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"Votazioni sprint, pasticcio al Senato La vice leghista sbaglia e dà per approvati 4 emendamenti Pd-Idv", di Giovanna Casadio

Nonostante le proteste Rosi Mauro non si ferma. Schifani costretto a ripetere il voto. Due articoli si contraddicono Gelmini: rimediamo con il decreto milleproroghe. La prova provata sta su Youtube. Rosi Mauro ritiene sia il momento di procedere come un caterpillar, nonostante l´aula del Senato in tumulto. «Emendamento 6.21: chi è favorevole, chi è contrario, approvato; 6.23… approvato; 6.26 approvato». «Sospendi la seduta», le gridano dai banchi dell´opposizione. «Io proseguo nelle votazioni, vergogna», si infastidisce lei, alzando la voce. Anche i funzionari le suggeriscono la calma. Ma la vice presidente leghista – coccarda verde sul bavero della giacca; sempre accanto a Bossi nelle uscite pubbliche padane – vuole accelerare sulla riforma Gelmini. Propone votazioni a raffica, proclama i risultati. Non si rende conto di avere dato l´ok a quattro emendamenti di Pd e Idv. Finisce in autogol. Quando Schifani si siede sul suo scranno e riprende la presidenza dell´aula, annulla le quindici votazioni fatte. «Sono da rifare», decide. Democratici e dipietristi non ci stanno. «Il nostro gruppo non parteciperà alla ripetizione delle votazioni già effettuate», annuncia Anna Finocchiaro.
Un pasticcio nella confusione generale. I tempi del via libera potrebbero allungarsi. Il ministro Gelmini deve riconoscere che nel rush finale si è persa di vista la coerenza delle norme. Ci sono infatti due articoli della riforma (il 6 e il 29) che dicono tutto e il contrario di tutto. «Il governo – prende la parola la Gelmini – risolverà il conflitto nel decreto “milleproroghe”». Già stamani in consiglio dei ministri. Oggi sarà la giornata clou. In piazza gli studenti a manifestare; lo spauracchio degli scontri; a Palazzo Madama l´approvazione definitiva della riforma. Che però è in forse. Il voto finale può slittare a giovedì mattina? «Può essere», ammette il ministro.
Le votazioni concitate avevano dato il via libera a un emendamento del Pd, che prevedeva un tetto di 6.500 euro per le consulenze di professori universitari e di ricercatori a tempo pieno. Avrebbe significato il ritorno del ddl alla Camera. Il Senato ha rivotato e quell´emendamento è stato bocciato. Schifani spiega: «Con il caos in aula i senatori non sapevano cosa stavano votando». È una «bruttissima pagina parlamentare: il Senato è commissariato dal governo», denuncia il pd, Giovanni Legnini. Gerardo D´Ambrosio denuncia il vulnus al ruolo di legislatore che si sta provocando. È una giornata di caos, questa volta non in piazza ma in Parlamento.
Gli studenti si appellano al presidente della Repubblica, Napolitano perché non firmi il ddl: «Non lo faccia – gli scrivono – Non cancelli il diritto allo studio, così sarà in piazza anche lei al nostro fianco». E a Palazzo Madama la bagarre inizia dal mattino con lo scontro sui “pianisti”, quei senatori che votano per chi non è presente. Ce n´è uno illustre, nei banchi del governo, ovvero il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi fotografato mentre allunga la mano nella casella del collega assente Maurizio Sacconi. Il capogruppo di Idv, Felice Belisario chiede le dimissioni di Bondi o in alternativa la riunione della giunta per il regolamento. Il vice capogruppo del Pdl, Gaetano Quagliariello ricorda che Gianrico Carofiglio, senatore del Pd, che votava per un collega (però presente in aula) era stato richiamato in modo soft. Scaramucce. I toni si accendono in un crescendo mentre la maggioranza prova a forzare sui tempi anche per evitare ripensamenti dei finiani che hanno garantito il loro ok. Il Pd parla di «analfabetismo giuridico» a proposito degli articoli che regolano contraddicendosi il rapporto tra gli assistenti di ruolo, i ricercatori, i tecnici laureati. Fino allo show di Rosi Mauro. I dipietristi mandano il filmato sulla webtv del partito e poi su Youtube. La frittata è fatta.

La Repubblica 22.12.10

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Zanda: la legge favorisce i figli dei ricchi

Questa legge toglie autonomia e non consente controlli sulla valutazione e dei docenti. “Dobbiamo condannare la violenza, ma gli studenti vanno ascoltati”.
«Questa non è una riforma, ma solo una legge che tradisce il diritto allo studio. Una pessima norma che ci vogliono far votare a scatola chiusa grazie a una presidenza del Senato che lavora per il governo». Il vicecapogruppo del Pd a Palazzo Madama, Luigi Zanda, boccia il ddl sull´università e punta il dito contro il presidente Renato Schifani.
Senatore Zanda, perché vi opponete a questa riforma?
«Perché prevede il taglio delle borse di studio, favorendo i figli dei ricchi, ed elimina l´autonomia degli atenei dando il potere regolamentare al governo. Per non parlare degli assurdi incentivi ai residenti per farli rimanere nell´università vicina».
Però prevede norme contro le parentopoli.
«Norme che riguardano la gestione e che sono condivisibili. Ma non è una riforma. Al di là degli annunci sulla meritocrazia, questo ddl togliendo autonomia alle università non consente veri controlli sulla valutazione dei docenti e sul merito».
Perché la maggioranza ha tanta fretta di approvare questo ddl?
«Pensano che portare in porto subito questa legge sia un merito, invece norme così delicate che riguardano il futuro del nostro Paese andrebbero discusse e approfondite».
Per questo in aula ci sono stati momenti di tensione?
«Purtroppo, anche grazie alla gestione dell´aula da parte del presidente Schifani, si procede a tappe forzate per venire incontro alle richieste del governo. Ormai siamo diventati un braccio operativo dell´esecutivo».
Dopo gli scontri dei giorni scorsi, gli studenti oggi torneranno in piazza. Per Berlusconi la sinistra «fomenta la violenza».
«Dobbiamo condannare senza esitazione la violenza. Ma gli studenti hanno il diritto a essere ascoltati. Invece governo e maggioranza vogliono solo imporre una riforma che riforma non è».

La Repubblica 22.12.10

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“Madama che voto”, di Matteo Bartocci

L’università costringe la maggioranza agli straordinari. Al senato il ministro Bondi vota per due e la vicepresidente Mauro fa tutto da sola. Approva e boccia emendamenti a raffica, poi Schifani annulla tutto. Gelmini ammette: legge da correggere, slitta l’ultimo sì. C’è un buco nella «matrice» berlusconiana. Anzi, una voragine. In quella che è considerata una roccaforte del governo come palazzo Madama, maggioranza, presidenza del senato e ministra Gelmini inanellano una serie di gaffe, prepotenze e strappi procedurali che solo con la negazione della realtà pura e semplice si può fare finta che niente sia accaduto. Realtà però che – complici la tv e soprattutto internet – non può più essere riavvolta a piacimento. La seduta di ieri passerà alla storia.
Il governo fallisce nel suo intento. La riforma Gelmini delle università sarà approvata molto probabilmente soltanto oggi. Ma è un risultato che il centrodestra deve incassare a caro prezzo.
La giornata era iniziata con l’ostruzionismo, pacatissimo, di Pd e Idv sui primi articoli del ddl Gelmini. Procedure di routine, rallentamento dei tempi, tutto ben collaudato e noioso. Anche perché il regolamento del senato (do you remember l’era Prodi?) è ferreo e non concede troppi margini all’opposizione. L’intento tuttavia è chiaro: modificare anche solo una virgola del testo costringerebbe il ddl a tornare alla camera per la quarta lettura, consegnando agli studenti una vittoria di giornata o almeno una tregua.
Pdl e Lega fanno quadrato. Ma il Pd scova un’incongruenza nel ddl che rischia di diventare il classico granello nell’ingranaggio. C’è una norma sui «professori aggregati» (all’art. 6) che modifica la vecchia legge Moratti del 2005. I democratici fanno notare che lo status di questi professori ibridi viene modificato in due modi diversi e che all’articolo 29 del ddl Gelmini quella parte della legge Moratti viene addirittura abolita. Delle due l’una: o viene modificato dall’art. 11 (e allora decade l’art. 29) oppure viceversa. Si accende la bagarre. Il sottosegretario all’Istruzione Pizza ammette il problema e dice che il governo cambierà il punto contestato solo nel milleproroghe.
Il clima si scalda. Se il problema esiste allora perché non si può intervenire subito?, chiedono le opposizioni. Nel caos, arriva la presidente di turno Rosi Mauro. Come un elefante imbizzarrito legge un parere degli uffici del senato che esclude problemi procedurali. Il Pd si ribella e a quel punto Mauro fa il secondo patatrac. Come un’invasata fa votare l’aula per alzata di mano per ben 17 volte. In 4 occasioni però, evidentemente fuori di senno, annuncia che sono stati «approvati» 3 emendamenti del Pd e 1 dell’Idv. La seduta è sospesa. Due danni in poche ore: c’è un ddl che va avanti con una norma «suicida» sui docenti aggregati e alcuni emendamenti approvati. Governo ko? Qualcuno si immagina già che Napolitano potrebbe non firmare. Passano più di due ore.
Alle 18.50, come un cherubino diabolico, alla guida del senato torna Renato Schifani. Il presidente annuncia subito che le votazioni indette da Mauro vanno ripetute. E che sul «nodo» emendamenti deciderà in nottata un’apposita giunta per il regolamento. Svela però che la richiesta di ripetere il voto è venuta per prima da Pd e Idv in una lunga riunione «informale» dei capigruppo. Finocchiaro, in aula, non nega la richiesta: «Ma tutto il mondo ha visto quello che è successo». Su Internet gli emendamenti sono passati.
Per un’ora la seduta si dilunga sui pro e i contro. Pd e Idv usano ottimi argomenti contro la ripetizione del voto. E a proposito di alleanze: il «terzo polo» Udc, Mpa, Fli e Api si accoda ai desideri del governo. L’opposizione è sola. In mezzo al caos, la ministra Gelmini chiede la parola. Le hanno allungato un testo scritto che lei legge con la faccia più dialogante del mondo: «Cambieremo i punti critici nel milleproroghe». Apriti cielo. Ogni parvenza istituzionale è caduta. «Così la pezza è peggiore del buco», sbotta D’Alia dell’Udc. Non si può cambiare per decreto una norma che non è ancora legge. Dunque sarà fatto nella conversione, tra due mesi. E nel frattempo? Rutelli (Api) propone un «lodo»: ripetiamo le votazioni ma il Pdl approvi il testo del Pd che sana le incongruenze. Schifani alterna scivoloni (chiama Mauro «la mia vicecapogruppo» invece che «vicepresidente») a una certa maestria da avvocato. Pur di non tornare alla camera il governo ha fatto e farebbe ancora carte false. Nella notte si tratta.

Il Manifesto 22.12.10

"Da Berlusconi a Depretis vince il trasformismo" di Michele Ainis

Berlusconi come Depretis? Altri tempi, altre tempre. Eppure c’è una parola che riassume la stagione politica che stiamo attraversando, la stessa parola con cui gli storici ricordano un’esperienza di fine Ottocento: trasformismo. All’epoca, il rafforzamento della maggioranza di governo con l’apporto di singoli parlamentari, oppure assorbendo frazioni della sinistra e della destra; oggi le giravolte di Scilipoti e Calearo, lo smottamento dell’opposizione, il rimescolio di bussolotti da cui per il momento è uscita una fiducia risicata, domani chissà, magari una tombola per chiudere la legislatura alla sua scadenza naturale.

D’altronde il presidente del Consiglio l’ha detto chiaro e tondo: posso incrementare le mie truppe accettando nuovi partiti al desco dell’esecutivo, oppure accogliendo nuovi commensali, uno per uno, e l’ultimo chiuda la porta. Insomma contano i numeri, non come ci s’arriva: questa o quella per me pari sono.

E invece no, stavolta Rigoletto ha torto. Non è la stessa cosa allargare la coalizione di governo rinegoziandone il programma con altre forze politiche, o allargare la maggioranza esibendo qualche scalpo per trofeo. E del resto un conto è il dissenso d’una minoranza interna sulla linea del partito, magari così aspro da consumare una scissione, magari così profondo da coinvolgere gli stessi fondatori del partito: il caso di Gianfranco Fini dentro il Pdl, di Francesco Rutelli nel Pd.
Un conto è il cambio di strategia – e quindi d’alleanze – deciso da un partito nel suo insieme, come potrebbe decidere domani l’Udc di Casini, lasciando i banchi dell’opposizione per accomodarsi su quelli del governo. Tutt’altro conto sono le fulminazioni personali, i cambi di casacca da parte di questo o quel mediano, il viavai dei singoli da un gruppo parlamentare all’altro. Nei primi due casi va in scena la politica, nel terzo caso i politici, soltanto loro.
Si dirà: ma la politica è il gioco con cui per l’appunto si trastullano i politici, anche quelle decine di peones che fin qui hanno cambiato schieramento. Ed è un gioco libero, senza vincolo di mandato, come garantisce l’articolo 67 della Costituzione. Perché mai dovremmo giudicare trasformiste le piroette individuali e non quelle collettive? Non è forse a beneficio del singolo parlamentare che la nostra Carta forgia il divieto di mandato imperativo? A prenderla alla lettera sì, non c’è alcun dubbio. Ma la legge elettorale ha violentato anche la lettera, oltre allo spirito, di questa garanzia costituzionale. Perché l’eletto è libero rispetto all’elettore, e perché il porcellum ha cancellato gli elettori.

Quanti sono gli italiani che hanno votato per Calearo o Scilipoti? Nemmeno uno: abbiamo votato per il Pd o per Italia dei valori, abbiamo messo una crocetta su un partito, non su un cognome. Dunque è ai partiti che adesso s’applica il divieto di mandato imperativo, non ai parlamentari scelti dai partiti. Loro, se durante la corsa cambiano cavallo, dovrebbero avere il buon gusto di dimettersi, cedendo il posto al primo della fila.

Ma ovviamente non ci pensano nemmeno. Anche se un Parlamento di porte girevoli finisce per aumentare la distanza fra popolo e Palazzo. Anche se questo andirivieni riflette in ultimo l’idea che l’idea non conta nulla, conta la poltrona. E allora non resta che riesumare un’immagine di Giosuè Carducci: «Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri». È del 1883, ma sembra scritta ieri.

Il Sole 24 Ore 22.12.10

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“Ecco i 22 responsabili che faranno gruppo alla Camera per aiutare il premier. Berlusconi: non entreranno al governo”, di Celestina Dominelli

«Le persone che hanno deciso di appoggiare la maggioranza lo hanno fatto per un loro convincimento, ad esempio quelli dell’Idv perché non sopportavano più il loro leader». Lo afferma il premier Silvio Berlusconi nel corso della registrazione di Matrix. A chi gli chiede se ci sia la possibilità che qualcuna delle new entry possa fare il sottosegretario, il Cavaliere risponde: «io penso che non ci sia questa eventualità ». Ecco chi sono gli ultimi arrivi.

Ci aveva provato, ma con esito fallimentare, anche il repubblicano Francesco Nucara, calabrese doc. Desideroso di offrire alla maggioranza un puntello pro-fiducia prima del voto di fine settembre. Ma di quell’idea, un gruppo nuovo di zecca alla Camera di parlamentari “responsabili” a sostegno del governo, non se ne fece più nulla. Un po’ per il fuggi fuggi generale innescato dalle indiscrezioni di stampa sui possibili componenti, un po’ per gli annunci poco prudenti del repubblicano, che stopparono l’operazione sul nascere. Ora, però, a Montecitorio qualcuno vuole riprovarci e le chance questa volta sembrano decisamente più alte. Il battesimo? Oggi stesso con una riunione nella sede di Noisud alla Camera che vedrà sedere attorno allo stesso tavolo ben 22 parlamentari.

Si fa presto a capire chi sono. Basta riavvolgere il nastro fino a tornare al voto di fiducia del 14 dicembre quando 22 parlamentari iscritti al gruppo misto fornirono al Cavaliere un significativo aiutino. Per il momento sarà un semplice confronto ma l’obiettivo, come anticipato oggi da Saverio Romano, leader dei Pid (che sta per Popolari per l’Italia di domani), è quello di lanciare a gennaio un nuovo gruppo parlamentare. Che servirà, soprattutto, a dare una mano al governo in alcune commissioni (bilancio e finanze su tutte), dove, dopo la nascita di Fli e poi del terzo polo, Pdl e Lega si sono ritrovati improvvisamente in minoranza. Dunque un’operazione dall’impatto immediato e benefico per il premier Silvio Berlusconi. Il quale, non a caso, ha strabenedetto il nuovo progetto chiedendo proprio a Romano, incrociato ieri al Quirinale, di tenerlo costantemente informato di tutti gli sviluppi.
Tanto più se si getta un occhio ai componenti del futuro gruppo di responsabili, spesso tra di loro agli antipodi, quanto a storia politica e a scelte parlamentari. Dentro la neonata formazione c’è infatti davvero di tutto. Ci sono, e hanno un peso specifico non indifferente, i quattro ex Udc siciliani in guerra con Pier Ferdinando Casini dopo la sua scelta di sostenere, nell’isola, il governo di Raffaele Lombardo. A cominciare da Saverio Romano, potentissimo segretario regionale centrista e uomo legatissimo all’ex presidente Salvatore Cuffaro, che ha mollato il partito e ha costituito alla Camera il mini-gruppo dei Pid. Di cui, oltre a Romano, fanno parte l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, il deputato Giuseppe Ruvolo, già vicesegretario centrista in Sicilia, il campano Michele Pisacane (sindaco di Agerola) e Pippo Gianni. Subentrato, solo qualche settimana fa, a Giuseppe Drago, ex presidente della Regione decaduto dall’incarico per una condanna a tre anni per peculato, confermata in Cassazione.

A far compagnia ai Pid ci sono poi i 7 componenti di Noisud, nati da una costola dell’Mpa di Lombardo per volontà dell’ex sottosegretario Enzo Scotti: Luciano Sardelli, Arturo Iannaccone, Elio Belcastro e Antonio Milo. Cui si sono aggiunti prima l’ex Pd, Antonio Gaglione, medico noto soprattutto per le sue assenze in aula (non c’era nemmeno il 14 dicembre) e successivamente gli ex Idv, Americo Porfidia e il discusso Antonio Razzi (che ancora ieri ignorava l’esistenza del nuovo gruppo). Per non dimenticare poi, oltre al già citato Francesco Nucara, anche l’ex Udc e giornalista Rai, Francesco Pionati, uno dei cacciatori di teste sguinzagliati in Parlamento alla ricerca di nuovi acquisti pro-governo. Il gruppo può poi contare anche sull’apporto di Maurizio Grassano, ex diniano migrato anche lui nel misto in rotta con gli altri due compagni di partito.

A completare la squadra ci sono inoltre i quattro finiani che hanno abbandonato la scialuppa dell’ex leader di An: il presidente della Commissione lavoro a Montecitorio, Silvano Moffa, l’ultimo a staccarsi da Fini, cui pure era legatissimo, l’ex sottosegretario all’istruzione, Maria Grazia Siliquini,Catia Polidori (solo omonima di Mister Cepu) e infine il direttore della Discussione, Giampiero Catone. Infine i tre giunti da pochissimo nel gruppo misto dove hanno costituito una mini-formazione:l’ex presidente di Federmeccanica, ex Pd e ex Api, Massimo Calearo, Bruno Cesario, identici passaggi e infine il vulcanico ex dipietrista Domenico Scilipoti. Insomma, una galleria assai varia che dovrà trovare una sintesi e soprattutto un capo. Per ora nessuno si sbilancia ma in pole position ci sono Romano o Moffa: quale che sia il leader alla fine avrà di certo il suo bel da fare.

Il Sole 24 Ore 22.12.10

"La riforma è piccola, va allargata", di Mauro Ceruti

La riforma dell’università italiana è indispensabile. È cambiato il mondo rispetto a quando von Humboldt disegnò l’università della società industriale e degli stati nazionali. Con una velocità straordinaria si sono trasformati soprattutto i saperi. È quindi necessario che l’università cambi le modalità della sua organizzazione, trasmissione, produzione.
Questa è la sfida per le istituzioni che hanno il compito di formare le nuove generazioni e le nuove conoscenze. E questa sì che è una sfida epocale. Ma la riforma in discussione in parlamento non ha nulla di epocale.

Per questo molti opinionisti si accontentano dell’unica cosa a questo punto possibile: una piccola riforma della governance (cioè degli organismi di governo) dell’università, che ne riduca i malfunzionamenti più dannosi. Ma siamo sicuri che questo scopo sarà davvero raggiunto dalla legge Gelmini?

Si è cominciato a discutere di questa legge più di due anni fa. Eravamo tutti d’accordo (governo e Partito democratico, parti sociali, Confindustria, attori dell’università…) sui quattro principi che avrebbero dovuto ispirare il nuovo disegno dell’università: autonomia, responsabilità, valutazione e merito. Ma allora ci domandiamo: perché tanto consenso sui principi ispiratori ha prodotto un testo di legge che li contraddice clamorosamente e che dalla Camera è stato persino peggiorato?

La legge in discussione riduce l’autonomia dei singoli atenei, introducendo decine di norme inutilmente burocratiche e centralistiche; compromette l’assunzione di responsabilità delle università e di conseguenza la possibilità di una valutazione e di una selezione dei loro meriti. Inoltre, l’Agenzia incaricata della valutazione (Anvur) è priva di risorse e competenze per esercitare il suo ruolo.

Per quanto riguarda poi la missione dell’università (la ricerca e la formazione delle future generazioni), la legge peggiora le condizioni per il diritto allo studio, riducendo drasticamente le borse di studio, e soprattutto non delineando alcun progetto di welfare studentesco. Anche in questo senso la legge contraddice il quarto principio, il merito, che resta un vuoto proclama. Infatti senza una politica di diritto allo studio non potrà emergere il merito degli studenti meno abbienti. Così come non promuove il merito lasciare 26mila ricercatori senza una seria valutazione e senza alcuno sbocco. E tanto meno escludere i giovani dall’attività di ricerca.

La legge inoltre non sostiene in alcun modo la mobilità degli studenti, garanzia che questi possano coltivare i propri talenti nell’ateneo più adatto e non necessariamente in quello più vicino. È addirittura sconcertante che si favoriscano economicamente gli studenti che scelgono di studiare nella propria regione, mettendo così un freno alla libera circolazione delle persone e delle idee. E promuove forse il merito attribuire crediti ai vincitori di medaglie sportive? Oppure vietare di aprire inutilmente nuovi atenei (e ciò ci sta bene) e contestualmente riconoscere università telematiche di quantomeno dubbio valore?

Ma soprattutto questa legge è privata di risorse per essere applicata. Inoltre sarà approvata dopo una successione di provvedimenti finanziari che negli ultimi tre anni ha tagliato drasticamente gli investimenti per l’università e la ricerca. Nell’insieme i provvedimenti che il governo sta attuando per l’università assumono il significato di una riforma Tremonti, più che di una riforma Gelmini, di un taglio di risorse, più che di un progetto organizzativo e tanto meno culturale. Per questo governo università e ricerca sono un costo e non un investimento.

Stiamo andando pericolosamente nella direzione contraria rispetto a quella degli altri paesi d’Europa. Certo, la crisi economica è di gravità eccezionale. Ma, proprio per questo, anche Francia e Germania (pure con governi di centro-destra) tutto hanno tagliato, ma non formazione e ricerca. Al contrario, hanno investito in modo significativo non “nonostante” la crisi, ma proprio “a causa” della crisi, nella società della conoscenza.

Se proprio non siamo in grado di fare subito una riforma davvero “epocale” dell’università italiana, cosa impedisce al governo di accettare che il parlamento migliori questa legge per adeguarla ai principi fin dall’inizio condivisi da tutti? Un mese potrebbe bastare. La posta in gioco è davvero importante. Ne va del futuro prossimo, anche economico, del nostro paese.

Il Sole 24 Ore 21.12.10

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“Una legge contro l’università.
Riforma Gelmini. Perchè il PD vota no”, di Vittoria Franco

Perché il Pd vota contro la legge Gelmini? La risposta è semplice: perché è una legge che non risponde ai bisogni reali dell’università, non è all’altezza dei cambiamenti necessari. Il risultato sarebbe stato certamente migliore se l’intento fosse stato non la punizione di docenti e rettori – che ha portato a ripristinareun anacronistico centralismo con norme minuziose e prescrittive – bensì la promozione dell’autonomia nella responsabilità, la qualità della didattica, il diritto allo studio: in una parola l’investimento e non il disinvestimento, con la conseguente riduzione delle risorse. Il risultato sarebbe stato diverso se la riforma fosse stata concepita come un’occasione per contribuire a costruire un’Italia più dinamica, più competitiva, più capace di cooperare a quel progetto ambizioso di costruire un’Europa della conoscenza e un’economia fondata sul sapere. Indico qui solo alcune delle criticità legate a questa legge: 1) autonomia e responsabilità avrebbero dovuto costituire il principio cardine e invece, si mortifica l’autonomia e si rende difficile l’esercizio della responsabilità. Servono poche regole e molta sostanza nella pratica dell’autonomia. Lacci e lacciuoli di norme eccessivamente prescrittive rendono invece la vita difficile anche a chi voglia davvero innovare, differenziarsi, per accrescere la qualità; 2) la meritocrazia di cui tanto si vanta il Governo è finta. Noi siamo a favore della selezione in base al merito, perché solo valutando il merito si crea una società più giusta. Ma la meritocrazia deve andare insieme con la costruzione di condizioni di pari opportunità per poter valorizzare i talenti dovunque siano, a prescindere dalla provenienza sociale e familiare. Ma ciò che a oggi abbiamo visto nella legge di stabilità è la riduzione delle borse di studio, che ha giustamente allarmato gli studenti, le famiglie, le Regioni. Il Fondo per il merito non ha una copertura finanziaria, non distingue fra abbienti e non abbienti e finirà per avvantaggiare chi gode già di vantaggi familiari. Non modificherà in niente la scarsissima mobilità sociale. C’è poi una modifica, in virtù della quale si premiano gli studenti che frequentano l’università nella propria Regione. Per accontentare la Lega si introduce il principio della discriminazione territoriale e si dà un colpo alla qualità dell’apprendimento. Si parla di merito e di qualità e poi si premia il Cepu,come se fosse la Bocconi; 3) le risorse sono scarse e non serviranno a finanziare la riforma, tanto che i decreti legislativi che comportino oneri possono essere emanati solo dopo aver reperito le relative risorse: un modo per rinviare alle calende greche nuovi ingressi nelle università. Il reclutamento è bloccato e rimangono tante figure precarie. Insomma, siamo contrari anche perché vengono penalizzati i giovani nello studio e nella ricerca.

L’Unità 22.12.10

"Quei ragazzi inascoltati", di Nadia Urbinati

Da settimane gli studenti sono i protagonisti della politica che non c’è, testimoni di una relazione interrotta tra partecipazione e istituzioni senza la quale la democrazia si fa dominio degli apparati contro la cittadinanza attiva. La dialettica sfiducia-consenso che sta alla base del governo rappresentativo è vitale perché le istituzioni non si chiudano al sentire della società, che si esprime anche attraverso il dissenso e le manifestazioni di piazza.

Questo governo sa come manovrare intrighi e gestire affari opachi, ma non sa fare la cosa più normale e importante: tenere una relazione di ascolto riflessivo con i cittadini che fuori dalle istituzioni vogliono far sentire la loro voce a chi è stato eletto per prendere decisioni nel nome di tutti. La violenza che si è scatenata nei cortei degli studenti è stata manipolata ed usata per criminalizzare tutto il movimento, giustificare il pugno duro della coercizione e imporre il volere di chi comanda. La risposta al dissenso che questa maggioranza dei 3 voti di limpido consenso dà, è quanto di più improvvido e autoritario; è la dimostrazione del fatto che gli studenti non sono considerati degni interlocutori da questa maggioranza, la quale probabilmente mette in conto che quelli degli studenti non sono voti suoi. Punire gli studenti è come punire l´opposizione tutta, quella parte del Paese che questo governo non rappresenta, che vuole anzi umiliare e reprimere; quella parte che non applaude e che è rubricata come “comunista” e va dalle toghe non domate, ai giornali non padronali, agli operai non marchionisti. Gli studenti sono in buona compagnia. Le loro esigenze sono senza voce, trattate come una questione di “sicurezza”.
Eppure le esigenze espresse dagli studenti non sono corporative, non chiedono prebende, l´azzeramento di un mutuo o promesse di posti ad personam. Chiedono cose politiche: che questo progetto di riforma venga fermato e rivisto nella sostanza perché è pessimo per gli studenti di questa generazione e di quelle successive. A queste obiezioni, la politica che siede a Palazzo Chigi e in Parlamento non ha risposte se non il dileggio e il pugno duro. Da settimane gli studenti dicono all´opinione pubblica una cosa molto semplice: manca in questa proposta di riforma una visione di futuro positiva e di crescita per i giovani, ovvero per il Paese. Un riforma che restringe e rende asfittica la ricerca, che monitora la didattica con metodi da contabilità aziendale, che non riesce a dare il senso di un´università aperta al ricambio generazionale per merito provato e documentato. L´immagine dell´università che il ministro Gelmini ci propone è indifferente al mondo della ricerca e soprattutto ai principi scritti nella Costituzione che parlano di eguali opportunità e di cultura come patrimonio nazionale da proteggere e alimentare.
Da anni, i vari governi che si sono insediati, di destra come di sinistra, hanno voluto lasciare alla storia una loro “riforma” dell´università. In molti casi, hanno sbriciolato l´università che c´era nelle risorse e avvilita nelle potenzialità, senza riuscire a renderla migliore. Il risultato di questo sperpero sistematico è il seguente: le scuole e i licei formano generazioni di fuoriusciuti; le tasse dei contribuenti italiani contribuiscono al futuro dei Paesi stranieri. Dal Belgio alla Spagna, dall´Inghilterra alla Germania, dagli Usa al Canada o al Brasile: dovunque si trova la stessa realtà, quella di studenti italiani espatriati, non per cercare l´Eldorado o perché figli di papà in viaggio, ma perché bravi e senza futuro degno e onesto nel loro Paese. È questa la realtà, il fatto di riferimento che l´algida Gelmini dovrebbe considerare quando trincera la sua riforma con la rituale dichiarazione che si tratta di una “buona riforma”. Non si fa una riforma che è “buona”. Si fa una riforma che è ottima, la migliore possibile data la situazione reale alla quale deve rispondere. Una riforma “buona” in questa contingenza è cattivissima: per il sistema di reclutamento, per la subordinazione dei criteri del valore a quelli aziendali, per un´intollerabile decurtazione delle risorse. Zero Euro. È questo il senso della riforma Gelmini. L´anorresia dei cervelli.
Di fronte a questi problemi, che gli studenti comprendono benissimo, la risposta del governo è in linea con la sua identità politica: paternalismo («i genitori facciano stare a casa i figli», come se i ragazzi non fossero adulti e liberi di decidere) e autoritarismo. Infantilizzazione e dominio repressivo; anche a costo di rispolverare l´arresto preventivo, un istituto che con le carte dei diritti non ha alcuna relazione; mentre ce l´ha con il regime del Ventennio nero: quando Mussolini andava in visita in una città si mettevano preventivamente in carcere i sospetti sovversivi per rilasciarli quando il duce se n´era andato. Le soluzioni proposte dal governo non sono né impreviste né irrazionali perché l´autoritarismo è l´esito certo quando si interrompe la relazione tra cittadinanza e rappresentanza. Non la si chiami democrazia autoritaria però, perché la democrazia autoritaria è un non-senso. Ciò che può esistere e c´è, è un esecutivo autoritario che soffoca la democrazia.

La Repubblica 22.12.10

"Disoccupazione record dal 2004", di Roberto Giovannini

Un piccolo segnale positivo, a volerlo cercare c’è: per la prima volta, dopo sette trimestri consecutivi, nel periodo luglio-settembre 2010 il tasso di disoccupazione è diminuito rispetto al trimestre precedente. Di pochissimo, dall’8,4 all’8,3%. Per il resto, dall’Istat arrivano solo brutte notizie sul versante dell’occupazione. Secondo i dati diffusi ieri, ad ottobre il tasso di disoccupazione è cresciuto all’8,7%, dall’8,4% di settembre. E mentre diminuisce ancora il numero degli occupati, sceso di 176.000 unità (-0,2 rispetto al secondo semestre), si impenna la disoccupazione giovanile, scompaiono 349.000 posti di lavoro stabili, e aumenta il numero degli «scoraggiati»

Dunque, sembra esserci una lieve inversione di tendenza dal punto di vista congiunturale, ma i numeri fanno sempre spavento: il tasso di disoccupazione giovanile (per le persone tra i 15 e i 24 anni cresce ancora, anche nel terzo trimestre, toccando quota 24,7%. Per le donne del Mezzogiorno, poi, arriva addirittura al 36%. Per la precisione, oltre un terzo dei giovani tra i 15 e i 24 anni del Mezzogiorno risulta disoccupato (35,2%), nel Centro il tasso si attesta al 22,1%, nel Nord del 18% (18,8% Nordovest, 17% Nordest). Nella classe tra i 20 e 24 anni, fa sapere sempre l’Istat il tasso di disoccupazione si attesta al 22,5% (20,8% nel terzo trimestre 2009).

Il numero delle persone in cerca di occupazione, nel terzo trimestre del 2010 raggiunge quota 2.068.000 unità (metà di lunga durata, secondo l’Istat), in crescita del 3,1%, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, ma in flessione del 1,7% rispetto al secondo trimestre.

Ancora, si sta riducendo l’occupazione a tempo pieno. Se nella fase più aspra della crisi le imprese avevano tagliato soprattutto i lavoratori con contratto atipico, adesso si passa ai contratti a tempo indeterminato: nel terzo trimestre 2010 il numero degli occupati a tempo pieno registra una riduzione tendenziale dell’1,6% (-316.000 unità). Colpa della perdita di 349.000 posti a tempo indeterminato (nel commercio e nella grande industria), non compensati dai 40.000 autonomi in più. Continuano a crescere gli assunti part-time (+2,9%), ma l’Istat dice che è «esclusivamente» part-time di tipo involontario, cioè accettato in assenza di meglio. Infine, aumentano anche gli «inattivi»: la quota di persone tra i 15 e i 64 anni che lavoro non ce l’ha e non lo cerca cresce dello 0,6% a quota 38,6%, con aumenti significativi al Sud (dove raggiunge quota 50%, e 64,5% per le donne) ma anche nel Nord.

Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sottolinea il miglioramento dell’ultimo trimestre, «la prima diminuzione del dato di disoccupazione dopo sette trimestri, a quasi due punti dalla disoccupazione media europea». Ai problemi di giovani e Sud si risponderà «con il Piano straordinario per il Sud e il Piano per l’occupabilità dei giovani». Piuttosto scettica è il segretario generale della Cgil Susanna Camusso: «Se ai giovani disoccupati aggiungiamo coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro, possiamo sicuramente affermare che nel Mezzogiorno del nostro paese quasi la metà dei giovani e delle donne non trova un lavoro o ha rinunciato a cercarlo. Una situazione allarmante». Preoccupata anche la Cisl: Liliana Ocmin, segretario confederale definisce «prioritario porre al centro dell’agenda politica la questione giovani come anche donne e Sud, costruendo attorno a tale obiettivo una strategia partecipativa ed un confronto pragmatico tra tutte le forze sane del Paese».

La Stampa 22.12.10

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Disoccupazione all’8,7%. Giovani, il 24,7% senza lavoro

Torna a crescere la disoccupazione ad ottobre. Con un balzo all’8,7%. Il tasso più alto dall’inizio delle serie storiche dell’Istat, ovvero dal gennaio del 2004. Un nuovo record dunque che arriva come una doccia fredda sui dati relativi a luglio-settembre, che avevano registrato invece, un decremento dei senza lavoro dopo quasi due anni di crescita costante. Il dato dell’8,7% è comunque più basso della media europea. I più colpiti continuano ad essere i giovani e le donne del Mezzogiorno, oltre un under 25 su 3 è, infatti, senza lavoro. Cifre che per il segretario generale della Cgil, Camusso, sono davvero «allarmanti» perchè siamo in una situazione molto difficile. Sulla stessa linea anche gli altri sindacati, dalla Cisl alla Ugl. Mentre il ministro Maurizio Sacconi, sottolinea come la rilevazione trimestrale rimanga sotto la media europea. La revisione al rialzo del tasso dei senza lavoro a ottobre (all’8,7% dall’8,6%, dati destagionalizzati), peggiora le stime provvisorie diffuse sempre dall’istituto di statistica.
E, così, cresce anche lo scarto segnato rispetto a settembre (8,4%). I dati di qualche mese fa sono, invece, più confortanti: con l’8,2% del terzo trimestre del 2010 si registra la prima discesa su base congiunturale del tasso di disoccupazione da sette trimestri. Una piccola inversione di tendenza, comunque significativa.
Tuttavia, spiega l’Istat il calo è «lieve». Del resto anche se la schiera dei disoccupati si assottiglia un pò rimane comunque ampia (oltre due milioni di persone). E soprattutto rimane alto, come accennato, il numero dei senza lavoro tra i giovani, a quota 24,7%, in aumento dell’1,2% a confronto con lo stesso periodo dello scorso anno.
Ma la percentuale cresce ancora se si guarda al Mezzogiorno, dove il 36% delle giovani donne (15-24 anni) è alla ricerca di un posto.
Sul lato occupazione l’Istat, inoltre, certifica una diminuzione sia a livello congiunturale che tendenziale, a confronto con il terzo trimestre del 2009 l’emorragia è di 176 mila posti. La scure si è abbattuta principalmente sui lavoratori a tempo indeterminato (-258 mila su base annua) e in particolare su quelli impiegati a tempo pieno (-349 mila). E si potrebbe dire che piove sul bagnato visto che circa la metà dei due milioni di persone in cerca di un lavoro, lo è da più di 12 mesi. Non finisce qui, un altro record negativo lo tocca il tasso di inattività, in cui rientrano anche gli scoraggiati, che sale al 38,6%, riportandosi ai livelli del 2000.
Nel Mezzogiorno la quota di chi non ha un posto oppure lo cerca s’impenna al 50%, che diventa 64,5% per la componente femminile.
Secondo Camusso se si tengono in considerazione gli «scoraggiati, vale a dire coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro, possiamo sicuramente affermare che nel Mezzogiorno del nostro paese quasi la metà dei giovani e delle donne non trova un lavoro o ha rinunciato a cercarlo». Il ministro Sacconi sottolinea invece come «la rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro dell’Istat ci consegna la prima diminuzione del dato di disoccupazione dopo sette trimestri, a un livello distante quasi due punti dalla disoccupazione media europea. L’Italia continua a mantenere contenuto l’impatto della crisi grazie all’uso massiccio di cassa integrazione, anche in deroga, e di contratti di solidarietà».

Il Corriere della Sera 22.12.10

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Disoccupazione ai massimi dal 2004 cresce solo il part time “involontario”, di Luisa Grion

Il 38% è inattivo Le donne del Sud che non lavorano sono oltre quota 65 per cento. Sul lavoro l´Italia non svolta, anzi ad ottobre il tasso di disoccupazione è passato all´8,7 per cento dall´8,4 di settembre. Nonostante qualche buon segnale che arriva dalla manifattura non siamo usciti dal tunnel e la conquista di un posto e di un reddito, appare ancora lontana per le categorie più a rischio: i giovani, le donne e in generale il Meridione.
Gli ultimi dati Istat sul lavoro segnalano infatti che i vecchi problemi non sono stati risolti. Guardando al terzo trimestre nel suo complesso c´è stato un lieve miglioramento rispetto al periodo precedente (il tasso di disoccupazione è sceso dello 0,1 per cento fermandosi all´8,3), ma il dato di ottobre segna un record dal 2004 (anno a partire dal quale l´istituto di statistica fa partire la sua serie storica).
Uno stallo che riversa i suoi peggiori effetti sulla fascia di lavoratori più giovani, quelli di età compresa fra i 15 e i 24 anni. Il 24,7 per cento – praticamente uno su quattro – non trova lavoro. Se poi si guarda ai soli giovani del Sud il tasso di disoccupazione vola al 35,2 per cento, che diventa 36 quando si parla delle ragazze meridionali. Con buona pace della scuola di pensiero che ritiene che solo una massiccia occupazione femminile possa riattivare il circolo virtuoso dell´economia.
Ora va detto che a fronte di una disoccupazione che non scende, nonostante l´estate avessero cullato qualche speranza, è cambiata anche la vita di chi un lavoro ce l´ha. Fra gli occupati (oltre 22 milioni), aumenta soprattutto la quota dei lavoratori part-time di tipo «involontario», ovvero di chi si è rassegnato ad un posto ad orario ridotto perché non ha trovato di meglio. E´ in netta discesa, invece, il numero degli occupati a tempo pieno (316 mila posti in meno rispetto al terzo trimestre dello scorso anno). Altro record negativo riguarda gli inattivi (non hanno lavoro, ma ormai nemmeno lo cercano): il tasso è risalito al 38,6 per cento , che diventa 50 al Sud per svettare ad un imbarazzante 65,4 quando si parla di donne meridionali.
Alla preoccupazione del sindacato si contrappone la fiducia del ministro Sacconi. Per la Cgil di Susanna Camusso, il quadro dipinto dall´Istat è «allarmante»: «Se ai disoccupati aggiungiamo gli scoraggiati possiamo sicuramente affermare che nel Mezzogiorno del nostro paese quasi la metà dei giovani e delle donne non trova un lavoro o ha rinunciato a cercarlo». Guglielmo Loy della Uil fa notare che «siamo ancora nel bel mezzo del guado» e che la debolezza meridionale è «ormai cronica»; la Cisl sottolinea «l´emergenza donne e giovani». Il ministro Maurizio Sacconi invece preferisce concentrarsi sui dati di tutti e tre i mesi «la disoccupazione diminuisce dopo sette trimestri e siamo sempre ad un livello distante quasi due punti dalla media europea» commenta. Anche se, ammette, «rimane significativa la disoccupazione giovanile e femminile. Sacconi assicura che la risposta a tali questioni starà «nel piano straordinario» per il Meridione e «nel piano occupabilità» dei giovani. Cesare Damiano del Pd non ci crede: «il ministro ci risparmi interpretazioni surreali e ammetta il fallimento del governo».

La Repubblica 22.12.10

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“Disoccupati, è ancora record. Giovani e donne i più colpiti”, di Laura Matteucci

È il lavoro che non c’è l’emergenza nazionale. La conferma arriva dall’Istat: il tasso di disoccupazione ad ottobre è cresciuto ancora, all’8,7% dall’8,4% di settembre, ed è il valore più alto dal gennaio 2004. Solo nel terzo trimestre 2010, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni hanno raggiunto il 38,6%, ai livelli del 2000. Nel Mezzogiorno il tasso d’inattività tocca il 50% e per le donne è ancora più alto: quelle che non hanno un lavoro nè lo cercano sono il 64,5%. Il tasso di occupazione (di ottobre) sempre per la fascia 15-64 anni è al 56,7%, con una flessione di otto decimi rispetto al terzo trimestre 2009. L’indicatore scende al 67,6%(-1,2% su base annua) per gli uomini e al 45,8% (-0,3) per le donne. Stabile l’occupazione degli stranieri al 63,7%. Nel trimestre gli occupati sono 22.811mila, 176mila in meno rispetto a un anno prima: -0,8% su base annua, -0,2 sul trimestre precedente. A fronte della significativa discesa al sud e, in misura più ridotta al centro, l’occupazione rimane stabile al nord. La riduzione congiunturale riguarda soprattutto l’agricoltura e l’industria. Due milioni di persone sono in cerca di occupazione, e circa la metà di loro lo è da più di un anno. Una situazione che, una volta di più, preoccupa le forze dell’opposizione e i sindacati, tanto che la segretaria della Cgil Susanna Camusso, definendo i dati «allarmanti», annuncia al direttivo nazionale: «La nostra mobilitazione proseguirà all’inizio dell’ anno con le marce del lavoro, che verranno organizzate in tutti i territori, per mettere al centro i temi dell’occupazione e del lavoro».

IL DIVARIO NORD-SUD SI AMPLIA Nella media del terzo trimestre 2010 il tasso di disoccupazione è all’8,3%, con un calo di un decimo di punto rispetto al secondo, per la prima volta dopo sette trimestri di crescita, concentrata al nord. Ma, spiega l’Istat, il calo è «lieve», e comunque la schiera dei disoccupati anche se si assottiglia un po’ rimane ampia (oltre 2 milioni di persone). E sopratutto rimane alto il numero dei senza lavoro tra i giovani (15-24 anni), che cresce ancora a livello tendenziale e nel terzo trimestre raggiunge il 24,7% (35,2% al sud, 22,1 nel centro, 18 al nord: le regioni col minor numero di disoccupati tra i giovani sono quelle del nord-est). Il tasso tocca un massimo del36%per ledonne nel Mezzogiorno. Come dice Cesare Damiano, Pd, «ai giovani non mancano motivi per manifestare: hanno diritto ad un futuro dignitoso e il governo li deve ascoltare». «Adesso il ministro Sacconi prenda atto del fallimento del suo governo. E la destra che pensa solo a tirare a campare – continua – dovrebbe far cambiare strada alle politiche dell’esecutivo sul mercato del lavoro: anziché ampliare le flessibilità e la precarietà, è necessario far costare meno il lavoro a tempo indeterminato». Ma Sacconi, tra i dati, riesce a leggere solo il differenziale con la media europea, per l’Italia positivo. La scure si abbatte sui lavoratori a tempo indeterminato (-258mila su base annua) e in particolare su quelli a tempo pieno (-349mila). In crescita, invece, gli occupati part-time: +2,9%, 94mila in più sul terzo trimestre 2009, ma solo «grazie» ai lavori accettati in mancanza di impieghi a tempo pieno.

L’Unità 22.12.10

"La scienza al tempo della crisi Chi taglia e chi investe: Il rapporto OCSE 2010", di Pietro Greco

L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che raggruppa i Paesi con le economia di mercato più sviluppate, ha reso pubblico il suo nuovo rapporto sulla ricerca scientifica, la tecnologia e l’industria: Oecd Science, Technology and Industry Outlook 2010. È una delle fotografie a più alta definizione sullo stato di salute della scienza e dell’economia che si fonda sulla scienza. Il rapporto, di quasi 300 pagine, riguarda soprattutto i Paesi membri dell’organizzazione, ma il suo sguardo si allarga almondo intero. E poiché parla del settore, per definizione, più innovativo ci dice dove il mondo sta andando. Le tendenze sono quattro. Primo: c’è una divaricazione in seno all’Ocse. Alcuni tra i Paesi di più antica industrializzazione si sono trovati in difficoltà, hanno avuto problemi di bilancio e hanno diminuito le risorse destinate alla ricerca. Altri, pur vivendo le medesime difficoltà, hanno fatto una scelta opposta. E per uscire dalla crisi hanno aumentato gli investimenti in ricerca. Lo hanno fatto Stati Uniti e Corea del Sud, ma anche anche alcuni Paesi europei come Germania, Svezia e Austria. Questa divergenza di politiche industriali – perché di questo si tratta – potrebbe portare presto a una doppia velocità nello crescita economica tra il gruppo dei paesi più ricchi del mondo,ma anche a una divaricazione in Europa: tra un’area – centrata sulla Germania e che va dalla Scandinavia alle Alpi orientali – che corre perché sviluppa l’economia della conoscenza e un’area (quella anglo-francese e ancor più quella mediterranea) che si attarda perché non ha creduto in questa economia. Un seconda tendenza è la crescita impetuosa degli investimenti in ricerca e sviluppo dei BRIICS (Brasile, Russia, India, Indonesia, Cina e Sud Africa). I Paesi a economia emergente che, in genere, non sono stati frenati dalla crisi e hanno continuato a investire in ricerca e sviluppo. La crescita della Cina è straordinaria. Nel 2001, sostiene il rapporto, gli investimenti di Pechino ammontavano al 5% del totale Ocse: nel 2008 erano più che raddoppiati e ammontavano a oltre il 13% del totale Ocse. Ma la Cina è l’enorme punta di un iceberg più grande. Nei prossimi decenni la scienza sarà soprattutto asiatica. La terza tendenza è che questi investimenti in ricerca sono “verdi”: indirizzati soprattutto a trovare fonti di energia e nuovi materiali in grado di attenuare l’impronta umana sull’ambiente. L’unione tra scienza e green economy, dunque, è considerata strategica da questi Paesi. La quarta grande tendenza è politica. In tutti questi Paesi non è il mercato ad aver operato la scelta di puntare sulla scienza, ma i governi. In tutti gli altri paesi, Italia inclusa, la mancata scelta non è frutto del destino, ma responsabilità precisa dei governi

L’Unità 21.12.10

Ddl Gelmini: Ghizzoni (Pd), pronti a riprendere battaglia alla Camera

“La gatta frettolosa fa i gattini ciechi…Lo avevamo detto che la fretta non si può conciliare con la necessità di discutere un testo complesso. Ora siamo prontissimi a riprendere alla Camera la nostra battaglia contro questo provvedimento, inadeguato per le esigenze delle nostre università e dannoso per le sue conseguenze”.

Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd nella commissione Cultura di Montecitorio.