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"I prof tifano per la carriera e bocciano la Gelmini", di Lucilla Quadri

Dossier della Swg per la cisl scuola. Lavorano in condizioni disagiate, con le classi che cadono a pezzi e gli stipendi che bastano per arrivare a fine mese senza concedersi troppi lussi. In giro si dice di loro che «fanno poco e niente» (l’accusa di fannulloni è stata rilanciata da Giorgio Stracquadanio del Pdl), che sono «fortunati perché hanno tre mesi di vacanze all’anno». Un tempo erano colmati di attenzioni e riverenze. Oggi non hanno più prestigio sociale. Ma nonostante le difficoltà gli insegnanti restano degli inguaribili ‘romantici’ e conservano un forte attaccamento alla loro professione. Chi sono i nostri docenti, cosa pensano del loro lavoro e con quale sguardo approcciano al futuro? Sono le domande a cui la Swg ha provato a dare una risposta attraverso uno studio condotto per conto della Cisl Scuola di Francesco Scrima. Dalla ricerca emerge la fotografia di un corpo decenti che non molla e ama stare in cattedra, pronto a farsi valutare per dare ai migliori stipendi più alti, ma che non rinuncia a dire la propria in fatto di riforme: per il ministro Mariastella Gelmini la stroncatura è sonora.

A caccia di prestigio e carriera

Nonostante tagli e paghe basse, l’85% degli insegnanti si dice orgoglioso di stare in cattedra. Sono soprattutto i più anziani ad avere un forte senso di appartenenza, anche se scontano il senso di inadeguatezza ai continui cambiamenti in atto, soprattutto quelli tecnologici. I più giovani soffrono a causa della precarietà.Davanti al cambiamento e all’innovazione non tutti sono pronti a buttarsi a capofitto: il 23% dei docenti è «tenace e virtuoso» e pronto a lanciarsi, il 26% è «timoroso», il 30% «conservatore», i «disincantati» sono il 21%. In generale i docenti, rispetto alla media degli italiani, credono di più nelle istituzioni, nei partiti, nell’unità nazionale e sono meno pessimisti rispetto al futuro. Anche se percepiscono le nuove generazioni come fragili, disorientate e impacciate. La nota più dolente nella loro vita lavorativa è la busta paga: per il 51% è insufficiente. Pesa anche lo scarso prestigio sociale.

Riforme, il 75% dice che non va

Negativo il giudizio sul ministro Gelmini che incassa un voto medio di 3,6. Ben il 75% dei prof intervistati la boccia perché «mette a repentaglio la qualità dell’offerta formativa». Per il 72% dei docenti le classi sono troppo numerose, il 54% non pormuove il maestro unico, il 31% non ha apprezzato la riforma delle superiori. I tagli sono aspramente criticati. E per il 77% dei prof la scuola è nettamente peggiorata negli ultimi anni. Ma i docenti non sono malati di passatismo, anzi: il 66% degli intervistati vuole l’introduzione della valutazione, solo il 26% è contrario. Sei docenti su dieci vedono di buon occhio l’idea di legare la loro carriera a sistemi che consentano a chi fa più dell’ordinario di emergere. Il 56% dice sì a stipendi più alti ai meritevoli. L’egualitarismo vigente viene bocciato, si scalpita per il cambiamento.

Il ministro reagisce

Il sindacato di Scrima «ha il mal di pancia». Il Miur ha reagito duramente allo studio. Sotto la lente quel 77% di prof che dicono che la scuola è peggiorata. «Tutto falso», ha scritto furioso il ministero in una nota, «basta vedere i dati Ocse-Pisa». A cascata sono arrivate le reazioni di diversi esponenti di maggioranza, fra cui la presidente della commissione cultura della camera, Valentina Aprea. Stupita la reazione del sindacato: «La ricerca l’hanno letta? Parla d’altro, cerca di capire chi sono gli insegnanti». Ma «il pregiudizio gioca brutti scherzi».

da ItaliaOggi 14.12.10

"Il silenzio della democrazia" di Stefano Rodotà

Abbiamo vissuto il silenzio della democrazia, e questo peserà in futuro, quale che sia l’esito del voto di oggi. La chiusura del Parlamento, evento davvero senza precedenti nella storia della Repubblica, ne ha rappresentato il terribile simbolo e, insieme, la condizione necessaria perché altre procedure, altri riti, altri luoghi potessero prenderne il posto.Doveva tacere il Parlamento non perché potessero tacere le passioni, e si potesse così giungere con giusto distacco e adeguata meditazione a una giornata nella quale si concentrano le molte ragioni che ci hanno progressivamente portato ad una vera crisi del sistema politico. No. Quel silenzio era necessario perché l´unica forma di persuasione legittima in democrazia, quella che nasce dall´aperta e pubblica discussione parlamentare, venisse sostituita da un´altra forma di “persuasione”, quella affidata a reclutatori, a cacciatori di voti che si muovono senza inibizioni o pudori sulla scena pubblica, menando anzi vanto d´ogni nuovo scalpo conquistato.
Riflettano i cittadini della Repubblica. La vicenda di questi giorni riproduce lo schema che avevamo imparato a conoscere nel tempo triste delle escort. I procacciatori continuano ad entrare e uscire da Palazzo Grazioli, ma questa volta non portano con sé giovani donne, bensì i corpi ormai domati e acquisiti di “rappresentanti del popolo”.
Ammaestrato dall´esperienza passata, questa volta l´”utilizzatore finale” ha deciso di non ricevere nessuno tra quelli che sono passati o si accingono a passare dalle sue parti, timoroso di qualche registratore nascosto che possa poi certificare la vera natura della trattativa.
Quelli che ieri si ergevano a difensori della privacy hanno poi scrutato nelle pieghe della vita privata, si sono diligentemente adoperati, ce lo dicono le cronache, nello scoprire le debolezze umane ed economiche di deputati e senatori che, per queste ragioni, apparivano più vulnerabili. Lì un mutuo troppo oneroso, qui un debito pesante… Ed ecco tracciato l´identikit del parlamentare al quale riservare il massimo delle attenzioni. Vicende miserabili, ma che illustrano pure, come meglio non si potrebbe, quale sia il ceto parlamentare che risulta da una scelta ormai svincolata da ogni rapporto con gli elettori, affidata tutta a una ventina di oligarchi d´ogni parte che da due legislature hanno l´incontrollato potere di designare 945 parlamentari. Una sorta di “elezione diretta”, che con la democrazia ha poco a che vedere.
E´ una ben avvilente trasparenza quella che ci è stata offerta dalla quotidiana rivelazione di queste miserie personali e istituzionali. Non era questa la democrazia come “governo in pubblico” di cui ci aveva parlato Norberto Bobbio. E´, invece, la conferma definitiva dell´impudicizia, della fine dell´etica pubblica, della nascita di legami impuri che avvincono procacciatori e procacciati.
Sono nati improbabili nuovi gruppi parlamentari, destinati a durare il tempo d´un voto di fiducia. Il Parlamento è stato chiuso, ma le sue regole sono state mortificate attraverso un loro uso tutto strumentale.
Ma questo non è già avvenuto anche in passato? Questa è la replica di chi difende le prassi di queste avvilenti settimane. Però la vergogna che viene da lontano non diventa per questo meno vergognosa. E l´interessata difesa dei procacciatori e del loro mandante rimuove proprio l´insieme dei fattori che rendono la situazione attuale irriducibile a quelle precedenti. Se pure un processo degenerativo era in corso, davvero era legittimo portarlo a tutte le sue estreme, distruttive conseguenze?
In realtà siamo di fronte a un mutamento di scala, quantitativo e qualitativo, che attribuisce al fenomeno del reclutamento, del cambio di casacca, caratteri che lo portano al di là della soglia di “trasformismo” accettabile in una democrazia. Mai, infatti, vi era stata una così pubblica esibizione, e quindi una così esibita legittimazione, di queste inammissibili pratiche. Mai le iniziative di reclutamento si erano diramate in tutte le possibili direzioni. Un altro cambiamento delle regole, un altro tassello di quella inammissibile “costituzione materiale” che si vuole porre a fondamento della cosiddetta “Seconda Repubblica”?
Qui è il nodo. Al di là di questa vicenda estrema e mortificante bisognerà pure interrogarsi sulle ragioni profonde che hanno portato a questa “notte della Repubblica”. Qui davvero serve una pubblica riflessione, che non può limitarsi alla deprecazione dei costumi berlusconiani. Una folta schiera di apprendisti stregoni ha dato il suo contributo alla creazione di un contesto politico e istituzionale propizio alle scorrerie di chi voleva giovarsi di tutte le debolezze del sistema.
Una ingegneria costituzionale senza principi ha preso il sopravvento sulla consapevolezza storica e sulla riflessione politica, ignorando del tutto gli incitamenti a riflettere e le proposte diverse che pure non mancavano. Il risultato è la evidente decomposizione del sistema politico, che non può essere esorcizzata ricorrendo all´eterno stereotipo italiano della rivoluzione incompiuta o tradita, ottimo per rimuovere le responsabilità di persone e forze politiche, pessimo perché permette di eludere l´obbligo di analisi capaci di andare a fondo nelle dinamiche trascorse, e così avviare una progettazione adeguata del futuro. Denunciamo le miserie di oggi, ma liberiamoci pure dagli schematismi che ancora condizionano l´azione politica di troppi tra gli oppositori, veri o di facciata.
Dall´abisso nel quale siamo stati trascinati bisognerà pure cominciare a risalire. Ma senza veri cambiamenti di rotta, senza vera intransigenza politica e morale, qualsiasi ricostruzione sarà assai difficile.

La Repubblica 14.12.10

"Nella scuola gli stipendi più bassi I docenti guadagnano in media il 5% in meno degli altri statali", di Carlo Forte

Gli insegnanti e gli operatori scolastici guadagnano circa 2500 euro l’anno in meno rispetto alla media degli altri dipendenti della pubblica amministrazione. E guadagneranno ancora meno nei prossimi due anni. È quanto emerge dal rapporto sul budget dello stato pubblicato il 6 dicembre scorso dalla Ragioneria generale dello stato guidata da Mario Canzio.

A fronte di una retribuzione media annuale di 42.500 euro per dipendente statale, il dipendente scolastico, docente o non docente, guadagna meno di 40mila euro. E la forbice si allarga se si fa il confronto con i dipendenti del ministero dell’economia, delle politiche agricole e della giustizia, che guadagnano mediamente 50mila euro l’anno.

Ma i costi delle amministrazioni sono destinati a diminuire in tutti i comparti per via dei tagli disposti dalle leggi finanziarie di questi ultimi anni. E la scuola farà la parte del leone. Perché impiega quasi un milione di persone, tra docenti e non docenti. Secondo i dati diffusi dalla Ragioneria, i costi totali stimati per l’anno 2011 ammontano 40.446.362.000 euro, in leggera diminuzione per il 2012 (-2,82%) e per il 2013 (-3,59%). Rispetto al budget del 2010 i costi previsti per il 2011 diminuiscono del 7,70%, in particolare il costo del personale (-8,03%, in valore assoluto 3.447.511.000 euro). Mentre rispetto al consuntivo 2009 la diminuzione è dell’8,07%, sempre derivante dalla diminuzione del costo del personale dell’8,27%. Il costo del personale, sempre dalle rilevazioni della Ragioneria, è stimato per il 2011 nell’ordine di 39.507.445.000 euro, pari al 97,68% del totale costi del ministero, con una diminuzione per il 2012 del 2,88% e per il 2013 del 3,67%. Rispetto al budget 2010 presenta una rilevante diminuzione. Ciò è dovuto in primo luogo alla variazione delle retribuzioni, che diminuiscono dell’8%. E tale variazione, dato il peso dell’amministrazione sul totale dei costi delle amministrazioni centrali, è comunque rilevante a livello stato. E in secondo luogo dagli «anni-persona», che diminuiscono dell’8,10%, pari a 87.365 anni persona. Per anno-persona, la Ragioneria intende la quantità di risorse umane utilizzate a qualsiasi titolo presso il centro di costo, calcolato in 12 mesi. La riduzione degli anni-persona è in linea con quanto previsto dall’art. 64 del decreto legge 112/08. Che prevede, ai fini di una migliore qualificazione dei servizi scolastici e di una piena valorizzazione professionale del personale docente, a decorrere dall’anno scolastico 2009/2010 e successivi, l’adozione di interventi e misure volti al raggiungimento degli standard europei e quindi all’incremento di un punto del rapporto alunni/docente.

In altre parole, la diminuzione dei costi avverrà principalmente aumentando il numero degli alunni per classe. E dunque, costituendo meno cattedre. Perché ogni docente avrà più alunni. Per quanto riguarda il costo medio, a livello di ministero si osserva una stabilità rispetto al budget definito 2010, con la sola eccezione del dipartimento per l’università, l’alta formazione artistica, musicale coreutica e per la ricerca, che registra un aumento del costo medio del 5,47%.

da ItaliaOggi 14.12.10

Rilanciamo Eutelia e Agile. Con la banda larga è possibile

Fassina incontra i lavoratori assieme a deputati e senatori PD: “Dal governo colpevole assenza”
Il PD incontra i lavoratori Eutelia incontro presso la sede PD tra Fassina, deputati e senatori ed i lavoratori Eutelia.
Eutelia e Agile devono essere riunificate e devono avere un piano di rilancio. Il Pd si stringe ai lavoratori, a pochi giorni dalla sentenza del Tribunale che il 15 dicembre dovrà confermare o rivedere il giudizio di irregolarità della divisione in due della società, decretata in primo grado. In questi giorni i lavoratori, e il Pd con loro, saranno in presidio davanti al Tribunale a difesa di 1.500 posti di lavoro, 400 dei quali solo a Roma.

Stefano Fassina, responsabile economico del partito, insieme ai deputati e ai senatori delle commissioni Lavoro di Camera e Senato Achille Passoni, Paolo Nerozzi, Giorgio Rollo e ai parlamentari Ludovico Vico, Marianna Madia, Annamaria Gatti, Marialuisa Gnecchi e Lucia Codurelli Elisabetta Rampi e Marco Miccoli segretario del Pd romano, in una conferenza stampa ha assieme a una delegazione dei lavoratori di Agile-Eutelia accusa il governo che ha avallato un piano industriale che prevede la tutela di appena 170 posti di lavoro: “C’è una completa disattenzione del governo nella politica industriale – accusa Fassina- e una curiosa indifferenza su questa vertenza che non c’entra niente con la crisi, le commesse per l’azienda c’erano. Invece per colpa di una frode di malfattori travestiti da imprenditori rischia di bruciare un pezzo importante della industria del Paese. Eutelia e Agile non possono essere separate, il governo deve gestire insieme questa partita. Sosteniamo la richiesta dei lavoratori affinché il Tribunale di Roma, il prossimo 15 dicembre, confermi la sentenza di primo grado ed annulli la cessione di Agile a Omega. La cessione è stata finalizzata alla frode ed è avvenuta senza il coinvolgimento dei sindacati”.
La richiesta che fanno anche i lavoratori come ha spiegato Alessandra Canicella, rappresentante sindacale : “Siamo in piazza perché c’è un disegno delinquenziale visto che tutto il management è stato arrestato per bancarotta fraudolenta. La magistratura ci conforta con indagini ad Arezzo, Roma, Milano, noi continuiamo a lavorare per non prendere le commesse, ma senza stipendio!”

Una storia assurda: nel 2006 due società vengono acquisite da Eutelia e i capitali vennero portati all’estero tramite offshore, finendo per creare un buco di bilancio. Il gruppo Omega acquistò tutto, ma è un gruppo esperto in fallimenti societari e difatti li portò dritti al fallimento.
Per Fassina questa vicenda insegna anche che “la nostra legislazione sulla cessione di ramo d’azienda e’ insostenibile, perché consente a banditi di fare quello che vogliono, una società con migliaia di dipendenti è stata ceduta ad una con appena 95.000 euro di capitale sociale”. Per questo il Pd ha presentato un disegno di legge di riforma, oltre a interrogazioni in entrambi i rami del Parlamento per sollecitare l’esecutivo a rispettare gli impegni assunti in termini di commesse pubbliche.
Si potrebbe tornare a lavorare: si parla di banda larga e Eutelia ha 13.000 km di fibra ottica, informatici a centinaia, ma in questo momento non possono accedere al fondo di garanzia, non possono avere fidejussioni bancarie, non possono partecipare a gare essendo in amministrazione straordinaria. Così hanno chiesto al Ministero dello Sviluppo Economico di prevedere punteggi maggiori per chi partecipa alle gare consorziandosi con aziende in crisi o assumendone i lavoratori. Ma dopo gli impegni a parole il ministro Paolo Romani non ha fatto nulla. Ludovico Vico in Commissione Attività produttive ha chiesto di intervenire su Agile-Eutelia come fattore di politica industriale, e visto il confronto deludente fino ad oggi con il governo ne ha fatto oggetot di un’interrogazione al Question Time.

Paolo Nerozzi, senatore, sottolinea come “Eutelia ha vissuto per anni di commesse pubbliche fornendo prestazioni di eccellenza ai ministeri degli Interni, della Difesa, alla Camera,a comuni come Roma e Milano. Brunetta dovrebbe essere interessato a queste prestazioni e se il governo non cadrà speriamo in una risposta rapida”.
“La situazione – ha detto Fassina, è estremamente grave poiché sono stati disattesi da parte del governo gli impegni assunti e tutto procede nella più totale indifferenza dell’esecutivo. La vicenda Eutelia, Agile, Omega conferma la completa assenza di politica industriale da parte del Governo Berlusconi. Ad oggi, 1200 lavoratori sono in cassa integrazione e 300 al lavoro con nessuna prospettiva. Chiediamo quindi che il governo che renda operativi gli impegni presi davanti ai lavoratori e riveda i piani industriali presentati dai commissari straordinari. Il Pd chiede inoltre che sia riconvocato al più presto il tavolo ministeriale con tutti i soggetti interessati: le organizzazioni sindacali, le amministrazioni locali, le regioni interessate, le imprese pubbliche
committenti e l’imprenditoria qualificata, per garantire il mantenimento della struttura aziendale e la totalità delle attività ad essa legate e la piena tutela occupazionale”.

"Rischio collasso per la Pompei del Mare", di Cinzia Dal Maso

«Siamo al limite dell´emergenza. Altri sei mesi senza scavare, e quest´estate ci sarà il collasso». È disperato Andrea Camilli, direttore scientifico del Cantiere delle navi antiche di Pisa. E arrabbiato per la mancanza di fondi che da due anni blocca pericolosamente i lavori nel cosiddetto “porto delle meraviglie”, la “Pompei del mare”. Il più grande giacimento di navi antiche mai rinvenuto: 30 imbarcazioni di cui 10 quasi integre, e con tutto il carico perfettamente conservato, persino le corde, le reti, gli oggetti personali dei marinai. Tutto sigillato dalle sabbie umide che, nelle molte alluvioni dell´Arno, hanno travolto quell´approdo fluviale per mille anni fino alle soglie del Medioevo. «La scoperta più importante di fine millennio», si gridò nel 1998 quando venne alla luce durante i lavori per un centro direzionale delle ferrovie. Si mobilitarono tutti, nell´entusiasmo generale. Le Ferrovie migrarono altrove e si scavò alla grande grazie ai proventi del gioco del Lotto. Ma, spente le luci e terminate le passerelle dei politici, la situazione cambiò. Si risollevò un poco nel 2001 e 2002 quando vennero asportate le prime due navi, emerse dal fango tutte intere con grande spettacolo. Poi di nuovo l´oblio. Mentre le navi e tutto il resto, un po´ scavati e un po´ no, rischiavano di svanire.
«Il problema è che si è voluto aprire tutto lo scavo subito, anziché scavare poco alla volta», spiega Camilli. Si è insomma scoperchiato tutto insieme il sigillo che ha conservato fino a oggi quei materiali delicatissimi in assenza di ossigeno. Per questo bisognava poi recuperare tutto al più presto. «Finora siamo sempre riusciti a tenere comunque la situazione sotto controllo – continua Camilli – Ora non più. E l´anno scorso il cantiere è stato pure travolto dall´alluvione». Nel 2002, coi riflettori puntati, al Ministero dei beni culturali si decise di proseguire lo scavo come cantiere-scuola aperto a studenti da tutto il mondo. Finanziamento previsto: un milione di euro l´anno per dieci anni. «Ma sono diminuiti sempre più, e i 300mila euro l´anno degli ultimi due anni sono bastati appena per le spese vive. Per l´anno prossimo, poi, sono previsti solo 20mila euro. Non ci si paga neppure la guardiania».
Anche perché dal 2005 quei soldi hanno tenuto in vita pure l´annesso Centro di restauro del legno bagnato, dove si studia e conserva tutto quel che viene alla luce. Realizzato solo allora (con 1.200.000 euro di fondi Cipe) grazie al ministro Urbani, dopo anni di commissioni speciali e riunioni con enti locali, università, possibili sponsor. Con la scoperta delle navi antiche, Pisa pareva aver ritrovato la sua vocazione marinara. Si progettavano sia un Centro di restauro di caratura mondiale che un grande Museo delle navi agli Arsenali Medicei. Si pensava di offrire una seconda importante attrattiva turistica a chi oggi visita solo il Campo dei Miracoli o poco più. L´università Bocconi e la Normale di Pisa elaborarono un piano di ampio respiro per una spesa di 25 milioni di euro. Poi però il ministero dovette limitarsi a un progetto da soli 2,5 milioni di euro. La prima sezione del museo (1 milione di euro da Arcus) doveva aprire in questi giorni ma, assicura Camilli, «mancano solo gli ultimi ritocchi». Aprirà probabilmente col nuovo anno. Rischiando però di diventare uno dei tanti musei statali al limite della sopravvivenza. Non erano questi i progetti, le idee, i sogni. Mauro Del Corso, presidente nazionale degli Amici dei Musei, ha lanciato un appello per candidare scavi e museo come sito Unesco (da oggi sul sito www.iltirreno.it). Si preparano interrogazioni parlamentari di deputati Pd (Realacci e Fontanelli) e Idv (Evangelisti). Si sta insomma tentando di tutto per attirare l´attenzione dell´Italia e del mondo. Perché la Pompei del mare non merita di finire così.
La Repubblica 13.12.10

Berlusconi si presenta per la fiducia al Senato e si vanta dei successi del governo

Il Premier nel corso del suo intervento in Senato per chiedere la tanto agognata fiducia, ha continuato a fare inutile propaganda e ha sottolineato con vanto dei successi del governo totalmente inesistenti. “Il governo non merita le critiche pretestuose con cui se ne vorrebbe giustificare l’uscita di scena perché ha dimostrato di sapere guidare responsabilmente il Paese anche nelle turbolenze della crisi economica. E chi ci vota contro tradisce il mandato ricevuto dagli elettori”, ha detto davanti agli occhi allibiti dei Senatori dell’opposizione.

Silvio Berlusconi ha poi proposto in extremis un patto di legislatura a tutte le forze moderate del Parlamento, dichiarandosi pronto a valutare un aggiustamento del programma e a rivedere la squadra di governo, allargando fin da subito la maggioranza “a tutte le forze politiche che già si riconoscono nel Partito popolare europeo”, l’Udc in primis.

Durante i 31 minuti del suo discorso, proprio lui, ha cercato di fare perno sulla coscienza e sull’etica dei parlamentari considerati “ribelli”.

Ma ciò che ne è risultato al momento è che lo stesso suo fido alleato Bossi, a pochi minuti dalla fine dell’intervento, ha dichiarato con estremo realismo: “E’ stato un ottimo discorso, ma con un solo voto di vantaggio non si potrà governare”.

Tra i senatori del PD ovviamente la bocciatura è netta su tutta la linea. La Capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, ormai lo vede ridotto a contabile. Non abbocca alle sue dichiarazioni: “Propone l’immagine della sua leadership che non esiste più, la forza di questa maggioranza è compromessa. Ma l’UDC non abboccherà”.

Gianclaudio Bressa, Capogruppo Pd in Commissione Affari costituzionali della Camera, commentando il discorso del premier parafrasa Robert De Niro: “La fiacca difesa del bipolarismo che ha fatto stamani è l’esatta misura della sua odierna capacità politica: chiacchiere e distintivo”. Anche il senatore del Pd Marco Follini la butta sull’ironia: “Berlusconi ha indossato la maschera di Montesquieu. Purtroppo, con un tasso di credibilità drammaticamente inferiore”.

www.partitodemocratico.it

"Lo spettacolo? Un dramma", di Alex Turrini

I finanziamenti statali allo spettacolo hanno raggiunto nel 2009 i livelli del 1985 in termini nominali. In termini reali lo stanziamento annuale si è praticamente dimezzato in venticinque anni. Eppure è stato mostrato che esistono ricadute economiche positive dirette e indirette dal consumo di spettacolo. Affidarsi esclusivamente ai meccanismi di mercato porterebbe alla sopravvivenza solo delle produzioni più popolari o commerciali. Ecco perché in molti paesi occidentali l’intervento dello Stato in questo settore è generalmente considerato necessario e fondamentale.
Nel 1786 Domenico Cimarosa compone una farsa per musica, L’impresario in angustie, che narra le vicende di un impresario teatrale alle prese con rivalità e conflitti fra il compositore, le cantanti e il librettista per la messa in scena di una nuova opera. La farsa si conclude con la bancarotta dell’impresario e la chiusura del teatro, ponendo fine in questo modo anche ai litigi tra i diversi personaggi.

FONDI: DA UNA PIZZA AL MENÙ MCDONALD’S

Guardando alle proteste di questi giorni per l’ennesimo taglio al Fondo unico per lo spettacolo (Fus) l’epilogo dell’opera di Cimarosa sembra riproporsi: mentre imperversa la bagarre fra operatori, politici e governo la situazione dei teatri appare al collasso. Analizzando i dati forniti dal ministero per i Beni e le attività culturali, infatti, si scopre che i finanziamenti statali al settore hanno raggiunto nel 2009 i livelli del 1985 in termini nominali, mentre in termini reali lo stanziamento annuale allo spettacolo si è praticamente dimezzato in venticinque anni.

Se si considera quanto costa in un anno il mantenimento dei teatri per ogni singolo cittadino si scopre che mentre nel 1985 ogni cittadino “rinunciava” all’equivalente attuale di una serata all’anno in pizzeria, nel 2010 il ministero pensa che ogni cittadino valuti l’utilità dell’esistenza di teatri d’opera, di istituzioni musicali, di prosa, di compagnie di danza e della produzione di film italiani quanto il consumo di un menù completo da McDonald’s con gelato come dessert.

Ma è davvero questo il livello di utilità che ogni cittadino trae dall’esistenza dei teatri italiani?

I BENEFICI DELL’INVESTIMENTO PUBBLICO IN CULTURA

In effetti l’esistenza di una motivazione razionale nel supportare la produzione e distribuzione di spettacoli dal vivo deriva dalla presenza di benefici che non sono goduti privatamente dallo spettatore teatrale, ma dalla collettività in generale.
È stato mostrato che esistono ricadute economiche positive dirette e indirette dal consumo di spettacolo, come ad esempio la diminuzione dei livelli di disoccupazione, l’incremento dell’attrattività turistica di un determinato territorio, i benefici goduti dalle cosiddette creative industries (moda, design, agenzie di pubblicità e così via) o dall’indotto dei teatri.
In secondo luogo, esisterebbe un beneficio di cui godrebbero le generazioni future. I consumatori attuali, sostenendo e frequentando oggi i teatri, rendono possibile la pratica di alcuni tipi e tecniche teatrali nel presente permettendo che queste non vengano dimenticate (e possano quindi essere godute) in futuro.
Infine, un’ultima serie di ragioni che motivano la non desiderabilità dell’offerta esclusiva di spettacolo attraverso il meccanismo del mercato è riconducibile al fatto che un sistema del genere porterebbe alla sopravvivenza unicamente delle produzioni più popolari o commerciali. Questo farebbe venir meno di alcune importanti caratteristiche del settore e in primis della libertà espressiva degli artisti, soffocati dalla necessità di appiattirsi sui gusti della domanda. Come dimostrato da molti economisti il fenomeno si manifesta nei grandi teatri d’opera americani, che raggiungono un pareggio economico solo puntando sul “tutto esaurito” e quindi su opere del repertorio classico (Puccini, Verdi, Rossini) che incontrano il maggior favore di pubblico.
Ovviamente, da sempre, esistono forti critiche all’intervento dello Stato nel settore: ad esempio, il sostegno statale all’arte tipicamente vincolato a determinati parametri, magari decisi da qualche burocrate o politico, non necessariamente “illuminati”, potrebbe minacciare la libertà di espressione quanto o più della temuta “tirannia del mercato”. Inoltre, è noto che il finanziamento all’arte, nei modi in cui viene di norma realizzato, può presentare aspetti regressivi (i più poveri, attraverso il pagamento dei tributi contribuirebbero a sostenere le istituzioni culturali frequentate di solito dai più ricchi).
Tuttavia, l’analisi delle modalità in cui le politiche culturali si sono sviluppate in diversi paesi occidentali dimostra come, in forme più o meno estese, l’intervento dello Stato in questo settore sia stato generalmente considerato come necessario e fondamentale. O perlomeno produca per i cittadini un beneficio superiore a un pranzo completo da MacDonald’s.

www.lavoce.info