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"Il comma 23 e le sperimentazioni della valutazione" di Osvaldo Roman

Il comma 23 dell’articolo 9 della legge 122/2010 prevede la soppressione permanente di tre anni della carriera economica di un milione di appartenenti al personale della scuola. Di questo non vi é dubbio alcuno perché il testo è assai esplicito al riguardo. Infatti la relazione tecnica del governo calcolava al 2050 un risparmio di 18,720 miliardi di euro. Circa 18 mila euro in media per ogni dipendente, ma c’è chi, a causa di tale provvedimento, ne potrebbe perdere assai di più.
Con le modifiche apportate in sede di conversione del Decreto si è stabilito che nel triennio 2010-2012 il suddetto personale continuerà a percepire il corrispettivo economico degli avanzamenti di carriera maturati utilizzando allo scopo una parte di quel 30% di risparmi realizzati con le riduzioni di organico effettuate in virtù della legge 133/08 (Riforma Gelmini della scuola).
Le modifiche apportate non incidono sui risparmi inizialmente previsti come testimonia la firma del Ragioniere dello Stato in calce alla relazione tecnica che le ha accompagnate.
Ciò risulterà confermato anche quando sarà reso noto, probabilmente solo dopo le prossime elezioni politiche, il testo ufficiale del Decreto Interministeriale che ha disposto l’impiego di tali risorse per l’anno scolastico in corso.
Con ogni evidenza tale operazione è collegata alla scelta, più volte enunciata dagli esponenti governativi e in particolare dal Ministro Gelmini, di eliminare dalla progressione di carriera del personale della scuola il fattore dell’anzianità di servizio per sostituirlo con quello del merito.
E’ un dato di fatto che ogni futura trattativa in materia è destinata a prendere le mosse dalla situazione che tale disposizione ha determinato.

da ScuolaOggi 08.12.10

«Riforma Gelmini? Ddl senza democrazia», di Roberto Ciccarelli

I rettori di Sassari e Pisa raccontano le divisioni nella Crui. Dopo essere stata costretta a legare il destino della riforma Gelmini a quello del governo, la maggioranza non perde giorno per ricattare l’università. Se per il ministro dell’istruzione la rottamazione della riforma equivale al blocco dei concorsi (per evitare il quale basterebbe prorogare l’apposito regolamento nel Milleproroghe), per Gaetano Quagliarello (Pdl) la non scontata fiducia al governo permetterà l’approvazione del Disegno di legge già nella serata di martedì 14, «per non cedere alle proteste». «Non capisco se quella del senatore Quagliarello – afferma Attilio Mastino, rettore dell’università di Sassari – è una minaccia oppure un auspicio. Mi ricorda l’atteggiamento di chi toglie il pallone ai bambini perché sta perdendo la partita. Davanti a simili dichiarazioni, vorrei capire se il ministro Gelmini sta lavorando a favore o contro l’università».
Ad una settimana dal dies irae, gli atenei continuano a subire un altro ricatto, quello del ministro dell’Economia Tremonti: se la riforma non passa, il fondo ordinario di finanziamento (Ffo) non verrà erogato. «Quando il Disegno di legge Gelmini è stato approvato in prima lettura al Senato ci era stato chiesto di ingoiarlo per ottenere le risorse – conferma il rettore di Sassari – Alla fine le risorse sono arrivate solo in parte nella legge di stabilità.Gli 800 milioni dell’Ffo sono stati ripristinati, ma resta il taglio di 1,3 miliardi, senza contare che l’università italiana è sottofinanziata rispetto a quelle europee. Il malcontento che sta esplodendo è dovuto al rischio che l’anno prossimo quasi tutti gli atenei supereranno il rapporto del 90 per cento tra assegni fissi e Ffo. Questa situazione blocca il turn over. Superato questo tetto non avremo la possibilità di assumere nessuno per un anno».
A complicare una situazione emergenziale è la mancanza di prospettive sul finanziamento. «A 20 giorni dalla chiusura del nostro anno finanziario – afferma Massimo Augello, rettore dell’università di Pisa – non solo non conosciamo l’ammontare del fondo per il 2011, ma ignoriamo anche quello del 2010. E’ un fatto unico al mondo. Quale azienda potrebbe lavorare senza conoscere le risorse a disposizione? C’è una contraddizione di fondo tra la richiesta di governare l’università come azienda, e il negarci la possibilità di farlo». Questo cortocircuito rischia di danneggiare atenei virtuosi come quello di Sassari e di Pisa (che chiuderà in avanzo il proprio bilancio), negando ogni possibilità di programmazione a breve e medio termine.
Quello che la riforma Gelmini sta preparando «è uno scenario in cui il precariato viene esteso all’infinito» ribadisce il rettore di Sassari. Per i precari la riforma prevede un’abilitazione nazionale, un concorso locale, per un’attesa di almeno 8 anni. A questo si aggiunge l’obbligo che vale per il 2010, e forse anche per il 2011, di assumere il 60 per cento dei punti organico, cioè l’80-90 per cento dei posti per i ricercatori, lasciando solo il 10 per gli ordinari e il resto per gli associati e il personale tecnico-amministrativo. Dato che un punto organico corrisponde ad un posto da professore ordinario e un posto da ricercatore vale 0,50, gli atenei virtuosi che non superano il tetto del 90 per cento delle spese dovranno assumere 12 ricercatori contro un solo ordinario. Una proporzione che non potrà essere mantenuta perché il Ddl impedisce di assumere ricercatori a tempo indeterminato, ma solo quelli a contratto. Le uniche risorse previste (ma non ancora certe) sono quelle per i famigerati 1500 posti da professori associati da bandire in tre anni e riservati agli attuali ricercatori. Il risultato prevedibile sarà quello di un caos amministrativo che bloccherà la selezione dei nuovi docenti nei prossimi anni.
Ma non basta ancora. C’è la fuga dei docenti provocata dai tagli sulla buonauscita voluti da Tremonti. Solo a Sassari, il 10 per cento del personale ha chiesto il pensionamento anticipato. I docenti non potranno essere sostituiti perché – precisa il rettore Attilio Mastino – «i punti organico vengono riassegnati con un ritardo di 2 anni, noi possiamo coprire solo la metà dei posti scoperti, mentre le norme per gli eventuali concorsi solo Dio le conosce».
In questo marasma, l’atteggiamento del governo ha prodotto un’inedita frizione all’interno della Conferenza dei rettori. È ormai noto che, nella seduta del 25 novembre, l’associazione dei rettori si è spaccata sulla linea del presidente Enrico Decleva. I rettori di Pisa e Sassari, di Cagliari, Udine. Trieste e Foggia, insieme ad altri 15, gli hanno chiesto di non esprimere un appoggio incondizionato al Ddl per conto della Crui.
I rettori si trovano così tra due fuochi. «Da un lato – spiega Attilio Mastino – c’è il ministro Tremonti che accusa Decleva di rappresentare una nomenklatura sovietica, dall’altro lato c’è lo scontento dei ricercatori che si oppongono al modo in cui si è mossa la Crui rispetto al Ddl». «La cosa inaccettabile è lo spirito centralistico e verticista del provvedimento – continua ancora Mastino – Ai rettori di prima nomina viene riservata la possibilità di prolungare il loro mandato di due anni, mentre vengono eliminate le facoltà che sono la camera di compensazione dove i presidi possono essere condizionati. Nella riforma non c’è più questo elemento di democrazia».
«Lo scarso interesse della politica per l’università non è una novità – conclude il rettore Augello – ma oggi è diverso. Il nostro è un paese troppo ripiegato sul quotidiano per potere guardare al futuro».

Il Manifesto 07.12.10

I 90 anni di Ciampi "La politica ha perso il rispetto delle istituzioni", di Massimo Giannini

“Sono tempi bui ma la speranza non mi lascia: l´importante è guardare alto, prima o poi l´orizzonte si rischiarerà”. “Finché le forze mi assisteranno, darò quello che ho per il mio Paese, in cui ho sempre creduto Resto ottimista”. Il mio governo si prese le bombe della mafia, a Milano, a Firenze, a Roma E ora proprio io mi devo sentire sotto accusa?
Quello che mi colpisce è il prevalere dell´interesse personale, il “particulare”: si è perso il senso del limite, il rispetto della dignità altrui. «Sono tempi brutti. Sono tempi bui. Nella politica più recente ho visto venir meno l´etica personale e l´etica pubblica. Ho visto mancare il rispetto per la dignità e per le istituzioni. Ma la speranza non mi abbandona: l´importante è guardare alto. Oltre le nubi di questi ultimi anni. Prima o poi l´orizzonte si rischiarerà…». La delusione e la speranza. Se ci fosse un titolo, per riassumere l´Italia vista dall´alto dei 90 anni che Carlo Azeglio Ciampi festeggerà domani, sarebbe questo. L´ex presidente della Repubblica ci riceve nel suo studio, a Palazzo Giustiniani, ed ha la stessa voglia di battersi per questo Paese. «Fisicamente mi sento un po´ vecchiotto, quale sono, ma come spirito mi sento combattivo, come sempre…». La delusione, per l´ex Capo dello Stato, nasce dal constatare che «questo non è il Paese che sognavo», come ha scritto in un libro con Alberto Orioli.
«Guardando ai tempi più recenti, ho visto venire meno i riferimenti ai valori di etica personale e di etica pubblica…». A una settimana dal voto del Parlamento che potrebbe sancire la fine del governo Berlusconi, Ciampi non vuole entrare nella contesa politica. Ma è chiaro che quando giudica il crollo della fibra etico-morale del Paese, è al Cavaliere che fa riferimento. «L´importante per me è che la persona senta la dignità propria e il rispetto della dignità altrui. E al tempo stesso che nutra una grande fiducia e un grande rispetto per le istituzioni: la lezione di Vincenzo Cuoco resta un caposaldo irrinunciabile». Nella Rivoluzione Napoletana del ‘700 Cuoco scriveva che alla felicità dei popoli sono più necessari gli ordini che gli uomini, e che le istituzioni oltrepassano i limiti delle generazioni. «Ecco – aggiunge ora Ciampi – questi due elementi, dignità e rispetto, mi sembrano indeboliti, nell´Italia di oggi. E questo mi ha preoccupato, amareggiato».
Di nuovo, si ragiona dei danni del berlusconismo. «Non voglio fare polemica. Ma quello che mi colpisce è il prevalere dell´interesse personale, il “particulare”, avrebbe detto un nostro antico padre, il Guicciardini. E in più, mi colpisce la mancanza di una base costituita dal rispetto reciproco: io e lei possiamo essere avversari durissimi, ma dobbiamo essere d´accordo sulle regole e sui comportamenti individuali». È per questa mancanza che si è fatto strame, oggi, della Costituzione, la «Bibbia laica» che Ciampi non si stanca di evocare e difendere. «Oggi – chiosa il presidente emerito – si è perso il senso del limite: il rispetto della dignità altrui, della tua e della mia».
Proprio in questi giorni, con Berlusconi a un passo dal capolinea, si parla dello «spirito del ‘93» e della necessità di trovare un «Super-Ciampi». Lui scuote il capo: «Il Super-Ciampi? È proprio lo spirito che manca. La concertazione che aiutò l´Italia a uscire dalla crisi non fu un merito mio, ma della società di allora. E aggiungo che persino nella crisi della Prima Repubblica il rispetto di alcune regole fondamentali non mancava. Oggi c´è la sensazione che di questi sentimenti non ci sia più traccia».
Non solo. In questo diffuso «cupio dissolvi» nazionale può persino capitare che proprio quel suo governo del ‘93 finisca per essere additato come quello che «fece favori alla mafia», e avviò la famosa «trattativa con lo Stato». Ciampi non ci sta: «Capisco che a 18 anni di distanza le parole assumono un peso diverso. Ma il mio governo si prese le bombe della mafia, a Milano, a Firenze, a Roma. E ora proprio io mi devo sentire sotto accusa?». L´ex Capo dello Stato prende un volume, «Vita italiana, documenti e informazioni», e dice: «Legga qui, questo è il resoconto che stilarono i ministri del mio governo, sull´attività compiuta in quell´anno. Legga la parte che riguarda il ministro della Giustizia, sul tema del 41-bis per i mafiosi…». Scrive Conso, nel documento dell´aprile ‘94: «Per quanto concerne la normativa con riferimento ai detenuti per taluni dei delitti di cui al comma 1 dell´articolo 4 bis della legge 26 luglio 1975 n. 354, va detto che essa è rimasta inalterata… Ciò tanto più con riguardo all´articolo 41 bis…». Questo è agli atti, della strategia anti-mafia del governo Ciampi. «Questo mi risulta – dice oggi l´ex presidente – e se Conso ha fatto altro, prima o dopo, lo ha fatto autonomamente. Io non ne ho mai saputo nulla…».
C´è un altro retroscena, degli anni successivi, che Ciampi precisa oggi. Riguarda il suo possibile, secondo governo, nell´autunno del ‘98. «Ricordo benissimo, fu una domenica, il 24 ottobre: ebbi una visita improvvisa a Santa Severa, e D´Alema mi portò un invito concorde di tutta la maggioranza di allora, che dopo la crisi del governo Prodi chiese che fossi io ad avere l´incarico. Fui riluttante, poi dissi sì…». Ma in 24 ore tutto saltò. «Ero a Bruxelles per un´Ecofin, come ministro del Tesoro. Quando tornai il clima era cambiato, non so perché. Nessuno mi diede mai una spiegazione…». Forse, come lui stesso pensa, qualcuno capì che Ciampi – lui sì, governo del fare – avrebbe dato meno fastidio al Quirinale, che non a Palazzo Chigi. «Non so cosa ci fu dietro – sorride – ma oggi posso solo confermare quei fatti».
Quei fatti dicono che poco dopo salì in effetti sul Colle, e che a Palazzo Chigi finì invece D´Alema. L´ex presidente non è rammaricato. Il settennato al Quirinale è stato «meraviglioso». Non mancarono le fasi critiche. «Ho avuto momenti difficili nel rapporto con l´esecutivo. Ho rimandato alcune leggi, ma non certo per spirito di polemica personale: il fatto è che quelle leggi non andavano bene…». Anche qui parlano i fatti: legge Gasparri sulle tv, riforma Castelli sulla giustizia. Provvedimenti che toccavano al cuore portafoglio e interessi del Cavaliere, e che sono costati scontri e rancori con Berlusconi. Ma questo, a chi fa politica, impone la weberiana etica delle responsabilità, che per Ciampi è una religione civile.
Così come la sua fede europeista, incrollabile. A dispetto della crisi dei debiti sovrani, che mette a repentaglio l´Unione monetaria. «L´Europa sconta l´incompletezza della fondazione, la zoppia di cui parlo da anni: non possono convivere una moneta unica da paese federato e poi politiche economiche nazionali. L´eurobond io spero che si faccia, perché è la cosa giusta». La Merkel sembra contraria, ma Ciampi è convinto che la Germania farà la sua parte, perché «ha avuto grandi vantaggi dall´euro». Ed è convinto che l´euro reggerà, perché «come dissi a Helmut Kohl, è un punto di non ritorno».
Sarà dura. Ma l´Italia potrà farcela. A condizione che ritrovi la voglia di cambiamento, la voglia di futuro. Qui sta la speranza di Ciampi. È un filo esile, perché lo sconforto è tanto: «A volte, quando leggo certe cose sui giornali o sento parlare certe persone, mi torna in mente il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli…». Quell´Italia torbida non è sconfitta, non si rassegna, conta e pesa ancora, purtroppo. Anche per questo vale il motto resistenziale dei fratelli Rosselli, caro al vecchio azionista Carlo Azeglio: «Non mollare». Anche per questo, prima di spegnere le sue 90 candeline, Ciampi promette: «Finché le forze mi assisteranno, darò quello che ho per il mio Paese, in cui ho sempre creduto e in cui continuerò a credere. Nonostante tutto resto ottimista: l´orizzonte si rischiarerà».

La Repubblica 08.12.10

“A Roma tagliano i fondi, a Modena fomentano paure”

Il consigliere regionale Luciano Vecchi del Pd replica così agli attacchi del centrodestra dopo la pubblicazione delle classifiche della qualità della vita sul “Sole” e “Italia Oggi”.
Luciano Vecchi interviene nella polemica sulla “qualità della vita” seguita alla pubblicazione dei report sul Sole 24 Ore e Italia Oggi. Ecco la sua dichiarazione.
«E’ la solita solfa. Chi a Roma taglia fondi e personale alle forze dell’ordine, risorse alla giustizia e soldi per le politiche sociali, a Modena cerca solo di alimentare paure e risentimenti. E da loro non viene mai uno straccio di idea utile a costruire il futuro della nostra comunità. Anche le recenti classifiche stilate dal Sole 24 Ore e da Italia Oggi mostrano come, pure nel pieno di una crisi economica e sociale che ha colpito soprattutto le province manifatturiere come la nostra, Modena e l’Emilia-Romagna continuano ad occupare le prime posizioni su tutti gli indicatori della qualità della vita.

Ciò è dovuto sia ad una società civile matura e responsabile sia alle scelte di governo locale che hanno sempre privilegiato un alto livello di qualità sociale ed ambientale, il sostegno allo sviluppo economico, i servizi alla persona.

Questo è stato fatto e si continuerà a fare nonostante il taglio irresponsabile dell’ormai agonizzante governo Lega-PDL ai bilanci degli enti locali e della nostra regione. Alla faccia del federalismo: sempre più risorse prodotte a Modena ed in Emilia sono trattenute “a Roma” per fare quadrare bilanci dissestati dalle scelte del governo nazionale (a cominciare da Alitalia e dai mancati introiti garantiti dalla tracciabilità dei pagamenti, aboliti proprio da Tremonti).

Ma tant’è, il nostro centrodestra indica sempre come colpevole di tutti i mali il presunto “buonismo della sinistra”. Se a Modena calano i reati contro il patrimonio e la gran parte dei cittadini immigrati contribuisce in modo essenziale all’economia della nostra provincia – oltre che alle casse dell’INPS – la destra sceglie di gridare “al lupo” e di fomentare la paura e le divisioni nella nostra società. Salvo poi denunciare che “c’è percezione di insicurezza”, al di là di ogni dato reale.

Ma, come ha affermato saggiamente ieri il Cardinale Tettamanzi, “chi governa deve amare la propria città e servirla integralmente, nel suo insieme, senza discriminarne una parte. E se c’è una predilezione da accordare sarà per il figlio più debole.”

Ecco, noi amiamo la nostra città, tutta, e la vogliamo, anche nelle difficoltà, unita e senza discriminazioni, né per i cittadini italiani né per quelli con un passaporto diverso. La coesione è ciò che ha fatto di Modena una città civile e migliore ed è ciò che si dovrà continuare a perseguire nel futuro».

"Un casco giallo per proteggere la scuola" Intervista a Sofia Sabatino* di Giulia Tosoni

Le macerie lasciate dai ministri Gelmini e Tremonti ingombrano la scuola italiana. Ma gli studenti sono intenzionati a ‘ripulire’ tutto, senza dar tregua a un governo che non sopporta la democrazia.. Gli studenti delle scuole hanno partecipato alle proteste contro la riforma dell’università. Ora che il voto finale al Senato è stato rimandato a dopo il 14 dicembre tornerete sui banchi?

Gli studenti medi sono scesi in piazza a fianco degli studenti universitari per protestare contro il ddl Gelmini, che è una pietra tombale per l’università italiana, poiché vuole creare un’università non più pubblica e accessibile a tutti, ma indirizzata dai privati e fruibile soltanto da chi ne ha le possibilità economiche. In realtà, però, le proteste degli studenti quest’anno sono partite molto presto, al suono della prima campanella. Da quattro mesi gli studenti delle scuole scendono in piazza, si mobilitano, organizzano occupazioni e autogestioni. Non soltanto contro la riforma universitaria, che grazie alle nostre battaglie è stata rimandata, ma perché questo governo ha deciso di distruggere tutto il sistema pubblico di istruzione e ricerca, partendo dalle scuole, eliminando 8 miliardi di euro con tagli scriteriati. Il progetto complessivo di destrutturazione dei cardini della nostra democrazia (la scuola, l’università, la ricerca, la cultura, i diritti) è stato percepito e compreso nel profondo dagli studenti, che proprio per questo hanno deciso di non fermarsi, neanche dopo la vittoria ottenuta sul ddl università. In questi giorni, infatti, continuano le mobilitazioni: le scuole continuano ad essere occupate ed autogestite, le città bloccate da cortei, iniziative di protesta, assemblee, flash mob. Non daremo tregua a questo governo, continueremo a manifestare il nostro dissenso fino a quando non lo butteremo giù e si riaprirà un ragionamento serio all’interno del paese che parta dalle nostre piazze e dalle nostre rivendicazioni.

In questi mesi siete stati in piazza più volte con i lavoratori che protestavano contro le conseguenze irrisolte della crisi economica. Cosa condividete delle loro battaglie?

Il 16 ottobre e il 27 novembre siamo scesi in piazza a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici della Cgil. Tantissimi studenti erano in quelle piazze, non per semplice solidarietà, ma per la convinzione di condividere una battaglia comune. Questo governo ha deciso di far pagare la crisi economica soltanto ai più deboli, i lavoratori che perdono il posto di lavoro e entrano in cassa integrazione, che sono costretti a rinunciare ai diritti per sottostare ai ricatti, gli studenti e la nostra generazione che vede distrutti i luoghi di conoscenza e partecipazione e , di conseguenza, il proprio presente ed il proprio futuro. Quello che abbiamo rivendicato stando in quelle piazze è un’idea diversa di ripresa del paese e di come affrontare la crisi. Non i più deboli, ma chi questa crisi l’ha provocata deve in primo luogo pagarla facendo dei sacrifici. Per rimettere in piedi il nostro paese, però, bisogna guardare avanti, ripartendo dai saperi, che devono essere il primo motore di un cambiamento reale.

Cosa rispondi a Berlusconi quando dice che i bravi studenti stanno a casa a studiare, invece di manifestare?

Rispondiamo che la conoscenza fa paura. Sicuramente, per questo Governo corrotto e impantanato in questioni personalistiche, un’intera generazione che decide di ribellarsi e scrivere il proprio tempo fa paura, forse addirittura di più di uno scandalo sui festini e sulle escort. Il commento di Berlusconi sembra una delle sue solite battutine, ma in realtà nasconde una concezione profonda che questo governo ha: l’impegno civico, l’interesse per il pubblico e il collettivo, la politica così come noi la intendiamo, non è essenziale per un paese democratico, ma anzi diventa un cancro, per un governo che ha paura delle idee e del pensiero critico. Ed ecco allora che se scendi in strada perché comprendi che quello che decidono nei palazzi non passa sulla tua testa ma riguarda ciò che vivi, sei un asino, un facinoroso, un ignorante, strumentalizzato da chi sa chi. Se invece stai zitto, accetti con sottomissione, allora si che sei uno studente modello, lontano dai luoghi di partecipazione (come i centri sociali) e magari assiduo spettatore del grande fratello, aspirante tronista o velina. Questo è il paese che ci vogliono consegnare. Questo è quello che non gli permetteremo di fare, studiando, informandoci, difendendo la scuola e l’università pubblica.

Il simbolo delle vostre proteste è stato il casco giallo da lavoro, ora avete lanciato “I cantieri del sapere”. Cosa simboleggia per voi questa immagine?

Ci hanno lasciato le macerie della scuola e dell’università pubblica italiana: siamo entrati in classe il primo giorno di scuola e siamo scesi in piazza con i caschi gialli da lavoro per proteggerci dalle macerie di Gelmini e Tremonti, ma anche e soprattutto per dare inizio alla nostra ricostruzione. I cantieri dei saperi, che in questi e nei prossimi mesi prendono vita nelle nostre scuole e nelle città con assemblee, flash mob, dibattiti, sit-in, sono proprio la ricostruzione degli studenti. Ci siamo stufati di dover correre dietro gli scandali del premier, le maggioranze e le minoranze che scompaiono e si ricreano, pretendiamo di essere il primo punto dell’agenda politica del paese, pretendiamo di cambiare la realtà che viviamo a partire dalle nostre scuole. Pretendiamo di contribuire alla ricostruzione del Paese. Da protagonisti, non da comparse.

*portavoce Rete Studenti Medi

www.partitodemocratico.it

“Trenitalia rimborsi gli abbonamenti ai pendolari”

Nella giornata di ieri ancora disservizi sulla linea ferroviaria Modena-Carpi. L’on. Ghizzoni: “Trasferire la gestione alla direzione dell’Emilia-Romagna”. L’on. Ghizzoni del Pd denuncia ancora una volta i disservizi sulla linea ferroviaria Modena-Carpi. Ecco la sua dichiarazione.
«Anche ieri sulla linea Carpi-Modena si è riproposta una giornata di disservizi, cancellazione di treni, ritardi. Questa situazione non è da Paese civile e l’esasperazione dei pendolari è del tutto comprensibile. Il trasporto pubblico è stato dissanguato dai tagli dei trasferimenti statali alle Regioni e agli enti locali, con pesanti conseguenze sulla riduzione del personale e sull’offerta dei servizi, e i pendolari sono vittime degli impegni disattesi da parte di RFI-Trenitalia, che non rispetta il Contratto di Servizio siglato con la Regione. Dopo quanto successo nelle ultime settimane, Trenitalia dovrebbe impegnarsi a rimborsare il costo degli abbonamenti dei pendolari, quale minimo risarcimento agli utenti per i disagi subiti.

La proposta, avanzata dalla Provincia, di trasferire la gestione della linea Modena-Mantova alla direzione regionale dell’Emilia-Romagna, togliendola al dipartimento di Verona, ha il pregio di individuare un interlocutore più attento alle esigenze delle comunità locali coinvolte. Oggi gli orari della linea Modena-Verona appaiono inadeguati ai pendolari dell’Unione Terre d’Argine, che vedono alternarsi fasce orarie totalmente scoperte con altre in cui si affastellano treni a distanza di pochi minuti, che congestionano la linea e allungano i tempi di percorrenza. È necessario un orario cadenzato a 60 minuti sulla Modena-Verona e il rafforzamento alla mezz’ora del cadenzamento sulla linea Carpi-Modena negli orari di punta, come concordato dagli Enti Locali modenesi, in sintonia con i Comitati Utenti. Vanno altresì migliorate e potenziate le corrispondenze con le direttrici principali.

Impegni che devono finalmente essere rispettati da Trenitalia mentre RFI non può più rinviare il raddoppio del tratto Modena-Villanova, funzionale all’organizzazione di un nuovo orario cadenzato. Gli enti locali più direttamente coinvolti come la Provincia e i Comuni dell’Unione Terre d’Argine si sono sempre mossi con attenzione alle esigenze delle comunità locali e dei Comitati Utenti. Vedremo se finalmente c’è la disponibilità ad affrontare i problemi del nostro territorio da parte di Trenitalia. I territori attendono una risposta da troppo tempo. Sull’argomento ho presentato numerose interrogazioni, ma il Governo è stato sempre sordo ad ogni richiesta. Se ancora non dovessero arrivare risposte da chi ha le competenze, e il dovere, di risolvere questi problemi, porterò nuovamente in Parlamento la questione».

"Thyssen, mai più", di Cesare Damiano

Ricordo come fosse oggi quel giorno di tre anni fa, il giorno della strage alla ThyssenKrupp. Ricordo il dolore che ho provato. Un dolore grande. Il dolore di chi, dopo una vita passata a contatto con la fabbrica, con i lavoratori, si sente personalmente colpito. Ero ministro del lavoro, allora. In quella veste avevo un dovere in più. Il dovere di cercare una spiegazione razionale a quanto accaduto. E soprattutto – dopo aver portato la solidarietà alle famiglie tanto profondamente colpite – il dovere di operare, con tutti gli strumenti a disposizione, affinché tragedie così non potessero accadere mai più. Un compito quanto mai difficile, perché in Italia, quando si parla di lavoro, il tema della sicurezza è sempre evocato ma è assai poco praticato.
Allora avevamo approvato da pochi mesi la legge 123 sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Con la legge 626 del 1994, costituiva, in materia, un complesso normativo tra i più completi e incisivi d’Europa. Il mio impegno, in una situazione politica difficilissima che avrebbe di lì a poco portato alla caduta del governo Prodi e a elezioni anticipate, fu quello di varare in tempo utile la delega che avrebbe consentito a quelle norme di diventare pienamente operative.
Così fu fatto. Ma le cose, poi, hanno preso una piega diversa. In questi anni il governo di centrodestra ha operato in modo da ridurre le tutele allora introdotte. Le spese per la sicurezza sono tornate a essere viste come un costo da contenere il più possibile in nome della competitività, anziché come un investimento doveroso e utile. E i ripetuti appelli del presidente della repubblica riscuotono consensi spesso solo di facciata.
Tutti ricordiamo le parole, poi corrette, pronunciate la scorsa estate dal ministro Tremonti, secondo il quale le regole previste dalla 626 sarebbero eccessive. E tutti abbiamo sotto gli occhi quanto avviene nel mondo degli appalti. In questo settore si registrano condizioni di lavoro spesso insostenibili e con drammatica frequenza avvengono infortuni mortali.
È un bene che si metta mano alla normativa che li disciplina. Non però peggiorandola come fa il ministro Sacconi. Le regole degli appalti al massimo ribasso vanno cambiate. Il costo del lavoro, che deve essere calcolato sulle tabelle dei contratti nazionali e il costo degli investimenti per la sicurezza del lavoro, devono essere conteggiati a parte e non assoggettati alla logica del ribasso. In caso contrario, pur di aggiudicarsi l’appalto, le aziende sono costrette a pagare al nero ed eliminano i costi per la sicurezza.
Con i risultati, spesso tragici, che sono sotto gli occhi di noi tutti. È vero che i dati più recenti resi noti dall’Inail in materia di infortuni parlano di una importante diminuzione. Non dobbiamo però abbassare la guardia. I miglioramenti che registriamo sono indubbiamente l’effetto delle misure introdotte dal governo Prodi. Ma sono anche il risultato del drastico calo dell’occupazione che, causa le crisi, è avvenuto nel biennio 2009-2010. Per questo è necessario continuare la battaglia in difesa della sicurezza, un diritto di tutti, cui, per nessun motivo, è possibile derogare.
È un dovere che la politica, nel suo insieme, ha nei confronti di chi lavora. È un obbligo morale che tutti noi abbiamo nei confronti dei sette operai morti alla Thyssen.

da Europa Quotidiano 07.12.10