Latest Posts

Welfare, le proposte del PD: rendere universali le tutele

Incontro alla sede del Pd tra il responsabile Economia del partito, Fassina, e i responsabili per le politiche industriali di Confindustria,Cgli, Cisl e Uil. Presentata la proposta per la riforma degli ammortizzatori sociali. «È positivo che le parti sociali si incontrino, col governo impegnato a pensare ad altro», dice Stefano Fassina.
«E anche che imprenditori e sindacati trovino punti di convergenza su molte questioni, come la necessità di rivedere il modello fiscale », aggiunge il responsabile Economia del Pd. «Ma la politica deve farsi carico di formulare e portare avanti una strategia di riforme ». Per questo il Pdhaorganizzato una serie di incontri con Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, Rete imprese, Confcooperative e altre categorie sul fronte della crisi economica.
Dopo l’incontro di metà novembre di Bersani con Marcegaglia, Camusso, Bonanni e Angeletti, ci sono state riunioni a livello regionale e provinciale, e ieri c’è stata una tavola rotonda alla sede del Pd a cui hanno partecipato Fassina, la senatrice del Pd e membro della Commissione lavoro Rita Ghedini, i responsabili delle politiche industriali delle sigle sindacali e imprenditoriali.
Si è parlato soprattutto di ammortizzatori sociali, dei limiti dell’attuale sistema e di come costruirne uno migliore. Il Pd ha presentato una proposta che partendo dai dati forniti da Bankitalia (relazione 2009) secondo cui sarebbero 1,6 milioni i lavoratori dipendenti o parasubordinati privi di tutele in caso di sospensione o cessazione del rapporto di lavoro, sottolinea la necessità di «universalizzare» gli strumenti di tutela, prevedendo in caso di perdita del lavoro una «graduale estensione ed uniformazione dei trattamenti di disoccupazione », indipendentemente «dalla causa di disoccupazione e senza distinzione di qualifica, appartenenza settoriale, dimensione di impresa, tipologia di contratti di lavoro». All’incontro si è parlato anche di costi. Si prevede che il finanziamento del sistema mobiliti «risorse stimabili» tra i 4,5 e i 5,5 miliardi di euro. Per il Pd, «a seconda della graduazione dell’intervento pubblico, occorrerà modulare reciprocamente il carico fiscale su imprese e lavoro.

www.partitodemocratico.it

"La democrazia dell´irresponsabilità", di Ilvo Diamanti

Domani andrà in scena il rito della fiducia al governo. Annunciato da tempo e poi rinviato. Messo in dubbio e infine ribadito. Perché la fiducia è una cosa seria. Anche se è una merce rara, in politica come nella vita quotidiana. Ma è necessaria in Parlamento: per verificare l´esistenza di una maggioranza, più che di un legame di “fiducia”.
Alla base del sostegno a un governo, a un partito o a un premier ci possono essere, infatti, diversi motivi. Spesso personali. Ostilità e solidarietà, simpatia e antipatia. Ma anche interesse e utilità. Perché nella democrazia rappresentativa non si può ricorrere al «mandato imperativo», che vincola l´eletto alla fedeltà verso i suoi elettori. Per cui gli eletti dispongono di un buon grado di autonomia individuale nelle proprie scelte. Possono, cioè, decidere con una certa libertà come agire, nelle singole questioni, ma anche in quelle più importanti. Fino a dissociarsi dalle posizioni del partito o dello schieramento nelle cui liste sono stati eletti. Non solo: fino al punto di uscire da un partito o da uno schieramento per scivolare in un altro. È sempre avvenuto, in realtà. Senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare alla rapida conclusione del governo Prodi, nel gennaio 2008. Affondato dal «voto amico».
In questa legislatura, però, il fenomeno ha assunto proporzioni ampie e inattese. Tanto da mettere in crisi – comunque vada la verifica di domani – la maggioranza larga di cui disponeva il centrodestra dopo le elezioni del 2008. A causa, anzitutto, della frattura nel Pdl, seguita al distacco insanabile di Fini e dei suoi «fedeli» (?) da Berlusconi e il suo Popolo (della Libertà). Nelle ultime settimane, in particolare, i «distacchi» e i «ripensamenti» si sono alternati e allargati, in modo frenetico. Ispirati da logiche diverse. Dove gli interessi hanno preso il sopravvento sui valori. Dove i fini politici e la morale hanno imboccato percorsi divergenti – come ha scandito con forza Eugenio Scalfari ieri. Dove la morale si è perduta, all´ombra di calcoli assai più venali. Tanto che si è parlato – e si continua a parlare – di «mercato» dei voti. E dei parlamentari. Di cui sta occupando perfino la magistratura.
Sarebbe, peraltro, poco utile – a mio avviso – circoscrivere questi comportamenti dentro i confini dell´indignazione (anch´essa una merce molto rara, in questi tempi).
Gli slittamenti di partito e schieramento, oggi, avvengono sulla spinta di incentivi diversi – seppure, talora, eguali – rispetto a quelli che alimentano la «fedeltà» politica. Cioè: i vantaggi di carriera, di reddito, di potere, di visibilità legati al ruolo di parlamentare. D´altronde, la coerenza con i principi e i fini assoluti – nel linguaggio di Max Weber: «l´etica della convinzione» – non ha mai avuto una credibilità così bassa, in politica. I legami ideologici e associativi, perfino di categoria, si sono indeboliti e quasi dissolti, insieme ai partiti e alle grandi organizzazioni di interesse. Oggi, in fondo, i parlamentari a chi rispondono? I partiti praticamente non ci sono più. Salvo la Lega. E, comunque, sono tutti centralizzati e personalizzati. Compresa la Lega. Per cui diventano – sono divenuti – canali di mobilitazione individuale. Metodi per affermarsi e riprodurre la propria posizione. Certo, Berlusconi ha diviso il mondo in due: tra se stesso e i comunisti. Fra la libertà e la barbarie. In questo modo è riuscito a restituire un senso a una politica che aveva perduto senso. Nonostante sia lecito e legittimo interrogarsi: se abbia senso una politica fondata su questa alternativa. Ma tant´è. Di fronte a uno spettacolo politico tanto desolante (in un´epoca nella quale non c´è distanza fra politica e spettacolo), si ripropone la questione posta all´inizio. L´autonomia degli eletti e dei parlamentari rispetto agli elettori. Fino a che punto può spingersi? E quando, come in questa fase, produce comportamenti del tutto dissociati rispetto alla volontà degli elettori, si può parlare ancora di democrazia – anche se rappresentativa?
Il fatto è che nella democrazia rappresentativa il principio dell´autonomia degli eletti deve essere bilanciato da quello della «responsabilità». Ricorrendo di nuovo alla lezione di Max Weber: l´etica del politico è «responsabile» in quanto considera le conseguenze delle proprie scelte sul piano pubblico. Ma anche sul piano elettorale. (Come sottolinea Bernard Manin, nei «Principi del governo rappresentativo», pubblicato da «il Mulino»)
In altri termini: gli eletti possono anche passare a un gruppo – magari uno schieramento – diverso. Proclamare l´interesse pubblico, praticando in realtà quello privato – e familiare. Però poi ne devono rispondere ai propri elettori. E agli elettori – in generale. Razzi oppure Calearo (ma solo chi lo ha candidato nel Pd poteva ignorare che non marcia a sinistra neppure quando guida in Inghilterra): dovranno rispondere delle loro posizioni e del loro operato alle prossime – più o meno imminenti – elezioni. Tuttavia, ciò difficilmente avverrà. Anzi: non avverrà di certo. Non solo perché la memoria, in politica, è sempre corta. E dal 15 dicembre, cioè: dopodomani, i «mercanti della fiducia» – finito il loro momento di gloria – probabilmente torneranno nell´ombra. Ma soprattutto perché gli elettori hanno perduto ogni potere di scelta «personale». Cioè, «personalmente», non possono esprimersi sulle «persone» che li rappresentano. In base a valutazioni retrospettive sull´azione degli eletti. Considerando gli effetti di ciò che essi hanno fatto durante il loro mandato: per noi, la nostra categoria, la nostra zona. In riferimento ai valori in cui crediamo. Perché non esistono possibilità di verifica e di controllo diretto da parte degli elettori, con questo sistema elettorale, centralizzato, senza preferenze, a liste bloccate, che premia le coalizioni. Che attribuisce alle leadership di partiti personali oppure oligarchici il potere di scegliere e decidere. Chi eleggere e dove. Chi candidare, ricandidare oppure escludere. Questa democrazia, sempre meno rappresentativa. Sicuramente «irresponsabile». E poco democratica. Riproduce e promuove un´etica dell´irresponsabilità: civile e personale.

La Repubblica 13.12.10

"Università. Dall'estero sostegno alla protesta. Oggi corteo a Roma", di A. Mig.

Gli universitari sembrano disposti a tutto tranne che a deporre le armi: domani saranno di nuovo in piazza in occasione del voto di fiducia al governo. «Noi avremo la fiducia sia al Senato che alla Camera. E prima di Natale regaleremo all’Italia una riforma dell’università, nonostante le violenze e le prepotenze». E a quelli che si oppongono, «mannamoli pe tetti, come si dice a Roma. Così si rinfrescano le idee». Il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, ostenta sicurezza e sbeffeggia i contestatori: il disegno di legge del ministro Gelmini passerà e in fretta. E chi non lo vuole sarà costretto a rassegnarsi. Gli universitari sembrano disposti a tutto tranne che a deporre le armi: domani saranno di nuovo in piazza in occasione del voto di fiducia al governo. Sempre domani la capigruppo del Senato deciderà se e quando calendarizzare la riforma del ministro. Le proteste intanto non andranno in scena solo in Italia, ma anche all’estero. Da ieri gli studenti che si trovano fuori per l’Erasmus (il periodo di studi che si fa in una università straniera) stanno manifestando il loro dissenso con sit-in e striscioni calati in luoghi simbolo in tantissime città europee e non solo. Si registrano iniziative dalla Francia alla Turchia. E su facebook è attivissima la pagina ”Erasmus si mobilitano” dove gli universitari hanno caricato decine di foto per testimoniare il loro no alla legge Gelmini.. «Noi, studenti italiani all’estero ci mobiliteremo in tutta Europa contro questa riforma e contro questo governo in crisi che si barrica nei palazzi per sfuggire al confronto», si legge in un comunicato. In Italia, invece, il cuore delle manifestazioni anti-Gelmini sarà ancora una volta Roma, dove gli organizzatori del corteo in programma per domani annunciano 50mila presenze. L’obiettivo è arrivare a Montecitorio e «circondare i palazzi» durante il voto sulla fiducia. Gli universitari partiranno dalla Sapienza. «Sappiamo che Roma sarà blindata ci saranno zone rosse. Iil nostro obiettivo è arrivare a Montecitorio».

Il Messaggero 13.12.10

"Se dopo l'asilo nido si va meglio a scuola", di Maria Novella De Luca

Più bravi a scuola, più socievoli, più autonomi. Ma anche più capaci di concentrarsi, più creativi nel gioco, più aperti verso i compagni. E se le mamme lavorano, il punteggio a sorpresa non peggiora, anzi migliora. Frequentare un asilo nido nei primi mille giorni di vita, ossia da 0 a 3 anni, sembra essere un investimento sul futuro dei bambini

Sulle loro capacità cognitive, ma anche affettive e psicologiche. Purché naturalmente la struttura sia valida, accogliente, di alto livello didattico, e non come spesso accade, un baby parking. Sono questi i risultati, ancora del tutto inediti per l´Italia, di una ricerca promossa dalla Fondazione Agnelli e firmata da Daniela Del Boca e Silvia Pasqua, docenti di Economia Politica all´università di Torino. Mettendo a confronto diverse fonti statistiche, ma in particolare i risultati degli ultimi test Invalsi (ossia sul livello di preparazione) per la seconda e la quinta elementare nell´anno 2009/10, ciò che emerge in modo netto è la maggiore preparazione sia in italiano che in matematica dei bambini che nella prima infanzia avevano frequentato un asilo nido.
Dati sorprendenti e nuovi per il nostro paese, dove da una parte c´è una grande carenza di asili nido pubblici, ma dove persiste anche una forte diffidenza all´idea di “far uscire da casa” i propri piccoli almeno fino ai tre anni di vita. Una recente ricerca della Banca d´Italia dimostra infatti che il 58% dei genitori italiani ritiene che nella prima fase della vita «è meglio i bimbi restino con le mamme». E molti psicologi e psicoterapeuti condividono questa posizione, mettendo in guardia dal senso di “sradicamento e di abbandono” che può nascere in bebè affidati a sette, otto mesi a cure esterne alla famiglia. Eppure in tutto il mondo, spiega Daniela Del Boca, «le ricerche sul childcare, cioè i servizi per l´infanzia, sono in atto da tempo, sempre di più si capisce quanto sia importante l´investimMaria ento educativo nei primi anni di vita, come ha dimostrato il premio Nobel per l´economia James Hackman, che ha evidenziato quanto i benefici dell´investimento in capitale umano diminuiscano con il crescere dell´età».
Insomma l´asilo nido come primo luogo dell´apprendimento. Vera alternativa a quello che finora è stato l´unico tipo di childcare nel nostro paese, e cioè i nonni, nove milioni in Italia, di cui 8 milioni occupati a tempo pieno nell´accudimento dei nipoti. La ricerca, dal titolo “Esiti scolastici e comportamentali, famiglia e servizi per l´infanzia”, condotta anche in collaborazione con la New York University e il Collegio “Carlo Alberto” di Torino, ribalta insomma il punto di osservazione, il nido cioè come luogo fondamentale per i bambini, oltre che salvagente per le famiglie. Entrando nel dettaglio, i test Invalsi dimostrano che gli alunni che hanno frequentato il nido hanno punteggi più alti di un punto e mezzo in italiano e di mezzo punto in matematica, percentuale che cresce per i bambini che vengono da famiglie immigrate e ancor più se la mamma lavora. «Sembra un paradosso ma è così – chiarisce Daniela Del Boca – perché se da un lato l´assenza della madre è un fattore negativo sul rendimento scolastico dei figli, questo viene compensato dalla frequentazione di un buon nido. In Italia abbiamo esperienze straordinarie, a cominciare da Reggio Emilia, e infatti le liste d´attesa sono più lunghe proprio là dove c´è una tradizione di qualità». La materia però è delicata. «Se il nido non è eccellente – dice infatti con decisione Maria Rita Parsi, psicoterapeuta di lunga esperienza – allora è meglio che i bimbi restino a casa. Se invece l´asilo, per fare un esempio che conosco, è come quello della Ferrero ad Alba, con un équipe psicopedagogica di alto livello, dove i genitori possono entrare e uscire quando vogliono, allora i vantaggi sono enormi. Purtroppo però i nidi sono spesso scadenti. E per un bimbo di pochi mesi ogni distacco è un trauma, e ogni suo piccolo grido deve essere ascoltato. Tutto questo può avvenire in un nido?».
Il dibattito è aperto. «Il nostro obiettivo – conclude Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – era proprio quello di suscitare una riflessione sull´importanza dei nidi, come primi gradini dell´apprendimento. E i nuovi dati Ocse-Pisa dimostrano ancora una volta che chi ha frequentato una buona struttura nella prima infanzia avrà un futuro scolastico più agevole».

La Repubblica 13.12.10

"Cig, seicentomila a zero ore. Per loro 7500 euro in meno", di Felicia Masocco

C’è una crisi che dura da molto più tempo di quella di governo. È una crisi di cui governo e maggioranza non si sono occupati e ora dà un po’ la nausea vedere quante energie vengono invece impiegate da falchi e colombe nel mercimonio di voti e poltrone. E se nei Palazzi si contano le ore i giorni per capire chi avrà ancora uno scranno e chi no, 1 milione e 630 mila lavoratori italiani contano le ore non lavorate, le relative paghe che non entrano, i giorni che mancano alla fine di un mese da sbarcare in austerity. Sono uomini e donne che tra gennaio e novembre 2010 sono stati messi – chi più a lungo, chi meno – in cassa integrazione. Tra loro ci sono 600mila lavoratori che negli undici mesi non hanno mai messo piede nella fabbrica, nell’ufficio, nel cantiere nel negozio: sono i cassintegrati “a zero ore”. Un’assenza coatta dal lavoro che tradotta in soldi fa 4 miliardi circa, 7.500 euro per famiglia, 683 euro in meno al mese. È la Cgil, elaborando dati Inps, a mettere tutte le cifre insieme, il quadro è deprimente. Il dato di partenza sono le ore di cassa integrazione autorizzate tra gennaio a novembre: sono oltre 1 miliardo e 100 mila. Buste paga decurtate, soldi sottratti ai risparmi (per chi poteva permettersi di risparmiare) ma soprattutto ai consumi, la sindrome della quarta settimana è talmente scontata che non se ne parla più. E ricadute sull’economia: meno reddito, meno consumi, meno produzione, meno ricchezza nazionale, più cassa integrazione, licenziamenti, fallimenti di imprese.

FALLIMENTI A proposito di fallimenti: tra le causali usate dalle aziende per chiedere la cassa integrazione straordinaria (in totale sono state 8.551), quelle per fallimento sono aumentate dell’84% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. È un pezzo d’Italia che se ne va:nona produrre a Detroit o in Polonia, sparisce proprio. Quanto ci vorrà perché queste imprese rinascano? Le cifre Cgil si riferiscono ai tre tipi di “cassa”: la cassa integrazione ordinaria (cigo, in sigla), la cassa integrazione straordinaria (cigs), la cassa integrazione in deroga (cigd). Hanno avuto andamenti diversi nei mesi. Complessivamente la “cassa” a novembre è calata del 10% rispetto a ottobre e subito sono piovuti commenti entusiastici da governo e addentellati. Confrontato con lo stesso periodo 2009, c’è stato però un aumento del 37,8%. La “straordinaria” invece cala rispetto a ottobre (-8,6%) ma se si prendono gli undici mesi di quest’anno e si raffrontano con i primi undici del 2009 l’aumento è stato del 140,6%: in pratica – spiega la Cgil – moltissime aziende passano dalla cassa ordinaria alla straordinaria che è molto più insidiosa: «Molte aziende in cigs tendono infatti a stabilizzarsi su una minore occupazione. Anche perché i consumi non riprendono». Prospettive incerte, dunque. Lo sono ancor di più per chi si trova in cassa in deroga. Questo tipo di ammortizzatore è in genere utilizzato dalle piccole imprese e da alcuni settori non coperti dagli altri due strumenti. Cala a novembre (-9,7% su ottobre), ma in 11 mesi segna un balzo del 249%. Sulla cassa in deroga c’è un bel problema di risorse: «Nell’anno in corso – spiega Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil – sono molti i lavoratori che non ricevono l’assegno per la cigd nei tempi previsti e lo stanziamento previsto per il 2011 potrebbe essere insufficiente, perché mentre il ricorso alla cigd è aumentato del 249%, il governo ha stanziato risorse pari al 2010». Si consideri che tra i lavoratori in cigd, 179mila sono a zero ore: se non corre ai ripari resteranno senza stipendio e senza “cassa”. I settori più colpiti sono quello metalmeccanico, il commercio, l’edilizia. Quanto alla ripartizione geografica, è il nord con le sue industrie a pagare il pezzo più alto, Lombardia e Piemonte in testa. Al Sud la Regione più colpita è la Puglia, al centro è il Lazio. «Quest’anno lavoratori e imprese hanno raschiato il fondo del barile – commenta Scudiere – le prospettive, senza scelte di politica industriale, non sono positive . Il governo continua a non scegliere e a subire decisioni come quelle della Fiat senza individuare politiche di intervento ».

L’Unità 13.12.10

******

“Cassa integrazione per 600mila lavoratori nel 2010 hanno perso 7mila euro a testa”, di Paolo Griseri

La crisi divora le buste paga di centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti. Nei primi undici mesi del 2010 sono stati coinvolti dalla cassa integrazione 600 mila lavoratori italiani. Ognuno di loro ha perso, in media, 7.516 euro e rischia di superare gli 8 mila a fine anno. Sempre in media infatti ciascuno dei dipendenti coinvolti nella cassa integrazione ha perso oltre 680 euro al mese, una cifra molto significativa che nella gran parte dei casi equivale a metà della busta paga. Ma la cassa ha effetti che vanno al di là delle buste dei singoli: il taglio degli stipendi ha sottratto all´economia italiana oltre 4 miliardi di euro. I dati dell´Osservatorio cig della Cgil fotografano una realtà preoccupante: «Quel che temiamo – spiega il segretario confederale Vincenzo Scudiere – è che nei prossimi mesi, finita la cassa straordinaria, non ci siano i fondi la cassa in deroga che molte aziende stanno chiedendo. Già nel 2010 è aumentata del 250 per cento».
Un massiccio ricorso alla cassa integrazione è previsto anche a Mirafiori, indipendentemente da come si concluderà il braccio di ferro in corso tra Marchionne e i sindacati. Per il 2011 infatti non è comunque previsto l´avvio di nuovi modelli mentre venerdì scorso è stata prodotta l´ultima Multipla. La settimana sarà decisiva per comprendere l´esisto del confronto su Mirafiori. Giovedì Fim e Uilm, firmatarie del contratto nazionale separato dei metalmeccanici del 2009, sono state convocate da Federmeccanica per discutere dell´ipotesi di un nuovo contratto dell´auto. Non è ancora chiaro se l´associazione degli imprenditori intende davvero escludere dalla discussione la Fiom che è presente in molte aziende della filiera dell´auto.
Antipasto della settimana sarà il faccia a faccia tra i tre segretari generali di Fim, Fiom e Uilm in programma oggi. Nel condominio più litigioso di Roma, la palazzina dei sindacati metalmeccanici di corso Trieste, l´appuntamento è alle 16. Scenderanno al pianterreno, dove ha sede la Uilm, il segretario della Fiom dal secondo piano e quello della Fim dal quarto. Una riunione che fotograferà lo stato dell´arte all´inizio di una settimana importante per la vertenza su Mirafiori. Fim e Uilm annunceranno che intendono firmare l´intesa anche sulle parti che la Fiom contesta e che dividono i tre sindacati fin dal contratto di Pomigliano.
Ben diversa la discussione sull´idea di un contratto dell´auto. I tre sindacati hanno tre diverse posizioni. Nettamente contraria la Uilm, che preferirebbe inserire norme specifiche per l´auto nell´attuale contratto dei metalmeccanici. Abbastanza favorevole la Fim, non contraria in linea di principio la Fiom a patto che il contratto dell´auto sostituisca i contratti aziendali e conviva con un contratto generale per i lavoratori dell´industria.
Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, si è comunque augurato ieri che sia possibile «raggiungere un accordo prima di Natale». Molto dipenderà da come andrà giovedì l´incontro in Federmeccanica. Senza le garanzie sul nuovo contratto dell´auto è difficile immaginare che Fim e Uilm, per quanto favorevoli all´intesa proposta dalla Fiat, possano firmare già venerdì. Probabilmente l´accordo separato (senza la Fiom) arriverà nella settimana di Natale. Poi sarà campagna elettorale in vista del referendum di gennaio.

La Repubblica 13.12.10

******

Cassa integrazione, a novembre sale fino a 1,2 miliardi di ore

Continua a crescere la cassa integrazione. Da gennaio a novembre sono state autorizzate 1,2 miliardi di ore, coinvolgendo 600.000 lavoratori. L’impatto complessivo sulle buste paga è di circa 4 miliardi di euro, pari a circa 7.516 euro in meno per ciascun dipendente.
È quanto emerge dalle nuove elaborazioni delle rilevazioni Inps da parte dell’Osservatorio Cig della Cgil. «Per l’anno in corso – spiega il segretario confederale, Vincenzo Scudiere – sono molti i lavoratori che non ricevono il contributo economico nei tempi previsti e lo stanziamento autorizzato per il 2011potrebbe non coprire i costi visto che le ore di Cig in deroga sono aumentate del 248,8% mentre lo stanziamento riflette la stessa cifra del 2009».
Dopo il dato record di ottobre con il superamento del miliardo di ore, nel complesso a novembre cala la richiesta di ore, pari a 90.705.038 (-10% su base congiunturale), ma da inizio anno l’incremento sullo stesso periodo del 2009 è del 37,8%, per un totale di ore pari a 1.117.184.693. Sul totale delle ore si registra una progressiva diminuzione degli strumenti ordinari mentre la cassa in deroga (Cigd) copre una fetta rilevante del totale monte ore.
Nel dettaglio del rapporto della Cgil si segnala il calo significativo della Cassa integrazione ordinaria (Cigo), a novembre -12,7% sul mese precedente, mentre da inizio anno sullo stesso periodo del 2009 la flessione è del 38,9%. La Cigo continua a rallentare e si stabilizza sugli ultimi valori fatti registrare ma, secondo la Cgil, «non si intravede una ripresa produttiva tale da muovere positivamente l’occupazione nei settori produttivi».
Per quanto riguarda la Cassa integrazione straordinaria (Cigs) si registra una diminuzione a novembre sul mese di ottobre del -8,6%, mentre da inizio anno l’aumento resta consistente: +140,6%. I settori maggiormente coinvolti sono: il metallurgico con +396,8% (che resta quello con l’aumento maggiore), il legno con +334,3% e il meccanico con +248,1%.
Continua il trend di aziende che progressivamente passano dalla Cigo alla Cigs e si acuisce il pericolo sulle prospettive occupazionali visto che, osserva la Cgil, «le aziende si stabilizzano su una minore occupazione, soprattutto nell’assenza di una ripresa dei consumi». La Cassa integrazione in deroga cala a novembre sul mese precedente del 9,7%, mentre sul 2009 l’aumento è del 248,8%

Il Messaggero 13.12.10

"Chi paga il prezzo dei tagli all'istruzione", di Tito Boeri

In tutti i paesi avanzati è stato il lavoro poco qualificato a pagare il conto più salato nella Grande Recessione. Negli Stati Uniti un quarto dei lavoratori con meno di 12 anni di istruzione ha perso il lavoro tra il 2007 e il 2009. A chi aveva studiato anche solo quattro anni in più è andata molto meglio: “solo” uno su dieci ha vissuto il trauma della perdita del lavoro. Nell’area dell’euro il tasso di disoccupazione tra chi ha al massimo completato la scuola dell’obbligo è aumentato di più di quattro punti percentuali in due anni

Quello dei laureati è rimasto quasi invariato. Oggi la probabilità di essere disoccupato tra chi ha una laurea è un terzo di quella di chi ha solo un diploma di scuola secondaria inferiore. Prima della crisi il rapporto era di uno a due.
Le cose in Italia non sono molto diverse: l´unica differenza è che da noi molte persone con basso livello di istruzione rimangono ai margini del mercato del lavoro. I divari nei tassi di occupazione tra laureati e diplomati sono attorno al quaranta per cento, come negli altri paesi, e sono cresciuti durante la recessione. L´istruzione è diventata ancora più di prima la migliore assicurazione sociale di cui un giovane oggi può dotarsi per evitare un futuro difficile, fatto di disoccupazione e bassi salari.
I lavoratori poco qualificati dei paesi avanzati sono sempre più l´anello debole della crescita mondiale, schiacciati fra i lavoratori poco istruiti dei paesi emergenti e i lavoratori qualificati dei paesi avanzati. Nel Nord del mondo le imprese che, al di fuori dei servizi, sono cresciute di più sono quelle con un´elevata proporzione di lavoratori qualificati, che hanno saputo innovare producendo beni sempre più tecnologicamente avanzati, al riparo della concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro. Oggi ci sono scarpe per il jogging in grado di misurare il numero dei battiti cardiaci. Non sarà facile imitarle con scarpe made in Taiwan.
Il nostro esecutivo in questi due anni e mezzo ha tagliato solo un capitolo della spesa pubblica: le risorse per l´istruzione. Nel 2008-2009 sono calate, secondo l´Istat, del 2 per cento, mentre il resto della spesa pubblica aumentava, al netto dell´inflazione, di più del 3 per cento. In termini relativi, la spesa in istruzione è dunque calata del 5 per cento.
Secondo le previsioni della Ragioneria dello Stato, le cose sono destinate ad andare ancora peggio nel 2010. La spesa per la scuola dovrebbe diminuire di circa un punto e mezzo e quella per l´università addirittura del 9 per cento in termini reali. La spesa per l´istruzione sarebbe destinata a perdere un altro mezzo punto percentuale sulla spesa totale, a vantaggio delle pensioni. È significativo che nella crisi siano aumentate in termini relativi le risorse per la previdenza – che si basano su di un trasferimento dai giovani a chi è al termine della carriera lavorativa e non può più essere colpito dalla piaga della disoccupazione – mentre sono calate quelle per l´istruzione – una istituzione che ridistribuisce in senso contrario, guardando al futuro professionale delle nuove generazioni.
È una scelta di bilancio che non ha alcuna giustificazione economica di fronte alla stagnazione del nostro Paese. Si spiega unicamente con lo scarso peso politico delle nuove generazioni. Rischiamo di pagarla molto cara, la classica zappa sui piedi.
I mancati investimenti oggi fatti nell´istruzione potranno tradursi in un futuro non molto lontano in maggiore spesa per offrire protezione sociale a coloro che, in un mondo sempre più competitivo, non riusciranno a trovare o mantenere a lungo un posto di lavoro. Per questi motivi Francia e Germania si sono mosse in direzione diametralmente opposta alla nostra, aumentando durante la crisi la spesa per l´università e la ricerca.
Per coprire questo tentativo di scaricare una volta di più i costi sulle generazioni future, si è creata anche una cultura contraria agli investimenti in capitale umano delle famiglie. Il nostro ministro del Lavoro non perde occasione per invitare i giovani a fare «lavori manuali, umili» anziché ambire a livelli di istruzione più elevati e lavori qualificati.
Illustri editorialisti non più tanto giovani si scagliano contro il «giovanilismo» e contro gli studenti, rei di manifestare il proprio dissenso contro i tagli unilaterali all´istruzione. Prendono, questi ultimi, spesso di mira la cosiddetta «riforma Gelmini», forse perché il disegno di legge che porta il nome dell´attuale ministro dell´Istruzione ha finito per offrire copertura ai tagli, ma il vero nemico sono i tagli all´istruzione ed è molto importante che i giovani facciano finalmente sentire la loro voce.
Certo, conta non solo la quantità, ma anche la qualità della spesa per l´istruzione, conta offrire strutture adeguate e premiare il merito. Ecco una proposta per migliorare quantità e qualità: ripristiniamo lo stesso peso relativo della spesa per l´istruzione di prima della crisi, prelevandolo da quel miliardo e più di «fondi da ripartire», discrezionali, aggiuntivi previsti dalla Ragioneria per il 2010. Destiniamo queste risorse nell´immediato a interventi per garantire edifici scolastici adeguati, in cui non si corra più il rischio di essere travolti dal crollo di un soffitto e si possano tenere lezioni di materie scientifiche in laboratori adeguati. Si lavori, al contempo, per permettere di attribuire ogni risorsa restituita al fondo di finanziamento ordinario dell´università sulla base di criteri di merito, oggettivamente misurati.
Sarebbe una vera riforma perché cambierebbe radicalmente le scelte di reclutamento degli atenei. A proposito: come si fa ad attribuire intenti riformatori a chi per due anni e mezzo non ha portato a termine l´anagrafe dell´edilizia scolastica e non ha neanche nominato i vertici dell´Agenzia di Valutazione della Ricerca (Anvur)? Senza valutazione non ci può essere meritocrazia.

La Repubblica 13.12.10

"Se non è libera che ricerca è" Michele Ainis

Un doppio intervento di Elena Cattaneo su «Embo Reports», giornale dell’European Molecular Biology Organization (il primo è un’intervista, il secondo un articolo scritto insieme a Gilberto Corbellini) accende i riflettori della comunità scientifica internazionale sul difficile rapporto fra politica e ricerca in Italia. Ma per illuminare i fatti, bisogna innanzitutto rievocare l’antefatto. L’anno scorso il ministero della Salute ha pubblicato un bando di finanziamento sulle cellule staminali, escludendo espressamente i progetti che contemplassero l’uso di staminali embrionali umane. Da qui il ricorso di tre ricercatrici (la stessa Cattaneo, con Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna), dato che la legge 40 non vieta d’utilizzare queste cellule, e dato inoltre che l’articolo 33 della Costituzione protegge espressamente la libertà della scienza, che è in primo luogo libertà dalla politica, dai suoi artigli, dai suoi pantagruelici appetiti.
Risultato? Prima il Tar del Lazio, poi il Consiglio di Stato hanno respinto l’istanza di sospensione del bando. Sul merito del ricorso si vedrà più avanti, ma per l’appunto i segnali non sono affatto incoraggianti. Nel frattempo succede, per esempio, che lo stesso ministero dispensi 10 milioni di finanziamento (senza bando) al team di Barbara Ensoli che lavora sul vaccino anti-Aids, nonostante le perplessità dell’immunologo Aiuti e di vari altri suoi colleghi. Ma soprattutto succede che se alzi il dito contro l’invadenza del ministro di turno ti ritrovi solo: scarsa solidarietà dai tuoi colleghi, indifferenza da parte del l’opinione pubblica. Per quale ragione? Perché chi dirige un laboratorio o un centro di ricerca non ha voglia di litigare coi padroni del vapore, sa per esperienza che subirebbe ritorsioni, afferma la Cattaneo senza troppi giri di parole. Perché la comunità scientifica italiana è molto piccola, e dunque facilmente perforabile dai politici. E perché la società civile non è mai stata educata a riconoscere l’importanza della scienza: colpa della scuola, e perciò ancora colpa della politica, da cui dipendono i programmi scolastici.
Comunque si concluda la vicenda giudiziaria, possiamo allora trarne almeno due lezioni. La prima investe la responsabilità degli uomini di scienza, anche se in questo caso sono le donne a rinfrescargli la memoria. Diceva Max Weber (La scienza come professione) che la ricerca scientifica, al pari dell’arte, reclama una dedizione assoluta, senza pause, senza intermittenze. La Cattaneo aggiunge che il tempo speso in carte bollate non è stato sottratto al suo lavoro: ne fa parte. La seconda lezione tocca il rapporto fra i palazzi della scienza e quelli del potere. C’è una politica attraverso la ricerca, che consiste nell’utilizzarne i risultati a vantaggio della collettività. Ma c’è anche, o meglio dovrebbe esserci, una politica per la ricerca, per incoraggiarne lo sviluppo, per garantirne la piena indipendenza.
Il guaio è che in Italia, durante gli ultimi vent’anni, ha preso corpo una politica contro la libera ricerca. Battezzata dalla destra ma cresimata poi dalla sinistra, se ricordiamo per esempio l’altolà dell’ex ministro Pecoraro Scanio rispetto agli Ogm. Nemica di ogni agenzia indipendente di valutazione (l’European Research Council). Intessuta di regole bizantine su cui affondano le mandibole dei Tar. Gravata da lentezze burocratiche che si scaricano sui ricercatori (nel campo delle staminali, l’esito del bando 2009 è stato reso noto dopo 14 mesi). E che ha scoperto infine l’arma più letale: il rubinetto dei finanziamenti, aperto per gli amici, chiuso per i nemici. Alle nostre latitudini, il censore indossa una divisa da cassiere.

Il Sole 24 Ore 12.12.10