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"Gelmini fa la riforma. Ma ora deve attuarla", di Fabrizia Bagozzi

Non sarà una passeggiata applicare la legge sull’università approvata ieri definitivamente. Dopo due anni, le proteste di un movimento diventato sempre più grande mentre lei tirava dritto e svariati incidenti di percorso – molti dei quali causati da colleghi ministri (Tremonti) e da ex colleghi di partito che pure a questa legge tenevano assai (leggi Futuro e libertà) –, Mariastella porta a casa il pacco dono firmato palazzo Madama. E fuori tempo massimo incassa una riforma che le ha fatto sudare le famose sette camicie e provocato (immaginiamo) ben più di un travaso di bile.
Il ddl che porta il suo nome ora è legge, a dispetto di quegli emendamenti dell’opposizione fatti passare per errore da Rosi Mauro e nonostante il cortocircuito fra gli articoli 6 e 29 che si contraddicono l’un l’altro.
Cortocircuito che ha fatto di nuovo materializzare sul provvedimento lo spettro della quarta lettura alla camera. Cioè la madre di tutte le disgrazie per questa legge manifesto del governo Berlusconi la cui maggioranza a Montecitorio ormai naviga palesemente a vista. Scongiurata – pare – con qualche correzione da inserire nella prossima conversione in legge del decreto milleproroghe.
Il ministro dell’istruzione ha ottenuto la riforma, portando a casa la fase 1. Ora, però si tratta di applicarla e chiudere anche la fase 2. E per quanto Gelmini assicuri che al Miur si sta già alacremente lavorando ai decreti attuativi, in particolare a quello – fondamentale – sul reclutamento, l’attuazione del provvedimento non sarà una passeggiata e rischia di avere tempi che vanno ben oltre i sei mesi preventivati dal ministro.
Per come è costruita, infatti, la riforma dell’università rimanda – e molto più di altri provvedimenti – a regolamenti di attuazione e decreti successivi. Molti dei quali suscettibili di ulteriori vagli da altre istituzioni e con caratteristiche diverse gli uni dagli altri. In particolare, ci sono decine di misure di attuazione che il ministero dell’istruzione deve predisporre, per molte delle quali è obbligato un passaggio in consiglio dei ministri.
Una di queste è proprio il decreto sul reclutamento che Gelmini ha annunciato per il primo consiglio dei ministri dopo la pausa natalizia. Se così sarà, lo scopriremo solo vivendo.
Ciò che abbiamo finora già scoperto è che più di un regolamento della riforma della scuola dato per fatto, poi non s’è visto. Come, per esempio, quello sulla formazione dei docenti, che doveva arrivare a settembre – così aveva detto il ministro – e che ancora non c’è.
A questi atti da predisporre si aggiungono poi una cinquantina di decreti che, essendo il ddl Gelmini una legge delega, dovranno passare al vaglio di camera e senato. Uno di questi riguarda l’articolo 5, che, fra l’altro, ha a oggetto il diritto allo studio e la valutazione delle politiche di reclutamento su cui è prevedibile un nuovo, acceso, dibattito parlamentare Ma i regolamenti, una volta fatti, vanno anche recepiti. Un esempio? Con imprinting centralista – il ddl Gelmini riforma la governance dell’università.
Affinché la cosa sia effettiva, però, non basta un provvedimento di dettaglio messo appunto dal Miur: è anche necessario che ogni sede universitaria italiana cambi il proprio regolamento di istituto. Mentre i concorsi che la legge dovrebbe sbloccare rimarrano fermi fino all’emanazione delle norme di attuazione. L’ultima volta c’è voluto un anno e mezzo.
I tempi, dunque, si allungano.
Dando agli studenti nuove occasioni di mobilitazione alla ripresa. Dopo le manifestazioni pacifiche e il colloquio col capo dello stato, il movimento si è rinvigorito e conta di andare avanti. Il prossimo grande obiettivo è arrivare allo sciopero generale. Nel frattempo, i ragazzi hanno già fatto sapere che impediranno l’applicazione della riforma nelle loro università.

da Europa Quotidiano 24.12.10

"L´america a torino", di Luciano Gallino

L´accordo per la nuova società che gestirà Mirafiori segna una brutta svolta nelle relazioni industriali in Italia. Esclude la Fiom, che sin dagli anni del dopoguerra è stato il sindacato di maggior peso nel grande stabilimento torinese.
Inasprisce deliberatamente il conflitto tra i maggiori sindacati nazionali: Fiom-Cgil da una parte, tutti gli altri contro. Divide i sindacati in un momento in cui i lavoratori dipendenti, di fronte alle cifre drammatiche della disoccupazione, della cassa integrazione e del lavoro precario, avrebbero il massimo bisogno di sindacati uniti per poter uscire dalla insicurezza sociale ed economica che li attanaglia. In presenza, per di più, di un governo del tutto inerte di fronte ai costi umani della crisi. Ora che si è chiuso stabilendo che solo i sindacati che lo hanno firmato potranno avere in essa i loro rappresentanti, si può dire che nell´insieme l´accordo su Mirafiori lascia intravvedere un paio di certezze, ed altrettante incognite. Una prima certezza è che l´ad Sergio Marchionne pensa evidentemente di importare in Italia non solo le auto, ma anche le relazioni industriali degli Usa. Il motivo è chiaro: legislazione e giurisprudenza statunitensi sulle libertà sindacali sono assai più arretrate che in Europa. Al punto che grandi imprese tedesche e francesi, che coltivano in patria relazioni industriali pienamente rispettose di quelle libertà, nelle sussidiarie Usa le violano con la massima disinvoltura. Assumendo crumiri al posto di lavoratori in sciopero, ad esempio, oppure esercitando pressioni inaudite sul singolo lavoratore affinchè non segua le indicazioni del sindacato. Il tutto nel rispetto della sottosviluppata legislazione del luogo. Nel mondo globale non si vede perché, sembra essere il ragionamento di Fiat, le relazioni industriali in Italia non si possano conformare a quel modello.
Inoltre pare ormai certo che l´operazione Fiat-Chrysler non sia affatto destinata a fare di Chrysler la testa di ponte statunitense della Fiat; è piuttosto questa che si accinge a fungere da testa di ponte europea per la Chrysler. Partendo da Mirafiori. Si può infatti convenire che a fronte di una produzione prevista di oltre 250.000 vetture, tre volte quella degli ultimi anni, non si vede che differenza faccia produrre per la maggior parte Jeep Grand Cherokee, magari con la placca Alfa Romeo, piuttosto che qualche successore delle attuali auto del gruppo. Sono sempre posti di lavoro. Ma qui la Fiat si gioca la sopravvivenza come marchio originale. E´ noto che per non sparire sul mercato europeo Fiat deve assolutamente spostarsi sulla fascia medio-alta; si comincia ora a intravvedere che il prezzo potrebbe essere la sua uscita dal rango dei progettisti originali e costruttori che hanno fatto la storia dell´auto.
Le incognite riguardano anzitutto che cosa succederà nelle altre aziende, a cominciare dalla componentistica, visto che il tetto comune del contratto nazionale sembra prossimo a cadere. Le grandi aziende – poche ormai in Italia – possono anche ritenere che il principio “ad ogni azienda il suo contratto” si attagli alle loro esigenze. Ma le piccole e medie? Il contratto nazionale non serve soltanto a proteggere i lavoratori in modo relativamente uniforme. Serve anche a proteggere le aziende dalla proliferazione incontrollata di sigle sindacali, come pure da rivendicazioni interne, magari extra-sindacali, che in assenza di un contratto quadro possono dare agli imprenditori grossi grattacapi.
Un´altra incognita riguarda destino e strategie della Fiom e dei suoi iscritti, in presenza di un´intesa che dal 2012 li esclude dalla newco Mirafiori – salvo un esito diverso del referendum. A Torino sarà assunto solo chi giura di non appartenere alla Fiom? Oppure dovrà nascondere la propria identità sindacale? O, al contrario, dovrà portare un badge che permetta ai capi di distinguerli a vista? Fuori Torino, poi, le cose potrebbero essere anche più complicate. Chi sa se l´ad Fiat si rende conto che in molte aziende meccaniche, comprese quelle che fabbricano componenti, la Fiom è il sindacato di maggioranza; in non pochi casi è l´unico. All´epoca della produzione giusto in tempo, il parabrezza o la sospensione o il disco dei freni che non arrivano perché il fornitore è fermo per una vertenza sindacale, può danneggiare la produttività di Mirafiori molto più che non i 40 minuti di pausa per turno invece di 30, o la pausa mensa a metà turno invece che alla fine. Le grandi strategie sovente naufragano per aver trascurato i dettagli.

La Repubblica 24.12.10

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Arriva il modello americano regole zero e massima flessibilità “Si torna agli anni Cinquanta”, di Roberto Mania

Una rivoluzione per sindacati e Confindustria. Accornero: “È l´America che decide”. Treu: “Una bomba atomica, il sistema in pezzi”. Cade la possibilità per chi non firma i contratti di presentare una lista raccogliendo il 5%

ROMA – «È un ritorno agli anni Cinquanta», dice Aris Accornero, sociologo, licenziato dalla Fiat proprio in quel periodo perché comunista. La tesi di Accornero, intellettuale di sinistra quasi mai allineato, sulla logica che ha portato all´accordo separato di ieri alla Fiat-Chrysler è del tutto originale. Perché non c´è solo l´identica “cacciata” dalle fabbriche dei ribelli (i comunisti all´epoca, la Fiom oggi), c´è anche il comune fattore esterno che determina la strategia del gruppo automobilistico: oggi come più di mezzo secolo fa è l´America – spiega Accornero – che decide le traiettorie delle relazioni industriali. «Negli anni Cinquanta l´ambasciatrice americana Clare Booth Luce sosteneva che il suo governo avrebbe negato le commesse se a prevalere fossero stati i comunisti. Oggi Marchionne dice che non investe se non si sta al passo con la globalizzazione».
E oggi come all´ora si consuma il distacco della grande Fiat dalla Confindustria. Perché il passaggio chiave per far fuori la Fiom è l´uscita della newco di Mirafiori (esattamente come quella per Pomigliano) dall´associazione degli industriali. Fuori dalla Confindustria, fuori dal contratto nazionale, fuori dalle regole pattizie della rappresentanza sindacale. Quasi a far incrociare i destini di Fiom e Confindustria, così agli antipodi eppure così legati. Addio – almeno per Mirafiori e Pomigliano – al “protocollo Ciampi” del 1993 che per chi non firma i contratti prevede la possibilità di presentare una lista, raccogliendo il 5 per cento delle firme dei lavoratori interessati, per eleggere i propri rappresentanti sindacali. La Fiom non avrà più questa garanzia (anche se frotte di avvocati si preparano ad aprire le vertenze) e non potrà nemmeno ricorrere al novecentesco Statuto dei lavoratori perché chi non firma i contratti collettivi non può dar vita alle vecchie Rsa, le rappresentanze aziendali.
Per trattenere la Fiat, Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, avrebbe potuto dare la disdetta dell´intesa del ´93. Non l´ha fatto anche per non scatenare un conflitto sociale radicale. Ha riunito la Consulta dei presidenti e nessuno, su questo, si è schierato con il Lingotto. Ma va detto che una parte del sindacato, per esempio la Uil di Luigi Angeletti, aveva suggerito di superare formalmente quell´accordo perché non è mai stato modificato nella parte che riguarda le rappresentanze sindacali. Impensabile che ora possa arrivare una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacali: a parte la Cgil sono tutti contrarissimi, a cominciare dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Ci vorrebbe un nuovo accordo ma l´ennesima frattura tra Cgil, Cisl e Uil non prelude a una soluzione condivisa.
Un´epoca si chiude davvero. Quella di Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, non a caso con doppio passaporto (italiano e canadese), è una svolta radicale. «Una bomba atomica», la chiama Tiziano Treu, giuslavorista democratico, già ministro del Lavoro nel primo governo Prodi.
«È un sistema di relazioni industriali – aggiunge Treu – che comincia a perdere tutti i pezzi: gli accordi, i contratti, i diritti. Marchionne è uscito da un sistema e si sta facendo il suo “sistemino” di relazioni industriali». È il sistema americano, quello con il sindacato e i contratti aziendali. D´altra parte anche in Germania molte aziende stanno uscendo dalla loro Confindustria proprio per non applicare il contratto collettivo. In Italia chi potrà imiterà Marchionne. Il ruolo di Confindustria, come quello delle confederazioni sindacali, è messo totalmente in crisi. Si va verso il modello aziendalista». Quello che in Italia, però, non ha mai attecchito. E che – altro ricorso storico – proprio negli anni Cinquanta la Fiat introdusse con il Sida (Sindacato italiano dell´automobile), nato da una costola della Cisl, la cui eredità è stata presa oggi dal Fismic.
Giuseppe Berta, storico dell´industria, sostiene che «il centralismo romano sia finito, ma non la rappresentanza degli interessi». Aggiunge: «La Fiat che è sempre stata molto nazionale, ora è diventata “glocal”, globale e locale. È un passo decisivo verso la globalizzazione. Tutti gli standard di riferimento, anche quelli sindacali, diventano globali». Per sindacati e Confindustria nulla sarà come prima. Marchionne l´ha deciso a Detroit.

La Repubblica 24.12.10

Italia e internet: resiste il digital divide

Il rapporto dell’Istituto di statistica: in Italia la rete cresce, ma restiamo lontani dal resto dell’Europa sull’accessibilità alle connessioni veloci. 20° posto nella penetrazione nelle famiglie, boom dei social network e della Pubblica amministrazione
Il digital divide resiste, ed è ancora piuttosto sostanzioso. In Italia internet cresce, ma su questo fronte il Belpaese resta ben lontano dal resto dell’Europa. Lo conferma l’Istat nel rapporto “Cittadini e nuove tecnologie” diffuso oggi.

Secondo i dati forniti dall’Istituto di statistica, rispetto al 2009 in Italia aumenta la quota di famiglie che possiede un pc (dal 54,3 per cento al 57,6 per cento), l’accesso ad Internet (dal 47,3 per cento al 52,4 per cento) e che dispone di una connessione a banda larga (dal 34,5 per cento al 43,4 per cento). Tuttavia il nostro paese continua a rimanere indietro rispetto a molti dei paesi dell’Unione europea sia rispetto al possesso di Internet sia alla qualità della connessione.

L’Italia, infatti, si colloca al ventesimo posto sia per quanto riguarda il possesso di Internet da casa (con un tasso di penetrazione tra le famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 64 anni del 59 per cento rispetto alla media europea del 70 per cento) sia per l’accesso mediante banda larga (con un tasso di penetrazione del 49 per cento rispetto alla media europea del 61 per cento).

Le famiglie con almeno un minorenne, si legge nel rapporto, sono le più tecnologiche: l’81,8 per cento possiede il personal computer, il 74,7 per cento l’accesso ad Internet e il 63 per cento possiede una connessione a banda larga. All’estremo opposto si collocano le famiglie di soli anziani di 65 anni e più che continuano ad essere escluse dal possesso di beni tecnologici.

Tra il 2009 e il 2010, rimane invece stabile il divario tecnologico tra il Nord e il Sud del Paese, mentre si riducono le differenze sociali per quasi tutti i beni tecnologici considerati. Ad esempio, spiega l’Istat, la quota di famiglie con capofamiglia dirigente, imprenditore o libero professionista che possiedono l’accesso ad Internet passa dal 78,6 per cento all’84,2 per cento (+7,1 per cento) mentre tra quelle con capofamiglia operaio passa dal 49,4 per cento al 59,4 per cento (+20,2 per cento). Tra i motivi per cui le famiglie non possiedono accesso ad Internet al primo posto si colloca la mancanza di capacità(40,8 per cento).

Il 23,2 per cento delle famiglie considera Internet inutile e non interessante, il 13,2 per cento non ha accesso ad Internet da casa perché accede da un altro luogo, il 10,2 per cento perché considera costosi gli strumenti necessari per connettersi e l’8,2 per cento perché ritiene alto il costo del collegamento.

Le attività di socializzazione online, in ogni caso, conquistano sempre più un ruolo importante nell’utilizzo di Internet: il 45 per cento degli utenti di Internet utilizza siti di social networking (Facebook, Twitter, Myspace), il 36,7 per cento inserisce messaggi in chat, blog, newsgroup o forum di discussione online e il 26,8 per cento utilizza i servizi di instant messaging.

Per il resto, quasi il 38 per cento degli utenti di Internet usa il web per ottenere informazioni dalla Pubblica Amministrazione, il 27,5 per cento per scaricare moduli da siti della Pa e il 13,4 per cento per spedire moduli compilati della Pa. Il 26,4 per cento degli individui di 14 anni e più che hanno usato Internet nei 12 mesi precedenti l’intervista ha ordinato e/o comprato merci e/o servizi per uso privato nello stesso arco temporale. Ai primi due posti della graduatoria dei beni e servizi acquistati via web si collocano le spese per viaggi e soggiorni (35,9 per cento) e i pernottamenti per vacanza (33,6 per cento).

da www.rassegna.it

Riforma Gelmini è legge. Finocchiaro: Una foglia di fico", di Maria Zegarelli

Con 161 sì, 98 no e 6 astenuti nella votazione di ieri al Senato la riforma dell’Università è legge. Come da programma ieri la Riforma dell’Università firmata Gelmini è legge: è stata approvata con 161 sì, (Pdl, Lega e Fli) 98 no (di Pd e Idv) e sei astenuti (Udc, Api, Svp e Union Valdotaine), che al Senato valgono come voti contrari. Il dibattito in Aula è finito così come era iniziato: con un clima infuocato tra maggioranza e opposizione, da una parte la necessità di approvare il ddl senza modifiche per scongiurare la quarta lettura alla Camera (diventata ormai un incubo per il premier) e dall’altra il tentativo di migliorare una legge sbagliata e contraddittoria. Maggioranza incattivita, malgrado il clima natalizio, tanto da spingere la capogruppo Pd Anna Finocchiaro ad alzare la voce e interrompere il suo intervento. Gongola il governo che ha salutato il voto finale come un evento storico. «Credo che sia una bella giornata per il Paese e le università italiane», il commento della ministra Gelmini che ha ringraziato il premier, promesso i decreti attuativi entro sei mesi e un costante controllo sul funzionamento della riforma. Complimenti dalla collega Mara Carfagna, «per il coraggio», esultante Maurizio Gasparri che legge nel voto «un passaggio fondamentale della legislatura». «Ottimo risultato» fa rimbalzare Silvio Berlusconi. «Degno suggello del decennio berlusconiano» a completare «una delle scelte strategiche più disastrose della destra italiana: il disinvestimento sulla conoscenza e l’istruzione»,commenta invece Marco Meloni, responsabile Università Pd. AULA AGITATA «Si risparmia sulle università pubbliche e si elargisce generosamente nei confronti di atenei telematici e privati – tuona durante la discussione Finocchiaro, prendendo la parola in Aula -. Questa riforma è una foglia di fico sui tagli che il governo ha impresso all’università e alla ricerca dopo averli impressi alla scuola. Una legge che si sovrappone a una vergogna». Poi, guardando la ministra aggiunge: «Nei giorni scorsi lei ha detto con compiacimento “qui finisce il ‘68”. Evidentemente lei non lo sa, ma ha un debito con quel movimento delle donne che nacque nel ‘68 e che le consente oggi di essere una giovane donna ministro di un grande Paese. Dovrebbe avere orgoglio di questo». Mentre la senatrice ricorda i movimenti di contestazione di quegli anni dai banchi del centrodestra iniziano i brusii che poi diventano boati, insulti. Finocchiaro perde la pazienza, alza la voce: «Avrei da leggere una cosa che avevo preparato per fare un omaggio al ministro Gelmini ma mi rifiuto di andare avanti in questo modo. Sono tre versi, ma capisco che viene di fatica, tutta di salita ascoltare tre versi». È con un gesto di stizza che allontana il microfono mentre con lo sguardo fulmina i senatori della Lega, dopo aver urlato «irresponsabili, qui stiamo parlando dei vostri figli». Schifani prova timidamente e inutilmente a far concludere l’intervento. Una riforma veramente «terribile e noi ci siamo sentiti umiliati», commenta Francesco Pardi, Idv, «votiamo una legge contraddittoria che non garantisce il diritto allo studio riducendo le borse di studio. È una menzogna che sia una riforma contro i baroni perché i baroni sono gli unici componenti delle commissioni di concorso». «Tanti punti oscuri e ambigui, ma anche alcuni principi condivisibili che dovranno trovare concretizzazione nei decreti attuativi che il governo sarà chiamato ad approvare nei prossimi mesi», dice invece l’Udc Gianpiero D’Alia, spiegando l’astensione. «Sia chiara una cosa – commenta nel pomeriggio Pier Luigi Bersani – se tocca a noi governare, noi porteremo correzioni a queste leggi, dalla scuola elementare in su».

L’Unità 24.12.10

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Atenei, dal Senato via libera alla riforma Gelmini: “Pronta a incontrare gli studenti”, di Marina Cavallieri

Bagarre in aula. Napolitano: io ascolto, le decisioni spettano ad altri. Euforico il ministro: inizia una nuova stagione. Sacconi: ricreazione finita. Polemica la sinistra. «Credo che oggi sia una bella giornata per il Paese e le università italiane. È stata archiviata la cultura falsamente egualitaria del ´68. Comincia una nuova stagione». Il ministro Gelmini è soddisfatta quando al Senato, orgogliosa, incassa la vittoria. La riforma dell´università viene approvata. La lunga corsa è finita. Hanno votato a favore Pdl, Lega e Fli, contrari Pd e Idv. 161 sì, 98 no e 6 astenuti. Votazioni avvenute dopo una guerra degli emendamenti durata quattro giorni tra grida, liti e schiamazzi in aula finiti anche su YouTube.
Ora che la riforma è approvata, il ministro abbassa le difese e tende una mano all´avversario: «Ci sarà la massima disponibilità a correggere il testo nella fase attuativa. Dopo le feste incontrerò anche il Consiglio nazionale degli universitari». Gli studenti del Cnsu avevano scritto una lettera al presidente Napolitano chiedendogli di intervenire. E il capo dello Stato ha risposto: «Avremo modo di chiarire tutti gli aspetti di una situazione complessa rispetto alla quale io peraltro mi limito ad uno sforzo di analisi, di comprensione, astenendomi dall´esprimere qualsiasi opinione di merito su scelte legislative che appartengono alle responsabilità del governo e del Parlamento».
Il testo di legge riforma, in parte, la vita degli atenei, un dibattito durato due anni da quando per la prima volta il ddl arrivò in Parlamento, uno scontro tra governo e opposizione più che un dialogo, alterato da un clima politico rovente e da incrostazioni ideologiche. E gronda ideologia anche il commento del ministro del Lavoro Sacconi: «La riforma dell´università è forse l´atto più significativo con cui si è posta fine alla lunga “ricreazione” nel sistema educativo iniziata nel 1968. La fine dell´epoca del debito pubblico irresponsabile». Non la pensa così Antonio Di Pietro, leader dell´Idv: «Siamo alla deregulation del diritto allo studio. Il ddl Gelmini è stato un provvedimento imposto dall´alto che non hai mai tenuto conto delle richieste degli studenti, dei professori e dei ricercatori». Ostile Anna Finocchiaro, senatrice Pd che ha guidato l´opposizione: «Una riforma dell´università è necessaria ma la riforma non è all´altezza di questa sfida».
Scettici o contrari i sindacati. «Si è voluto in modo autoritario, sulla base della sola forza dei numeri in Parlamento e non di solide ragioni riformatrici, approvare un provvedimento regressivo», afferma Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil. «Il vero problema della riforma dell´Università è come si fa a fare una riforma senza il becco di un quattrino, come si fa a fare le nozze con i fichi secchi», dice Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl. Soddisfatto invece il presidente della conferenza dei rettori, Enrico Decleva: «Abbiamo un punto di partenza che ora deve essere riempito di buoni regolamenti fatti in fretta, in collaborazione con il mondo universitario».
Dunque si va avanti. Per il ministro Gelmini i fondi per rendere attuativo il ddl ci sono, «sono sufficienti per la spesa corrente, gli scatti dei docenti e le borse di studio». Ma la partita non è chiusa. Ci sono ancora circa 50 decreti attuativi da varare. E questa è una partita tutta da scrivere.

La Repubblica 24.12.10

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“Ma per applicarla servono anni e soldi” Docenti scettici sulla “rivoluzione del merito”, di Franco Vanni

I regolamenti attuativi sono oltre cinquanta. Il rischio di un aumento delle rette. Il rettore della Bicocca e l´incertezza sui fondi a disposizione
Fatta la riforma, nelle università si. comincia ad aspettare. Per quanto non si sa. «Ci vogliono sei mesi per mettere insieme le commissioni che dovranno riscrivere gli statuti di ogni ateneo – mette in guardia Massimo Mario Augello, rettore a Pisa – e prima di un anno non si arriverà a una bozza da votare nei senati accademici. E sempre che il governo intanto abbia fatto i regolamenti attuativi. Capisco che il linguaggio è burocratico e poco esaltante, ma è così che funziona una riforma». E quando arriverà l´annunciata “rivoluzione del merito”? E la “lotta a parentopoli”? «Sono parole – continua Augello – ogni legge ha il suo corso. E questo sembra che sarà lunghissimo».
I ricercatori, che hanno urlato per mesi la loro rabbia per «la morte della ricerca» nelle piazze e sui tetti, dopo l´approvazione della legge sanno che la lotta non è che all´inizio. «La figura del ricercatore disegnata dal testo è disastrosa – dice Piero Graglia, della Rete 29 Aprile – ma per anni in realtà non cambierà nulla. Fino al 2013, grazie a una deroga già prevista, le università potranno assumere ricercatori a tempo indeterminato come oggi, non con la nuova formula dei 3 anni più 3. E i primi ricercatori “a tempo determinato” dovrebbero scadere nel 2017. Fino ad allora la legge è a impatto zero».
I ricercatori calcolano che l´approvazione dei regolamenti attuativi (oltre cinquanta, più di quanti ne siano stati fatti in materia di università nell´intera storia della Repubblica) richiederebbe a un governo efficiente due anni. «Il paradosso è che le università ancora non sanno dal ministero dell´Economia quanti soldi ci saranno per chiudere il bilancio 2010», dice Marcello Fontanesi, rettore dell´università di Milano Bicocca. E il “commissariamento per le università con i conti in rosso”, fiore all´occhiello della Gelmini, come si applica se non si sa quanti soldi ci sono? Di certo c´è invece quello che la legge non prevede, nemmeno in teoria. «La riforma non punisce quelle università che chiedono troppe tasse agli studenti – dice Giorgio Paterna, 26 anni, iscritto a Economia ad Ancona e leader del gruppo Unione degli Studenti – il rischio è che, per il terrore della bancarotta, i rettori mettano sempre più le mani nelle tasche dei ragazzi». Per legge gli atenei non potrebbero raccogliere dalle tasse più del 20 per cento di quanto prendono dallo Stato. Non lo dice la riforma Gelmini di là da venire, ma una norma in vigore dal 1997. E 25 università italiane oggi non la rispettano.

La Repubblica 24.12.10

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“Gelmini, la vendetta”, di Roberto Ciccarelli

Con 161 voti a favore, 98 contrari e 6 astenuti la maggioranza riesce nell’impresa di approvare la riforma prima delle vacanze. Prossimo fronte, il varo dei decreti attuativi di una legge che produrrà contenziosi amministrativi e giuridici a non finire. Dopo avere abolito il 68, ma non il Natale, 161 senatori della maggioranza (contro 98 colleghi dell’opposizione e 6 astenuti) sono riusciti nell’impresa di approvare la riforma dell’università prima di scambiarsi i pacchi dono. E il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha risposto ad una nuova missiva degli studenti, questa volta di Mattia Sogaro Presidente del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (Cnsu) in cui ha ribadito la sua volontà di astenersi «dall’esprimere qualsiasi opinione di merito su scelte legislative che appartengono alle responsabilità del governo e del Parlamento». Non ha tutti i torti chi ha sostenuto ieri che la riforma Gelmini «è il passaggio fondamentale della legislatura». Difficilmente, infatti, un governo che si regge su tre voti di maggioranza alla Camera riuscirà a fare di meglio nei prossimi sei mesi.
Non contenta però di avere sollevato le fiamme di un’opposizione ampia e determinata, il ministro Gelmini ha già promesso di aprire un altro Vietnam, quello del varo di 50 decreti attuativi ad una legge che produrrà contenziosi amministrativi e giuridici a non finire.
Nulla è mai certo nel berlusconismo, ma non è escluso che il destino delle università potrebbe essere il seguente: a partire da metà gennaio, dopo il meritato riposo dei parlamentari, il consiglio dei ministri dovrà approvare un paio di decreti a settimana. Un lavoro che potrebbe esaurire le energie creative degli uomini e delle donne al governo, senza contare il nugolo di statuti, regolamenti, norme e corollari che estenuerà le competenze degli organi accademici di tutti gli atenei. La legge che un altro soddisfatto avventore degli scranni del governo ha voluto dedicare beffardamente «ai ragazzi che hanno riempito le piazze in questi giorni» sacrificherà 60 mila ricercatori precari sull’altare di quella che è stata ribattezzata «tenure trash» (e non «tenure track») perché saranno necessari almeno 8 anni prima che qualche centinaio di baciati dalla fortuna conquistino il loro posto al sole a tempo indeterminato.
La riforma Gelmini istituirà inoltre la monarchia assoluta dei rettori e dei consigli di amministrazione e metterà 26 mila ricercatori sul binario morto in attesa dell’annuncio natalizio di 1500 concorsi da professore associato. «Basta con l’anomalia dei ricercatori a vita – ha precisato una pugnace Gelmini – anche se non abbiamo toccato lo status degli attuali ricercatori». Pur di evitare a gennaio nuove occupazioni dell’intera rete autostradale italiana, di essere meritocraticamente degno di ripresentarsi nell’urna elettorale e di non cedere ad un confronto su una legge disordinata, velleitaria e filo-baronale, il tarantolato autoritarismo del governo ha dunque riscritto le più elementari procedure liberali di funzionamento del parlamento festeggiando in questo modo la nascita dello stato di diritto ad personam.
«Abbiamo dimostrato – ha spiegato la capogruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro – che potevamo impantanarli e li abbiamo impantanati. Abbiamo ottenuto 24 ore in più per potere illustrare le nostre posizioni e abbiamo ottenuto la ripresa in diretta delle dichiarazioni di voto». In tempi di cesarismo allo stadio terminale persino una discussione accademica in tv è una soddisfazione.
Su queste, e altre dichiarazioni surreali, resta però un mistero. Cosa è davvero accaduto durante le due ore di interruzione dei lavori al Senato tre giorni fa? Il Pd avrebbe potuto serenamente guardare i filmati su YouTube, verificare l’approvazione di 4 emendamenti e chiedere il rinvio del Ddl alla Camera o, in punta di regolamento, spostare la discussione al 24 dicembre. Sarebbe stato più utile rovinarsi la vigilia piuttosto che rifare in diretta la storia del 68 dimostrando a Mariastella Gelmini che anche lei gli deve qualcosa in quanto «giovane ministro donna». Anche perché tutti coloro che si sono mobilitati contro la riforma sono nati dopo il 68.
Sostenere invece di «avere abolito il 68» è l’ultima vendetta dei padri e delle madri contro i figli, prima di precipitarli nell’abisso di un presente e di un futuro che saranno peggiori, anche se oggi sono ancora in molti a fingere di non sapere e di non vedere.
la lettera «Sono interessato a conoscere le vostre valutazioni critiche e proposte», è la risposta del presidente alla missiva ricevuta ieri da Mattia Sogaro del Cnsu

Il Manifesto 24.12.10

"La rabbia dei figli rimasti senza padri", di Alessandro D'Avenia

Dal «salvatore» Saviano a Napolitano cercano qualcuno che li voglia ascoltare. Nella città in cui vivo alla velocità di una bicicletta incontri segni che allo sguardo a motore sfuggono. Così su un ponte costellato da scritte murali, tumulto di amori, rabbie o vandalismo espressivo, ho letto: «il futuro non è più quello di una volta». Ho immaginato il/la giovane che, complice la notte, ha verniciato il suo tormento, come nelle innumerevoli email di persone che hanno letto il mio romanzo: in cosa posso credere e giocarmi la vita? Il presente, che è l’unica cosa che ci è dato vivere in spirito e carne, è in realtà il luogo in cui si realizza ciò che ci rappresentiamo come futuro. Se il futuro sparisce, evapora anche il presente. Un bambino senza l’abbraccio e la cura dei genitori non interiorizza mai il futuro come promessa: il mondo per lui sarà una selva oscura senza uscita, il tempo un sicario pronto a eliminarti.

Lo stesso accade con i ragazzi, con i quali sto in classe, e in generale con i giovani. Solo se percepiscono lo sguardo promettente di qualcuno che, appartenendo alla generazione precedente, fa da mediatore tra il futuro e il presente fragile in cui si trovano, sono disposti a mettere in gioco la loro libertà sulle rotte della vita e navigare lontano dai porti sicuri delle mura casalinghe, affrontando la tempesta e la bonaccia, alla ricerca di quel porto segnalato sulle carte geografiche del desiderio: l’immagine di futuro interiorizzata. Ma se il futuro non ha immagine, se sparisce lo spazio ideale in cui i sogni si possono realizzare, svanisce l’aspetto sognante della realtà, necessario ad affrontare fatiche e ombre del presente quotidiano. Non sto parlando delle illusioni in cui ci rifugiamo per vincere la frustrazione dei nostri limiti e sconfitte, ma di quella reale possibilità di sognare, cioè di sperare nel futuro, per il semplice fatto che ognuno di noi c’è ed è il sogno di qualcun altro.

La libertà è rendersi consapevoli del fatto che ogni uomo è creato per essere un nuovo inizio. Di cosa? Lo si scopre solo strada facendo. Viviamo nella storia e solo il presente, passo dopo passo, ci dirà quale è stato il nuovo inizio a cui abbiamo dato corso. Solo se so che sono già adesso il nuovo inizio di qualcosa che avverrà domani, tirerò fuori le risorse che solo il futuro sa evocare e provocare al presente. Altrimenti mi accontenterò di una vita in difesa, in cerca di sicurezze individualistiche, a costo di calpestare altri disillusi. I ragazzi manifestano, alla ricerca del futuro perduto e lo cercano anche quelli che non manifestano. I ragazzi rispondono a Saviano come ad un salvatore («Siamo ragazzi normali, senza un futuro, pieni di rabbia», «Daccela tu l’alternativa, scendi in politica e dimostraci che il miracolo di cambiare davvero questo Paese è possibile»). I ragazzi ringraziano il mite Napolitano che li ascolta nel suo studio («è l’unico che parla con noi»).

I ragazzi cercano ciò che la generazione che li precede non offre: la mediazione di un padre. Così emergono padri incerti e provvisori, prometei simbolici più o meno pittoreschi che rubano il fuoco del futuro agli dei: da Assange a Mourinho, e quel che sta in mezzo. Il futuro non esiste più perché i padri si sono nascosti. Il padre è il mediatore del futuro, colui che è capace di provocare la nostalgia di futuro di cui ogni giovane ha bisogno per affrontare il presente. Padri sono i padri di famiglia, spesso assenti; padri sono i maestri a scuola e all’università, spesso padrini; padri sono i politici, spesso padroni; padri sono gli uomini delle agenzie educative (dalla chiesa alla tv), spesso patrigni. Padri sono tutti coloro a cui sono affidate le vite di altri, che padri diventano se si pongono al servizio di quella vita che non è loro, ma è loro affidata e di cui dovranno rendere conto alla storia.

Se i padri non servono le vite dei figli, ma le divorano come Cronos, cioè le controllano o ignorano, i figli diventano burattini o orfani. Che futuro ha un burattino? I fili. Un orfano? La fuga. Quando mio padre mi lanciava in aria da bambino, mia madre, impaurita, gli chiedeva di mettermi giù. Lui la rassicurava e continuava. La madre ha il compito di tenere ancorato il figlio alla terra, il padre invece lo lancia verso le stelle, verso l’ignoto, verso la paura di cadere, ma le sue braccia lo aspettano per ricordargli che il futuro è un’incognita, ma si cade tra braccia sicure, e la paura della vertigine si muta in risata. Ma se il padre sparisce, il duro suolo fermerà la caduta dei figli e non resterà che il pianto inconsolabile di un inizio fallito. I ragazzi manifestano perché i padri si manifestino e liberino il futuro e i sogni che contiene.

Ogni ragazzo può sognare perché è sognato. Ogni uomo può sperare perché è atteso. Ho la fortuna di avere un padre: mio padre. Ho avuto la fortuna di avere grandi padri: Mario Franchina, professore di lettere, Padre Pino Puglisi, professore di religione del mio liceo, Paolo Borsellino, vicino di quartiere. Da loro ho ricevuto il futuro e quindi il presente. Abbiamo bisogno di padri che facciano più strada di quanta possiamo farne noi per raggiungerli. Padri tornate, noi non smetteremo di cercarvi e di darci da fare per essere un nuovo inizio.

La Stampa 24.12.10

La "riforma" Gelmini è legge

Nonostante le pacifiche manifestazioni studentesche in tutta Italia la riforma dell’università è stata approvata, sebbene fino a ieri la destra la considerava limitata. Meloni: “Questa legge non modifica lo status quo e non tocca alcun privilegio corporativo, mentre affossa il diritto allo studio”. Napolitano ha cercato il dialogo con gli studenti, il governo no. La Finocchiaro interrompe la dichiarazione di voto .
La Riforma Gelmini sull’università è legge, nonostante le numerosissime proteste in tutto il Paese, nonostante la dura opposizioni nelle Camere del Partito democratico e dell’Idv. L’aula del Senato ha infatti dato il via libera definitivo al testo approvato con 161 si, 98 no e 6 astenuti. Hanno votato a favore Pdl, Lega e Fli. Hanno votato contro Pd e Idv. Si sono astenuti, anche se al Senato conta come voto contrario, Udc, Api, Svp e Union Valdotaine.

Sono di ieri le ultime manifestazioni di piazza a Roma e in molte città d’Italia ancora una volta contro il Ddl università, contro i tagli a tutto il mondo della conoscenza della formazione e della ricerca. Ma il governo ha continuato a non dare credito alle proteste ed approva una pessima legge.
Marco Meloni , responsabile Università e Ricerca della Segreteria Pd ci spiega come “nel concreto questa legge non modifica lo status quo e non tocca alcun privilegio corporativo, mentre affossa il diritto allo studio e riduce gli spazi per i tanti giovani studiosi che potrebbero dare tanto alla ricerca e alla trasmissione del sapere, e che saranno costretti a farlo lontano dall’Università italiana. Il risveglio civile di queste settimane, le tante manifestazioni pacifiche di studenti e ricercatori, l’opinione della maggioranza degli italiani, che hanno compreso che questa legge inutile e dannosa peggiorerà la condizione della nostra università, sono il segnale di speranza da cui ripartire. Per cambiare questa legge, per fare dell’università e della ricerca il motore della crescita dell’Italia nel prossimo decennio”.

Tutte le forme di protesta sono state creative e non violente: cortei, manifestazioni, flash mob, lezioni in piazza, occupazioni di stazioni e monumenti. Gli studenti e l’intero comparto del settore scolastico e universitario, hanno sfilato uniti in un unico coro, esasperati da un governo che continua a giocare con le loro vite, tagliando il presente e il futuro, distruggendo scuola, università e ricerca e condannandoli ad un futuro precario.

Finocchiaro insultata in Aula. Arrivano le scuse di Gasparri?

«Mi rifiuto di proseguire, di concludere il mio intervento tra gli insulti» ha affermato la capogruppo del Pd. «Siete degli irresponsabili – ha detto Anna Finocchiaro – non si tratta così la presidente del principale gruppo di opposizione». Questa riforma, aveva detto prima Anna Finocchiaro, «é, per dirla in maniera icastica, la foglia di fico sui tagli che il governo ha impresso all’università e alla ricerca dopo averli impressi alla scuola. Una legge che si sovrappone a una vergogna». Finocchiaro, offesa per avere ricevuto «insulti» durante il suo intervento, ha detto in aula che il Pd potrebbe intervenire «110 volte» sul coordinamento del testo. Poi sono arrivate le scuse di Maurizio Gasparri a nome del Pdl.
La giornata di ieri si è conclusa pacificamente e nel modo migliore nello studio al Quirinale del Presidente Napolitano, che ha accolto gli studenti, dando loro una lezione di politica alta, autorevole e allo stesso tempo semplicissima. Il Presidente della Repubblica ha dimostrato che chi ha la capacità di interloquire fa una buona politica. Il suo incontro con gli studenti ha di fatto riattivato il rapporto con le istituzioni delle generazioni che più stanno soffrendo la crisi e i problemi dell’Italia. Un rapporto che rischiava di essersi incrinato del tutto, con conseguenze gravi.

Il Partito Democratico si è adoperato fino agli ultimi giorni non solo nella battaglia parlamentare contro la legge Gelmini, ma anche per favorire un esito positivo delle manifestazioni. Ieri infatti a Roma i giovani manifestanti, giunti all’estrema provocazione di una città blindata quasi si fosse in tempo di guerra hanno dimostrato che si può esprimere il proprio dissenso in modo pacifico e nel rispetto della legge. Tra l’altro va ricordata l’iniziativa di far incontrare presso la sede nazionale del Pd i rappresentanti dei sindacati delle forze dell’ordine ed i rappresentanti degli studenti, alla presenza del Presidente del gruppo parlamentare al Senato, Anna Finocchiaro e di Emanuele Fiano, Responsabile del forum sicurezza del Pd. Oltre all’iniziativa del Segretario del Pd, Pier Luigi Bersani che è salito sui tetti di Architettura a Roma, dove c’erano i ricercatori a protestare, bersagliato successivamente dagli attacchi sobillati dai quotidiani vicini a Berlusconi e trattato con sufficienza e sospetto dalla grande stampa, che fin dall’inizio ha sostenuto a spada tratta e a suon di editoriali la riforma Gelmini.

Oggi Anna Finocchiaro ha duramente criticato la riforma, finendo per interrompere la dichiarazione di voto
Durante il dibattito sull’informativa del ministro Maroni nell’Aula della Camera, sugli scontri a Roma dello scorso 14 dicembre, Emanuele Fiano, Responsabile Sicurezza del Pd oggi ha dichiarato: “La parte più giovane del Paese, come altre volte in passato, esprime angoscia per l’incertezza del futuro, reso più precario dalla crisi economica e dalle scelte del governo della destra. I giovani che manifestano attendono risposte credibili e non, come è stato fatto da esponenti della maggioranza, di essere equiparati ad assassini da combattere con nuovi restringimenti alla libertà di manifestare e arresti preventivi. E chi aveva parlato dei manifestanti come di un insieme di fuorilegge esce sconfitto dalla bella giornata di ieri. Mi domando se per il ministro Gelmini sarebbe stato così difficile in questi giorni ascoltare i ragazzi come ha fatto ieri il Presidente della Repubblica”.

Ma adesso la legge di riforma dell’università è stata approvata, degno suggello del decennio berlusconiano che completa una delle scelte strategiche più disastrose della destra italiana: il disinvestimento sulla conoscenza, dall’istruzione, all’università e alla ricerca è, al contempo, il simbolo peggiore dell’Italia immobile e la causa principale della cronica decrescita della nostra economia.

Ha detto Anche Dario di Vico e Maurizio Ferrera su Il Corriere della Sera, il quotidiano che più ha sostenuto la legge Gelmini in questi mesi, oggi hanno dissentito. Queste le loro considerazioni espresse sul giornale. “Se crediamo che sia possibile riposizionare l’Italia nel nuovo contesto internazionale segnato dall`avanzata delle economie asiatiche, se pensiamo che la cultura italiana nelle sue mille espressioni, materiali e non, possa avere ancora un posto di rilievo nel mondo, dobbiamo trarne un’evidente conclusione: bisogna investire nel sapere, nella realizzazione della società della conoscenza. Per approdare alla società della conoscenza lo Stato non può abdicare al suo impegno di regista e di finanziatore: va detto senza ipocrisie. La spesa per istruzione e ricerca deve diventare più selettiva, ma non può restare inchiodata a quel 4,5% di Pil che ci vede tra le cenerentole d`Europa. Occorrerà coinvolgere anche altri soggetti come imprese, banche, fondazioni, bisognerà abbattere quel muro di incomprensioni che oggi li relega lontani dall`Università. Il confronto però non può che partire da qui, dalle risorse che dobbiamo/sapremo mettere in campo”.

Sulla legge-pasticcio quindi neanche i dubbi del Colle sono serviti. Il governo non ha voluto correggere gli errori della Riforma Gelmini perché in una terza lettura a Montecitorio si sarebbe potuta affossare e questo dimostra ancora una volta la debolezza di un Governo che ha paura del confronto e che si chiude in se stesso.

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Obiettivo 2011: andare oltre Berlusconi

Usciamo da un decennio di favole e chiacchiere, entriamo in uno di serietà, sobrietà, e riscossa. Conferenza di fine anno del PD
“Grazie per l’attenzione che avete avuto svolgendo liberamente il vostro lavoro”. Esordisce così il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, nella conferenza di fine anno del PD: “Ci vediamo oggi che c’è stata una conferenza stampa-fiume degna di Kim il Sung. Siamo a quell’ordine di grandezza. Saltano perfino i telegiornali – dice il segretario del Pd riferendosi al Tg1- mi chiedo se ha ancora senso chiedersi in quale normale paese d’Europa succede così. Dal premier un mare di chiacchiere senza dentro nulla di concreto per la situazione degli italiani. Va così da 10 anni sono le solite”.

Fa una citazione a sorpresa: “ricordo ciò che mi disse Montanelli: ricordatevi che quest’uomo non sa distinguere tra verità e menzogne.
Bè riuscire a parlare de L’Aquila senza dire che nel 1000proroghe han tolto il rinvio delle tasse vuol dire che pensa che siamo un popolo di imbecilli aquilani in testa o che aveva ragione Montanelli.
Guardate che non è la fine di un anno ma un passaggio di decennio. 10 anni del nuovo secolo caratterizzati per la democrazia personalizzata e che ci han fatto precipitare in tutte le classifiche, che riguardano la vita reale degli italiani. Com’è che abbiamo perso posti nei redditi, nel pil procapite, siamo appena davanti a malta nell’occupazione femminile, al penultimo posto per la giovanile e che per il tasso di crescita siamo davanti solo ad Haiti? Com’è che la fedeltà fiscale è calata e i redditi non salgono?

Dove vogliamo andare. “Noi siamo una forza di governo momentaneamente all’opposizione e parto da lì, ma non accetto i calcoli delle probabilità sulle fortune elettorali di un partito. La capacità di farsi comprendere dall’opinione pubblica non arriva da sì e no di eventuali alleati, c’è se la proposta è sentita dal paese. Allora lavoro per dire agli italiani cosa andrebbe fatto, sono convinto che dobbiamo portare la discussione fuori dal politicismo. Fate il confronto tra anno 2000 e anno 2010: i 15 paesi europei allora e adesso…quota di italiani sotto la soglia di povertà, 75% del reddito medio UE: siamo passati dal 20 al 29% è il sud che sta peggio. E la quota sopra il 125%? E’ la zona ricca, eravamo a oltre il 50% siamo al 32. Io lo so che su facebook ‘ste cose non girano, pretendo che le tv le facciano girare. Ma lo so, ho dei figli, vedo che il sabato gli amici vanno a mangiare coi soldi del papà perché nessuno ha lavoro. Vogliamo parlarne ragazzi? Il resto viene dopo. Non sarà attuale, ma aspettate qualche mese e vedrete.

Abbiamo perso sostanzialmente: il sud si allontana dal nord, il nord dall’Europa e i giovani non hanno più prospettive. C’è scollamento micidiale istituzioni-società, rubare i deputati al terzo polo non è da politico ma da politicante della peggior specie.

Bersani lancia l’allarme: “Ci sono tensioni incombenti. Ma questo paese accetta di continuare a prendere il sonnifero o vuole reagire? Berlusconi fa l’ipnotizzatore ma basta prendere il sonnifero dobbiamo arrestare il declino: non è la storia di 10 anni che ci lasciamo dietro, la crisi galoppa ora.
Noi proponiamo un’agenda all’altezza del decennio e non della settimana o del mese. Per la prospettiva dei giovani non possiamo lasciarci più addormentare. Come più grande forza dell’opposizione dobbiamo costruire una piattaforma”.

E spiega cosa intende per riforma repubblicana: rafforzare una democrazia costituzionale con le radici in Europa, riforma elettorale, costi della politica, legalità, giustizia per i cittadini. Un’agenda di riforme impegnative e profonde.
E dietro il lavoro per Bersani ci sono molte azioni da fare per far girare l’economia e garantire la ripresa: “Chi ha di più deve dar di più, green economy, nuovo patto sociale, liberalizzazioni, dar fiato alla crescita per dar lavoro. Ci sono redditi da sostenere e così le famiglie, perché i consumi sono troppo bassi”. E sbotta: “Ma quali conti a posto, senza salvar le banche siamo passati dal 104 al 120%, Tremonti non ci racconti che basta sommare il risparmio privato al debito pubblico perché così la Grecia stava meglio di noi. Ma si è ribaltata! In nome di una stagione di riforme lanciamo un messaggio politico: adesso ci rivolgiamo a tutte le forze d’opposizione e a tutte le forze sociali perché ciascuno ci dica e si prenda la sua responsabilità. E’ una proposta che non vive sul calcolo delle probabilità di chi ci sta, è la nostra posizione anche fossimo soli al governo, perché siamo in emergenza: situazione dura, grave, pericolosa. Usciamo dal decennio di favole che non ci hanno portato a niente, entriamo in un decennio di serietà, verità e riscossa: un risveglio italiano con una stagione di riforme vere”.

Poi il segretario dei democratici risponde a una serie di domande: “Berlusconi ci accusa di usare la scorciatoia giudiziaria per andare al governo?
Respingo al mittente l’accusa, io parlo di Italia tanto quando uno si avvicina ai 75 anni in galera non può andarci no? Benissimo, allora occupiamoci della giustizia per i cittadini: giustizia civile, informatizzazione, durata dei processi, razionalizzazione delle sedi”.

Perché solo Napolitano interlocutore degli studenti? “Certo non si fa mai abbastanza, ma non credo che abbiamo sottovalutato la cosa. In epoca di berlusconismo non è facile fare opposizione e chi ci critica non tiene conto che denunciamo che si occupano gli spazi d’informazione. Riteniamo un insulto rispondere a studenti e ricercatori dicendo che si fa una riforma contro clientele e baroni. E che van sui tetti per difendere quelli? Da Napolitano un gesto nobile e importantissimo perché quando vedi i cartelli di studenti con scritto Non ci fidiamo dello stato oppure Non ci rappresenta nessuno io non ci sto. Li ho visti quei cartelli, la Gelmini no. Quindi grazie a Napolitano perché il centrodestra non si rende conto di cosa è una democrazia”.

Confronto tv con il capo del governo? “Facciamo la media delle regole, non faccio quelle di Arcore… scelga tra i paesi democratici, non quelli che visita li, e poi scelga. Oggi ho sentito osannare il Kazakistan, lo rispetto, ma farsi una capitale con un progetto approvato in 8 giorni…vorrei vederlo fare in Umbria…”.

Un’opposizione dura. “Non siamo tiepidi sulla correttezza dei ministri – dice a giornalista de Il fatto – su Bondi abbiamo fatto la mozione di sfiducia. Dico ai moderati: noi ci occupiamo dei problemi reali. Proporremo la cancellazione delle leggi speciali che han consentito di dare appalti allegri mentre si riduceva di 5 miliardi la somma degli investimenti pubblici: grandi opere, investimenti locali. No, le cancelliamo tutte! Così si fan leggi normali più efficienti “.
Un passaggio è anche sull’identità del PD: “Vogliamo partiti in cui si discute con un esito costruttivo per il paese, la direzione serve a questo non alle sfumature tra me e Veltroni. Parlerò a gennaio di Italia. Parliamo a tutti quelli che vogliono ridare un assetto più democratico all’Italia e pensiamo che condizionare Berlusconi sia un ossimoro, lui non tratta compra, e lo fa con la pistola puntata della compravendita. Lo dico al terzo polo”. E alla domanda su Vendola, se si sia sentito rispettato dopo il loro pranzo risponde: “io mica son permaloso, accetto critiche sempre. Chiedo generosità ne più ne meno di quel che ci metto io, ce la dobbiamo mettere tutti all’opposizione, mettendo in secondo piano traiettorie personali e di partiti e di discutere come entrare in un nuovo decennio, con responsabilità”.

Primarie. “C’è una cosa semplice nel nostro statuto. La sequenza logica è programma-coalizione-decisione sulle primarie. Non si venga a dire a Bersani che non vuol fare le primarie, c’è qualcuno che vuole imbrogliare? Le nostre regole parlano di discussione comune per decidere se farle. Poi ho detto che dobbiamo fare manutenzione sulle primarie che facciamo ad esempio per le amministrative perché non voglio buttare il bambino con l’acqua sporca. Non si pensi che si dica che la coalizione è quella di chi accetta le primarie. La democrazia personalizzata dei nomi sul simbolo e di chi dice io, io, io, io,io non fa riforme. Ma l’alternativa non è scimmiottarlo, è un altro film più simile a una democrazia che funzioni”.

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