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"Milano, colpire i rom per vincere le elezioni", di Alessandro Coppola

La destra usa la politica della paura come un’occasione per radicalizzarsi in vista di un turno elettorale difficile: le prossime comunali. In una Milano sempre più ingiusta che ha attivamente contribuito a costruire. E di cui ora vuole incassare il voto. Sui grandi media la vicenda ha ricevuto un’attenzione solo marginale. A Milano la politica delle espulsioni etniche scatenata da Sarkozy ha avuto effetti importanti. Che illuminano caratteri e degenerazioni della destra milanese. Ecco una breve e sintetica ricostruzione della vicenda.

L’amministrazione comunale – d’accordo con il ministero dell’Interno – decide di procedere allo smantellamento dei campi nomadi abusivi, fra cui quello di Via Triboniano, nella zona nordoccidentale della città. L’assessore alle Politiche sociali – Mariolina Moioli – mette a punto un piano volto ad assicurare un alloggio a parte per le famiglie “sgomberate”. Assieme alla prefettura e alle organizzazioni non profit, l’assessore individua diverse soluzioni. Fra queste, l’utilizzo di venticinque alloggi dell’Aler – l’Azienda Lombarda di Edilizia Residenziale, l’erede dello Iacp – destinati ai casi di “fragilità sociali” e quindi non inclusi nelle graduatorie ordinarie di accesso all’edilizia pubblica. A chi è coinvolto nella stesura del piano, è evidente come, qualora si proceda allo smantellamento dei campi abusivi, occorra offrire soluzioni alternative che non solo migliorino le condizioni abitative della comunità rom ma che siano anche in grado di prevenire il riformarsi di nuclei ed insediamenti abusivi.

Il piano va avanti fino a quando, in Consiglio comunale, Lega Nord e Pdl presentano una mozione con la quale, manifestando la propria netta contrarietà al piano, minacciano di sfiduciare l’assessore. La mozione viene sospesa ma il messaggio è chiaro. Destra e Lega si premurano di imbastire una campagna stampa che permetta loro di accreditarsi come i difensori dei milanesi contro i rom.

Per la destra, l’attivismo sarkozista rappresenta un aiuto insperato. Sempre alla ricerca di un precedente che permetta un ulteriore imbarbarimento delle posizioni politiche sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, la destra a Milano ha accolto la politica dell’Eliseo come una straordinaria occasione per radicalizzarsi in vista di un turno elettorale difficile: quello delle prossime elezioni comunali, previste a Milano per la primavera del 2011. La Lega Nord denuncia il furto delle case popolari destinate ai milanesi, smentendo platealmente un piano concordato fra la giunta e il ministero dell’Interno, retto dal leghista Maroni. E il Pdl – un altro segno della sua oggettiva e inarrestabile “leghizzazione” – si accoda immediatamente. “Berlusconi è d’accordo con Sarkozy e noi a Milano diamo le case ai rom. Ma scherziamo?”: pare sia stato questo – stando a Repubblica – il commento quasi unanime dei consiglieri del partito berlusconiano prima del voto della mozione anti-rom in Consiglio comunale.

Ma le contraddizioni nascoste dalla politica della paura e dai i suoi violenti corifei – a partire dal leghista Salvini, la perfetta (e inquietante) incarnazione del nuovo corso – sono ormai divenute talmente macroscopiche da rendere la destra vulnerabile, forse come mai prima d’ora. La menzogna e la manipolazione del consenso sono ingredienti fondamentali del cocktail della destra milanese. Da un lato si annuncia lo sgombero dei campi, dall’altro si dichiara che dove vadano a vivere gli sgomberati non deve essere affare dell’amministrazione. Da un lato si “difendono” i milanesi e il loro diritto di avere la casa popolare, dall’altro si conduce una politica urbanistica grossolanamente subalterna ai grandi interessi immobiliari – una politica che ha prodotto clamorosi fallimenti e interventi di scarsissima qualità sociale e progettuale – e si accettano i tagli di Tremonti che, fra l’altro, avranno l’effetto di quasi azzerare i fondi per le politiche abitative dell’amministrazione regionale. E, ancor di più, si conduce una politica della “sicurezza” nei quartieri che ha l’obbiettivo di renderli – oggettivamente – più insicuri. Per mezzo di una linea del coprifuoco – con la chiusura anticipata degli esercizi commerciali – che si sta estendendo ad aree sempre più vaste della città. Nonostante le proteste – spesso politicamente trasversali – di cittadini e organizzazioni di categoria.

La destra alimenta le paure urbane, lavorando strategicamente per fare in modo che possano continuamente riprodursi, sostenendo così la domanda di attori politici pronti ad interpretare – in termini sempre più estremi – la politica della paura, dell’emergenza permanente e della separatezza sociale, che è diventato il segno distintivo della sua narrazione. La destra, al nord, è leghista. Ma leghista in modo nuovo. Mentre la sinistra appare ancora attardata su una lettura ormai datata della questione settentrionale. Che, oggi, è fatta tanto (e sempre di più ) dalle vittime della modernizzazione che dai suoi protagonisti. Non si tratta solo di rivolta fiscale delle piccole imprese, ma del timore (reale) del declassamento da parte di settori sociali consistenti del nord metropolitano.

Il Partito democratico dovrebbe quindi ripassarsi un po’ di storia recente di Europa e Stati Uniti: quella della politica della paura – del ghetto e della banlieue – e della fuga dei ceti popolari verso la destra. Questo servirebbe ad aggiornare il punto di vista di gruppi dirigenti che – nonostante alcune ottime eccezioni, soprattutto fra gli eletti più giovani – sono spesso antropologicamente impreparati a rispondere alla politica della paura.

Ma c’è una buona notizia. A Milano, forse per la prima volta in una generazione, la partita è aperta. E la notevole qualità – e novità, rispetto ai riti ormai consunti della sinistra ambrosiana – dei tre candidati che si affrontano alle primarie sta a testimoniarlo. Per vincere, oltre al candidato giusto, ci sarà bisogno di una campagna elettorale davvero popolare, volta a sfidare la destra sul terreno del consenso di chi vive quotidianamente il peso di quella città sempre più ingiusta e impietosa che la destra ha attivamente contribuito a costruire. E di cui ora vuole incassare il voto.

da rassegna.it

Giovani senza posto per troppo tempo

Quattro volte tanto gli adulti. I giovani under 25 registrano un livello di disoccupazione del 25% contro il 6,5% di chi ha un’età tra i 25 e i 64 anni. Non solo. Le nuove leve alla ricerca di un posto restano disoccupate a lungo: oltre un anno nel 40% dei casi, secondo un’elaborazione del centro studi Datagiovani su dati Ocse e Istat.
«Nel nostro paese – commenta Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – chi ha meno di 25 anni fatica a trovare un impiego nel medio periodo quasi quanto gli adulti espulsi dal mercato che devono ricollocarsi».
Per misurare la frattura tra under 25 e gli altri lavoratori Datagiovani ha costruito il «labour age gap», indice che misura il divario che esiste nel mercato del lavoro tra i giovani dai 15 ai 24 anni e coloro che hanno un’età compresa tra i 25 ed i 64 anni, frutto della media dei punteggi attribuiti a ogni paese per il gap relativo a tasso di disoccupazione, tasso di occupazione, tasso di attività e la percentuale di disoccupati da oltre un anno.
Ecco allora che l’Italia, tra i 33 Paesi dell’Ocse, si colloca in fondo alla classifica: con 0,286 punti, siamo ben al di sotto della media Ocse pari a 0,5, ma anche al valore europeo (0,471). In testa alla classifica si colloca l’Olanda (0,721) seguita dalla Danimarca (0,695) e dal Canada (0,684). Tra i nostri “vicini”, la Germania è al settimo posto (0,595), la Spagna al ventesimo (0,437) e la Francia al ventiquattresimo (0,406).
Provando a inserire nella graduatoria Ocse le regioni italiane, si evidenzia ancora una volta come esistano due Italie, «anche se in questo contesto – commenta Pasqualotto – non si può parlare di un Nord che va bene e un Sud che soffre, quanto piuttosto di regioni settentrionali che stanno meno peggio di quelle meridionali».
Emerge infatti come solamente nove regioni, quasi tutte del Nord, riescano a scalare qualche posizione in classifica: la prima in assoluto è il Veneto, che si colloca al 23° posto, quindi ben oltre la metà bassa della graduatoria, grazie ai minori divari nei tassi di occupazione e, soprattutto, al fatto che la percentuale di disoccupati giovani da oltre un anno è circa la metà di quella degli adulti. Tre sono le regioni del Centro Italia che “battono” qualche paese Ocse: Umbria, Marche e Toscana. Solo Piemonte e Valle d’Aosta tra le regioni settentrionali non riescono a guadagnare terreno, mentre in coda si collocano tutte le regioni del Sud.

Il Sole 24 Ore 20.12.10

"L´uomo dell´Emergenza", di Ilvo Diamanti

La verifica parlamentare del 14 dicembre non ha garantito la fiducia al governo. Semmai: la non-sfiducia. Per questo non ha prodotto cambiamenti significativi nel clima d´opinione. Tutto è rimasto, più o meno, come prima sulla scena politica. Instabile e incerta, senza copioni a guidare le scelte degli attori. Neppure un canovaccio che permetta loro di recitare a soggetto. Questa crisi, tutta interna alla maggioranza, non ha restituito legittimazione e consenso alla leadership di Silvio Berlusconi. Presso gli elettori, nel centrodestra e, in fondo, nel sistema politico italiano. Dove prevale e persiste un grande senso di precarietà. Il che costituisce una novità, nella biografia politica di Berlusconi. Scandita da numerose “sfide” per la vita. E per la morte (politica). Puntualmente vinte.
Sedici anni trascorsi a sfidare il sistema politico italiano, dopo averlo modellato a propria immagine e somiglianza. Il muro di Berlino sostituito da quello di Arcore. Che ha diviso il nostro piccolo mondo in due. Fra berlusconismo e comunismo. O, simmetricamente: tra antiberlusconismo e anticomunismo (senza il comunismo). Una lotta altamente personalizzata, esaltata dai media. Cercata e comunque sfruttata dal protagonista. Al centro di ogni sentimento e di ogni risentimento. Lui, il vero cemento culturale e ideologico del nostro tempo. Senza ideologia e senza tempo. Senza futuro. Silvio Berlusconi non è l´Uomo della Provvidenza, ma dell´Emergenza. Perché la Provvidenza regola gli avvenimenti verso il futuro (previsto da Dio). Mentre Berlusconi racconta il futuro per affrontare il presente immediato. Le emergenze. Dà significato politico “generale” alle sfide “personali”, che lo riguardano direttamente. A partire dalle inchieste dei magistrati: un attacco politico contro le istituzioni di governo, contro il popolo sovrano che lo ha incoronato.
Nel 1994: ha sfruttato l´emergenza prodotta dal crollo della Prima Repubblica. Silvio Berlusconi, più di tutti, ne ha beneficiato. Ha imposto la politica come marketing, le persone al posto dei partiti, i media e la comunicazione al posto della partecipazione. Ha costruito una coalizione di marchi territoriali – il Nord, l´Italia, la Nazione – al posto dei riferimenti ideologici tradizionali. Ha abolito la parola “partito”. Sostituita da Polo, Casa, Popolo. Ha vinto la sfida del momento. Senza riuscire a governare. Perché – lo ha scritto Ezio Mauro qualche giorno fa – Berlusconi non sa governare (né gli interessa). Sa solo comandare. Il che, ovviamente, non è poco. Perché Berlusconi è stato in grado – unico in Italia – di tenere insieme gli opposti. Lega Nord e Alleanza Nazionale. Soggetti politici nuovi e neodemocristiani. Nord e Sud. L´unico a disporre di argomenti adeguati ed efficaci per “costringerli” a stare insieme. Con la forza dei media, delle risorse, con la minaccia di escluderli dai centri del potere.
L´Uomo dell´Emergenza ha sempre cercato – e vinto – le sfide decisive della lotta per la vita e per la sopravvivenza. Anche – e tanto più – quando veniva considerato “finito”. Sconfitto alle elezioni politiche del 1996: ha vinto le europee del 1999, le regionali del 2000. E le politiche del 2001. Dopo aver firmato un “patto per l´Italia”. Mai rispettato. Ha perduto tutte le elezioni intermedie, punito dalla “delusione” dei suoi stessi elettori. Fino alle elezioni del 2006, considerate il “capolinea”, l´ultimo atto della sua storia politica. Dai suoi stessi alleati. Quasi da solo, ha risalito la china, in pochi mesi. Trasformando la sconfitta annunciata del Centrodestra in un quasi-pareggio. Cioè, per il Centrosinistra (di cui era stato previsto il trionfo), una quasi-sconfitta. Premessa al successo alle elezioni politiche del 2008. Dove ha conquistato la maggioranza parlamentare più larga della Seconda Repubblica. Senza riuscire a gestirla. Visto che oggi, due anni e mezzo più tardi, la sua coalizione appare spaccata e divisa. Come il suo nuovo “partito personale”, il Pdl. Come la sua intesa con Gianfranco Fini. Perché Berlusconi non sa “provvedere” al futuro, ma neppure al presente, in modo “normale”. Forse neppure lo vuole. La normalità del governo quotidiano lo annoia. La costruzione di un futuro troppo lontano: lo interessa poco. Per cui procede a strappi. Alla ricerca di battaglie da vincere e di avversari da sconfiggere. Così, da ultimo, ha trasformato la frattura con Fini e i suoi fedeli, la conseguente nascita di Fli, il voto di sfiducia in una opportunità. Un´altra sfida personale. Da vincere, per risalire la china. Come il barone di Munchausen che, caduto in una palude, riesce a sollevare se stesso e il proprio cavallo da solo, tirandosi su per il codino (cioè, per i capelli: questa sì un´impresa impossibile anche per il Cavaliere…).
Il problema è che passato il 14 dicembre e incassata la non-sfiducia nulla è cambiato. L´Uomo dell´Emergenza resta nell´emergenza. Come il Paese. Instabile e precario. Come la sua maggioranza. Ipotetica. Non per altro oggi, il Terzo Polo è divenuto tanto importante, per Berlusconi. Lui, l´Uomo dell´Emergenza, ha bisogno di un´ancora a cui aggrapparsi per sopportare il maremoto dell´emergenza. Per lo stesso motivo, la Lega vuole elezioni al più presto. Perché la debolezza di Berlusconi rafforza la Lega. La coabitazione con l´Udc la minaccia.
Così, di crisi in crisi, di emergenza in emergenza, la capacità di reazione e di ripresa di Berlusconi, si è consumata. E oggi appare quasi esaurita. Dopo le discese ardite, le risalite seguono sempre più faticose. La sua vittoria contro Fini, oggi, appare un episodio circoscritto. Non gli ha restituito la “fiducia” del Paese (come potrebbe?). Mentre quella della Camera dipende da un mercato dei voti più volatile di quello finanziario. Berlusconi: è l´Uomo del Giorno – per giorno. Annunciarne il declino: non serve. È già declinato. Il problema è che per batterlo non bastano astuzie tattiche ed elettorali. Finché prevarrà l´emergenza come orizzonte culturale e politico, oltre che economico. Berlusconi ne resterà lo specchio fedele. E, al tempo stesso, l´interprete più efficace.

La Repubblica 20.12.10

"Ragazzi, date una lezione a chi vi minaccia", di Marco Rossi Doria

Mercoledì il Parlamento andrà alla votazione finale sulla legge universitaria. A pochi giorni dal 14 dicembre migliaia di persone di nuovo protesteranno. C’è di che preoccuparsi. Per quel giorno e, ben più in generale, per il clima nel Paese. In particolar modo, per quello tra generazioni che, come per tanti insegnanti, è stata la mia ragione di lavoro e di riflessione per molti anni. Non ho voglia di fare appelli né sermoni o rimbrotti. Perché penso che questo sia il tempo di ragionare, con passione civile. Nel farlo non penso affatto che ci si debba rivolgere solo ai giovani. Penso, invece, che ci si debba rivolgere a tutti e, dunque, a se stessi e agli altri. A tutti i cittadini. Che abbiano quindici, diciotto, venticinque o trenta anni o quaranta o sessanta o ottanta. In questa riflessione comune si deve partire – in primo luogo – dal riconoscere una cosa del tutto evidente, che ha cambiato il paesaggio sociale, politico e umano nel quale siamo chiamati a vivere. E che è questa: noi persone «più grandi» stiamo, oggi, consegnando a chi è nato dopo di noi un’Italia peggiore di quella che abbiamo ricevuto in consegna dai nostri genitori. Peggiore per condizioni materiali e per quantità e qualità delle concrete possibilità di lavoro, di reddito, di studio. Peggiore in termini di accesso ai crediti materiali e spirituali in vista dello sviluppo economico e civile e dell’imprenditorialità umana. Peggiore per quanto riguarda il riconoscimento del merito e la possibilità di fare parte della ricerca delle soluzioni ai problemi della vita comune. Peggiore per presidio delle procedure e delle regole della civile convivenza e per la tenuta di ritualità e occasioni comunitarie. Peggiore in termini di protezione di fronte all’ineguaglianza e alle avversità della vita. Peggiore riguardo al fare fronte alle normali fragilità, difficoltà personali e alla possibilità di commettere errori. Peggiore per estensione – reale e percepita – degli orizzonti di speranza. È nel bel mezzo di questo paesaggio – impoverito, depresso, che crea ansia e rancori quotidiani, paure e rabbia diffuse e persistenti – che questa destra si è rivolta ai giovani chiedendo loro di approvare le nuove norme che li riguardavano e omettendo, tuttavia, di fornire occasioni per confrontarsi nel merito. «Noi facciamo le leggi secondo quanto crediamo perché abbiamo vinto le elezioni. Ma voi leggetele bene e convincetevene. Se non lo fate, vi state facendo strumentalizzare». Così, non è stata neanche considerata la civile possibilità che i destinatari di misure di governo possano essere in disaccordo ma non per questo preda di strumentalizzazioni, che possano essere portatori di osservazioni e proposte importanti o utili, che possano notare incongruenze tra intenzioni e mezzi. Dietro questo vi è un’idea povera – e involutiva in termini democratici – della politica: la politica si esprime e decide secondo i rapporti di forza. Punto. Altre volte la destra ha aggiunto a questo una miserevolezza umana: «Studiate e non manifestate. Pensate all’amore e non ai cortei». Come se fossero cose in contraddizione. Mentre non lo sono mai state Tale miserevolezza rivela un’assenza di esperienza e curiosità umane che impediscono di pensare che si può, al contempo, studiare e partecipare alle cose pubbliche e che è tanto grande la gioia di stare insieme, parlarsi, cercare comunità, incontrarsi e domandarsi del proprio tempo che viene esaltata la possibilità di amicizia e anche di incontro amoroso. Ma – va pur detto – anche nell’opposizione troppo spesso, al di là di intenzioni o meno, è prevalso il riflesso teso a ricondurre la protesta alla vicenda politica contingente, alle sue esigenze particolari, al suo gergo. Da tutto questo deriva un pensiero, diffuso nelle nuove generazioni, che è legittimo: non siamo rappresentati. E’ in questa atmosfera che si manifesterà di nuovo. L’ombra del 14 dicembre peserà. Perché ha svelato tutta la gravità della scena italiana riguardo il rapporto tra generazioni. Tanto che tantissimi hanno sentito di condividere l’esplosione di rabbia anche senza partecipare alle sue azioni. Non si è trattato di provocatori isolati. Non si può rimuovere la forza di una rabbia radicata e diffusa. Però non si può neanche nascondere che le cose sono complicate dal fatto che molti indizi fanno sospettare che qualcuno ha voluto tessere trappole brutte e pericolose. E che a farlo non siano stati né la stragrande maggioranza dei manifestanti né i poliziotti. Tali segni, in questi giorni, vengono purtroppo confermati dall’insistenza su un possibile esito terribile per la giornata di mercoledì prossimo. Si tratta di una profezia urlata. In particolar modo da una componente specifica della destra di governo, che ha una storia politica mai rivisitata, fatta anche di brutte vicende di piazza nella propria giovinezza, rimosse e mai ri-elaborate. Di fronte a questa insistenza su un esito nefasto della prossima protesta acquista ancor maggiore importanza una riflessione su come si manifesterà mercoledì. E diventa ancor più urgente il grande bisogno di smentire una storia italiana che ha spesso depotenziato grandi movimenti, riducendone una parte ai rituali prevedibili dello scontro di piazza e una ben più grande alla mancanza di parola. Questa smentita è forse finalmente a portata di mano. Perché questo movimento sta insegnando a noi – altro che sermoni nostri ai giovani! – una nuova modalità di azione civile. I titoli dei libri davanti ai cortei, il salire sulle gru e sui tetti, il mostrarsi insieme ai monumenti sono stato questo. E, a me come a tanti, è venuto alla mente Gandhi. È lì che vanno trovati i modelli di azione potente che servono a fare valere le ragioni di chi è escluso dal futuro. E penso quanto sarebbe potente se mercoledì – anziché porsi il problema di forzare la zona rossa del centro di Roma, messa lì ed estesa ad arte per attirare nelle vecchie trappole – si decidesse di sdraiarsi per terra, nella Capitale e in cento altre città. Vestiti di bianco per bloccare tutto, in silenzio. Come suggerito dalle nevicate di questi giorni. Pacifiche e implacabili

L’Unità 20.12.10

"Ma i diritti non sono tutti uguali", di Michele Ainis

Calma e gesso, per favore. Anche perché di scalmanati in abito gessato ce n’è fin troppi in giro. A cominciare dall’onorevole Gasparri, che invoca arresti preventivi, retate di massa, e in conclusione un nuovo 7 aprile. Insomma la ricetta del 1979, benché Gasparri abbia citato il 1978. E allora proviamo a dare i numeri, di questi tempi non saremo i primi a farlo. Proviamo a misurare sui numeri della Costituzione non tanto la sparata di Gasparri (qui è più facile: zero), quanto piuttosto l’idea di Mantovano e di Maroni, quella d’esportare ai manifestanti il Daspo che s’applica ai tifosi. Ossia il divieto comminato dal questore – e dunque senza una pronuncia giudiziaria – a carico di persone che si ritengono pericolose, impedendo loro d’entrare in uno stadio, o per l’appunto in una piazza gremita da cortei.

Sulle prime, parrebbe una misura di buon senso. Se il Daspo ha funzionato per i disordini sportivi, perché non dovrebbe rivelarsi altrettanto efficace per i disordini politici? Peccato tuttavia che non abbia senso equiparare il diritto di tifare per la Lazio al diritto di manifestare contro la Gelmini. Peccato che ai costituenti interessasse la regolarità delle elezioni, non la regolarità dei campionati.

Peccato infine che il libero esercizio del diritto di voto è possibile soltanto a condizione che il voto venga espresso in un clima democratico, con un’informazione pluralista, con un dissenso garantito in Parlamento e nelle piazze.

Insomma i diritti non sono tutti uguali: taluni hanno dignità costituzionale, altri s’esercitano sotto l’ombrello della legge. E a loro volta i diritti costituzionali non pesano sempre in modo eguale: come diceva Bobbio, i diritti politici sono strumentali a tutti gli altri, e dunque li precedono, e dunque vantano uno statuto superiore. Significa che subiscono soltanto restrizioni circoscritte, tassative, temporalmente limitate. Altrimenti, se la sicurezza fosse un passe-partout per scardinarli, tanto varrebbe vietare le manifestazioni. Faremmo prima, e con un risultato garantito.

Tuttavia non è possibile, vi s’oppongono per l’appunto i numeri della Costituzione. Articolo 16: chiunque può circolare in ogni contrada del nostro territorio, salvo i limiti che la legge disponga in nome della sicurezza. Ma guarda caso tali limiti non possono mai venire ispirati da ragioni politiche. Articolo 17: la libertà di riunirsi può essere negata per motivi («comprovati») di sicurezza pubblica, ma non ai singoli, bensì all’intero gruppo che chiede di manifestare. Articolo 27: la responsabilità penale è personale, e c’è inoltre una presunzione d’innocenza fino alla sentenza definitiva di condanna. Vuol dire che non è reato partecipare a un corteo dove altri commettono reati, e vuol dire inoltre che i reati sono tali solo quando lo dichiara un giudice, e nessun altro giudice possa rovesciare il suo verdetto. Al limite, se proprio vogliamo un Daspo politico dopo quello sportivo, se ne potrà forse discutere per chi ha subito una condanna, quantomeno in primo grado.

E c’è in ultimo un risvolto politico di queste chiacchiere imprudenti, ben più saliente del profilo giuridico. Perché nessuno ha mai evocato misure preventive di polizia dopo i fatti di Genova, dopo altri disordini che pure hanno scandito gli anni Zero? Che c’entra Roma del 2010 con Padova del 1979, dove i professori insegnavano con un coltello alla gola? Risposta: niente, non c’è niente in comune. C’è solo una politica, una classe dirigente, una generazione di governo che ha bisticciato con la nuova generazione, e allora mostra i muscoli, non avendo altro da mostrare.

La Stampa 20.12.10

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“Diritto di polizia”, di Giuseppe D’Avanzo

Le parole di Gasparri confermano che la “rivoluzione liberale” promessa dal premier fallisce per l´incapacità politica di progettarla.
IL DISEGNO, ogni ora che passa, si fa chiaro e non sorprende. Il governo, politicamente debole, sordo alle difficoltà del Paese, lontano da una società che umilia, vuole rilanciare se stesso inventando una nuova emergenza. Addirittura un’emergenza “terrorismo”. Secondo una leadership politica che fa vanto di essere stata fascista (La Russa, Gasparri, Alemanno), “terrorismo” sarebbero le manifestazioni di protesta contro la “riforma Gelmini” e potenziali “terroristi” chi vi partecipa. Quindi, sostenuta dal ministro dell’Interno, prima ha escogitato lo sciagurato trucco di far valere per i manifestanti più ostinati – scelti come? selezionati da chi? – il divieto di accedere alle manifestazioni sportive (D.a.spo.) di fatto ipotizzando un ritorno al Testo di Pubblica Sicurezza in vigore, dal 1926, nel ventennio fascista. Quel testo, che definiva misure di prevenzione in base al solo sospetto, non imponeva di accertare la responsabilità diretta per fatti considerati dalla legge reati. Per sottoporre il «soggetto pericoloso » a una severa vigilanza e lontano da casa, riteneva sufficiente un ipotetico «pericolo alla sicurezza pubblica e all’ordine politico». Sono più o meno – non vi pare? – le ragioni che hanno convinto in coro il ministro dell’Interno (Maroni) e della Giustizia (Alfano) a dare sulla voce ai giudici che, in attesa del processo, hanno rimandato a casa i giovani e giovanissimi arrestati il 14 dicembre a Roma .
Già poteva bastare per dirsi impensieriti dai giorni che verranno, ma eravamo soltanto all´inizio di una progressione autoritaria. Maurizio Gasparri – chi altro? – chiede ora «arresti preventivi». Il presidente dei senatori della destra dice: «Serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c´è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città. Qui ci vuole un “7 aprile”. Mi riferisco al giorno in cui furono arrestati tanti capi dell´estrema sinistra collusi con il terrorismo».
Sorprendersi? Le parole di Gasparri – non smentito da quel capo di governo che, amante dei trucchi, chiama a sé i «moderati» per difendere il suo malfermo potere – confermano quel che già avevamo capito da tempo, in verità. Innanzitutto che, ammesso e non concesso che non sia stata una trovata da marketing politico, la «rivoluzione liberale» promessa da Berlusconi fallisce per l´incapacità politica di progettarla e per la cultura di un´élite che non si è allontanata di molto dalle celebrazioni del fascismo delle leggi razziali e della Repubblica di Salò. Due. Il “garantismo” della destra italiana non è altro che la difesa di un diritto del privilegio e dell´esclusione che dovrebbe assicurare indulgenze ai Potenti e rigido e inflessibile castigo ai Deboli. Lo abbiamo già visto in azione contro rom e migranti. Ora Gasparri lo pretende contro gli avversari politici richiamando, con la storia del «7 aprile» del 1979, il momento forse più limpido di quel che un filosofo del diritto, Luigi Ferrajoli, ha definito la «crisi della ragione giuridica» che ha attraversato per decenni le emergenze del terrorismo e della mafia. Anche se oggi non si scorge alcun pericolo, alcuna urgenza, alcun terrorismo, nessun terrorista, la destra di governo chiede che siano attive le stesse prassi di quella stagione: prassi in cui prevalgono le ragioni dell´efficienza coniugate alla facile idea, propria del senso comune autoritario, che la giustizia «deve guardare al reo dietro al reato, alla sua pericolosità dietro la sua responsabilità, all´identità del nemico più che alla prova dei suoi atti d´inimicizia» (Ferrajoli). Tre. In coerenza con la propria cultura politica, la destra di governo invoca uno Stato etico dove morale e diritto si confondono e la salvaguardia del principio di stretta legalità è sacrificato ai «poteri arbitrari che trovano il loro spazio naturale nella definizione non tassativa dei reati, nella flessibilità delle pene, nel potere dispositivo, e non cognitivo, del giudice» (Norberto Bobbio).
Ci sarà tempo per interrogarsi sulla pressione scaricata sulle polizie sospinte dalla volontà autoritaria del governo nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge (già “Genova 2001” ci ha detto che in uno Stato che si presenta come questurino c´è chi è disponibile a un´illegalità criminale quando il dissidente diventa un “nemico” da annientare). Oggi vale la pena soltanto rinnovare una preoccupazione che sarà opportuno che sia condivisa nelle prossime ore. Contro un movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale, che si oppone a un´eterna precarietà, alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza e chiede opportunità e futuro, il governo decide di rafforzare se stesso preparando il peggio. Evoca un “diritto di polizia” e un uso della violenza. Accende la rabbia. Eccita gli animi meno consapevoli. Cinicamente fa di conto: nuovi disordini gli fanno gioco, debole come è. È questa la funesta trappola che, a partire da oggi, i “movimenti” dovranno aggirare con lucidità e intelligenza.

La Repubblica 20.12.10

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“Arresti preventivi per gli studenti”, di Caterina Pasolini

Gasparri contro i cortei, è bufera. Saviano: dalla destra follie autoritarie Vuole arresti preventivi, Maurizio Gasparri, prima ancora che gli studenti manifestino, prima che alcun reato venga commesso. Dopo aver ipotizzato un divieto di andare a manifestare proponendo l´allargamento del Daspo dagli stadi alla politica, il capogruppo Pdl in Senato raddoppia scatenando polemiche. «Serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c´è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città. Per non far vivere all´Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza. Qui ci vuole un 7 aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 (e sbaglia l´anno) in cui furono arrestati tanti capi dell´estrema sinistra collusi con il terrorismo».
E in un clima già teso in vista dei nuovi cortei e della votazione mercoledì, le sue proposte arroventano la situazione. Con l´opposizione che parla di un «ritorno al fascismo» e lo accusa di cercare lo scontro, di esasperare la situazione. D´Alema che sottolinea come «l´interesse alla violenza è un interesse dei gruppi violenti, ma potrebbe diventare anche un modo di chi è al potere di rafforzare il proprio potere. Un gioco che abbiamo già visto anche nel passato». E il segretario generale della Cgil Susanna Camusso vede nelle sue dichiarazioni «e nella zona rossa una logica che finisce per incentivare i pochi violenti».
E se l´opposizione attacca, non lo segue nella proposta neanche il compagno di partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa che taglia corto: «Non credo Gasparri invochi leggi speciali, bastano quelle che ci sono e quelle vanno fatte rispettate». Mentre gli ex colleghi di partito finiani restano critici: «Tra fantasiose proposte di Daspo per i manifestanti e farneticanti ipotesi di arresti preventivi, Pdl e Lega rischiano di creare dinamiche sudamericane in Italia», sottolinea Fabio Granata.
Persino il presidente del Senato Schifani, pur condannando duramente le violenze di questi giorni, sembra lontano da ipotesi di Daspo allargato e ribadisce: «Gli studenti hanno il diritto di andare a protestare, ma lo facciano con compostezza e nel rispetto delle regole».
Regole che già esistono, non le «leggi speciali». «L´arresto preventivo è annuncio di fascismo», dice infatti Nichi Vendola, capogruppo al Senato del Pd. Concorde Di Pietro dell´Idv «Perché estendere il Daspo, ovvero il divieto di accedere a manifestazioni sportive anche alle manifestazioni politiche significa adottare una misura fascista che nessuno stato democratico si sognerebbe».
Anche l´ex sindaco Veltroni è preoccupato, «Gasparri vuole esasperare il clima», e per evitare il peggio propone al prefetto di convocare i responsabili dell´ordine pubblico e gli studenti. «Convochi anche i sindacati di polizia perché non può non esserci solidarietà tra i giovani che difendono l´università e rivendicano il loro futuro e altri giovani che con la divisa addosso per poche centinaia di euro difendono istituzioni e cittadini».
«Quello che propone Gasparri è contro la nostra Costituzione, le sue sono parole pericolose, se conosce nomi e cognomi li faccia altrimenti lasci lavorare le autorità senza avvelenare il clima», afferma la presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro alla quale risponde Gasparri con un «difficile prendere lezioni da chi, sbagliando, aveva parlato di infiltrati nella manifestazione che ha sconvolto Roma. Le forze dell´ordine attendono ancora le sue scuse». E tra le polemiche interviene Casini: che invita a «mantenere i nervi saldi ed evitare di esacerbare preventivamente gli animi. Maggioranza e opposizione non facciano polemiche sulle spalle degli studenti».

La Repubblica 20.12.10

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Vietti boccia il governo “Il Daspo è impraticabile”

Gasparri? «Lo rimando in storia». Maroni e il Daspo? «La libera circolazione è un pilastro dell´Unione europea». Alfano contro i giudici? «Non dubito che conosca i suoi limiti». Un messaggio ai giovani? «Non perdete mai la passione civile, ma rifuggite sempre dalla violenza». Michele Vietti, vice presidente del Csm, con Repubblica, si sforza di trovare un filo di equilibrio tra le tante forzature degli ultimi giorni sui fatti di Roma.
Ha sentito qual è la ricetta di Gasparri per evitare nuovi scontri?
«Quello che è successo è di un´oggettiva gravità e non va assolutamente sottovalutato. Ma non va neppure utilizzato per soffiare sul fuoco di un clima sociale che rischia di farsi incandescente e che tutti abbiamo il dovere di contribuire a raffreddare. Non tocca a me indicare eventuali modifiche normative, anche se mi permetto di notare che non è mai un buon modo di legiferare quello che si muove sull´onda emotiva della cronaca. Un Daspo applicato agli studenti mi sembra pure di difficile praticabilità, mentre, se proprio vogliamo prendere a prestito le misure contro le violenze negli stadi, vedrei meglio l´arresto in flagranza differita».
Dal 14 dicembre, il governo Berlusconi, con Maroni e Alfano, e ora con Gasparri, vuole che i magistrati tolgano le castagne dal fuoco sulla sicurezza?
«La condanna della violenza dev´essere ferma e inequivocabile. Ma non possiamo avallare il luogo comune secondo cui i poliziotti arrestano e i magistrati scarcerano. Nella difesa della legalità le toghe sono sempre state in prima linea, dal terrorismo alla mafia, pagando anche un prezzo di sangue. Le forze dell´ordine sono al loro fianco nella stessa battaglia. É inaccettabile il tentativo di dialettizzare tra servitori dello Stato impegnati nello stesso fronte, pur in diversi ruoli».
Non le pare che dal centrodestra arrivi un pesante attacco ai giudici, con gli ispettori inviati da Alfano, e con Gasparri, un «fascista» per Vendola, che quasi indica loro che arresti fare?
«I magistrati sanno fare il proprio lavoro e sanno usare la discrezionalità che la legge offre loro, senza bisogno di lezioni da nessuno, tantomeno in nome di analogie storiche assai poco calzanti».
Il riferimento al 7 aprile è solo improprio o una provocazione irresponsabile?
«Il 14 dicembre 2010 è un altro mondo rispetto a epoche che tutti ci auguriamo non torneranno e che nulla lascia presagire siano in procinto di ripresentarsi».
Non è singolare che un governo garantista verso gli uomini del centrodestra coinvolti nelle indagini contesti il garantismo verso questi giovani?
«Ovviamente il garantismo non va mai applicato a corrente alternata. I ragazzi vanno distinti tra chi manifesta pacificamente e chi invece ricorre alla violenza, fosse anche solo quella di lanciare una pietra contro i poliziotti. Il nostro Paese è afflitto da una grave crisi di legalità che tocca tutti i settori e va contrastata con la medesima fermezza chiunque sia a violare le regole. Sui processi ai manifestanti per i fatti di Roma non posso esprimere valutazioni in quanto, come presidente della sezione disciplinare del Csm, potrei essere chiamato a giudicare quegli stessi magistrati qualora l´accertamento di Alfano avesse un seguito. E comunque non conosco né gli atti, né gli elementi di accusa, né la gravità indiziaria».
Se lei fosse stato il Guardasigilli avrebbe mandato gli ispettori?
«Al momento sto meglio nei miei panni che in quelli del ministro. Comunque mi risulta che l´ispezione sia finalizzata alla sola acquisizione dei provvedimenti per valutarne eventuali anomalie. Non voglio credere che dietro questa iniziativa ci siano interferenze con l´attività giurisdizionale o invasioni di campo. Il ministro conosce troppo bene i limiti all´attività ispettiva imposti dal Csm e dalla Cassazione, per disattenderli. Certamente ne farà buon uso per riferire eventualmente in Parlamento o per prendere iniziative legislative di coordinamento sulla materia».
Lei mi pare buonista. Non è che il passo di Alfano è un´invasione di campo?
«Escludo si tratti di prove generali dei maggiori poteri al Guardasigilli ipotizzati nella cosiddetta riforma della giustizia, tanto “grande grande grande” quanto misteriosa».
Con la riforma Gelmini da approvare e l´annuncio di nuove manifestazioni, il governo pretende dai magistrati una sentenza esemplare?
«Le toghe non giudicano i fenomeni, ma le responsabilità individuali specifiche e le singole posizioni processuali. Perciò non si può mai chiedere loro di “punirne uno per educarne cento”. Peraltro, i processi di cui tanto si parla, celebrati da diversi collegi, sono ancora in piedi perché si è esaurita solo la fase cautelare. Dunque è prematuro lamentarsi dell´esito. La giustizia ha i suoi ritmi che non si possono certo piegare alla polemica o alle logiche della politica. Non si possono criticare i magistrati accusandoli di occuparsi della corruzione “in generale” e poi pretendere che facciano sentenze sulla violenza “in generale”».
Il Csm non dovrebbe discutere sugli spazi di discrezionalità della magistratura?
«I giudici non devono inseguire il consenso con decisioni gradite alla piazza. Devono pronunciare sempre sentenze imparziali. Ma questo non vuol dire che non debbano tener conto del contesto in cui operano. Anche il presidente della Repubblica li ha richiamati alla consapevolezza degli effetti delle proprie decisioni. Discrezionalità vuol dire anche attenzione alla sensibilità collettiva rispetto a un fatto e all´allarme sociale suscitato da determinati comportamenti».

La Repubblica 20.12.10

"Servizio pubblico. Un capodanno precario", di Bruno Ugolini

Trattasi di circa 170.000 persone. Molti di più se si calcola anche la scuola. Non sono gli operai di Marchionne – anche loro angosciati da un destino tutto da scrivere – sono le “mezze maniche” dell’impiego pubblico, magari da anni al servizio del padrone Stato e ora messi alle porte senza nemmeno una pacca sulle spalle. Alcuni sono ricorsi a forme di lotta disperate. Come quei sette dipendenti della Regione Lazio appesi per 11 giorni e undici notti, al freddo e al gelo, sul dodicesimo piano di un’impalcatura. Ora sono scesi e sperano in una trattativa fissata proprio per la vigilia di Natale. Sembra una favola di Dickens. Un altro caso particolare è quello dei lavoratori delle Prefetture e della Questure di tutta Italia, impiegati nei servizi all’immigrazione. Hanno scioperato nei giorni scorsi e hanno manifestato nel centro di Roma,ormai diventata la capitale di una contestazione massiccia. Anche per costoro alla mezzanotte del 31 dicembre suonerà la campana del licenziamento. Non sono dei giovanotti alle prime armi, risultano da oltre sette anni addetti ad un servizio fondamentale dedicato a garantire agli immigrati i permessi, le carte di soggiorno, i ricongiungimenti familiari, la cittadinanza. Ecco un’altra beffa atroce che coinvolge la massa di lavoratori stranieri chiamati a reggere una buona parte della nostra economia. L’alibi del governo consiste nella necessità di risparmiare. Ma in tal modo le spese aumenteranno. Sono già migliaia – come hanno fatto notare i sindacati – le pratiche in arretrato e il decreto paralizzerà di fatto gli uffici impedendone il regolare funzionamento. Le Prefetture e le Questure potrebbero essere costrette a supplire a tale vuoto, utilizzando le forze di polizia e così indebolendo l’azione di tutela della sicurezza e della legalità. Altri lavoratori a rischio prestano servizio nei Comuni, nel Servizio Sanitario Nazionale, nella Croce Rossa Italiana, nei Vigili del Fuoco, nei Centri per l’Impiego, negli Enti Previdenziali com Inps e Inpad. E non parliamo della scuola dove si aggira una quantità impressionante di precari da sacrificare. Una battaglia esplosiva che ora prova a comunicare sul web. E’ stata lanciata, tramite Gian Guido Santucci, dirigente della Funzione Pubblica Cgil, una pagina di Facebook intitolata “Mai più precarietà”. E’ stata aperta anche una rubrica, “Vita da precario”, per raccogliere storie, testimonianze significative. Scrive Santucci: “Un vissuto quotidiano che penso debba essere il filo conduttore di tutta la nostra lotta per rammentare a tutti, e soprattutto a noi stessi, che dietro ad ogni precario che si vuole mandare via c’è non solo un futuro spezzato ma anche un frammento in meno di Stato”. Definizione azzeccata: un “frammento di Stato, un bene comune. Da difendere.

L’Unità 20.12.10

"Fassino si candida sindaco di Torino. Chiamparino: dimostra coraggio, vincerà", di Celestina Dominelli

Non sarà facile raccogliere la sua eredità, visto che Sergio Chiamparino è tra i sindaci più amati d’Italia. Ma Piero Fassino, ex segretario Ds e più volte ministro, non ha paura delle sfide e oggi ha sciolto le riserve su una sua possibile candidatura alla poltrona di primo cittadino del capoluogo piemontese. «Offro la mia disponibilità – ha annunciato all’assemblea provinciale del Pd riunita a Torino – sottoponendomi naturalmente agli strumenti del partito. Non ho difficoltà a sottopormi alle primarie». Insomma, Fassino ci prova senza rinnegare le scelte del suo partito in un momento in cui, però, proprio le primarie, dopo l’intervista di Pierluigi Bersani a Repubblica con l’apertura al terzo polo, sembrano passare in secondo piano. Ma tant’è. Alla fine comunque le primarie, almeno qui, si faranno il 27 febbraio e i quattro aspiranti alla poltrona di Chiamparino dovranno raccogliere almeno 700 firme tra gli iscritti al Pd torinese per formalizzare di fatto la propria candidatura alle primarie.

Fassino al Sole.com: pronto «a dare un contributo» per Torino. Il partito gli tende la mano (di Sara Bianchi)

A Torino i democratici studiano la strategia stretti tra la necessità di definire come e se usare le primarie (di coalizione o di partito) e l’obbligo di delineare al più presto le alleanze. Perché qui, come a Roma, il Pd dovrà decidere se mollare l’attuale maggioranza che sostiene Chiamparino al Comune (Pd, Idv, Sel e Moderati) oppure intraprendere la strada indicata dal segretario: aprire cioè a un accordo con i terzopolisti. Il segretario piemontese del Pd, Gianfranco Morgando, una sua indicazione l’ha fornita nella direzione di qualche sera fa. «Il Pd deve assumere l’iniziativa di una interlocuzione autonoma con il nuovo polo nascente». Ma, per farlo, dovrà prima evitare di incartarsi nella competizione interna, sfrondando le troppe candidature. Finora infatti la corsa alla successione a Chiamparino annovera tre candidati: Davide Gariglio, ex presidente del consiglio regionale, Roberto Placido, l’attuale vicepresidente del consiglio regionale, e Giorgio Ardito, ex segretario del Pci torinese.

E ora la rosa si allarga anche a Fassino eil 27 febbraio arriverà il verdetto finale. «In questi 15 giorni chiesti da me per decidere sulla mia possibile candidatura – aggiunge l’ex segretario – ho raccolto l’incoraggiamento e il consenso direi unanime della società torinese. Non penso di essere il nome migliore del mondo, ma per 10 anni Torino ha avuto un sindaco di alto profilo, quindi vuol dire continuare ad assicurare un sindaco con la stessa forza e la stessa visibilità». Quattro nomi, dunque, per non far perdere Torino ai democratici che, però, dovranno ora chiarire regole e strumenti per evitare nuovi problemi.
Per Sergio Chiamparino, la decisione di Piero Fassino di candidarsi per succedergli nella carica di sindaco di Torino «dimostra coraggio e denota una concezione della politica come servizio che gli fa onore». «Sono convinto – continua Chiamparino – che l’esperienza e l’autorevolezza accumulate da Fassino, sia come dirigente nazionale di partito, sia come ministro, gli consentiranno prima di vincere la sfida democratica delle primarie e poi di superare gli altri candidati nella competizione per diventare sindaco di Torino, in un momento in cui la città avrà bisogno di una guida solida e autorevole».

Il Sole 24 Ore 19.12.10