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Gelmini e Aimi, ovvero l’intolleranza verso chi protesta

L’on. Ghizzoni commenta le dichiarazioni del consigliere regionale del Pdl. “L’intervista della Gelmini alla Stampa fa il paio con l’esilarante richiesta avanzata dal consigliere Aimi del Pdl. Non potendo chiedere arresti preventivi, come ha fatto il suo amico Gasparri, Aimi si limita a chiedere alla giunta di Modena di prendere le distanze, sempre in maniera preventiva, dalle possibili manifestazioni studentesche contro la riforma Gelmini. Ma si rende conto, il consigliere Aimi, che il Comune è un’Istituzione e non un partito politico? Ha presente la differenza? Non riesce ancora a distinguere? Ma poi da cosa dovrebbe prendere le distanze il Comune? Dai ragazzi di questa città? Faccia un favore, Aimi: prenda lui le distanze da quella controriforma spacciata per riforma, magari dopo aver ascoltato cosa le ragioni di chi la sta contestando nel merito e non per ragioni ideologiche. E provi ad avere un po’ più di rispetto per questi ragazzi invece di definirli con disprezzo “rivoluzionari” con la paghetta di papà. Si stanno battendo per il loro futuro, visto che il governo non se ne occupa minimamente”.

Università: Pd a Gelmini basta con testarde chiusure ideologiche

Ghizzoni: il ministro sbaglia a liquidare proteste a fenomeno di ordine pubblico. “Con quale senso di responsabilità il ministro Gelmini dichiara che chi protesta sta insultando il governo?” Se lo chiede la capogruppo democratica nella commissione Cultura di Montecitorio, Manuela Ghizzoni, commentando l’intervista che il ministro dell’Istruzione ha rilasciato oggi a la Stampa. “Forse – prosegue – è quello stesso senso di responsabilità che la porta a dire che in questi due anni sul ddl c’è stato un ampio confronto. Non è così ed è la storia di questo provvedimento che racconta la chiusura con cui il governo ha condotto il rapporto con le forse politiche e le componenti universitarie. Non hanno ascoltato nessuno e lo dimostra il fatto che in Parlamento tutte le nostre proposte di riforma non sono mai state prese in considerazione del governo: dall’autonomia alla responsabilità degli atenei, dalla valutazione alla premialità del merito. In ogni caso – conclude – stupisce che alla vigilia di una grande manifestazione studentesca il ministro perseveri nell’atteggiamento di testarda chiusura ideologica e liquidi le proteste a mero fenomeno di ordine pubblico da soffocare”.

"Gasparri, Dottor Stranamore", di Adriano Prosperi

La presenza nelle piazze «della parte giovane del paese è una garanzia e una speranza per tutti noi». Ricordate lo scatto meccanico del braccio destro del dottor Stranamore nel film di Kubrick? Oggi in Italia il dottor Stranamore ha assunto il volto del capogruppo del Pdl.
L´onorevole Gasparri è una presenza abituale nei notiziari della televisione di Stato. Lo si è visto per anni impegnato nel faticoso tentativo di pronunziare frasi a effetto e di elaborare barlumi di pensieri politici, in contrasto palese con la natura dell´uomo al quale sarebbe più congeniale passare direttamente all´azione. Ma di recente i suoi pensieri mostrano l´affioramento in superficie di un qualche rigurgito fascista. Rigurgiti violenti e illiberali: non (solo) per gusto personale ma perché il clima di questi giorni lo richiede. Il rischio corso dal governo Berlusconi e l´avanzare di tempi difficili per la maggioranza hanno fatto saltare la vernice ridanciana e godereccia del Pdl, rivelando sempre più i caratteri di una macchina di potere personale sostenuta dall´avventura di una destra che si va radicalizzando a vista d´occhio.
A questo partito della libertà provvisoria e dell´arresto preventivo il “Gasparri-pensiero” offre oggi la sortita di una scommessa sull´assassinio di piazza. Spiace dirlo, ma è qualcosa di più di una impressione. Una scommessa che niente costa e che garantisce un premio sicuro. Non si è ancora spenta l´eco dell´allucinante proposta di arresto preventivo ed ecco che Gasparri rivolge ai genitori l´appello a tenere a casa i figli: le manifestazioni vanno evitate – dice – perché sono «frequentate da potenziali assassini».
Lo dice un uomo del governo: e nelle sue parole affiora un lontano sentore di Stato etico, con la famiglia come agenzia subalterna di un superiore potere statale nell´imporre ordine e obbedienza. Ma in questo invito c´è molto di più e di peggio. Se con la proposta dell´arresto preventivo la libertà individuale e il diritto di manifestare abbandonavano la zona garantita dalla Costituzione per diventare una graziosa e occasionale concessione del potere scaraventando l´Italia in coda alla graduatoria mondiale dei regimi tirannici, qui siamo davanti a qualcosa di ben più grave: nel gioco mortale di un regime traballante si investe perfino nell´assassinio. Ma anche la cultura della destra fascista si aggiorna: non commissionano più i delitti politici, si limitano a prevederli. Merito del governo se non ci saranno; colpa dell´opposizione, dei genitori e delle vittime se ci saranno.
Si tratta di un altro passo in precipitosa discesa sulla china imboccata fin dall´inizio dalla combriccola al potere: quella della paura. Ma rispetto alle esercitazioni dei decreti sulla sicurezza, con l´uso degli immigrati e dei rom come spauracchi per fondare sulle paure collettive una delega illimitata all´arbitrio e al regime di eccezione, stavolta il seme del terrore viene gettato direttamente in mezzo alle folle dei manifestanti, in quelle piazze riconquistate dai giovani in lotta per il loro futuro. Un futuro che è quello del nostro Paese: perché è evidente a tutti che dalla crisi si potrà cominciare a uscire solo quando si ridarà respiro e speranza di crescita intellettuale e civile alle giovani generazioni oggi senza prospettiva. Per questo il decreto sull´Università, al di là dei suoi contenuti e delle lambiccate alchimie dei suoi ritocchi alla fatiscente e indifendibile macchina universitaria, è diventato il simbolo di una volontà di rinascita e l´occasione scelta dai giovani per farsi ascoltare.
Ora, un governo democratico è tale solo nella misura in cui garantisce la libertà costituzionale di ciascuno mentre si prende cura della sicurezza di tutti. Scommettere sulla violenza lo trasforma in una associazione a delinquere. Ma si ricordino gli apprendisti stregoni che non è l´Italia il paese dove si possa cancellare così rapidamente il ricordo di come è stato sconfitto quel ricatto del terrorismo che voleva ricacciare i cittadini nel chiuso delle case. Allora l´attacco alla democrazia fu sconfitto riconquistando le piazze ed esercitando attivamente il diritto di manifestare. È così che fallirono i complotti orditi nell´ombra da forze politiche e istituzionali che restano ancora coperte dal segreto di Stato. Oggi è la parte giovane del Paese che manifestando all´aperto si assume un compito che è soprattutto suo e rivendica il suo diritto ad avere un futuro. La sua presenza nelle piazze è una garanzia e una speranza per tutti noi. È contro tutto il paese che in Italia qualcuno prova la carta della disperazione.

La Repubblica 21.12.10

"Napoli ancora sotto la spazzatura è fallito il miracolo di Natale", di Cristina Zagaria

Nonostante le ripetute promesse di Berlusconi la situazione non è cambiata. Cumuli ovunque: ieri per le strade della città c´erano 2.200 tonnellate non raccolte. Camion carichi di rifiuti che rimangono ore (giorni) in fila davanti agli stabilimenti. Camion che tornano indietro, senza scaricare. Camion che non riescono a tenere il ritmo della città. Seguendo gli autocompattatori stipati di immondizia, che fanno il giro dell´oca, si comprende la schizofrenia di una città che torna in emergenza e si prepara a passare un Natale sommersa dai rifiuti, tra scioperi, inchieste della magistratura per infiltrazioni mafiose nei cda delle aziende che gestiscono la raccolta e cittadini esasperati per le strade invivibili e il paradosso degli aumenti in bolletta per la Tarsu. Il miracolo di Napoli pulita è fallito ancora una volta, nonostante le ripetute promesse del premier Berlusconi. Ieri per le strade di Napoli c´erano 2.200 tonnellate di immondizia non raccolta, a cui si devono aggiungere le oltre seimila della Provincia. Cumuli ovunque. Soprattutto nel centro storico. Il Comune non riesce neanche più a tutelare i percorsi turistici. Asìa (l´azienda di igiene urbana) riesce a smaltire 300 tonnellate in più rispetto alla produzione giornaliera (1.500). Ma le previsioni sono nere: per il 25 dicembre si potrebbero superare le 3.500 tonnellate di rifiuti in strada. Il 24, infatti, chiudono per le feste gli Stir, gli impianti di tritovagliatura, e l´inceneritore di Acerra.
«La Regione Campania potrebbe smaltire un milione di tonnellate al giorno – interviene duro l´ad di Asìa, Daniele Fortini – Ma il capoluogo viene lasciato con l´immondizia in strada a Natale. Non parliamo di emergenza. Questa è una scelta politica». «La situazione è gravissima e se non si metterà a punto un piano di raccolta straordinaria, i cittadini trascorreranno il Natale con i rifiuti, tanti, sotto casa», interviene l´assessore all´Igiene Urbana del Comune, Paolo Giacomelli, che chiede «di conferire i rifiuti negli impianti sia della provincia che in altre province». Alle accuse del Comune risponde la Regione: «Se la situazione è critica la responsabilità è solo di chi gestisce il Comune e la sua Società», affonda l´assessore all´Ambiente della Giovanni Romano. E Giacomelli: «Non è così e ci tuteleremo in sede legale». Botta e risposta e scaricabarile, mentre i rifiuti in strada aumentano. Le prime avvisaglie della nuova emergenza (dopo quella scoppiata nell´estate 2007 e chiusa, con il primo decreto Berlusconi, nella primavera 2008) si hanno a fine settembre. La crisi esplode a ottobre, quando si superano le 4.000 tonnellate non raccolte. Novembre è un mese di passione tra rivolte e allarme sanitario. E quando il 15 dicembre Napoli respira con appena 800 tonnellate per strada ecco di nuovo il caos. Il 16 scioperano gli ex dipendenti della ditta Enerambiente. Su Asìa, Enerambiente e le altre ditte subappaltatrici, il procuratore aggiunto, Giovanni Melillo, apre un´inchiesta. Intanto la città torna in emergenza, complici anche le feste e la maggiore produzione di rifiuti. Domenica 80 mezzi Asìa non hanno potuto scaricare fino a tarda notte. E nei giorni normali le file agli stabilimenti di smaltimento (ormai saturi) sono estenuanti. Ieri, i mezzi carichi di rifiuti, che lavorano per il Comune di Napoli, dopo ore di fila allo stabilimento di Tufino, sono tornati indietro senza scaricare. Il sistema fragile rallenta ogni giorno. Nell´area flegrea è da una settimana in campo l´esercito. Gli autocompattatori dei Comuni flegrei sono stati fermi, in coda agli Stir, anche tre giorni. Ieri a Pozzuoli c´erano 1.500 tonnellate di immondizia. Intanto, l´ultimo studio di Cittadinanzattiva segnala Napoli come la città con la spesa annua per lo smaltimento dei rifiuti più alta d´Italia: 453 euro, con un incremento quest´anno del 61 per cento.

La Repubblica 21.12.10

"Cartolina di Natale", di Massimo Gramellini

Come biglietto di auguri natalizi, una lettrice ha spedito agli amici questa storiella edificante. Un sant’uomo chiede a Dio di poter visitare l’inferno e il paradiso, possibilmente nell’ordine (preferisce il lieto fine). Dio lo conduce davanti a due porte chiuse e spalanca la prima. Al centro della stanza spicca una tavola rotonda e al centro della tavola un pentolone da cui emana un profumo delizioso. Ma le persone sedute intorno alla tavola sono ridotte a scheletri. Ciascuna di esse ha un mestolo attaccato al braccio, lo tuffa nel recipiente per raccogliere il cibo e però poi non riesce a portarlo alla bocca perché il manico del mestolo è più lungo del braccio.
Che supplizio atroce, pensa il sant’uomo, compatendo gli affamati. «Hai appena visto l’inferno», dice Dio e spalanca la seconda porta, quella del paradiso. C’è una tavola rotonda al centro della stanza anche lì. Al centro della tavola un pentolone da cui emana lo stesso profumo. E le persone sedute intorno alla tavola hanno un mestolo attaccato al braccio che nessuna di esse riuscirà mai ad avvicinare alla bocca. Eppure sono ben pasciute. «Non capisco», sbotta il sant’uomo. «È semplice» – risponde Dio -. «All’inferno gli uomini muoiono di fame perché non pensano che a se stessi. In paradiso, invece, stanno tutti in salute perché ognuno mangia dal mestolo degli altri».
Questo apologo mi ha talmente toccato il cuore che avrei voglia di dare una mestolata a Gasparri.

La Stampa 21.12.10

"Quasi la metà della ricchezza è in mano al 10% delle famiglie", di Luisa Grion

Rapporto Bankitalia: forte livello di disuguaglianza. Il valore delle case mantiene l´Italia ai vertici, ma la distribuzione non è certo equilibrata. Più che povero, diseguale, non equo, spaccato in due fra una minoranza che ha tanto e una maggioranza che ha poco. L´Italia è un paese dove il 45 per cento della ricchezza è in mano al 10 per cento delle famiglie. Mentre alla metà più povera delle stesse va il 10 per cento della ricchezza appena. Un divario forte e che non dà segni di ravvicinamento: su questo scalino siamo fermi da anni.
A misurare il gap fra chi vive molto bene e chi no, è la Banca d´Italia, nel suo rapporto «La ricchezza delle famiglie italiane 2009». Va detto che, se rapportati al resto del mondo, siamo in ottima compagnia, apparteniamo «alla parte più ricca, collocandoci nelle prime dieci posizioni tra gli oltre 200 paesi considerati dallo studio». E´ nostro il 5,7 per cento del benessere mondiale, una quota superiore sia a quella sul Pil (il 3 per cento) che a quella sulla popolazione della Terra intera (di cui rappresentiamo l´1 per cento appena).
Anche guardando alle cifre medie non ci si può lamentare: considerata la ricchezza nel suo complesso (immobili, terreni, titoli, depositi e azioni, al netto di indebitamenti e mutui) ogni famiglia italiana può contare su un «capitale» di 350 mila euro, un tesoro legato soprattutto alla grande diffusione delle casa di proprietà. E la crisi ha solo lievemente intaccato questa solidità: secondo le stime, nel primo semestre del 2010 è prevista una riduzione della ricchezza dello 0,3 per cento (dovuta soprattutto ad un calo dei redimenti di Borsa rispetto alla ripresa dello scorso anno).
Ma va detto che la medie sono come il pollo di Trilussa e che nei fatti non c´è ridistribuzione del benessere. Non che gli altri paesi sviluppati facciano molto meglio, a dire il vero, visto che l´Italia – guardando alle classifiche dell´indice di Ghini (che misura la divergenza interna) – «mostra divari piuttosto contenuti». La diseguaglianza, dunque, è un male diffuso e non superato: il nostro indice Ghini è fermo dal 2006 allo 0,613 (dove lo 0 indica la minima concentrazione di ricchezza e l´1 la massima). La società è divisa fra poche grandi famiglie con grandi capitali e una maggioranza che vive facendo molta attenzione ai bilanci di fine mese. E negli ultimi dieci anni è comunque aumentato il numero delle famiglie con ricchezza netta negativa (più debiti che beni) passato dal 2,3 al 3,2 per cento).
Ciò che ci distingue dagli altri paesi è piuttosto il basso tasso di indebitamento familiare: alla fine del 2008 l´ammontare era pari al 78 per cento del reddito disponibile lordo. In Germania e Francia era circa al 100 per cento, negli Stati Uniti e del Giappone al 130.
Cambia, comunque, anche la composizione della ricchezza: nel portafoglio delle famiglie ci sono sempre meno titoli di Stato e più conti di deposito e risparmio postale. Visti i momenti di crisi, segnala la Banca d´Italia, si cerca di restare«liquidi». La fuga da Bot e Bpt e Cct si misura con i 189 miliardi di euro investiti in titoli pubblici nel 2009, contro i 259 del 2008. In rialzo invece il denaro contante (da 95,6 a 102,4 miliardi) i conti correnti in deposito (passati da 432 a 491 miliardi) e le azioni (da 584,4 a 636,6 miliardi). Per chi può permetterselo, l´investimento immobiliare resta comunque fra le opzioni preferite: il 50 per cento della ricchezza delle famiglie italiane è concentrato nel «mattone» e – anche se la loro richiesta sta rallentando – il 41 per cento dei debiti è rappresentato da mutui per l´acquisto di case.

La Repubblica 21.12.10

Per il governo meglio “lasciarsi alle spalle” il caso Calipari

Dispaccio pubblicato su Wikileaks: il governo Berlusconi scoraggiava inchiesta e processo sulla morte dell’agente. Ora il premier deve riferire al parlamento
Il governo italiano voleva “lasciarsi alle spalle” il caso di Nicola Calipari e il rapporto italiano sulla morte dell’agente dei servizi ucciso da un soldato americano in Iraq, sostenendo la tesi del “tragico incidente”, puntava a scoraggiare un processo penale e un’inchiesta parlamentare. E’ quanto si legge in un dispaccio inviato dall’ambasciatore americano Mel Sembler il 3 maggio 2005, diffuso da Wikileaks, citato oggi sul Guardian.

Il dispaccio riferisce di colloqui con alti funzionari del governo italiano avvenuto il 2 maggio in merito al rapporto preparato da Roma, che doveva essere diffuso quello stesso giorno. Incontro che avvenne nell’ufficio di Silvio Berlusconi, presenti l’allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, l’allora consigliere diplomatico di Berlusconi, Gianni Castellaneta, il capo del Sismi Niccolò Pollari. Il presidente del Consiglio era invece assente.

Gli italiani, si legge nel dispaccio, evidenziarono alcuni punti: il governo italiano non voleva che “questo incidente avesse effetti negativi sulle eccellenti relazioni bilaterali” e sull’impegno italiano in Iraq. Inoltre “il governo italiano vuole porsi l’incidente dietro le spalle e spera che il rapporto serva a questo”. Il dispaccio sottolinea che Berlusconi sarebbe intervenuto in parlamento il 5 maggio e che riteneva “utile” una precedente telefonata da parte del presidente americano George Bush per poterla citare in aula.

Il rapporto italiano, scrive ancora Sembler, sosteneva la tesi del “tragico incidente” e la mancanza di prove che la morte di Calipari fosse stata intenzionale. “Questo ultimo punto – si legge nel dispaccio – era stato messo a punto in modo specifico per scoraggiare ulteriori inchieste da parte della magistratura, dato che apparentemente, in base alla legge italiana, si puo’ indagare sui casi di omicidi intenzionale di cittadini italiani all’estero, ma non nei casi omicidi non intenzionali”. Nel dispaccio si aggiunge pero’ che gli interlocutori italiani hanno avvertito che i magistrati “sono noti per piegare tali leggi ai loro obiettivi” e pertanto biosgnera’ vedere “se la tattica del governo italiano potra’ funzionare”. Infine, il cablogramma riferisce che il governo italiano “blocchera’ i tentativi delle commissioni parlamentari di avviare inchieste (ci sono già diverse richieste da parte dell’opposizione) sostenendo che questo rapporto risponde alle domande in modo sufficiente”.

Nel dispaccio si sottolinea che il rapporto italiano cavilla rispetto a vari punti di quello americano, ma che non e’ nell’interesse di Washington “attaccare la versione italiana punto per punto”. “Se il governo italiano apparira’ sleale verso i propri funzionari” o sembrera’ voler compiacere gli americani “le conseguenze per il governo Berlusconi e l’impegno italiano in Iraq sarebbero gravi”, nota il cablo diplomatico.

Durante l’incontro, si legge, l’ambasciatore Sembler sottolinea come gli americani condividano il desiderio italiano di porsi l’incidente alle spalle. Fini afferma allora che “l’Italia non può lamentarsi della cooperazione da parte americana” e che avrebbe chiesto a Berlusconi di sottolineare questo fatto nel suo intervento in Parlamento.

Il dispaccio raccomanda quindi di organizzare nei giorni successivi una telefonata fra il segretario di Stato americano e Fini per confermare che Washington condivide il desiderio americano di lasciarsi l’incidente alle spalle.

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Per Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del Pd, “le notizie riferite in questi minuti dalle agenzie, secondo cui l’ambasciata americana riferiva a Washington che il governo Berlusconi, allora in carica, avrebbe bloccato la richiesta delle opposizioni parlamentari di un’inchiesta che accertasse le cause dell’uccisione di Nicola Calipari, sono gravissime. Pretenderemo che il presidente del Consiglio riferisca al Parlamento, spiegando il contenuto di queste informazioni che dimostrerebbero che, per motivi inaccettabili di rapporti internazionali, il nostro governo avrebbe omesso di fare fino in fondo il proprio dovere per accertare le cause dell’uccisione di un servitore dello Stato, che si è sacrificato per riportare a casa una giornalista.

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