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“Stupida esibizione di bullismo politico contro i giovani Pdl”

La condanna dell’on. Manuela Ghizzoni e del segretario Pd Davide Dalle Ave: “Ha avuto l’unico risultato di oscurare la civilissima protesta della grande maggioranza dei ragazzi”. Una condanna “senza se e senza ma” dell’episodio di intolleranza contro un gruppo di giovani carpigiani del Pdl arriva dal segretario del Pd di Carpi Davide Dalle Ave e dall’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera.

“E’ stata una stupida esibizione di bullismo politico – ha commentato l’on. Ghizzoni – che ha avuto come unico risultato quello di oscurare la civilissima protesta della grande maggioranza dei ragazzi e dare fiato alle trombe di chi, come sempre, non aspetta altro che gettare fango sulle legittime richieste che arrivano dal mondo della scuola.

Come opposizione abbiamo contrastato i provvedimenti del governo e condividiamo le critiche ai tagli del governo da parte del mondo della scuola – ha aggiunto la parlamentare del Pd – e oggi mi pare importante sottolineare la maturità degli studenti che hanno dato vita a una protesta pacifica e responsabile grazie alla responsabilità dei ragazzi e alla disponibilità e alla voglia di confronto di docenti e dirigenti scolastici. L’episodio di sabato è solo un caso isolato. Chi soffia sul fuoco e tenta di drammatizzare il confronto non sono i ragazzi ma autorevoli esponenti del Pdl che amano parlare di clima d’odio e di ritorno al clima degli anni Settanta. Questi allarmisti in servizio permanente effettivo che paventavano rischi e danni per le scuole sono stati smentiti” ha concluso l’on. Ghizzoni. “In queste settimane gli studenti sono scesi in piazza e i ricercatori sono saliti sui tetti non per ragioni ideologiche, come hanno sostenuto alcuni, ma per difendere il loro diritto al futuro”.

Parole di condanna anche dal segretario Dalle Ave. “L’episodio di sabato che ha visto per protagonisti un gruppo di ragazzi che hanno offeso i giovani del gazebo del Pdl – ha detto il segretario del Pd di Carpi – è certamente da stigmatizzare ma non può cancellare ciò che è accaduto in questi giorni nelle scuole carpigiane, dove vi sono stati dibattiti e discussioni tra studenti che la pensavano a volte anche diversamente e che si sono confrontati liberamente. Le occupazioni delle scuole superiori sono terminate – ha concluso Dalle Ave Davide – e possiamo dire con assoluta certezza che è stata una protesta civile in difesa della scuola pubblica e del diritto allo studio”.

L'università affonda, l'italia non cresce: ultimi in Europa per risorse all'università e penultimi al mondo per la crescita.

La vera emergenza italiana è la ricerca. L’università è la sede primaria della ricerca. L’università italiana arranca: un buon livello medio, vette di eccellenza, ma difficoltà sempre maggiori nella competizione internazionale. Siamo in grande ritardo per numero dei laureati e dei ricercatori, investimenti per gli studenti, apertura internazionale. Siamo ultimi in Europa per investimenti in università (solo lo 0,8% del PIL, media UE/OCSE 1,3%).

La ricerca è la via per uscire dalla crisi.

La crescita e la produttività sono legate alla ricerca e all’innovazione. Gli altri paesi per uscire dalla crisi puntano tutto sulla conoscenza: la Francia ha investito 11 miliardi per l’università e 8 per la ricerca, nessun paese europeo ha ridotto gli investimenti in ricerca.

Per tutti, ma non per l’Italia, fanalino di coda per crescita economica.

Negli ultimi 10 anni l’Italia è cresciuta del 2,43%: siamo penultimi al mondo, peggio di noi solo Haiti. Il governo Berlusconi in 3 anni ha ridotto gli investimenti in università del 20%, oltre 1,3 miliardi di euro. Mentre spendeva 6 miliardi per Alitalia e per togliere l’ICI ai più abbienti. Le risorse promesse da Tremonti sono solo una riduzione di questi tagli: nel 2011 all’università verranno sottratti altri 274 milioni di euro.

Il governo Berlusconi ha cancellato la ricerca e l’università, i veri investimenti per tornare a crescere. Il DDL Gelmini fa fare un enorme passo indietro all’università: nega l’autonomia e ricentralizza tutte le scelte, affidandole alla burocrazia ministeriale e all’arbitrio governativo.?

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RISORSE IN BASE AI RISULTATI. REGOLE E AUTONOMIA. LE NOSTRE PROPOSTE

Atenei autonomi e responsabili.
Autonomia vera e valutazione severa: poche regole chiare e per il resto libertà di organizzazione.
Risorse in base alla valutazione di ricerca, didattica, livello di apprendimento degli studenti.
Rigidi criteri di accreditamento, no agli atenei fantasma.
Far ripartire la ricerca.
Fondi pubblici per la ricerca assegnati in modo trasparente e meritocratico secondo i criteri internazionali (valutazione tra pari).
Piano straordinario di infrastrutture per la ricerca, con le risorse dell’asta per le nuove frequenze digitali.
Piani strategici regionali per l’università e la ricerca.
Gli investimenti per far ripartire l’università.

Nuove regole per il controllo dei costi e risorse adeguate: entro il 2020 l’Italia deve raggiungere la media europea di investimenti in università.

Gli Atenei devono essere autonomi e responsabili delle loro scelte, attraverso la valutazione. Il sistema universitario deve essere governato da regole chiare per l’attribuzione delle risorse e per la coesione territoriale. Gli investimenti per la conoscenza sono l’unica via per tornare a crescere.

www.partitodemocratico.it

"Libri come scudi o book blocks, storia di un'idea nata alla Sapienza di Roma e arrivata fino a Londra" di Andrea Franceschi

La protesta degli studenti italiani e inglesi si salda sotto il segno dei cosiddetti «book blocks». Lo dicono le immagini delle manifestazioni gemelle di Londra e di Roma e lo dice un comunicato sul sito Indymedia London: gli studenti inglesi adottano l’idea dei «libri scudi» su ispirazione e in solidarietà con gli studenti italiani.

I classici della letteratura contro i manganelli
«Questa protesta (quella contro l’aumento delle rette universitarie ndr.) è una forma di difesa di ciò che è sotto attacco: università, librerie pubbliche, letteratura, pensiero, cultura e lavoro. In queste settimane – si legge nel testo – abbiamo provato a protestare pacificamente, ma abbiamo incontrato i manganelli della polizia. Portando i libri nelle strade vogliamo mettere in evidenza che questa violenza non è rivolta ai singoli individui, ma al pensiero, all’educazione e alla libertà di espressione».

L’idea nata alla Sapienza di Roma
L’idea di armarsi di scudi di gommapiuma colorati con i titoli dei grandi classici della letteratura è nata un pomeriggio di novembre all’università La Sapienza di Roma. La definizione «book blocks» invece è da attribuire al collettivo di scrittori Wu Ming.

Il sondaggio per la manifestazione del 14 dicembre
Il prossimo appuntamento è per il 14 dicembre, data in cui il Parlamento voterà la fiducia al Governo Berlusconi. Oltre quella data infatti è stata fatta slittare l’approvazione della riforma Gelmini al Senato. Per quel giorno gli studenti di tutta Italia si ritroveranno a Roma per una nuova protesta contro il governo. E anche in quell’occasione ci saranno i book block. Per l’appuntamento il sito uniriot.org ha lanciato un sondaggio per suggerire quali titoli e autori da usare per i nuovi book blocks. Finora sono stati utilizzati soprattutto grandi classici della letteratura come “Ragazzi di Vita” di Pasolini, “Cecità” di Saramago, “Satyricon” di Petronio. L’unica eccezione è “Gomorra” di Roberto Saviano.
Proteste gemelle a Londra, Parigi e Roma
«Dietro i libri-scudo – si legge in un appello pubblicato sulllo stesso sito – una generazione si è riconosciuta e si è ritrovata nelle proteste». E ancora: «Quello che sta accadendo in questi giorni a Roma è prima scoppiato a Londra, e ancora prima a Parigi: un movimento che parla la stessa lingua e grammatica comune, una stessa generazione in rivolta che abita metropoli diverse nutrita dalla determinazione delle lotte, che punge come una vespa».

Il Sole 24 Ore 12.12.10

"Marchionne disprezza l´Italia ma dimentica che qui è monopolista", di Roberto Mania

Parla il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: “Sul contratto nazionale non può decidere la Fiat”. E accusa: “La mossa del Lingotto indebolisce il sistema di Confindustria, ma nasce dalla loro volontà di destrutturare le regole”
«Marchionne deve smetterla di disprezzare l´Italia. E non per gli aiuti che la Fiat ha ricevuto in tanti anni. Ma perché questo Paese ha permesso alla Fiat di essere monopolista, gli ha garantito un grande mercato interno e un importante portafoglio marchi, tra cui quello dell´Alfa Romeo. Grazie a tutto questo la Fiat di Marchionne ha potuto scalare la Chrysler». Susanna Camusso, segretario generale della Cgil da poco più di un mese, sta tornando a Milano dopo aver partecipato alla manifestazione del Pd. La sfida con Marchionne sarà la sua prova del fuoco da leader della Cgil. Lei non sarà la “signora del no”, ma su tutto vuole trattare rispettando le regole del gioco e non facendosele imporre dagli altri. Chiama in causa la Confindustria: «Spetta alla Marcegaglia invitare Cgil, Cisl e Uil a un confronto sull´eventuale contratto nazionale dell´auto. Non può essere la Fiat a scriverlo perché è nei fatti un monopolista e nemmeno la Federmeccanica che non rappresenterà più il settore». Non teme l´ennesimo accordo separato, quanto «la balcanizzazione delle relazioni industriali». Definisce «falsa e sbagliata» l´accusa di Marchionne alla Fiom che bloccherebbe lo sviluppo. «La riprova? Il Nuovo Pignone è un´azienda leader mondiale e lì la Fiom è largamente il primo sindacato».
Lei dice che Marchionne disprezza l´Italia. In realtà chiede solo garanzie per gli investimenti. Invece dovrebbe essere riconoscente a vita nei confronti dell´Italia?
«Non è una questione di riconoscenza. Dico che è il patrimonio costruito nel tempo che gli può permettere di giocare nel mondo. E dico anche che quel patrimonio è stato largamente svalorizzato negli ultimi anni. La Fiat dovrebbe confrontarsi con la Volkswagen che oggi è in condizioni di investire 44 miliardi di euro e programmare 50 mila assunzioni. Se poi Marchionne, con le sue critiche, intende porre il problema della mancanza di una politica per l´auto da parte di questo governo, ha ragione da vendere. Ma è un altro discorso e, allora, non può scaricare tutto sui lavoratori e far saltare il sistema delle garanzie per i lavoratori stessi».
Marchionne ha chiesto alla Marcegaglia di indicargli quali sono le ragioni che rendono conveniente un investimento in Italia. Provi a rispondere anche lei.
«C´è un motivo tra tutti: il mercato europeo. La Fiat non può pensare di diventare un giocatore mondiale andandosene dall´Europa. Così Marchionne contraddirebbe se stesso. I suoi concorrenti americani sono molto presenti nel mercato europeo».
La Fiat potrebbe rafforzarsi in Polonia o in Serbia.
«Ma non aveva spiegato che dovevamo fare come la Germania?».
Comunque la Fiat è pronta a investire 20 miliardi di euro a condizione che i sindacati firmino un accordo per modificare l´organizzazione del lavoro.
«Per ora ci sono i 700 milioni per Pomigliano e un miliardo per Mirafiori. Continuiamo a non vedere il piano “Fabbrica Italia”. È un piano che per ora non esiste. Ha ragione il segretario della Cisl Bonanni: prima gli investimenti e poi le ricadute sul lavoro».
La Confindustria è vittima o “complice” di Marchionne?
«Sono vere entrambe le cose. Per un verso è vittima perché la mossa di Marchionne indebolisce il sistema di rappresentanza della Confindustria. Ma nello stesso tempo questa situazione non è altro che la conseguenza della destrutturazione delle regole avviata con l´accordo separato sul modello contrattuale. Nasce tutto da lì».
L´uscita della Fiat da Confindustria sarà temporanea, come dicono, o definitiva?
«Mi pare che abbia tanta voglia di non tornare indietro. Ma spetta a Confindustria chiamare al tavolo i sindacati per scrivere, eventualmente, il nuovo contratto per l´auto. Seguendo la strada già tracciata all´epoca delle liberalizzazioni: non più il contratto Telecom, per esempio, ma quello nazionale del settore telecomunicazioni. Se non si avvia un confronto di questo tipo c´è il rischio che si metta in discussione il cosiddetto “tavolo per la crescita”. Tra l´altro producendo un danno verso tutte le altre organizzazioni di imprese. La responsabilità sarebbe della Confindustria».
Dunque la Fiom ci sarà al tavolo per il contratto dell´auto?
«Prima si deve stabilire cos´è il contratto dell´auto. Se è un nuovo contratto nazionale serve una discussione aperta, non predeterminata. Servirebbe un po´ di decenza per il rispetto delle regole».
Teme un altro accordo separato?
«Non temo nulla se non la balcanizzazione del sistema contrattuale».

La Repubblica 12.12.10

"Corrotti e corruttori", di Michele Ainis

Il voto di fiducia è come una messa solenne nel tempio delle istituzioni. Celebra la sacralità del Parlamento, che attraverso questo rito sceglie un nuovo papa, o riconsegna al vecchio le chiavi pontificie. Ma al contempo celebra i governi, innalzandoli alla gloria dell’altare. Invece la politica italiana ha trasformato la messa in messinscena, la liturgia in commedia. Se i santini sono questi, per noi fedeli sarà dura raccoglierci in preghiera.

È il caso, innanzitutto, del governo Berlusconi. Davvero c’è da attendere il 14 dicembre per decretarne i funerali? Davvero lo stesso giorno potremmo viceversa assistere al miracolo della sua resurrezione? È insomma un voto in meno o in più che può restituirci un esecutivo autorevole e longevo?

Evidentemente no, non è così. Se anche Berlusconi la spuntasse per il rotto della cuffia, il giorno dopo si ritroverebbe come Prodi, appeso agli umori del trotzkista Turigliatto o della moglie di Mastella. L’Italia ha urgenza d’una stagione di riforme, ma nessuna compagine ministeriale potrà mai inaugurarla senza una forte base in Parlamento.
Servirebbe dunque guadagnare nuovi soci, allargare la coalizione di governo con un programma condiviso.

Servirebbe, in breve, la politica; invece a Montecitorio va in onda il calciomercato. Signori di mezza età corteggiati come fanciulle in fiore, adescati uno per uno. Oppure comprati con qualche lingotto d’oro, se è autentico il sospetto della procura di Roma.
Ecco, il sospetto. Sta corrodendo la residua credibilità del Parlamento, proprio nel giorno che avrebbe dovuto sancirne il primato. In Italia nessun governo è mai caduto in seguito a una mozione di sfiducia (Prodi si dimise dopo una «questione» di sfiducia, che è cosa diversa): sempre crisi extraparlamentari, consumate scavalcando le assemblee legislative. Adesso no, le Camere sono tornate al centro della scena. Ma la crisi in Parlamento via via si è tramutata in una crisi del Parlamento, e quest’ultima ha infine messo in crisi le garanzie costituzionali che proteggono la dignità delle due Camere.

Qual è infatti la trincea giuridica su cui si è asserragliato il centrodestra? L’art. 67 della Costituzione, che pone il divieto di mandato imperativo. Se ogni deputato è libero di votare un po’ come gli pare, sarà anche libero d’accettare incenso e mirra per ogni voto espresso. Ma libero rispetto a chi? Rispetto alla mamma, alla sorella, al Popolo della libertà? No, libero rispetto ai suoi elettori. Peccato tuttavia che i nostri parlamentari, grazie al porcellum, siano stati scelti dai partiti, non dagli elettori. Peccato quindi che la garanzia del libero mandato si sia svuotata come un uovo per assenza del mandato.

C’è però un’altra garanzia costituzionale, sta appena un rigo sotto. Si conserva nell’art. 68, che proclama i membri del Parlamento insindacabili per le opinioni e i voti in aula. Da qui un’irresponsabilità giuridica, che a sua volta è di tre tipi. Civile (se rivelo un segreto industriale, nessuno potrà chiedermi i danni). Penale (se ti diffamo durante un discorso in Parlamento, non hai il diritto di sporgere querela). Disciplinare (se critico il ministro di cui sono dipendente, lui non potrà applicarmi una sanzione). E se invece voto la fiducia in cambio della cassaforte di Zio Paperone? Alla lettera, l’art. 68 vale pure in questo caso. Ma fu concepito per proteggere la libertà intellettuale dei parlamentari, non la libertà di mettersi all’asta. La loro indipendenza, non la dipendenza dal denaro.

C’è allora una lezione che ci impartisce questo tempo di briganti. La malattia etica che ha fiaccato la politica reclama una nuova etica politica, non le medicine del diritto, non il soccorso della Costituzione. Anche perché la nostra Carta è la prima vittima di questa malattia. Ma riesce ancora a vendicarsi, sia pure mentre esala l’ultimo respiro. Se infatti il voto del parlamentare corrotto è insindacabile, l’offerta del parlamentare corruttore no: quell’offerta non è un voto, non è un’opinione, non è protetta dal divieto di mandato imperativo. Sicché alla fine della giostra la procura di Roma potrebbe fare un’esperienza inversa rispetto alla procura di Milano. Nel caso Mills c’era un corrotto senza corruttore (improcessabile); qui avremmo un corruttore senza corrotti (improcessabili). Mezzo reato per un Parlamento dimezzato.

La Stampa 12.12.10

"Il governo galleggiante dei consensi comprati", di Eugenio Scalfari

Ci sono alcuni fatti che tengono banco in questa giornata che precede di 72 ore la conta del 14 dicembre (se conta ci sarà). Li enumero: il calcio-mercato e l´intervento della Procura di Roma che ha aperto un´inchiesta per reato di scambio di voti; la piazza di San Giovanni dove il Pd ha chiamato a raccolta i suoi militanti; la lettera diramata dalle cosiddette colombe del Pdl e dei finiani affinché “in extremis” si trovi un accordo tra i due partiti che eviti lo scontro sulla fiducia. Ma infine e soprattutto che cosa accadrà dal giorno dopo in poi, quando, superata in qualche modo quella scadenza, bisognerà affrontare il tema della strategia per quanto riguarda la coesione sociale, la tenuta finanziaria del debito e la crescita economica.
I protagonisti sono numerosi. Fin troppo numerosi e portatori di variabili che rendono difficile la quadra, per esprimersi nel lessico di Umberto Bossi. Facciamone i nomi: Berlusconi innanzitutto, Fini, Casini, Bersani (per dire il Partito democratico), Bossi. Al di fuori e al di sopra di questi giocatori in campo c´è Giorgio Napolitano, arbitro e tutore delle regole costituzionali. La funzione dell´arbitro non è mai marginale, ma può diventare assai più importante e addirittura decisiva quando la partita sia piena di brutti falli e di giocatori che mirino più alla rissa che al buon gioco. Ciò detto, dedico qualche parola alla questione morale.
Può sembrare una questione teorica ed in parte lo è, ma è anche un punto di riferimento per tutte le persone alle quali sta a cuore la dignità del proprio Paese e di se stesse. Queste persone sono molte e di varia cultura e orientamento politico. Ci sono i laici e i cattolici, i giovani e gli anziani, i lavoratori e gli imprenditori, i moderati e i progressisti.
La questione morale si pone perché molti, moltissimi cittadini di questo Paese sentono chiaramente che la morale è stata ed è apertamente calpestata. Quando le istituzioni che dovrebbero realizzare, ciascuna nel settore di sua competenza, il bene comune vengono invece piegate a favorire l´utile di chi ne determina l´attività, lì, in quel luogo e in quel momento la morale viene messa sotto i piedi.
Conosco l´obiezione a questa tesi: la politica ha una sua autonomia, Machiavelli insegna. Politica e morale sono due categorie mentali diverse, talvolta perfino contrapposte e comunque autonome l´una dall´altra.
Personalmente concordo con la tesi dell´autonomia salvo che su un punto decisivo: i fini della politica debbono essere morali perché perseguono il bene di tutti. L´autonomia della politica riguarda soltanto i mezzi ma anche qui con un limite: i mezzi non possono mai essere contraddittori rispetto ai fini. Qualche esempio pratico. Se una pubblica istituzione viene usata per sistemarvi i parenti e gli amici di chi la dirige, questo mezzo contraddice palesemente la finalità. Se un uomo politico convince un suo collega a cambiar partito, la sua opera di convincimento è pienamente accettabile, ma se compra il consenso o lo mette in vendita, questa è una prassi vergognosa e inaccettabile.
La questione morale e il rapporto tra morale e politica è tutto qui. I cittadini elettori possono trovare in questo semplice criterio lo strumento per utilizzare correttamente il loro voto sovrano.
* * *
La piazza di San Giovanni ieri era imponente. Il Partito democratico c´è, è una realtà politica, ha i suoi quadri centrali e locali, i suoi militanti, il suo programma riformatore. Non debbono piacere a tutti, anche all´interno ci sono critiche, a volte ben motivate altre volte demagogiche. Quelle demagogiche fanno chiasso e fanno spettacolo, ma servono solo a disgregare e non a migliorare.
Comunque il partito c´è e gli ultimi sondaggi lo danno in recupero di consensi. Recupero modesto. Il bacino potenziale del Pd è stimato al 42 per cento dell´elettorato ma il consenso attuale è appena sopra al 25. Si vede a occhio che il primo compito di chi lo dirige è di recuperare quella zona di indecisi che potrebbero votarlo. Nei prossimi mesi (o settimane?) su questo terreno si misurerà la capacità del gruppo dirigente che dovrebbe muoversi compattamente e non in ordine sparso. Ci sono troppi galli nel pollaio democratico, in certe condizioni l´abbondanza dei galli può essere una risorsa, ma coi tempi che corrono non lo è. Galli e galletti dovrebbero fare squadra. La responsabilità è di ciascuno di loro e in prima istanza del segretario del partito.
* * *
Le colombe moderate del Pdl e di Futuro e Libertà vorrebbero una riconciliazione. I leader delle due formazioni si dicono in principio d´accordo, ma divergono sulle condizioni. Ciascuno pone le proprie. Fini è pronto all´accordo se tutta la sua gente ma anche i suoi alleati (Casini, Rutelli) rientreranno nell´alleanza di centrodestra in posizioni determinanti. Non più un´alleanza con due gambe (Berlusconi e Bossi) ma con quattro.
Berlusconi fino all´altro ieri ha temporeggiato ma ieri è intervenuto approvando il documento delle colombe e promettendo una navigazione nuova dedicata alle riforme economiche e istituzionali. Perfino con un ritocchino alla legge elettorale.
Nel tardo pomeriggio è arrivata però la risposta di Fini, che sembra chiudere definitivamente ogni spiraglio alla trattativa. Evidentemente le promesse berlusconiane non sono più credibili, e il passaggio sulla votazione di sfiducia avrà comunque luogo. La lettera dei moderati era piuttosto un trappolone del Cavaliere, la favola sempre attuale del lupo e di Cappuccetto Rosso: il lupo travestito da vecchia nonna benevola, con le sembianze del premier, e Cappuccetto (ma non rosso) con le sembianze del presidente della Camera.
Ma Fini non c´è cascato. Bisognerà vedere, adesso, in che modo si comporterà la Lega dopo il 14.
Bossi ha in mano la “golden share” del centrodestra. Dopo il voto di martedì prossimo, quale che ne sia l´esito, con una differenza di un paio di voti o per l´uno o per l´altro, il Senatur valuterà se il peso della Lega resta determinante nell´alleanza di centrodestra, oppure risulta diminuito. Se quest´ultima fosse la sua valutazione, il Carroccio staccherebbe rapidamente la spina.
In queste condizioni, la funzione dell´arbitro può diventare decisiva. Il problema di Napolitano non è tanto quello delle riforme, giustizia, Senato federale o altre consimili, pur certamente importanti. Il Capo dello Stato ha già indicato l´assoluta priorità della situazione economica. La prima sua mossa fu quella di congelare la crisi politica per rendere possibile l´approvazione della Legge di Stabilità finanziaria.
Questo risultato, ormai raggiunto, non ha tuttavia esaurito il tema. I turbamenti prevedibili sul mercato finanziario, e la posizione della Germania e della Francia su regole più severe per quanto riguarda i debiti sovrani, rendono indispensabile un governo che abbia piena credibilità rispetto alle autorità monetarie europee e alle istituzioni sovra-nazionali. Un governo galleggiante, presieduto da chi ha già perso gran parte della sua credibilità internazionale, non è l´ideale per attuare una strategia oggettivamente difficile: coniugare crescita e rigore finanziario, far rientrare il debito nei parametri europei, destreggiarsi rispetto alle richieste della Merkel e di Sarkozy per politiche economiche più stringenti che rafforzino l´euro e, non ultimo, recuperare una coesione sociale che sembra aver toccato il livello peggiore da molti anni.
È questo il governo che può affrontare problemi di questa portata? Non dimentichiamo che il sogno di Berlusconi, nonostante tutto, resta quello di trasportare tra due anni Arcore e Palazzo Grazioli al Quirinale.
A questo punto credo davvero indispensabile un dibattito sulla questione morale; relatori Verdini, Dell´Utri e Bondi, moderatore il cardinale Bertone. Magari a casa di Vespa dove pare si mangi benissimo. Mi piacerebbe essere invitato.

La Repubblica 12.12.10

Editoriali, commenti, storie sulla manifestazione del Partito Democratico a Roma

“La pax di Bersani e il paese che ascolta” di Rudy Francesco Calvo
Il segretario del Partito democratico rimette il suo partito in campo
È la sua giornata. La manifestazione di oggi può rappresentare per Pier Luigi Bersani un punto di svolta. Con un gergo borsistico, si può dire che per il Pd è arrivato il momento del “rimbalzo”: dopo mesi di calo nei sondaggi bisogna tornare a crescere. La piazza gli darà certamente molta forza e certamente lui infonderà orgoglio ai tanti che affolleranno San Giovanni.
La benevolenza dei militanti nei suoi confronti non è mai stata in discussione, anzi il suo rapporto con la base in un certo senso è perfino più saldo di quello di chi lo ha preceduto. La sfida, semmai, è riuscire a parlare anche a quella maggioranza del paese che non è mai stata a una manifestazione di partito e che continua a cercare un’alternativa al centrodestra ormai frantumato.
Da quando è stato eletto segretario, Bersani è riuscito progressivamente a rafforzare la sua leadership interna. Ha dimostrato di essere totalmente emancipato dalla presunta golden share dalemiana e ha rafforzato la maggioranza congressuale stringendo un solido rapporto di collaborazione con il suo ex avversario Franceschini. Ha cercato di conciliare, non senza difficoltà, le innovazioni del Pd veltroniano (a partire dalle primarie) con un modello di partito più strutturato.
Nei momenti più importanti, come questi giorni che hanno preceduto la manifestazione e il voto di martedì sulla sfiducia al governo, ha sempre compattato lo stato maggiore democratico sulla propria linea, coerentemente con l’idea tradizionale di una leadership condivisa.
Negli ultimi tempi è riuscito perfino nell’ardua impresa di mettere d’accordo D’Alema e Veltroni. La scelta di un profilo più chiaramente di sinistra su cui collocare il Pd lo pone in concorrenza diretta con chi occupa più saldamente quello spazio, anche grazie a un partito più piccolo e più facilmente identitario. Anche nella competizione diretta con Vendola, questa manifestazione per Bersani rappresenta un’occasione importante: oltre alle sue riconosciute capacità di governo, oggi potrà dimostrare anche le sue qualità di leader politico, per rilanciarsi in vista delle eventuali primarie per la candidatura a premier del centrosinistra.
Il Pd è senza dubbio l’unico partito italiano in grado di una prova di forza come quella di oggi. Non ci saranno nemmeno i tanti distinguo che spesso affliggono il partito: il segretario ha già sottoposto al vaglio dei principali dirigenti il suo discorso, ricevendone un’approvazione unanime. Fra tre giorni, Berlusconi potrebbe tornare a casa forse definitivamente, un risultato finora mai riuscito a nessuno e che mai potrebbe riuscire senza il Pd.
Sta a Bersani, ora, dimostrare se il cesto è finalmente pronto per raccogliere quella mela sul punto di cadere. Sta a Bersani spiegare senza indugi la proposta dei democrat per questa fase d’emergenza (il governo di transizione) e, soprattutto, per quando si andrà al voto. Con la consapevolezza di parlare davanti alla “sua” gente, ma con la necessità di convincere molti italiani in più di quelli che saranno presenti a San Giovanni.

da Europa Quotidiano 12.12.10

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“Una Boccata di democrazia”, di Curzio Maltese

Per distrarsi dallo spettacolo di un grande paese in mano al voto degli ultimi due voltagabbana arruolati da Di Pietro. È un sollievo incontrare le facce di un´Italia diversa, reale. Quanti erano? Chissà. Se Berlusconi giurava di aver superato i due milioni la primavera scorsa, allora qui dovrebbero essere cinque o sei. Basta confrontare le foto di piazza San Giovanni dall´alto. Fuori dalla contabilità di fantasia, comunque una marea. Ma più dei numeri conta l´emozione di veder sfilare i ragazzi dell´Aquila accanto ai precari dello spettacolo, i ricercatori e i migranti, i maestri elementari e i cassintegrati, da tutta Italia, con cento dialetti e un milione di storie.
Una gran bella giornata. Tanto bella quanto probabilmente inutile. A questa politica del paese reale importa poco o nulla. I giochi si fanno altrove, nei palazzi del potere berlusconiano. Quanti se n´è comprati? Quanti ne comprerà nelle prossime 48 ore? Nel retropalco di piazza San Giovanni, mentre parla Bersani, gli specialisti sfoderano il pallottoliere. Dario Franceschini, che di solito ci azzecca («comunque più di Di Pietro» è la battuta), sostiene che il fronte della sfiducia è ancora sopra di due voti. «Se Guzzanti passa di là, siamo pari».
L´unica certezza è che non vi sarà un solo parlamentare, un singolo esponente del popolo, che cambierà idea perché uno, due o cinque milioni d´italiani sono scesi in piazza. Badano ad altre cose, consulenze, contratti in scadenza, rielezione, pensioni, mutui, ipoteche, debiti. La manifestazione di ieri non servirà a dare una spallata al governo Berlusconi. Ma può dare una scossa di fiducia al Partito Democratico, da mesi paralizzato da un paradosso. Il berlusconismo perde colpi, ma il principale partito d´opposizione non guadagna consensi, al contrario scivola nei sondaggi. Perché, se ha potenziale elettorale che supera il quaranta per cento? Perché, se ogni chiamata alla piazza raccoglie milioni di adesioni, quando in tutte le democrazie occidentali mezzo milione di persone in corteo costituiscono un record?
Il Pd è a un bivio storico, di fronte a una scelta difficile, che merita rispetto. Alle prese con un problema assai più profondo di quanto appaia dalle risse fra la ventina di aspiranti segretari. Il Pd deve scegliere se diventare un partito come tutti gli altri, ovvero il comitato elettorale di un leader forte e carismatico. Oppure rimanere l´ultimo partito collegiale sulla scena.
Nel suo bel discorso Bersani, assai più efficace in piazza che in televisione, ha rivendicato con orgoglio la diversità del Pd. «Non vogliamo creare passione per una persona, ma per la Repubblica». È cosa buona e giusta da dirsi, nobile. Bisogna vedere se è anche attuale. Nell´Italia berlusconizzata, ma non solo, i partiti sono la narrazione di un capo. Oggi il Pd, con tutta la fatica e il dolore affrontato per separarsi dalle proprie radici, il Pci e la Dc, si trova a perdere voti nei confronti di Vendola e Casini, rispettivamente un ex comunista e un ex democristiano, entrambi poco ex, i quali semplicemente hanno capito due o tre cose in più su come funziona la comunicazione politica nei tempi moderni. Nell´Italia del 2010 il Pd è un partito che appare fermo al Novecento, mentre il resto del mondo è entrato da tempo nel Duemila. Oppure è regredito all´Ottocento, chissà, ma in ogni caso sta altrove.
All´orizzonte del Pd oggi non esiste un leader carismatico. L´ultimo giovane pretendente l´hanno appena beccato a confabulare in segreto ad Arcore, lui sostiene per il bene di Firenze. Ma anche se si presentasse Obama in persona, il Pd per come è strutturato non accetterebbe mai di diventare il partito di un leader. Gli unici ad averci provato in questi anni, Prodi e Veltroni, sono finiti presto. Sia pure dopo aver raccolto molti più consensi delle direzioni collegiali. Ad ascoltare la gente di San Giovanni, la base del Pd non avrebbe dubbi sulla scelta da compiere. C´è il rischio che la metà delle persone scese in piazza all´appello di Bersani, in caso di primarie si precipitino a votare Vendola. Forse domani cambierà tutto, se cadrà Berlusconi. Ma per far finire il berlusconismo, più che un governo tecnico, servirebbe allora la rivoluzione invocata dal grande Mario Monicelli.

La Repubblica 12.12.10

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“Il tempo è finito”, di Concita De Gregorio
Sono passati quasi cinque mesi dall’espulsione di Fini dal Pdl, mancano due giorni al voto di fiducia di cui nessuno sa prevedere l’esito perché non dipende da argomenti politici, di credo o di progetto, dipende dal baratto: cosa mi dai in cambio, quanti soldi, che posto, quali garanzie per il mio personale futuro. Se la logica è quella mercantile tutto può succedere, nella contrattazione: che si alzi il prezzo, che fioriscano le convenienze, che svaniscano le dignità peraltro in molti casi già volatili. E’ abbastanza probabile, per quanto ci si auguri di no, che la smisurata disponibilità economica del magnate – di cui oggi apprendiamo le ultimissime sugli affari immobiliari ad Antigua, uno Stato a cui il signor B. ha condonato il debito in cambio di favori personali, come l’Unità ha da molte settimane anticipato – che la sua per così dire capacità persuasiva possa attecchire nelle coscienze deboli, illanguidite da ingiustificata autostima, e che il più longevo premier morente possa uscire dall’aula di Montecitorio, martedì, con un pugno di voti a suo vantaggio.

E’ anche possibile di no, e per quanto paradossale possa sembrare non ci sarebbe molta differenza. Sul piano pratico dell’immediato da farsi nei giorni sì, certo. Anche sul piano della propaganda, naturalmente. Non su quello della valutazione politica, però. Il momento della verità sarebbe rinviato di qualche settimana, forse di qualche mese. Nessuno, tuttavia, ma proprio nessuno neppure tra i berlusconiani di primo letto crede in cuor suo che quella a cui stiamo assistendo sia qualcosa di diverso da un’agonia. Questa fase politica, il quindicennio che abbiamo appena attraversato, è finito. Poi, come succede anche nella vita privata di ciascuno, il tempo del congedo può essere anche molto lungo e incerto, doloroso e violento, colmo di pericoli e di seduzioni di ritorno. Che sia finito, però, lo vedono tutti: i protagonisti per primi.

In questi cinque mesi di rivelazioni epocali e di messaggi video su facebook, di diaspore e di terzi poli, di tempeste di fango e di lotte fratricide nelle stesse metà campo non è successo niente, di fatto. Niente che già non si sapesse, niente che non fosse già successo prima, niente di nuovo purtroppo per un paese ridotto allo stremo materiale e morale, al limite della sua capacità di sopportare lo spettacolo di una politica sempre più grottesca, sempre più lontana dai bisogni reali, sempre più avida delle vivande servite al suo privato tavolo. Solo una gara al peggio. Dallo spettacolo delle private debolezze e nefandezze a quello, a cielo aperto, della corruzione ormai eletta a sistema legittimo, dichiarato, esibito. In altri tempi ci avrebbero fatto sorridere i sussulti da vivisezione di partiti «di responsabilità nazionale» che nascono nel numero di tre esponenti tra loro in dissenso, il Pri che espelle La Malfa (ma chi altro c’è, nel Pri, oltre a La Malfa?), i signorotti locali passati dal Psdi – ve lo ricordate? – all’Idv, i cognomi mai sentiti prima di parlamentari improvvisamente decisivi, corteggiatissimi, lusingati nel loro deluso amor proprio che ragionano di mogli e di mutui come se le loro vite private avessero qualche rilevanza per la Nazione. Oggi no, non fanno più ridere.
Sono la misura esatta, millimetrica, del punto in cui si arena il caimano. Vittima del suo stesso protagonismo ha reso giganti i nani, ha espulso dalla vita pubblica la politica e l’ha ridotta a mercato. Il mercato è diventato prostituzione, alla fine, non troppo diversa quella dei giorni da quella delle notti.

Nel lungo discorso di Pierluigi Bersani alla piazza c’è un passaggio che dice questo: quel che di più grave e di meno misurabile tra i disastri avvenuti nell’era politica appena attraversata non riguarda la classe politica, riguarda gli italiani. Come siamo cambiati noi. Lo diceva Altan in quella sua strepitosa vignetta: non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me. Così Bersani, ieri: abbiamo subito «il deperimento dell’etica pubblica, della dignità delle istituzioni e della politica, l’idea di una doppia morale consentita ai ricchi e ai potenti, il riaffacciarsi di stereotipi insultanti per la dignità della donna, la condiscendenza verso la mentalità pararazzista». Abbiamo creduto, alla fine, che davvero se sei il nipote o meglio ancora la nipote di qualcuno, che sia Mubarak o il prorettore dell’Università, non devi sottostare alle regole che valgono per tutti. Che se sei abbastanza furbo va bene così, puoi violare le leggi. Il problema – tutto il problema – è non farsi beccare. Avere gli amici giusti, gli agganci giusti, l’amante giusto, il leader di riferimento che ti garantisca l’assuzione all’Atac, la ristrutturazione di casa a tua insaputa, dov’è il reato? a un certo punto sempre compare un Ghedini col codice in mano. Non c’è reato, se sono bravi a occultarlo e lo sono, ma c’è delitto.

La piazza, ieri, ha esultato a sentir dire che la Lega gridava «Roma ladrona e ha votato tutte le leggi per i quattro ladroni di Roma». E’ un fatto. La presunta purezza leghista, quella di Bossi che diceva a Berlusconi sei un mafioso, si è perduta immolata sull’altare di un interesse materiale: e poi quale interesse? Il federalismo si è perduto nei boschi come le ronde padane. La realtà è che ai Comuni hanno tolto tutti i soldi, le autonomie sono azzoppate. La realtà è sotto una montagna di bugie. Basterebbe ripartire da qui. Dalla verità dei fatti e da un sussulto di dignità – era seria e fiera la piazza di ieri – per dire basta così, davvero. C’è un’Italia che non si compra, non è in vendita nemmeno se arrivano Putin in persona o Gheddafi a fare l’offerta, meno che mai. Un’Italia che vuole il bene di tutti, che non ha bisogno dell’uomo della provvidenza per difendere il suo paese, che non delega e non volta la testa. Perchè quell’Italia c’è, è al lavoro silenziosa. Non è neppure così sciocca da aspettare martedì. Accadrà domani o forse dopo. Quell’Italia sarà lì quando verrà il momento, è qui a vigilare nel frattempo. E’ questione di poco.

L’Unità 12.12.10

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“Elisa, Jeymas, Antonio e gli altri
Ecco le storie del popolo democratico”,
di Luciana Cimino

Antonio, 44 anni, finanziere: sono qui perché sono stato finalmente chiamato da quello che considero il mio partito e poi nello specifico sono qui anche per protestare contro i tagli di questo Governo alle forze dell’ordine, come membro della Guardia di Finanza io non mi sento tutelato e neanche come cittadino. Il fallimento di Berlusconi è sotto gli occhi di tutti.

Marco, 24 anni, studente di lettere del Friuli: i tagli alla cultura, la riforma Gelmini, la scure sulle scuole sono le cose che mi fanno manifestare. Io ho fiducia nel Pd perché ha una federazione giovanile forte, che cresce ogni giorno di più ma non nell’ottica di rottamare i vecchi perché sono quelli che posseggono le nostre radici.

Alessandro, 31 anni, consulente torinese: sono qui per dimostrare che questo Paese non sta con Berlusconi, che c’è un’altra Italia che non compra i deputati come al mercato delle vacche. Il Pd sta facendo bene, ora bisogna solo stringerci attorno a Bersani.

Franca, 53 anni, impiegata piemontese: Di fronte alla grave crisi economica che ha colpito l’Italia il Governo ha risposto solo con liti interne su cose personali. Invece bisognerebbe occuparsi con urgenza di una riforma degli ammortizzatori sociali e della sanità. Il Pd è stato male interpretato ma sta facendo un’opposizione seria,vicino alla gente. Bersani sta facendo il possibile e ha il mio sostegno.

Roberto, 65 anni, pensionato: voglio testimoniare la mia opposizione e contribuire alla caduta di Berlusconi che guida un Governo di incapaci, puttanieri e farabutti. Io non sono frazionista e sostengo in pieno il segretario Bersani che è persona di buon senso.

Vincenzo, 38 anni, della Polizia Municipale di Napoli: sono venuto a manifestare per esasperazione. E’ una piazza pulita davvero, non è solo uno slogan, vuol dire che non tutto si può comprare. Spero sia un segnale per il partito che deve essere più vicino alla gente, perchè quando perde la piazza perde l’identità. Vendola è più carismatico ma Bersani è più concreto, mi piacerebbe facessero campagna elettorale insieme.

Claudio, 59 anni, medico: sono qui per dare un futuro migliore ai miei figli perché questo Paese non mi piace. E’ tempo di mandare a casa Berlusconi e di non fare distinguo nel Pd ma di stare tutti uniti con Bersani.

Elisa, 33 anni, ricercatrice: sono in piazza per salvare le istituzioni democratiche di questo Paese. Urge una riforma fiscale e una politica industriale che manca da 10 anni. In questo momento bisogna volere più bene al pd e al suo segretario perché la situazione è troppo delicata.

Jeymas, 43 anni, aiuto-cuoco indiano: vivo a Roma da 21 anni e non ho diritti, le mie figlie sono nate qui ma non sono italiane. Il razzismo è diventato un metodo di governo. Il Pd mi da fiducia, per questo sono sceso a manifestare ma soprattutto perché sono proprio stanco.

Roberto, 29 anni, segretario del circolo Pd di Cologno Monzese: manifesto per far vedere che il Pd c’è ed è pronto a farsi carico di una responsabilità importante come quella di guidare il Paese. E poi sono qui per difendere la Costituzione più bella del mondo. Esprimo il mio apprezzamento per ciò che Bersani sta facendo, dopo 20 anni di distruzione della cosa pubblica da parte di Berlusconi, il Pd sarà una forza in grado di ricostruire l’Italia.

Emanuele, 19 anni, studente catanese: manifesto perché voglio dare il mio contributo per risollevare le sorti del Paese. Va fatta subito una riforma economica ma non solo di tasse e poi va dimostrato alla gente che no è vero che i politici rubano tutti, che noi siamo diversi. Io ho sempre votato Pd ma vorrei che si rinnovasse aprendo a Vendola che capisce davvero i problemi della gente.

L’Unità 12.12.10