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Rimini vieta le pubblicità sessiste Stop alle offese alle donne

Rimini mette al bando le pubblicità sessiste. Il Consiglio Provinciale di Rimini ha approvato il bilancio previsionale 2011 e il piano triennale degli investimenti fino al 2013. E nel mezzo della discussione ha approvato all’unanimità un ordine del giorno per «la moratoria delle pubblicità lesive della dignità della donna e contro l’uso di stereotipi femminili», presentato da Leonina Grossi, Pd, consigliera delegata alle Pari Opportunità.

Un punto a capo ai manifesti offensivi e volgari di aziende e commercianti che per vendere magari condizionatori d’aria o impianti di irrigazione automatica ci infilano comunque una provocante fanciulla o un garbatissimo doppio senso. In questo senso basta scorrere la fotogallery sul sito dell’Unità mandata dai lettori di tutta Italia.

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Adesso Rimini si candida a emanciparsi da cosce lunghe, scollature smodate, slogan insensati. Va detto infatti che identico ordine del giorno era già stato approvato dai consigli comunali di Rimini, Novafeltria, Coriano e Riccione. Adesso il divieto scatta per l’intera provincia. Un segnale non da poco, nella riviera famosa per le notti brave, i DJ trendy, l’estate low cost, i flirt patinati.

L’Unità 17.12.10

"Un comitato di liberazione nazionale per sconfiggere il cavaliere", di Carlo Galli

Il primo risultato del voto di fiducia a favore del governo è che quando si andrà alle elezioni – anticipate o meno che siano – a Palazzo Chigi ci sarà Berlusconi, e si voterà con questa legge elettorale. Che era appunto il principale obiettivo del premier, dimostratosi ancora una volta un duro e spregiudicato combattente. Ma il secondo risultato è che i suoi margini di maggioranza, e quindi di manovra, si sono paurosamente assottigliati a tre deputati (forse dieci, se i suoi ultimi proclami di vittoria si riveleranno fondati), mentre, specularmente, l´opposizione, pur restando minoranza, si è molto rafforzata. Non solo nei numeri, ma anche nella qualità. Il Terzo Polo, infatti – la convergenza tra Fini, Casini, Rutelli – può introdurre grossi elementi di novità nella dinamica politica. Prima di tutto per il suo potere di coalizione – la capacità di allearsi sia con la destra sia con la sinistra, che è propria di tutti i Centri – ; e poi perché questo è, in una prima fase, limitato. La violenza del conflitto tra Fini e Berlusconi, non rende infatti immediatamente verosimile una loro collaborazione di governo. Il Terzo Polo, almeno in una prima fase, dovrà correre da solo, o avere come unico possibile alleato il centrosinistra.
Se seguisse la sua vocazione e si presentasse in piena autonomia agli elettori, e ottenesse un accettabile successo – la quantificazione è ora del tutto prematura, ma dovrebbe collocarsi verso il 15%, o almeno con grande margine sopra il 10 – , vorrebbe dire che avrebbe intercettato un settore di elettorato moderato ma non reazionario, stanco dell´inconcludenza di Berlusconi e di Bossi, e dello sfascio sociale e istituzionale prodotto dalla destra al governo. Anche solo per questa via la presenza del Terzo Polo alle elezioni potrebbe far perdere alla destra la maggioranza al Senato. Naturalmente, contro questa ipotesi le armi di Berlusconi sono le solite: per impedire il formarsi di quel clima di normalità che rende possibile l´emergere anche di un´opinione moderata, cercherà di esasperare i toni della campagna elettorale, di trasformarla in uno scontro di civiltà per la difesa della libertà, e insomma di accentuare la polarizzazione dell´elettorato. Fra i dogmi berlusconiani c´è la convinzione che l´Italia sia un Paese strutturalmente di destra, e che sia sufficiente alzare la voce per fare emergere questa verità. Il che, finora, gli è riuscito.
Ma la legge elettorale vigente vuole che alla Camera si corra per vincere, e quindi per accaparrarsi il premio di maggioranza su scala nazionale. E qui l´alleanza del Terzo Polo con il centrosinistra si rende necessaria. Si tratta di capire se è anche possibile politicamente. A questo riguardo, un importante effetto del Terzo Polo è appunto di rendere Fini – proprio in quanto federato con Casini e Rutelli – una risorsa spendibile anche in un patto elettorale con il Pd, al quale un´alleanza solo con il leader di Fli avrebbe potuto creare non pochi problemi. Naturalmente, il Pd dovrebbe chiarire che con il Terzo Polo si tratta di stipulare un patto di carattere emergenziale, dettato non solo dalla legge elettorale ma anche e soprattutto dall´esigenza di mettere in sicurezza la democrazia in Italia con una legislatura costituente, capace di riformare profondamente la scuola, il lavoro, la pubblica amministrazione, per dare respiro e prospettive ai giovani – oggi disperati – e alle famiglie, ormai allo stremo. E anche per modificare, naturalmente, la legge elettorale, proprio per consentire, dopo l´emergenza, una più libera e normale espressione delle forze e delle dialettiche che appartengono alla storia d´Italia.
Questa prospettiva politica, per reggersi davanti agli elettorati di centrodestra e di centrosinistra che la dovrebbero avallare e premiare, deve essere animata da fortissima carica riformista, da potente afflato etico, da spiccato spirito repubblicano; e presentarsi come un nuovo Cln, come l´ultima spiaggia della salvezza nazionale. Ma può incontrare due difficoltà. La prima è data dall´evidente sua vulnerabilità da parte di coloro che, a sinistra – da Vendola a Di Pietro – , vi si sottraessero e, tenendo le mani libere, denunciassero il compromesso tra i due Poli come innaturale e sterile, come una cinica alleanza di potere, come un tradimento del bipolarismo e, ben più importante, delle stesse ragioni della esistenza di una sinistra. Un´obiezione che sarà opportuno il Pd tenga ben presente, se non altro per elaborare un´adeguata e credibile narrazione legittimante. La seconda difficoltà sta, ovviamente, nella contro-strategia di Berlusconi – che potrebbe avere come alleate le gerarchie ecclesiastiche – di garantire una governabilità di lungo periodo riunendo i moderati (com´egli dice) in un nuovo partito Popolare, e portando Casini nell´area di governo (la Lega non fa più obiezioni) magari per garantirgli il premierato, quando il Cavaliere si farà eleggere al Quirinale. Sarebbe la fine del Terzo Polo, e la sconfitta radicale per Fini (oltre che l´inizio di un indispensabile ripensamento profondo della linea del Pd). C´è da scommettere che, nonostante le sue ultime affermazioni, se questa iniziativa verso Casini fallisse Berlusconi preferirebbe le elezioni anticipate – la seduzione in massa del popolo italiano – all´unica alternativa che gli rimarrebbe, se il Terzo Polo avesse invece successo: l´acquisto alla spicciolata di qualche deputato.

La Repubblica 19.12.10

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Franceschini, confronto online con la base “Fronte di emergenza come i partigiani”, di G. D. M.

Il segretario: non inseguo Casini, chi definisce la mia proposta politicista non capisce niente. Il capogruppo difende la proposta del segretario con un filmato su Youtube e Facebook
Bindi: la nostra è un´offerta di collaborazione a chi vuole chiudere l´epoca Berlusconi. Dario Franceschini sposa la linea indicata da Pier Luigi Bersani nell´intervista a Repubblica. E lo fa con un richiamo storico che gli è caro. «Siamo al livello massimo di emergenza democratica, i rischi sono fortissimi. Prendiamo un insegnamento dal passato: i nostri padri, prima di andare in montagna, fare le lotte partigiane, non si domandavano “sei per la monarchia o per la Repubblica?”. Prima liberarono il Paese e poi iniziarono il confronto politico. Dobbiamo ragionare allo stesso modo».
È il ritratto, anche diretto, a una sorta di Cln. Profilo negato dal segretario nel presentare la sua piattaforma democratica. Ma la sostanza è la stessa. Un nuovo patto fondativo, costituente. «Siamo ad un passo dalla fine del sistema di potere di Berlusconi, potevamo già essere in una fase diversa se alcuni deputati, due dell´Idv che hanno tradito il loro mandato perchè avevano firmato la mozione di sfiducia, non sappiamo perchè hanno cambiato idea», dice il capogruppo in un filmato diffuso su Youtube e Facebook per rispondere anche alle critiche online degli elettori. «Ora non dobbiamo rassegnarci, deprimerci, accettare l´idea scema che Berlusconi è invincibile. Anzi, è un politico che ha fallito come leader di governo. Dobbiamo insistere. I momenti più difficili e rischiosi sono quando si avvicina il momento di andarsene a casa. Ci sono i colpi di coda». Il sostegno all´apertura decisa verso il Terzo polo è pieno. L´idea di non escludere anche un´intesa con Vendola e Di Pietro pure, visto che si fa appello al senso di responsabilità di tutti. Però sono parole forti, quelle di Franceschini, ascoltate dall´altra parte del campo. E Sandro Bondi replica parlando di «un impazzimento del Pd. Il riferimento alla Resistenza è il segno emblematico di questa deriva».
Nichi Vendola respinge invece la proposta di Bersani. Difende a spada tratta le primarie e legge nelle parole del leader Pd «una resa a Casini». O peggio: «Quello che propone il Pd – dice al Corriere – mi sembra un´annessione nel Terzo polo». Il popolo del web, in larga maggioranza, condivide i timori del governatore pugliese. Ma a loro e non solo, risponde Bersani. «Chi definisce la mia proposta politicista non ha capito un tubo», spiega all´Unità. «Non inseguo Casini, propongo un patto costituente. E non sto chiuso nel Palazzo. Io sto fuori dal Palazzo, Vendola no». Il segretario definisce anche «balle» le ipotesi di defezioni nel Pd messe in giro dal centrodestra.
La sua intervista continua a dividere il mondo democratico. Per gli ecodem Della Seta e Ferrante una rottura con Vendola «segnerebbe la fine del Pd». I rottamatori mantengono una certa prudenza ma sono critici: «Al leader di Sel stiamo facendo una quantità di cross che non finisce più. Poi il ragazzo è talentuoso, la butta dentro», avverte Pippo Civati. Che ieri però ha mandato un eloquente sms agli amici: «Se Bersani vuole lasciare il Pd noi non lo seguiremo». Altre reazioni sono decisamente positive. «La proposta di Bersani non è politicista, asfittica, chiusa nell´ambito dei partiti – spiega Stefano Fassina -. Serve al Paese». Il segretario regionale Giuseppe Lupo parla di «progetto che semmai esce dal politichese e indica una prospettiva. E sarà il Pd a mostrare al Paese la sua proposta». Rosy Bindi sottolinea il senso della linea indicata da Bersani: «È un´offerta di collaborazione a tutte le forze che non vogliono solo chiudere l´epoca di Berlusconi. Vogliono molto di più: rilanciare il futuro dell´Italia».
(g.d.m.)

La Repubblica 19.12.10

Anche la Ferrari boccia la Formula 1 a Roma

Brusco passo falso per il progetto targato Alemanno-Flammini di portare a Roma un Gran Premio di Formula 1 per gli anni avvenire. Non sono bastate le rassicurazioni della premiata ditta capitolina di creare nuovi posti di lavoro e capitali per Roma: è stata la stessa Ferrari e il patron del circus Bernie Ecclestone a declinare l’ipotesi di un nuovo Gran Premio italiano oltre quello di Monza.

Il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo è stato categorico: “Per il futuro vedo una Formula 1 in cui ci sia al massimo un gran premio per ogni paese. Non di più. I calendari sono troppo lunghi e le difficoltà economiche degli organizzatori eccessive”.

A parte tutte le considerazioni di facciata, il GP di Roma rischia di essere un flop commerciale già prima della sua nascita. Un circuito che nel progetto non è molto allettante e la carenza di interesse da parte degli sponsor potrebbero portare ben presto i conti in rosso e far mollare la presa. E alla fine sembra più una trovata da Playstation che un evento sportivo.

Ermete Realacci, responsabile green economy del PD invita a considerare il rischio di danneggiare lo storico gran premio di Monza “attorno al quale già ruotano oltre 2000 posti di lavoro e 360 milioni di euro”.

Per Raffaele Ranucci il sindaco di Roma deve dimettersi: “Non so se ridere o piangere. Dopo la dichiarazione del team principal
della Ferrari Stefano Domenicali, che conferma la posizione già
espressa da Montezemolo sul Gp a Roma, è evidente che il sindaco di
Roma o ha inventato la sua telefonata con Montezemolo o ha mentito sul
suo contenuto. In entrambi casi saremmo davanti a una menzogna
inaccettabile da chi governa la capitale”.

Per Jean Leonard Touadì, deputato PD,” tutto questo iperattivismo di Alemanno e della giunta dovrebbe essere
piuttosto rivolto al risanamento delle aziende comunali appesantite
dalla presenza di moglie, figlie, portaborse, amici di corrente della
destra pigliatutto”.

www.partitodemocratico.it

Napolitano: Italia paese di migranti, immigrati indispensabili per famiglie e imprese

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha salutato la «Giornata Internazionale del Migrante» con il seguente messaggio: «In occasione della “Giornata Internazionale del Migrante” e in prossimità dell’inizio del nuovo anno, che segna anche il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, rivolgo un saluto augurale ai molti emigrati italiani all’estero e ai loro discendenti, e ai tanti stranieri immigrati nel nostro paese. L’Italia si caratterizza per il fatto di essere una terra di migranti, e la storia di questo fenomeno avrà il posto che le spetta anche nelle celebrazioni del 150° della nostra Unità.

Con il tempo l’emigrazione italiana si è notevolmente ridotta, ma non è mai cessata e, anzi di recente ha registrato una ripresa. Tuttavia il carattere della nostra emigrazione è profondamente mutato. I nuovi emigrati sono solo marginalmente lavoratori poco qualificati. A lasciare il nostro paese non solo per determinati periodi, ma definitivamente, sono spesso brillanti laureati e ricercatori, tecnici, imprenditori, personale altamente qualificato. Questa emorragia di talenti rappresenta allo stesso tempo una perdita per il nostro paese e un segnale di debolezza del nostro sistema scientifico e produttivo, della sua capacità di mettere a frutto risorse umane, di selezionare e promuovere in base al merito. Mi auguro che i nuovi, come i vecchi emigrati italiani, si trovino a loro agio nei Paesi dove vivono, studiano, lavorano, che non siano oggetto di pregiudizi e discriminazioni, che possano realizzare i propri progetti e contribuire al benessere di questi Paesi. Spero soprattutto che l’Italia possa dimostrarsi capace di invogliarli a rientrare, che possano trovare in Patria gli stessi supporti e le stesse opportunità che li hanno motivati a vivere altrove. Ma l’Italia è oggi soprattutto un Paese di immigrazione. Un’immigrazione che costituisce ormai parte integrante della popolazione. Sono già molti i figli di immigrati nati qui, è ampia la presenza di bambini e ragazzi nelle scuole, sono numerosi gli immigrati che comprano casa. L’immigrazione contribuisce a ridurre carenze di popolazione in età produttiva e di manodopera, in particolare per alcuni tipi di lavori e di qualifiche. Solo la presenza di immigrati consente alle imprese di produrre e alle famiglie di essere aiutate nella cura dei propri cari. Inoltre gli immigrati rappresentano oggi una quota significativa non solo dei nuovi occupati, ma anche dei nuovi imprenditori. Bisogna ricordare sempre questi dati fondamentali. Non si devono sottovalutare le difficoltà da affrontare e i problemi da risolvere, ma questa attenzione non deve oscurare l’imprescindibile contributo che l’immigrazione sta dando e darà al nostro Paese e l’esigenza di facilitare l’integrazione fondata sul rispetto reciproco, sul riconoscimento dei diritti di quanti sono giunti in Italia e vi risiedono laboriosamente osservandone le leggi».

Il Sole 24 Ore 19.12.10

""Le piazze non sono come gli stadi" i costituzionalisti bocciano il governo", di Vladimiro Polchi

“La limitazione della libertà personale spetta alla magistratura e non ai questori”. «In nome della sicurezza non si possono espropriare i diritti fondamentali». I costituzionalisti lanciano l´allarme e bocciano l´estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza: «Il rischio è di violare le libertà costituzionali».
Il divieto di assistere a spettacoli sportivi è una misura restrittiva della libertà personale, disposta dall´autorità di pubblica sicurezza (il questore) nei confronti di una persona ritenuta pericolosa. È una misura di prevenzione – che prescinde cioè dalla commissione di un reato – giudicata legittima dalla Consulta con la sentenza 512 del 2002. Qual è allora il problema?
«Una cosa è comprimere il diritto di tifare Lazio, un´altra limitare il diritto di manifestare contro una riforma universitaria – risponde Michele Ainis, costituzionalista a Roma Tre – in questo secondo caso, infatti, c´è una tutela costituzionale rafforzata, perché esistono diritti funzionali ad altri». Tradotto: «La democrazia non si limita al voto e se prima delle elezioni non potessi manifestare la mia opinione, verrebbe aggredito un bene costituzionale di valore ben superiore al tifo calcistico». Per questo «i beni costituzionali vanno bilanciati e in nome della sicurezza, o della paranoia della sicurezza, non si possono certo espropriare i diritti».
Sulla stessa linea, il ragionamento di Stefano Merlini, costituzionalista a Firenze: «In base all´articolo 17 della Costituzione, le riunioni in luogo pubblico possono vietarsi “solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”. Il divieto vale dunque per tutti ed è esclusa la possibilità di impedire a un singolo cittadino di partecipare a riunioni non vietate. Non solo. Sulle misure di prevenzione si discute ormai da anni. Limitare la libertà personale con pronuncia dell´autorità di pubblica sicurezza, e non del giudice, è già al limite della costituzionalità nell´ambito sportivo; se esteso alla piazza travolgerebbe tutto il sistema delle libertà costituzionali, violerebbe la riserva di giurisdizione indicata dall´articolo 13 della Costituzione e rischierebbe di riportarci a una situazione simile a quella originaria del Testo unico di pubblica sicurezza, così come varato in epoca fascista».
Contro il rischio di generalizzare una misura eccezionale si schiera anche Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza di Roma: «Con una reazione emotiva e poco razionale agli avvenimenti complessi degli ultimi giorni – sostiene il giurista – il governo ancora una volta si contrappone all´autonomia e al ruolo della magistratura, alla quale sola spetta il potere di limitare la libertà di circolazione». E ancora: «Tutto questo è segnale di una cultura di governo più attenta alle questioni d´ordine pubblico, che alle garanzie di libertà dei cittadini, col rischio concreto di disattendere il chiaro quadro costituzionale improntato al garantismo».
Alla cautela invita Federico Sorrentino, docente di diritto costituzionale a Roma, «perché – premette – vanno comprese le legittime esigenze della sicurezza pubblica». Ma non per questo il giurista nasconde la sua «perplessità su una misura grave e di dubbia conformità al quadro costituzionale». L´estensione del Daspo al di là del ristretto ambito sportivo, infatti, «non incide tanto sull´articolo 21 della Costituzione relativo alla libertà di manifestazione del pensiero, quanto principalmente sull´articolo 17 che prevede la possibilità di vietare le riunioni per motivi di sicurezza, ma mai fa riferimento al singolo manifestante».

La Repubblica 19.12.10

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“Non siamo ultras, così violate i nostri diritti”, di Corrado Zunino

Rabbia per la stretta del governo. Ma gli studenti avvertono: niente violenza, vi sorprenderemo. “Ogni inasprimento dell´ordine pubblico conferma che hanno paura della protesta”. “Ci mobiliteremo e le forze dell´ordine non ci troveranno dove ci stanno aspettando”. È il governo ad alzare le barricate, questa volta. E loro, quelli del movimento studentesco, questa volta eviteranno lo scontro: “Li sorprenderemo”. L´esecutivo si appresta a battezzare il Daspo per gli studenti che restano impigliati nei fermi della celere: universitari come gli ultras. E il ministro Roberto Maroni per martedì prossimo prospetta la fortificazione dell´area della “zona rossa” attorno ai palazzi della politica. Martedì, infatti, torna al Senato per la sua approvazione definitiva la riforma dell´Università: mercoledì dovrebbe essere licenziata grazie alla blindatura del governo sugli emendamenti e con i voti favorevoli dei finiani. Per due giorni e per la terza volta in poche settimane il centro storico di Roma sarà interdetto agli studenti in corteo con i blindati messi di traverso alle strade d´accesso.
«Ogni atto del governo, ogni successivo inasprimento dell´ordine pubblico, dimostrano che hanno paura della nostra protesta», dice Francesco Brancaccio, dottorando in Scienze politiche alla Sapienza di Roma. «Una zona rossa sempre più blindata offende l´idea di una Roma città aperta, idea che dovrebbe essere di tutte le forze politiche. Il Daspo è una limitazione della libertà di manifestare e per noi è incostituzionale. Ridurre un fenomeno politico e sociale a un problema di ordine pubblico è la peggiore delle risposte possibili». Quindi, manifesterete o no? «Siamo un movimento intelligente, che sa spiazzare. Da domani torniamo a discutere nelle facoltà, ma è già chiaro a tutti: ci mobiliteremo e la polizia non ci troverà dove ci sta aspettando. Non cadremo nelle trappole che vogliono tenderci». Gli ultimi due “mob” dell´anno saranno quindi a sorpresa e terranno conto del fatto che molti universitari stanno già lasciando le facoltà per i rientri natalizi.
All´Università orientale di Napoli domani ci sarà un incontro con gli studenti di Londra e Atene per sottolineare come l´allargamento in tutta Europa di moti violenti sia il segnale di “una crisi sociale a cui i governi voltano le spalle”. Giovanni Pagano, Scienze politiche a Napoli: «Il diritto a manifestare non è paragonabile a una partita e gli studenti, dopo la giornata del 14 con tutti i suoi problemi, sono più motivati di prima. Piazza del Popolo ci ha cambiati, ma non ci ha frenato». A Napoli sono ripartite le occupazioni delle scuole superiori e mercoledì è previsto un corteo cittadino. «C´è voglia di tornare in piazza, non c´è l´ansia. Lo faremo in modo ironico». Alla Sapienza romana domani ci saranno riunioni nelle singole facoltà, e poi dell´intero ateneo, per preparare il martedì della protesta. Luca Cafagna, Scienze politiche: «Viviamo questi nuovi provvedimenti come una provocazione, una richiesta di scontro frontale, e non ci scontreremo. Continuare ad evocare lo spettro della violenza degli Anni Settanta è un ottimo modo per non capire che gli studenti hanno grossi problemi oggi. Noi non facciamo ideologia, il governo sì».
L´opposizione alla “Gelmini” avrà tempi lunghi e il movimento si prepara a una fase di interdizione sostanziale nei confronti del decreto nel momento in cui diventerà legge. «È un provvedimento tecnicamente difficile, con una pletora di decreti attuativi che impegneranno nel tempo il governo e i tecnici del ministero. Noi daremo battaglia su ogni punto». Dalla scuola secondaria arriva l´esempio delle difficoltà concrete che le riforme Gelmini stanno incontrando. I sindacati segnalano che a Torino ottanta scuole fin qui non hanno accettato la sperimentazione che dovrebbe portare alla scelta dei professori da premiare: il “no”, in questo caso, è stato dei docenti. «Il campo di battaglia è ampio», assicurano gli universitari. Quelli del Mamiani, liceo di Roma, ieri hanno consegnato occhiali di cartone ai giornalisti, miopi nelle interpretazioni degli scontri di Piazza del Popolo: «In troppi hanno visto black bloc che non c´erano».

La Repubblica 19.12.10

"Scuola, istigazione a resistere per continuare ad esistere", di Mila Spicola

“Vieni a Marsala per un dibattito sulla scuola con studenti, precari, docenti e genitori un pomeriggio di questi?” “Certo che sì, vengo il 14 dicembre”. L’invito è della coordinatrice del circolo del pd di Marsala, insegnante di latino, “compagna di lotta”. Si può usare questo termine? Mi piaceva l’idea di essere a Marsala a ricercare l’unità d’Italia giusto in quel giorno. E così mi ritrovo sul pullman preso di corsa dopo scuola ma bloccato in mezzo al traffico dagli studenti.

“Fanno bene” per fortuna intorno riconosco simili. Siamo con le orecchie incollate alla radio, l’autista alza il volume. Sono le 13.30 del 14 dicembre 2010. Abbiate sfiducia… Tre voti. Lancio un ‘ imprecazione a voce così alta che se fossi stata una mia alunna mi sarei beccata una nota. Intanto Palermo è davvero bloccata: il porto, l’aereoporto, la stazione. Lo dice la radio.“Devono stare attenti questi ragazzi”. Lo dice l’autista. Non siamo tanti su quel bus e ognuno di noi pensa a voce alta, non parliamo tra noi. “Questo perché poi li rivotiamo, ecco perché”.

Prima di arrivare a Marsala un sms mi avvisa che a Roma sta succedendo il finimondo. La collega di partito e di mestiere mi porta a visitare un relitto di cemento sul mare: lo vedi? Doveva essere un monumento per l’impresa dei Mille. E’ incompiuto da vent’anni. Da centocinquanta, le dico io. Con quest’animo mi ritrovo , alle 17.30, in una chiesa sconsacrata, trasformata in audiorium davanti a un centinaio di persone. Eravamo tutti pronti a ben altro e ce lo leggiamo negli occhi.

Ma è tutto un attimo, torniamo a essere quello che siamo: combattenti. Lasciatemelo dire: combattenti. Nessun evento, nefasto o terribile ci farà desistere di un millimetro dalle nostre certezze: siamo qui per difendere qualcosa e allora via. Si comincia. Parlo alla fine, dopo una preside, una studentessa di biologia dell’Università di Trapani e dopo l’insegnante di latino.

Donne di cultura che, tranquille e spedite, testarde e imperterrite, ripetono senza stanchezza discorsi detti e ridetti più volte in questi anni. Anche qualche notizia recente: i dati Ocse assegnano alle scuole pubbliche un bel primato: se non fosse per i tragici risultati delle prove dei ragazzi delle private, l’Italia sarebbe ben dieci posizioni più su nella classifica. Leggo espressioni d’orgoglio. Però a noi ce li hanno tolti, i soldi, alle private no, anzi.

Mi fermo perché sto osservando quel luogo splendido: gli affreschi, gli stucchi, gli arredi. E mi vien fuori a voce alta: alzate le teste e guardate in silenzio, questo noi siamo e questo stiamo difendendo. La rivoluzione della bellezza e della conoscenza per tornare a essere mille volte italiani. No, non parliamo di quello che è accaduto qualche ora prima dentro i luoghi delle decisioni e nemmeno di quello che sta accadendo fuori. Ci rendiamo conto che non possiamo distrarci.

Nessun mezzo di distrazione di massa per evitare la distruzione. Nessuna distrazione da quello che sta raccontando Cristina, 22 anni, e dal suo terrore del futuro. Qua dentro non esiste il vergognoso mercato dei valori che non si possono vendere, non esiste la violenza, non esiste l’esitazione. Ci siamo noi e il nostro fortino assediato ma inespugnabile, per difendere quello che siamo dai barbari. Amanuensi nemmeno tanto silenziosi. E’ l’una e mezza di notte quando il pullman mi lascia nel centro deserto di una Palermo sotto il diluvio.

Sono pochi passi e mi accorgo di avere i piedi zuppi d’acqua. Con un sorriso accenno inconsciamente “scarpe rotte eppur bisogna andar a conquistare la rossa primavera”..un mio caro amico mi obietterebbe “che linguaggio vecchio, che parole vecchie”… il rosso è uno dei colori della bandiera italiana, per chi ci crede, oggi come 150 anni fa. E c’è il bianco per dire a quei ragazzi: riflettete, state attenti. Riflettete e studiate. Per capire, per decidere secondo conoscenza e coscienza. Con calma, sapienza e organizzazione.

Armandosi di pensieri , competenza e di parole, mai di sassi. Per resistere a viso alto in una protesta sacrosanta. C’è anche il verde: tra un po’ è primavera. Domani mattina per dieci milioni di italiani c’è scuola. Come oggi e come dopodomani. E noi la difendiamo. La mia è una chiara e manifesta istigazione a resistere, per continuare ad esistere

L’Unità 19.12.10

"Avere vent´anni oggi", di Benedetta Tobagi

Si sentono dire che devono impegnarsi di più. Lo fanno già Che la loro è la “generazione meno”, quella che sta peggio della precedente. Lo sanno già. Come pure sanno che non avranno né opportunità di lavoro né pensione Ecco chi sono da Palermo a Milano, da Genova a Napoli i ragazzi scesi nelle strade per riprendersi il futuro

BENEDETTA TOBAGI
G uardateli bene negli occhi e ascoltateli, per una volta, non attraverso i dati Istat, il rapporto Censis o nell´altrui mediazione letteraria e cinematografica. Qualcuno dirà: non siate romantici, non sono tutti così. Però moltissimi sono proprio come loro, giovani adulti, più che ragazzi, ben diversi dai vecchi “adultescenti”: meritano rispettosa attenzione. Non sono mica i cuccioli del Maggio che lottavano così come si gioca cantati da De André. Luca ha già sperimentato che non può permettersi di dire no al datore di lavoro; i viaggi necessari per completare la formazione sono un sogno proibito nel cassetto, ma gestisce la frustrazione senza gettare la spugna. Oggi, non basta più dir loro: impegnatevi, bisogna sacrificarsi per i propri obiettivi. Lo sanno già. Martina nella «vita frenetica» trova il tempo per mobilitarsi, leggere, discutere: sacrifica piuttosto la vita sociale. Enrico non si è chiuso nelle sue preoccupazioni e ha individuato il primo problema nella totale assenza di solidarietà sociale. Sperimentano le prime emozioni politiche, imparano che se non si sta uniti non se ne esce. Bellissima la definizione post-ideologica di Nicola: fare politica è guardarsi intorno e capire, come premessa all´azione per ridurre il divario tra realtà e sogno.
Cosa succederà all´esaurirsi della carica dei vent´anni, fisiologico «antidoto alla rassegnazione»? Non esiste una fattispecie di reato per imputare chi sta uccidendo lentamente questo patrimonio di energie. Tanti nuovi Luca e Nicola, coi tagli alle borse di studio, domani dovranno indebitarsi o rinunciare a una formazione come si deve, finendo ancora più inermi di fronte al mercato e a una società complessa, quindi difficile da capire. Chi ripete il mantra del merito dovrebbe tenerne conto.
Rispondono implicitamente a chi si limita a constatare che sono la prima generazione dalla Resistenza che starà peggio della precedente. Lo sappiamo già, grazie. Hanno diritto di arrabbiarsi, vedendo che il discorso della classe politica non prosegue con l´analisi della situazione, né propone possibili piani sociali, politici ed economici per affrontare la sfida della nuova “ricostruzione” nella società telematica, postfordista e globalizzata. Il sacrificio, anche quello di controllare una rabbia che monta naturale, andrebbe chiesto in nome di qualcosa.
Gli studi attenti che dagli anni Novanta Sergio Bologna dedica ai problemi del nuovo sistema produttivo e contrattuale, al lavoro autonomo e atipico che coinvolge milioni di soggetti, al ripensamento radicale degli ammortizzatori sociali e della formazione, sono bellamente ignorati dai più. Anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Ichino rimangono confinate al dibattito tra addetti ai lavori. Ma questo è l´orizzonte in cui s´innestano anche queste dieci storie: l´esistenza di cittadini e lavoratori di serie B. Una drammatica ingiustizia. La loro voce seria e preoccupata ricorda i messaggi di ricercatori, italiani espatriati, giovani genitori coi figli nelle scuole pubbliche disastrate, raccolti da Repubblica.it nei mesi scorsi. La MayDay parade dei precari da dieci anni prova a rimettere al centro questi temi, ma è regolarmente subissata dal concertone di piazza San Giovanni. Bologna ammoniva di non abusare del termine “generazione”, dato che la disperante assenza di prospettive ne coinvolge più d´una (l´ha ricordato anche Barbara Spinelli da queste pagine), proponendo piuttosto la definizione di “web class”, sottolineava che abbiamo a che fare con una middle-class impoverita, non è proletariato, né “moltitudine”. I vecchi apparati concettuali non bastano e regna ancora la confusione persino sulle parole da usare, una tragica cecità bipartisan.
Adesso le fiammate di piazza hanno ricordato che siamo seduti su una polveriera. La paura è un formidabile strumento di controllo sociale e un pericoloso detonatore di aggressività, ma anche un meccanismo naturale prezioso per innescare una soglia d´attenzione più alta, dare una scossa e stimolare reazioni utili. In questo senso, è salutare cominciare ad aver paura: per i giovani manifestanti, non di loro. E anche con loro: chi pagherà le pensioni e sosterrà i consumi tra vent´anni? Guardiamoli negli occhi e qualcuno abbassi lo sguardo per la vergogna. Siamo tutti coinvolti.

La Repubblica 19.12.10

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«Vogliono inchiodarci alla logica della violenza. Li spiazzeremo ancora», di Toni Jop
Tra gli studenti che preparano le nuove manifestazioni: Non siamo soltano un problema di ordine pubblico. Spiazzeremo ancora, così come abbiamo sempre fatto, loro, Maroni e Alemanno, seguono schemi fissi, il movimento no, garantito ». Francesco, dottorando in Scienze Politiche, promette sorprese per il22 dicembre. La strategia nonè ancora stata messa a punto, le assemblee hanno ruminato riflessioni su quel che è accaduto il 14 dicembre quando le immagini delle auto date alle fiamme e i pestaggi ai danni di alcuni agenti hanno scippato titoli e soggettività a una manifestazione di decine di migliaia di ragazzi che lottavano e lottano perché non passi il ddl Gelmini. Alemanno ieri parlava di zona rossa, Mantovano suggeriva misure restrittive incostituzionali per mettere alla gogna il movimento, la tensione sale, si criminalizza la piazza a pochi giorni di distanza dalla prossima prova di forza per impedire ciò che, secondo i militanti dei collettivi, non verrà impedito, e cioè l’approvazione della distruzione dell’università pubblica da parte di questo governo di destra. Dice Francesca, ventiquattro anni, facoltà di Lettere della Sapienza: «Stanno cercando di trasformare il dissenso in una questione di ordine pubblico, serve per stornare l’attenzione dal loro fallimento politico e sociale». Sì,ma auto e bancomat dati alle fiamme, poliziotti picchiati mentre sono a terra o alla guida di un automezzo cos’hanno a che vedere con i vostri obiettivi politici? «Vede – risponde – quel che è successo il 14 non ce lo aspettavamo, io non me lo aspettavo. Ho provato a spiegarmelo tenendo a mente un contesto atroce: la notizia della fiducia al governo conquistata a quel modo è stata una bomba, la manifestazione in quel momento è cambiata. E guardi che io e tantissimi altri come me di fronte a quella violenza siamo rimasti sbigottiti, ma eravamo noi, era la nostra rabbia. Eppure non ho nulla a che vedere con i pestaggi o con gli incendi. Ho visto persone insospettabili ma che conosco applaudire la camionetta in fiamme. Ma è pratica, la violenza, che non ci appartiene, non è roba nostra, anzi. E non credo che il 22 assisteremo a qualcosa di simile, lo spero con tutto il cuore, chiuderemo gli spazi a pratiche che non condividiamo ». «La violenza del 14? Solo atti marginali – sostiene Alessia 23 anni, dei collettivi di Fisica della Sapienza – frutto di una rabbia troppo a lungo accumulata, ma abbiamo dimostrato di saper stare in piazza in modo pacifico anche se per due anni non siamo stati ascoltati ». Ma non è vero, come si fa a considerare nulla il credito del movimento e il rispetto politico e sociale, e la stessa fatica con cui il governo sta arrivando al voto sul ddl? Merito del movimento, ma non ne tengono conto… «Non voglio dar fuoco e nessun bancomat, se è questo che vi interessa, anche se non mi sento di condannare un abitante di Terzigno se esasperato ha acceso quelle fiamme. Sì, cercheremo di riportare le cose alla dimensione di lotta che ci compete, la nostra». «Bella cultura questo governo – questo è Francesco, il dottorando – inquadra il movimento, la piazza, il dissenso, il conflitto come inquadra uno stadio di calcio. Roma città aperta, non fosse tragico, farebbe ridere». D’accordo, ma il 22 che accadrà, c’è una parte grande ed empatica del Paese angosciata al pensiero che il Movimento cada nella trappola del potere… «Vorrei smentire questa angoscia, torneremo in piazza adottando modalità opportune e intelligenti, non saremo dove ci aspettano, riflettiamo su questa nostra forza collettiva, non si temano escalation, pratichiamo conflittualità, non violenza anche se non ci infossiamo in un dibattito sulla dicotomia tra violenza e non violenza». Chiamala dicotomia: la non violenza è un punto politico forte, anzi è la forza, anche di questo movimento.

L’Unità 19.12.10