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"Il senso del traditore", di Ferdinando Camon

Mai come in questi giorni è risuonata, in tv e sui giornali, la parola «tradimento». Pare che molti nostri parlamentari siano traditori: traditore chi è passato adesso da sinistra a destra, chi è passato in precedenza da destra a sinistra, o da destra e sinistra al centro. «Tradimento» è un concetto polivalente. Fatalità, sul più diffuso quotidiano nazionale si leggeva proprio ieri la citazione di un generale tedesco, che alla fine della Seconda guerra mondiale ha dichiarato: «Non so chi vincerà la terza guerra mondiale, ma so chi la perderà: colui che si alleerà con l’Italia, perché l’Italia lo tradirà». Ecco, partirei da questo concetto: l’Italia, nella Seconda guerra mondiale, ha tradito la Germania. Contesto in toto questo giudizio. È un giudizio che va capovolto.

L’Italia è entrata in guerra (sbagliando, perché la guerra, quella guerra e tutte le guerre, sono, come qualcuno aveva pur detto, «un’inutile strage») insieme con un alleato, contro un nemico, per un traguardo. Pochi mesi dopo tutto era cambiato: alleato, nemici, traguardo. L’alleato aveva allargato a dismisura il fronte dei nemici, s’era fatto nemico tutto il mondo, anzi adesso aveva scoperto anche dei nemici interni da eliminare, i nemici di razza. La soluzione finale con la tecnica dello sterminio fu attuata nell’agosto del ’40. La guerra era diventata una guerra contro l’umanità. Tra i tedeschi c’erano intellettuali che ragionavano (la Rosa Bianca ne era una piccola espressione) sulla liceità, per un tedesco, di augurarsi la sconfitta della Germania. Pareva loro che questo fosse l’unico modo perché la Germania sopravvivesse. C’era anche Thomas Mann fra questi. Si ponevano il problema di come salvare la Germania, come ridarle il diritto di sedere tra le nazioni civili d’Europa. Traditori o salvatori? In Italia poco dopo si porrà lo stesso problema. La scelta tra Resistenza e Salò era una scelta tra due opposti: chi era fedele all’Italia e chi la tradiva? Benedetto Croce dice che nel corpo della nazione italiana, nato liberale, il fascismo s’era infiltrato come una malattia, e che la fine del fascismo fu la fine di una malattia, diciamo pure una guarigione. Non so se si possa mantenere questa metafora, perché la malattia è sempre non-voluta, arriva come una disgrazia, mentre sul fascismo c’è chi pensa che avesse un vasto consenso popolare. Ma il concetto resta: se il fascismo era una dittatura, continuare a servirlo era una prova di fedeltà? E il distacco dal fascismo era un tradimento? o era un tradimento del male, quindi una fedeltà al bene?

Anche le associazioni criminose chiedono la fedeltà e accusano chi le abbandona di tradimento. Si chiamino mafia, camorra o ’ndrangheta, o siano associazioni terroristiche e si chiamino Brigate Rosse o Prima Linea, si attribuiscono un codice etico per cui chi le abbandona è un traditore, un super-traditore, che merita il titolo di «infame». Ora, uno che entra nella mafia, e fa quel che la mafia gli ordina, sequestra, strangola e seppellisce, comportandosi da uomo d’onore, poi entra in crisi, si pente e collabora con lo Stato, certamente in una fase della vita è un traditore, ma quando? Quando lavora per la mafia o quando lavora per lo Stato? Non c’è dubbio che tradisce quando lavora per la mafia, e quando passa allo Stato smette di tradire. «Infame» è il mafioso, non il collaborante. Non merita fedeltà se non il bene, non c’è fedeltà se non al bene. La fedeltà al male è sempre un tradimento.

"Prima e dopo la fiducia, è un governo da bocciare comunque", di Paolo Andruccioli

La finanziaria conferma i tagli agli Enti Locali. Risultano quasi del tutto assenti misure per lo sviluppo. Tagli lineari e niente investimento sul futuro. Intanto il debito pubblico aumenta, e il sistema fiscale è sempre più iniquo e sbilanciato.
La finanziaria non si chiama più così. Ora si chiama Legge di Stabilità. Ma è una definizione che in questa situazione politica da operetta suona come una parolaccia per tutti quelli che riescono ancora a credere in qualcosa oltre il potere mefitico dei trenta denari. Così è finita la Seconda Repubblica, ma il governo del tycoon rimane incollato alle sue poltrone permettendo così ai suoi ministri di proseguire nella loro opera da guastatori.

I primi effetti del voto di fiducia, oltre al varo (istituzionalmente obbligato) della Legge di Stabilità, saranno infatti il varo della riforma Gelmini e la cancellazione dello Statuto dei lavoratori, progetto su cui il ministro Sacconi ha investito ormai tutta la sua carriera politica. La Legge di Stabilità e tutto il blocco delle politiche economiche e del lavoro del centrodestra (che equivale a parlare di meticoloso smantellamento dei diritti) non piacevano alla Cgil prima del voto di fiducia e non piacciono alla Cgil dopo il voto di fiducia. “Avremmo bisogno di politiche che affrontino la crisi e i problemi del lavoro, il rischio è quello delle code velenose”, ha commentato ai microfoni di RadioArticolo1 il segretario generale della Cgil Susanna Camusso a pochi minuti dal voto sulla fiducia. “È vero che il governo ha la maggioranza, ma serve comunque un’agenda politica nuova, oppure si restituisca la parola agli elettori”.

Le parole del segretario generale sono state pronunciate nelle stesse ore in cui Banca d’Italia diffondeva i dati del suo Bollettino di Finanza Pubblica: nei primi dieci mesi del 2010 le entrate tributarie si sono attestate a 294,307 miliardi di euro, riducendosi dell’1,8% (-5,2 miliardi) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo stesso documento di Bankitalia registra anche un nuovo record per il debito pubblico, che nel mese di ottobre ha raggiunto i 1.867,398 miliardi di euro, contro gli 1.844 miliardi del mese di settembre. Rispetto all’ottobre 2009 quando il debito delle amministrazioni pubbliche era a 1.804,5 miliardi, il debito è aumentato di circa 63 miliardi. L’aumento è ancora più alto se si calcola l’incremento dall’inizio dell’anno: rispetto ai 1.763,6 miliardi di fine dicembre la crescita è stata di 104 miliardi, con un incremento del 5,9%.

Queste cifre aride solo all’apparenza significano un grandissimo segnale rosso di emergenza. I conti pubblici italiani, dietro la facciata di presentabilità del ministro Tremonti, vanno molto male. Sempre secondo Banca d’Italia, lo stock del debito pubblico italiano in rapporto al Pil si conferma il più alto in Europa: dopo il calo rilevato nel 2007, il debito ha ripreso a crescere dal 2008, aumentando di quasi 10 punti percentuali anche nel 2009, per raggiungere un valore assai vicino a quelli rilevati alla fine degli anni ’90. E come se non bastasse, le previsioni Ocse per l’Italia ridimensionano la già modesta stima di crescita prevista dal governo per il 2010 (dall’1,2% al 1,0%) e contano un aumento del debito pubblico nel 2012 a circa il 120% del PIL a fronte delle ultime stime della Dfp, la Decisione di Finanza Pubblica. Anche l’Istat non ci regala nulla: il rapporto deficit/Pil nel 2009 è quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente (dal 2,7% al 5,3%) e, a giugno 2010 in valore assoluto, 80.800 milioni di euro, 38.225 in più del 2008.

Oltre ad essere “malati” di debito, gli italiani sono sempre più diseguali. Il sistema fiscale italiano – come si legge in un documento della Cgil nazionale – è sempre più “sbilanciato”, poiché conta su un gettito negli ultimi anni composto, da un lato, da una forte incidenza delle indirette (45% del totale, di cui l’Iva ne rappresenta il 60%, ossia il 27% del totale delle entrate), e dall’altro, dalla quota Irpef sul gettito delle imposte dirette che assume un peso particolarmente rilevante (70% delle imposte dirette e 38% del totale delle entrate), considerando, soprattutto, che tale quota per l’87% è formata da reddito da lavoro dipendente e da pensione. La distorsione è evidente a tutti. È l’Italia della disuguaglianze e delle ingiustizie. Dopo il governo da comitato di affari, ci vorrebbe un vero Clsn, Comitato di liberazione e di salute nazionale.

La manovra economico-finanziaria vale 25 miliardi di euro. Si tratta in sostanza della manovra che era stata anticipata dal D.L. 78/2010 di luglio (la cosiddetta manovra correttiva). Con Legge di stabilità si definisce meglio la previsione di spesa stabilita, pari a circa 5,7 miliardi di euro per il 2011, da attribuire sostanzialmente a rimodulazione di risorse finanziarie già inserite in bilancio. In generale, nella Legge di stabilità – come d’altronde nella previsione triennale prevista dalla manovra correttiva di luglio 2010 – sono confermati quasi tutti i tagli agli Enti Locali e, soprattutto, risultano quasi del tutto assenti misure per lo sviluppo. Tagli lineari e niente investimento sul futuro. E quello che ora più preoccupa è che questi tagli lineari saranno solo l’inizio di una nuova pesante manovra distruttiva del governo dei “guastatori”. Bisogna fermarli.

www.rassegna.it

PD: Polidori non convince. Ora CEPU non diventi università.

Dichiarazione di Marco Meloni, Responsabile Università e ricerca segreteria PD. Tra le conversioni dell’ultimora che hanno consentito al governo Berlusconi di prolungare per qualche tempo la sua agonia, c’è anche il caso dell’On. Catia Polidori, che pochi giorni fa assicurava la compattezza del gruppo di FLI sulla sfiducia, per poi cedere a un’illuminazione notturna.
Oggi l’on. Polidori dichiara di non avere nulla a che fare con CEPU. Ne prendiamo atto, e potrebbe anche darsi che la sua scelta non sia stata condizionata, come avvenuto per altri suoi colleghi, dai vergognosi episodi corruttivi che giustamente suscitano scandalo e indignazione.
Per smentire però qualsiasi dubbio il governo ha davanti a sé una sola strada: cancelli l’incredibile previsione, contenuta nelle Linee di programmazione del sistema universitario 2010-2012, che consentirebbe alle università telematiche, su loro richiesta, di trasformarsi in vere e proprie università, e inserisca nel DDL Gelmini norme che impediscano una simile prospettiva. Sarebbe l’unica conseguenza positiva determinata dai tristi episodi di queste ore.

E’ una richiesta che rivolgiamo al governo anche nel caso in cui questo regalo, che screditerebbe l’intero sistema universitario, derivasse “soltanto” dall’ostentata amicizia del proprietario della CEPU con il presidente del Consiglio, e dalla sua offerta di mettergli a disposizione la “rete” delle sue sedi territoriali a scopi elettorali. Uno scandalo non minore: e se il ministro Gelmini continuerà a non provvedere, a voltarsi dall’altra parte o a rispondere parlando d’altro, sappia che noi continueremo a insistere e a vigilare finché questa scandalosa disposizione non verrà eliminata.

www.partitodemocratico

"Con il Quirinale dovrà usare la giusta misura", di Michele Ainis

Il governo ha vinto, il governo ha perso. Tre voti in più degli avversari bastano a evitargli lo sfratto da palazzo Chigi; due voti in meno rispetto all’asticella della maggioranza assoluta lo trasformano, tecnicamente, in un governo di minoranza. Significa che a questo punto il gabinetto Berlusconi ha tutto il diritto di governare, ma non ne ha più il potere. A meno che, strada facendo, non sia capace di riconquistarlo.

Come? Con la politica, certo; ma anche con una diversa strategia istituzionale. Dopotutto il potere del governo dipende dai suoi rapporti con gli altri poteri dello Stato. Col Quirinale, in primo luogo. Davvero questi tre anni d’esperienza non hanno niente da insegnare a Berlusconi? La popolarità di Giorgio Napolitano è almeno doppia rispetto a quella del presidente del Consiglio; e certo quest’ultimo non ha tratto vantaggio dal suo repertorio di freddezze, scortesie, sgarbi più o meno plateali nei riguardi del Colle. Senza dire che il capo dello Stato è il timoniere delle crisi: un governo in condizione di pre-crisi permanente avrebbe tutto l’interesse a conservarne l’appoggio.

E la giustizia? Quanto è convenuto a Berlusconi partire lancia in resta contro i magistrati? Quanto potrà convenirgli cucinare una riforma per segare le basi costituzionali della loro indipendenza? Davvero gli ultimi comunisti abitano nei tribunali e alla Consulta, oltre che in Corea? A proposito della Consulta: fra meno d’un mese deciderà sul legittimo impedimento, l’ultimo scudo processuale del nostro premier. Accettarne il verdetto senza scomuniche o anatemi sarebbe un’esibizione di forza ritrovata, oltre a sfilare di tasca agli avversari uno dei loro argomenti prediletti. Rimane il Parlamento, rimane l’unico potere dello Stato ancora più infiacchito rispetto al governo in carica.

Per quale ragione? Perché il porcellum gli ha tolto autorità e prestigio, ha trasformato gli eletti in camerieri di partito. E infatti 11 italiani su 10 getterebbero volentieri la legge elettorale tra i rifiuti. Se il gabinetto Berlusconi fosse il motore della sua riscrittura, con un solo atto restituirebbe vigore a se stesso e al Parlamento. Ma raramente i deboli cedono alle ragioni altrui; in genere diventano aggressivi, convertono l’impotenza in prepotenza. Speriamo di sbagliarci.

Il Sole 24 Ore 15.12.10

"La partita comincia ora", di Ezio Mauro

Con tre voti di maggioranza, strappati in extremis ai finiani nell´ultima compravendita notturna, Berlusconi rimane a Palazzo Chigi. Ma per fare che cosa? Quel margine precario, appeso a mille promesse impossibili, nel giorno per giorno non consentirà al Premier di far approvare più nulla. Ma a Berlusconi i voti non servono per governare: gli servono per comandare. Ieri li ha avuti, e tanto gli basta. La politica può aspettare, il Paese anche.
Per il Cavaliere era più importante la prova di forza con Fini, sulla fiducia. L´ha vinta e, letteralmente, questa vittoria per lui non ha prezzo. Ma da oggi, l´opposizione conta un partito in più, e comperando i pontieri il Premier ha divorato anche l´ultimo ponte coi finiani. L´unico modo per sopravvivere davvero alla vittoria di ieri, è allargare la maggioranza all´Udc. Ma Casini non ha alcuna convenienza a cambiare una linea costruita negli anni, e dirà di no.
La Lega aspetta di intascare il federalismo, e dà i 30 giorni a Berlusconi. O riesce a catturare Casini, o si andrà al voto. Dunque le elezioni sono l´esito più probabile e alla fine più giusto. Ecco perché Fini dovrà dimettersi dalla presidenza della Camera, per fare liberamente la sua battaglia politica decisiva: e farla probabilmente dal centro – in una posizione che fa comodo anche al Pd – visto che a destra l´eredità post-berlusconiana gli è preclusa.
Insomma, il Cavaliere ha vinto, ma la partita è appena cominciata.

La Repubblica 15.12.10

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“Il profeta delle illusioni”, di Barbara Spinelli

C´è chi dirà che l´iniziativa di sfiduciare Berlusconi era votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola: ribaltone.
Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l´accusa di tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un´alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l´articolo 67 della Costituzione, che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è libero da vincoli di mandato e rappresenta l´insieme degli italiani. Non manca chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.
Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di presentarne subito un altro.
A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto l´etica pubblica, esasperando lo sporco spettacolo del mercato dei voti. Il mese in più concesso da Napolitano, lui l´ha usato ricorrendo a compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l´hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati, poltrone.
Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è in larga misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell´opposizione. Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto s´insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c´è, dietro l´apparenza, è la difficile ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel ´94 lo magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi, gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del partito fascista, responsabile dell´uso di gas nella guerra d´Etiopia, firmatario del Manifesto della Razza nel ´38.
Un´uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà all´opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita. Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi dall´anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.
Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: «La Chiesa si serve per convinzione, non per usi strumentali».
Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta preparando ora.
È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la sinistra e non ricostruirebbero l´Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l´ideale, ma tutti avrebbero dovuto interiorizzarlo e l´interiorizzazione non c´è stata. Anche tra il ´43 e il ´44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel ´46 all´elezione dell´assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.
Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica le cose. Abbiamo di fronte una guerra d´altro genere – il rischio di uno Stato in bancarotta–e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso. L´impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di Berlusconi. Il suo potere d´insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano («Il Quirinale vuole un governo solido») come se al Colle ci fosse già lui e non chi parla per conto proprio.
L´opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre d´opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà l´equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per ottenere poltrone, ma nell´interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà dire di aver avuto, sin dall´inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d´opposizione alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell´informazione, autonomia della magistratura, lotta all´evasione fiscale, leggi definitive sul conflitto d´interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è stato tutt´altro che ridicolo o provinciale.
I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L´unico pericolo è cadere nello scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni occorre scegliere: bisogna «o vezzeggiarli o spegnerli; perché si vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono». Lo sapeva Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell´ozio: «Sono pronti a dire ai veggenti: ‘Non abbiate visioni´ e ai profeti: ‘Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni´».
Il profeta d´illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo.

La Repubblica 15.12.10

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I “traditori” infiammano Montecitorio, di Alessandra Longo

Rissa per un´offesa alla Polidori. Insulti dal Pdl al presidente della Camera. I leghisti intonano “Va´ pensiero”. Il pd Cuperlo li critica. Risposta: “Taci, faccia di c…”
Sono le 13.45 quando Gianfranco Fini, sconfitto, lascia l´aula di Montecitorio. Ed è il momento in cui tutto il rancore represso si scatena: «Dimettiti! Dimettiti!», urlano quelli del Pdl. E i toni più forti e sguaiati sono degli ex An. Spuntano dai banchi decine di tricolori e la Mussolini corre a metterne uno lassù, dove sedeva il presidente della Camera, quasi a voler disinfettare la postazione. Cantano, con il pallottoliere in mano, l´inno d´Italia e poi corrono fuori, in Transatlantico, per intercettare Fini che passa scortato da un nugolo di commessi. Finiscono il lavoro: «Dimettiti coglionazzo».
E´ il giorno dell´insulto, della rivalsa trucida. Il Pdl si scaglia contro Fini e i leghisti escono a squadre dall´aula, tronfi con le loro cravatte verdi, intonando il Va´ Pensiero. Gianni Cuperlo, Pd, osa criticare. «Faccia di c…», gli dicono. La cifra è questa. Fuori Roma è in preda al caos, blindati, auto bruciate, cariche della polizia, dentro c´è un Parlamento attraversato da rancori profondi.
Il “ripensamento” di Catia Polidori, futurista pentita, incendia l´aula all´ora di pranzo, quando ancora la conta lascia margine al dubbio. «Non voto la sfiducia», annuncia. «Sei una troia», grida il finiano Giorgio Conte, secondo la ricostruzione della deputata Nunzia De Girolamo (più tardi smentita dall´interessato). Parte il tentativo di scazzottamento tra maschi: Granata, Menia, contro un manipolo di leghisti, i commessi in mezzo a separare. Fini, lassù, sempre più pallido, sospende la seduta. Si preannuncia la Via Crucis. Polidori è persa e subito dopo il voto la signora, imprenditrice vicina al Cepu, se ne andrà a raggiungere Berlusconi e i ministri nella sala del governo, accolta come un´eroina. Esulta Maurizio Gasparri. Assiste dal Senato alla diretta e fa subito il gesto del dito medio rivolto al suo ex leader.
Più passano le ore e più il volto di Berlusconi si illumina, si apre la giacca, si rilassa sulla poltrona. Il calciomercato sta funzionando. E nemmeno il coraggioso presenzialismo delle tre quasi partorienti, Giulia Bongiorno, Giulia Cosenza e Federica Mogherini, tutte per la sfiducia, cambia l´evolversi delle cose. Eccole lì, con il pancione, tra tifo e disapprovazione, la Bongiorno addirittura in carrozzella. Tre sì bilanciati da no pesanti come quello di Maria Grazia Siliquini, un´altra donna che abbandona Fini. Siliquini, cui pare sia stato offerto uno strapuntino di governo, si nasconde in un´ultima fila, lontana dagli ex colleghi. Annuncia il suo voto di fiducia. Quelli del Pdl la strapazzano di baci. «Brava, sei grande!». E con altrettanto vigore fischiano il suo personale nemico, il piemontese Roberto Rosso che, invece, ha saltato il fosso passando con Fli.
Non c´è nulla di solenne nel nuovo perimetro della maggioranza. Men che meno il discorso dell´ex dipietrista Domenico Scilipoti che, con gli altri compagni di merenda Cesario e Calearo, si è inventato «un gruppo di responsabilità», promotore di «una scelta dolorosa e rivoluzionaria», quella del cambio di casacca. Pensavano di astenersi e invece, voilà, votano la fiducia al premier, che hanno visto a quattr´occhi. Grande il dispiacere di Dario Franceschini, spilletta portafortuna all´occhiello, invano al lavoro per convertirli.
Giornata di colpi di scena e giravolte. Paolo Guzzanti scarica Berlusconi, dopo averlo incontrato privatamente. Silvano Moffa, anche lui reduce da plurimi incontri ravvicinati, scarica Fini. La colomba Moffa diventa killer, non si fa trovare nemmeno alla seconda chiama. Aveva preannunciato un sì alla sfiducia in cambio della testa di Bocchino ma, alla fine, non vota per niente. Bocchino: pessima giornata, per lui. Interrotto da fischi e buuh, porta stoicamente a fondo il suo attacco contro il premier: «Il traditore sei tu. Mentre noi manifestavamo contro i comunisti, tu costruivi palazzi, beneficiando dei favori della prima Repubblica».
Antonio Gaglione di NoiSud, non si fa vedere. Antonio Razzi, che ha scaricato Di Pietro, si fa vedere eccome e vota con il Pdl. «Venduto!» sibilano dall´opposizione. Sempre più rilassato, Berlusconi va a votare, tra ali di sudditi adoranti, e ignora Fini. Poi sale veloce verso la postazione dell´Udc e cerca per ben due volte di dare uno schiaffetto sulla guancia a Casini, che si sottrae. Fini vede la scena, sorride amaro.

La Repubblica 15.12.10

"Un Paese sconfitto" di Concita De Gregorio

Da dove vogliamo cominciare? Dai leghisti in aula avvolti nel Tricolore o dalle auto in fiamme e i novanta feriti nel centro di Roma, dagli pseudo manifestanti che difendono l’idv «Scilipoti dallo strapotere delle banche» e plaudono al suo sostegno al governo e alla sua liberazione dal bisogno o da quegli altri (manifestanti?) che tranquillizzano proteggendolo col braccio il finanziere che in strada impugna la pistola? O forse dalla fine, dal bacio di Berlusconi a Casini e quel che racconta e promette?
Il governo ottiene la maggioranza alla Camera per tre voti 311 a 314 e da qualunque parte la si guardi, la giornata campale di ieri, da qualunque fotogramma si decida di partire è una giornata cupa, grottesca, ridicola, misera, a tratti tragica: in strada tragica. È la giornata della sconfitta: la giornata che segna la sconfitta della politica intesa come confronto di idee e di progetti, l’unico modo lecito di intenderla, la sconfitta di un paese che esibisce al mondo intero come successo la tenuta di un governo che compra col denaro e col ricatto i parlamentari che gli servono e una piazza che dice che la sfiducia è nelle strade, che siamo a un passo dall’irreparabile, che basterebbe niente, ma proprio niente, per trasformare la guerriglia urbana in guerra civile e a poco varrebbe dopo cercare i colpevoli. Dopo è sempre troppo tardi. La tensione sociale è altissima, la distanza tra le scene vissute per strada e quelle viste a Palazzo enorme: per uno Scilipoti o una Polidori che si garantiscono i favori del premier, accolti in saletta riservata per i ringraziamenti, ci sono fuori migliaia di manifestanti, i campani travolti dall’immondizia e gli aquilani dalle macerie, giovani esasperati a cui nessuno farà altrettanti favori, che siano o non siano strangolati dai tassi d’interesse delle banche come il deputato messinese eroe d’un giorno, o di quel giorno lapide.
Ha perso l’opposizione, di un soffio. Perché si possono fare in tanti modi i conti di poi ma non c’è nessun dubbio che se Razzi e Scilipoti, eletti con l’Italia dei Valori di Antonio di Pietro, avessero votato con il partito che li ha messi in lista sarebbe finita 313 a 312, il governo battuto. Ha perso Fini perché è altrettanto vero, scegliendo un altro conto del poi, che se le due deputate del suo gruppo Polidori e Siliquini avessero seguito le indicazioni di Futuro e libertà il risultato finale sarebbe stato lo stesso, nonostante i mutui estinti e le università private finanziate (promesse, poi vedremo) ai due idv. Ha perso il Pd e non tanto per Calearo, su cui tutti oggi si accaniscono ma che da tempo aveva traslocato all’Api di Rutelli prima, al gruppo misto poi e infine a quell’improbabile gruppetto di sedicente “responsabilità” si sapeva, di Calearo, e da molto: le sorprese sono state altre ma perché non è stato possibile, evidentemente e per ragioni che i mesi a venire diranno, chiudere un’intesa su una possibile legge elettorale che tenesse insieme una maggioranza alternativa. In questo gran parte ha avuto Casini, che con tutta evidenza baciato in pubblico dal premier non ha perso niente come è solito fare, non vince e non perde quasi mai. Una certa parte l’ha avuta anche la sinistra di Vendola che reclama elezioni, orizzonte del resto prima o dopo inevitabile e oltretutto davvero in queste condizioni salutare.
L’unico problema sembra essere che si andrà molto probabilmente a votare con questo stesso sistema elettorale: quello che ha prodotto i Razzi i Siliquini i Calearo che difficilmente sarebbero stati eletti se la scelta fosse davvero in mano agli elettori.
Ha perso persino colui che in serata con voce impastata vanta da Bruno Vespa di aver vinto: perché ha vinto, sì, ma ha vinto la sua convinzione fondatissima: purtoppo in questo B. ha ragione che si trova sempre qualcuno da corrompere, c’è sempre all’ultimo minuto qualcuno da convincere, con le buone o le cattive da comprare. Diceva Bossi, in aula, un momento prima del colpo di scena: tranquilli, abbiamo anche l’ultimo voto. Ce l’avevano, in effetti. È comparso sotto le spoglie gentili della deputata umbra Catia Polidori, futurista di cui nessuno aveva sino ad allora dubitato, salutata in aula da un applauso scrosciante a mani alte di La Russa e dei suoi sodali, causa di una rissa che fa sospendere la seduta, l’esperto Menia che divide i colluttanti, il grosso Corsetto che si frappone, Fini che sospende i lavori. Battutacce, fischi, applausi. Di Catia Polidori hanno scritto per settimane e in tempi non sospetti il Corriere la Repubblica e i massimi quotidiani finanziari che fosse parente stretta di Francesco Polidori, il signor Cepu, quello che aveva assicurato a Berlusconi una capillare campagna di porta a porta, quello che ha di recente ottenuto votato anche da Catia i favori di una legge che fa grande beneficio al suo istituto per studenti difficili di famiglie facoltose. Ieri in tarda serata, dopo che Luca Barbareschi aveva detto «è stata minacciata, le hanno giurato che avrebbero fatto chiudere la sua società», la deputata Polidori ha smentito di essere legata da parentela al suo omonimo: sono solo vicini di casa, ha detto, in una frazione di Città di Castello che conta 30 abitanti, evidentemente in maggioranza Polidori. Coincidenze.
Siamo sconfitti noi, tutti noi italiani che da settimane siamo costretti ad occuparci dei casi privati le prime mogli, le aziende, i mutui di deputati di terz’ordine ci cui nessuno fino ad oggi aveva sentito parlare e che all’improvviso diventano portatori di un immenso valore marginale, decisivi per le sorti del paese. Se il signor B resta in sella lo si deve a gente come Siliquini, Catone, Cesario, Razzi, Grassano, astenuti Moffa e Gaglione, qualcuno di voi sa dire in cosa si siano distinti finora, a parte forse le loro rispettive professioni? Alcuni di loro hanno tenuto ieri l’aula col fiato sospeso fino all’ultimo: mai nessuno, immaginiamo neppure in famiglia, aveva atteso l’arrivo di Scilipoti con tanta apprensione. Mai l’ingresso in aula di Giulia Cosenza, madre imminente, era stato salutato da tanto sollievo. Federica Mogherini e Giulia Bongiorno, le altre partorienti, accolte da applausi di metà emiciclo. Può un governo dirsi vittorioso a queste condizioni? Possono gli italiani riconoscersi in un simile sistema di rappresentanza? Si può sperare qualcosa di meglio con queste stesse regole, per l’avvenire?
Chi ha più soldi e più potere vince, è questa l’unica regola. Chi ha più soldi, chi può pagare di più e minacciare più forte, chi è più persuasivo. Non è più una questione di idee, la politica non c’entra: il gruppo dei finiani si è smarcato in nome di un’idea, ha cambiato posizione in nome di un dissenso. Ha provato a immaginare una destra possibile senza e dopo il signor B., senz’altro anche immaginando il proprio avvenire: politico, tuttavia. Il proprio avvenire politico. Non un’opposizione da sinistra: un’opposizione da destra. In questo caso ha prevalso l’immediata competizione interna che si scatena ad ogni latitudine fra aspiranti bracci destri del capo: Moffa e non è il solo a pensarlo ha chiesto le dimissioni di Bocchino, ieri. Troppo potere a Bocchino, troppo in vista, troppo favorito: perché lui sì e noi no?
Dentro questo: Melania Rizzoli avvolta al tricolore e l’avvocato Consolo fischiato per aver detto no, gesti dell’ombrello e cori, baci alle dame, favori al cavalieri. Fuori la guerriglia. Roma, in una giornata prenetalizia, deserta: mezzi pubblici sospesi e blindati a transennare le strade, passanti inconsapevoli e turisti sbigottiti. Poi le fiamme, auto bruciate e letame che vola, sampietrini petardi bastoni, agenti in borghese indistinguibili dai manifestanti, manifestanti resi irriconoscibili dai caschi. Studenti delle medie che riparano a casa degli amici per paura, insegnanti che chiamano casa dicendo i ragazzi li teniamo a scuola, fuori c’è pericolo.
Non è una capitale che abbia vinto niente, questa. Non è normale dissenso, non è un Italia in cui continuare a vivere, o per chi lo preferisca tirare a campare, sereni. Non si tira a campare così. Chissà cosa pensa davvero Bossi, che oggi all’improvviso dice con insolita indulgenza verso il detestato Casini che non c’è “nessuna preclusione verso l’Udc”. Chissà se davvero il morbido intervento del suo Giampero D’Alia prelude a una nuova intesa con gli ex democristiani oggi perno del terzo polo, se il terzo polo farà da terza gamba al governo Scilipoti. Ogni tempo ha i suoi trenta denari, diceva l’altra sera Casini in tv. Giuda era uno, però. Qui c’è la fila, col numero in mano. Quindici giorni di troppo, aveva detto Bersani quando la fiducia fu fissata al 14 dicembre con pausa di chiusura delle Camere. Aveva ragione. Due settimane di mercato di troppo. Ora, all’orizzonte, non resta altro che un vivacchiare scambiandosi di volta in volta il sacco dei denari. O il voto, certo.

l’Unità 15.12.10

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Il segretario parla di «governo Scilipoti», di Simone Collini

Franceschini loda la compattezza dei 206 deputati Pd
D’Alema: «Berlusconi fattore di corrompimento». Confronto sulle alleanze, i malumori di Fioroni
Bersani: vittoria di Pirro «Di più non potevamo fare»
«Siamo al governo Scilipoti» ̧ è l’amaro commento del segretario del Pd. Si precipita verso il voto, sul piatto c’è il tema delle alleanze, Veltroni oggi riunisce gli esponenti di Movimento democratico. Fioroni si farà sentire.
Bersani si affida all’ironia, per quanto amara: «Siamo al governo Scilipoti». D’Alema, tagliente: «Berlusconi si conferma un fattore di corrompimento della vita pubblica». Franceschini sottolinea il voto unanime dei 206 deputati Pd e il fatto che la mozione di sfiducia
«sarebbe passata se non ci fossero stati i tradimenti di due deputati dell’Idv». Letta invita tutti a «non mollare» dopo questo «primo passo»: «Dobbiamo proseguire sulla linea del rapporto con Casini e Fini».
I dirigenti del Pd escono dall’Aula e via via si infilano nell’ufficio del segretario a Montecitorio, nella cosiddetta Galleria dei presidenti. Il risultato della votazione è stato dato da pochi minuti. Su un divanetto di fronte ai ritratti di Saragat e Terracini siede tutto sorridente Scilipoti, che mette il telefonino in modalità viva voce per far sentire al collaboratore che gli sta accanto che Berlusconi lo ha chiamato per ringraziarlo. Arrivano anche Bindi, Fassino, Marino, Fioroni, Gentiloni e Veltroni. Fi-
nocchiaro è bloccata al Senato per via degli scontri di piazza. Anche nel Transatlantico della Camera inizia ad arrivare l’odore di bruciato. Nella stanza di Bersani c’è un clima non proprio allegro. Di fronte agli altri seduti in circolo, il segretario definisce quella di Berlusconi una «vittoria di Pirro», difende la strategia seguita fin qui «abbiamo ottenuto il massimo possibile in questo momento, prima avevamo di fronte una maggioranza di un centinaio di voti, ora si sono ridotti a tre» ribadisce che nell’azione di contrasto al governo ci saranno «rapporti» anche con Fini e Casini e continua a insistere sulla necessità di dar vita a un «governo di responsabilità nazionale». Linea difesa da Franceschini, D’Alema, Bindi e non contestata da nessuno nel corso della riunione.
PERPLESSITÀ E CRITICHE
Ma Veltroni, che oggi riunisce gli esponenti di Movimento democratico e ha deciso di far slittare di una settimana il Lingotto 2, rimane convinto che adesso il Pd debba «investire su se stesso» evitando di impegnare tutte le energie nelle strategie parlamentari con le altre forze politiche. E Fioroni, che sta dando vita a una fondazione di ex-ppi (il nome potrebbe essere, parafrasando don Sturzo, «Liberi dai forti») evita di ripetere durante la riunione ristretta le critiche espresse di fronte ai suoi per la scelta degli interventi in aula: «D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani, manca Occhetto e hanno rifatto il Pds»).
Ma lasciando la stanza del segretario e arrivando in Transatlantico, Fioroni non nasconde le sue perplessità per il credito dato ai finiani: «L’avete ascoltato l’intervento di Bocchino? L’avete per caso sentir fare almeno un accenno al governo di responsabilità nazionale?». A un altro ex-popolare come Grassi non sono piaciuti neanche i riferimenti del capogruppo Fli all’Msi e Parisi, che pure era stato tra i primi a sollecitare la presentazione di una mozione di sfiducia, attacca: «Avrei preferito avessimo perso nel voto con le nostre ragioni, invece che all’inseguimento di un inesistente terzo polo. Quante altre sconfitte dovremo subire prima che il gruppo dirigente del Pd riveda la sua linea di condotta?». Per non parlare delle critiche proveniente dal fronte dei “rottamatori”, con Civati che constata che «la zona gianfranca, come temevamo, non ha retto» e con il sindaco di Firenze Renzi che critica apertamente la strategia seguita dai vertici Pd: «Fini in 30 anni non ha azzeccato una mossa, neanche per sbaglio. Penso a chi ha osannato Fini in questi 6 mesi, convinto fosse un “compagno” solido per il futuro».
Lo scenario
Veltroni oggi riunisce quelli di MoDem Dubbi su Fli e Casini
LE URNE E IL NODO ALLEANZE
Bersani per ora non si preoccupa, ma sa che presto potrebbe scatenarsi una discussione all’interno del Pd. Se è vero che anche dopo questo voto «non cambia nulla, il governo non ce la farà e la crisi politica ne esce drammatizzata», è anche vero che lo sbocco più verosimile in questo quadro sono le elezioni anticipate. Bersani rimane convinto che «per un Paese nei guai, pensare al voto è da irresponsabili», ma dice anche che il Pd non teme le urne. Il nodo delle alleanze è però ancora tutto da sciogliere. Non a caso alla riunione si è preferito evitare di impegnarsi in una discussione su questo punto.
Bersani punta a una coalizione in cui non rimangano fuori i centristi, e l’annuncio di Casini che in caso di voto l’Udc non si alleerà al Pd non ha fatto piacere. Un’alleanza ristretta a Pd-Idv-Sel avrebbe poche chance. Inoltre ha provocato non poca irritazione tra i Democratici, tra i lettiani ma non solo, il fatto che in una giornata come questa Vendola si aggirasse per la Camera dicendosi pronto a candidarsi a premier.

L’Unità 15.12.10

"Violenza annunciata", Giuseppe D'Avanzo

La violenza, alla fine, è diventata l´unica realtà di una giornata che ha visto manifestare a Roma gli aquilani senza ricostruzione, i napoletani senza diritto alla salute, minacciati da tonnellate di rifiuti, e soprattutto – in decine e decine di migliaia – gli studenti senza futuro, agitati dalla riforma Gelmini. Una rappresentazione dunque del disagio, dell´insicurezza di un Paese che non riesce più a farsi ascoltare, che non trova più alcuna linea di condivisione tra se stesso e chi lo governa; un Paese abbandonato, dimenticato, smarrito nelle nebbie di un illusionismo mediatico che riscrive la realtà reinventandola con una narrazione spettacolare dove l´Aquila è stata già ricostruita.
Napoli è stata già pulita; scuola, università e ricerca sono state già risanate dalle innovazioni del ministro. Il racconto autocelebrativo e bugiardo semina in chi lo subisce – e, subendolo, è ridotto al silenzio – rancore, risentimento, rabbia. Sentimenti che in questi lunghi mesi – per Napoli e L´Aquila, anni – sono rimasti freddi, sotto controllo e non hanno mai prodotto brutalità perché lucida è la consapevolezza che la violenza cancella ogni ragione e ogni possibilità di averne.
Non è stato così ieri, quando la violenza si è fatta assoluta. Come sempre accade quando diventa assoluta, la violenza ha raschiato via gli obiettivi futuri dei movimenti che erano in piazza – le loro speranze, le loro ragioni – e si è fatta padrona della giornata. Ha dominato la situazione nella ellittica spirale dove la violenza della polizia reagisce alla violenza dei dimostranti e c´è posto soltanto per la tensione, la paura, le urla, il fuoco, il ritmo dei colpi, le bastonature.
Che cosa è accaduto? Quel che si sapeva da giorni sarebbe accaduto. Un gruppo di black bloc o anarchici, chiamateli come volete, si sono impossessati della protesta e del “cuore” della Capitale. Con logiche e organizzazione “militari” hanno cercato e ottenuto lo scontro diretto con le forze dell´ordine. Hanno costruito barricate. Hanno sistematicamente bruciato auto, vandalizzato «i simboli del capitalismo» come agenzie bancarie e bancomat e distrutto l´intera area del Tridente – via del Corso, via del Babuino, via di Ripetta – a ridosso dei palazzi della Repubblica, a Monte Citorio la Camera dei Deputati; a Palazzo Madama, il Senato; a Palazzo Chigi, la presidenza del Consiglio; a Palazzo Grazioli, la residenza privata del capo del governo. Con operazioni diversive, che hanno ingannato i “reparti mobili”, sono riusciti a far esplodere tre bombe carta agli Uffici del Vicario, a pochi metri dalla Camera; a minacciare Palazzo Grazioli, a “conquistare” per lungo tempo via del Corso e poi, per più di un´ora, piazza del Popolo.
Come è potuto accadere? E´ quel che il governo dovrebbe spiegare. Si sapeva che il “blocco nero” ci sarebbe stato. Si sapeva che con loro ci sarebbero state frange dei movimenti anarco insurrezionalisti greci e tedeschi, come poi è davvero stato. E allora? Perché si è accettato di subire la loro prepotenza con lo stesso fatalismo con cui si accetta che piova e faccia freddo? Ora naturalmente ci sarà l´intelligence che dirà «l´avevamo detto», le polizie che diranno: «l´allarme era troppo generico e sommario per intervenire». Il risultato non cambia: sotto gli occhi delle forze dell´ordine, un paio di centinaia di “neri” hanno potuto devastare il centro storico di Roma, il “cuore” politico e istituzionale della Capitale e imbruttire movimenti di protesta responsabili che finora hanno fatto leva soprattutto su parole, analisi, ragionevoli argomenti. Soltanto gli irresponsabili corifei del Sovrano possono sovrapporre le violenze dei black bloc al voto di fiducia. Soltanto un Gasparri può vedere nelle «violenze di piazza, la conseguenza della predicazione violenta di troppi apprendisti stregoni». Quale predicazione violenta? Quella paziente e pacata degli aquilani? Quella ostinata e mite degli studenti e dei ricercatori universitari che, con la più violenta delle scelte, salgono su un tetto per «farsi vedere»? La verità è che nel governo, nella maggioranza c´è chi valuta come un´occasione politica – non disprezzabile con i tempi che corrono – il ritorno a una stagione di violenza. Consente di invocare «repressione», come fa Sacconi, ancor prima di comprendere e giudicare. Permette di inaugurare una nuova emergenza e ancora uno “stato d´eccezione”. Soprattutto concede di nascondere, tra i fumi delle auto bruciate e le grida contro il “nuovo terrorismo”, il fallimento di un governo incapace di dare risposte a un´Italia sofferente e fragile. E´ quella che ieri, con Roma, ha pagato il maggior prezzo a tre ore di violenza annunciata.

La Repubblica 15.12.10