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«I padri dell'euro sono contro i due euro», di Tommaso Padoa Schioppa

Il mio primo viaggio negli Stati Uniti risale a tantissimi anni fa. Non saprei dire esattamente quando. Ricordo nitidamente un episodio particolare: stavo provando a mandare un telegramma in Italia da un’agenzia della Western Union e il commesso mi chiese: «Dov’è l’Europa? È in Inghilterra?». Oggi, nel 2010, Europa e Stati Uniti, ma direi il mondo tutto, è molto più vicino di quanto lo fosse allora. Anche perché la crisi ha accorciato ancora le distanze e ha messo tutti sullo stesso piano.

Il tornado partito dagli Usa ha raggiunto l’Europa
Il 2010 è stato l’anno in cui il tornado economico partito dagli Stati Uniti ha raggiunto l’Europa. Un tornado che – non servono grandi doti profetiche per prevederlo – si sposterà dalla finanza all’economia, poi si estenderà all’ambito “sociale” e infine a quello “politico”. Il percorso è già partito e ben visibile. Come spesso è accaduto, il panico del mercato produce risultati sul mercato. E non solo. Perché la frenesia in atto è un processo dalle molteplici sfaccettature. Un’onda, che – appunto – dalla finanza si è allargata all’economia, alla società, alla politica.

Stati Uniti ed Europa si ritrovano oggi più vicine che mai
Avvolte da questo clima perturbato, dunque, Stati Uniti ed Europa si ritrovano oggi più vicine che mai. Pur tra differenza di lungo corso. L’Europa non ha mai dovuto fare i conti con bolle immobiliari comparabili a quella americana, ma l’economia del nostro continente è tuttavia gravemente penalizzata dai difetti di progettazione della moneta unica. Uno fra tutti, il più importante: il principio fondamentale dell’imposizione di sanzioni finanziarie effettive è assente e non esiste nessun meccanismo per gestire realmente l’unione monetaria. Per questo, abbiamo verificato – e sofferto – il fatto che il mercato europeo sia stato danneggiato dall’incapacità di differenziare i tassi di interesse sui titoli di stato dei vari paesi. Da questo punto di vista, il 2010 è stato davvero quello della “resa dei conti”.
Non esiste la possibilità che nascano due zone euro
Il tracollo della fiducia dei mercati è stato tale da spingere qualcuno a ipotizzare uno scenario apparentemente impensabile solo qualche tempo fa. Formuliamolo così: esiste la possibilità concreta che nascano due zone euro, con l’Irlanda membro onorario dei paesi del Sud Europa, Portogallo, Spagna, Grecia, forse Italia? La risposta è no. Eppure la domanda si è posta e si pone ancora, non solo da parte di accademici o commentatori

La risposta deve partire dal tipo di reazione che, in questo anno difficile, è stata messa in atto. Se si confronta il tempo impiegato dagli americani per mettere insieme il programma Tarp volto a soccorrere il sistema finanziario con la velocità con cui gli europei si sono accordati per il salvataggio delle diverse aree di crisi, l’euro è stato più rapido e meno complicato. È un dato di fatto, e va tenuto presente. Certo, il mercato può attaccare l’euro, ma in definitiva cederà prima il mercato delle autorità, e questo è un segnale positivo. Tutto questo mi porta a concludere che, malgrado in Europa lo scenario sia in apparenza fatto di soluzioni alla bell’e meglio, se io fossi un investitore, oggi comprerei titoli di stato greci.

Occorre mettere un tetto alle componenti speculative del mercato
L’ultima domanda a cui siamo tenuti a rispondere alla fine di questo 2010 è la seguente: è giunto il momento di ridimensionare la finanza? La riflessione è obbligata. E la mia risposta è la seguente: occorre mettere un tetto alle componenti commerciali e speculative del mercato. E ricordare ai presenti che la classica risposta di mercato a questo genere di distorsioni è la tassazione.

Questo articolo è la sintesi dello speech tenuto da Tommaso Padoa-Schioppa alla Conferenza biennale di New York del Consiglio Italia-Usa. Padoa-Schioppa ha introdotto i lavori sui deficit di bilancio a cui hanno partecipato anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. (Traduzione di Fabio Galimberti)

da Il Sole 24 Ore 21.12.10
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"Il paese senza politica", di Tito Boeri

Il distacco degli italiani dalla politica non è mai stato così forte. Ce lo dicono tutti i sondaggi disponibili. Secondo l´Eurobarometro, la percentuale di italiani che si fida del Parlamento, già due terzi di quella di Francia e Germania, è scesa negli ultimi 10 anni di dieci punti.
È un fenomeno presumibilmente destinato ad accentuarsi ulteriormente dopo lo spettacolo desolante delle ultime settimane. Parlamentari che aspettano fino all´ultimo minuto per decidere se votare o meno la sfiducia, una strategia ottimale per massimizzare il prezzo al quale si vende il proprio voto. Un esecutivo che tiene vacanti 14 posti chiave nel mezzo della crisi più grave del Dopoguerra, pur di avere poltrone da offrire ai nuovi acquisti. L´esplosione di nuove sigle, di one-man party, partiti con un solo deputato, pivotali, tali da tenere in scacco partiti con milioni di voti: sono ormai 12 i partiti di cui si compone la maggioranza del 14 dicembre. Il presidente in pectore della Consob, Giuseppe Vegas, che vota per mantenere in vita il governo che lo ha nominato al vertice di un´autorità che dovrebbe essere non solo di nome indipendente, dando una dimostrazione di totale dipendenza dalla politica. Si dice che non c´è limite al peggio, ma abbiamo già abbondantemente superato ogni limite minimo di decenza.
La sfiducia nei confronti della classe politica è diversa da quella dei tempi di Tangentopoli. Questa volta sembra travolgere indiscriminatamente l´intera classe politica, senza distinzioni di campo e di persone, mettendo i politici corrotti o coinvolti in illeciti, ai quali non pochi elettori sembrano avere fatto il callo, assieme a politici onesti e competenti. È un fenomeno pericoloso in quanto priva di rappresentanza politica il crescente disagio per le condizioni economiche del paese. Un paese in cui il reddito pro capite è tornato ai livelli di 10 anni fa, la pressione fiscale continua ad aumentare nonostante la bassa qualità di molti servizi pubblici, i giovani hanno più di tre volte degli altri la probabilità di essere disoccupati e dieci volte di essere poveri, gli immigrati sono messi in competizione con la popolazione autoctona nell´accesso a servizi di base, come gli asili nido. Il rischio che questo disagio sociale trovi sbocchi violenti è tutt´altro che remoto e non può essere rimosso liquidando episodi come quelli delle ultime settimane come un semplice problema di ordine pubblico e di minoranze organizzate.
Importante perciò trovare un modo di trasformare il distacco in sostegno a riforme in grado di migliorare i meccanismi di selezione della classe politica e la sua responsabilizzazione al cospetto degli elettori. Non si tratta di introdurre vincoli di mandato che – oltre a essere incostituzionali – finirebbero per privare il Parlamento di maggioranze trasversali su riforme importanti per il Paese. Né è un problema strettamente di legge elettorale, un tema che non appassiona l´opinione pubblica e che divide sia la maggioranza che l´opposizione. Il passaggio chiave è quello di ridurre drasticamente il numero di parlamentari, ridisegnando le circoscrizioni in modo tale da aumentare la competizione fra i partiti. Abbiamo molti più parlamentari in rapporto agli elettori delle altre democrazie consolidate e i politici corrotti o incompetenti vengono spesso eletti in roccaforti, circoscrizioni in cui loro partito non ha rivali.
Una ricerca di Vincenzo Galasso e Tommaso Nannicini, per www. lavoce.info, mostra come i collegi in cui l´esito del voto è più incerto mandano in Parlamento deputati con maggiori esperienze amministrative e mediamente più istruiti di quelli dei collegi “sicuri”, dove invece dominano i funzionari di partito, quelli che hanno svolto l´intera carriera nella politica di professione. La competizione elettorale obbliga i partiti a scegliere candidati migliori e stimola i cittadini a studiare più a fondo le qualità personali dei candidati.
L´unica ragione per cui nessun partito oggi all´opposizione ha voluto sin qui impegnarsi in una battaglia per ridurre il numero dei parlamentari è che questa battaglia non trova sostegno fra chi fa politica di professione. È come se i docenti universitari votassero per ridurre il numero di posti in organico. Ma sono proprio proposte di questo tipo a legittimare l´operato di un governo di transizione prima di tornare alle urne. E chi dall´opposizione continuerà ad ignorarla, rischia di regalare uno spazio enorme al populismo e all´anti-politica.

La Repubblica 21.12.10

Appello del Partito Democratico

I gravi incidenti dello scorso 14 dicembre a Roma, hanno lasciato sul terreno troppi feriti, troppi danni e la necessità di una doverosa riflessione su cosa stia succedendo, alle nuove generazioni del nostro Paese, nel rapporto tra protesta politica e violenza.
E’ una riflessione necessaria perché l’Italia non può permettersi il rischio
di cadere in una nuova spirale di violenza e di terrore, come è avvenuto in
un passato non troppo lontano, e di cui tutti conoscono i drammatici esiti.
Due sono i beni irrinunciabili in gioco. Da una parte la certezza che nessuna concessione debba essere fatta, né ora né mai, all’uso della violenza come forma di contestazione. Dall’altra il diritto costituzionale a manifestare, in maniera civile, a sostengo delle proprie idee e convinzioni. Siamo in un momento di grande difficoltà: specie i giovani percepiscono con grande preoccupazione e rabbia l’incertezza del loro futuro. Noi dobbiamo evitare che l’incertezza e la rabbia si trasformino in violenza. Ed è questo un compito della politica, che deve dare risposte.
Lo ribadiamo: il diritto di tutti a manifestare liberamente il proprio dissenso è un bene fondamentale. Ma è necessario separare, senza incertezze, le legittime manifestazioni pacifiche di dissenso da coloro che, invece, alle manifestazioni partecipano in forma organizzata e squadristica, con l’unico scopo di produrre violenza, feriti e danni.
In questa difficile situazione si inserisce il complesso e delicato lavoro delle forze dell’ordine, chesvolgono un ruolo, centrale, di difesa delle istituzioni, della sicurezza dei cittadini e della libertà di espressione.
E’ un impegno difficile sul quale la politica e l’opinione pubblica hanno un diritto-dovere di controllo e, quando occorre, anche di critica, ma nella consapevolezza che il tema centrale che ci consegnano i fatti di questi giorni è l’emergere di una violenza di piazza che va respinta subito.
Questo l’appello che rivolgiamo ai giovani, assumendoci per quanto ci riguarda, nei rispettivi ruoli che ciascuno di noi ha, l’impegno a difendere i principi di legalità e i diritti alla sicurezza e all’espressione della propria opinione.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

Renzi paga, Matteoli fugge

«Mi mancava solo prendere una pala per spalare la neve». Il ministro Altero Matteoli dice di avere la coscienza pulita.
«Più di quello che ho fatto non potevo fare. Quando ho avuto contezza dell’emergenza ho parlato con i vertici di Austostrade per l’Italia, Ferrovie, Anas, Protezione civile». Dice: «Chi ha sbagliato paghi». Appunto, chi? Ora la domanda é semplice semplice: perfino Matteo Renzi ha fatto autocritica, si è preso le sue colpe e ha ammesso che si poteva fare di più.
Ma il sindaco deve rispondere dei disagi dei cittadini di Firenze bloccati nel traffico. E degli altri? Chi risponde delle ore al freddo e al buio passate dalle centinaia di automobilisti intrappolati sull’A1 nella notte tra venerdì e sabato? E chi risponde del caos nel quale sono precipitati i passeggeri dei treni impazziti lo stesso giorno? Matteoli dice che nelle ore più drammatiche «ci ho messo la faccia per una cosa di cui, francamente, il ministero non è responsabile». Come, non è responsabile? E allora a quale titolo ieri ha convocato i vertici di Anas, Autostrade e Ferrovie per chiarire ritardi e responsabilità? E a chi devono rispondere i concessionari Autostrade o Anas se non offrono gli standard minimi di servizio che sarebbero tenuti a rispettare?
Non è casuale che Matteoli abbia annullato la propria partecipazione, questa mattina, alla cerimonia di inaugurazione per il completamento dello scavo della variante di valico Firenze-Bologna. Anche perché si troverebbe faccia a faccia con quel presidente della regione Toscana che, grazie a un pressing sulle società concessionarie arrivato a minacciare una class action, ha già ottenuto dei risultati come una promessa di rimborso per le vittime del venerdì nero sulle strade. Anche le Ferrovie dovrebbero fare altrettanto. Matteoli, invece, fugge.
E dire che l’allarme, per una volta, non era stato sottovalutato. Alle 15.47 di giovedì le agenzie di stampa battevano l’allerta per «diffuse nevicate fino in pianura con cumulati abbondanti» in provincia di Firenze. Quindi nessuno può dire “io non sapevo”. Anche il ministro ammette che una sottovalutazione c’è stata, ma non da parte sua.
È ormai chiaro che nessuno ha avvisato né camionisti né automobilisti dei problemi che avrebbe incontrato mettendosi in auto quel giorno sull’A1. E l’informazione su strade e autostrade è stata praticamente inesistente.
Chi, poi, cerca di annegare le responsabilità italiane guardando al maltempo nel resto d’Europa non sa di cosa parla. Siamo quasi certi che nel consueto italianissimo gioco del cerino, il cerino finirà per spegnersi. E Matteoli non lo terrà acceso.

da Europa Quotidiano 21.12.10

"Matrimonio al museo per salvare Picasso", di Salvatore Settis

Il Louvre ha lanciato con immediato successo un appello per la raccolta di un milione di euro, la cifra che mancava per acquistare Le Tre Grazie di Lucas Cranach. Che cosa ci insegna questa storia sullo stato di salute e sul destino dei musei, in generale e in Italia? Raccogliere donazioni dai privati è solo un capitolo di quella “arte di arrangiarsi”, come esporre automobili a ridosso dell´Ara Pacis? È importante distinguere, è importante capire. Accettare donazioni (in denaro o in opere d´arte) è una tradizione che ha radici lontane e gloriose, specialmente nei musei britannici e americani, e comporta un accresciuto senso di consapevolezza e di “proprietà” del patrimonio culturale pubblico da parte dei cittadini. Chi dona rinunzia a qualcosa di suo (un quadro, un euro) in nome del bene pubblico; il museo che lancia un appello come quello non conquista solo un quadro in più, ma anche la partecipazione dei cittadini alla sua vita, al suo futuro. È un meccanismo, questo, che funziona solo in presenza di evidenti sgravii fiscali, di là da venire nel nostro Paese. Nulla a che vedere con l´uso improprio dei musei come cornice per operazioni pubblicitarie, cene aziendali, matrimoni kitsch.
Ma perché tanti musei, invece, si rincorrono nella svendita di se stessi per fini contrari alla propria “ragione sociale”? Paul Valéry disse che «la nostra eredità è schiacciante. Il museo esercita un´attrattiva costante su tutto quel che facciamo: dovremmo dunque soccombere? E come reagire? Diventando superficiali». All´occhio acuto di Valéry era visibile già allora la crisi latente nell´istituzione-museo. Separando dal tessuto della città quanto è degno di esser “museificato”, il museo lo innalza su un piedistallo artificiale, ma lo chiude in uno spazio specializzato, diverso (salvo che per gli addetti ai lavori) da quello d´ogni giorno. Quadri che l´occhio incontrava nelle chiese o nei palazzi, statue che ornavano piazze o tombe sono ora mute presenze dei musei: per vederli, dobbiamo sceglierlo, anzi pagare il biglietto. La viva funzione delle immagini si è così diluita proprio mentre appariva consacrata: si sono create professioni e regole della tutela, ma il patrimonio artistico ha cominciato ad apparire un peso, tanto più grande quanto più progrediscono le tecniche (e i costi) della conservazione. Qui, in questo nodo, è il divorzio tra chi intende il museo come luogo massimo dell´identità e della trasmissione culturale da una generazione all´altra, e chi lo vede come un fastidioso salvadanaio pieno di tesori, ma perpetuamente in passivo. Qui è la radice della perversa biforcazione fra “tutela” e “valorizzazione” che si è insediata nel gergo italiano, qui l´idea che il patrimonio artistico serve solo a far cassa, che i quadri in deposito sarebbe meglio venderli, che i piccoli musei vanno chiusi, e che in ogni caso non merita nulla chi non sa far quadrare il bilancio; e siccome di solito storici dell´arte e archeologi non ci riescono, meglio far ricorso a manager, anche se esperti in tutt´altro. Qui è la spinta ad “arrangiarsi”, mettendo all´asta gli spazi del museo per eventi mondani e commerciali.
Ma che fare, per non “essere superficiali” davanti a uno schiacciante patrimonio artistico? Proviamo a rovesciare la frittata: anziché ripetere la litania sulla crisi economica che obbliga a tagliare le risorse, chiediamoci perché per troppe altre cose le risorse si trovano, come i 750 milioni di “arretrati” per l´Alto Adige, trovati in un fiato nel Consiglio dei ministri di venerdì dopo il contributo dei deputati Svp alla fiducia al governo. Ricordiamoci che i musei sono in passivo in tutto il mondo (come le scuole), e che la loro funzione pubblica esige, proprio come per la scuola, un diretto impegno dello Stato (che negli Stati Uniti si esercita anche mediante enormi benefici fiscali per i donatori). Proviamo a rilanciare la funzione del museo, facciamolo conversare con la città come essenziale nodo urbano che s´innesti sul tessuto civile e sociale. Facciamolo diventare, non con cene aziendali ma nemmeno con mostre pretestuose (ce ne sono già troppe), la proiezione della città, la distillazione e la vetrina della sedimentazione storica e della memoria collettiva, e non un hortus conclusus che facilmente si trasforma in ghetto, “cimitero delle arti”, e subito dopo in deposito bancario di valori (in senso pecuniario) disponibili alla vendita, a cessioni più o meno dichiarate o mascherate. Richiamiamo noi stessi, e chi ci governa, al senso di responsabilità: parlare oggi dei musei non riguarda il passato, ma il futuro. Non possiamo permetterci di “essere superficiali”.

La Repubblica 21.12.10

Napolitano: «Non si ignori il malessere dei giovani»

«La protesta pacifica, benchè spesso sviata da inammissibili violenze, di tanti cittadini nelle strade delle nostre capitali, è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante i tradizionali auguri al corpo diplomatico.

Il monito del Colle arriva mentre alle 11 in punto la seduta nell’aula del Senato e’ stata aperta dal presidente di turno, Domenico Nania, per iniziare l’iter dell’esame della riforma universitaria, che sara’ concluso mercoledi’ mattina. Ma i lavori sono stati subito sospesi, perche’ manca il numero legale. Intanto e’ presente il ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini. I lavori riprenderanno alle 11,30.

Napolitano non nasconde che “il modello di sviluppo basato su un enorme dilatarsi della dimensione finanziaria” vive adesso “una profonda incrinatura” dalla quale deriva un diffuso malessere sociale. “Il mercato lasciato a se stesso – sostiene il presidente della Repubblica – ha prodotto crescita ma ne ha rivelato i piedi d’argilla, fra l’altro a prezzo di crescenti ineguaglianze delle quali dobbiamo oggi farci carico”.

www.unita.it

Scontri Roma: Poliziotti e studenti si incontrano al Pd. Presenti Bersani e Fiano

“Siamo in un momento di grande difficoltà: specie i giovani percepiscono con grande preoccupazione e rabbia l’incertezza del loro futuro. Noi dobbiamo evitare che l’incertezza e la rabbia si trasformino in violenza. Ed è questo un compito della politica, che deve dare risposte alle domande che emergono da chi protesta. Lo ribadiamo: il diritto di tutti a manifestare liberamente il proprio dissenso è un bene fondamentale. Ma è necessario separare, senza incertezze, le legittime manifestazioni pacifiche di dissenso da coloro che, invece, alle manifestazioni partecipano in forma organizzata e squadristica, con l’unico scopo di produrre violenza, feriti e danni”. E’ uno dei passaggi dell’appello contro ogni forma di violenza politica che oggi pomeriggio sarà al centro di un incontro organizzato dal responsabile del forum Sicurezza del Pd, Emanuele Fiano, tra i rappresentanti delle forze di polizia e i rappresentanti degli studenti e dei ricercatori. L’incontro si svolgerà presso la sede della direzione del Partito Democratico, a Roma. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, sarà presente. Al termine della riunione, alle 19,15, vi sarà un incontro con la stampa. L’appello messo a punto dal Pd vuole essere una risposta ai disordini di martedì scorso. “I gravi incidenti dello scorso 14 dicembre a Roma, hanno lasciato sul terreno troppi feriti, troppi danni e la necessità di una doverosa riflessione su cosa stia succedendo, alle nuove generazioni del nostro Paese, nel rapporto tra protesta politica e violenza. E’ una riflessione necessaria perché l’Italia non può permettersi il rischio di cadere in una nuova spirale di violenza e di terrore, come è avvenuto in un passato non troppo lontano, e di cui tutti conoscono i drammatici esiti. Due sono i beni irrinunciabili in gioco. Da una parte la certezza che nessuna concessione debba essere fatta, né ora né mai, all’uso della violenza come forma di contestazione. Dall’altra, il diritto costituzionale a manifestare, in maniera civile, a sostengo delle proprie idee e convinzioni. Siamo in un momento di grande difficoltà: specie i giovani percepiscono con grande preoccupazione e rabbia l’incertezza del loro futuro. Noi dobbiamo evitare che l’incertezza e la rabbia si trasformino in violenza. Ed è questo un compito della politica, che deve dare risposte alle domande che emergono da chi manifesta. Lo ribadiamo: il diritto di tutti a manifestare liberamente il proprio dissenso è un bene fondamentale. Ma è necessario separare, senza incertezze, le legittime manifestazioni pacifiche di dissenso da coloro che, invece, alle manifestazioni partecipano in forma organizzata e squadristica, con l’unico scopo di produrre violenza, feriti e danni. In questa difficile situazione si inserisce il complesso e delicato lavoro delle forze dell’ordine, che svolgono un ruolo, centrale, di difesa delle istituzioni, della sicurezza dei cittadini e della libertà di espressione. Le forze dell’ordine hanno il compito delicato ma fondamentale di garantire ai cittadini pacifici la possibilità di svolgere le proprie manifestazioni, prevenendo e impedendo le infiltrazioni e le provocazioni dei gruppi organizzati di violenti. E’ un impegno difficile sul quale la politica e l’opinione pubblica hanno un diritto-dovere di controllo e, quando occorre, anche di critica, ma nella consapevolezza che il tema centrale che ci consegnano i fatti di questi giorni è l’emergere di una violenza di piazza che va respinta subito.

Per questo facciamo appello ai tantissimi giovani e alle altre categorie che manifestano in questi giorni: si deve creare una barriera invalicabile tra chi manifesta e le minoranze violente che vanno isolate e respinte. Questo l’appello che rivolgiamo ai giovani, assumendoci per quanto ci riguarda, nei rispettivi ruoli che ciascuno di noi ha, l’impegno a difendere i principi di legalità e i diritti alla sicurezza e all’espressione della propria opinione”.

www.partitodemocratico.it