Latest Posts

"Sotto l'albero di Natale il contratto nazionale rischia di scomparire", di Bruno Ugolini

Molti lavoratori rischiano di trovare, in questo tormentato 2010, sotto l’albero di Natale, una triste sorpresa: la scomparsa del contratto nazionale di lavoro. È l’argomento di moda, da Pomigliano, a Mirafiori. Sergio Marchionne vuole un contratto tutto suo,nemmeno riservato al settore dell’auto. E già minaccia, se non verrà obbedito, di portare Mirafiori negli Usa. Non importa se la scelta di cancellare il contratto nazionale avrebbe un effetto a cascata. Ciascun imprenditore sarebbe incoraggiato a inseguire lo stesso obiettivo, magari facendo leva su rapporti di forza, nella propria impresa, sfavorevoli alla presenza sindacale. Sarebbe la giungla e renderebbe inutili anche le organizzazioni «nazionali», rimaste gusci vuoti, come Cgil, Cisl, Uil ma anche Confindustria, Federmeccanica. Come mai si os atanto?E’ chiaro che la crisi economica, l’ondata di casse integrazioni e chiusure, indebolisce il potere sindacale. Una fragilità aumentata dalle divisioni interne, da approcci diversi, tra dialoganti- accomodanti e resistenti ad oltranza. Cade proprio in questi giorni un anniversario importante: 50 anni fa gli elettromeccanici milanesi conun Natale di lotta segnavano una delle prime tappe della riscossa operaia e dell’unità dal basso. Sarà ricordato a Milano in un bel convegno organizzato dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e dallaFiom nazionale, con la proiezione di un film curato da Angelo Ferranti, «Senza fischietto. 1960». Ecco se quella unità si fosse potuta mantenere oggi non saremmo di fronte a tante arroganze. Il problema è che alla divisione sindacale corrisponde una frammentazione delle forme di lavoro. Il contratto nazionale non c’è già più, anche nelle fabbriche metalmeccaniche, per quel popolo di lavoratori degli appalti o interinali o CoCoPro che circondano la cittadella dei lavoratori considerati (e non lo sono) «garantiti». Mentre proprio in questi giorni assistiamo alla protesta di quelle migliaia di precari del pubblico impiego, occupati in servizi essenziali (comuni, sanità, Croce Rossa, servizi per l’impiego, vigili del fuoco, uffici immigrazione) e che vanno incontro al macello sociale. Tutte le Amministrazioni dello Stato dal prossimo 1 gennaio 2011 dovranno tagliare il 50% del personale precario. Ecco nell’accesa discussione sul dopo Berlusconi, sarebbe necessario introdurre qualche proposta sul possibile dopo-Marchionne e dopo-Brunetta.

L’Unità 10.12.10

******

“Confindustria lancia Federauto per trattenere Fiat”, di Paolo Griseri

La proposta di Confindustria alla Fiat si chiama Federauto. Una nuova associazione di imprenditori, che potrebbe staccarsi da Federmeccanica per creare un contratto ad hoc. Un contratto per la sola filiera dell´auto, dai piccoli fornitori fino agli stabilimenti di montaggio finale. Un contratto che supererebbe sia quello dei metalmeccanici del 2008, firmato da tutti i sindacati, sia il successivo contratto separato del 2009 (non sottoscritto dalla Fiom), a sua volta derogato in estate per venire incontro alle esigenze di Marchionne. Ma le deroghe sono state considerate insufficienti dal Lingotto. L´ad lo aveva anticipato ai vertici di Cisl e Uil il 4 novembre scorso: «Alle condizioni attuali scordatevi che a Mirafiori applicheremo il contratto dei metalmeccanici». Così gli sherpa di Federmeccanica hanno ripreso a lavorare fino a preparare una nuova proposta. Quella che nella notte Emma Marcegaglia ha presentato a Sergio Marchionne a New York. Quella che mercoledì Federmeccanica intende presentare ai sindacati firmatari dell´accordo separato del 2009. Dunque non alla Fiom.
La prime reazioni sindacali non sono incoraggianti. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, stoppa: «Per quale motivo la Fiat dovrebbe uscire da Confindustria? Noi vogliamo relazioni sindacali più forti, non più deboli». Eppure una delle possibilità, non esclusa dalla stessa Marcegaglia, è proprio che i contratti di Mirafiori e Pomigliano siano «temporaneamente» fuori dagli attuali contratti nazionali. Ancora più dura la reazione della Uilm: «Un incontro mercoledì in Federmeccanica? Abbiamo già un altro impegno», dice il segretario Rocco Palombella. Che aggiunge: «Quanto stabilito con le deroghe è sufficiente ed esaustivo». Non è entusiasta nemmeno la Fim: «Pensiamo che le attuali regole contrattuali bastino – dice Giuseppe Farina – ma se Federmeccanica insiste, possiamo discuterne». Polemico con la Uilm è Roberto Di Maulo (della Fismic): «La Uilm ha altri impegni? Più importanti del futuro della Fiat?».
Di Maulo ha attaccato duramente, in un´intervista al Giornale «il consociativismo tra Confindustria e Cgil Cisl Uil», così giustificando la richiesta del Lingotto di uscire dall´associazione degli industriali. Un antipasto indigesto per Emma Marcegaglia alla vigilia della cena con Marchionne e un assist (involontario?) allo stesso ad. L´effetto delle dichiarazioni di Di Maulo si è visto subito a Torino dove ieri e oggi sono in programma le assemblee con gli operai di Mirafiori. Fim e Uilm hanno negato al Fismic la possibilità di parlare. Ieri ai lavoratori si è rivolto Maurizio Landini: «Non è accettabile che la trattativa si faccia a fabbrica chiusa – ha detto il segretario della Fiom – e se la Fiat intende uscire dal contratto questo è un problema di tutto il sindacato italiano». Per cercare di ricucire i rapporti tra di loro, i vertici di Fim, Fiom e Uilm si incontreranno lunedì a Roma. L´iniziativa è partita dalla Fiom. La Uilm ha subito messo le mani avanti: «E´ l´ultima possibilità per la Cgil di tornare sulla strada giusta».
Proseguono a Roma gli incontri sul futuro di Termini Imerese. Ieri dal ministro Romani si sono presentati Gian Mario Rossignolo e Simone Cimino, titolari di due proposte per riprendere la produzione auto in Sicilia. Ma la strada è ancora lunga: «Voglio sapere quanti soldi sono disposti a investire», commenta sarcastico Bonanni

La Repubblica 10.12.10

Compravendita di deputati: scandalo o reato?

“Berlusconi, ha generato fallimento e instabilità. Il problema di tutto è quella instabilità non ricada sul paese”. Pier Luigi Bersani ha criticato con durezza le voci di compravendita di deputati in vista del voto di sfiducia, martedì prossimo. “Leggo i giornali e mi sorge spontanea una domanda: se ci si rivolge a parlamentari facendo opera di convinzione non solo sotto il profilo politico e culturale, ma anche a quello materiale siamo di fronte a uno scandalo o a un reato di corruzione?”, ha dichiarato il segretario del Pd nel corso di una conferenza stampa a Roma sul federalismo fiscale.

“Questo lo vorrei chiedere ai commentatori e agli esperti, ho sentito voci che mi auguro infondato e che mi preoccupano per la salute della democrazia. C’è un’aria che suscita qualche inquietudine”. Dunque, ha aggiunto, “vorrei che ci si occupasse di questa cosa”.

Pier Luigi Bersani ha respinto le accuse rivolte dalla maggioranza a chi vorrebbe provocare instabilità
e un ribaltone formando un governo di transizione. “Gli argomenti della stabilità e del ribaltone sono al solito un ribaltamento della realtà. Ha fatto tutto lui”, ha aggiunto parlando del premier, Silvio Berlusconi, “ha generato fallimento e instabilità”. Ora, ha aggiunto, “il problema di tutto è quella instabilità non ricada sul Paese”.

Quanto allo sbocco della crisi, Bersani non ha azzardato previsioni: “Come dice il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, le prospettive non sono chiare e credo che lui sia persona informata sui fatti…”.

www.partitodemocratico.it

Sicurezza: polizia in piazza in tutta Italia, anche ad Arcore

Un centinaio di poliziotti staziona da stamattina davanti a Villa San Martino ad Arcore, ma non per proteggere il premier. Gli agenti, appartenenti a tutte le principali sigle sindacali della polizia, stanno dando vita ad una manifestazione di protesta contro i tagli al bilancio delle forze dell’ordine. Analoghe manifestazioni sono in corso in tutto il territorio nazionale.

Sotto accusa il taglio di circa 2 miliardi e mezzo di euro in tre anni; la manovra finanziaria che, dal prossimo 31 dicembre, fissa un tetto massimo allo straordinario e alle indennità operative e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul “comportamento irresponsabile” avuto dal Governo che “sinora ha disatteso ogni impegno assunto in campagna elettorale e nei documenti programmativi sui versanti della sicurezza e delle connesse politiche per il personale”.

da rassegna.it

******

Cento agenti a Villa San Martino
Protesta contro i tagli alla polizia
Il presidio davanti alla residenza di Arcore del premier Silvio Berlusconi. Cortei anche nel resto d’Italia

LA MANIFESTAZIONE

Tutti a Villa San Martino. Un centinaio di agenti di polizia sta protestando davanti alla residenza di Arcore del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I poliziotti, appartenenti a tutte le principali sigle sindacali della polizia, hanno organizzato un presidio per protestare contro i tagli al bilancio delle forze dell’ordine. Analoghe manifestazioni sono in corso in tutto il territorio nazionale.
LA PROTESTA – I sindacati di polizia, corpo forestale dello stato, polizia penitenziaria e vigili del fuoco sono sul piede di guerra e denunciano il «vergognoso voltafaccia» del governo che, dicono, ha prima presentato un emendamento al decreto sicurezza sulla specificità delle forze di polizia e poi lo ha ritirato, «mettendo a rischio l’operatività e l’efficienza dei servizi di ordine e sicurezza pubblica». I presidi in tutta Italia precedono la manifestazione unitaria indetta per il 13 dicembre, il giorno prima della fiducia, in piazza Montecitorio alla quale aderiscono Siulp, Sap, Siap-Anfp, Silp-Cgil, Ugl-polizia, Coisp, Sappe, Sinappe, Uil-Penitenziari, Fns-Cisl, Fp-Cgil, Ugl-Polizia penitenziaria, Sapaf, Ugl-federazione nazionale corpo forestale dello Stato, Fns-Cisl, Fp-Cgil, Conapo, Confsal, Fp Cgil Vvf, Fns-Cisl, Ugl-vvf, Uil-Pa.

www.corriere.it

"Il ciclone wikileaks e il bisogno di capire", di Ezio Mauro

Che dice di noi, il ciclone Wikileaks? Si può cominciare a rispondere, oltre le voci segrete degli ambasciatori americani svelate dai cable che Julian Assange ha rovesciato sul mondo, prima di consegnarsi all´arresto a Londra, per l´accusa di stupro. Questa vicenda parla di tre cose che potremmo riassumere in una formula: informazione, potere e democrazia al tempo di Internet.
Internet, oggi giunto alla sua massima potenza, è lo strumento usato da WikiLeaks per scardinare i forzieri della superpotenza diplomatica americana ed estrarne i segreti che riguardano tutto il mondo, dal Medio Oriente alla Cina, all´Iran, all´Europa, alla Corea. Il primo problema è la vulnerabilità dei segreti di Stato. Ovviamente le democrazie – e una grande democrazia come gli Stati Uniti – sono più esposte a queste infiltrazioni dei sistemi chiusi e bloccati come gli Stati autoritari, sia per la libertà dei mezzi d´informazione e l´autonomia dei soggetti sociali, e sia perché seguono regole e procedure collaudate e conosciute nello scambio interno di dati e notizie su alleati, competitori e avversari.
Gli Stati – e le democrazie tra loro, ovviamente – prevedono procedure riservate nei passi più delicati della loro governance, e anche momenti segreti, a tutela della sicurezza nazionale. Ma gli Stati democratici si muovono sempre più nell´obbligo della trasparenza e della pubblicità, mentre i cittadini grazie alla crescita e alla velocità dell´informazione pretendono ormai di conoscere e monitorare i processi di scelta e di formazione delle decisioni, senza accontentarsi di commentare il risultato finale.
Da qualche anno, potremmo dire, la politica è tutta “esposta”, senza riserve, salta il confine tra la scena e il retroscena, il meccanismo decisionale ha rilievo quanto e come l´opzione finale.
Oggi facciamo un passo in più dentro una nuovissima stagione. I mezzi ubiqui, veloci e contemporanei cambiano il concetto di segreto così come cambiano la nozione stessa di trasparenza. Cosa significa il timbro di riservatezza sul dispaccio di un ambasciatore, quando l´intera banca dati diplomatica di una superpotenza può saltare in pochi minuti? E fin dove arriva la nozione di “pubblico”, patente e trasparente, nel momento in cui il cittadino è trasportato da Internet dentro il flusso stesso della documentazione protetta, può navigare a suo piacimento tra i segreti, recuperare il passato negli archivi, usare le chiavi personali di lettura, creare percorsi interpretativi che la lettura ufficiale e istituzionale delle carte non solo non prevede, ma neppure conosce?
Tutto ciò che crea un cittadino più informato lo fa anche più esigente. Il cittadino che ha imparato a conoscere, pretende di sapere. Non ritorna a casa, davanti alla televisione. Tecnicamente, non gli importa dell´accusa di stupro ad Assange: sa che seguirà l´inchiesta e l´eventuale processo, e attraverso l´informazione sarà in grado di distinguere tra reato individuale e responsabilità personale da un lato, e interesse generale alla pubblica conoscenza dall´altro. Oggi, il cittadino vuole che quel flusso di informazione continui, perché nessuno rinuncia coscientemente a capire come funziona il mondo, se ne ha la possibilità, o a vivere un pezzo di storia in diretta.
E qui, interviene il giornalismo. Perché 250 mila files, 250 milioni di parole, sono una massa di dati non intellegibili. Si scopre, finalmente, che conoscere non è sapere, che guardare non è vedere, che ciò che conta è capire. Nel grande flusso di Internet, contano le regole del fiume, la velocità di scorrimento dei “pieces of news” e la portata. Ma per capire, serve di più. E Assange ha dovuto rivolgersi al giornalismo, consegnandogli tutta la massa di informazioni sottratte al potere e chiedendogli semplicemente di renderla comprensibile, trovando le chiavi per decifrarla. E il giornalismo ha lavorato, sta lavorando, esattamente per dare al lettore-cittadino la possibilità di decifrare, interpretare, comprendere e alla fine giudicare, a ragion veduta.
Internet apre la porta del potere, e trasporta nel suo flusso i materiali. Il giornalismo legge quei materiali, e riesce a farli leggere, perché opera per l´intelligenza degli avvenimenti. Questo avviene con l´uso degli strumenti tipici del giornalismo quotidiano, davanti ai grandi eventi e agli avvenimenti minori: la selezione delle notizie, la gerarchia tra i fatti, la relazione tra le vicende, il recupero degli antecedenti, l´individuazione dei protagonisti, palesi o occulti, l´illuminazione degli interessi in gioco, legittimi o illegittimi, alla luce dell´interesse generale. E infine, l´esercizio della responsabilità.
Perché il giornalismo è anche coscienza di un limite, uso responsabile di un potere. Il diritto del cittadino di conoscere e di sapere infatti è un diritto assoluto, in democrazia, ma non è un diritto cieco. E infatti i giornali hanno usato la loro responsabilità nella selezione dei materiali, e nel deciderne la pubblicazione. Sono stati esclusi i file con nomi e cognomi di persone esposte in Paesi dove vige la pena di morte. Sono stati informati il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca dei materiali prescelti, e si sono ascoltate le loro osservazioni, a tutela di soggetti a rischio. Infine, è l´ultimo caso, il Guardian ha deciso di non pubblicare l´elenco delle infrastrutture occidentali che gli Usa considerano a rischio di attacchi terroristici. Perché, come scrive Javier Moreno, il direttore del Paìs, «tra gli innumerevoli doveri di un giornale non c´è quello di proteggere i governi da situazioni imbarazzanti», se queste situazioni sono interessanti per i lettori, che hanno il diritto di conoscerle; e il direttore del New York Times, Bill Keller, aggiunge che «illuminare gli obiettivi, i successi, i compromessi e le frustrazioni» della diplomazia di un grande Paese «è di pubblico interesse». Ma nello stesso tempo – e le due cose stanno insieme – il diritto del cittadino di sapere non è disgiunto dal suo dovere di farsi carico della democrazia. E questo, naturalmente, vale anche per il cittadino-giornalista.
L´imbarazzo delle democrazie è l´ultimo elemento, ed è il denominatore comune del caso WikiLeaks. Ma anche qui, c´è un punto su cui riflettere. Dovunque, tra le democrazie occidentali e i loro governi, il Cablegate ha provocato soltanto imbarazzo, qualche problema di galateo internazionale, e nulla più. Leggere che nei dispacci americani Angela Merkel è “teflon”, resistente e respingente, non provoca ripercussioni in Germania. Scoprire che per i diplomatici Usa Nicolas Sarkozy è un “monarca impulsivo” non inquieta Parigi. Veder scritto in un cablo al Dipartimento di Stato che Zapatero è “astuto come un felino”, non è un problema per Madrid. Perché invece in Italia Wikileaks ha provocato un terremoto politico, addirittura preventivo, col governo che ha evocato addirittura un complotto mondiale contro il nostro Paese, e Frattini che ha parlato di 11 settembre?
Perché i rilievi degli ambasciatori ai leader delle altre democrazie europee, riguardano tutti la parte visibile delle leadership, ciò che si conosce, ciò che è pubblico. I rilievi al Capo del governo italiano riguardano, tutti, la parte invisibile, ciò che è celato, camuffato, nascosto alla pubblica opinione. Legami con Putin incomprensibili dal punto di vista della responsabilità occidentale, e dunque per gli Usa pericolosi e basati su affari inconfessabili. Dichiarazioni private di debolezza per estorcere pubbliche parate congressuali a Washington, da mistificare nelle televisioni italiane come prove di forza. Confessioni amareggiate dell´inner circle del Premier, su un potere che sta ormai evaporando.
La lezione è dunque che il potere italiano traballa più di altri, davanti al ciclone WikiLeaks proprio perché è un potere chiuso, opaco, non trasparente, con elementi di forte anomalia per una democrazia occidentale, con evidenze di fragilità crescente nella capacità di governo unite ad aspetti oscuri che inquietano gli alleati. Si capisce bene, a questo punto, il tentativo berlusconiano di banalizzare le rivelazioni non potendo gestirle, spiegarle, giustificarle, in quanto fanno parte degli arcana imperii che rendono diversa la nostra democrazia. Si capisce meno bene l´impotenza delle altre forze politiche, di vecchia e nuova opposizione, davanti alla portata di questa vicenda. L´unica cosa chiara ai cittadini è che il sistema politico non capisce il cambio di stagione determinato da WikiLeaks perché mentre il ciclone stava già soffiando era come sempre accomodato in poltrona davanti alla televisione italiana a reti unificate: credendo che la vecchia cornice del Tg1 e del Tg5, costruita dalla politica, fosse ancora in grado di inquadrare il mondo, mentre il mondo era già cambiato.

La Repubblica 09.12.10

"Statali flessibili e co.co.pro, migliaia i contratti a rischio", di Luca Cifoni

È un esercito difficile da contare, ma che secondo le stime più recenti potrebbe arrivare a 130.000 persone. Sono i precari della pubblica amministrazione, uomini e donne che lavorano negli uffici pubblici, nelle questure, negli ospedali, negli enti locali. Tra un anno di questi tempi potrebbero essere molti di meno, forse addirittura la metà. Sta infatti iniziando a produrre i suoi effetti una delle norme sul pubblico impiego contenute nella manovra della scorsa estate: provvedimento che oltre a bloccare i rinnovi contrattuali, e a congelare per tre anni le retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici, richiede alle amministrazioni di dimezzare nel 2011 la spesa per tutte le forme di lavoro flessibile.
Si parla quindi di contratti a tempo determinato, collaborazioni coordinate e continuative, contratti di formazione, lavoro somministrato (cioè in affitto) o accessorio. I lavoratori flessibili del settore pubblico seguirebbero quindi la sorte dei loro colleghi privati che, privi di ammortizzatori e protezioni, sono stati i primi a cadere sotto i colpi della recessione del 2008-2009.
Il dimezzamento per legge è l’ultima svolta in una vicenda complessa, iniziata una decina di anni fa quando molte amministrazioni, per aggirare i blocchi delle assunzioni, hanno iniziato ad impiegare sempre più personale precario. Per gli anni 2007 e 2008 l’allora governo di centro-sinistra aveva previsto una serie di stabilizzazioni; mentre con la manovra estiva di due anni fa sono stati ristretti i criteri per le assunzioni flessibili. Dall’operazione di quest’anno il ministero dell’Economia conta di ricavare 200 milioni di euro. Una somma non gigantesca, specie se rapportata al numero di lavoratori potenzialmente coinvolti; ma in questa vicenda oltre all’aspetto quantitativo conta anche quello qualitativo, ossia le mansioni svolte dai precari.
Nelle questure e nelle prefetture delle grandi città ci sono ad esempio 650 lavoratori a tempo determinato impegnati negli sportelli unici per l’immigrazione. Il loro contratto scadrà il 31 dicembre e il ministero degli Interni sembra intenzionato a non rinnovarlo: è abbastanza facile prevedere che questa scelta avrà conseguenze negative sui tempi per la concessione dei permessi di soggiorno, già decisamente lunghi. Al massimo, per limitare i danni, potrebbe essere dirottato agli sportelli unici personale di polizia, sottratto ai compiti più specifici di sicurezza. Già a fine settembre era terminato il rapporto di lavoro altri 650 persone, provenienti da agenzie interinali, che si erano occupati della regolarizzazione di badanti e colf. Proprio a partire da questa vicenda è stato approvato alla Camera un ordine del giorno alla legge di stabilità, che chiede la proroga dei contratti: curiosamente ha avuto il parere favorevole del governo a Montecitorio ma non al Senato, dove è stato riproposto qualche giorno fa con gli stessi contenuti. Per lunedì 13 Cgil Cisl e Uil hanno indetto uno sciopero dei precari del ministero degli Interni, preceduto venerdì da una conferenza stampa.
Anche l’Inps impiega una folta schiera di lavoratori flessibili: in tutto sono 1.792 “somministrati” attraverso la società Tempor. Sono stati assunti per attività di acquisizione ed archiviazione, ma in molti casi si occupano delle pratiche di invalidità civile, degli assegni familiari o dell’erogazione di ammortizzatori sociali. Per 550 di loro il contratto scade il 31 dicembre, gli altri arrivano invece fino a marzo. Il posto lo rischiano tutti, perché molte amministrazioni interpretano la norma del 50 per cento nel senso di non rinnovare comunque i contratti in corso e procedere poi eventualmente a nuove chiamate di altri lavoratori. Intanto l’Inpdap ha già lasciato a casa da giugno 120 somministrati che si occupavano del patrimonio immobiliare.
Il grosso dei lavoratori flessibili, oltre i due terzi del totale (esclusi i precari della scuola che non sono toccati da questa manovra) lavora però per le Regioni e le altre amministrazioni locali, oppure per il Servizio sanitario nazionale. È un po’ più complicato sapere quale sarà la loro sorte: in questo caso la legge non è tassativa, ma rappresenta un “principio generale di coordinamento” per le amministrazioni interessate. Le Regioni quindi si muoveranno presumibilmente in ordine sparso: quelle con qualche disponibilità finanziaria propria riusciranno forse a prorogare i contratti, le altre dovranno trovare il modo di far quadrare i conti.
Il precariato tocca comunque momenti importanti nella vita dei cittadini: la Croce Rossa, che tramite convenzione fornisce a molte Regioni il servizio 118, conta oggi circa 1.800 lavoratori a tempo determinato, molti dei quali, di rinnovo in rinnovo, sono in servizio da molti anni. Anche per loro il futuro è incerto. Mentre in Campania ci sono circa 700 tra medici, infermieri e tecnici di laboratorio che avrebbero dovuto avere la regolarizzazione in base ad una delibera regionale e la cui assunzione è stata invece bloccata: con conseguenze non irrilevanti negli ospedali in cui prestavano servizio.

Il Messaggero 09.12.10

"Riforma Gelmini, dove è finita la meritocrazia?" di Giulio Peruzzi

Media e politici sembrano aver dimenticato la compattezza del fronte che protesta contro il ddl del ministro dell’Istruzione a favore di analisi sociologiche fatte «senza entrare nel merito». Strano Paese il nostro. Fino a qualche giorno fa si sottolineava l’essenziale compattezza della comunità universitaria nella protesta contro il ddL Gelmini. Una compattezza di cui la stessa CRUI, la Conferenza dei Rettori, doveva alla fine prendere atto. Si metteva bene in evidenza, almeno nei mezzi di comunicazione sia di destra che di sinistra ancora non asserviti a tesi precostituite, come gli enunciati di principio (autonomia, merito, responsabilità, valutazione) venissero puntualmente disattesi nell’articolato della legge. E si faceva emergere come al contempo la stragrande maggioranza della comunità universitaria (studenti, personale tecnico, docenti) ritenesse importante un intervento riformatore, ma volto a invertire una tendenza al declino del nostro sistema di formazione e ricerca e non ad accelerarla. Oggi invece sembra stia progressivamente passando, anche nei mezzi d’informazione non proprio filogovernativi, il messaggio sbagliato che la protesta dei giovani sia sì stata innescata dal ddL sull’università ma abbia cause riconducibili essenzialmente al disagio sociale sempre più diffuso e finisca per risolversi in un mantenimento dello status quo. Con buona pace per la meritocrazia. Nessuno vuole negare cogenza ad analisi sociologiche e psicologiche delle masse in tempo di crisi, come quelle di Barbara Spinelli, Ilvo Diamanti o Michele Boldrin. Aiutano sicuramente a capire le dimensioni e la durata di un fenomeno di protesta come quello cui assistiamo. Ma risulta francamente discutibile fare queste analisi «senza entrare nel merito della riforma». Si finisce per creare fittizie contrapposizioni tra il movimento di protesta e principi importanti, come la rilevanza del merito, dando l’impressione all’opinione pubblica che proprio di meritocrazia e della sua esaltazione parli il ddL sull’università. Ma questo non è assolutamente conforme al testo della legge. Ad alimentare la confusione si trovano le solite frasi fatte sulla mancanza di proposte alternative di riforma. Peccato che queste proposte siano tante. E ben congegnate. Ma che non trovino spazio adeguato nei nostri mezzi d’informazione. Non credo che il14 dicembre assisteremo a una palingenesi del quadro politico. Credo tuttavia che sia importante che, qualunque sia la sorte di questo Governo, questa nefasta riforma venga ripensata profondamente. La protesta continua, anche dopo il rinvio della data in cui il provvedimento passerà in discussione al Senato, proprio perché nessuno di coloro che stanno (in varie maniere) contestando questo provvedimento si fa soverchie illusioni sulla classe politica e i suoi trasformismi. Sono troppi i politici che hanno espresso il loro parere favorevole al provvedimento senza sapere cosa davvero contiene.

L’Unità 09.12.10

******

riportiamo articolo apparso su Repubblica di ieri 08.12.10 a firma Spinelli a cui fa riferimento

“Gioventù bruciata”, di Barbara Spinelli

Ha ragione Mario Adinolfi a ricordare che è cosa insultante oltre che menzognera, parlare di giovani senza futuro o d´una sola generazione depredata. Un trentasettenne precario non è più giovane, e il fatto che gli tocchi pregare per essere riconosciuto (questa l´etimologia di precario) è lo scandalo che vien mascherato chiamandolo giovane. Una catena di generazioni fatica a preparare prima l´età matura, poi l´anziana. I nati dopo il ´70 sono la metà degli italiani: 28 milioni 150.000, non più solo figli ma padri che della vita attiva non conoscono che contratti brevi o niente contratti. Che s´imbarcano in lavori low cost o addirittura gratuiti, come denunciato da Michele Boldrin, professore di economia alla Washington University di St Louis (Il Fatto, 11 novembre).
Lavorare gratis è una pratica in espansione, per chi non ha forze e soldi per fuggire all´estero. È una regressione, nei rapporti sociali e nel riconoscimento reciproco fra l´Italia che ha un posto e l´Italia che ha semplici attività, menzionata di rado. I giovani fanno questa scelta volontariamente, consapevoli d´essere immersi nella Necessità: dare il proprio tempo senza salario li rende visibili, consente di «accumulare punti». Alla fine del tunnel, chissà, il riconoscimento verrà e avrà gli occhi di un lavoro decentemente pagato. Lo sfruttamento s´è fatto banale: è un´usanza dettata dal principe (un bando dell´autorità). È la morale del tempo presente.
Se questa è la realtà, si può capire come la riforma Gelmini sia solo una miccia – così Ilvo Diamanti, lunedì su Repubblica – che ha acceso risentimenti acuti, non limitati all´istruzione che pure è «crocevia nella vita» d´ognuno. Analoghe micce anti-riforme si moltiplicano, a occidente, ma cruciali non sono le riforme, così come per Heidegger l´essenza della tecnica non è la tecnica ma quel che essa disvela, provoca. Nella rivolta dei giovani francesi la pensione è un pretesto: essi sanno che il paese invecchia, che i soldi dello Stato sociale non bastano. Se protestano con tanto accanimento è perché qualcos´altro è in gioco: il disagio, più radicale, riguarda l´esistere stesso; il perché e il come si vive l´oggi e si pensa, tremando e temendo, il futuro.
In tutti i paesi industrializzati il futuro è programmato penosamente. Adinolfi lo spiega bene nella rivista Week, iniziata il 25 novembre. Basandosi su ricerche dell´Istat e del Center for Research on Pensions and Welfare Policies (Torino), Adinolfi fornisce cifre cupe sulla metà d´Italia che vive il precariato. Al momento, chi va in pensione o sta andandoci è sicuro di ottenere circa il 95 per cento della media dei compensi degli ultimi anni. Non così il precario nato dopo il ´70: la percentuale crolla dal 95 al 36. Fra 20 anni, quando andrà in pensione, riceverà – se avrà lavorato 32 anni su 40 – 340 euro al mese. Duro in tali condizioni fabbricare futuro, generare figli che non potremo sostenere e non ci sosterranno, impoveriti anch´essi. I rivoltosi vedono questo, guardandosi allo specchio: uno scenario che mette spavento. Che ti porta a dire, visto che a nulla è servito il titolo di studio: non resta che farmi menare dalla polizia. Esibisco la mia bile nera, come gli eroi di Moby Dick che è uno dei miei libri-vessillo. Non mi resta, come in Gioventù Bruciata di Nicholas Ray, che il chicken run. Il chicken run è la gara mortale che James Dean ingaggia coi compagni: vince chi guida l´auto sino all´orlo del burrone, tentando di saltar fuori in extremis. Chi fugge la prova è un pollo, un vile. È significativo che a costoro si neghi oggi perfino il diritto a morire, quando sei attaccato a un tubo senz´averlo deciso.
Il chicken run che impregna il tumulto è argomento tabù. Se ne ragiona molto sul Web – l´agora di queste generazioni – ma poco sui giornali. C´è una complicità tacita, che impedisce alla verità d´esser disvelata. Non ne parlano gli imprenditori, che del lavoro precario o gratuito profittano; e neanche i sindacati, tutori dei pensionati. Nella Cgil, il 53 per cento degli iscritti aderisce al Sindacato dei pensionati italiani (Spi). Se la crisi dice qualcosa – sulla crescita che nei paesi sviluppati s´abbasserà stabilmente, sul clima da proteggere, sullo Stato impoverito – questo qualcosa dovrà implicare nuove distribuzioni fiscali, e anche una mutazione di linguaggio. Riformismo, accordi bipartisan: sono vocaboli inani, se usati solo per dissimulare tagli. Tutti hanno rovinato l´istruzione, il patto bipartisan già esiste (da Luigi Berlinguer a Mussi, Moratti, Gelmini). L´accordo non va cercato tra partiti ma tra l´Italia che è nello Stato sociale e quella che ne cascherà fuori. Non di patti bipartisan c´è bisogno, ma di dirigenti (politici, imprenditori, sindacati, accademici) che queste cose le guardino in faccia.
Anche il popolo del disagio ha sue responsabilità. È un punto su cui Boldrin insiste crudamente: «Cosa volete fare, ragazzi e ragazze? A favore di cosa siete scesi in piazza, oltre che contro il ddl Gelmini? Perché è questa, non altra, la questione che dovete avere il coraggio d´affrontare». Il risentimento è comprensibile, ma il tema del merito sollevato dalla riforma resta. E che significa rottamare un ceto politico, se non invocare palingenetiche facce giovani? Perché difendere lo status quo universitario, finito in marasma? È come desiderare la crescita squilibrata che nel 2007 causò la crisi economica nel mondo.
Si disserta spesso in Italia della sindrome Peter Pan, che ti reclude nei focolari paterni o materni: secondo l´Istat, il 68 per cento vive coi genitori sino a 35 anni. Lo stesso succede in paesi cattolici dove la famiglia sostituisce il Welfare: Spagna, Irlanda. Ma la vista psicologica è corta, occulta le cause strutturali. Scrive Vincent Venus, direttore del Giovani Federalisti Europei a Berlino, che questa è una generazione diversa: ricorda gli anni ´40. Non una conflagrazione militare le ha aperto gli occhi; ma la crisi del lavoro, del pianeta, dell´economia, è un´esperienza interiore di guerra: «È una sfida, quella odierna, che i nostri genitori hanno ignorato. Il compito è talmente vasto che somiglia a quello della generazione postbellica. Unica differenza: non si tratta solo di ricostruire la società, in Europa, ma di mantenere in vita il Welfare». Pur rispettando i conti, oggi esistono cose da preservare: la solidarietà sociale, il lavoro, il pianeta. La distruzione non è più creativa.
Fu così anche nel 1942, quando il Welfare prese la forma di un piano comune di lotta al bisogno: il piano di William Beveridge. «È proprio adesso, con la guerra che tende a eliminare ogni genere di limitazioni e differenze, che si presenta l´occasione. (…) Un periodo rivoluzionario nella storia del mondo è il momento più opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi» (Beveridge, La libertà solidale, Donzelli 2010).
Molti si domandano come mai il malcontento non sia esploso prima di Berlusconi, visti gli errori della sinistra. Domanda sensata, ma vista parziale. Lo spirito dei tempi modellato da Berlusconi e dalle sue Tv ha dilatato al contempo i risentimenti dei dannati e lo sprezzo dei salvati, sostituendo lo Stato sociale con la compassione o l´ignoranza. Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ha detto in Tv: «Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito». Nemmeno gli avversari del ´68 usavano aggettivi simili. Negli italiani è stata svegliata nell´ultimo decennio, e nutrita, ingigantita, la parte peggiore. È come quando, nel febbraio 1932, il socialdemocratico Kurt Schumacher denunciò l´attacco di Goebbels ai socialdemocratici-partito dei disertori: «Tutta la propaganda nazionalsocialista è un costante appello alla brutta canaglia interiore (Schweinehund) che abita ciascun uomo».

"2000-2010, Italia sempre peggio. Bilancio di un decennio triste", di Giovanni Cocconi

Otto anni di governo Berlusconi su dieci: numeri alla mano (di Confindustria) ecco come stiamo. Che questo governo sia o meno arrivato al capolinea, con la fine del 2010 si conclude anche il “decennio berlusconiano”.
Quale eredità lascia al paese? Com’è l’Italia dieci anni dopo? È cresciuta o meno rispetto al resto d’Europa? Se si esclude la parentesi 2006-2008 (governo Prodi), è difficile negare che sia il Cavaliere ad avere lasciato l’impronta politica sul primo decennio del nuovo millennio ed è lui il primo a doverne rispondere.
Per tracciare un bilancio il più possibile neutro abbiamo deciso di usare solo numeri e di fonte insospettabile come il Centro studi di Confindustria diretto da Luca Paolazzi.
Per il Csc di via dell’Astronomia nel «decennio più lento dell’Italia» il Pil è cresciuto a una media dell’1,1 per cento l’anno (tabella 2) ma è arretrato nel confronto internazionale.
La media dell’Europa a 27 è stata del 2,2, quella degli Stati Uniti del 2,4 e dell’1,6 del Giapppone.
Tra il 2000 e il 2007 tutti i grandi paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna) sono cresciuti più di noi e hanno risentito meno dell’Italia degli effetti della crisi del 2008 che qui ha pesato sul Pil per più di 6 punti percentuali.
Anche il Pil pro capite è precipitato, come si vede nella tabella 4, dove è visivamente evidente il “sorpasso” del resto dell’Europa sull’Italia tra il 2004 e il 2005 e mai recuperato. Secondo il Csc di Confindustria di questo passo il Pil italiano tornerà a livelli pre-crisi non prima del quarto trimestre del 2013. Fra tre anni.
In realtà il declino italiano parte da più lontano, addirittura dai primi anni Settanta, ma con segnali di discontinuità tra il 1993 e il ’99 e tra il 2006 e il 2008 (tabella 1). Confindustria parla di una «lunga frenata».
Ma forse ciò che più impressiona è il calo della produttività (tabella 3), rimasta praticamente piatta dal 2003 in poi, e addirittura scesa tra il 2000 e il 2002.
Se misurata per singolo lavoratore (dati Ocse), la produttività italiana nel decennio 1997-2007 è cresciuta solo del 6,8 per cento contro il 39,8 della Germania, il 47,7 della Gran Bretagna, il 50 della Francia, il 62 degli Stati Uniti. Si dirà che è colpa di stipendi troppo bassi. Vero, ma nello stesso periodo i salari tedeschi sono cresciuti di un 1,5 in meno che in Italia. Eppure i risultati sono stati molto diversi. In Gran Bretagna sono cresciuti del 68,6 per cento, in Francia del 41, in Spagna del 39, da noi solo del 27,7.
Un’altra tabella interessante è la numero 5 dove è plasticamente evidente che non siamo più un paese per giovani da almeno un ventennio. Il contrasto tra under 30 e ultra 65enni è stridente e il trend non è destinato a cambiare nei prossimi vent’anni, nonostante l’afflusso di popolazione immigrata. Segno di un paese condannato inesorabilmente al declino.
Di fonte Eurostat sono i dati riportati nella tabella 6, dove il declino demografico è accompagnato dalla spesa destinata alla famiglia in rapporto alla spesa pubblica. Anche in questo caso il primato negativo del nostro paese è evidente, soprattutto se confrontato con i paesi del Nord Europa ma anche con i cugini francesi.
Il bilancio stilato da via dell’Astronomia non sarebbe completo senza uno sguardo al debito pubblico, che ha ripreso a correre, e alla pressione fiscale, definita «crescente». Problemi più difficili da affrontare se la crescita è piatta come è stata nell’ultimo decennio. Si allarga la forbice tra pressione fiscale effettiva e apparente, mentre preoccupa l’aumento dell’economia sommersa che, dopo un arresto, ha ripreso a correre.
Se poi si allarga lo sguardo al resto del mondo il declino italiano appare ancora più evidente.
Se nel Vecchio continente si amplia il divario Nord-Sud, è ormai evidente che la crescita mondiale è trainata dai paesi emergenti. Se dieci anni fa la produzione industriale italiana contribuiva con una quota del 4,1 a quella dei 15 paesi più ricchi del mondo (fino alla Turchia), oggi ne rappresenta il 3,9, contro il 21,5 della Cina, il 15 degli Stati Uniti, il 6,5 della Germania. In media i Quindici oggi rappresentano il 24 per cento della produzione mondiale contro il 29,3 dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina).
Lo spirito dei tempi tira da un’altra parte.

da Europa Quotidiano 09.12.10