Latest Posts

"La prevalenza della cubista", di Francesco Merlo

Forse, tra tutti gli 854 parenti raccomandati, il poliziotto Giancarlo Marinelli non è il più innocente.
È però sicuramente il più elegante questo caposcorta di Alemanno che si è dimesso perché il sindaco gli ha sistemato due figli nelle municipalizzate. Ma davvero è il papà di Giorgio e di Ilaria che deve pagare? Deve dimettersi il padre o il padrino (politico) del più famelico familismo della nostra storia?
Un padre è sicuramente vulnerabile, ed è comprensibile la ricerca di protezione per i figli, ma è al contrario inaccettabile la pratica clientelare che ha trasformato l´amministrazione della capitale d´Italia in un ufficio di collocamento per parenti. Non sono, insomma, una novità sconvolgente le pulsioni di papà e mamma, anche perché l´angoscia del subalterno è da sempre l´altra faccia del clientelismo, quella che ce lo rende meno odioso. È invece repellente la sistematica maestria nepotista dentro cui queste ovvie debolezze familiari hanno trovato una scientifica legittimazione a Roma.
Come abbiamo detto, qui non si tratta infatti di un caso eccezionale ma di almeno 854 «casi umani» (così li chiama il ministro Bondi) che sono un´enormità mai vista, la popolazione di un quartiere sovraffollato, un seggio al Comune, un battaglione di famiglie numerose, considerando che per ogni assunto sono coinvolti e mobilitati almeno quattro persone: i genitori, i fratelli e le sorelle, i mariti… È il caso, per esempio, della moglie del senatore De Lillo, la signora Claudia Cavazzuti la quale, oltre al marito medico che ha fatto parte di ogni genere di commissione parlamentare di controllo, ha anche un cognato assessore, Fabio appunto De Lillo. Anche la compagna del deputato Marco Marsilio, la signora Stefania Fois, ha una cognata assessora in Campidoglio, Laura appunto Marsilio. E così il genero e la segretaria dell´amministratore delegato uscente, il valoroso Adalberto Bertucci che si è persino concesso, oltre allo stipendio, una superpagata (219mila euro) consulenza a se stesso, e ha lasciato l´azienda Atac sull´orlo del fallimento. C´è coinvolta pure la fidanzata dell´assessore alla Mobilità, Sergio Marchi, trasferita per… amore. Marchi ha anche elargito consulenze a suo cognato e alla moglie del suo capostaff e ha fatto assumere la segretaria e la figlia della segretaria. E ancora, forse per stare all´altezza della venustà d´eccellenza del governo nazionale, c´è anche la bella Giulia Pellegrino, la quale ci tiene a far sapere di non essere una ex cubista ma una ex hostess: il video impazza su YouTube. Ecco: non è uno scherzo, non è un film comico, non è satira. È vera indecenza, è improntitudine, è certezza di impunità.
E infatti Alemanno fa finta di essersi distratto, familista a sua insaputa, indignato come Scajola e come Bertolaso e come tutti gli altri postdemocristiani, berlusconiani, che persino osano spacciare i pesanti, mortali tagli ai bilanci delle università come una lotta al familismo.
Invece, davvero, non c´è nella storia dei comuni italiani un esempio di scandalo nepotista così grande come quello di cui è protagonista e beneficiaria l´amministrazione Alemanno a Roma. Da due anni, vale a dire da quando è stato eletto l´attuale sindaco, nell´azienda dei trasporti, l´Atac, sono state assunte sorelle, figli, nuore, segretarie, mogli, nipoti e fidanzate di assessori, di senatori e di deputati del Pdl, di sindacalisti della stessa Atac e di dirigenti di un´azienda che ha ora 120 milioni di debiti. Lo scandalo che è nato – lo diciamo senza spavalderia, ma con malinconica modestia – dalle denunzie del nostro giornalismo di inchiesta, è ora nelle mani della Procura della Repubblica e della Corte dei Conti che accerteranno le responsabilità penali e contabili, ma certo dal punto di vista del costume politico è una bruciante e forse irrimediabile sconfitta della destra italiana, della sua storia, del suo decoro, del suo ipermoralismo ostentato.
È innanzitutto una miseria del paese certo, ma qui è stata sprecata la prima grande prova di governo di un ex fascista. Il giovane Alemanno che si batteva per Dio, Patria e (sic) Famiglia ha fatto di Roma, retoricamente intesa come caput mundi, la cloaca mundi. Ai tempi del fascismo militante di Alemanno la sinistra on the road voleva ‘distruggere la famiglia´, cantava, con Jim Morrison, «Father, I want to kill you / Mother, I want to fuck you». Ecco: noi abbiamo cambiato idea e abbiamo recuperato, riscoperto e ripristinato la famiglia come valore: noi l´abbiamo valorizzata come un bene di pregio e i vari Alemanno l´hanno svalorizzata come un intrallazzo.
Eppure nell´iconografia dell´Alemanno della destra sociale, insieme a Mussolini con l´elmetto c´era anche la silhouette dell´orgoglioso e solitario, il protagonista del bellissimo e celebre quadro di Caspar, il viandante sul mare di nebbia che, di spalle, sulla vetta di una montagna sovrasta il mondo. Altro che atmosfere rarefatte! Altro che orgogliosa solitudine dell´eroe solitario. Il postfascista Alemanno guida i topi e i topastri nel formaggio familista. Povero Alemanno, tiene 854 famiglie.

La Repubblica 09.12.10

"Cambi di casacca last minute e assenze, ecco chi potrebbe dare un aiutino a Berlusconi" di Celestina Dominelli

Lui, l’indiziato numero uno tra i deputati che potrebbero fare da stampella all’esecutivo nel voto decisivo del 14 dicembre, rispedisce al mittente l’accusa di essere un voltagabbana. «Fino a quando sarò nell’Idv voterò in conformità con il mio gruppo. Farò quello che mi dice il partito». Ma il deputato dipietrista Domenico Scilipoti non è l’unico a essere finito nell’ultimo pallottolliere della conta berlusconiana in vista della fiducia. Perché, man mano che il tempo stringe, la corsa agli indecisi si fa serratissima.

Il Cavaliere, che domani sera riunirà i vertici per un punto prima del voto, è sempre più convinto che avrà la fiducia anche alla Camera e i suoi sono al lavoro per garantirgli i numeri. Che non significa, però, solo pressing sugli incerti ma anche una oculata strategia per assicurarsi qualche assenza strategica. In particolare tra le fila dei finiani moderati. «Le firme delle colombe in calce alla mozione di sfiducia presentata da Fli e Api – racconta al Sole24ore.com un berlusconiano che conosce bene Fini e i suoi – erano subordinate al fatto che il documento servisse a ottenere il Berlusconi bis».Tradotto: non è affatto certo che, al momento del voto, qualche finiano dei meno oltranzisti si assenti offrendo un formidabile assist a Berlusconi. Non un’assenza in blocco (le colombe di Fli alla Camera sono 12-13 e almeno 4-5 al Senato), ma quanto basta per salvare la maggioranza.

Assenze tattiche che, a quanto raccontano i ben informati, potrebbero non arrivare solo da Fli. Si parla infatti anche di un forte pressing nei confronti dell’Mpa di Raffaele Lombardo e i riflettori sono puntati soprattutto su Ferdinando Latteri, il più “berlusconiano” dei deputati autonomisti. Senza contare, poi, le avances incessanti condotte nei confronti di altri esponenti del gruppo misto. Qui l’attenzione è concentrata soprattutto sui due ex Api, Massimo Calearo e Bruno Cesario, che votarono la fiducia al governo l’ultima volta e che hanno annunciato una conferenza stampa per domani insieme a Scilipoti per «comunicazioni relative all’attività parlamentare, passata e odierna». Qualcuno dice per annunciare la fiducia al governo, ma non ci sono conferme. Italo Bocchino, capogruppo finiano alla Camera, che tiene i conti per la sponda avversa, non sembra curarsene. «Seppure fosse diventa 316 a 311», replica il braccio destro di Fini. «Di Calearo – aggiunge – già sapevamo».Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Ma nella maggioranza è già scattata la corsa a difendere eventuali passaggi last minute. «L’onorevole Scilipoti è persona seria, impegnata ostinatamente e integerrima – si accalora Saverio Romano, ex Udc ora alla testa dei Pid (i popolari per l’Italia di domani) -. L’attacco che stanno subendo alcuni colleghi in queste ore è vergognoso da qualsiasi parte arrivi». Una difesa a oltranza che arriva nelle stesse ore in cui si fanno, malgrado la smentita del diretto interessato, sempre più insistenti le voci che includono Scilipoti nella conta pro-fiducia. Chi, invece, ha deciso di sfilarsi sono i deputati della Svp. Che oggi, per bocca del loro leader, il presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder, hanno annunciato che si asterranno il 14 dicembre. Al momento il bilancino segna 317 per l’opposizione e 310 per la maggioranza (includendo anche Calearo, Cesario e Catone in uscita da Fli). Ma, tra assenze strategiche e cambi di casacca dell’ultima ora (si continua a confidare anche in un aiutino degli ex diniani, malgrado abbiano firmato la mozione Fli-Udc), la differenza potrebbe assottigliarsi e riservare qualche chance in più al Cavaliere.

Il Sole 24 Ore 09.12.10

"Cresce la distanza tra scuole buone e cattive", di Lorenzo Salvia

La classifica dell’Ocse. In Italia il divario è maggiore che altrove, va peggio solo in Argentina. Bisogna essere fortunati fin da piccoli. Perché scegliere la scuola sbagliata è un errore che ti può segnare per tutta la vita. Ed in Italia più che una scelta sembra una lotteria. Il nostro Paese è il secondo peggiore al mondo nella classifica della cosiddetta varianza, cioè la differenza fra scuole dove gli studenti hanno risultati buoni e scuole dove gli studenti hanno risultati mediocri. Bianco o nero, ci dicono le tabelle del rapporto Ocse-Pisa (il Programma internazionale per la valutazione degli studenti curato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) pubblicato due giorni fa che dà i voti ai 15enni di mezzo mondo. Peggio di noi c’è solo l’Argentina, meglio di noi tutti gli altri dalla Bulgaria al Perù, dalla Romania al Messico. Non è un bel segnale. Anche perché rispetto al passato la forbice si sta allargando. Addirittura «del 50 per cento se guardiamo la prima rilevazione fatta nel 2000» spiega l’analista dell’Ocse Francesca Borgogni.

Come viene misurata la differenza fra buoni e cattivi? Tutto finisce in una percentuale che (noiosa ma breve parentesi statistica) ci dice quanto le scuole si allontanano dalla media nazionale. Più alto è il numero peggio vanno le cose e infatti noi siamo a quota 62%, mentre i soliti finlandesi sono al 10%. Anche stavolta ci sono due Italie. In Sicilia bisogna essere fortunati davvero al momento dell’iscrizione, perché si arriva al 64%, peggior dato nazionale. Le differenze si riducono al minimo in Molise, con il 43%. Lombardia e Lazio sono nel mezzo, con 52 e 53. Una parte di questa diversità si spiega con i diversi indirizzi delle nostre superiori: licei, tecnici e professionali. «In certe scuole, ed in particolare nei tecnici e nei professionali, — dice Elena Ugolini del comitato d’indirizzo dell’Invalsi, l’Istituto per la valutazione del sistema educativo — è molto alta la quota dei ragazzi sotto il livello considerato accettabile dall’Ocse. Su questi bisogna lavorare livellando non verso il basso ma verso l’alto».

È vero che non tutti i Paesi del mondo hanno tre tipi di scuole superiori. Ma purtroppo non è l’unica spiegazione e non solo perché le differenze ci sono anche tra liceo e liceo o tra professionale e professionale. Andiamo indietro nella carriera scolastica e guardiamo le medie e le elementari. Qui dovremmo essere tutti allo stesso livello perché il percorso è unico, non ci sono «elementari tecniche» o «medie professionali». E invece le disparità sono su livelli simili alle superiori: sfioriamo quota 60 per l’italiano e addirittura 70 per la matematica. Sette volte peggio della Finlandia e con un’aggravante: le diversità aumentano in maniera clamorosa tra la quinta elementare e la terza media. Anche di tre volte. «Questo vuol dire — spiega la professoressa Ugolini — che in alcuni casi la scuola può aumentare le differenze invece che diminuirle». E che quando si sceglie dove fare l’iscrizione bisogna davvero incrociare le dita

Il Corriere della Sera 09.12.10

La Walkiria scuote Milano «No ai tagli, salviamo la cultura», di Rinaldo Gianola

La cultura non si mangia e con la Divina Commedia non ci si riempie la pancia, ci ammonisce severamente il ministro Giulio Tremonti. Però, come diceva il vecchio Lawrence Ferlinghetti, l’arte ha un «potere eversivo » che a volte scuote persino animi e platee assopite, più abituate all’happy hour e al circolo del bridge che non a pronunciamenti giacobini.

Fuoco, fiamme, lapilli e lava, la Walkiria di Richard Wagner ha scaldato i cuori della Scala, nella tradizionale «prima» di sant’Ambrogio, ma molto di più ha fatto il maestro Daniel Barenboim quando alle ore 17 in punto, vestito tutto di nero, in un look assai esistenzialista, è apparso solo sul palco, in un cono di luce. Poche parole, un appello per salvare la cultura, per evitare i tagli imposti dal governo. Un intervento breve chiuso ricordando l’articolo 9 della Costituzione che impegna la Repubblica a promuovere la cultura, la ricerca scientifica, a tutelare il patrimonio artistico.

Un forte applauso e poi è partito l’Inno nazionale Fratelli d’Italia con il presidente Giorgio Napolitano,il più acclamato della serata dentro e fuori il teatro, in piedi sul palco reale accanto al sindaco Letizia Moratti che si è portata il marito petroliere Gian Marco, generoso finanziatore della sua prossima campagna elettorale.

UN MESSAGGIO FORTE
Come spesso è accaduto nella storia della Scala anche questa «prima» è stata l’occasione per comunicare all’opinione pubblica, ai cittadini, alle istituzioniun messaggio che travalica il grande appuntamento musicale. La Walkiria ha veicolato la protesta e la preoccupazione di attori, cantanti, musicisti, teatri e collettivi artistici, degli studenti di Brera che si sono ritrovati in piazza della Scala assieme agli immigrati della ciminiera di via Imbonati, ai lavoratori precari, a rappresentare un bel pezzo d’Italia per nulla garantita ma poco disposta ad abbassare la testa.

Il messaggio di Barenboim è arrivato subito a segno, ha colpito in platea e fuori, nei palazzi del potere. Tutto il mondo berlusconiano, nei saloni del Piermarini, si è premurato di esprimere una critica elegante ma esplicita alla riduzione delle risorse per la cultura. Il sindaco Moratti chiede un ripensamento, Bruno Ermolli, consulente della Fininvest e selezionatore di uomini per conto di Berlusconi, invita Bondi a non tagliare i fondi alla Scala. Già, e il ministro dov’è finito?

BONDI, DOV’È BONDI?
Bondi, attaccato da tutte le parti, è comprensibilmente a disagio, non si fa vedere a Milano, forse teme contestazioni. Il ministro, però, fa sapere di esser rimasto a Roma per votare la finanziaria come deve comportarsi un vero fedelissimo della maggioranza. Ma, allora, cosa ci fanno a teatro il ministro Paolo Romani e la sua collega di governo Michela Brambilla che arriva in colpevole ritardo insieme alla esuberante soubrette Valeria Marini («La Walkiria in tedesco? – sospira – Sì me l’hanno detto, mi sono fatta spiegare la storia, però »)?

Il sovrintendente Stephane Lissner commenta amaro: «Bondi? Avrà altro da fare». Poi precisa di non voler far polemiche,ma intanto si sono già mossi i vari Quagliarello, Gasparri e il leggendario Capezzone a difesa del maltrattato ministro. Le cinque ore della Walchiria scorrono via con qualche sofferenza per i neofiti, e l’amminstratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, il main sponsor del teatro, si è arrabbiato per la lunghezza e il testo in tedesco, poco adatto ad ospitare principi, emiri e odalische del petrolio. Ma, per l’anno prossimo, per le celebrazioni dell’unità d’Italia un bel Verdi o un Rossini non ce li toglie nessuno.

La serata si chiude con Napolitano che incontra una delegazione di lavoratori del teatro e poi, dopo applausi e fiori, tutti a mangiare il risottino. A pensarci bene, quest’anno il Sant’Ambrogio non è andato male. Il comune ha assegnato l’Ambrogino, tra gli altri, a chi si impegna nella solidarietà con i rom e a Maria Sciancati, leader della Fiom di Milano, che ha dedicato il riconoscimento «alle lavoratrici e ai lavoratori metalmeccanici». Poi Albertini ha detto che si ricandida, creando il panico nel centrodestra. E, infine, i proletari del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo guardano la città dall’alto del nuovo museo del Novecento. Chissà se Milano sta cambiando stagione?

L’Unità 08.12.10

"Se il pregiudizio per lo straniero è scritto nei titoli", di Sergio Luzzatto

«Chi parla male pensa male, e vive male», diceva memorabilmente il Nanni Moretti di Palombella rossa; «le parole sono importanti», «bisogna trovare le parole giuste». Lo ha detto anche Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, nel prezioso suo ultimo libretto, Sulla lingua del tempo presente. «La lingua non solo pensa per tutti, ma anche fa pensare collettivamente».
Se vogliamo averne una prova, possiamo trovarla nelle cronache italiane di questi giorni. I giorni angosciosi della scomparsa di Yara, la ragazzina tredicenne di Brembate nel Bergamasco.
I giorni tragici della strage di ciclisti a Lamezia Terme. In quest’ultimo caso il colpevole della strage, il ventunenne Chafik El Ketani, è stato facilmente rintracciato e arrestato. Nel caso della scomparsa di Yara il presunto colpevole di un possibile omicidio, il ventitreenne Mohamed Fikri, è stato rocambolescamente arrestato e poi rilasciato. Ma in entrambi i casi, la designazione mediatica di Chafik e Mohamed è stata identica: «Il marocchino».

L’uso di qualificare i responsabili veri o presunti dell’uno o dell’altro delitto per metonimia, attraverso la menzione della loro nazionalità, è talmente invalso nei nostri media che non ci rendiamo neppure più conto di quanto questa sia un’eccezione italiana. In altri paesi, sarebbe – anzi è – qualcosa d’inconcepibile. Cercate un articolo di cronaca del New Tork Times o di Le Monde il cui titolo suoni come suonano i nostri: «Aperta la caccia all’algerino sospettato di stupro»; «Sospetti sul romeno sparito dal cantiere»; «Gli amici dell’albanese lo difendono: è un bravo ragazzo». Cercatelo: non lo troverete.

All’estero, si rischia di eccedere in senso contrario. In nome del politicamente corretto, si rischia di occultare l’evidenza di una criminalità particolarmente diffusa in certi ambienti, o fra originari di determinati paesi. All’estero, capita di leggere reportage di cronaca giudiziaria senza capire se i personaggi descritti come sospetti o colpevoli vengano dall’una o dall’altra contrada, se abbiano la pelle dell’uno o dell’altro colore.
Ma dovendo scegliere, l’eccesso straniero è largamente preferibile all’eccesso italiano. O meglio: alla vergogna italiana. La vergogna per cui quando il gioco si fa duro non ci sono più, da noi, persone in carne e ossa, ma designazioni collettive. Stigmi etnici. E poi ci scandalizziamo di striscioni come quello esposto in questi giorni a Brembate: «Fuori i marocchini dall’Italia».Fuori – piuttosto – i titoli sui «marocchini» dai giornali italiani.

Il Sole 24 Ore 08.12.10

"In piazza per la spallata", di Maria Zegarelli

Bersani: cambiamo l’Italia. Due milioni a San Giovanni «Sarà una festa di liberazione». 18 treni speciali, 1500 autobus. Il Pd sabato in piazza per la «spallata» al governo. Quanti saranno? «Non uno in meno di quanti ne portò Berlusconi nel 2006 contro Prodi», annnunciano dal Nazareno. Bersani chiuderà con un lungo intervento.
Dare la «spallata» finale al governo Berlusconi e iniziare una nuova fase per la politica e il paese, insomma fare della manifestazione del Pd di sabato prossimo a Roma una Festa della liberazione, a tre giorni dal voto di fiducia alle Camere. Possibilmente portando a Roma «non una persona di meno di quelle che portò Berlusconi nel 2006 contro la Finanziaria del governo Prodi», butta lì Lino Paganelli parlando con Nico Stumpo, responsabile organizzazione del partito. Riguardando le dichiarazioni trionfali dell’allora Fi i conti dovrebbero essere presto fatti: oltre due milioni di persone. «Noi di numeri non ne diamo, sarà la piazza a parlare», frena Stumpo, malgrado il clima di grande ottimismo che si respira nel quartier generale al Nazareno.
GLI ORGANIZZATI
A Roma sabato arriveranno 18 treni speciali, «tutti quelli che possono mettere a disposizione le FFss», oltre ai gruppi che hanno acquistato i biglietti su treni normali; 1500 pullman da tutta Italia (venti dei quali messi insieme dal Movimento dei Moderati piemontesi) e mille persone dalla Sardegna con i traghetti per un totale di circa centomila manifestanti «organizzati». Due i cortei che si snoderanno lungo la città partendo alle 14 da piazza della Repubblica e da piazzale dei Partigiani per confluire in piazza San Giovanni, il cui allestimento è stato curato dall’architetto Malfatto. Un grande palco «che sarà lo specchio della piazza», con gente normale, di tutte le generazioni, che leggerà gli articoli della Costituzione, «il nostro riferimento costante», e con artisti come Neffa la cui «Cambierà» è entrata nella colonna sonora scelta dal segretario Pd per le ultime iniziative del partito (lo slogan della manifestazione è non a caso “con l’Italia che vuole cambiare”), come Nina Zilli, Roy Paci e Simone Cristicchi, oltre alla Med free Orkestra, la banda di piazza Vittorio che vanta musicisti provenienti da 18 nazioni diverse. Ombrelli e scaldacollo rigorosamente Pd, rossi?, anche se le previsioni annunciano sole su Roma.
IL DISCORSO DEL SEGRETARIO
Bersani chiuderà la manifestazione con un suo intervento «che sarà lungo e articolato» perché raccontano i suoi collaboratori sabato non sarà soltanto un giorno di protesta, «ma anche di proposta, quella del partito democratico per cambiare il Paese con un proprio progetto politico di società». Nel suo discorso Bersani parlerà della crisi politica e del ruolo che deve avere il Pd per traghettare l’Italia oltre il pantano in cui si è arenata, ma affronterà anche i temi della crisi economica, del lavoro, della ricerca. Ci saranno tutti gli stati generali del Nazareno ma sul palco soltanto il segretario, un segnale alla base, ai manifestanti ma al partito stesso: si parla con una sola voce. Un messaggio al paese, soprattutto adesso, in una fase in cui l’evoluzione di questa crisi è tutt’altro che scritta, malgrado i segnali rassicuranti che arrivano dai fedelissimi del premier, malgrado le cifre astronomiche (per le persone normali, ovvio) di cui parla l’ex Pd Massimo Calearo che in questi giorni vengono offerte in cambio di un sì alla fiducia: dai 350mila al mezzo milione di euro. Il percorso politico a cui lavora il Pd è la caduta della maggioranza parlamentare e un governo di transizione per affrontare le riforme più urgenti compresa la legge elettorale e poi tornare alle urne.
Ottimista al riguardo Massimo D’Alema che in un’intervista che verrà trasmessa oggi su La7, nel programma Exit dice: «Le elezioni si vincono e si perdono. Abbiamo perso nel ’94, abbiamo vinto nel ’96, abbiamo perso nel 2001, abbiamo vinto nel 2006, abbiamo perso nel 2008: la prossima volta vinciamo. È il nostro turno: ci stiamo organizzando per vincere e durare a lungo». Ma per raggiungere l’obiettivo bisogna scaldare i cuori degli elettori più scettici a raggiungere quelli di chi è tentato di restare a casa e mancare l’appuntamento con le urne. Prima ancora bisogna invertire la curva dei sondaggi e puntare la risalita dei consensi. Bersani sa bene che passa da lì anche la tenuta interna del partito, come sa che c’è chi è pronto ad andare all’assalto della dirigenza.

L’Unità 08.12.10

*******

«Sabato sarà una festa di liberazione», di Rudy Francesco Calvo

È atteso il sole per sabato sulla Capitale. Il Partito democratico, in ogni caso, si è attrezzato per tempo: sono già pronti ombrellini e scaldacollo rossi col marchio tricolore dem da distribuire alla folla che arriverà in piazza San Giovanni. Al Nazareno non vogliono sbilanciarsi, non azzardano numeri. E non lo faranno nemmeno al termine della manifestazione: «L’importante è che la piazza sia piena – afferma il responsabile organizzativo, Nico Stumpo – ma sono sicuro che ci saranno molte persone che il giorno dopo vorranno dire “io c’ero”, perché quella sarà una giornata importante». In ogni caso, sono già pronte le foto per fare il confronto con il 2 dicembre 2006, quando Berlusconi disse di aver portato nella stessa piazza due milioni di persone contro la Finanziaria del governo Prodi.
In centomila circa arriveranno con i 18 treni e i 1.500 pullman già organizzati in tutta Italia, ai quali si sommano due navi in partenza dalla Sardegna. Altri biglietti sono stati acquistati in blocco sui convogli di linea («Trenitalia non aveva altri mezzi a disposizione…»). Un contributo arriverà anche dai Moderati del Piemonte, una lista civica che consolida così il proprio rapporto col Pd. E se anche Di Pietro e Vendola vorranno partecipare, «saranno accolti benissimo». Chi non ci sarà potrà comunque seguire la diretta su YouDem, RaiNews e Sky.
I due cortei partiranno alle 14 da piazza della Repubblica e da piazzale dei Partigiani, per convergere a piazza San Giovanni attorno alle 15.30. Lì troveranno ad attenderli sul palco progettato da Roberto Malfatto (una sorta di “specchio” sulla piazza, con le immagini di persone comuni) i cantanti che hanno accettato l’invito del Pd: Simone Cristicchi, Roy Paci, Nina Zilli, la Med Free Orkestra.
E Neffa, che canterà la sua Cambierà, divenuta ormai la colonna sonora del Pd bersaniano. Ma protagonista sul palco sarà anche quella “Italia che vuole cambiare” citata nello slogan della manifestazione: persone di diverse generazioni, note e meno note, leggeranno alcuni articoli della Costituzione.
Infine, poiché «con tanta gente che arriva, bisogna che qualcuno parli», come spiega Bersani nel suo video di lancio su YouDem, sarà il segretario a prendere la parola, per un intervento che durerà circa un’ora. Parlerà, naturalmente, del voto di sfiducia che tre giorni dopo potrebbe mettere fine al berlusconismo.
Non a caso, quella di sabato è vista al Nazareno come «l’inizio della spallata» o una «festa di liberazione». «È il momento giusto per provare a mandarli a casa e per dire la nostra – afferma Bersani – sento che ci darà forza anche per i giorni a venire, che saranno certamente impegnativi, ma ci vedranno fare la nostra battaglia in posizione più avanzata». Soprattutto, però, il segretario illustrerà le proposte per capire come il Pd vuole cambiare l’Italia.
«La nostra testa rimane rivolta al futuro», come spiega il responsabile comunicazione Stefano Di Traglia.

da Europa Quotidiano 08.12.10

"Ma i quindicenni continuano a non saper leggere", di G.V.

Il dossier Ocse-Pisa: migliorano in matematica e in scienze. La pagella è ancora insufficiente, il posto è in fondo alla classe, ma rispetto agli anni passati qualche progresso c’è. A rilevare che le capacità di lettura e le conoscenze matematiche e scientifiche degli studenti italiani restano inferiori alla media dei principali paesi industrializzati sono i test Pisa (Programme for international student assessment) svolti nel 2009 ed elaborati dall’Ocse. Con un duplice distinguo: l’Italia ha visto ampliarsi le disuguaglianze di performance tra scuole e anche su base geografica il divario è ampio, con i risultati di eccellenza concentrati nelle regioni del nord. La Lombardia in particolare è ai livelli del Canada, terzo miglior paese dell’area Ocse. Al sud si distingue la Puglia per i grandi progressi fatti negli ultimi anni. Per capacità di lettura, in media i quindicenni italiani sono 23esimi tra gli studenti dei 34 paesi Ocse, con una votazione di 486 punti (contro la media di 493), in matematica con un punteggio di 486 (media Ocse 496) sono 29esimi e in scienze 27esimi con 489punti (media 501). Al top della classifica per la lettura ci sono gli studenti coreani (539 punti) e finlandesi (536), davanti ai canadesi, come avviene per la matematica (546 e 541 punti rispettivamente) e anche per le scienze, dove però i finlandesi superano i coreani. Come sottolinea la stessa Ocse, la performance dei quindicenni italiani è sotto la media in tutti e tre gli ambiti ed è sui livelli di Spagna, Portogallo, Slovenia e Lettonia per la lettura e di Ungheria, Stati Uniti, Irlanda, Portogallo e Spagna per la matematica. Le ragazze tendono a fare meglio dei ragazzi nella lettura ovunque e in Italia anche nelle scienze le 15enni si rivelano più preparate dei compagni di classe. In matematica, invece, sono i ragazzi ad avere migliori risultati nella maggior parte dei paesi (inclusa l’Italia). Se si vanno a rivedere i risultati complessivi del 2000, il miglioramento c’è. Non tanto in lettura. Netti invece i progressi in matematica. Nel corso degli anni, è inoltre nettamente diminuito il numero degli studenti che non raggiungono livelli di competenze minime per svolgere attività di base nella società contemporanea, mentre sono aumentati i ‘top performer’. Nel 2000, tuttavia, le pagelle degli studenti italiani – ad esempio nella lettura – erano simili a quelle dei coetanei di Germania, Ungheria, e superiori a quelle dei coetanei polacchi che ora però risultano più bravi. «È un risultato che ci rende orgogliosi». È quanto affermato dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini commentando i risultati dell’ indagine Ocse-Pisa sull’apprendimento degli studenti. «I miglioramenti in classifica della scuola italiana contenuti nel Rapporto Ocse Pisa, dei quali tutti ci rallegriamo, sono misurati sugli ultimi 10 anni e la rilevazione è stata fatta ad aprile 2009: se è vero che abbiamo fatto reali progressi anche in matematica mi auguro che il ministro Gelmini non voglia smentirli appropriandosi di risultati evidentemente non suoi». È quanto affermala responsabile scuola della Segreteria del Pd Francesca Puglisi.

L’Unità 08.12.10