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Tanti in piazza. Tutti con l’Italia che vuole cambiare

Sotto il cielo azzurro di una Roma freddissima, tutti insieme, scaldati dalla speranza di centinaia di migliaia di cittadini italiani che manifestano per un’Italia migliore di quel che gli sta capitando. “Con l’Italia che vuole cambiare” oggi un fiume colorato e festoso di donne e uomini è confluito in Piazza San Giovanni a Roma, per la grande manifestazione nazionale organizzata dal Partito democratico. I due lunghi cortei partiti da piazza della Repubblica e da piazzale dei Partigiani si sono uniti per partecipare tutti insieme a quella che è stata ribattezzata la grande festa della ‘liberazione dal berlusconismo’.

Sotto il cielo azzurro di una Roma freddissima, ma scaldata dalla speranza di centinaia di migliaia di cittadini italiani che vogliono un futuro migliore, la musica è al centro della festa, con tanti artisti e cantautori italiani: La Med Free Orkestra, Nina Zilli, Simone Cristicchi, Roy Paci e gli Aretuska (a sorpresa arriva anche la grande Fiorella Mannoia) e Neffa che ha regalato al Pd la canzone dal titolo “Cambierà”, colonna sonora della kermesse.

Conducono sul palco: Cristiano Bucchi, giornalista di Youdem, la tv del Pd e Martina Panagia una giovane veiay. I presentatori aprono la grande festa leggendo i numerosissimi messaggi di speranza e di plauso arrivati via internet da tanti italiani che partecipano virtualmente e con il cuore alla manifestazione e che esortano a che l’impegno del Partito sia sempre più forte ed incisivo.

Ma non mancano momenti importanti di riflessione durante la bellissima festa degli italiani ormai stanchi e disillusi da una parvenza di governo che cerca di mantenersi in vita al di la di ogni ragionevole dubbio. Viene infatti letta dal palco di Piazza San Giovanni la nostra bellissima Costituzione della Repubblica italiana, scritta più di 50 anni fa ma attualissima oggi più che mai.

La piazza è gremita di gente, ma il Pd “non da i numeri”, e comunque come ha detto Lino Paganelli che ha organizzato la mobilitazione “Saremo sempre uno di più di quelli che vogliono ancora Berlusconi”.

I militanti ed i simpatizzanti sono arrivati da tutta Italia con treni speciali e pullman, da nord a sud uniti da uno scopo unico: mandare a casa questo governo inadeguato e dannoso.

Parlando con la gente che popola la piazza emerge il riflesso di una Italia sana, attiva, ma stanca di vedere sempre eluse le proprie aspettative e le proprie necessità.

Claudio, 52 anni, è di Cellino San Marco, in provincia di Brindisi e nella vita distribuisce i giornali nelle edicole, lavoro duro e logorante, soprattutto per gli orari. Ha viaggiato tutta la notte, su un pullman organizzato dal Pd, insieme ad altri 50 amici, non tutti iscritti al Pd, come lui, ma speranzosi di cambiare l’Italia. Claudio ha detto che ha partecipato alla manifestazione per contribuire in senso figurato a “ dare un calcio a Berlusconi”, perché “l’Italia ha bisogno di una svolta e infatti nella piazza è percepibile a pelle l’importanza del momento”. Ha poi detto con gli occhi lucidi: “Siamo già venuti qui per dare sostegno al Partito, ma ogni volta è un’emozione nuova”.

Tantissimi anche i giovani che con la loro naturale allegria colorano la “festa del Pd”. Silvia ha 20 anni ed è arrivata a Roma con un treno speciale partito da Brescia. Studia lettere nell’Ateneo di Padova perché le piacerebbe tanto restare nell’università, ma mentre lo dice, sorride, perché pur così giovane sa già che sarà molto difficile realizzare il suo sogno. Silvia, ventenne ma così matura, ha detto che è venuta alla manifestazione a Roma perché “spera che la sua presenza dimostri che c’è ancora una coscienza civile tra le persone, e che si muovano gli animi dei più pigri, che sono solo capaci di criticare tutto, ma non hanno voglia di cambiare le cose”. Quindi ha concluso esortando all’Italia: ”partecipazione e non indifferenza!”

Anche tanti anziani hanno voluto partecipare con il Pd alla manifestazione contro i mali del governo, proprio perché insieme ai giovani ed alle donne sono la categoria più colpita dalla crisi economica mal gestita dal governo, hanno pensioni al limite della sopravvivenza e non hanno servizi sociali a disposizione. Franco e Giacomo vengono da Caserta, sono partiti all’alba con un pullman pieno di simpatizzanti e militanti del Pd. “Siamo qui per vedere se è possibile buttare giù quel gran signore – ha detto Franco con un simpatico intercalare dialettale -. Ci aspettiamo da questa piazza uno stimolo in più per cambiare questa situazione in Italia. I giovanotti nel Partito devono fare esperienza e noi li seguiremo bene e da vicino per aiutarli, poi potranno dare un contributo al Partito”. Giacomo ha detto che l’importante per cambiare la situazione è che il Pd, come sta facendo, porti avanti delle proposte che tocchino di più i cittadini, un progetto che vada incontro a tutte le categorie”. “Speriamo che il 14 dicembre festeggeremo qualcosa”, hanno augurato i due pensionati.

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“L’Italia e noi: un futuro da afferrare assieme. Il PD vuole una riforma repubblicana e un’alleanza per la crescita e il lavoro”, di Pier Luigi Bersani,

Come due anni fa al Circo Massimo oggi a San Giovanni presentiamo il volto di un grande Partito popolare. Siamo qui per dare un messaggio all’Italia. Un messaggio di fiducia e di cambiamento.
Ecco quello che pensiamo: pensiamo che l’Italia sia ben migliore di ciò che le capita ormai da troppo tempo. Pensiamo che non si possa più andare avanti così. Berlusconi deve andare a casa. Ci vuole un passo avanti in una direzione nuova. L’Italia deve cominciare a togliersi il berlusconismo dalle vene, deve scrollarsi di dosso un populismo personalistico, propagandistico e impotente.

L’Italia ha bisogno di una democrazia costituzionale rinnovata, di una democrazia solida e normale.
L’Italia ha bisogno di una democrazia costituzionale rinnovata, di una democrazia solida e normale, capace di funzionare e di dare qualche risposta ai problemi della gente, non a chiacchiere ma a fatti.

C’è una crisi seria per un tempo non breve. Ma ci sono energie buone e grandi capacità
C’è una crisi seria, che ci accompagnerà per un tempo non breve; c’è il rischio di un peggioramento delle già difficili condizioni di vita di milioni di italiani, c’è un orizzonte incerto per la nuova generazione. E ci sono tuttavia energie buone, grandi capacità, disponibilità, e ci sono ricchezze in questo nostro Paese: tutte risorse che possono essere messe in movimento.

Serve un grande sforzo collettivo, dove chi più ha deve dare di più.

C’è da organizzare un grande sforzo collettivo, uno sforzo di cambiamento, dove chi ha di più deve dare di più. Ci vuole un cambio di passo. L’uomo solo al comando, il “ghe pensi mì” non può risolvere questo problema.

Le ricette della destra non sono adeguate.
Le ricette della destra non possono caricarsi di questo compito. Bisogna creare una nuova situazione politica. Lo sappiamo, non si può certo cambiare in un giorno, con la lunga vicenda che abbiamo alle spalle e che stiamo ancora vivendo. Non lo si fa in un giorno, non c’è l’ora X!

Non è ora X, ma passaggio cruciale.

E tuttavia siamo a pochi giorni da un passaggio cruciale in Parlamento; può affacciarsi la possibilità di sancire formalmente la crisi politica del centrodestra.

E’ ora di riconoscere che se siamo arrivati a questo punto lo si deve molto al nostro lavoro.

Sarà finalmente ora di dire che se siamo arrivati a questo, c’è molto del nostro lavoro. E’ ora che ce lo riconosciamo noi stessi, se vogliamo che altri ce lo riconoscano. Solo due anni fa la scena era questa: una vittoria del centrodestra con una maggioranza senza precedenti nella storia recente del Paese; tutti ad omaggiare i vincitori, presupponendone l’eternità. Una sorta di pensiero unico che si diffondeva. L’opposizione a rischio di diventare il ricettacolo di tutte le frustrazioni e le impotenze, messa dal berlusconismo nell’angolo più difficile di tutte le democrazie mondiali.

Dopo vittoria della destra, tutti a omaggiare i vincitori e si è diffuso pensiero unico.
Noi non siamo caduti nel pensiero unico e nella frustrazione. Nonostante le difficoltà ci siamo sempre ritenuti un Partito di Governo momentaneamente all’opposizione.

Ma noi non siamo
caduti nella frustrazione. Abbiamo visto per primi la crisi e il varco che si sarebbe creato tra la propaganda e la realtà.

Abbiamo visto per primi la crisi e il varco che necessariamente si sarebbe dovuto creare fra la predicazione propagandistica del Governo e la realtà della vita comune. Abbiamo battuto tutti i giorni quel chiodo. E quando la distanza fra parole e fatti è diventata più evidente, quando è diventato più chiaro che i problemi marcivano mentre la politica era costretta a girare attorno ai problemi diurni e notturni del Premier, allora si è aperta la crisi del centrodestra. Non c’entrano le ville. E’ per la perdita di presa del Governo sulla situazione reale che si è aperta questa crisi e che una parte della destra ha cominciato a pensare al dopo e a mettersi in movimento.

Non abbiamo offerto l’occasione perché si ricompattassero.
E noi che cosa abbiamo fatto, allora? Abbiamo messo tutti nel mucchio come ci suggeriva qualche tifoseria o qualche focoso amico? No. Abbiamo lavorato nella nostra autonomia, nella nostra distinzione, perché non andasse sprecato nessuno degli spazi critici che si aprivano verso il modello populista e berlusconiano.

La mozione di sfiducia al momento giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano.
E abbiamo messo noi, al tempo giusto, la mozione di sfiducia, al tempo giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano. Fatemelo dire, adesso. Ce l’abbiamo la patente per fare l’opposizione, perbacco! Non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca tutti i giorni. Credo che lo si sia visto.

Non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca.
E adesso siamo qui, a pochi giorni da un appuntamento parlamentare importante. Una giornata incerta, sì, ma non tanto incerta da non far vedere una cosa. La crisi politica del centrodestra c’è, ed è senza rimedio, e in ogni caso martedì prossimo, comunque vadano le votazioni, questa crisi sarà certificata. O pensano di risolverla con la compravendita di qualche voto, con pratiche vergognose che fanno arrossire l’Italia davanti a tutte le democrazie del mondo!

Crisi politica del centrodestra è senza rimedio. E non si risolverà con pratiche vergognose.
Pensano di cavarsela così? Facendo rifornimento con un deputato o due, dove sperano di arrivare, a Natale? Alla Befana? Per vedere se mai lasciasse nella calza qualche altro deputato? No. Non possono più andare avanti, questa è la verità e noi in ogni caso combatteremo la nostra battaglia da una posizione più avanzata.

Loro non possono più andare avanti. E noi combatteremo da una posizione più avanzata.
Certamente noi lavoreremo fino all’ultimo momento perché da quella giornata venga un primo passo su una strada nuova, venga il segno che si può cominciare a voltare pagina fino all’ultimo lavoreremo come abbiamo lavorato, e bene, fin qui con i nostri Gruppi Parlamentari e non con le compravendite ma con la battaglia politica.

C’è un’intera fase della storia politica italiana da oltrepassare.
Ma, care democratiche e cari democratici, noi sappiamo bene che oltre la prossima settimana c’è un cammino davanti a noi e davanti all’Italia. Non si tratta solo di cambiare un Governo. C’è una fase della storia politica italiana da oltrepassare. C’è una questione di sistema da affrontare. Ormai sedici anni fa, dopo la caduta del muro e dopo tangentopoli, Berlusconi si affacciò nel vuoto e nel discredito della politica e propose una persona e un modello. Una scorciatoia personalistica contro l’inefficienza del sistema, l’oppressione dello Stato e della burocrazia, l’impotenza e le vergogne della politica. Promise più libertà e meno tasse, propagandò un modello individualista. Si scagliò contro il Palazzo e se ne fece uno tutto suo, e con le porte piuttosto girevoli, come abbiamo visto dopo! Accumulò potere politico, economico, mediatico; utilizzò le spinte antisistema della Lega fino ad occupare l’ultimo decennio, il primo del nuovo millennio, governando sette anni degli ultimi nove, costruendo un partito personale e padronale, mettendo a comando il Parlamento con una opportuna legge elettorale e concentrando nelle sue mani un potere senza precedenti nell’intera storia repubblicana.

Dopo sedici anni e quattro governi Berlusconi, possiamo tirare qualche somma: il bilancio è un disastro. Adesso la domanda è: dopo questi sedici anni e dopo quattro Governi Berlusconi, dopo un decennio dominato da lui possiamo tirare qualche somma? E lo chiedo anche agli elettori del centrodestra, possiamo tirare qualche somma o dobbiamo aspettare tutto il millennio? Se tiriamo le somme, si deve dire che il bilancio di questi anni è disastroso.

Con la destra al governo più disuguaglianze, meno consumi, meno investimenti e più evasione fiscale, più corruzione e meno prospettive per i giovani.
Il nostro Paese non è migliorato in niente. Ci siamo visibilmente allontanati dai Paesi forti dell’Europa. Abbiamo perso posizioni su posizioni in tutte le classifiche immaginabili e possibili: dalla ricchezza per abitante, al numero degli occupati, alle prospettive dei giovani, agli investimenti per la ricerca, all’andamento dei consumi, all’andamento del debito pubblico, all’aumento delle diseguaglianze, al divario nord-sud, all’evasione fiscale, al peso della burocrazia, alla diffusione di corruzione e illegalità. Potrei far notte continuando l’elenco. Un vero disastro. L’unica classifica che grazie a Berlusconi abbiamo rimontato è quella del nostro posto nelle barzellette del mondo, del nostro posto nel discredito del mondo!

Con la destra al governo deperimento dell’etica pubblica, della dignità delle istituzioni; doppia morale per i potenti; stereotipi insultanti per la dignità della donna; condiscendenza verso il razzismo.
E c’è qualcosa che è avvenuto, di meno misurabile ma ancora più grave. Il deperimento dell’etica pubblica, della dignità delle istituzioni e della politica; l’idea di una doppia morale consentita ai ricchi e ai potenti; il riaffacciarsi di stereotipi insultanti per la dignità della donna, la condiscendenza verso la mentalità pararazzista. Dunque, tirando finalmente le somme della lunga fase iniziata tanti anni fa, dobbiamo dire che solo il centrosinistra nel corso degli anni novanta ha affrontato con serietà e rigore e a viso aperto i problemi di fondo del Paese: problemi di risanamento, di riforma, di grande prospettiva europea, con guide autorevoli e programmi coraggiosi confluiti tutti nell’Ulivo di Romano Prodi, che vogliamo salutare qui con grande affetto come la personalità riassuntiva di una grande stagione di impegno. Ma dobbiamo purtroppo dirlo: molto di tutto questo è stato svilito e grandemente compromesso dai Governi berlusconiani e leghisti.

Il governo ha fallito perché ha fatto solo propaganda. Hanno sempre bisogno di un nemico e generano così disunione, contrapposizione, tifoseria.
Quei Governi hanno fallito. Hanno fallito perché hanno ridotto l’azione di governo a strumento di propaganda, alla predicazione dei cieli azzurri fino a vendere miracoli a buon mercato o addirittura miracoli a rate come a Napoli e all’Aquila. Hanno fallito perché si sono avvitati sui problemi del Capo dimenticando i problemi degli italiani; hanno fallito perché il loro meccanismo populistico ha sempre bisogno del nemico generando così disunione, contrapposizione, tifoseria, una rottura profonda fra gli italiani che non si era vista nemmeno ai tempi della guerra fredda.

All’ombra del
capo vi sono state relazioni speciali, cricche di ogni genere, degenerazione. Hanno fallito perché all’ombra del Capo sono inevitabilmente fiorite relazioni speciali, personali e quindi cricche di ogni genere e specie, indebolimento delle regole fino a fatti di degenerazione e di corruzione.

Governo a favore di rendita e privilegi.
Hanno fallito infine perché hanno preso a rovescio il grande tema economico e sociale: sono stati con la ricchezza, sono stati con la rendita, sono stati con il privilegio e hanno così disarmato le leve della crescita: la famiglia, il lavoro, l’impresa, la conoscenza. Hanno fallito e se hanno fallito non può sempre essere colpa degli altri: dei comunisti, dei giornali di sinistra, dei giudici, dei traditori, degli americani o dei marocchini, dei complotti internazionali. Caro PDL e cara Lega, ve lo chiedo ancora: avete governato per sette anni degli ultimi nove. Quanto anni volete governare prima che sia colpa vostra?

Di fronte a crisi internazionale hanno negato il problema. Ma il frutto più amaro e pericoloso del loro fallimento lo abbiamo misurato all’incrocio con la crisi internazionale, la più grave in cinquant’anni. Lì, a quell’incrocio nel quale siamo ancora, la destra italiana ha consumato la sua colpa più grave. Ha disarmato il Paese sacrificandolo alla sua propaganda.

Hanno disarmato il Paese di fronte alla crisi.
Invece di dire: “c’è il problema” ha detto: “non c’è il problema”. Invece di dire “stiamo perdendo ricchezza per il doppio degli altri” ha detto: “stiamo meglio degli altri”. Invece di dire: “il lavoro, l’occupazione sono il primo problema” ha detto: “l’occupazione non è un problema”. E dicendo tutto questo ha agito di conseguenza, cioè a rovescio. Io sto da mesi rivolgendo una domanda a quei commentatori e a quegli osservatori che da ogni lato hanno fatto le pulci a noi per non offendere il manovratore e ci hanno descritti come incapaci a presentare proposte alternative.

Bruciati miliardi per favorire gli evasori.
Ancora una volta, qui da San Giovanni, rivolgo a loro una domanda: chi aveva ragione due anni fa, dopo le elezioni, quando bisognava impostare la politica economica della legislatura? Loro dicevano, Tremonti in testa, che non c’era problema e quindi regalarono un bengodi alla modica cifra di 4 o 5 miliardi ai possessori dei 100 miliardi fuggiti, evasi e riciclati col più vergognoso condono della storia, o quando buttarono via, a dir poco, una dozzina di miliardi fra Alitalia, abolizione dell’ICI ai più ricchi, soldi agli straordinari, abolizione della tracciabilità dei pagamenti.

Noi dicemmo invece: c’è la crisi, mettete quei soldi per abbassare le tasse sulle famiglie a reddito medio basso, per favorire i consumi, e usate i comuni per un grande piano di piccole opere che partono subito e possono dare lavoro”.
Noi allora dicemmo: “c’è il problema. Date subito il messaggio giusto, fate subito la cosa giusta: mettete dei soldi per abbassare le tasse su famiglie e pensionati a reddito medio-basso per favorire i consumi e usate i Comuni per un grande piano di piccole opere che partono subito per dare un po’ di lavoro”.

Avevamo ragione noi. Abbiamo sempre dovuto aggiustare i disastri della destra.Chi aveva ragione? Si può avere una risposta? Quello fu l’inizio di tutto e fu un delitto, non un errore. E da lì in poi, una fase di decreti inutili, di voti di fiducia, di sordità verso la voce dell’opposizione, di propaganda pura. E tutto questo è stato venduto in nome del rigore e della tenuta dei conti. Ma quale rigore?

Bisogna dare una mano a chi è sul fronte della crisi.
Non ditelo a noi che abbiamo sempre dovuto aggiustare i vostri disastri; e per favore non ammoniteci con la Grecia che è stata portata al disastro da un Governo di centrodestra amico vostro e che oggi deve affidarsi al centrosinistra per risalire la china! Ma quale rigore? Rigore vuol dire che chi ha di più deve dare di più e che si deve risparmiare sul superfluo per dare una mano a chi è sul fronte della crisi e può tirarci fuori dai guai. Questo è il rigore. Con il loro cosiddetto rigore hanno aumentato le diseguaglianze, hanno ridotto la fedeltà fiscale, hanno massacrato gli investimenti nel pieno della recessione, sono riusciti nel miracolo di aumentare la spesa corrente nonostante i tagli micidiali alla scuola, all’università, alla cultura, alle politiche sociali della famiglia, agli Enti Locali. Con il loro bel rigore ci troviamo con la crescita più bassa d’Europa e con il debito più alto. E con la propaganda del rigore hanno tolto la voce ai problemi veri. Crisi industriali abbandonate, lavoratori, insegnanti, ricercatori e immigrati che per farsi vedere devono andare sui tetti o sulle isole. Piccole imprese che saltano nel silenzio generale non solo perché non c’è lavoro ma anche perché nessuno paga più, a cominciare dallo Stato. Collette fra le famiglie per far funzionare la scuola dell’obbligo. E i libretti della spesa che dopo quarant’anni ricompaiono nelle botteghe dei nostri paesi. Altro che social card! Libretti della spesa, caro Tremonti, proprio quelli di una volta! E intanto le mafie, che invece hanno i soldi in mano, arraffano a destra e a manca al nord e al sud imprese e patrimoni. Tutti problemi oscurati, zittiti mentre la discussione politica veniva portata sui Lodi Alfano, i legittimi impedimenti, il processo breve. Problemi oscurati, mentre si imbastivano riforme a chiacchiere.

Il federalismo e ronde padane perse nel bosco. Dicono Roma ladrona e hanno votato tutte le leggi per i ladroni.
La beffa del federalismo mentre si mettevano in ginocchio i Comuni. Il federalismo, che si sta perdendo nel bosco come le ronde padane, come le invettive a Roma ladrona di chi ha votato tutte le leggi per i quattro ladroni di Roma!

Scuola, università, cultura: non sono riforme, ma tagli. Riforme a chiacchiere, fino a chiamare riforma della scuola, dell’università, della cultura l’unica operazione che si sia vista nel mondo di riduzione dell’offerta formativa, di tagli strutturali all’intero sistema della conoscenza. Operazioni condotte con arroganza incredibile e veri e propri insulti alla verità. Cari Ministri, se i ricercatori si sono messi sui tetti non è perché siamo andati a trovarli noi, è perché ce li avete mandati voi! E a proposito di arroganza, caro Ministro, qui aspettiamo ancora di vedere i suoi voti.
Ecco, care democratiche e cari democratici, questa è la storia di un fallimento e questa è la ragione vera e profonda della crisi che si è aperta nella destra e della sensazione, oramai molto diffusa, che così non si può andare avanti.

Berlusconi si è ribaltato da solo. E adesso bisogna evitare che trascini l’Italia nel pozzo. Siamo arrivati ad una stretta politica. E che cosa fa Berlusconi davanti alla stretta? Fa la vittima. E’ davvero incredibile. Ha avuto tutto in mano, ha fatto tutto quello che voleva. Maggioranza galattica, legge elettorale ad personam, il più grande partito d’Italia inventato sul predellino di una macchina. Ha fatto tutto lui e adesso parla di ribaltone? Lui si è ribaltato, si è ribaltato lui, lasciandoci il problema che adesso non si ribalti anche l’Italia e che la sua crisi e il suo fallimento non trascinino il Paese nel pozzo. Questo è il problema! E questo problema dovremmo risolverlo oggi con una nuova campagna elettorale?

Abbiamo i numeri per giocarcela. Ma è ora di avere senso di responsabilità e di pensare al Paese.Questa legge elettoraleva riformata.
Per sei mesi a discutere ancora, dopo sedici anni, su “Berlusconi sì / Berlusconi no” facendo fare all’Italia un altro giro su una giostra ormai fuori uso? E con una legge elettorale che pretende si governi un paese moderno nominando i parlamentari e prendendosi tutto, Presidenza della Repubblica compresa, con il 34% dei voti, che vinca l’uno o l’altro contro il 65% del Paese? Questo dovremmo fare? Non avremmo certo paura per noi, ce la potremmo giocare; e se capitasse mai sia chiaro che ce la giochiamo e che la vinciamo! Ma sarà pur ora di avere un po’ di senso di responsabilità e di pensare seriamente, veramente al nostro Paese e non alla propria bottega! Siamo davanti ad una emergenza economica e sociale che già c’è e che può essere aggravata da nuove tempeste, che bisogna assolutamente prevenire.

Da sei mesi viviamo nell’instabilità per colpa del governo. La stabilità può
venire solo da un governo serio di responsabilità istituzionale, con una una transizione ordinata, nuove regole elettorali, alcuni interventi essenziali e urgenti in campo economico e sociale.
Non ci si parli di instabilità, per favore! Questa è l’instabilità. Da sei mesi siamo nell’instabilità. Berlusconi è l’instabilità. E chi dovrebbe darcela adesso questa stabilità? Un voto in più comprato in Parlamento? Una bagarre elettorale fatta con la testa all’indietro e con esiti di governabilità assolutamente incerti? No. Oggi davanti all’Europa e alla società italiana la risposta di stabilità può solo venire da un governo serio di responsabilità istituzionale che garantisca una transizione ordinata, nuove regole elettorali, alcuni interventi essenziali e urgenti in campo economico e sociale e porti il Paese ad un confronto elettorale capace finalmente di rivolgersi al futuro perché fuori finalmente dalla situazione bloccata e impotente di questi anni.
Nel caso di apertura di una crisi questa è la proposta che avanzeremo al Capo dello Stato al quale confermiamo qui assoluto rispetto per le Sue prerogative e ammirazione e stima per come le sta esercitando. Siamo dunque pronti a prenderci oggi le nostre responsabilità, sia nel sostenere il Governo che chiediamo, sia nello svolgere da una posizione più avanzata e con maggior convinzione ancora la nostra battaglia di opposizione.

Non ci arrendiamo al declino dell’Italia.
Ma oggi, care democratiche e cari democratici, siamo soprattutto qui per dire a voce alta quale Italia vogliamo, qual è il nostro sogno e quali gambe vogliamo dargli perché possa davvero camminare. Vogliamo dire da qui che noi abbiamo un progetto di cambiamento. Non ci arrendiamo al declino dell’Italia. Non c’è nessuna ragione per arrendersi. Noi possiamo e dobbiamo avere il nostro posto nel mondo nuovo. Possiamo e dobbiamo preparare giorni migliori per la nuova generazione.

Alla base del nostro progetto vi sono convinzioni profonde, valori che possono
diventare fatti veri.
Alla base del nostro progetto ci sono convinzioni profonde, ci sono valori che possono diventare fatti veri e visibili. C’è l’idea che l’unità del Paese possa essere riconquistata e che Nord e Sud possano darsi la mano e fare la strada assieme. C’è l’idea che con più uguaglianza e più solidarietà possiamo avere più crescita e più lavoro.
C’è l’idea che con più conoscenza e con più innovazione possiamo aver e più crescita e più lavoro.
C’è l’idea che con più legalità, più sobrietà, più civismo possiamo avere più crescita e più lavoro.

Il grande sogno europeo deve riprendere il suo cammino.
Ancora una volta e con convinzione immutata noi partiamo dall’Europa. Ci ribelliamo all’idea che l’Italia possa acconciarsi a quest’Europa, che possa essere complice della disarticolazione e dell’indebolimento a cui la stanno portando i Governi europei della destra.
Il grande sogno europeo deve riprendere il suo cammino. L’Italia deve tornare protagonista di questo sogno cominciando concretamente da oggi e cioè da questa grande crisi. No. L’Europa non può ridursi a essere quella che mette la pezza il giorno dopo, non può ridursi ad essere quella che salva solo le banche o qualche Paese che si è indebitato per salvare le banche. No. Questo non basta. Bisogna metter e oggi, nella crisi, i pilastri dell’Europa di domani. Noi diciamo, assieme ai Partiti progressisti europei: il debito pubblico in più che si è prodotto in questi mesi in Europa lo si paghi con una tassa sulle transazioni finanziarie e non ricada invece quel debito, come sta avvenendo, sull’occupazione e sulle politiche sociali.

Quello che ha provocato la finanza lo paghi la finanza e non si carichi su chi non c’entra nulla, sulle nuove generazioniQuello che ha provocato a finanza lo paghi la finanza e non lo si scarichi per anni e anni su chi non c’entra nulla e sulle nuove generazioni. E ancora: l’Europa raccolga risorse con buoni europei per fare investimenti in infrastrutture e innovazione sostenendo la crescita e il lavoro e metta finalmente l’occupazione nei suoi riferimenti e non solo il debito e il deficit. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: non si può andare avanti avendo una moneta in comune mentre tutte le politiche restano divise. Si rischia davvero il disastro. Basta coi ripiegamenti difensivi e nazionalistici delle destre e dei populismi europei. “Ciascuno per sé” non ci si difende da nulla e non si va da nessuna parte. Vogliamo l’Europa di Jaques Delors, vogliamo l’Europa di Romano Prodi: quella è l’Europa che vogliamo.

Noi vogliamo un risveglio italiano.
In quell’Europa noi vogliamo una riscossa italiana, un risveglio italiano e per averli chiediamo che la testa si alzi finalmente all’altezza dei nostri problemi; sono problemi che oltrepassano Berlusconi, che oltrepassano un Governo e che riguardano il nostro sistema, che è malato nei suoi assetti democratici e malato nella sua incapacità a crescere. Il nostro progetto si misura dunque su due grandi sfide.

Due grandi sfide: una riforma repubblicana e un’alleanza per la crescita e il lavoro.
La prima: una Riforma Repubblicana per rafforzare la Costituzione più bella del mondo modernizzando Istituzioni e regole.
La seconda: Una alleanza per la crescita e il lavoro. Una riforma delle Istituzioni e delle regole, dunque, che parta da un principio di fondo. Come in tutte le democrazie che funzionano, una persona sola non risolve nulla. Pensare che senza la fatica delle riforme, che senza la fatica della partecipazione si possano risolvere le cose affidandosi a scorciatoie personalistiche è una illusione disastrosa.
Questo drammatico equivoco, nel nostro Paese, è andato oltre Berlusconi e si è diffuso in una mentalità. Quando dico: toccasse mai a me mai metterei il mio nome sul simbolo, intendo dire questo. Che noi non dobbiamo suscitare passione per una persona, ma per la nostra Repubblica. Se vogliamo salvarci dobbiamo riscoprire le radici della Repubblica, e darle modernità e una vitalità nuova.
Riforme dunque. Bisogna semplificare e rendere efficiente il Parlamento e la forma di Governo, ridurre il numero dei Parlamentari, fare una legge elettorale seria, fare un federalismo responsabile e congegnato per unire. Bisogna portare ogni costo della politica alla media europea, cancellare le leggi speciali e della cricca, semplificare le procedure ordinarie, mettere il cacciavite nel funzionamento di ogni settore della pubblica amministrazione a cominciare dalla giustizia per i cittadini e non per quella di uno solo. Definire le incompatibilità e i conflitti di interesse, cancellare e monopoli e posizioni dominanti a cominciare dall’informazione. Bisogna introdurre norme, a cominciare da quelle finanziarie, per snidare le illegalità e le mafie. Bisogna occuparsi dei diritti, dell’articolo 3 della nostra Costituzione, con leggi che sostengano la parità e riconoscano le differenze a cominciare dal ruolo delle donne nei ruoli di direzione, leggi che combattano l’omofobia, che garantiscano la dignità della persona nella malattia, che impediscano che il disordine dell??immigrazione ricada sulla parte più debole della nostra popolazione e che dicano finalmente a un bambino nato qui e figlio di immigrati: tu sei dei nostri, sei un italiano.

Il Paese che vogliamo è un Paese civile, pulito, orgoglioso di essere parte delle
grandi democrazie del mondo e di non rispecchiarsi con populismi e dittature. Questo è il Paese che vogliamo noi. Un Paese civile, pulito, un Paese orgoglioso di essere parte delle grandi democrazie del mondo e di non essere invece allo specchio dei populismi e delle dittature.

Un patto per la rinascita.
Un’alleanza per la crescita e per il lavoro; e cioè un patto fra Istituzioni, lavoro, impresa, soggetti della conoscenza e della sussidiarietà. In quel patto vogliamo ci sia una vera riforma fiscale. Basta con un Paese diventato ormai il paradiso dei condoni, un Paese dove il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza senza che gli si possa chiedere nulla, un Paese dove l’aliquota più bassa di un operaio, di un pensionato, di un artigiano è più alta di quella della rendita di uno speculatore. Basta. E’ tempo di alleggerire il carico sulla famiglia, sul lavoro e sull’impresa e di accrescerlo sull’evasione fiscale, sulla rendita finanziaria e immobiliare se vogliamo dare un po’ di spinta all’occupazione. In quel patto sociale deve starci un’idea di politica industriale, agricola e dei servizi: un orizzonte che ci chiarisca finalmente dove vogliamo andare, quale posto vogliamo che abbiano le nostre produzioni nel mondo e dove sospingere quindi investimenti pubblici e privati.

Nuovi parametri.
Qualità, tecnologie, ricerca, innalzamento dell’istruzione e della conoscenza, efficienza energetica, frontiera ambientale e dei beni culturali: questi dovrebbero essere i nuovi parametri. E in quel patto ci deve stare una ripresa delle liberalizzazioni. In quel patto ci deve stare una rilettura del nostro welfare a partire dal tema dei servizi e dalla condizione della famiglia piegata dalla caduta dei redditi, dalla non autosufficienza, dalla nuova disoccupazione giovanile e delle donne.
E il tutto secondo un principio che voglio ribadire qui: in quel patto noi vogliamo in economia un mercato più aperto, regolato, concorrenziale e svolto a parità di condizioni e vogliamo che i bisogni essenziali salute, istruzione, sicurezza non siano affidate al mercato.
Infine, ma non per ultimo, in quel patto, deve starci il grande tema del lavoro e delle relazioni sociali. Di fronte alla globalizzazione bisogna dare produttività, flessibilità ed efficienza alle nostre produzioni, ma dare tutto questo a fronte di un quadro di riforme che interessi tutta la società e all’interno di parole d’ordine nuove:
L’unità del mondo del lavoro. L’unità del lavoro per noi è un bene pubblico, è una condizione della crescita.
Regole chiare e nuove di rappresentanza, rappresentatività e partecipazione nel mondo del lavoro.
Più decentramento nei rapporti sociali si, più articolazione si, ma senza buttare a mare totalmente la dimensione nazionale dei contratti perché questo è un Paese già molto diviso e che bisogna tenere assieme.
Nuove norme in materia di lavoro. Per cominciare a parità di costo per l’impresa un’ora di lavoro precario non costi meno di un’ora di lavoro stabile e per chi non è coperto dalla contrattazione ci sia un salario minimo per legge.

Due priorità: le nuove generazioni e il divario nord-sud.
Tutto questo e molto altro ancora vogliamo sia attraversato da due priorità, da due punti di vista prevalenti: quello della nuova generazione e quello del divario fra nord e sud del Paese. Sono questi infatti i due grandi punti di rottura, le grandi questioni nazionali che possono sbarrare la strada alle prospettive del Paese.
Se vogliamo camminare come Paese, non possiamo spezzarci in due, né nelle generazioni, né nei territori. Su tutto quel che ho detto e su altro ancora stiamo lavorando anche nei dettagli, come si conviene ad un Partito di Governo che non parla mai a vuoto e che sa concretamente che cosa vuol dire quello che dice.

Noi l’Unione non la rifaremo. L’alleanza che vogliamo è con i cittadini.
Care democratiche, cari democratici, se i problemi sono questi, se la sfida è di questa portata allora c’è una conseguenza politica. Ci siamo impegnati a mobilitare una vasta area democratica e ad avanzare proposte politiche che possano rivolgersi a tutte le forze di opposizione, quelle di centrosinistra e quelle di centro, perché si prendano le loro responsabilità in un patto di governo e di riforme e perché non si sottraggano alla sfida per calcoli parziali o per pregiudizi che potrebbero portarci al risultato di rimanere nella palude di oggi. Un patto di governo e di riforme solido, serio e garantito, perché noi L’Unione non la rifaremo.
Se si parla dell’Italia e del suo futuro, si deve essere disposti a scelte coraggiose. Queste scelte toccano anche a noi al Partito Democratico senza il quale nessun cambiamento è possibile. Per noi questo non è solo un orgoglio: è una responsabilità.
Mentre dico questo, aggiungo anche che la nostra vera alleanza noi vogliamo farla con i cittadini e in particolare con la gente a cui vogliamo bene.
Noi vogliamo bene a quelli che il pane se lo sudano, ma che possono guardarsi tranquillamente allo specchio. Ai lavoratori che perdono o rischiano l’occupazione, alle famiglie inquiete per il futuro dei figli, ai precari, al pensionato che gira tre supermercati per trovare la merce che costa meno, agli insegnanti che non si arrendono, agli imprenditori che non mollano mai, agli operatori della legalità che resistono, agli amministratori perbene che si appassionano alla loro comunità, agli studenti che sanno studiare e che sanno farsi sentire, ai volontari che diffondono gratuità e solidarietà, agli immigrati che lavorano qui tirano la cinghia e mandano un po’ di soldi alla povertà delle loro famiglie. Noi ci rivolgiamo a questi e a tanta altra gente così perché solo a partire da loro e dalla loro condizione potremo fare un Paese migliore per tutti.

Dobbiamo fare in modo che la gente alla quale vogliamo bene voglia bene a noi e ci consideri alla testa di una risco ssa che li riguarda.
Ma detto questo sentiamo anche che il nostro compito è fare in modo che la gente a cui vogliamo bene voglia bene a noi e ci veda alla testa di una riscossa che li riguarda. Noi abbiamo tanto da fare ancora per rendere chiaro quello che vogliamo ma soprattutto per migliorare quello che siamo. Un collettivo che deve sapere quel che la gente chiede sopra ogni altra cosa ad una forza politica: sobrietà, onestà, rigore, semplicità, vicinanza ai problemi. Un collettivo che deve esprimere unità, responsabilità, generosità. E affidarsi, come stiamo via via facendo, a quella nuova generazione che prenderà in mano il partito dei riformisti del secolo nuovo.
Voglio rivolgere da qui un saluto particolare ai giovani e ai giovanissimi, e sono tanti, che quest’anno hanno preso responsabilità di direzione nei nostri circoli, nelle nostre federazioni e in tante pubbliche amministrazioni. Grazie del vostro impegno e grazie anche alla nostra organizzazione giovanile, ai giovani democratici.
Vi chiedo di resistere alle difficoltà, di metterci freschezza e coraggio e di avere fiducia nella buona politica. Un saluto particolare voglio rivolgerlo anche a tutti i nostri amministratori, con un abbraccio a quelli tra loro che sono sotto minaccia della criminalità e delle mafie.
Il Partito aiuti i nostri amministratori locali messi su un fronte difficilissimo dalle politiche dissennate del Governo, e i nostri amministratori ricordino che se rimane un solo euro in cassa lo si spende per un servizio ai disabili o per un soccorso alla povertà, perché la crisi può distruggere la solidarietà e senza solidarietà non può esserci comunità.

Vieni via con me.
Care democratiche e cari democratici, amici e compagni,
questa piazza emozionante dice al Paese che siamo forti, che siamo pronti a combattere per le cose in cui crediamo. Siamo pronti ad affrontare politicamente le scelte immediate, già dalla prossima settimana e siamo pronti a darci il passo per un cammino di cambiamento del Paese. Il cambiamento. E’ questo il messaggio forte che viene oggi da San Giovanni.
Anch’io ho il mio sogno. Il sogno di un Partito, il Partito Democratico, che possa finalmente dire all’Italia, parafrasando una bella canzone e una grande trasmissione televisiva: Vieni via, vieni via di qui, vieni via con me. Vieni via da questi anni, da queste umiliazioni, da questa indignazione, da questa tristezza. C’è del nuovo davanti, c’è un futuro da afferrare assieme, l’Italia e noi.

www.partitodemocratico.it

Pd, una piazza per ritrovare il coraggio Bersani: «Italia, vieni via con me…», di Stefano Milani

In piazza c’è aria di speranza
Una robusta iniezione di fiducia per tanti cittadini che sentono l’urgenza di cambiare il paese e che avvertono come possibile e forse vicino il cambiamento del Paese: culturale, non solo politico. Questo si respira nella manifestazione del Partito democratico a Roma. Vi riportiamo la cronaca di una giornata particolare.

Primo messaggio: cambiare si può
Con due messaggi incorporati che emergono con forza parlando con ragazze e ragazzi, pensionati, precari, operai, impiegati, amministratori pubblici. Il primo messaggio è al Paese: non solo vogliamo mandare a casa Berlusconi, sentiamo che la forza per mutare strada cresce al di là di come andrà il 14 alla Camera. Un cartello è emblematico: “La pazienza del popolo è la mangiatoia del tiranno. Vattene”.

Messaggio al Pd: sia unito, no litigi mediatici
Il secondo messaggio è invece al Partito Democratico: si muove bene, il discorso di Bersani conquista, però deve essere unito, i dirigenti devono smetterla di battibeccarsi a mezzo stampa o tv, i tanti che ogni giorno ce la mettono tutta nei paesi, nelle città, nel cosiddetto territorio, e formano la base sono stanchi di litigi mediatici. “Serve spirito unitario e andare sul concreto, questo vogliamo dai vertici del Pd”, conferma Marco Bremme da Erba, Como. Perché le cose possono mutare. “Nel comasco Lega e Pdl hano il 70% ma litigano per questioni di potere e hanno crepe. Il federalismo perde presa pure da noi, la disoccupazione cresce, monta una protesta generica contro tutti i partiti, se siamo uniti e usiamo il lavoro e la Costituzione come parole d’ordine possiamo attirare molte persone”. “Questa piazza dice che il Partito democratico c’è ed è fatto da persone per bene nel territorio – chiosano Elisabetta Benedetti e Anna Spina da Campobasso – un’altra Italia è possibile purché non ci facciamo male da soli, siamo specialisti”.

Centinaia di migliaia, un popolo variegato
Centinaia di migliaia. Il Partito democratico non rilascia cifre però le persone sono centinaia di migliaia. Persone delle più variegate. Tantissimi i giovani. Il caminio del sound system da Bologna spara musica e militanza. Molti gli studenti, tantissimi coloro che sono presi dalla tenaglia della precarietà o della disoccupazione. Il corteo nel braccio da piazza della Repubblica già prima delle 14 preme per muoversi. Un’infinità di bandiere dei Democratici, tante quelle arancioni di Giovani democratici, si notano in piazza San Giovanni quelle gialle dei “Moderati” piemontesi, movimento di centro ora vicino al Pd ma di cui i più – almeno i non piemontesi – ignorano origini e profilo.

Voci degli immigrati
Con il Forum immigrati del Pd sono arrivati da tutta Italia. Da Torino a Rosano. Dal paese calabro escono per la prima volta in pubblico alcuni di quegli uomini d’Africa a cui la malavita ha sparato. James racconta: “Fui ferito a una mano, ancora non posso lavorare e il dramma grosso è che a gennaio scade il mio permesso”. È qui per far sentire il dramma suo e di altri sfruttati. È qui invece perché questo governo con gli immigrati sbaglia tutto Ramzi Beu: d’origine nordafricana, è cittadino italiano da oltre 10 anni e consigliere comunale del Pd in un paese nel padovano.

Il risveglio delle coscienze
Vergaio è il paese toscano vicino a Prato in cui è cresciuto Benigni. Cristina Sanzò, impiegata, esclama: “Questa manifestazione dà slancio al popolo del Pd, non credo che inciderà sul voto alla fiducia”. Andrea Bellini, vigile urbano: “non è solo il popolo del Pd, è uno slancio per le persone per bene per un risveglio delle coscienze”.

Precari e disoccupati uniti
Inevitabile incontrarli. La banda Filarmonica di Torino Mirafiori vede tra i musicisti Francesca Limone, tre figli, lei e il marito disoccupati. “Campiamo facendo lavori in nero quando capita”. Vincenzo Cavallo, 26 anni, è pure lui senza lavoro. Che la cittadina della fabbrica Fiat abbia disoccupati è un brutto segnale. “Siamo stufi di accettare tagli a tutto, dalla sanità all’università. Se siamo qui in tanti vuol dire che il malcontento è tanto”. “Non vogliamo essere precari a vita”, è uno dei messaggi letti dal palcoscenico. “Ho quattro lavori, dal tecnico pc al benzinaio al veterinario, per arrivare alla fine del mese”, confessa Ivan Addis da Arbus, Sardegna. “Voglio che il Pd sia unito, così ce la faremo”.

Pomigliano doc
Giuseppe D’Alterio è il coordinatore del circolo Pd e opario Fiat a Pomigliano d’Arco. “Questo governo con gli imprenditori ha attaccato i diritti dei lavoratori, il caso Pomigliano ha fatto da apripista”. Anche il Pd, suggerisce, deve però “essere più vicino ai lavoratori. Con Mirafiori mi pare abbia capito”.

Scola: qui c’è il presupposto per cambiare
Il regista di “Una giornata particolare” e molti altri film su noi italiani sorride: “Questa piazza invia un messaggio importante: i presupposti e la voglia di cambiare ci sono e sono diffusi, anche se la battaglia è lunga e al di là di come andrà il 14”. Molti in effetti sperano che martedì Berlusconi cada. Ma se non cadrà – suggeriscono – è solo per intrallazzi parlamentari lontani dalla realtà. “Il paese vivo e reale è qui e non nel palazzo”, esclama una ragazza in mezzo a una conversazione sparendo poi nella folla.

L’Unità 12.12.10

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I democratici invadono piazza San Giovanni. “L’Italia si levi il berlusconismo dalle vene”, di Matteo Tonelli

Doppio corteo a Roma, poi comizio del segretario nazionale del Pd. “La compravendita dei parlamentari è una vergogna”. “Chi ci ha fatto le pulci su come faccio opposizione si deve ricredere”. “Il mio sogno è dire all’Italia ‘Vieni via con me’. Poi la proposta di un governo di responsabilità nazionale

I democratici invadono piazza San Giovanni “L’Italia si levi il berlusconismo dalle vene”
ROMA – A tre giorni dal voto di fiducia al governo il Pd chiama a raccolta i militanti e riempie piazza san Giovanni a Roma. Lo fa mentre Silvio Berlusconi ostenta ottimismo per la sopravvivenza dell’esecutivo e mentre le manovre di un ravvicinamento tra Fli e il Pdl si fanno più concrete 1. “L’Italia deve cambiare” scandisce Pier Luigi Bersani dal palco. Perché l’idea di Paese che il segretario democratico racconta alla piazza è l’opposto dell’italia targata Cavaliere. Un’Italia che si deve levare “il berlusconismo dalle vene”, che dica basta “all’uomo solo al comando e al ‘ghe pensi mi”’. Perché in questa piazza ‘”c’è l’Italia di domani” assicura il segretario. Che urla, accompagnato dalla piazza, il suo “vegogna, vergogna” per la compravendita parlamentare di questi giorni.

La giornata romana dei democratici vede i due cortei snodarsi nel centro cittadino. C’è tanta gente e migliaia di bandiere del Pd. Ed ancora cartelli, striscioni. Si canta “Bella ciao” e “Cambierà” di Neffa. Ma c’è anche una sottile ansia che il traguardo apparentemente vicino, possa allontanarsi. Lo capisci parlando con i manifestanti che ti confessano la preoccupazione per il voto parlamentare. Il timore che il Cavaliere
ce la faccia anche stavolta. Bersani lo avverte e dal palco scandisce: “Siamo sereni, non sarà un voto ‘compravenduto’ a cambiare la situazione”. Il 14 non è “l’ora X” che potrebbe anche non scoccare. Certo, però, è “un passaggio cruciale” verso il dopo Berlusconi.

Bersani arriva sul palco e quasi si emoziona guardando la piazza. Inizia rivendicando la bontà della strategia del Pd. A dispetto di chi “ci ha fatto continuamente le pulci su come facciamo opposizione”. “Se oggi siamo a questi punti – alza la voce il segretario – è anche merito nostro. Abbiamo messo noi, al tempo giusto, la mozione di sfiducia. Al tempo giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano. Fatemelo dire, adesso. Ce l’abbiamo la patente per fare l’opposizione, non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca tutti i giorni. Credo che lo si sia visto”. Bersani non li cita ma la mente corre, tra i tanti, a Di Pietro.

C’è l’orgoglio del lavoro fatto, e che la convinzione che il ciclo del Cavaliere sia agli sgoccioli. Che la partita si possa riaprire e che il Pd possa farcela. Con Vendola? Con Di Pietro? Con l’Udc? “Con chiunque ci faccia vincere” ti senti rispondere da molti. Ma Bersani al voto immediato non punta. Quello che propone, invece, è un governo di “responsabilità istituzionale per reagire al declino”. Ed è un Italia in declino quella che disegna il segretario democratico. “Robin hood, social card, piano sud, Banca del mezzogiorno: tutte balle, tutte balle. Sono solo slogan buoni per i tg” incalza Bersani. Che attacca Tremonti per la gestione della crisi: “Con il loro rigore abbiamo la crescita più bassa e il debito più alto d’Europa. E con la propaganda del rigore hanno messo a tacere tutti i problemi”. Colpevole è la destra “che ha disarmato il paese sacrificandolo alla sua propaganda”. Colpevole è Berlusconi Che “deve andare a casa” e anche la Lega “che ha votato con “i ladroni” suoi amici mentre polemizzava con “Roma ladrona”.

Compito dei democratici, continua il segretario, è rifondare il Paese dalle fondamenta. Per questo Bersani propone una “riforma repubblicana” e una “alleanza per la crescita e il lavoro” come orizzonte della sua proposta politica. Una nuova fase dopo 16 anni di “disastro” berlusconiano. Una nuova fase all’opposto del leaderismo e del populismo: “Toccasse mai a me mai metterei il mio nome sul simbolo 5” continua il segretario.

Per farlo, però, servirà un Pd “che deve sapere quel che la gente chiede sopra ogni altra cosa ad una forza politica: sobrietà, onestà, rigore, semplicità, vicinanza ai problemi. Un collettivo che deve esprimere unità, responsabilità, generosità”. E nuovi volti. Ma glissando su quella “rottamazione” dei dirigenti evocata dal sindaco fiorentino Matteo Renzi. “Ci sarà nuova generazione che prenderà in mano il partito dei riformisti del secolo nuovo” taglia corto Bersani.

Che, in conclusione, evoca il sogno di un partito “che possa finalmente dire all’Italia, parafrasando una bella canzone e una grande trasmissione televisiva: ‘Vieni via, vieni via di qui, vieni via con me. Vieni via da questi anni, da queste umiliazioni, da questa indignazione, da questa tristezza’. C’è del nuovo davanti, c’è un futuro da afferrare assieme, l’Italia e noi”. Finisce così. Tra gli applausi e lo sventolio delle bandiere. Con Massimo D’Alema che applaude Bersani e Walter Veltroni che gli stringe la mano. Si guarda al voto di fiducia, ma anche allo spauracchio dell’allargamento della maggioranza e al Berlusconi bis. E’ questo, più della conta dei voti, lo spettro che preoccupa i democratici.

La Repubblica 12.12.10

"Nella scuola pubblica si impara di più L'Italia in basso per colpa delle private", di Salvo Intravaia

La lettura approfondita dei dati resi noti qualche giorno fa dimostra che senza le paritarie il nostro Paese scalerebbe le tre classifiche (Lettura, Matematica e Scienze) anche di dieci posizioni. La scuola pubblica italiana sta meglio di quello che sembra, basta leggere correttamente i dati. Sono le private la vera zavorra del sistema. Almeno stando agli ultimi dati dell’indagine Ocse-Pisa 1 sulle competenze in Lettura, Matematica e Scienze dei quindicenni di mezzo mondo. Insomma: a fare precipitare gli studenti italiani in fondo alle classifiche internazionali sono proprio gli istituti non statali. Senza il loro “contributo”, la scuola italiana scalerebbe le tre classifiche Ocse anche di dieci posizioni. La notizia arriva nel bel mezzo del dibattito sui tagli all’istruzione pubblica e sui finanziamenti alle paritarie, mantenuti anche dall’ultima legge di stabilità, che hanno fatto esplodere la protesta studentesca.

“Nonostante i 44 miliardi spesi ogni anno per la scuola statale i risultati sono scadenti. Meglio quindi tagliare ed eliminare gli sprechi”, è stato il leitmotiv del governo sull’istruzione negli ultimi due anni. E giù con 133 mila posti e otto miliardi di tagli in tre anni. Mentre alle paritarie i finanziamenti statali sono rimasti intonsi. Ed è proprio questo il punto: le scuole private italiane che ricevono copiosi finanziamenti da parte dello Stato fanno registrare performance addirittura da terzo mondo. I dati Ocse non lasciano spazio a dubbi. Numeri che calano come una mazzata sulle richieste avanzate negli ultimi mesi dalle associazioni di scuole non statali e da una certa parte politica. Questi ultimi rivendicano
la possibilità di una scelta realmente paritaria tra pubblico e privato nel Belpaese. In altri termini: più soldi alle paritarie.

Un mese fa, nel corso della presentazione del XII rapporto sulla scuola cattolica, la Conferenza episcopale italiana ha detto a chiare lettere che in Italia manca una “cultura della parità intesa come possibilità di offrire alla famiglia un’effettiva scelta tra scuole di diversa impostazione ideale”. Il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha anche sottolineato come, da un punto di vista economico, “la presenza delle scuole paritarie faccia risparmiare allo Stato italiano ogni anno cinque miliardi e mezzo di euro, a fronte di un contributo dell’amministrazione pubblica di poco più di 500 milioni di euro” e ricorda che “in Europa la libertà effettiva di educazione costituisce sostanzialmente la regola”. Sì, ma con quali risultati?

Il quadro delineato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico attraverso l’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) è impietoso. Il punteggio medio conseguito dai quindicenni italiani delle scuole pubbliche in Lettura e comprensione dei testi scritti è pari alla media Ocse: 489 punti, che piazzano la scuola pubblica italiana al 23° posto. Con le scuole private scivoliamo al 30° posto. Discorso analogo per Matematica e Scienze, dove il gap con la media dei paesi Ocse è di appena 5 punti: 492 per le statali italiane, che ci farebbero risalire fino al 25° posto, e 497 per i paesi Ocse. Mescolando i dati con quelli degli studenti che siedono tra i banchi delle private siamo costretti ad accontentarci in Scienze di un assai meno lusinghiero 35° posto.

Ma c’è di più: la scuola pubblica italiana, rispetto al ranking 2006, recupera 20 punti in Lettura, 16 in Scienze e addirittura 24 in Matematica. Le private, nonostante i finanziamenti, invece crollano. L’Ocse, tra gli istituti privati, distingue quelli che “ricevono meno del 50 per cento del loro finanziamento di base (quelli che supportano i servizi d’istruzione di base dell’istituto) dalle agenzie governative” e quelli che ricevono più del 50 per cento. E sono proprio i quindicenni di questi ultimi istituti che fanno registrare performance imbarazzanti: 403 punti in Lettura, contro una media Ocse di 493 punti, che li colloca tra i coetanei montenegrini e quelli tunisini.

www.repubblica.it

"Sursum corda! La strada da fare è ancora lunga. La scuola italiana nei risultati. PISA 2009", di Norberto Bottani

Dopo i pronostici fatti pochi giorni fa, ora alcune considerazioni alla luce dei risultati effettivi.
Prima osservazione preliminare. Finalmente nel campione italiano è stata inserita la formazione professionale e la media non è calata. Quindi, il mediocre punteggio italiano non è imputabile, a prima vista, a questo inserimento.
Seconda osservazione preliminare Il modesto miglioramento dei risultati medi dei quindicenni italiani non ha nulla a che fare con le riforme scolastiche, con la didattica, con i curricoli.
E’ invece il frutto di una maggiore attenzione verso queste indagini. In dieci anni anche in Italia si è molto parlato di valutazione ed è cresciuta la consapevolezza del valore e dell’importanza delle prove strutturate. Gli insegnanti hanno recepito il messaggio e non hanno snobbato i test PISA. Si sono impegnati a fare capire agli studenti che non conviene prendere sottogamba la prova, che devono completare i test, che non devono arrendersi di fronte alle domande difficili. E’ bastato questo modesto cambiamento di clima per generare un miglioramento nei punteggi dei test.
Lo sforzo fatto dall’INVALSI in quest’ultimo decennio nonché da molte organizzazioni professionali per spiegare cosa sono le prove strutturate è servito quantomeno a rendere le risposte ai test più attendibili e quindi i punteggi italiani più conformi alla realtà.

Terza osservazione preliminare. Tutti, in primo luogo l’OCSE, invitano alla prudenza per quel che riguarda i confronti con il 2000. Non si sa ancora in quale misura tali comparazioni siano pertinenti.
In particolare le comparazioni fra i punteggi nelle prove di matematica e scienze vanno presi con estrema cautela, perché nel test PISA 2009 gli items di matematica e scienze sono stati in numero molto limitato. Occorre pertanto un esame approfondito da parte degli specialisti per appurare la validità dei confronti.

Alcuni confronti fra i paesi nella literacy di lettura

1) I Paesi europei con punteggi medi in lettura statisticamente non differenti da quelli italiani sono:

Grecia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Lituania

2) I Paesi europei con punteggi medi in lettura significativamente superiori a livello statistisco rispetto a quelli italiani sono:

Ungheria, Francia, Svizzera, Belgio, Germania, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Polonia, Estonia, Norvegia,Islanda, Finlandia.

3) Top level nella literacy di lettura, i soliti sistemi scolastici:

Corea, Finlandia, Canada (sistema scolastico federalista), Nuova Zelanda (grande autonomia alle scuole), Giappone, Australia (sistema scolastico federalista).

Fuori dai Paesi OCSE eccelle Shanghai-Cina che ha ottenuto in assoluto il livello più alto nei test di lettura.

4) La media italiana in lettura è statisticamente inferiore alla media OCSE.

L’Italia ha una forte percentuale di studenti quindicenni con punteggi molto bassi, inferiori al livello di competenza 3 (il 44%) e pochi studenti con livelli di competenza alta (livello 5 e 6) (5%).
Competenze in lettura richieste al livello 3 (il livello che raggruppa un buon terzo degli studenti italiani quindicenni):
“Il lettore è capace di ricordare e riconoscere informazioni che, in certi casi, devono corrispondere a criteri multipli. Talora, il lettore è capace di ben comprendere un testo sfruttando le conoscenze che ha già o le informazioni che provengono dalla vita quotidiana”
Non c’è proprio da rallegrarsi nemmeno a livello internazionale: le proporzioni di quindicenni che non sanno capire un testo semplice dopo nove o dieci anni di scuola è elevata. Persino in Finlandia un quarto degli studenti è sotto il livello 3, ma in Italia è il 44%, ossia quasi uno studente su due. L’Italia non brilla nemmeno per eccellenza: se a Shanghai uno studente su 5 (19%) è bravissimo in lettura, in Italia questa proporzione crolla al 5%.

La varianza entro e fra le scuole

Importante ai fini della valutazione dell’equità di un sistema scolastico è l’analisi della varianza nei risultati dentro una stessa scuola e fra le scuole, fra i risultati degli studenti più deboli (quinto centile) e quelli degli studenti migliori (95º centile).

In Italia la varianza fra le scuole è elevatissima, indice di un sistema di istruzione e formazione non equo, ed è molto maggiore di quella entro una stessa scuola. Questa preoccupante varianza è aumentata rispetto al 2000. In altri sistemi non è così, in Canada, in Finlandia , a Shangai la varianza tra scuole è particolarmente bassa, il che significa che la qualità non è incompatibile con l’equità, si possono educare i bravi senza sacrificare i più deboli e viceversa.
La varianza territoriale in Italia

Non ci si propone qui di fare analisi dettagliate tra le macro aree italiane o tra le regioni italiane. Solo pochissimi dati. Per il resto si faccia riferimento al documento dell’INVALSI.

A livello di macroaree, gli studenti del Nord Ovest con una media di 511 e del Nord Est con una media di 504 si collocano al di sopra della media italiana (486) ma anche della media OCSE (493); il Centro, con 488 punti, è in linea con la media italiana ma al di sotto della media OCSE. Infine, gli studenti del Sud (468 punti) e del Sud‐Isole (456 punti) si pongono al di sotto della media italiana e della media OCSE.

A livello regionale, al top si colloca la Lombardia con 522 punti, seguita da Valle d’Aosta (514), Friuli Venezia Giulia (513), Provincia Autonoma di Trento (508) e Veneto (505); queste regioni si collocano significativamente al di sopra della media italiana e della media OCSE, mentre l’Emilia Romagna (502) è sopra la media nazionale ma non si discosta significativamente dalla media OCSE.

I punteggi medi di tutte le regioni meridionali, con l’eccezione di Abruzzo e Puglia, sono al di sotto della media nazionale e ovviamente della media OCSE con ritardi particolarmente significativi in Calabria (448), Campania (451) e Sicilia (453).
Evoluzione diacronica 2000-2009

L’OCSE Propone anche una tabella,la Tabella V del documento di sintesi (in inglese) (documento di sintesi in francese, nella quale si comparano i risultati di comprensione della lettura del 2000 con quelli del 2009.

Ebbene non ci sono differenze statisticamente significative nei dati italiani tra le due prove. La scuola italiana mantiene le sue posizioni, senza un reale progresso.
Una miniera di dati

L’indagine PISA 2009 ha generato una serie impressionante di volumi, ben sei dei quali 5 sono stati presentati il 7 dicembre. Si tratta di una prestazione eccezionale alla quale occorre rendere omaggio ma che pone tutti gli analisti in seria difficoltà perché occorre padroneggiare l’insieme dei dati per parlare con cognizione di causa dei risultati di questa indagine.

L’OCSE ha pure prodotto una sintesi molto ben fatta di questa massa grandiosa di informazioni. A questo proposito occorre precisare che l’indagine comprendeva non solo i test di lettura, e quelli di minore importanza di matematica e di scienze, ma anche un questionario rivolto agli studenti e uno ai dirigenti scolastici. Inoltre, i sistemi scolastici partecipanti potevano somministrare, in modo del tutto facoltativo, altri tre questionari:

* Questionario rivolto alle famiglie degli studenti;
* Questionario sull’uso delle nuove tecnologie;
* Questionario sulla carriera scolastica.

Il pacchetto di documenti prodotti dall’indagine PISA 2009 comprende i seguenti sei volumi (per ora solo in inglese):

1. Volume I, What Students Know and Can Do : Student Performance in Reading, Mathematics and Science, che compara le conoscenze e le competence deli studenti dei sistemi scolastici che hanno participato all’indagine. Download the PDF e-book.
2. Volume II, Overcoming Social Background : Equity in Learning Opportunities and Outcomes, nel quail si esamina come i sistemi scolastici riescono a correggere l’impatto negative dei contesti sociali e dello statuto di immigranti sulle prestazioni degli student e delle scuole. Download the PDF e-book.
3. Volume III, Learning to Learn : Student Engagement, Strategies and Practices, nel quale si esaminano le motivazioni dei quindicenni a studiare, il loro interesse per la lettura, le strategie d’apprendimento più efficaci tenendo conto die risultati nei test. Download the PDF e-book.
4. Volume IV, What Makes a School Successful ? Resources, Policies and Practices, esamina come le risorse umane,finanziarie e materiali modellano le politiche scolastiche e determinano i risultati dell’apprendimento. Download the PDF e-book.
5. Volume V, Learning Trends : Changes in Student Performance Since 2000, esamina i progressi dei vari sistemi scolastici sia dal punto di vista del miglioramento dell’equità nella distribuzione delle opportunità scolastiche che del profitto scolastico degli studenti. Download the PDF e-book.
6. Volume VI, Students on Line : Reading and Using Digital Information, explores students’ use of information technologies to learn (in preparazione – data probabile di pubblicazione giugno 2011)

www.adiscuola.it

"L’«ultimo appello» della cultura: 7 punti per non morire" di Luca Del Fra

Lo hanno battezzato «l’ultimo appello»: è un manifesto- piattaforma per far fronte all’ennesimo taglio del governo ai finanziamenti alla cultura e che riunisce sindacati, datori di lavoro, imprese, associazioni, fondazioni ed enti delle attività culturali. Lo hanno presentato ieri in una manifestazione a Roma nella sala dell’ex cinema Capranichetta piuttosto gremita e nervosa, dove sono arrivati a portare la loro solidarietà molti rappresentanti politici, dal capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, a Walter Veltroni, Dario Franceschini, Vincenzo Vita, nonché Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci, pesantemente contestata dalla platea. I numeri li ha dati Roberto Grossi di Federculture, tra i firmatari dell’appello:
dal 2005 a oggi la spesa per tutto il settore della cultura in Italia è scesa da 7 a 4 miliardi di euro, mentre in Germania veleggia oltre i 12.
Per capire di cosa stiamo parlando
basterà ricordare che la finanziaria 2011 per tutto lo spettacolo – cinema, musica, teatri, danza, circhi e spettacoli viaggianti – prevede 258 milioni di euro, una miseria a confronto della Francia che spenderà oltre 700 milioni di euro solo per il cinema, mentre da noi saranno appena una cinquantina. «Chiediamo un’assunzione di responsabilità – sbotta il presidente dell’Agis Paolo Protti – perché l’industria dello spettacolo possa andare avanti. Le nostre richieste in 7 punti, a cui chiediamo una risposta entro la fine dell’anno, sono la base minima per non morire».
Cosa chiedono insomma Agis, Anica,
100 autori, Cgil, Cisl, Uil? Il ripristino
dei finanziamenti dello Stato
(Fus) al livello, già basso, del 2008; la proroga delle agevolazioni fiscali per il cinema (tax credit e shelter); il
ripristino del fondi del 5 per mille sottratti alla cultura da questa ultima finanziaria; gli ammortizzatori sociali per i lavoratori dello spettacolo; più agevolazioni di vario genere alle imprese dello spettacolo.
Proposte ragionevoli, considerando come molte realtà culturali italiane si stiano sgretolando per mancanza di ossigeno e soprattutto, come ha ricordato Silvano Conti della Cgil, «gli ammortizzatori sociali sono imprescindibili in un settore dove per il 90% il lavoro è intermittente, quindi precario».
Incendiario l’intervento di Luca Barbareschi:«O fate come negli Stati
Uniti, dove è stata bloccata l’industria cinematografica per 6 mesi oppure non otterrete nulla: anche perché due anni fa ho organizzato io stesso un incontro con i vostri rappresentanti e Bondi,ma il giorno dopo invece di sostenere una piattaforma unitaria ognuno era lì a trattare per il suo orticello». Onorevole precisi, tutti chi? «Agis, Anica, 100 autori, Lara – scandisce Barbareschi –, perché sono dei servi e come i servi rubano le mance sotto il tavolo, si accontentano di un etto di bresaola, due fette di salame, un pezzo di mortadella…». Ma che alata metafora! Protti precisa subito che nessuno sta trattando sotto banco.
L’atmosfera si fa rovente quando Carlucci interviene parlando della
sua proposta di legge sullo spettacolo dal vivo, che lei chiama già legge e dall’uditorio qualcuno definisce una «pagliacciata», ma sono i soliti ottimisti. La platea inveisce contro quella che ritiene una rappresentante del governo e con le sue iniziative contro i tagli del governo stesso ha tutta l’aria di voler giocare una parte in commedia. Più sentiti e applauditi invece gli interventi di Ilenia Caleo, dell’Associazione 0. 3 e Matteo Orfini, responsabile cultura del Pd, che si allargano a una dimensione di politica culturale complessiva, e di Vita che chiude invitando i promotori dell’appello a una forte iniziativa per sbloccare la situazione. Perché in realtà parte del nervosismo
in sala sarà forse dovuto al fatto che è poco chiaro cosa seguirà a questo «ultimo appello»: come è prevedibile nel Consiglio dei ministri che si terrà tra oggi e domani a mala pena passeranno le agevolazioni
(tax credit e shelter) per il cinema, e gli altri sei punti saranno ignorati. Cosa succederà allora?

L’Unità 10.12.10

"Scuola, incubo bocciature sulla protesta", di Alessandra Migliozzi

Molti presidi sono orientati a conteggiare i giorni di occupazione come assenze. Proteste e occupazioni, non scatta la tregua. La prossima settimana si vota la fiducia al governo. Se l’esecutivo incasserà un risultato positivo, si tornerà a discutere in Parlamento di riforma dell’università. In attesa di quella data le contestazioni anti-Gelmini non si placano: ieri sono stati occupati altri licei e facoltà, a Bologna sono stati invasi i binari della stazione, davanti ad un istituto romano gli studenti hanno rovesciato letame, come qualcuno aveva già fatto a casa del ministro. Ma dopo quasi due mesi mese di proteste serrate, cortei e sit-in c’è chi comincia a fare la conta dei danni. Ad un passo dagli scrutini (in molte scuole si svolgeranno a gennaio) i presidi delle superiori lanciano l’allarme assenze. Quest’anno la riforma Gelmini ha fatto scattare un tetto preciso: chi non frequenta i tre quarti dell’orario annuale (che equivale, in media, a seconda degli indirizzi, a 50 giorni di scuola) viene bocciato. Il problema, fanno notare i presidi, «è che qualcuno si sta già avvicinando a quel limite». Nelle ultime settimane è stato tutto un susseguirsi di cortei improvvisati, flash mob, sit-in. «Ci sono studenti che non hanno fatto i compiti in classe, non si sa come giudicarli- spiega Mario Rusconi, preside del Newton di Roma, il liceo dove ieri gli alunni hanno gettato letame all’ingresso, ma non sono riusciti ad occupare-. I professori stanno cercando di correre ai ripari, di interrogare, ma non escludo qualche non classificato». L’incubo bocciatura è dietro l’angolo. Anche perché molti istituti stanno decidendo di conteggiare i giorni di occupazione come assenze. Su questo punto la normativa Gelmini non dà regole precise. Specifica solo che senza una certa frequenza l’anno non è valido. Si parla di deroghe per casi “motivati e straordinari”, ma non di occupazioni. «Questo perché deve decidere l’autonomia scolastica- fa notare Max Bruschi, consigliere del ministro Gelmini- sono le scuole che valutano caso per caso». E infatti sta scattando il fai-da-te. Un esempio: al liceo Virgilio di Roma i ragazzi hanno occupato dal 16 novembre al 30. Ma «quei giorni non saranno conteggiati come assenze- spiega un rappresentante degli studenti- dovremo solo recuperare il tempo perso per rispettare il minimo di 200 giorni di lezione da fare all’anno per legge». Al liceo Visconti, nella Capitale, l’occupazione è durata solo due giorni, ma peserà come assenza. Al Manara, altro istituto romano, saranno contati come assenze solo i giorni di occupazione in cui i docenti hanno fatto gite o visite fuori: chi non c’era sarà penalizzato. Emilia Marano, preside dell’Albertelli, liceo storico di Roma, ha fatto una scelta diversa. I suoi studenti sono rimasti barricati a scuola un giorno e mezzo, ma li pagheranno. Con l’assenza sul registro. «Va dato un segnale- dice- i ragazzi si fanno male da soli saltando la scuola. La circolare Gelmini prevede deroghe per casi gravi, per le malattie, non certo per le occupazioni. Inoltre i tanti scioperi e cortei stanno pesando sulla didattica: da un mese si fa poco e niente e mancano interrogazioni e compiti in classe». Il fai-da-te preoccupa i genitori di chi non ha contestato, che invocano chiarimenti dal ministero. Ma il Miur non sembra intenzionato ad intervenire per lasciare mano libera all’autonomia delle scuole

Il Messaggero 10.12.10