lavoro, pari opportunità | diritti

«Mia figlia è una precaria Ha 30 anni e nessun sogno», di Valentina Strada

Una mamma milanese riflette sul futuro della figlia nel giorno del trentesimo compleanno. Ripensa al giorno della nascita e ai presagi di un avvenire felice. E si interroga su un presente che sconforta. È una lettera sul futuro senza certezze dei giovani. La lettera di una «mamma arrabbiata».
Caro direttore,
ieri mia figlia ha compiuto trent’anni. Da diversi anni lavora nella stessa azienda con contratti «a progetto». Subito dopo la sua nascita, in una gelida notte di luna piena, da un finestrone del reparto maternità dell’allora già vetusto ospedale Principessa Jolanda di Milano (oggi non c’è più) ho potuto ammirare la cupola di Santa Maria delle Grazie del Bramante incorniciata da un cielo terso, luminoso e azzurro che sembrava finto, nel quale, a far da contrappunto alla luna, brillava una stella solitaria. Uno scenario di rara bellezza che mi era sembrato un ottimo auspicio per la mia bambina.
Oggi sono una madre molto arrabbiata. Non è mia figlia che mi ha deluso. E non è di lei che voglio parlare, ma dell’indifferenza di chi assiste senza scomporsi al dramma della sua generazione. Alla sua età io avevo già fatto molti sacrifici, ma avevo prospettive concrete di crescita professionale e di fare progetti per la vita. Per mia figlia e la grande maggioranza dei suoi coetanei i sacrifici non bastano: con questi giovani la realtà è stata, ed è, avara di occasioni e ladra di sogni. Possono anche dimostrare di valere, ma non hanno la libertà di inventarsi il futuro.

Abbiamo perso il valore del lavoro, la sua dignità, il suo ruolo nella crescita individuale e nella società. Non siamo stati capaci di difendere il futuro dei nostri figli. Abbiamo creduto che bastasse aver conquistato certi diritti per avere la certezza che sarebbero durati all’infinito. Complice un diffuso benessere, amplificato in principio dal «riflusso» degli anni Ottanta, abbiamo un po’ dormito sugli allori. Noi, che abbiamo potuto realizzarci grazie al lavoro, li abbiamo cresciuti nella certezza che il loro futuro sarebbe stato migliore.

Responsabilità ben maggiori hanno i governi degli ultimi vent’anni senza distinzione, la classe dirigente, le parti sociali, spesso l’inadeguatezza strutturale e formativa della scuola e dell’università. Mi sembra che nessuno, tranne noi e i nostri figli, voglia la fine di questo scandalo. Sono troppi gli altri interessi in gioco.

Con che cuore e testa possiamo accettare che i nostri giovani (e smettiamola con i «bamboccioni»), non abbiano futuro? Nonostante le lauree e i master all’estero, la loro vita sembra segnata irrimediabilmente dalla precarietà. Altro che meritocrazia. E non vale il discorso che sono pigri e viziati. I fannulloni non sono una scoperta del ministro Brunetta, sono sempre esistiti. Per fortuna sono eccezioni.

Le attuali regole del mercato del lavoro, nel tentativo di favorire l’occupazione e combattere il lavoro nero, in molti casi hanno finito paradossalmente per legalizzare la precarietà. Cos’altro si può dire quando, pur non ricorrendo le condizioni previste dalla legge, e in totale assenza di controlli, certe aziende impiegano in massa contratti «a progetto» rinnovabili all’infinito? Perché l’Inps, che da questa tipologia contrattuale riceve contributi irrisori, non controlla che siano veritieri e non degli abusi? Meno male che c’è il welfare delle famiglie. Però anche le famiglie si stanno impoverendo e non mi riferisco solo alle risorse economiche. L’infelicità dei tuoi figli, la loro impossibilità di pensare a domani con un minimo di stabilità, la loro sfiducia, frustrazione, quando non disperazione, fa soffrire anche te, ti condiziona, ti deprime, vivi male. Si vive male tutti.
Basta con l’alibi della crisi globale che paralizza la crescita del Paese. In tempi di crisi c0è anche chi si arricchisce. Non si dica più che da noi però c’è più occupazione che in Spagna. Si dica invece che ce n’è meno che in Germania e quella che c’è comprende qualche milione di lavoratori «atipici».
Credo che abbia ragione chi dice che è finito il tempo del posto fisso perché il mercato del lavoro esige sempre più flessibilità, ma andare in questa direzione senza criterio né tutele non è un passo avanti. Il processo di trasformazione sociale in atto non dovrebbe essere solo un prezzo da pagare. I giovani hanno capacità di adattamento, ma non vogliono e non devono essere ingiustamente penalizzati. Un lavoro dignitoso e flessibile ma con garanzie graduali, fino a raggiungere una certa stabilità, è un elemento importante per ridare fiducia e contribuire al rilancio dell’economia. Non lo dico io, che sono solo una madre arrabbiata, l’hanno detto e lo dicono ripetutamente economisti e giuslavoristi importanti. Ultimamente anche Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia. Sarebbe il modo migliore per dare contenuto a due principi costituzionali: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro» (art. 1) e «La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (art. 4).

Il Corriere della Sera 18.12.10

1 Commento

  1. cesare dice

    Se avessimo una costituzione di stampo liberale e federale come quella tedesca forse potremmo ambire a competere coi tedeschi.
    Ma abbiamo la” migliore costituzione” del mondo(mezza sovietica e mezza cattolica), che però nessuno al mondo si sogna di copiare, chissà perchè?
    Finchè non è arrivato il ’69 e l’ottenimento di tanti privilegi mai più ripetibili per le generazioni successive, la macchina italiana ha funzionato e ha prodotto un miracolo economico da tanti ritenuto impossibile.
    Gli anni settanta hanno reso le aziende una sorta di ente assistenziale , l’egualitarismo esasperato di quegli anni ha distrutto il merito e la responsabilità,ma che ci si può aspettare da un paese che ha mandato in pensione trentenni con solo 15 anni di contributi. Fino a pochi anni fa abbiamo pensionato cinquantenni con 35 anni di pensione ,mentre il resto del mondo mandava in pensioni i sessantacinquenni.
    Le nostre aziende sono strozzate dalle tasse e da mille vincoli incomprensibili. Davanti alla magistratura le nostre aziende sono considerate ,associazioni a delinquere o vacche da mungere. Di fronte al dipendente hanno sistematicamente torto. Se hanno a che fare con lo stato hanno sempre torto. Se devono risquotere i tempi sono infiniti. Le regioni che si sono sviluppate di più(Lombardia,Emilia e Veneto) avevano gli operai che facevano a gara ad aprire aziende;ora visti i tanti privilegi dei dipendenti e sopratutto dei dipendenti pubblici le persone fanno a gara per accedere ai concorsi pubblici. Non è difficile trovare concorsi pubblici di 20000 persone per poche decine di posti blindati ,super sicuri nel pubblico impiego. Dobbiamo ritornare a rendere facile e redditizio avviare delle aziende, bisogna abbassare i costi dei dipendenti pubblici. Perchè tagliare le pensioni dei pensionati futuri e lasciare così ricche quelle di chi si è pensionato con pochi anni di contributi? Se un diritto è di tutti è un diritto se non è di tutti è un privilegio. Bisogna cancellare i tanti privilegi delle vecchie generazioni per dare una possiblità alle nuove generazioni.

I commenti sono chiusi.