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"Il piano B del Cavaliere", di Claudio Tito

Un “piano B”. Una valvola di sicurezza se tutto dovesse precipitare. Un´exit strategy se i pezzi del puzzle disegnato da Palazzo Chigi non dovessero incastrarsi. Silvio Berlusconi anche stavolta ha iniziato a mettere a punto una via d´uscita. Da imboccare solo se il prossimo 14 dicembre il suo governo verrà sfiduciato. «Fino a quel giorno nessuno deve parlare di opzioni diverse – ha ordinato ai suoi fedelissimi – . Il nostro obiettivo è la fiducia piena e in caso contrario le elezioni anticipate. Ma dal 15 in poi valuteremo il da farsi». E nel «da farsi» ora compare anche la possibilità di un altro esecutivo, guidato da un altro esponente del Pdl, e che elenchi tra suoi i ministri proprio il Cavaliere.

Magari in un dicastero che ha già ricoperto ad interim, quello degli Esteri. Si tratta solo di una extrema ratio da adottare solo se la situazione non presenterà alternative. Una “mossa del cavallo” per sorprendere tutti e uscire dall´angolo avendo ancora lo “scudo” del legittimo impedimento. Sta di fatto che il progetto ha iniziato a fare capolino dalle parti di Arcore. Un´eventualità che nel week end lo stesso presidente del consiglio ha soppesato. Mal volentieri, certo, ma ammettendo che dopo il 14 «tutto va preso in considerazione».
Le “colombe” del suo partito, del resto, sono da tempo all´opera per attenuare la violenza dello scontro con Fini e Casini. Hanno messo in guardia l´inquilino di Palazzo Chigi sulle conseguenze dello scontro all´ultimo sangue. Ci ha provato Gianni Letta e Fedele Confalonieri. Persino Umberto Bossi lo ha invitato a trovare un´intesa con il presidente della Camera. Soprattutto hanno cercato di fargli capire che la bocciatura dell´esecutivo a Montecitorio potrebbe comportare lo “slittamento” di molti peones verso il sostegno ad un nuovo governo. Una spinta che nel centrodestra potrebbe rivelarsi fatale. Pure nel “blindatissimo” Palazzo Madama, i numeri potrebbero improvvisamente ribaltarsi dopo il 14. Basti pensare a Beppe Pisanu che ripete ad ogni piè sospinto: «Io sono contro le elezioni anticipate». Oppure alla pattuglia dei cosiddetti “scajoliani”. Timori che stanno scuotendo il partito di maggioranza relativa impegnato a escogitare un “patto di fedeltà” tra i senatori. Che, però, non riesce a prendere corpo.
«Io – ha ripetuto ieri Berlusconi – sono sicuro che avremo i numeri anche alla Camera. Verdini e La Russa me lo hanno giurato. E comunque non voglio farmi ricattare da nessuno». Eppure, anche il Cavaliere sa che in caso contrario la strada delle urne potrebbe, appunto, non essere scontata. Anche per le attenzioni che il Quirinale sta rivolgendo alla grave crisi economica, alla burrasca che sta attraversando l´euro e alle difficoltà del nostro debito pubblico. Non a caso, dicono sul Colle, è sbagliato prefigurare alcunchè fino a quando non si conoscerà la portata della verifica parlamentare.
Proprio per questo, l´inquilino di Palazzo Chigi non vuole trovarsi impreparato davanti al peggio. E insieme alle “colombe” non esclude ora che, se la richiesta di scioglimento delle Camere non verrà accolta, l´alternativa potrebbe essere sì un altro governo guidato da un esponente del Pdl, ma con lui stesso membro del nuovo esecutivo. In particolare come responsabile della Farnesina. Una mossa fatta apposta per mettere in difficoltà Fli e Udc. E soprattutto un modo per blindarsi rispetto a quella che da sempre chiama la «persecuzione giudiziaria». Perché se la Corte costituzionale, proprio il prossimo 14 dicembre, dovesse confermare la costituzionalità del legittimo impedimento, lui continuerebbe a usufruirne. Quella norma, infatti, vale fino ad ottobre 2011 per il presidente del consiglio e per i ministri. Non solo. Poiché il Cavaliere considera Gianni Letta e Angelino Alfano gli unici affidabili per la realizzazione di questo quadro, conquisterebbe una serie di benefici: contare su un premier «leale», su una presenza costante e «dominante» in consiglio dei ministri, sulla possibilità di continuare a mantenere tutti i contatti con le cancellerie straniere. Soprattutto verrebbero lasciate inalterate le sue chance di una ricandidatura alle elezioni del 2013 e alla corsa per la successione al Quirinale.
A quel punto, raccontano le “colombe” che hanno indotto il presidente del consiglio a valutare questa possibilità, «per Fini e Casini sarà davvero difficile sottrarsi. E per Napolitano impossibile non accogliere la nuova maggioranza e il nuovo equilibrio». Al momento, però, si tratta solo una “extrema ratio”. Che il premier prenderà in considerazione solo a partire dal 15 dicembre. Anche perché non tutti, nel centrodestra, potrebbero gradire il “rilancio” berlusconiano”. Ad Arcore, in questo fine settimana, hanno infatti fatto notare che in uno scenario del genere, la Lega potrebbe puntare le sue fiches su un altro “vice-Cavaliere”: ossia su Giulio Tremonti. Il ministro dell´Economia, da sempre vicino al Carroccio, e considerato con le competenze migliori per affrontare la crisi economica.
Per questo l´inquilino di Palazzo Chigi vuole tenere nascoste le sue carte. Tentare la prova di forza. Per poi scartare tutti se la situazione fosse senza via d´uscita. Ma senza rompere l´asse con Umberto Bossi.

La Repubblica 07.12.10

Una legge di (s)bilancio che non dà risposte al Paese

Dal governo provvedimenti privi di contenuti significativi. Il Pd propone 17 maxiemendamenti
“I provvedimenti della decisione di bilancio per gli anni 2011-2013 sono privi di contenuti significativi e in quanto tali rappresentano una risposta debole e del tutto inadeguata alle aspettative dell’intero tessuto sociale e produttivo del Paese, duramente colpito dalla recente crisi economica e finanziaria ed ora in attesa di interventi per il sostegno alla competitività e dei redditi”. Questo è quanto emerge dalla conferenza stampa al Senato sulla legge di stabilità proposta dal governo dove hanno partecipato il presidente Anna Finocchiaro, il relatore di minoranza senatore del Pd, Luigi Lusi e il capogruppo democratico in Commissione Bilancio, Widmer Mercatali. Il Pd ha presentato 17 macroemendamenti per denunciare l’immobilismo del governo e rilanciare la crescita del Paese.

Anna Finocchiaro ha spiegato che l’azione del Pd è ispirata a un “atteggiamento responsabile nei confronti del Paese”, ovvero la promessa di “approvare la legge di stabilità prima del 14 dicembre”. Poi, ha precisato: “Non si tratta di un’apertura di credito nei confronti di questo governo, che non ne merita. Il nostro giudizio su questa legge resta negativo: non c’è nulla per la ripresa economica, per la finanza pubblica o il recupero della competitività del Paese. Noi, guardiamo al rilancio delle Pmi, del Mezzogiorno, all’aiuto alle famiglie e ai giovani”.

Luigi Lusi enunciando le proposte del Pd ha parlato di “un’operazione di sinergia del Partito che non prevede tagli lineari ma una ristrutturazione della spesa pubblica”. Ha chiarito Lusi: “Da gennaio l’Europa ci chiederà di ridurre il nostro debito pubblico dello 0,45%: sono 45 miliardi di euro più la manovra finanziaria, qualcosa di molto pesante a chiunque tocchi, ma il governo di questo non dice nulla”.

Tra gli emendamenti targati Pd ci sono: misure di sostegno al reddito delle imprese e dei contribuenti; un piano straordinario di interventi a sostegno dell’autonomia finanziaria dei giovani; un nuovo istituto fiscale a sostegno delle famiglie con figli; interventi per trasporto pubblico locale, per il Mezzogiorno e per l’Abruzzo; la ‘no tax area’ per le famiglie più povere; occupazione femminile; il rifinanziamento del 5 per mille; liberalizzazione di alcuni settori e mercati come gas e carburanti; misure per la tutela ambientale, la cultura, lo spettacolo e la cooperazione.

Widmer Mercatali ha parlato delle misure proposte dal Pd, come “provvedimenti per far crescere il Paese, misure quasi banali, tra cui qualche provvedimento tampone per l’immediato. Destinare “il 10% dei 40 miliardi di euro non spesi dai comuni per la messa in sicurezza delle scuole e per rilanciare il settore edilizio.

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Rilievi critici alla legge di bilancio evidenziati dal Partito democratico

Nel complesso, i provvedimenti della decisione di bilancio per gli anni 2011-2013 sono privi di contenuti significativi e in quanto tali rappresentano una risposta debole e del tutto inadeguata alle aspettative dell’intero l’intero tessuto sociale e produttivo del Paese, duramente colpito dalla recente crisi economica e finanziaria ed ora in attesa di interventi per il sostegno alla competitività e dei redditi.

Tali provvedimenti, non delineano alcun obiettivo, né per il prossimo anno, né per quelli successivi, sul terreno della ripresa economica e del controllo degli andamenti della finanza pubblica e soprattutto non prospettano alcun intervento volto a favorire il recupero di capacità competitive del Paese attraverso un netto accrescimento della produttività totale dei fattori. Al contrario vengono proposti tagli consistenti proprio nei settori in cui, vi è necessità di maggiori investimenti di risorse.

Nei Paesi UE e in quelli maggiormente sviluppati le problematiche della crisi economica e di finanza pubblica sono state superate, pur con diversa intensità, con strumenti idonei quali riforme, riduzione degli sprechi e soprattutto con il sostegno selettivo ai settori produttivi e tutti i governi si accingono ad emanare nuovi interventi per il sostegno dell’economia.

Dal punto di vista della crescita economica, i nostri principali competitors internazionali durante la crisi hanno registrato una minore riduzione percentuale del loro PIL e ora nella fase di ripresa dell’economia viaggiano a velocità molto superiore rispetto alla nostra. La crescita mondiale è prevista al 4,4% ed è prevista attestarsi al 4% nel 2011. La Germania nel 2010 cresce del 3,4% e le stime per il 2011 prevedono una crescita del 2%. Gli Stati Uniti crescono del 2,9% e per il 2011 le previsioni sono del 2,5%. Il Giappone cresce del 2,7 % e le stime per il 2011 prevedono una crescita del 2,5%. La Francia cresce del 1,6% e per il 2011 le previsioni sono del 2,5%. Per l’area euro la crescita del 2010 è pari in media al 1,6%, mentre per il 2011 si prevede una crescita del 1,8%.

Per quanto riguarda l’Italia, l’immobilismo e l’attesa di tempi migliori sono stati la sola ricetta con la quale il Governo ha affrontato tanto la fase di crisi quanto quella post crisi ed i risultati a consuntivo sono evidenti.

Noi siamo fermi, purtroppo ad un 1,2% nel 2010 e ad un 1,3% per il 2011.

Senza una forte inversione delle politiche economiche e di bilancio, il Paese rischia di restare indietro proprio nella fase in cui tutte le economie danno evidenti segnali di ripresa, bloccato da tassi di crescita troppo bassi e soprattutto senza un chiaro indirizzo di sviluppo industriale, con un tessuto produttivo ridimensionato, in particolare nella componente delle piccole e medie imprese, privo di adeguate risorse finanziarie e di merito di credito, esposto alla concorrenza sempre più aggressiva non solo dei concorrenti tradizionali ma dei nuovi attori dell’economia emergente, con un mercato del lavoro indebolito e privo di adeguati strumenti di sostegno e riqualificazione per i soggetti che perdono l’occupazione e con una forte distorsione nella distribuzione della ricchezza a discapito delle fasce più deboli della società.

In tal senso, i provvedimenti annunciati confermano nuovamente la pericolosa sottovalutazione da parte del Governo dei problemi reali del Paese.

www.partitodemocratico.it

"Verso il 14 senza mediazioni e per ora senza un vincitore certo", di Stefano Folli

Ci vuole una dose di ottimismo quasi sconfinato per credere possibile un fatto nuovo, cioè l’apertura di un negoziato tra Berlusconi, Fini e Casini prima del 14 dicembre. La realtà dice l’esatto contrario: la politica romana è in una condizione di stallo, scandito qui e là da schermaglie sempre più aspre, talvolta al limite della volgarità. E il Parlamento chiuso è la fotografia amara che descrive lo stato delle cose.

Sappiamo, d’altra parte, che nei giorni scorsi non sono mancati i tentativi di stabilire un contatto, se non proprio un avvio di dialogo, fra i contendenti. È noto che il tessitore più tenace è stato, al solito, Gianni Letta. Ma non ci sono margini e si capisce perché. La tensione che si è accumulata ha bisogno di sfogarsi. «Futuro e Libertà», il gruppo di Fini, è nato per riscattare il centrodestra dal «berlusconismo». Giusta o sbagliata, questa è la sua ragion d’essere: chiudere la stagione di Arcore. E infatti il presidente della Camera accentua i suoi attacchi al premier, imprimendo loro un profilo etico prima ancora che politico. Berlusconi, scandisce Fini, non solo non ha mantenuto le promesse fatte agli italiani, ma è anche privo di «onestà intellettuale».
È vero che in politica tutto può cambiare in fretta, ma su queste premesse è impossibile immaginare che i finiani rinuncino a votare la sfiducia il 14. E in cambio di cosa, poi? Berlusconi non concede nulla perché è convinto di vincere tra una settimana il braccio di ferro parlamentare, prima al Senato e subito dopo a Montecitorio. Si tratta di un azzardo perché nessuno può essere certo di come si risolverà un voto sul filo del rasoio. Però è un azzardo tipico del personaggio, che non a caso ostenta sicurezza. Quanto all’uscita di Fini («non ci saranno ribaltoni») sembra soprattutto un modo per difendersi dall’accusa più insidiosa che il Pdl gli rovescia addesso: quella di essere diventato uno strumento della sinistra, pronto a qualsiasi avventura parlamentare. Perciò il presidente della Camera parla ai suoi e li rassicura. Obiettivo ovvio: tenere unito «Futuro e Libertà».

Tuttavia, se non ci saranno «ribaltoni», vuol dire che la crisi dovrà aprirsi e risolversi risolversi nel perimetro del centrodestra allargato a Casini. Operazione complessa al limite della temerarietà, che richiede quelle dimissioni di Berlusconi prima del 14 che a Palazzo Chigi, lo sappiamo da tempo, non prendono in considerazione. E allora? Un nuovo governo Berlusconi, ma alle condizioni di Fini e Casini, non è realistico prima del voto parlamentare. Dopo il voto, si vedrà. Ma con due ipotesi sul campo molto diverse tra loro.
Se Berlusconi sarà sfiduciato, le dimissioni apriranno una fase nuova e imprevedibile, la cui gestione graverà sulle spalle del capo dello Stato. Ma di sicuro il «bis» dell’attuale premier sarà allora l’ultima delle opzioni plausibili. Più realistico immaginare le elezioni anticipate se Berlusconi e Bossi resteranno uniti e sapranno impedire defezioni nel Pdl. La Lega sarà più che mai il partito cruciale per decidere le sorti della legislatura. La seconda ipotesi è che il presidente del Consiglio ottenga la fiducia sia al Senato sia alla Camera, magari per pochissimi voti. In quel caso il governo non sarebbe più forte, ma Berlusconi avrebbe ottenuto una vittoria netta contro i suoi avversari. Lo sconfitto sarebbe Fini molto più di Casini. Così come, nel caso opposto e con il governo caduto, sarebbe il presidente della Camera il vero vincitore del braccio di ferro.

"La scuola pubblica ora si paga", di Emanuela Micucci

Per l’educazione dei figli presso le scuole pubbliche i genitori italiani pagano di tasca propria. L’82,7% delle famiglie aderisce alla richiesta della scuola di un contributo finanziario volontario e il 13,8% collabora gratuitamente alla manutenzione e al mantenimento degli spazi dell’istituto. Questi i primi risultati di un’apposita indagine del Censis, forniti nel «Rapporto sulla situazione sociale del Paese» presentato venerdì scorso (www.censis.it).

Di fronte ai bilanci scolastici in rosso, il 56.5% dei 1.099 presidi intervistati ha chiesto per l’attuale anno scolastico un contributo ai genitori degli alunni, aggiuntivo alle tasse scolastiche e al costo della mensa, e 1/4 ne ha aumentato l’importo. «Una tassazione occulta», per Giuseppe Roma, direttore del Censis. Con cifre medie di 80 euro e punte di 100 euro nella primaria e 260 euro nei licei. Solo il 20,6% dei dirigenti scolastici ritiene di non avere bisogno di questo tipo di finanziamento nel prossimo anno. Del resto, il Miur dichiara che nel 2008 oltre il 90% dei contributi privati nel bilancio complessivo delle scuole provengono dalle somme erogate a vario titolo dalle famiglie, comprese le gite. Ci sono differenze geografiche e di livello scolastico. Richiede il contributo il 34,7% delle scuole dell’infanzia e l’85,6% dei licei. Al Centro-Nord è un vero boom con il 70,3% degli istituti scuole, il Sud si ferma al 41,6%. «Le famiglie aderiscono per due crescenti esigenze», spiega Roma, «tamponare le carenze materiali e strumentali del funzionamento ordinario della scuola e sostenere qualità e varietà dell’offerta formativa». E il 54% del finanziamento va a potenziare l’offerta formativa: 77% per l’acquisto di materiali didattici, 58%,3% per migliorare dotazioni informatiche, dei laboratori, delle palestre e un significativo 43,1% per il sostegno agli studenti più indigenti assicurandone la partecipazione alle iniziative scolastiche. Il 46% delle somme è utilizzato per spese di funzionamento e gestione. «Famiglie protagoniste forzate delle vicende scolastiche», sottolinea il rapporto. Non mancano genitori che contribuiscono gratuitamente ai lavori di piccola manutenzione degli edifici: pulendo e dipingendo le aule (65,7%), lavando tende (22,9%), riparando gli arredi (13,6). Tra il 2001 e il 2009 hanno fatto frequentare ai figli almeno un corso o lezione privata (+14%), con incrementi del +2,3% per il recupero scolastico e del +1,3% per i corsi di lingue straniere. A finanziare il 36,4% delle scuole sono privati esterni all’istituto con donazioni (46,4%), installazione di distributori di alimenti (34,8%), sponsor o spazi pubblicitari (31,8%). Proviene dal ministero il 91,4% delle risorse per l’acquisto delle lavagne digitali, presenti nell’84,9% delle scuole senza differenze territoriali. Solo il 20% degli istituti le hanno acquistate con fondi propri.

da Italia Oggi 07.12.10

"L'Italia, la scuola, la politica e il futuro. Lo sguardo obliquo di un 18enne per caso", di Mila Spicola

E’ l’estate dei morti, il due novembre, mi ritrovo su un terrazzino di Mondello a chiacchierare con Roberta Torre, palermitana d’adozione, della Sicilia, di Palermo, del suo film, delle morte stagioni, del periodo della speranza, della presente e viva e del suo rumore ormai insopportabile, del futuro: già, quale futuro?

A chi tocca ridefinirlo? Forse a noi? Le difficoltà: cosa vuol dire tornare,vivere, andare via da questa città. Si parla di rifiuti soprattutto, ma ci rifugiamo tra gli angeli. Angeli, sì: sul terrazzino c’è anche Tommaso, neo18enne figlio della regista e del mitico Franco Maresco/cinico tv, che traffica con la madre e con del fil di ferro, ovatta e vinavil.

“Dai mamma, le ali”, cerco di rimanere seria e non mi accorgo che loro lo sono, serissimi. Tommaso sta preparando i costumi per un cortometraggio. Non si scherza, niente dilettantismi. Tra l’altro Tommaso Maresco è l’autore delle musiche dell’ultimo film di Roberta, I baci mai dati, presentato a Venezia e in uscita tra qualche settimana, dopo Natale. Eppure tra il filo, di ferro, e la colla ci si infila la rivoluzione, cambio registro e mi metto a chiacchierare col ragazzo.

Che vuol dire avere 18 anni a Palermo?

E’ difficile. Inconsciamente ci si sente isolati perché senti che c’è una differenza, te la porti dentro pronta a esplodere la prima volta che lasci la Sicilia. Essere di Palermo ti dà un imprinting, è uno status a parte. No, non la metafora di Sciascia, ma semplicemente l’espressione che vedi su chi ti guarda quando dici che sei di Palermo e ti accorgi di avere questa identità fortissima di cui non hai mai avuto la consapevolezza. Quando sei qui odi la tua città: abbiamo (si riferisce ai coetanei) il mito dell’Italia progredita, quella al di là. Anche se “quelli di fuori” ci sembrano fatti con un unico stampo, omologati. Poi, una volta fuori, ne intuiamo la grandezza. E’ come se vivessimo un altro tempo: nel bene e nel male, e il senso d’impotenza si lega a doppia mandata con un opposto senso d’onnipotenza. Però è come se questa forza non trovasse vie di fuga: rimane un sottotesto, non appagata. Del siciliano, del palermitano rimane il fisico. Ma le vedi le facce dei tuoi alunni? (le vedo, le vedo..ma io non me ne rendo conto più…) E poi i rapporti familiari fortissimi mischiati con il legame alla terra. Si, si, siamo diversi. E lo sentiamo noi ragazzi.

Senti, tutto sta crollando, il futuro è un ipotesi, il presente è durissimo: perché non fate la rivoluzione?

Ci avete dato tutto e subito perché sbatterci con la rivoluzione? Viviamo di narcosi: non sentiamo forte l’esigenza di pretendere qualcosa perché in fondo abbiamo tutto. Io rappresento una media: sono figlio di persone “illuminate”, frequento un liceo moderato, ho degli affetti e i bisogni soddisfatti. Il problema è un altro: l’inconsapevolezza. Ci manca l’umanità e siamo sommersi d’indifferenza. Siamo cresciuti sommersi di tv e adesso di internet: sono dei filtri. Ogni emozione ce l’hanno già macinata e proposta. Mangio e sento di Sarah Scazzi, magari tu ti indigni, io mangio. Ma non perché non mi rendo conto: è che l’ho vista mille volte quella storia. Viviamo di inganni perché è fortissima la preoccupazione di apparire. Tanti miei compagni, quasi tutti direi, si affannano a capire come conciarsi. E’ un gioco di apparenze, uno spot continuo. E’ fondamentalmente insicurezza. Tolte le emozioni reali, siamo rimasti senza sentimenti. Io sento intorno a me una paura di vivere terribile. Vedo mia madre, mio padre e mi sento fortunato: mi hanno istillato sentimenti. Vedo voi di due o tre generazioni passate e sento ad esempio una canzone di Battisti: c’è la voglia di vivere a tutti i costi. Tu hai una voglia di vivere a tutti i costi, la si tocca. Noi no: siamo incellophanati. Lo definisco analfabetismo affettivo. Il nostro malessere più grande è il benessere. Quello che abbiamo e quello che si ostenta. Se non hai non sei. Più hai meglio è. Ma si finisce col perdere di vista proprio se stessi.

E la politica?

Indifferenza. Disillusione. Scetticismo. Questo è per i miei compagni la politica. Si vive come se nulla riguardasse noi, come se fossero problemi esterni e chiunque si avvicina si sporca. Se ci pensi io ho conosciuto solo il modello politico berlusconiano. E dunque antiberlusconiano. In questo ci avete fregati. E il bello è che noi la libertà di mente non la vogliamo più: come nel grande inquisitore. Ci basta il pane quotidiano, anzi, il dolce quotidiano. E’ triste no? Far diventare i bisogni immediati un sistema culturale di massa. Hanno vinto. E’ una schiavitù inconsapevole. Siamo deportati senza saperlo. Altro che Olocausto.

La scuola, i professori…

Distanza totale. Posso confessartelo? Molti studiano per educazione perché in realtà parliamo una lingua completamente diversa e voi ancora non lo avete capito. Cioè non tu, la tua categoria. E poi il nostro è un altro mondo. Voi siete abituati a un rapporto diretto, all’uso della parola, del pensiero espresso, costruito. Noi no: viviamo di filtri. Tv, cellulare, web. Comunichiamo attraverso filtri. Cosa rimane? Emozioni frigide che durano pochissimi, senza stupore. Frasi brevi. Pensieri brevi. Noia: siamo come gatti annoiati e invece a 18 anni dovemmo fremere no? E intanto alla cattedra parlano parlano e si allontanano. Magari però io sbaglio: tutto sommato i miei modelli di riferimento sono in fondo passati: il cinema del passato, i discorsi frequenti e lunghi a cui i miei mi hanno abituato.

Il futuro?

Un dramma non espresso. Non hanno idea di cosa fare dopo. Crisi totale. Molti hanno il mito della tecnologia, dell’ingegneria: quella che ti consente di materializzare delle cose da fare. Voglio dire: se scegli di iscriverti a filosofia oggi sei un pazzo sfigato. La verità è che c’è una crisi di linguaggi estrema. Il vostro linguaggio, quello dei prof, è diverso non più soltanto nella forma, ma nella sostanza e nelle sinapsi che sottende (lo avevamo sospettato, noi docenti si, anche i più “antichi”. Gli altri ancora fanno finta di non capire…).

La famiglia? I genitori?

Molti miei coetanei sono abbandonati dai genitori anche se ci vivono sempre insieme. Anche lì: lingue diverse. C’è il desiderio di parlarsi eppure questo desiderio non trova corso. Non trovano gli strumenti per portarli fuori. Eppure , ripeto, la voglia è grande. Io sono “amico delle mamme” e me lo dicono, me la raccontano questa voglia di capire la figlia, il figlio. E viceversa: alcuni compagni vorrebbero. Altri invece se chiedo dei genitori evitano il problema e liquidano tutto con un “boh…” e io vado al classico.

Come si affronta il mondo?

Si è sostanzialmente soli e non si hanno gli strumenti per capirlo. Ogni cosa pensi che sia un bluff: la tv ci ha istillato uno strano cinismo che anche una incapacità di vivere sul serio. L’abbuffata di informazione ci sta stufando. Un fatto di cronaca terribile viene affrontato ovunque come la 3 puntata di Beautiful. Voglio dire: sempre ci sono stati eventi tragici. Oggi è la teatralizzazione, la generalizzazione dell’apparire che ti confonde e non ti accorgi nemmeno che stai male. E’ possibile che la cosa di cui si preoccupava la probabile assassina della cugina fosse “cosa stava dicendo la tv di lei”? Io non me ne stupisco: ormai la mente di tutti è condizionata da questo sistema.

Senti, devo chiedertelo: i tuoi genitori? Il loro lavoro?

Sono due parti di me. Cinico tv è metà di me stesso. Da un lato l’umanità e il forte sentire delle opere di mia madre, dall’altra la potenza della morte che trasuda in ogni cosa di mio padre. Sono dentro di me e non posso prescinderne. Da un lato il crudo iperrealismo di Franco Maresco e dall’altro il realismo trascendentale delle cose di mamma, erotiche nel loro senso attrattivo. Non palro solo dei film ma del forte sentimento che trasuda da entrambi. Ecco: io per fortuna non ho esempi di emozioni frigide. In questo sono fortunato. Se invece devo analizzare il loro cinema. Oggi molto cinema è “parlato”, ma senza diventare mai “cinema”. Quello di Maresco è cinema, è grandioso. E averlo vicino …beh..Ho la fortuna di avere con loro un discorso reale, adulto, di sostanza, ininterrotto. Per quel che riguarda il cinema, che forse potrebbe essere anche il mio mestiere, vedo in loro la qualità del lasciare indefinito. Alcune cose è meglio non dirle, non vanno dette. Maresco ha il senso dell’indefinito. Mamma è calore, è sentimento, è colore. Papà ha fatto un cinema che poi “non hai dove andare”. Gaurdo i primi corti di mia madre, o Angela, e vedo un film francese: rappresentano entrambi la vita come una forma di pensiero.

Com’è stato scrivere le musiche di un film?

E’ partito come un gioco e poi si è trasformato in una fatica immane, in una responsabilità. Il mio timore era di non concludere, di non finire. La musica è nata prima del film e piano piano ho sentito che ci stava bene. Adesso questa cosa cammina da sola. Mi piace scrivere, mi piace ogni forma di espressione. Non posso dire con certezza: “voglio fare il regista”, ma esprimermi. Quello sì. Le immagini o la parola? Adesso la parola, ma le immagini hanno una forza e una potenza maggiore: trapassano l’anima quando funzionano. Il mondo adesso è difficile, è triste, se dobbiamo sentire dell’enorme consumo di psicofarmaci ma non bastano per dire: non mi va di stare qua. Dobbiamo capire come trovare un modo che ci faccia stare bene e qua.

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Era circa un mese fa. La settimana scorsa Tommaso, insieme ad altri studenti del liceo classico Meli, scuola notoriamente moderata, all’interno della crescente protesta contro il ddl Gelmini decide di occupare. Intorno si scatena il putiferio: a Palermo sono 17 gli istituti superiori occupati, la città è attraversata per tre giorni di fila da cortei e blocchi in più punti. A differenza che altrove sono gli studenti medi a “fare casino”, gli universitari meno. Per motivi di spazio non riporterò tutte le vicissitudini che hanno portato alle singole occupazioni e che Tommaso mi racconta in modo concitato, quasi come delle successive prese della Bastiglia. Sento quello che mi aspetto di sentire, lo ammetto, con intima soddisfazione: il tempo si ferma quando si ascolta un giovane che lotta per qualcosa di nobile, ha il sapore di epopea e non esagero.

Non sono passati nemmeno 15 giorni da quando parlavamo di rivoluzione mancata e narcosi collettiva che la realtà ci smentisce Tommaso: la protesta alla fine è cresciuta. Eppure c’è un dubbio amletico che mi assale: lo scorso anno si è consumata la riforma delle superiori. Vi hanno tagliuzzato peggio che in Edward mani di forbice e voi fermi, muti e assenti. Adesso invece vi siete svegliati all’improvviso per il ddl che riguarda gli universitari. Cosa è successo?

Non me lo spiego nemmeno io. Sono i misteri del domino. Cioè: quelli veramente consapevoli di quanto sta accadendo e quanto è accaduto, il contenuto dei decreti, gli effetti dei tagli, siamo pochissimi, mi riferisco ad esempio al mio liceo. Su millecinquecento studenti saremo non più di una ventina ad avere la consapevolezza reale di cosa accade. E penso sia così anche nelle altre scuole. Lo scorso anno la maggior parte degli studenti non ha capito nulla della riforma delle superiori, per questo non è successo granchè. Non so di chi sia la colpa: degli “adulti”? della cattiva informazione che passa, anzi, che non passa, da giornali e tv? O del disinteresse globale per la politica dei miei coetanei? Mistero. Quello che accade adesso è da riferire all’azione dei collettivi studenteschi: coloro che ne fanno parte ne sanno qualcosa, del decreto e della riforma, e hanno consapevolezza, gli altri vanno a ruota. Un po’ per fare casino, un po’ perché intuiscono che è giusto farlo, ma senza nemmeno approfondire, un po’ per attirare l’attenzione.

Il sito Spinoza.it scriveva oggi “Gli studenti italiani occupano, salgono sui tetti: non otterranno un c…o però adesso sono famosi anche in Giappone”, certo la consapevolezza dei ricercatori è ben diversa da quella dei tuoi coetanei, ma Spinoza.it ha colto nel segno, a sentir te.

Sì, è così. Molti “giocano” alla protesta e pensano alle azioni eclatanti da mettere in campo, se poi non si finisce sui giornali lo si registra come un fallimento. Non si pensa che magari è necessario riflettere un attimo, elaborare contenuti e far passare conoscenza delle cose e consapevolezza. Se indaghi in giro pochissimi di noi sanno come funzionano Camera e Senato, cos’è un ddl, eppure c’è qualcosa di sano in quanto accade, le occupazioni, la protesta, il salire sui tetti, nonostante tutto. Lo si capisce che le cose non vanno e che quelli che la pagano di più siamo noi. E penso che lo stiamo raccontando anche ai nostri genitori. Del resto il clamore mediatico connota anche la politica di oggi. Secondo te non è la politica stessa ad essere più mediatica oggi, più interessata a comparire che a elaborare soluzioni? I capi di partiti fanno di tutto per rubarsi le prime pagine, perché condannare gli studenti che fanno la stessa cosa per farsi ascoltare? Semmai Spinoza ha ragione: l’obiettivo dovrebbe essere ottenere qualcosa, non solo andare sulle prime pagine. Eppure si spera di ottenerla qualcosa. Però sai: molti di noi sono convinti che anche se otterremo poco almeno contribuiremo a far tremare questo governo.

Ma dai: niente niente vi state interessando sul serio di politica? Volete far cadere Berlusconi? (sorride) In venti consapevoli seguiti da non so quanti inconsapevoli?

Se la coscienza di pochi fosse la coscienza di tutti avremmo vinto. Ritirerebbero il ddl e non solo quello. Ma è successo anche per le altre proteste no? Le vostre ad esempio. Se i docenti invece di pochi fossero stati tutti a protestare anche gli altri ddl sarebbero stati ritirati non credi? E poi: quanto c’è di mediatico in tutto ciò? Nelle modalità come anche nelle finalità?

In che senso?

Se il valore di qualcosa dipende da quanto fai parlare i media allora c’è qualcosa di perverso non credi? Allora Sabrina Messeri sarebbe eletta premier se si presentasse in questi giorni. Se poi aggiungi che i media sono in mano a pochi la messa è finita, il pensiero è davvero unico se non sei capace di elaborarlo, e andiamo in pace. La coscienza è abbandonata alla solitudine di ciascuno di noi. In fondo, e non è per ripetere sempre la stessa cosa: questo modello mediatico lo ha imposto Berlusconi e tutti ne siamo vittime. Stai male quando giornali e tg non riprendono una battaglia che ritieni giusta e sacrosanta. Eppure dovrebbe bastare il fatto di condurla: un individualismo metodologico in senso buono.

Cioè se sei capace di pensiero critico autonomo ne esci vivo di testa. Sennò no: sei un automa con due mani che applaudono. E vale anche per la “stampa di sinistra”? Ok, Sto divagando…Quanti sono gli istituti occupati, come pensate di procedere?

A Palermo sono 17, mentre le facoltà sono solo tre, a differenza del resto d’Italia dove la protesta è essenzialmente dei ricercatori e degli universitari. Noi abbiamo occupato fino al giorno 30. Il tema non è quanti giorni, ma come procedere e soprattutto il tema è: riusciamo a coinvolgere la maggioranza degli studenti nella consapevolezza di quanto sta accadendo? Non nell’occupazione in se, che comunque si sta rivelando una cosa complicatissima, tra servizi d’ordine e quotidianità difficili da gestire per le mille anime che ci sono nel movimento, non ultime le infiltrazioni di movimenti di destra, ma nei contenuti e nei motivi della protesta. Il problema è: come cambiano le cose (una cosa da nulla, è proprio quello il problema…) sapendo che a gennaio forse tutto ritorna normale e si ristabilisce il silenzio? Ma se non credi di cambiarle adesso che hai 17, 18 anni, quando pensi di cambiarle? Certo hai ragione quando dici che non vogliamo fare la rivoluzione ma andare sui giornali: il consenso è quello. Andare sui giornali aiuta. E alcuni piccoli successi li abbiamo avuti. Vedi il caso del mio liceo: nessuno mai avrebbe scommesso che saremmo arrivati ad occupare, era scontato per altre scuole non per noi. Eppure lo abbiamo fatto. Il collegio dei docenti è stato sparigliato: ci osservano con altri occhi. Pensano: questi hanno qualcosa in testa, non sono proprio spenti. Non è già una piccola rivoluzione?

L’Unità 07.12.10

"Poliziotti costretti alla piazza", di Gianni Del Vecchio

Quando nei dibattiti televisivi i politici di Pdl e Lega si trovano in difficoltà nel difendere l’operato del governo, la ciambella di salvataggio a cui si aggrappano è una sola: i successi del ministero dell’interno nella lotta alla criminalità organizzata. Tutti agitano propagandisticamente la cattura di 28 superlatitanti su 30 durante la gestione Maroni.
Peccato però che, contemporaneamente, nessuno ricordi a chi va il 90 per cento del merito, e cioè a magistrati e forze dell’ordine.
Una dimenticanza che tuttavia non è casuale, visto che questo esecutivo di destra, sostenuto da una maggioranza di destra, da due anni e mezzo sta massacrando poliziotti, carabinieri e altri corpi dello stato con ripetuti tagli ai fondi.
Peraltro, prendendo anche tutti in giro, visto che prima toglie risorse per la sicurezza, poi promette di ristabilirle, ma quando arriva il momento di metter mano ai cordoni della borsa si tira indietro. L’ultimo tradimento è avvenuto in questi giorni. La maggioranza, grazie alla forte pressione di Gianfranco Fini e del ministro Maroni, aveva presentato un emendamento al pacchetto sicurezza che avrebbe dovuto evitare il blocco degli straordinari e degli scatti legati agli avanzamenti di carriera per i poliziotti. Ma la modifica ha avuto vita brevissima, sconfessata in quattro e quattro otto dalla stessa maggioranza. Dietro la ritirata, l’ombra del ministro dell’economia, che ha sacrificato la norma sull’altare dell’integrità dei conti pubblici. Così però Giulio Tremonti accetta di farsi carico di una triste responsabilità: commissariati e questure italiane corrono il rischio di bloccarsi nel 2011, anche perché già stremati da anni di riduzione costante di risorse (nell’ordine di un miliardo l’anno).
Quanto meno “favoreggiatori” del numero uno di via Venti Settembre, gli ex colonnelli Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che si sono sempre intestati la rappresentanza politica delle forze dell’ordine, salvo non riuscire a vincere neanche una partita con Tremonti. E non a caso, dopo l’ultima sconfitta, hanno preferito tacere. Non stupiscono quindi i due giorni di mobilitazione organizzati dal Sap, sindacato autonomo vicino al centrodestra, e da altre sigle della polizia forestale, penitenziaria e dei vigili del fuoco. Giovedì distribuiranno volantini in tutta Italia, pure davanti alla villa di Arcore, mentre lunedì prossimo terranno un presidio davanti a Montecitorio, il giorno prima del voto di fiducia. Con la speranza che il 12 gennaio, giorno in cui il pacchetto sicurezza deve essere convertito in legge, l’emendamento possa essere ripresentato e votato. Ma allora forse ci sarà un altro governo. E un’altra prospettiva per l’Italia.

da Europa Quotidiano 07.12.10

"L´infamia non ha colore", di Adriano Sofri

Ogni persona, di origine italiana o straniera, dev´essere sempre giudicata singolarmente, per quello che è. È la più ovvia delle frasi.
L´ha pronunciata ieri il cardinale arcivescovo di Milano. Ci sono momenti in cui non ripetere le parole più ovvie diventa una viltà. Sia risparmiato alla nostra generazione il ritorno di quei momenti, se già non ci siamo.
Scrivo mentre le notizie sull´indagine per la scomparsa della piccola Yara si fanno incerte, e vengono in dubbio i sospetti sul giovane arrestato. E si riaccende una speranza per lei, che è la cosa più importante. Se i sospetti su un presunto colpevole sono stati precipitosamente trattati come certezze, anche della sorte peggiore di Yara si potrà dubitare.
Ci sarà tempo per riflettere. Ma qualcosa è già successo e se ne può misurare la tristezza. È successo ancora una volta che a un evento terribile – la paura di un evento terribile, e la convinzione che si fosse consumato – siamo stati tentati di reagire, prima che nelle manifestazioni esteriori nei nostri stessi sentimenti intimi, trasferendo il dolore per la vittima, la compassione con i suoi e la ripugnanza per i suoi carnefici, nell´ansia per le conseguenze civili e perfino politiche dell´imputazione di uno straniero. Un simile trasferimento è anche un modo di attutire e sfogare la commozione, ma è soprattutto la misura di un guasto che ci va rosicchiando dentro. Dentro quelli fra noi che corrono a gridare minacce di furia cieca o calcolata, e anche dentro chi ne è spaventato e si affanna ad arginarne i danni. Così ci si trova subito a ripetere pensieri di desolata ovvietà, che ad Avetrana e in mille altri inferni la brutalità è indigena e domestica, che l´infamia umana non ha colore.
Ci sono state però dall´inizio, in questa storia angosciosa, cose diverse e degne di ammirazione e di considerazione. Prima di tutto l´atteggiamento di una famiglia, che ha rigettato ogni sfogo vendicativo, e tanto più quelli esibiti per conto terzi; e si è limpidamente sottratta allo spettacolo della propria sofferenza. Dunque questo può avvenire, e i media possono prenderne atto. È successo anche che il sindaco (leghista, ma è appena un dettaglio) di una comunità colpita abbia dato un chiaro sostegno a questo atteggiamento della famiglia, e abbia messo al bando i propositi razzisti, xenofobi e linciatori. Chi ha avuto una gran fretta di pronunciare parole orrende di odio violenza e – non ultima – imbecillità, non ha potuto farlo in nome delle vittime o di una comunità. Solo in conto della propria violenza, odio e, non ultima, imbecillità.
Adesso aspettiamo. Restituendo ai sentimenti e ai pensieri dell´attesa il loro ordine naturale. Cominciando dalla trepidazione per una creatura cui il mondo dovrebbe essere solo promettente, e dalla simpatia per i suoi. E poi pensando al prezzo che paga un paese indotto a chiedersi di colpo, di fronte a un sequestro, uno stupro, un assassinio, una sciagura stradale, se il sequestratore, il violentatore, l´assassino, il guidatore sciagurato, sia italiano o no, e a compiacersi che lo sia o pregare che non lo sia. È una questione morale, psicologica, civile, ed è per eccellenza una questione politica. Una questione banalmente culturale, anche. Perché a distanza di un paio di generazioni dall´avvento della questione migratoria forse bisognerebbe contare di più sulla capacità di tradurre affidabilmente dall´arabo la preghiera: “Allah mi protegga” o “Allah mi perdoni”.

La Repubblica 07.12.10