Latest Posts

"Se l'istruzione aumenta il Pil della civiltà", di Martha Nussbaum

L´anticipazione/Un brano del libro della studiosa dedicato alle discipline umanistiche. “I Paesi dovrebbero pensare a formare le persone senza occuparsi solo del profitto”. Negli esseri umani c´è un senso di incompletezza che porta spesso ad una instabilità. Le nazioni devono battersi per aiutare i cittadini ad avere il senso della democrazia. «Se continua così, le nazioni di tutto il mondo produrranno presto generazioni di macchine utili, docili, tecnicamente perfezionate, piuttosto che cittadini completi che possono pensare da soli, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze di un´altra persona». È la tesi di nel suo Not for Profit, pubblicato da Princeton University (in Italia uscirà per il Mulino) e di cui anticipiamo un brano. È un messaggio appassionato in risposta alla crisi globale del sistema d´istruzione. Per le difficoltà finanziarie i Paesi concentrano le loro risorse verso attività che possano contribuire allo sviluppo economico. Perdono quota le discipline umanistiche per far posto a quelle scientifiche e tecniche. Ma l´accrescimento del Pil costa in termini di democrazia. La Nussbaum, cattedra di Diritto ed etica a Chicago, sottolinea come le discipline umanistiche possano creare nei giovani il rispetto per gli altri.

In che modo gli esseri umani diventano capaci di rispettare il prossimo e la democrazia? Che cosa, invece, li induce a cercare di prevalere? Per rispondere a queste domande, dobbiamo portare più a fondo lo “scontro di civiltà”, e cercare di comprendere le forze che in ogni individuo si attivano pro e contro il rispetto dell´altro (…).
Gli esseri umani nascono, del tutto privi di difese, in un mondo che non hanno creato e di cui non hanno il controllo. Tra le prime esperienze di un neonato c´è l´alternarsi di una beata sensazione di pienezza, durante la quale il mondo intero pare ruotare attorno al soddisfacimento delle sue esigenze – come nel ventre materno –, e un´agonizzante consapevolezza di assoluta impotenza quando le cose positive non arrivano al momento voluto e il neonato non può fare proprio nulla per procurarsele. Gli esseri umani hanno dunque un livello di inadeguatezza fisica assoluta, per altro estranea al resto del mondo animale, abbinata però a un altissimo livello di logica cognitiva. (Ormai sappiamo per certo, per esempio, che un neonato di una settimana riesce a distinguere l´odore del latte materno da quello del latte di un´altra madre). Per comprendere in che cosa consista questo “conflitto interiore” è necessario riflettere su questa strana enunciazione sui generis: l´abbinamento così strano e peculiare dell´essere umano di impotenza e competenza; il nostro problematico rapporto con la sensazione di impotenza, con la mortalità, con i limiti del nostro essere; il nostro persistente desiderio di trascendere le condizioni che implicano sofferenza e risultano difficili da accettare per un essere pensante. A mano a mano che i neonati crescono, diventano sempre più consapevoli di ciò che accade loro, ma continuano a non poter fare nulla di concreto in relazione a ciò. All´aspettativa di essere accuditi di continuo – quella “onnipotenza infantile” colta così bene dall´espressione di Freud “sua Maestà il bambino” – si aggiungono l´ansia e la vergogna di sapere che di fatto non si è onnipotenti, ma del tutto impotenti. Da questa ansia e da questa vergogna scaturisce un impellente desiderio di completezza, di pienezza, che non ci abbandona mai del tutto, a prescindere da quanto un bambino apprenda e capisca di essere soltanto un´infinitesima parte di un intero mondo di esseri che hanno dei limiti e dei bisogni da soddisfare. Questo desiderio di trascendere la vergogna per la propria incompletezza porta a una forte instabilità e a un rischio morale (…).
Ho parlato della vergogna dei bambini per la loro impotenza, la loro incapacità di raggiungere quella beata sensazione di completezza che in alcuni momenti sono portati ad attendersi. Questa vergogna, che potremmo definire “vergogna primitiva”, va subito a confluire e unirsi con un´altra emozione molto forte: il disgusto nei confronti dei prodotti di scarto del proprio corpo. Disgusto che, al pari della maggior parte delle emozioni, ha un presupposto evolutivo innato, ma che si evolve altresì con l´apprendimento, e compare soltanto in coincidenza del periodo in cui si elimina il pannolino e si impara a utilizzare il gabinetto, quando le capacità cognitive del bambino sono sufficientemente mature. La società, pertanto, ha un notevole spazio per influenzare la direzione che l´individuo può imboccare. Le recenti ricerche sulla sensazione di disgusto dimostrano che esso non è qualcosa di meramente viscerale, ma ha una forte componente cognitiva, che comprende le idee di contaminazione o di profanazione (…).
Un modo molto efficace per prendere le distanze in maniera netta dalla propria animalità consiste nel proiettare le proprietà dell´animalità stessa – cattivo odore, trasudazione corporea, viscidità – su un gruppo di persone, per trattarle poi alla stregua di elementi di contaminazione o di profanazione, e trasformarle in una sottospecie, in un gruppo definito, in una zona cuscinetto interposta per così dire tra l´individuo ansioso e i temuti e stigmatizzati attributi dell´animalità (…).
Nel frattempo, i bambini apprendono dalle società degli adulti che li circondano, e che di solito orientano questa “proiezione del disgusto” verso uno o più gruppi reali di persone considerate inferiori – gli afroamericani, gli ebrei, le donne, gli omosessuali, i poveri, le classi inferiori nella gerarchia indiana delle caste. Di fatto, questi gruppi fungono da “altro” animale, e proprio escludendo tale gruppo gli individui privilegiati riescono a definirsi superiori a esso, perfino trascendenti. Una manifestazione assai comune di disgusto proiettivo è evitare ogni contatto corporeo con i membri di un gruppo ritenuto inferiore, e addirittura evitare ogni contatto con gli oggetti che i membri di tale gruppo possono aver toccato. Il disgusto, come sottolineano le ricerche psicologiche, è carico di pensiero magico irrazionale. Non stupisce che le idee di contaminazione siano sempre presenti nel razzismo e in altre forme di subordinazione di un gruppo (…).
Così se una nazione vuole promuovere una sorta di democrazia umana, fatta di individui sensibili, capace di dare le opportunità migliori per “la vita, la libertà e il raggiungimento della felicità” ad ogni individuo, quali competenze dovrà sviluppare nei propri cittadini? Ecco le principali:
1) La capacità di riflettere bene sulle questioni politiche che riguardano la nazione per saper esaminare, ponderare, argomentare e dibattere, senza mai sottomettersi e cedere né alle tradizioni né a un´autorità superiore.
2) La capacità di riconoscere i propri concittadini come individui aventi i medesimi diritti, anche se sono diversi per razza, religione, genere e orientamento sessuale; di considerarli con rispetto, come fine e non come mezzo da manipolare per il proprio tornaconto personale.
3) La capacità di preoccuparsi e avere a cuore la vita altrui, di comprendere che cosa implicano alcune politiche ai fini delle opportunità e delle esperienze offerte ai propri concittadini, diversi per vari aspetti, e per le persone che vivono fuori dalla propria nazione.
4) La capacità di immaginare tutta una molteplicità di questioni complesse che possono avere un´influenza sulla storia della vita umana nel suo svolgersi; di pensare all´infanzia, all´adolescenza, ai rapporti famigliari, alla malattia, alla morte e a molto altro ancora in modo informato e illuminato dalla comprensione di una vasta gamma di storie umane, non soltanto da semplici informazioni aggregate.
5) La capacità di giudicare criticamente i propri leader politici, ma sempre tenendo realisticamente conto, in modo informato, delle possibilità disponibili.
6) La capacità di pensare al bene della nazione come a un tutt´uno, non come a quello del proprio gruppo locale di appartenenza.
7) La capacità di vedere la propria nazione, al contrario, come un elemento di un ordine mondiale complesso, nel quale problemi di vario genere e natura per essere risolti esigono un´intelligente deliberazione transnazionale.

© Princeton University Press
(Traduzione di Anna Bissanti)

La Repubblica 10.12.10

"Le sentenze alla fine non bastano la «razza predona» non paga mai" di Rinaldo Gianola

Il premio Nobel Stiglitz ha scritto: «L’economia degli anni Novanta è stato un cocktail adulterato: tre quarti di menzogne e un quarto di avidità». Ecco la miscela Parmalat . In parlamento si comprano deputati, Alemanno assume ex camerati e amici. Tanzi condannato non passerà neanche un giorno in carcere. Tutto si tiene in un paese dove la legalità è un optional. Calisto Tanzi non sconterà nemmeno un giorno in carcere, anche se la giustizia lo ha già condannato due volte a Milano a dieci anni e ieri il Tribunale di Parma gli ha inflitto, in primo grado, una pena di diciotto anni. L’ex proprietario e presidente della Parmalat ha superato i settant’anni e anche se i giudici lo hanno ritenuto il responsabile del più grande crac finanziario dello storia della Repubblica Italiana potrà stare tranquillo a casa sua, o al massimo svolgerà qualche servizio sociale come alternativa alla detenzione.
Ma non andrà in galera perchè potrà usufruire della legge voluta da Silvio Berlusconi per evitare il carcere al suo avvocato del cuore, già parlamentare di Forza Italia e ministro della Difesa, Cesare Previti. La sentenza di Parma arriva nello stesso giorno in cui in parlamento è in corso un mercato vergognoso di voti per salvare il governo, mentre Alemanno assume vecchi fascisti
nelle municipalizzate di Roma e tutto pare tenersi in questa Italia malmessa e proterva.
Nessuno può permettersi di invocare la galera per gli altri,ma i due filoni processuali del crac Parmalat, a Milano e a Parma, le prime conclusioni, le condanne, le motivazioni dei giudici in particolare in riferimento al ruolo del sistema bancario e al comportamento delle autorità di controllo e della politica, consentono di affermare che Calisto Tanzi e i suoi manager sono stati fortunati ad essere giudicati in Italia. Fossero stati giudicati in America, com’è accaduto ai vertici della WorldCom, della Enron, al finanziere Bernard Madoff, responsabili di enormi truffe ai danni degli investitori, dei risparmiatori, dei dipendenti e dei clienti, il loro destino sarebbe stato certamente più crudele. Le corti americane hanno emesso condanne complessive per diversi secoli di carcere. I giudici hanno imposto che Tanzi e i suoi ex manager contribuiscano a un risarcimento all’azienda Parmalat e ai sottoscritori di obbligazioni, vittime ignare della truffa. Le migliaia di famiglie che hanno visto svanire i loro risparmi, i lavoratori che avevano investito la loro liquidazione, i pensionati rimasti senza un soldo dopo aver scommesso sulle promesse della vecchia Parmalat riusciranno a portare a casa qualcosa? Ora bisognerà verificare come, dopo le transazioni con le banche, sarà possibile rivalersi su Tanzi, visto che l’ex industriale al processo ha negato di esser in possesso di patrimoni: «Non ho più niente, non esiste alcun tesoretto» ha detto, anche se le indagini non hanno mai chiarito i suoi viaggi in America Latina, prima dell’arresto nel dicembre 2003. Tanzi aveva già negato l’esistenza della sua pinacoteca personale con decine di dipinti, da Kandinskij a De Nittis, che i suoi ospiti vip avevano potuto ammirare per anni.
Ma come se un’amnesia collettiva si fosse abbattuta su Parma e dintorni, nessuno si è più ricordato di quei quadri, di quel patrimonio che il padrone della Parmalat ostentava come segno del potere e della ricchezza. Nella soave ipocrisia della provincia e di questo capitalismo predatore, la città sembra estranea a quel campione dell’impresa che sotto i portici era di casa tra latte, merendine, calcio e Formula Uno. Possibile che nessuno, nemmeno la Gazzetta diParma la Pravda locale degli industriali, ricordi quando Tanzi ospitava politici e finanzieri, li portava in giro con l’aereo privato e pagava le Assise della Confindustria negli stand della Fiera dove i vari D’Amato e Berlusconi si lanciavano contro lo Stato spendaccione e i sindacati invadenti?
Tanzi e il crac sono figli di questo sistema economico, come altri. Tanzi è stato il campione di un capitalismo che ha cavalcato la finanza facile, la compromissione con la politica e la carenza dei controlli. Un fenomeno non solo tricolore. Il premio Nobel Joseph Stiglitz, che non è un pericoloso comunista, ha scritto:
«L’economia degli anni Novanta è stato un cocktail adulterato: tre quarti di menzogne e un quarto di avidità». Tutto in nome del mercato. La politica, le istituzioni, le Autorità di controllo dovrebbero chiedersi se le cose sono cambiate.
Ci possono aiutare le parole di Francesco Greco, procuratore aggiunto a Milano, che in un’intervista ha detto: «I danni e le vittime della criminalità economica e della corruzione sono ingenti se non devastanti: si pensi all’evasione fiscale, al debito pubblico esploso negli anni di Tangentopoli, agli scandali che hanno travolto centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori, agli infortuni sul lavoro…Sono danni di cui tutti siamo vittime, che tutti stiamo pagando. Eppure questa percezione manca nell’opinione pubblica. Oggi la prima battaglia culturale è spiegare alla gente quanti e quali danni sta subendo per effetto della criminalità economica».

L’Unita 10.12.10

"Nuovo Ciampi, siamo pronti", di Marina Sereni

Manca ormai poco: domani il Pd sarà in piazza con “l’Italia che vuole cambiare”, poi martedì alla camera si voterà sulle mozioni di sfiducia al governo Berlusconi.
La piazza e il palazzo idealmente si uniranno per dire che questo governo se ne deve andare. Le voci di corridoio, le vere o presunte informazioni sui deputati in vendita, le polemiche e gli insulti del premier verso i traditori o i maneggioni (quando non verso il capo dello stato) sono stati il refrain di questa oscura settimana, in cui si è voluto impedire all’aula di Montecitorio di lavorare per evitare di rendere ogni giorno più evidente la crisi della maggioranza.
Fino al voto di martedì ogni previsione è fatua. È invece possibile fare un ragionamento politico sui diversi scenari. Primo scenario: Berlusconi prende la fiducia alla camera (oltre che al senato). Se non sarà stato frutto di un ripensamento di Fli il premier otterrebbe una fiducia risicata e frutto di pure casualità. Quanto a lungo potrà resistere un governo appeso a qualche voto? Ecco perché appaiono patetici i tentativi di acquistare qualche deputato. Galleggiare è il contrario di governare e non è nell’interesse del paese. Se invece Fini dovesse capitolare e accettare di rientrare in un governo in tutto simile a quello in carica saremmo di fronte ad un fatto clamoroso quanto incomprensibile del quale sempre il paese pagherebbe il prezzo e che richiederebbe da parte nostra una mobilitazione ancora più decisa.
Secondo scenario: le opposizioni compatte insieme a Fli, votano la sfiducia alla camera, Berlusconi si dimette e si reca al Quirinale. Da quel momento in poi sarà Napolitano a verificare se e a quali condizioni esiste, in entrambi i rami del parlamento, una maggioranza in grado di governare. Casini e Fini in questi giorni hanno detto più volte di essere pronti a sostenere un “nuovo centrodestra”, senza Berlusconi premier il primo, perfino un Berlusconi bis il secondo purché dopo le dimissioni. Ipotesi che ben si prestano ad allontanare la polemica sul “ribaltone” ma che sarebbero assolutamente inadeguate ad aprire davvero una fase nuova. Il paese attraversa, insieme al resto d’Europa, una crisi finanziaria, economica e sociale mai vissuta dalla Seconda guerra mondiale a oggi.
Pensare che un centrodestra allargato all’Udc, con o senza Berlusconi (che pure è stato sin qui un ostacolo ingombrante per il suo stesso governo), sia più capace di fare le riforme necessarie – in termini di risanamento e di politiche per la crescita – per affrontare le conseguenze della crisi è una mera illusione. Serve una netta discontinuità. Comunque sia, non sembra che la strada di un nuovo centrodestra, se essa dovesse passare per un passo indietro del presidente Berlusconi, sia davvero percorribile.
Un’altra ipotesi è che tra le forze che siedono in parlamento si configuri una maggioranza diversa, che coinvolga anche le opposizioni, in grado di sostenere un governo di responsabilità che realizzi un programma limitato ad alcune riforme economiche e sociali e approvi una nuova legge elettorale.
Sarebbe auspicabile e necessario che a guidare un tale esecutivo si chiamasse una grande personalità, come fu ai tempi della crisi del ‘92/93 con il presidente Ciampi. Il Pd non potrebbe e non dovrebbe sottrarsi, se davvero si creassero le condizioni per una soluzione di transizione di questo genere. Per il bene comune, per quell’interesse generale che sembra uscito dall’agenda della politica in nome della ricerca del consenso giorno per giorno, delle scelte fatte sulla base dei sondaggi istantanei. Le nuove regole della governance dei bilanci che si stanno decidendo in Europa imporranno all’Italia scelte dure e noi dovremmo spenderci per sostenere i meno garantiti, il mondo dei produttori, le famiglie, per un nuovo patto sociale che metta al centro, dentro una stagione di rigore, la crescita e l’eguaglianza delle opportunità.
Se il governo non avrà la fiducia dovremo d’altro canto fronteggiare una campagna violenta, la richiesta del voto come unica soluzione democraticamente accettabile. Il «me ne frego» di Verdini di qualche giorno è soltanto l’antipasto di quello che può accadere. Berlusconi è un leader al tramonto ma non si arrende, reagirà usando ogni strumento, ogni colpo, sopra e sotto la cintola. Anche per arginare i rischi di un’emergenza democratica è giusto lavorare per un governo di responsabilità che s’impegni per una nuova legge elettorale e per allontanare il rischio di un voto anticipato in un momento così drammatico della crisi finanziaria in Europa. Stabilità, crescita, responsabilità, giustizia sociale dovrebbero essere la bussola della discussione politico-istituzionale dopo il 14 dicembre. Senza dimenticare neppure per un momento i milioni di persone che si aspettano da noi una proposta per affrontare insieme le sfide del tempo presente e per costruire il futuro.

da Europa quotidiano 10.12.10

"Rifiuti, la promessa mancata del premier due settimane dopo è ancora emergenza", di Conchita Sannino

A Napoli serrata dei ristoratori, lungomare listato a lutto per protesta. In strada 1.800 tonnellate di “monnezza”. L´assessore: “Temo un Natale terribile”. La via dei Miracoli è ancora lastricata di immondizia. In tutti i sensi. Scadono domani le «due settimane» fissate dal premier Berlusconi, nel corso del vertice di fine novembre, come ultimo termine entro cui ripulire un territorio sfigurato. Ma a Napoli c´è ancora una montagna di rifiuti che fermenta sotto il cielo tiepido: 1.800 tonnellate. E la stessa ragnatela fatta di milioni di sacchetti, plastiche e cassonetti dati alle fiamme, detriti di ogni tipo, resti organici, avviluppa anche la provincia. Falliti i tentativi di sversare nelle province campane, è rimasta per ora sulla carta la disponibilità delle regioni Lazio, Toscana, Marche, Molise ed Emilia Romagna. Unica eccezione la Puglia, che – forse – completati i test sui rifiuti, accoglierà da stasera le prime tonnellate made in Campania.
A Napoli, intanto, i cumuli divorano anche stradine e squarci di centro storico, compresa la suggestiva stradina (dei Miracoli, appunto) che porta ai conventi seicenteschi del Fanzago, assediando bancarelle natalizie e vetrine inutilmente addobbate. La crisi si ripercuote sull´economia, spinge a una protesta eclatante ristoranti e chalet di Lungomare Caracciolo. In quattrocento chiudono i locali, spengono le luci e, una mano dietro l´altra, tendono tutti insieme un drappo nero, lungo cinque chilometri. È un modo per simboleggiare «la morte» dello Stato. Per «listare a lutto» la fascia costiera della città «che – spiegano gli esercenti – scivola nel declino turistico mentre le istituzioni stanno a guardare». Dal sindaco Iervolino, un nuovo appello. «Basterebbe un po´ di solidarietà dagli altri enti».
È allarme anche nel napoletano, assediato da 5mila tonnellate. C´è grande preoccupazione a Pozzuoli, «la crisi ci stritola», raccontano al Comune, affacciato su 1.700 tonnellate in strada. È la stessa situazione che, nel 2008, spinse Sophia Loren a lanciare un accorato appello all´allora commissario Bertolaso per liberare dall´onta il paese che le diede i natali. E non è escluso che quel dolore affiori di nuovo, in silenzio. Un terribile flaskback anche a Giugliano, il cui sindaco, Giovanni Pianese rivela che «l´emergenza ci colpisce da mesi». Disastro ad Afragola, dove la distesa di immondizia in centro è un altro dei grattacapi del sindaco Vincenzo Nespoli, il senatore del Pdl per il quale il Gip di Napoli aveva chiesto l´arresto. Una scena del disastro: in serata, allo stabilimento Stir di Caivano, erano in coda 85 camion. L´ultimo attenderà 32 ore prima di sversare, con inevitabile aggravio di costi che fatalmente si abbatte sulla tariffa Tarsu e quindi sui cittadini.
L´ultimo inverno della crisi napoletana conta ormai ottanta giorni esatti, e ininterrotti, di cumuli abbandonati. La stagione dell´emergenza è cominciata il 21 settembre scorso, poi la guerriglia del vesuviano, quella di Giugliano. E le prospettive non sembrano essere migliori, dopo la cancellazione – contenuta nel decreto legge voluto da Berlusconi – delle 3 future discariche campane. Eppure il governatore Stefano Caldoro non intende cedere al pessimismo. «In fondo, in strada c´è un giorno di arretrato, e noi stiamo favorendo le intese per lo sversamento fuori regione. Tra tre anni, appena avremo i termovalorizzatori, qui ci sarà un ciclo di smaltimento a prova di intoppo», ripete ancora Caldoro. «Tre anni?», fanno eco gli europarlamentari Pd David Sassoli e Andrea Cozzolino. «Speriamo che a Bruxelles non sentano, ci bloccano i fondi a vita».
È invece severo l´assessore al Comune di Napoli, Giacomelli: «Ho timore che possa diventare un Natale terribile: ogni giorno dobbiamo chiedere l´elemosina, non sappiamo mai dove andare a sversare». E l´amministratore delegato dell´azienda di raccolta Asìa, Daniele Fortini, rincara la dose: «C´è molta superficialità anche nella gestione della crisi. Basti dire che l´ufficio flussi della Regione prima ci indirizza verso uno stabilimento, dopo qualche ora chiede di sterzare verso un´altra località». La ciliegina sulla torta dell´emergenza arriva da Roma. Vincenzo Cuomo, sindaco di Portici (comune ad alto tasso di differenziata), denuncia che «è stata rinviata, all´ultimo momento, la riunione unificata dell´Anci in cui discutere di indispensabili modifiche al decreto sui rifiuti». Il motivo? «Non si erano messi d´accordo sul federalismo fiscale. È l´ennesima prova che al paese della crisi rifiuti non importa nulla. Il Sud è già fuori dell´Italia».

La Repubblica 10.12.10

Appello per il Risveglio civile dell'Italia

Con l’Italia che vuole cambiare. Sottoscrivi e diffondi l’appello già firmato da alcuni intellettuali a sostegno della manifestazione di sabato 11 dicembre. Tra i firmatari Bodei, Scola, Urbinati, Schiavone, Galli. L’Italia si trova ad affrontare uno dei passaggi più difficili e preoccupanti della sua storia repubblicana. La crisi economico-sociale rischia di intrecciarsi con la crisi democratica, in una situazione in cui la condizione di giovani, famiglie e imprese risente drammaticamente della recessione degli ultimi due anni e dell’assenza di qualsiasi iniziativa del governo in grado di promuovere una ripresa della produzione e dei consumi, di ridurre le diseguaglianze sociali, di contrastare la disgregazione del Paese, di investire su scuola, università e ricerca quali risorse fondamentali per il futuro.

Le manifestazioni di studenti e ricercatori di questi giorni segnalano un disagio che va ben al di là dell’opposizione alla finta riforma dell’Università voluta dal governo. Esse rivelano l’inquietudine di una generazione rispetto all’incapacità di chi ha governato finora di offrire un orizzonte di futuro e di speranza. La condizione e lo stato d’animo dei giovani sono oggi la metafora della situazione dell’intero Paese: smarrito, sfiduciato, impaurito, talora segnato da tratti di rassegnazione.

Le forze democratiche e progressiste non devono tuttavia perdere la consapevolezza che c’è un’Italia migliore di chi l’ha governata finora. Un’Italia che vuole cambiare, che vuole rialzare la testa e difendere la propria dignità, tornando a investire sulla propria laboriosità, inventiva, generosità e tornando a fidarsi di una politica che sia degna di rappresentarla.
È il momento di promuovere una vera e propria riscossa civica, un risveglio civile del nostro Paese, facendo appello all’Italia che vuole tornare a credere in se stessa e nella possibilità di voltare pagina, puntando sui valori costituzionali del lavoro, della democrazia e dell’uguaglianza. Il governo di Berlusconi rappresenta oggi il principale fattore di insicurezza e di instabilità per il nostro Paese, in una fase anche molto delicata dal punto economico e finanziario. Il berlusconismo, emerso in una fase di discredito della politica, sembra destinato a concludere la sua parabola accentuando la delegittimazione della politica e del sistema democratico.

In questo quadro, la manifestazione dell’11 dicembre promossa dal Partito democratico può essere un importante segnale di speranza e di cambiamento, che trasmette all’interno e all’esterno del Paese l’idea di un’Italia in grado di rimettersi in cammino e di affrontare le scelte impegnative che la attendono.

Per queste ragioni chiediamo alle cittadine e ai cittadini italiani, anche al di là delle appartenenza partitiche, di aderire alla manifestazione e alle forze della cultura, della ricerca e del sapere, che in questi difficili anni hanno mantenuto una presenza attiva nella società italiana, di sottoscrivere e diffondere questo appello.

Qui

www.partitodemocratico.it

"Il Pd vuole addizionali Irpef e Tarsu in un'unica imposta", di Eugenio Bruno

Per vincere la partita sul fisco municipale il Pd punta sull’Ics. Che sta per imposta comunale sui servizi: la nuova “service tax” sugli immobili che i democratici vorrebbero introdurre per accorpare Tarsu, Tia e addizionale comunale all’Irpef e dare una vera autonomia tributaria ai sindaci. Da contrapporre a quella (a loro dire) finta, contenuta nel decreto attuativo del federalismo che è all’esame della commissione bicamerale guidata da Enrico La Loggia (Pdl).
Dunque sulla riforma cara al Carroccio il Pd non mollerà di un millimetro. Crisi o non crisi, l’attuazione della delega andrà avanti. Sia con questo governo sia con un esecutivo di transizione. A ribadirlo è stato ieri il segretario Pier Luigi Bersani, nel corso di una conferenza stampa alla Camera: «Noi siamo – ha sottolineato – con le nostre idee, interessati ad una seria riforma federalista. Come siamo interessati ad una seria riforma della legge elettorale». Idee che è stato il capigruppo in bicamerale, Walter Vitali, a illustrare. A partire dal warning sullo stato dell’arte. L’ex primo cittadino di Bologna ha evidenziato come, a sei mesi dalla dead line del 21 maggio 2011, sia stato partorito meno di un terzo dei decreti legislativi richiesti. Dei 31 oggetti di delega, ha aggiunto, ne sono stati attuati nove, sei lo sono parzialmente e ben 16 sono ancora fermi al palo. Tanto più, ha aggiunto, che alcuni dei dlgs varati dal governo «riproducono semplicemente il testo della delega». Ciò basta secondo Vitali per parlare di «tradimento della legge 42» e ribadire che, come avvenuto sui fabbisogni standard, il suo partito presenterà delle proposte organiche e non si limiterà a emendare i testi di matrice governativa.
Da qui a chiedere una profonda riscrittura del provvedimento sul fisco municipale il passo è stato breve. Per coprire le lacune riscontrate nel decreto varato in via preliminare dal cdm del 4 agosto scorso – dalla perdita di gettito che l’introduzione dal 2011 della cedolare secca produrrebbe, alla scarsa autonomia attribuita ai sindaci dalla futura imposta municipale unica (Imu) fino alla necessità di maggiori certezze sul fondo di riequilibrio prima e perequativo poi – il Pd ha presentato una ricetta con cinque ingredienti. Accanto all’introduzione dell’Ics quale principale tributo manovrabile per i sindaci, che dovrebbe sostituire Tarsu/Tia sugli immobili e addizionale comunale all’Irpef. E configurarsi come un prelievo sul consumo dei servizi non strettamente tariffabili dal municipio (strade, illuminazione pubblica, rifiuti, anagrafe), viene ipotizzata l’applicazione della cedolare secca sugli affitti al 20% solo ai nuovi contratti.
Il terzo pilastro viene individuato nel mantenimento dell’Ici sugli immobili diversi dall’abitazione principale e nel suo azzeramento su quelli locati a canone concordato. A ciò andrebbero aggiunte, da un lato, le quote del fondo perequativo e l’istituzione di una compartecipazione all’Irpef. Dall’altro, un margine più ampio sulle tasse di scopo come in parte già fatto per Roma capitale. Ora toccherà alla bicamerale decidere se e quali suggerimenti accogliere.
Nel frattempo la mole di numeri da tenere presente sta per accrescersi delle simulazioni elaborate dal senatore Marco Stradiotto (Pd) sulla base dei bilanci comunali raccolti dalla commissione tecnica paritetica guidata da Luca Antonini. Le slides, che Stradiotto depositerà la prossima settimana, testimoniano come i tributi che il governo ha scelto di devolvere ai comuni siano molto disomogenei rispetto al livello odierno dei trasferimenti statali. Con il possibile surplus di lavoro e di erogazioni a carico del fondo perequativo che un simile scenario porta con sè. Dei 92 capoluoghi di provincia scandagliati il più avvantaggiato sarebbe Olbia, che vedrebbe crescere le proprie entrate del 180%, davanti a Imperia (+122%) e parma (+105%). Laddove le perdite maggiori si avrebbe all’Aquila (-66%), seguita da Napoli (-61%) e Messina (-59%).

Il Sole 24 Ore 10.12.10

"Maghi, astrologi, sondaggisti Nell´attesa del D-day via alla guerra dei pronostici", di Filippo Ceccarelli

Si può sempre scherzare sulla magia, e ancora di più su chi s´improvvisa esperto in vaticini politici. E infatti scherzava l´altro giorno il sottosegretario portavoce Paolo Bonaiuti: «Aspettiamo di vedere i maghi e i maghetti dell´opposizione che ora prevedono sconquassi per il governo la sera del 14 dicembre: quando dovranno buttare via il cappello a cono e la bacchetta magica».
Non si sa chi fossero esattamente questi maghetti. Ma certo ieri di nuovo Bonaiuti ha insistito con l´argomento in una videointervista sul Corriere.it: «Io ho già protestato contro tutti i maghi, stregoni, cartomanti e chiaroveggenti – qui per la verità il sorridente sottosegretario ha usato la parola francese, claire voyant – che cercano di dire che finirà male. Noi avremo la fiducia sia al Senato che alla Camera».
Ora, con tutto che l´arte della previsione politica finisce col ricordare abbastanza da vicino quella degli aruspici etruschi che esaminavano il fegato degli animali (il più celebre è l´antica riproduzione conservata nel museo civico di Piacenza), ecco, tutto lascia credere che quello del portavoce del governo sia un format di comunicazione. Ma la faccenda curiosa è che quest´ultima al giorno d´oggi così intensamente accumula energie da attrarre a sé e poi rilanciare all´esterno brandelli di mitologia, di metafisica e anche di magia arcana. Questo nessuno lo sa meglio del presidente Berlusconi.
E tuttavia, specie in un momento di passaggio forse epocale come questo, va da sé che oltre alle trattative e al calciomercato hanno il loro peso forze che non rispondono totalmente alla razionalità: vibrazioni emotive, pulsioni giocherellone, sensibilità viscerali e/o trasognate. Di qui un´orgia di previsioni, pure alimentata da quell´altra fabbrica di evoluti e costosi oracoli che sono i sondaggi, e l´affollarsi di scommettitori (a metà novembre davano il Cavaliere abbastanza spacciato), astrologi di varia fama e più o meno improbabili chiromanti.
La storia insegna che i potenti sentono spesso il fascino dei maghi. Al netto degli ermetici fregi sul mausoleo di Arcore, della pianta pseudo-esoterica di villa La Certosa, della gatta di pietra egizia sul cornicione di Palazzo Grazioli, della statuetta dell´Arcangelo recatagli in dono per sconfiggere la jella che perseguitava la crociera della nave Azzurra (Bonaiuti si ruppe un braccio) e di alcune decine di scaramantici cornetti di cui lo forniscono a getto continuo senatori, deputati e ministri come Rotondi, non risulta che Berlusconi consulti con regolarità indovini o fattucchiere.
Magari perché non ne ha tanto bisogno. Come si potrebbe dedurre da questa impegnativa testimonianza resa in tempi non sospetti (aprile 2008) nientemeno che da Gianni Letta: «Ha un intuito prodigioso che lo porta naturalmente a capire ciò che agli altri non è chiaro o che non è ancora decifrabile. Vede prima e più lontano». Letta aggiungeva di averlo sentito «spesso scherzare su questa sua sensibilità quasi magica di prevedere il futuro». La frase esatta riferita dal suo fido collaboratore suona in verità un po´ stramba: «Io sono una strega». Che il Cavaliere lo sia o meno può avere o non avere qualche influenza sul voto parlamentare, ma non si scioglierà qui l´enigma.
Altri invece l´hanno già fatto. Almeno a girare sulla rete, gli oroscopi dicono peste. Per Berlusconi non solo è un periodo pessimo, ma le profezie, da prendersi alla rinfusa e con beneficio d´inventario, dal «Nostradamus arabo» alla maliarda Bolchini, da Astra Gossip (che conclude: «Mamma mia!») a un incognito e sboccato divinatore che annuncia: «Berlusconi, mo´ so´ cazzi», insomma quasi tutti i pronostici dicono che il colpo disastroso – ma non definitivo – proviene da un impiccio zodiacale che ha a che fare con il Capricorno. Che per inciso sarebbe il segno di Fini. Solo Branko sostiene che il premier ha un cielo perfetto che lo rende «invincibile». Fermo restando che il risultato, anche a Montecitorio, resta seduto sulle ginocchia degli dei.

La Repubblica 10.12.10