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"Addio all'ex ministro Padoa-Schioppa uomo dei conti con la testa in Europa", di Stefano Lepri

A settant’anni e qualche mese, nel pieno delle sue energie intellettuali, un arresto cardiaco ieri sera ha portato via Tommaso Padoa Schioppa, uno dei più europei tra gli italiani. Erano davvero in tanti a cercare il contributo delle sue idee: al momento era consigliere del governo greco, presidente del centro studi parigino “Notre Europe”, membro del “Gruppo dei 30” che è un autorevolissimo pensatoio mondiale, consulente del Fondo monetario internazionale, e da appena tre giorni anche consigliere di amministrazione di Fiat Industrial. Non avrebbe certo voluto lasciare ora l’Italia che vedeva in preda a una «crisi della democrazia e dello Stato di diritto», l’Europa dove è in difficoltà l’Unione monetaria di cui era stato uno dei costruttori.

Economista di formazione, ma di vasta cultura letteraria, era un personaggio di un formato difficile da ritrovare nelle generazioni seguenti. Ha saputo svolgere incarichi molto diversi senza portare nell’uno le ambizioni dell’altro. Liberista ma lontano dagli «adoratori del mercato» di scuola americana che avevano prevalso negli anni prima della crisi, attento al rigore della moneta e dei bilanci pubblici ma senza le rigidezze dogmatiche dei tedeschi, sicuro di sé nel parlare di doveri e di senso dello Stato, è stato un bersaglio facile per i populisti sia della destra sia dell’estrema sinistra; lo sapeva e quasi quasi ci si divertiva.

Laureato alla Bocconi e poi al Mit di Boston, si era formato alla Banca d’Italia, da cui era passato nel 1979 alla Comunità europea per poi tornarvi e salire fino alla vicedirezione generale. Una vecchia foto su un libro che narra la storia della Banca d’Italia lo ritrae giovane serio e per nulla intimidito accanto a Guido Carli. Quando Carlo Azeglio Ciampi si dimise da governatore per assumere la presidenza del consiglio dei ministri, l’avrebbe voluto come suo successore; ma l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro gli preferì Antonio Fazio, più rassicurante per il mondo cattolico.

Alla nascita della Banca centrale europea, nel 1998, fu scelto per quel posto tra i sei del comitato esecutivo che, per prassi, tocca all’Italia; e lì, allora, si confrontava da amico con il membro designato dalla Germania Otmar Issing, («e qualche volta a sostenere le posizioni più dure ero io», ricordava). Così nella primavera scorsa l’aveva addolorato molto che Issing, con altri tedeschi, volesse abbandonare la Grecia al suo destino; mentre lui ha voluto impegnarsi proprio per l’opposto, per una scelta di solidarietà fra tutti i popoli che dell’Europa fanno parte. Era doloroso, per lui, constatare questa divisione fra persone di diversi paesi che avevano messo insieme i pezzi del meccanismo dell’euro.

Poco dopo che era terminato l’incarico alla Bce, Romano Prodi lo contattò per offrirgli il ministero dell’Economia, nel caso il centro-sinistra avesse vinto le elezioni del 2006. Lui disse di sì e volle tener fede alla parola data pur se, visti i risultati, un governo con una maggioranza di due voti non era adatto a un ministro tecnico quale lui si sentiva. Si impegnò per risanare i conti pubblici, sballottato tra le mille mediazioni politiche di una coalizione frammentatissima e discorde; i numeri mostrano che solo nei suoi due anni la curva della spesa pubblica corrente aveva frenato la sua corsa verso l’alto. Ma la vinaigrette, come lui la chiamava, ovvero la mescolanza di olio e di aceto che lui usava come metafora dell’incontro fra le sue idee e quelle di Fausto Bertinotti, non restò stabile a lungo, come si sa.

Molto critico sulle condizioni in cui Giulio Tremonti gli aveva lasciato i conti pubblici nel 2006, aveva invece voluto riconoscere una «continuità» di rigore e controllo della spesa nelle scelte che lo stesso Tremonti ha fatto dopo il 2008. Non aveva mai commentato, invece, la presa di distanza dalla politica del rigore che è prevalsa nel centro-sinistra all’opposizione. Ma non ce n’era bisogno. E guarda caso proprio negli ultimi giorni due delle figure emergenti in quella parte politica, il sindaco di Firenze Matteo Renzi e il presidente della Puglia Nichi Vendola, sia pur con umori diversissimi proprio da Padoa-Schioppa hanno voluto prendere le distanze: Renzi rimproverandogli l’aver inneggiato al dovere di pagare le tasse, Vendola accusandolo di liberismo. Ed è forse questa un’altra prova di quella profondissima crisi in cui, nel suo ultimo articolo, vedeva immergersi l’Italia

La Stampa 19.12.10

Bersani: alleati con chi vuole una nuova Italia

Pier Luigi Bersani è lapidario: «Chi parla di inseguimenti di Casini contro Vendola e di altri simili arzigogoli politicisti semplicemente non ha capito un tubo». Eppure è stato proprio questo, assieme al tema del “rivedere le primarie”, ad aver suscitato le reazioni più aspre all’intervista al segretario del Pd apparsa ieri su Repubblica. Così Bersani, 24 ore dopo, torna sulla questione.
E lo fa a partire dal presupposto dell’intero ragionamento: la fase politica che il paese sta vivendo, le preoccupazioni per la stessa tenuta democratica, il tramonto avvelenato del berlusconismo. «Si tratta di mettersi d’accordo – dice – su come valutiamo quanto accade. Incontro gente sempre più spaventata che grida: bisogna salvare questo paese. Mai in passato, nemmeno nel 1992, avevo assistito a un distacco tanto drammatico tra politica e società: penso al silenzio rabbioso di un milione e 700.000 tra cassintegrati e nuovi disoccupati: tre-quattro milioni di persone, considerando le famiglie. Penso agli studenti che sfilano con cartelli dove si legge: “Non ci fidiamo dello Stato, nessuno ci rappresenta”, penso ai ricercatori sui tetti e a Berlusconi che, mentre succede tutto questo, cerca di sopravvivere acquistando qualche deputato… Ecco, dobbiamo affrontare questo. Ma come? Vogliamo chiudere i conti col berlusconismo e con questa democrazia plebiscitaria e populista o sostituire il berlusconismo con qualcosa che magari gli somiglia?».

Per il segretario del Pd, in definitiva, si tratta di mettersi d’accordo su due punti: prima di tutto il giudizio sulla gravità e l’eccezionalità della fase politica e poi sul metodo. Quello proposto consiste nell’elaborare una piattaforma di temi programmatici: riforma elettorale e istituzionale, informazione, giustizia, fisco, legalità, costi della politica. Una «riforma repubblicana e un’alleanza per la crescita e il lavoro» da sottoporre a tutte le forze dell’opposizione: Vendola, Di Pietro, terzo polo. E poi al Paese e ai cittadini, e cioè ai sindacati, agli imprenditori, alle associazioni. Poi chi ci sta ci sta. E sarà là – in questo “starci” o “non starci” – che si potrà misurare la corrispondenza tra la denuncia del berlusconismo come malattia della democrazia e l’effettiva volontà di batterlo. Bersani avverte come «contraddittorio» l’atteggiamento di chi, mentre denuncia con i toni più accesi i pericoli del berlusconismo, si mostra quasi schizzinoso davanti alla necessità di realizzare una coalizione più ampia possibile per sconfiggerlo. Qua il discorso diventa prepolitico, di puro buon senso. Perché la legge elettorale dà poche alternative: affrontare eventuali elezioni anticipate in ordine sparso espone l’opposizione al rischio di una sconfitta micidiale. Ed è dunque puro buon senso fare una proposta molto larga sulla base di un programma essenziale e rigoroso e verificare chi è disposto «ad assumersi le sue responsabilità».

Cosa che imporrà a ciascuno degli attori la ricerca dei punti di convergenza sulle questioni più urgenti. E sarà il momento, per ciascuno, «d’essere generoso»: «di pensare prima di tutto al Paese». E la “possibile rinuncia” alle primarie? «Nessuna rinuncia. Mi pare che si faccia molta confusione tra la questione delle primarie dell’eventuale coalizione e quella delle primarie come strumento di democrazia interna del Pd. Quanto al primo aspetto, lo statuto dà già la risposta e indica una sequenza logica: c’è un programma su cui si forma una coalizione e poi è la coalizione a decidere sulla primarie. Non è che i partiti della coalizione accettano preliminarmente le primarie. Accettano il programma, com’è logico che sia. Poi c’è – ben distinta – la questione di come il Pd in quanto tale affronta il tema delle primarie nelle diverse situazioni amministrative. Anche là si pone un problema che riguarda la coalizione e che, se mal gestito, anziché aprire le porte alla società civile e alle altre forze politiche, le chiude. Inoltre, sempre se mal interpretate, le primarie rischiano di provocare divisioni interne al Pd che non sono utili a nessuno. Ci sono cose da correggere proprio per salvaguardare le primarie e non snaturarle. Ma, ripeto, questo è un tema che riguarda il Pd. L’emergenza politica invece riguarda tutti: le forze del centrosinistra e le forze del centro che si sono collocate all’opposizione, le forze sociali. Noi ci rivolgiamo a tutte queste forze, poi ciascuna valuterà. Quanto al Pd, ci tengo a dirlo, siamo troppo grossi per avvertire come un problema chi ci tira di più per la giacca. Come ho cercato di dire nella manifestazione di piazza San Giovanni, dobbiamo prenderci le nostre responsabilità ed essere noi a indicare la strada. La situazione, lo ripeto, è davvero straordinaria ed eccezionale».

www.partitodemocratico.it

Galilei di Mirandola, il Pd: solito sciacallaggio della destra

L’on. Ghizzoni replica agli esponenti della destra che descrivono le scuole modenesi come allevamenti di integralisti islamici: “Famiglie, territori e scuola abbandonati dal governo”. L’on. Manuela Ghizzoni replica all’on. Bertolini che descrive le scuole modenesi come allevamenti di integralisti islamici. Ecco la sua nota.
«La stampa locale riporta l’episodio di un ragazzo turco che all’Istituto Galilei di Mirandola, avrebbe minacciato un suo coetaneo costringendolo a pregare Allah. Se dovessero esserci conferme, sarebbe certamente un fatto molto grave e riprovevole, come gravi e riprovevoli sono gli episodi di bullismo sempre più frequenti nelle nostre scuole e compiuti in gran parte da ragazzi italiani. I rappresentanti della destra però non hanno esitato a fare sciacallaggio sulla vicenda descrivendo le scuole modenesi – quindi, secondo loro, “rosse” e di centrosinistra – come allevamenti di integralisti in erba.

In un Paese normale basterebbe una risata a seppellire simili sciocchezze. Invece nell’Italia di Berlusconi anche le teorie più fantasiose hanno diritto di cittadinanza. La destra modenese ripropone ossessivamente, tramite l’on. Bertolini e il consigliere regionale Aimi, il solito disco rotto dei presunti buonismi del centrosinistra evitando naturalmente di affrontare il problema vero, e cioè la grave emergenza educativa che attraversa la nostra società e che dovrebbe essere affrontata con responsabilità e impegno da parte di tutti: istituzioni, società, famiglie, e scuola. Ma che certamente non si risolve con le politiche di un governo che ha tagliato risorse al mondo della scuola e che, attraverso la controriforma di riordino della scuola superiore, ha gerarchizzato i percorsi scolastici, ponendo al vertice l’istruzione liceale e in basso quella professionale.

In questo modo si indebolisce quel percorso scolastico che, più degli altri, intercetta studenti socialmente ed economicamente deboli (italiani e non) e che pertanto avrebbe bisogno di maggiore sostegno e di maggiore innovazione didattica, per poter garantire uguali opportunità di formazione e di crescita personale.

I territori, gli enti locali, le famiglie e la scuola sono abbandonati dal governo che non ha politiche sull’immigrazione se non quelle muscolari della Lega e dei suoi fiancheggiatori. Come se non bastasse ci dobbiamo pure sorbire la lezioncina da chi porta tutta la responsabilità di questa situazione, pur essendo nella stanza dei bottoni quasi ininterrottamente negli ultimi dieci anni. E’ veramente il colmo».

«Mia figlia è una precaria Ha 30 anni e nessun sogno», di Valentina Strada

Una mamma milanese riflette sul futuro della figlia nel giorno del trentesimo compleanno. Ripensa al giorno della nascita e ai presagi di un avvenire felice. E si interroga su un presente che sconforta. È una lettera sul futuro senza certezze dei giovani. La lettera di una «mamma arrabbiata».
Caro direttore,
ieri mia figlia ha compiuto trent’anni. Da diversi anni lavora nella stessa azienda con contratti «a progetto». Subito dopo la sua nascita, in una gelida notte di luna piena, da un finestrone del reparto maternità dell’allora già vetusto ospedale Principessa Jolanda di Milano (oggi non c’è più) ho potuto ammirare la cupola di Santa Maria delle Grazie del Bramante incorniciata da un cielo terso, luminoso e azzurro che sembrava finto, nel quale, a far da contrappunto alla luna, brillava una stella solitaria. Uno scenario di rara bellezza che mi era sembrato un ottimo auspicio per la mia bambina.
Oggi sono una madre molto arrabbiata. Non è mia figlia che mi ha deluso. E non è di lei che voglio parlare, ma dell’indifferenza di chi assiste senza scomporsi al dramma della sua generazione. Alla sua età io avevo già fatto molti sacrifici, ma avevo prospettive concrete di crescita professionale e di fare progetti per la vita. Per mia figlia e la grande maggioranza dei suoi coetanei i sacrifici non bastano: con questi giovani la realtà è stata, ed è, avara di occasioni e ladra di sogni. Possono anche dimostrare di valere, ma non hanno la libertà di inventarsi il futuro.

Abbiamo perso il valore del lavoro, la sua dignità, il suo ruolo nella crescita individuale e nella società. Non siamo stati capaci di difendere il futuro dei nostri figli. Abbiamo creduto che bastasse aver conquistato certi diritti per avere la certezza che sarebbero durati all’infinito. Complice un diffuso benessere, amplificato in principio dal «riflusso» degli anni Ottanta, abbiamo un po’ dormito sugli allori. Noi, che abbiamo potuto realizzarci grazie al lavoro, li abbiamo cresciuti nella certezza che il loro futuro sarebbe stato migliore.

Responsabilità ben maggiori hanno i governi degli ultimi vent’anni senza distinzione, la classe dirigente, le parti sociali, spesso l’inadeguatezza strutturale e formativa della scuola e dell’università. Mi sembra che nessuno, tranne noi e i nostri figli, voglia la fine di questo scandalo. Sono troppi gli altri interessi in gioco.

Con che cuore e testa possiamo accettare che i nostri giovani (e smettiamola con i «bamboccioni»), non abbiano futuro? Nonostante le lauree e i master all’estero, la loro vita sembra segnata irrimediabilmente dalla precarietà. Altro che meritocrazia. E non vale il discorso che sono pigri e viziati. I fannulloni non sono una scoperta del ministro Brunetta, sono sempre esistiti. Per fortuna sono eccezioni.

Le attuali regole del mercato del lavoro, nel tentativo di favorire l’occupazione e combattere il lavoro nero, in molti casi hanno finito paradossalmente per legalizzare la precarietà. Cos’altro si può dire quando, pur non ricorrendo le condizioni previste dalla legge, e in totale assenza di controlli, certe aziende impiegano in massa contratti «a progetto» rinnovabili all’infinito? Perché l’Inps, che da questa tipologia contrattuale riceve contributi irrisori, non controlla che siano veritieri e non degli abusi? Meno male che c’è il welfare delle famiglie. Però anche le famiglie si stanno impoverendo e non mi riferisco solo alle risorse economiche. L’infelicità dei tuoi figli, la loro impossibilità di pensare a domani con un minimo di stabilità, la loro sfiducia, frustrazione, quando non disperazione, fa soffrire anche te, ti condiziona, ti deprime, vivi male. Si vive male tutti.
Basta con l’alibi della crisi globale che paralizza la crescita del Paese. In tempi di crisi c0è anche chi si arricchisce. Non si dica più che da noi però c’è più occupazione che in Spagna. Si dica invece che ce n’è meno che in Germania e quella che c’è comprende qualche milione di lavoratori «atipici».
Credo che abbia ragione chi dice che è finito il tempo del posto fisso perché il mercato del lavoro esige sempre più flessibilità, ma andare in questa direzione senza criterio né tutele non è un passo avanti. Il processo di trasformazione sociale in atto non dovrebbe essere solo un prezzo da pagare. I giovani hanno capacità di adattamento, ma non vogliono e non devono essere ingiustamente penalizzati. Un lavoro dignitoso e flessibile ma con garanzie graduali, fino a raggiungere una certa stabilità, è un elemento importante per ridare fiducia e contribuire al rilancio dell’economia. Non lo dico io, che sono solo una madre arrabbiata, l’hanno detto e lo dicono ripetutamente economisti e giuslavoristi importanti. Ultimamente anche Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia. Sarebbe il modo migliore per dare contenuto a due principi costituzionali: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro» (art. 1) e «La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (art. 4).

Il Corriere della Sera 18.12.10

"Sorpresi da una precipitazione annunciata", di Luca Mercalli

Una banale nevicata diventa «una scintilla che fa esplodere una società sempre sull’orlo del collasso». La Stampa, 18 dicembre 2010
Appennino Pistoiese, è mezzanotte di giovedì, la luna splende in un gelido cielo, non c’è da credere che domani nevichi, ma si sa, oggi le previsioni meteo sono quasi infallibili. A guardar bene c’è un sottile velo di cirrostrati che avanza da occidente, appena un alone attorno alla luna, eccolo lì l’indizio. Alba di venerdì 17, cielo plumbeo e primi fiocchi, alla stazione di Prato comincia a imbiancare per terra. Treni in ritardo, anche il mio intercity da Napoli, dove tuttavia non nevica e ci sono tre gradi. Passato l’Appennino i prati sono verdi, a Bologna termometro a meno quattro, qualche fiocco svolazzante e altri treni in ritardo.

La neve ricompare a Forlì e a Rimini ce ne sono dieci centimetri, un paesaggio fiabesco che prosegue lungo un ceruleo Adriatico fino in Puglia, dove però la nevicata si era fatta vedere soprattutto mercoledì e giovedì: a Bari appena una spruzzata. E non è certo la prima volta che le spiagge e l’entroterra pugliesi si imbiancano all’inizio dell’inverno: il 15 dicembre 2007 si verificò la fioccata più abbondante degli ultimi anni, con 15 centimetri di manto a Foggia e perfino una trentina nell’entroterra barese. Per non parlare del 1993, quando il 2-3 gennaio le stesse zone furono coperte da mezzo metro di neve sotto le gelide correnti balcaniche.

Ma allora perché ogni volta improvvisamente tutto si complica e diventa difficile, e per una decina di centimetri di neve anche l’informazione assume contorni apocalittici? Nemmeno si può invocare la sorpresa, perché le previsioni l’annunciavano da tre giorni. Sarà forse perché il nostro contatto con l’ambiente naturale si è affievolito, completamente allontanato dai nostri ritmi quotidiani fatti di affari sempre più cittadini, corse contro il tempo, realtà virtuali, fiumi di telefonate e valanghe di Internet, dove improbabili spot pubblicitari inneggiano ad automobili senza limiti che arrampicano impavide sul ghiaccio e contrastano con la goffaggine quotidiana di chi non riesce nemmeno a uscire dal garage, e meno che mai a montare le catene.

Sarà che una banale nevicata diventa come una scintilla che fa esplodere una società sempre sull’orlo del collasso. O sarà forse perché psicologicamente vogliamo che la nevicata sia un evento di stacco, di purificazione di un mondo sporco che ci piace sempre meno.

Allora questi pochi centimetri di bianco che ricoprono i nostri paesaggi abituali diventano occasione per desiderare un rinnovamento, un cambio di prospettiva. Ci lamentiamo dei disagi ma in fondo siamo contenti di aver avuto per una giornata un diversivo e una testimonianza che là fuori esiste ancora un pianeta dove le cose semplicemente avvengono senza il nostro controllo.

Ma intanto, tra poche ore sarà tutto finito: dopo i venti nordici arriveranno, a partire da domani, quelli atlantici più miti e umidi. La neve fonderà e lascerà il posto alla pioggia su molte regioni italiane. Così, passato il gelo, torneremo a lamentarci di altre faccende.

La Stampa 18.12.10

"Ddl Gelmini, un mostro chiamato riforma", di Walter Tocci

Sciolgo volentieri il dubbio di Tommaso Nannicini sul giudizio del Pd in merito al ddl Gelmini. Esso incide con forza nella direzione sbagliata e rientra sicuramente nel caso c) della sua tavola dei giudizi. A parole promette valutazione, nei fatti produce solo burocrazia.
È un tipico esempio del format berlusconiano delle leggi-manifesto che in 15 anni hanno prodotto ottimi slogan mediatici e aggravato i problemi, come è sotto gli occhi di tutti. Il testo è composto di 171 norme, che diventeranno più di 500 con le deleghe e richiederanno 1000 regolamenti attuativi e ben 47 decreti del governo. I professori passeranno le loro giornate a scrivere regolamenti e a interpretare le nuove norme, d’altronde non avendo soldi per la ricerca potranno dedicarsi a tempo pieno alla burocrazia. Le università saranno bloccate per almeno due anni a metabolizzare l’indigestione legislativa. Anche la legge Moratti venne presentata come la riforma epocale della meritocrazia. Le degenerazioni dei corsi e delle sedi sono cominciate proprio mentre si approvava quel provvedimento, passato come acqua fresca sui difetti dell’accademia. E certo neppure il nostro governo di centrosinistra riuscì a cambiare rotta. Può reggere un sistema che nell’arco di pochi anni assiste al fallimento di due riforme epocali? Si può star male per assenza di riforme, ma si può morire anche per troppe riforme sbagliate.
Basterebbe questo per dimostrare che il testo è irricevibile. In qualsiasi paese europeo il ministro che avesse proposto 500 norme sarebbe stato rinviato nel suo ufficio a studiare meglio il problema. Solo in un paese segnato dalla mentalità dell’Azzeccagarbugli può succedere che si discuta di un mostro burocratico chiamandolo riforma. Parlare di valutazione e appesantire le norme è come “buscar el levante por el ponente”. Cosa che riuscì una volta a un grande italiano, ma il caso attuale è diverso. Infatti, se si impone per legge che tutti gli atenei debbano fare le stesse cose allo stesso modo – a prescindere dalla dimensione, dalle discipline e dal mix tra ricerca e didattica – rimane ben poco da valutare. La vera riforma, al contrario, avrebbe dovuto cancellare leggi esistenti, promuovere le innovazioni e le differenze, sollecitare il confronto tra diversi modelli organizzativi degli atenei.
Tutte le proposte del Pd andavano nella direzione di una legislazione mite che lascia fare e affida la regolazione alla verifica dei risultati, e su questa strada certo si potrà fare anche meglio in futuro. Esse tendevano anche a cambiare l’agenda per mettere al centro i veri problemi: la ricerca universitaria ridotta al lumicino, l’organizzazione della didattica ancora in mezzo al guado tra esperienze positive e fallimenti evidenti, il diritto allo studio molto al di sotto degli standard europei e degli stessi obiettivi costituzionali dell’articolo 34.
Mi dispiace che Nannicini non abbia avuto la pazienza di leggere i nostri emendamenti perché, ne sono certo, li avrebbe apprezzati come buone notizie. Le sue proposte, infatti, coincidono con quelle del Pd. Sulla tenure track volevamo «rendere equo lo scambio», per usare le sue parole, tra la temporaneità del contratto e la certezza dell’assunzione nel caso di raggiungimento dei requisiti di produttività scientifica da parte del ricercatore. Ci sono oggi circa 50 mila giovani che fanno ricerca o insegnano con contratti temporanei e con stipendi poco dignitosi. Il tabù del ricercatore a vita è stato rotto da almeno dieci anni, ma in modo selvaggio. Il ddl doveva stabilire regole credibili di accesso secondo il merito e invece di fatto conferma la giungla esistente.
Alla valutazione abbiamo proposto di riservare una quota del 20% del Fondo per l’università. La Gelmini ha annunciato sulla stampa una quota del 10%, per poi concordare con i rettori una banda di oscillazione del 3%, ottenendo in cambio il pieno consenso alla legge. Il suo mandato ministeriale si concluderà nel 2013 (?) senza aver fornito neppure un numero sulla produttività scientifica degli atenei. L’Anvur è stata approvata dal governo Prodi e in due anni e mezzo la ministra non è stata capace di metterla in funzione, ma nel frattempo ha bloccato anche l’organismo ministeriale di valutazione, il Civr, che pure aveva ben operato in passato. In mancanza di dati si utilizzano quelli di dieci anni fa, ed è meglio non farlo sapere all’estero perché ci prenderebbero per matti. Il fondo per il merito è stato istituito nel 2004, non è una sua invenzione, e non ha mai impensierito nessuno perché appunto non è ripartito sulla base di dati competitivi. Infine, in questi giorni si appresta a trasformare il Cepu in università non statale con lo stesso rango della Bocconi, abbassando paurosamente l’asticella della qualità del sistema universitario italiano. E pare che la vicenda non sia estranea ai mercanteggiamenti che hanno tenuto in vita il governo.
Ciò nonostante una parte dell’accademia ha creduto in buona fede alle balle governative sulla meritocrazia. È il segno del conformismo diffuso nella discussione pubblica nel nostro paese, soprattutto nella cultura economica. Se fa difetto, almeno in parte, proprio lo spirito critico che è un fondamento dell’università, allora la riforma è davvero necessaria, ma dovrebbe riguardare la funzione culturale di quell’istituzione, prima delle sue norme amministrative.
Infine, una risposta sui simboli. Bersani è andato sui tetti per ascoltare le proposte dei ricercatori che sono molto serie – basta leggere i loro documenti – e sempre coerenti con la regola del merito. Da ministro quando fece le liberalizzazioni subì la protesta di piazza a volte sguaiata e spesso fomentata dagli attuali ministri Tremonti e La Russa. Una coerenza del segretario si vede in questo confronto. C’è bisogno di meno corporazioni e più ricerca scientifica nel futuro italiano.

da Europa Quotidiano 18.12.10

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“Servirebbe la politica”, di Federico Orlando

Mercoledì il senato voterà la riforma universitaria marchiata Gelmini, e il sindaco Alemanno, memore dell’assalto squadrista di Almirante e Caradonna alla Sapienza (31 marzo 1968), pensa: «Serviranno più uomini». Altro da lui non ci si aspetta. Ma le persone più serie, fra cui il capo della polizia e la maggioranza pacifica degli studenti in piazza, sanno che non è solo questione di «più uomini». Sanno che per stroncare l’idra del familismo amorale, della moltiplicazione per cariocinesi delle cattedre e delle sedi universitarie distaccate, dell’invenzione di insegnamenti per un solo studente, del divieto di rettorati a vita, non c’è bisogno di “riforme epocali”. Basterebbero, con una “programmazione pragmatica” all’americana, circolari epocali, rispettose dell’autonomia.
E forse qualche denuncia alle procure della repubblica, se questo governo non fosse in guerra con tutto ciò che è norma e giustizia. Invece si va a una riforma in cui di epocale c’è, oltre alla ministra, l’elusione dei due problemi centrali: che sono il finanziamento della ricerca e la cultura del merito.
Il governo si limita a sniffarli. Chi ha percorso tutto l’iter di studente, assistente, ricercatore, ordinario, emigrante di andata e di ritorno in patria – mettiamo Giovanni Sartori, Franco Ferrarotti, Ignazio Marino – denuncia (lo diciamo con le parole del medico-senatore) che «la straordinaria carenza di finanziamenti riflette la scarsa importanza che da noi si dà alla ricerca come strategia dello sviluppo di tutta la società». In America, dove non solo la ricchezza ma anche la crisi è assai più grande che da noi, nel 2011 saranno spesi in ricerca 30 miliardi di dollari (25 miliardi di euro) pari alla nostra intera manovra finanziaria.
Quanto alla cultura del merito, casi come quelli di Marino o di altri ricercatori spiegano che cosa sia quella cultura: «Arrivato in Usa nel 1985 – racconta – compresi che il mio contratto per un anno era la mia più straordinaria risorsa, perché, di anno in anno, sarei stato rivalutato sempre di più sulla base dei miei risultati scientifici. Il mio precario assegno per 365 giorni, rinnovabile, era la leva che consentiva a un immigrato con visto di studio, e solo successivamente anche di lavoro, di conseguire infine l’ingresso permanente nel paese, come direttore del centro trapianti del governo americano a Pittsburgh. Sarebbe come se in Italia, un immigrato dalla Nigeria, molto capace, dopo 7 anni diventasse direttore del Cnr o dell’Agenzia Spaziale».
È questa la democrazia che l’avvocata Gelmini non conosce. E non è solo americana. In Inghilterra, dove il nostro senatore fece la sua prima esperienza al centro trapianti di Cambridge, diretto da Sir Roy Calne (la regina lo aveva fatto lord perché era l’unico al mondo capace di trapiantare fegati nell’uomo), si recò in segreteria per sapere a chi rivolgersi per orientarsi. «A Sir Roy – fu la risposta – gli lasci un bigliettino nella casella postale alla sua porta, e le risponderà». Stralunato, il giovane italiano scrisse al Sir, infilò la letterina, e la sera, ritirandosi, trovò nella corrispondente casella della propria porta la risposta di Sir Roy, scritta con la stilografica nera. Quale distinzione si fa in Italia tra un vero “barone” e un avventuriero baronetto? Nessuna.
Così si usa la livella, chiamata età di pensionamento. È l’altra faccia del razzismo anagrafico, quello che ammazza i “baroni” anche veri per fare “largo ai giovani”? Quali baroni e quali giovani? La riforma sembra aggrapparsi solo al cimitero, dove il barone e il suo cameriere (poetava Parini: lei lo conosce, ministro?) sono livellati nella stessa terra; e al giovanilismo, di cui l’antifascista Croce, che lo distingueva dalla gioventù, diceva «è una malattia da cui si guarisce».
Meglio avrebbe fatto la ministra ad aggrapparsi a un minimo di programmazione. Quella pragmatica di cui dicevamo. Il suo collega Fazio fa sapere che nei prossimi dieci anni saremo carenti di personale sanitario. E non succede niente.
Negli Usa, ogni anno i presidi di medicina (e le università sono in gran parte private) si riuniscono per le previsioni sulle esigenze del paese: quest’anno si sono riuniti per sapere di quanti medici ci sarà bisogno nel 2016, e hanno deciso quanti studenti possono entrare in facoltà nel 2011. Noi sappiamo (ce lo dice Fazio) che avremo bisogno di ventimila medici tra 10 anni, ma non c’è stata alcuna riunione di presidi col ministro della salute per valutare quanti studenti in più o in meno dovranno essere iscritti l’anno prossimo. Ci sarà un motivo. Lo pensano molti studenti. Pensano che tutta la politica di questo governo sia premeditatamente rivolta a impoverire l’istruzione pubblica per favorire quella privata in cambio di benedizioni. La mancanza di programmazione nell’insegnamento pubblico è quanto di meglio ci sia per ammazzarlo. Così istruzione e salute torneranno privilegio di ceto. Senza bisogno di cancellare la costituzione del 1948.
La rivolta dei giovani, a differenza della Pantera e dell’Onda, è dunque una ribellione anche di carattere sociale generale, contro il governo ancien régime Berlusconi-Bossi. Essa si arricchirà sempre più di presenze di studenti stranieri – la rivolta inglese è contro le tasse, preludio di privatizzazione. E troverà, come il 14, il suo detonatore in altri atti sconsiderati del governo, siano riforme alla Gelmini o voti di fiducia espressi da vacche parlamentari.
Ai giovani – secondo il filosofo Giacomo Marramao – è stata tolta la dimensione del tempo storico lineare garantito. Con la conseguenza che ogni atto che cada come sale sulla loro ferita crea quella che Machiavelli chiama l’ “occasione” e i greci avevano chiamato kairòs: la nuova dimensione del tempo, sussultorio, violento, che altera i comportamenti individuali normali, trasformandoli in rabbia, rottura, come ha fatto la fiducia al governo, piovuta nel mezzo della protesta anti-Gelmini. Le vite precarie – e i giovani italiani sono al penultimo posto in Europa per garanzie di occupazione – sono più facili da orientare e a orientarsi verso la violenza. Che a volte è gratuita, ma nasce sempre da disagio reale. È un problema che va al di là della buona volontà di Manganelli, della polizia, dei carabinieri sottopagati e male attrezzati. È un problema di classe dirigente.
Francamente non si capisce perché, di fronte alla rozzezza intellettuale e morale della maggioranza, non solo il Pd ma tutte le opposizioni non abbiano chiesto (come chiedeva ieri Europa con l’articolo di Mario Lavia) almeno una pausa di riflessione sulla riforma, sollecitandone il rinvio di qualche settimana; e non si capisce perché rettori docenti ricercatori precari studenti non abbiano promosso per tempo una conferenza nazionale dell’università, per avanzare un’autonoma proposta di riforma. Eppure, in tutti i rami dello studio, ci sono nelle università punte di altissimo valore.
Mussolini provò a mortificarle imponendo il giuramento di fedeltà. Questi mercanti da fiera le mortificano ignorandole. Solo l’alleanza (autoselezionata) tra giovani che vogliono studiare e docenti che vogliono insegnare può impedire il baratto tra leggi e benedizioni.

da Europa Quotidiano 18.12.10

"Uniti oltre il senato", di Roberto Ciccarelli

I ricercatori anti-riforma continueranno a rifiutarsi di insegnare gratuitamente. Le proteste contro la riforma Gelmini dell’università non termineranno con la sua approvazione al Senato. I ricercatori manterranno la loro indisponibilità ad insegnare gratuitamente e non escludono di adottare altre forme di dissenso quando la riforma verrà tradotta in regolamenti e decreti. Quelli di Tor Vergata hanno nel frattempo espresso la loro indignazione «per il vergognoso trattamento subito da tutti i fermati» durante la manifestazione di martedì a Roma, insieme alla solidarietà per Gerardo Morsella, matematico trentasettenne, anche lui fermato ingiustamente e poi rilasciato. «Penso che quella di martedì sia stata un’enorme esplosione di indignazione – afferma Alessandro Ferretti, fisico e membro della rete 29 aprile – catalizzata dalla contigente e indegna votazione sulla fiducia al governo, ma anche da anni di malgoverno e dall’insofferenza per la pessima distribuzione della ricchezza e del lavoro nel nostro paese. Spero che i giovani non restino abbacinati dalla sensazione liberatoria dovuta allo sfogo di una rabbia repressa e continuino a mobilitarsi con la stessa forza e maturità che hanno dimostrato in questi mesi».
Il governo però tira dritto e approverà il Ddl. Perché tanta determinazione?
In questo comportamento c’è un forte desiderio di destrutturare l’istruzione pubblica. Sono arrivati al punto che ora o mai più. Del resto, con tutto quello che è successo, se si tirassero indietro ora la loro sarebbe una sconfitta culturale, prima ancora che politica.
Una sconfitta culturale?
Sì, perché vogliono far diventare l’università un’istituzione che prepara le persone allo sfruttamento e non all’autonomia. Una persona che non ha gli strumenti per comprendere il mondo, non può difendersi dalla forza di chi ha il potere. Bisogna invece pensare ad un altro modo di concepire l’istruzione e la formazione. Dare cioè una preparazione che mira a far maturare la persona e non a darle esclusivamente competenze di tipo tecnico o applicativo.
Che ne sarà della vostra protesta dopo l’approvazione del Ddl?
Manterremo l’indisponibilità. Presto si aprirà la partita degli statuti degli atenei che dovranno essere riscritti. Ci muoveremo per compensare i disastri della riforma adottando statuti il più possibile democratici. Ad esempio, la scelta dei consiglieri di amministrazione dovrà rispondere a criteri scientifici, e non solo gestionali. Dovranno essere eletti da studenti, precari, tecnici amministrativi, oltre che da ricercatori e docenti.
E se l’indisponibilità non bastasse?
Non parteciperemo alle commissioni che organizzano la didattica e la ricerca. E potrebbe essere dirompente la richiesta del numero legale nei consigli di facoltà che non viene quasi mai raggiunto.
Perché avete rifiutato la promessa del ministro Gelmini di 1500 concorsi da associato in tre anni?
Perché la nostra protesta non è corporativa. I finanziamenti devono essere equamente distribuiti e devono garantire anche il reclutamento dei precari, oltre che l’attività didattica e di ricerca.
Avete l’impressione che la vostra sia una voce isolata nel mondo accademico?
Al contrario, molti professori iniziano a rendersi conto del problema. Per il Conpass, il coordinamento degli associati, faranno ricerca senza fondi, contando ancor meno negli organi accademici. Certo, non è la stessa situazione dei precari, ma rende l’idea della crisi di un intero sistema.
Sono giustificati i timori di chi pensa che la riforma bloccherà gli atenei?
Questo è sicuro. La riforma Gelmini per funzionare necessita di centinaia tra regolamenti e decreti. Se pensiamo che quelli della legge Moratti non sono ancora stati emanati è facile pensare che l’approvazione della legge implicherà un congelamento delle attività a tempo indeterminato.

Il Manifesto 18.12.10