricoltore – può costruirsi una villa di 270 metri quadrati o una palazzina di tre piani con tre appartamenti da 90 metri al posto di quattro sassi in croce.

I ruderi agricoli sono decine di migliaia nella regione e alcuni, posti nelle località turistiche più pregiate, sono assai appetibili. Soltanto a Cortina sono 200 e, calcolato il valore medio del metro quadrato che è tra i più alti d’Italia, la ristrutturazione selvaggia voluta dal governatore palazzinaro nel territorio comunale produrrà un plusvalore immobiliare valutato in 800 milioni di euro. Naturalmente non ci sono solo la montagna e le valli alpine, ma anche appetibili mete turistiche marine e lacustri, come Jesolo, Bibione, Caorle e il Garda. Per cui l’operazione leghista vale miliardi ed è destinata ad avverare
la premonizione del poeta Andrea Zanzotto:”Una volta c’erano i campi di sterminio, adesso arriva lo sterminio dei campi”. Non più capannoni eretti intorno alle ville palladiane, emblemi del miracolo industriale, dei distretti, della piccola impresa diffusa che strappava quelle terre alla endemica povertà, ma una scelta tutta palazzinara che certifica la nuova fase “economicista” della Lega, più attenta al controllo della Fondazioni bancarie e alle grandi speculazioni che ai problemi delle cosiddette partite Iva, che furono la base di partenza per la conquista del nord. Adesso vengono prima potere e affari, mentre Zaia, che ha le casse completamente vuote, prosciugate dal debito di un miliardo della sanità, si appresta a mettere le mani nelle tasche dei veneti, come direbbe Berlusconi, se non sarà Tremonti a soccorrerlo.

Il primo a denunciare ciò che la nuova legge regionale comporta è stato il sindaco cortinese di destra Stefano Verocai, che, invece dei suoi nella giunta e nel Consiglio regionale, ha accusato il Partito democratico di non essersi opposto allo scempio con forza sufficiente. Una ricostruzione che Laura Puppato, presidente del gruppo in Consiglio regionale e “uomo forte” del Pd veneto, nega con veemenza, raccontando tutte le fasi in cui lo scempio legislativo è stato coscientemente compiuto: “Il vicesindaco di Cortina se la prenda con i suoi amici della Lega e del Pdl perché noi abbiamo fatto una dura battaglia degli emendamenti, due dei quali sono stati accolti e hanno permesso di sventare altrettanti colpi di mano del centrodestra. Da un lato l’esproprio delle competenze dei consigli comunali sui Piani Urbanistici Attuativi, conferendo ogni potere alle giunte; dall’altro il tentativo di imbavagliare le soprintendenze ai beni ambientali, privandole di ogni voce in capitolo sui vincoli urbanistici”.

La Puppato rivendica di aver condotto una battaglia di opposizione senza ambiguità, che ha limitato lo scempio, contrariamente agli oppositori dell’Udc che hanno bocciato l’emendamento anti-ampliamenti, contribuendo a far passare “un provvedimento indegno nato nel solco del Piano Casa della regione approvato nella scorsa legislatura sotto Giancarlo Galan e concepito per guardare agli interessi commerciali e non alla difesa del territorio”.

Anche i costruttori mostrano di avere più a cuore della Lega di lotta e di cemento le sorti di un territorio già devastato da decenni di incuria. Non risparmiano critiche al governatore, la cui popolarità soltanto in otto mesi di mandato è precipitata verticalmente. Ci dice il presidente dell’Ance veneta Stefano Pelliciari: “Strada sbagliata quella scelta dalla regione. E’ necessario intervenire non su nuovi spazi di territorio da occupare, ma sulla riqualificazione del parco immobili esistente”. Ma, come direbbe il poeta di Pieve di Soligo, la catastrofe ecologica non è solo del territorio, ma anche delle menti”.

Appuntamento per Zaia e per la Lega di lotta e di cemento al prossimo sbocco d’ira del fiume Bacchiglione.

La Repubblica 24.12.10

«Gli atenei senza fondi non saranno autonomi», di Mauro Ceruti, Massimo Livi Bacci, Tiziano Treu

Caro direttore, Autonomia, Valutazione e Merito: sono i principi fondanti per la riforma del sistema universitario condivisi da chi vuole un rapido e vigoroso cambiamento. Una riforma che l’attuale Governo — nonostante la sua (finora) schiacciante maggioranza — non ha avuto il coraggio di affrontare, ripiegando su un pavido bricolage dell’esistente. Ebbene questi principi sono traditi dal disegno di legge Gelmini, che li evoca, ma non li persegue. E noi di autonomia, valutazione e merito ne vogliamo di più, molto di più: da qui la nostra netta opposizione. Una premessa: non si può riformare radicalmente un sistema, diffuso e complesso come quello universitario, riducendo le risorse e seguendo le ricette degli antichi cerusici. Non si risana l’ammalato salassandolo di qualche pinta di sangue! Sottrarre risorse al comparto della conoscenza— all’istruzione primaria, a quella superiore, all’università, alla ricerca — ha tre effetti negativi che si rinforzano a vicenda. Primo: aggrava la malattia, anziché curarla. Secondo: deprime il capitale umano, insostituibile risorsa per crescere e prosperare. Terzo: chi consegue meno conoscenza è anche più vulnerabile e più debole. E così i risparmi di oggi in cultura e istruzione si pagano domani con minore crescita, maggiore disuguaglianza e maggiori spese per sostenere i più deboli. È questa l’interpretazione della modernità dell’attuale maggioranza? Ma passiamo ai tre pilastri di una vera riforma, invisibili nel DDL Gelmini. Se vogliamo essere coerenti col principio dell’Autonomia, e riteniamo che la distribuzione di risorse pubbliche debba commisurarsi alla capacità degli Atenei e dei Dipartimenti di formare bene i propri studenti e di fare ricerca di buona qualità, allora occorre un sistema di Valutazione efficiente e rigoroso. A questo scopo dovrebbe servire l’ANVUR, agenzia di valutazione indipendente che ancora risulta privo degli organi direttivi. E che per funzionare seriamente — per valutare cento atenei, sessantamila docenti e due milioni di studenti— ha bisogno di esperti valutatori, economisti, sociologi, psicologi, statistici (l’ETS, agenzia privata di valutazione negli Stati Uniti ne ha più di mille!) e di costruire standard, metodi, procedure. Ma l’ANVUR non ha né testa né risorse, e quindi nemmeno ha cominciato a scaldare i motori. Dunque, la Valutazione è un fantasma. Ed è un fantasma l’Autonomia, perché la legge è prescrittiva— fino nei minimi dettagli— sull’articolazione dell’istituzione universitaria. Avremo università al guinzaglio, anziché istituzioni autonome, che si organizzano in funzione della loro storia, del contesto nel quale operano e della loro vocazione. Infine il Merito. Qui siamo di fronte ad un altro colossale bluff del DDL Gelmini. Il Fondo per il Merito, gestito dal Ministero dell’Economia, dovrà essere alimentato da risorse private perché non un euro pubblico è previsto. Un Soros o un Gates italiano sicuramente gestirebbero in proprio le loro donazioni, invece di affidarle alla burocrazia ministeriale. E se si volesse davvero sostenere il merito, occorrerebbe rafforzare il diritto allo studio che è oramai al lumicino: solo la metà del già modestissimo numero di assegnatari gode di una borsa di studio! Mauro Ceruti Massimo Livi Bacci Tiziano Treu

I tre autori sono Senatori del Pd e professori, rispettivamente, delle Università di Bergamo, dell’Università di Firenze e dell’Università Cattolica di Milano

Corriere della Sera 24.12.10

"Il progetto, poi le alleanze", di Cesare Damiano

Obiettivi e parole d’ordine condivise. L’11 dicembre, in piazza San Giovanni, il Partito democratico ha dato una grande prova di determinazione e, soprattutto, di unità. Sono bastate poche ore, però, perché dall’interno tornassero a levarsi molte voci tra di loro contrapposte. Veltroni, ad esempio, è tornato a reclamare un cambiamento di linea politica. Latorre ad auspicare l’ingresso di Vendola nel Pd. Altri hanno espresso critiche e condivisioni alla linea del partito. A scanso di equivoci ribadisco che tutto questo è assolutamente lecito. Ma l’impressione che si ricava è che, ancora una volta, si sia trattato della rimessa in discussione della solita unità di facciata, buona soltanto per una importante manifestazione del Pd.
Questo andazzo è pericoloso. Per il partito e, in prospettiva, per il paese. Che, oltre alla crisi economica e occupazionale, deve affrontare una crisi politica e di leadership sempre più grave e dagli sbocchi imprevedibili.
Non si tratta, come ho già detto, di imporre il silenzio.
In un partito davvero democratico la libertà di espressione e di critica può essere praticata da chiunque e in qualunque momento. Il problema, però, è quello di affrontare questi argomenti preferibilmente nelle sedi appropriate. Per il Pd l’occasione per una riflessione profonda ci sarà alla direzione nazionale di gennaio.
Bersani ha ragione quando indica al Pd la necessità di avanzare una proposta positiva per avviare una fase nuova nel paese. Dopo quanto è accaduto il 14 dicembre – la sanzione della fine dell’attuale maggioranza di centrodestra – non possiamo sottrarci a questo compito.
Abbiamo l’obbligo di indicare una strada per garantire crescita e lavoro e per riformare la repubblica. Non possiamo consentire a questo moncherino di maggioranza di continuare a galleggiare. Dobbiamo portare l’Italia fuori dalle secche nelle quali il berlusconismo l’ha trascinata.
In quest’ottica si è proposta un’apertura, non esclusiva, nei confronti del Terzo polo.
Franceschini, in modo ancora più esplicito, alludendo a Fini e Casini, ha parlato di necessità di compiere un pezzo di strada anche con persone e con forze politiche provenienti da storie diverse. La tesi è chiara: siamo in una fase di emergenza democratica acuta e sono necessarie risposte di emergenza. A fronte di questa discussione sulle alleanze io credo, invece,che sia nostro dovere avanzare prima di tutto una proposta politica che parta dai nostri contenuti e dalla nostra identità.
È su di essi e con essi che dobbiamo confrontarci con gli altri partiti di opposizione per un progetto di alleanze. È questa la priorità. La discussione non deve avvenire partendo dalle formule. Ma i contenuti si possono definire solo avendo ben chiaro chi siamo e cosa vogliamo. Devono basarsi su uno sforzo condiviso di compromesso tra le varie anime del Pd che ci consenta di avere una visione politica, alternativa all’attuale maggioranza, che sia credibile per il paese.
Questo è il punto. Abbiamo compiuto un grave errore nel nostro passato. Nella costruzione del Pd abbiamo annullato i riferimenti ai valori delle diverse identità costituenti nella convinzione che rappresentassero un ostacolo all’unità del nuovo partito. Questa rimozione ha finito con l’autorizzare ciascun esponente democratico a esprimere le proprie opinioni – talvolta senza senso del limite – come fossero imprescindibili per l’azione politica, dimenticando la necessità di trovare sempre e comunque una sintesi. È ora di voltare pagina.
Non si tratta di ricostruire il Pci o i Ds, la Dc o la Margherita. Non c’è alcun automatismo in tal senso (come taluni, strumentalmente, pretenderebbero).
Identità significa riscoprire i valori fondanti delle nostre storie diverse per proiettarli, oltre i vecchi recinti ideali, in una sintesi nuova. Non si tratta di un discorso astratto. Il momento che stiamo vivendo richiede scelte tempestive e concrete. Definire la nostra identità significa dotarci degli strumenti necessari per operare queste scelte.
I temi sono noti. Dobbiamo affrontare questioni urgenti come quelle dell’occupazione, dei diritti, del lavoro, del sistema fiscale, della sostenibilità del welfare.
Servono, su queste (e altre) materie provvedimenti legislativi riformatori. Ma ancora non possediamo la bussola necessaria per orientare la nostra direzione di marcia. Parliamo di economia. Siamo con Keynes o con Friedman e la sua scuola di Chicago? Quale ruolo attribuiamo alla presenza dello stato nell’economia? Parliamo di relazioni industriali e di nuovo patto sociale.
Siamo con Colin Crouch, il teorico della concertazione, o con Mancur Olson, il suo avversario? Se dobbiamo superare il conflitto tra capitale e lavoro, qual è la nostra idea per una sua ricomposizione ? In una parola, quali sono le nostre proposte? Massimo D’Alema ha sostenuto che, da sola, la socialdemocrazia non basta più per affrontare le sfide dell’oggi. Se vuole avere un futuro, deve rassegnarsi ad essere solo una delle componenti delle coalizioni progressiste e, soprattutto, deve trovare strade nuove. Concordo. Ma se questa ricerca vale per qualsiasi identità storica, a maggior ragione deve valere per un partito che assomma in sé valori e tradizioni diverse.
Abbiamo già perso troppo tempo. Dobbiamo iniziare a lavorare subito in questa direzione. Con la più ampia disponibilità al confronto e con la più ferma determinazione di giungere a una sintesi che faccia da guida riconosciuta alla nostra azione futura, senza rimuovere le nostre identità di partenza.

da Europa quotidiano 24.12.10

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“Bersani, il fratello maggiore”, di Mario Lavia

Il numero uno dei democrat ha bisogno di tempo, a gennaio proporrà un nuovo programma
Senza volerlo, ha suonato un copione “anglosassone”, quello del premier ombra che tiene la sua conferenza stampa di fine anno a poche ore da quella, fluviale, del premier in carica. Bersani ieri ha fatto il punto con i giornalisti al termine di un anno contraddittorio, di gran lavoro, fra grandi problemi esterni e interni a conclusione del quale si può dire che, insomma, il Pd c’è ed è un po’ più unito di prima, a furia di aggiustamenti successivi che pur non avendo sortito l’effetto principale – la caduta del governo – consentono tuttavia al segretario di proseguire la sua navigazione.
Dice Bersani del suo partito che è «il fratello maggiore di un arco di forza che vuole superare il berlusconismo »: ed è una metafora non offensiva per alcuno, non è sfoggio di arroganza o di superiorità intellettuale, semmai è l’assunzione di una responsabilità gigantesca, appunto, il «superamento del berlusconismo»: impresa finora mai riuscita a nessuno e a quanto sembra ancora lontana dal realizzarsi.
Sì, Bersani naviga – c’è chi lamenta: troppo tranquillamente – con l’unica bussola a disposizione, quella della ricerca faticosa di un’intesa «larga », scontando anche qualche elemento di confusione di cui è probabilmente consapevole e a cui pone rimedio marcando un’accentuazione nuova della soggettività del Pd e del suo programma (che verrà definito a partire dalla assemblea nazionale di Napoli di fine gennaio), con l’ambizione – addirittura – di costruire una «agenda del decennio» che sta per aprirsi da sottoporre erga omnes.
Ecco perché al centro dei suoi discorsi il segretario del Pd mette al centro «l’Italia», i programmi, le cose da fare, i problemi reali, e non «i tatticismi », meno che mai ciò che allude alla «personalizzazione ». Un’impostazione d’antan? Può darsi. Ma Bersani mette nel conto «i difettucci» che ci sono in un partito siffatto, certo però che alla fine la storia darà ragione lui. Il problema però è appurare se tutto ciò che rimanda al berlusconismo (e anche ai suoi «scimmiottamenti»: con chi ce l’aveva? Con Vendola e basta?) è in via di estinzione oppure no: perché se ci siamo ancora immersi dentro, il Pd faticherà il doppio, incerto fra sviluppo del bipolarimo o suo superamento. E però Bersani ha più di un punto di forza.
Che non è solo e tanto quello che ha sottolineato Miguel Gotor sul Sole 24Ore, e cioè la capacità personale di reagire come «un lottatore di sumo» quanto quella (cui lui stesso ha accennato ieri) che «non esistono alternative» alla sua linea generale. Magari il “Lingotto 2” del 22 gennaio cambierà i termini del dibattito interno, ma per il momento una posizione diversa da quella indicata dal segretario non si scorge con chiarezza, specie dopo che il numero uno del Nazareno ha relativizzato l’idea del “cartello” che pure era alla base della sua piattaforma congressuale (infatti non parla più di Nuovo Ulivo).
Non solo. C’è un’altra cosa che unisce il gruppo dirigente e che ovviamente non finisce così sui taccuini e sulle tv: la convinzione che è necessario, per il Pd – qualunque sia la sua linea – guadagnare tempo per assestare la posizione, migliorare un’organizzazione ancora deficitaria, soprattutto mettere Vendola su una strada molto più lunga e faticosa, lavorare il Terzo polo ai fianchi per portarlo “di qua”. Parlare in questo senso di un tacito ma grande accordo fra i capi del Pd uniti nel non volere le urne non fa torto alla verità. E d’altronde Bersani è per indole un leader che predilige il tempo lungo pur sapendo che è nel tempo lungo che le incognite crescono.

da Europa Quotidiano 24.12.10

"Grandi manovre nella terra di mezzo", di Ilvo Diamanti

La fiducia ottenuta alla Camera dal governo, la settimana scorsa, ha prodotto effetti significativi negli orientamenti politici degli italiani. Ben visibili nel sondaggio di Demos pubblicato oggi su Repubblica. Anche se non si tratta di una svolta. Semmai: una “svoltina”. Non ha rovesciato il clima d´opinione. Ha, però, migliorato l´immagine del Premier. Oggi, infatti, poco più di un terzo degli elettori giudica positivamente l´operato di Silvio Berlusconi.
Cioè: gli attribuisce un voto superiore o uguale a 6. Ciò significa, dunque, che i due terzi lo giudicano insufficiente. Tuttavia, rispetto a un mese fa, la fiducia nel presidente del Consiglio risale di qualche punto (2,6, per la precisione). Poco. Ma è da un anno che calava senza sosta. Parallelamente, la valutazione su Gianfranco Fini crolla. I giudizi positivi nei suoi confronti (29%) si dimezzano rispetto alla primavera scorsa. E calano di circa nove punti nell´ultimo mese. È come si fosse svolto un duello personale oltre che politico. Anche se non c´è differenza, in questa fase, fra “personale” e “politico”. Fini ha perso e ne paga le conseguenze. Insieme al suo partito. Fli, infatti, perde quasi tre punti, nelle stime di voto, attestandosi poco sopra il 5%. A vantaggio del Pdl, che ritorna sopra il 28%. A conferma del comune bacino elettorale di riferimento. Le altre forze politiche di Centro, per prima l´Udc, però, non sembrano avvantaggiarsene. Ora il confronto – o meglio: lo scontro – politico si è spostato sui “confini” tra le aree e gli schieramenti. Oltre il tradizionale bipolarismo Destra-Sinistra. Fini e Fli, insieme a Casini e Rutelli, hanno dato vita al Terzo Polo. Una terra di mezzo contesa, dall´identità ancora incerta, anche perché l´incertezza resta elevata. Come il senso di delusione, che si respira nell´aria. Nonostante la – limitata – ripresa di consenso registrata da Berlusconi, la fiducia verso il governo cala ancora. Ormai è sotto il 30%. Neppure ai tempi dell´ultimo governo Prodi era finita così in basso. Il problema è che il disincanto civico è largo, generalizzato. Ne è coinvolta – travolta – l´intera classe politica. Infatti, peggiora il giudizio verso tutti i leader. Compresi Tremonti e Vendola, che (con poco più del 40% di voti “almeno sufficienti”) restano, comunque, gli uomini politici più apprezzati dagli elettori. È come se il sistema politico fosse in stand-by. I partiti e i leader, insieme agli elettori. Nel centrosinistra: il Pd resta ancorato al 25% dei voti. Sel di Vendola – prossima all´8% – ne erode la leadership, oltre che la base elettorale.
Tuttavia, nonostante abbia superato indenne il voto di sfiducia, nonostante il suo avversario (nemico?) personale, Gianfranco Fini, sia in seria difficoltà, nonostante i partiti di centro non crescano e quelli di centrosinistra, nell´insieme, nemmeno: Silvio Berlusconi non ha cambiato strategia. Non vuole le elezioni e, dunque, non vuole neppure aprire una crisi di governo, dagli esiti imprevedibili. Lo ha ribadito chiaramente nella conferenza stampa di fine anno. Anche la maggioranza degli elettori ritiene questa ipotesi improbabile. Un altro segno del mutato clima d´opinione. Tuttavia, se si andasse a nuove elezioni, l´attuale coalizione di centrodestra potrebbe incontrare qualche problema. Come suggeriscono i diversi scenari testati da Demos, nell´Atlante Politico.
a) Se il Terzo Polo si presentasse da solo, la competizione tra centrosinistra “formato Unione” e il centrodestra appare molto incerta ed equilibrata.
b) In caso di accordo tra il centrosinistra e il Terzo Polo (di centro) e, quindi, in una elezione bipolare, il centrodestra uscirebbe largamente sconfitto.
c) Al contrario, ogni accordo esclusivo tra il Pd e il Terzo Polo di centro, secondo questa simulazione, sembrerebbe avvantaggiare nettamente il centrodestra, indebolendo il Pd, a tutto vantaggio di Sel (e, di conseguenza, del centrodestra).
Per questa ragione, la prospettiva di elezioni anticipate preoccupa molti. Nel governo ma anche nell´opposizione. Silvio Berlusconi non ha interesse e né intenzione di andare al voto senza un accordo con il centro. In particolare, con l´Udc. E cercherà di realizzarlo al più presto, nel corso della legislatura. Per evitare la ricerca estenuante di una maggioranza alla Camera, negoziando il voto di uomini “responsabili”, un giorno dopo l´altro. Per non presentarsi alle prossime elezioni, in qualsiasi data avvengano, in condizioni così precarie. Queste osservazioni, peraltro, spiegano l´atteggiamento – esattamente opposto – della Lega. Per la quale le difficoltà di Berlusconi – e del Pdl – costituiscono un vantaggio. Doppio. Perché più debole è Berlusconi, più forte è la Lega. E più incerta è la situazione politica, più si consolida la forza impolitica e antipolitica della Lega. Che, invece, soffre e subisce la contiguità dei neodemocristiani. Antagonisti (perché radicati nel Sud) e, al tempo stesso, concorrenti (per l´antico rapporto con i luoghi e gli elettori della Dc del Nord, ora conquistati dalla Lega). In grado, comunque, di spostare gli equilibri interni al centrodestra in Parlamento.
Tutto ciò prolunga lo stato di stand-by in cui versa il sistema politico. E accentua la condizione di precarietà che permea il Paese e la società. Dove la fiducia è, ormai, un optional – peraltro poco richiesto. Dove tutto stagna, in attesa che succeda qualcosa. Di nuovo e diverso. Anche per questo Luca Cordero di Montezemolo, tra le figure pubbliche valutate dagli elettori, è quella che ottiene il punteggio più elevato. Con il 53% di giudizi positivi, supera di 10 punti ogni altro. Per una ragione, sopra le altre. È considerato fuori dalla mischia. Una novità. Anche se da anni viene tirato in ballo come possibile leader politico e di governo. E lui, personalmente, non ha mai negato questa ipotesi. Il problema è che questo è un Paese dove a nessuno è concesso, a lungo, il privilegio di stare sopra le parti. E dove i nuovi invecchiano presto.

La Repubblica 24.12.10

"Il Natale degli eritrei prigionieri nel Sinai", di Umberto De Giovannangeli

Vedere la propria madre stuprata dai predoni. Sentire le urla di dolore di quanti vengono picchiati brutalmente con sbarre di ferro. Aver bisogno di latte e dover bere acqua salata. È il Natale che attende il piccolo Karim. Unnome.Una storia.Comune agli oltre 250 sventurati da più di un mese ostaggi dei trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai, a ridosso con Israele. Molti di loro sono cristiani, e ciò che sperano è che quel bimbo nato in una mangiatoia nella non lontana Betlemme possa portar loro il donopiù ambito: la libertà. Karim, Fatima, Ahmed…A chi affolla le sale cinematografiche per l’immancabile cinepanettone natalizio, proponiamo un altro racconto. Vero. Drammaticamente vero.

È il «Natale nel deserto» di 250 esseri umani che avevano tentato di raggiungere l’Europa, l’Italia ma sono stati respinti e gettati in pasto a criminali senza scrupoli. La loro realtà è questa: donnestuprate davanti ai loro familiari. E i tanti, i più, che non possono pagare il riscatto – 8mila dollari a testa – possono tentare una fuga disperata, che per otto di loro si è conclusa con la morte. Oppure possono attendere, nel terrore, che la minaccia si trasformi in realtà: l’espianto di reni per chi non può pagare. Tra quei 250, in maggioranza eritrei, ci sono diverse donne.

Una di loro Fatima è agli ultimi giorni di gravidanza. Ai familiari con cui ha potuto parlare al telefono per pochi secondi – concessi dai predoni agli ostaggi per invocare il pagamentodel riscatto – Fatimaha detto in lacrime: “Come posso partorire con le catene ai piedi…».

A dar conto di unasofferenza indicibile è don Mussie Zerai, sacerdote di Asmara e fondatore di Habeshia, l’Ong che si occupa dell’inserimento di migranti africani in Italia: «Ieri – dice il sacerdote a l’Unità – ho parlato con l’ambasciatrice egiziana presso la Santa Sede. Mi ha ripetuto che per loro non ci sono riscontri, che la ricerca continua…”. Non ci sono riscontri. Per le autorità egiziane, Karim, Fatima, Ahmed…non esistono. Ma Ahmedesiste e la sua odissea dovrebbe scuotere le coscienze dei go-vernanti italiani.

Ahmed è uno di quelli che nell’ estate del 2009 avevano cercato un passaggio via mare verso l’Italia primadi essere bloccato e ricacciato indietro dalle motovedette libiche gentilmente regalate dall’Italia per permette alla Libia del Colonnello Gheddafi di svolgere al “meglio” la funzione di gendarme del Mediterraneo. Ora Ahmed è prigioniero nel deserto. Quando va bene, lui e i suoi compagni di sventura mangiano una pagnotta e bevono acqua salata. «Intanto – racconta don Zerai – continuano i maltrattamenti, ci sono persone con gli arti rotti che rischiano di rimanere invalide e non si sa più nulla di 4 ragazzi portati via dai predoni con la minaccia di asportare loro un rene per rivenderlo rivenderlo… Torniamo a chiedere che in caso di liberazione scatti una rete di protezione e che le persone rapite non siano arrestate dalla polizia egiziana come è avvenuto nelle settimane scorse perunaltro gruppo di 63etiopi, oppure deportate nel loro Paese d’origine. Che qualcuno se ne faccia carico e che i profughi, una volta accertata la loro situazione, possano essere smistati in diversi Paesi europei… ». Tra i quali l’Italia.

La storia di Ahmed
ci riporta ai respingimenti di quel luglio 2009. Respinti dall’Italia. «L’Italia non ha mai dato a questi individui la possibilità di chiedere asilo, e adesso essi corrono il grave rischio di ritrovarsi scaricati nel deserto o deportati in Eritrea”, aveva denunciato Bill Frelick, direttore del Refugee Program a HumanRights Watch. «L’Italia – aveva aggiunto – è responsabile per le persone che ha respinto in Libia, un Paese senza legge sull’asilo che li ha brutalizzati. È l’Italia che li ha esposti a questo pericolo, ed è l’Italia che da tale condizione dovrebbe toglierli”. Dovrebbe, ma non lo fa. E il non farlo contribuisce a questo Natale di sofferenza: il Natale di persone trattate come bestie, incatenate in container interrati, sprangate quotidianamente.

«Al di là delle parole – denuncia don Zerai – tutti quelli che possono e dovrebbero fare qualcosa sembrano essersene lavate le mani». Ma quelle mani rischiano di grondare sangue. Sangue di innocenti. Nessuna fonte ufficiale egiziana ha confermato le notizie riguardanti i nascondigli del Sinai in cui vengono tenuti gli ostaggi anche se l’associazione umanitaria Everyone sostiene di aver comunicato da giorni «tutte le informazioni per raggiungere i profughi, imprigionati nella periferia egiziana della città di Rafah, nei pressi di un edificio governativo, circondati da un frutteto, accanto a una grande moschea e a una chiesa trasformata in scuola».

Gli esponenti di Everyone accusano il governo egiziano di «mentire» in proposito e «per scongiurare l’assassinio di altri innocenti», affermano, «ci rivolgiamo a Navi Pillay, Alto Commissario Onu per i Diritti Umani» Karim, Fatima, Ahmed…E Hassan: l’ultima sua telefonata alla madre ad Asmara è quella di un ragazzo ormai allo stremo: «Faceva fatica a parlare – racconta la madre – non ce la faccio più, ripeteva piangendo, fate qualcosa, qui ci massacrano di botte, a chi chiede acqua rispondono: bevi la tua urina…».

L’inferno nel deserto
Quale sia il destino di quanti provano la fuga lo ricorda un rapporto del gruppo Physicians for Human Rights-Israel (Phr), che ricorda la vicenda dei 250 eritrei prigionieri in Sinai. Il rapporto dell’associazione dei medici israeliani si basa su questionari distribuiti fra i pazienti dell’ospedale del Phr-Israel a Tel Aviv. I profughi, etiopi ed eritrei, raccontano che i trafficanti beduini prendono in consegna gruppi di 2-300 persone per condurli in Israele, ma poi li rinchiudono in container e gabbie metalliche dove vengono picchiati, privati di cibo e acqua, sottoposti a torture con ustioni e scariche elettriche, appesi per i piedi o le mani. Le donne vengono separate dagli uomini e stuprate. Dei 165 aborti richiesti all’ospedale fra gennaio e novembre 2010, la metà erano per gravidanze frutto di stupri. Mentre i profughi sono prigionieri, i trafficanti telefonano ai parenti chiedendo ingenti somme di riscatto. Una volta liberati e giunti al confine con Israele, i profughi rischiano di venire feriti o uccisi dagli spari delle guardie egiziane al confine.

Molti profughi che entrano in Israele -136 nel 2010secondo i dati del ministero della Difesa, probabilmente di più secondo Phr – vengono immediatamente espulsi verso l’Egitto, dove rischiano di essere rimandati nei paesi d’origine. Altri – attualmente sono 2 milavengono rinchiusi in centri di detenzione in Israele, anche per periodi di anni, in attesa di ottenere asilo. Vite stuprate. Non è una metafora. È la realtà. Stuprate nel deserto, come lo sono state nei lager libici dove continuano ad essere segregati eritrei, somali, etiopi, nigeriani…

«Non abbiamo acqua potabile – dice Fatima – dobbiamo bere l’acqua del mare e molti di noi già hanno problemi intestinali. Ci danno da mangiare una pagnotta e una scatola di sardine ogni tre giorni, siamo costretti a vivere incatenati come bestie». Le ultime parole sono una supplica: «Chi può ci aiuti. Fate qualcosa. E presto… ». È il messaggio di Natale che giunge dal Sinai.

L’Unità 24.12.10