Latest Posts

Alitalia punta a tagliare 1.000 dipendenti di terra attraverso la cigs e gli esodi volontari

L’Alitalia punta a tagliare 1.000 unità del personale di terra entro giugno 2011. Lo hanno riferito i sindacati al termine di un incontro con l’azienda precisando che il taglio dovrebbe essere del 7-8% su un totale di poco più di 8.900 dipendenti pari a circa 700 persone che su base volontaria intendono andare in cassa integrazione straordinaria per sette anni. Altri 250 lavoratori verrebbero poi «esternalizzati», cioè passerebbero a società di gestione aeroportuale a cui Alitalia intende cedere le attività di handling, in particolare a Catania, Brindisi e Bari. Lo scalo più penalizzato sarebbe, ovvamiente, quello di Fiumicino. Obiettivo dell’Alitalia, secondo quanto hanno riferito i sindacati, è puntare al pareggio operativo concentrandosi sul core business.
La compagnia vorrebbe concludere l’intera operazione entro giugno 2011, sfruttando i primi tre mesi per raccogliere la disponibilità dei lavoratori alla cassa integrazione. Una operazione che, tecnicamente, avverrebbe in due tranches: la prima entro i prossimi tre mesi e la seconda nei tre successivi.
Il segretario nazionale della Fit Cisl, Claudio Genovesi, ha spiegato che sarà avviato «un confronto su un progetto di efficientamento e di intervento riorganizzativo che ha come finalità posizionare al meglio Alitalia nella alleanza e renderla competitiva sui mercati. Non vi sono pregiudiziali da ambo le parti – ha proseguito – su tempi, contenuti e modalità. È comune obiettivo la ricerca di condivisione di partecipazione e consenso finanche di ciascun lavoratore».
Per il segretario nazionale della Filt Cgil, Mauro Rossi, «preoccupa il dato del 7-8% anche perchè ricavato sotto un profilo meramente contabile e non da una prospettiva dell’azienda. Ora si deve aprire un confronto vero, non con l’orologio sul tavolo». Comunque la trattativa andrà avanti nei prossimi giorni»

Il Messaggero 07.12.10

******

“Alitalia punta a mille tagli entro metà 2011: settecento volontari e trecento esternalizzati”, di Lucio Cillis

Il piano dell´ad Rocco Sabelli per contenere i costi di Alitalia è stato ufficializzato ieri ai sindacati. Come anticipato da Repubblica nei giorni scorsi, l´azienda punta ad un taglio complessivo di circa 1000 posti di lavoro. Nella proposta, portata al primo incontro ufficiale di ieri ai sindacati, si parla di 3-400 esternalizzazioni negli scali di Puglia e Sardegna mentre a Roma si cercherà di ridurre i lavoratori di altre 700 unità.
Il progetto, illustrato ai sindacati, contiene diversi scenari possibili. Il primo parte dalla ricerca di 700 volontari – l´8 per cento degli 8.900 dipendenti di terra – da mettere entro giugno in cassa integrazione per sette anni nelle sedi di Roma. Se questo tetto non sarà raggiunto, la caccia al “volontario” potrebbe allargarsi al personale navigante o saranno proposti cambi di funzione. Ma non sarà certo una passeggiata trovare operai, impiegati e addetti alla manutenzione, pronti a lasciare il posto e ad affrontare il lungo passaggio della cassa integrazione, che in ogni caso garantisce circa l´80 per cento della retribuzione. Secondo i primi calcoli non ufficiali, ad oggi le persone pronte alla cig per sette anni sarebbero meno della metà di quanto preventivato da Alitalia. In ogni caso la cassa andrà a pesare sulla collettività, così come è avvenuto a cavallo del 2008 e del 2009, nel corso della privatizzazione della compagnia per alcune migliaia di lavoratori.
Praticamente decisa, invece, la cessione delle attività di carico e scarico bagagli giudicate come “non strategiche”. Questo passaggio coinvolgerà circa 300 lavoratori a Bari, Brindisi, Alghero, Cagliari. Secondo gli accordi i lavoratori di terra impegnati con le tute e le casacche col tricolore Alitalia negli scali cambieranno “maglia” e passeranno sotto le ali di aziende di handling private o dei gestori aeroportuali senza perdere il posto di lavoro.
I sindacati per il momento aspettano di vedere “le carte” al prossimo incontro fissato per il 13 dicembre. Anche se qualcuno, come il segretario nazionale della Uil Trasporti Marco Veneziani mette i primi paletti sulla via della trattativa: «Noi crediamo che gli esodi debbano essere solo volontari. Percorrere altre strade provocherebbe solo disagi insopportabili per i lavoratori». Preoccupata anche la reazione del segretario nazionale della Filt-Cgil Mauro Rossi che teme l´impostazione «meramente contabile della situazione, slegata da un profilo industriale». E il segretario nazionale della Fit-Cisl, Claudio Genovesi parla «dell´obiettivo comune, la ricerca di condivisione, partecipazione e consenso anche dei singoli lavoratori». Genovesi ha inoltre aggiunto che l´azione di riorganizzazione sarà «mitigata da soluzioni, come ad esempio il part time per gli assistenti di volo» che porterà a un incremento dell´occupazione.

La Repubblica 07.12.10

"Il Pil futuro dipenderà dalla scuola di oggi", di Giovanni Bardi

Il Pil di oggi lo produce la scuola degli anni ’70 e ’80. Quella di oggi, quale Pil produrrà fra venti o trentanni? Riformare i sistemi scolastici per affrontare veramente le sfide del terzo millennio è la priorità. Se n’è parlato a Parigi nel corso del meeting dei ministri dell’educazione organizzato dall’Ocse. Bisogna che la scuola, insieme agli altri sistemi, concorra alla formazione del capitale umano. Il che significa che dalla scuola di base e da quella superiore escano persone formate non solo alle conoscenze ma anche alle competenze e soprattutto alle competenze chiave per l’apprendimento permanente. L’Ocse fa propria la raccomandazione dell’Europa, ma le raccomandazioni non bastano. Adesso bisogna che la scuola cammini verso gli obiettivi fissati dalla raccomandazione 18 dicembre 2006 di parlamento e consiglio europei.

Mentre in altri paesi, soprattutto in Inghilterra, iniziano a chiedersi se veramente il Pil riesca a misurare il benessere delle nazioni, è un dato che l’educazione e l’istruzione influiscano sul Pil di una nazione. Diversi studi in questo senso, condotti anche per conto delle Nazioni Unite, dimostrano l’esistenza di una correlazione fra istruzione e produzione della ricchezza, al punto che oggi si parla di human development index. Il nuovo indice tra l’altro dimostra che più alto è il Pil, più significativa è questa correlazione (Sheesh e Tamin, 2008)

Le competenze che servono per mantenere alta questa relazione sono quelle che alimentano il capitale umano e che torneranno utili agli individui per collocarsi nel mondo, nella propria società e nel proprio posto di lavoro. Il nuovo curriculum in realtà non è poi così nuovo. Se ne parla almeno dall’inizio del millennio ed è stato raccomandato almeno due volte dal Parlamento e dal consiglio europei, una volta nel 2005, l’altra l’anno dopo. Il riferimento aveva addirittura ispirato il Dm 31 luglio 2007 al curriculum delle otto competenze chiave per l’apprendimento permanente, ma la sperimentazione delle indicazioni per il curricolo non sembra aver prodotto una svolta decisa verso il traguardo che adesso l’Ocse, con il meeting del 4 e 5 novembre scorsi, pone come condizione necessaria e sufficiente per garantire alle future generazioni un tenore di vita pari, almeno, al nostro. Se infatti esiste una relazione tra Pil e l’indice cognitivo nazionale, come la scienza dimostra, allora il Pprodotto interno lordo di oggi è il prodotto della scuola degli anni ’70 e ’80. Non è difficile immaginare gli scenari se si pensa a quali livelli di ricchezza andranno incontro i giovani, se la scuola di oggi è fanalino di coda in Europa e nel mondo in fatto di saperi strategici, come la lettura, scienze e matematica.

Da ItaliaOggi 07.12.10

"Per una barchetta tre giorni di sospensione", di Carlo Forte

Nel far west del nuovo codice disciplinare dopo la riforma brunetta
Fare una barchetta di carta in sala professori può costare 3 giorni di sospensione. Una scansione con lo scanner che non funziona bene, un giorno di sospensione. Un esame urgente in ospedale, comunicato in mattinata, un rimprovero scritto. E se ci si prende un giorno di permesso per fare dei lavori in casa, è bene farsi dare le generalità degli operai.

Perché se il preside le chiede e non lo sai, non ti paga e ti chiede pure i danni. Sembrano casi di fantasia, ma sono fatti realmente accaduti. Che sono l’effetto dell’inasprimento della disciplina delle sanzioni, introdotta dal decreto Brunetta (decreto legislativo 150/2009). Che ha cancellato i rimedi amministrativi per impugnare le sanzioni. E ha introdotto sanzioni draconiane per i dirigenti scolastici che, in presenza di illeciti, decidano di chiudere un occhio. Resta il fatto che, a fronte delle punizioni previste per chi chiude un occhio, ce ne sono anche altre per quelli che gli occhi li tengono aperti. Ma prendono fischi per fiaschi. Il decreto Brunetta, infatti, commina sanzioni disciplinari per i dirigenti che dovessero determinare con il loro comportamento condanne dell’amministrazione al pagamento dei danni. E in ogni caso, resta sempre sullo sfondo il rischio delle responsabilità penali. Per esempio, se la sanzione è applicata senza contraddittorio (omissione d’atti d’ufficio) oppure se è applicata in violazione di legge (abuso d’ufficio). E in mezzo a questo ingorgo giuridico – sanzionatorio, non sono rari i casi in cui la realtà supera l’immaginazione. È il caso di Adriana (il nome è di fantasia), che insegna in un istituto del Sud. La docente si reca a scuola. Entra in sala professori e le viene notificato un avviso: una fotocopia sulla quale c’è scritto che il dirigente invita i docenti a far scendere nell’atrio i ragazzi che il giorno prima hanno fatto sciopero. Agli altri colleghi vengono consegnate identiche fotocopie. Una per ciascuno. La docente lo legge attentamente. E siccome manca qualche minuto, si dedica all’innocuo passatempo di ripiegarlo. Le viene fuori una barchetta, quelle con cui giocano i bambini. Dopo di che va in classe, adempie rigorosamente a quello che le è stato ordinato e poi bussano alla porta: è un bidello che le chiede se la barchetta è sua. L’insegnante annuisce. Il bidello chiude la porta. Dopo qualche giorno riceve una contestazione d’addebito alla quale non risponde. Alla scadenza fissata arriva la sanzione: 3 giorni di sospensione con privazione della retribuzione. Sul caso c’è un’interrogazione parlamentare pendente dell’Italia dei valori. A Teresa (nome di fantasia) va meglio. È un’ assistente tecnico di informatica. Le viene chiesto di fare la scansione di un documento. Lo scanner è un pezzo da museo. L’assistente fa quello che le viene chiesto e consegna il documento in formato informatico. Al dirigente non piace. Risultato: un giorno di sospensione. Giorgio (nome di fantasia) se la cava con un rimprovero scritto. Soffre da anni di una grave patologia che necessita di esami periodici. Telefona a scuola la mattina stessa avvertendo che deve andare in ospedale per un prelievo i sangue. E chiede che l’assenza venga imputata a malattia. Tanto più che a scuola lo sanno tutti che è malato. lo sa anche il preside. Risultato: rimprovero scritto. Infine Laura (altro nome di fantasia). Chiede al preside un giorno di permesso perché finalmente gli operai le hanno comunicato che andranno a ripararle la linea telefonica. Il preside accorda il permesso, ma al ritorno le chiede il nome degli operai che sono andati a casa sua. Laura non lo sa. Risultato: decreto di assenza ingiustificata e ordine di risarcire la scuola dei soldi utilizzati per pagare la sua sostituzione. Laura paga

da ItaliaOggi 07.12.10

"La Tamoil se ne va da Cremona. A casa oltre mille lavoratori", di Giuseppe Vespo

Dalla provincia a Roma, dalle strade al web, dai lavoratori a rischio agli ecologisti e ai semplici cittadini: la chiusura della raffineria Tamoil di Cremona continua a far discutere. Del futuro dei trecento dipendenti del gruppo, mille con l’indotto, che dal 2011 potrebbero perdere il posto. La multinazionale libica ha deciso di trasformare entro il 2011la raffineria lombarda in un deposito. Una notizia balzata alle cronache nazionali con la manifestazione e lo sciopero di martedì, scorso che ha visto sfilare i dipendenti cremonesi di Tamoil per le vie di Milano e fino al Pirellone, sede della Regione. Dal capoluogo lombardo è partita anche una lettera inviata al presidente del consiglio Berlusconi, al quale si chiede un intervento presso l’amico leader libico Gheddafi. Ma la multinazionale fa sapere che la decisione di cessare l’attività dello stabilimento dipendende dalle perdite della raffineria, che si attesterebbero a 60milioni di euro all’anno. Colpa dei mancati investimenti, ribattono Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, che da tempo chiedono un piano industriale di rilancio e la riconversione degli impianti ad olio combustibile, un carburante sempre meno utilizzato a causa del passaggio al metano di quasi tutti gli impianti di riscaldamento. «Chiediamo il ritiro immediato di una decisione sbagliata – dice Gabriele Valeri, della Filctem-Cgil – Siamo anche sorpresi dal silenzio del neo ministro dello Sviluppo Economico. Che ci sia in mezzo una sorta di ragione di Stato?». Per i sindacati, l’abbandono di Cremona da parte di Tamoil sarebbe un colpo duro all’economia della zona, e non solo per i posti di lavoro persi: «Il 20 per cento del prodotto interno lordo della città dipende dalla raffineria – sostiene il segretario della Femca Cisl di Cremona Diego Volpi – e siamo preoccupati anche per i riflessi che questa chiusura potrebbe avere su altri settori». D’altra parte, però, non tutti nella città dei violini sperano che la raffineria resti attiva. Per anni da queste parti cittadini ed ecologisti si sono lamentati dell’inquinamento prodotto dallo stabilimento. Un problema di cui si è occupata anche la procura cremonese, che un anno fa ha sequestrato le cartelle cliniche dei lavoratori a seguito di alcune analisi in cui risultavano valori sballati nelle urine. Non sorprende dunque che accanto alla pagina di Facebook «No alla chiusura della raffineria Tamoil di Cremona» si trovi anche quella dal titolo «la Tamoil di Cremona va assolutamente chiusa». In entrambe adesso vengono pubblicati i commenti alla decisione dei libici. L’ultimo è quello di Matteo, un dipendente: «L’unica conseguenza della chiusura – scrive – sarà solo la perdita di 1000posti di lavoro fra raffineria e indotto, il comune perderà introiti annui milionari tra tasse varie con magari futuri tagli ulteriori sui servizi al cittadino». Mentre in un altro post Alfonso sostiene: «Se la Tamoil ha chiuso! La responsabilità è tutta della Tamoil, che prima ha inquinato sia il sottosuolo che l’aria, e quando doveva cominciare a mettere manoal portafoglio per rilanciare l’azienda per inquinare meno, ha deciso di andarsene».

L’Unità 07.12.10

"Valutazione docenti: Un progetto pensato male" di Antonio Valentino

Il senso del progetto sperimentale per la valutazione dei docenti è detto a chiare lettere fin dalle prime battute del documento ministeriale: individuare e premiare gli insegnanti che si distinguono in base a definiti elementi di giudizio. Ma vediamone sinteticamente i termini e i problemi che pone.
Gli elementi di giudizio individuati sono tre:
1. Curriculum vitae
2. Documento di autovalutazione
3. Risultati di indagini presso studenti e famiglie che utilizzeranno indicatori di apprezzamento.

Gli interrogativi senza risposta
Quali possano essere le voci del primo elemento è intuibile con un buon livello di approssimazione (voto di laurea, altre lauree, voto abilitazioni, master, incarichi scolastici formali ricoperti, corsi di aggiornamento frequentati nell’ultimo periodo, pubblicazioni…). Come apprezzare / quale peso dare alle singole voci è domanda a cui dovrebbe essere data risposta a livello nazionale.

Cosa possa essere il “Documento di autovalutazione”, a oggi non è dato sapere. Può essere una sorta di portfolio delle competenze nel quale il docente riporta, descrive e valuta le sue esperienze professionali? E, in ogni caso, in che senso è “elemento per il giudizio”? Cosa dovrà essere apprezzato in esso o attraverso di esso? E prima ancora, se di questo si tratta, quanti, tra i nostri insegnanti hanno praticato questa modalità autovalutativa? Perché, se non è competenza diffusa – e non credo che lo sia – allora, uno dei tre elementi (e non il meno rilevante) sarebbe fuori gioco. E con esso, l’intero meccanismo. O no?

Quanto al terzo elemento, penso che il riferimento obbligato sia alla pratica della “costumers’ satisfation”, cioè all’apprezzamento di famiglie e studenti, riferito alle performance del docente. Performance è parola chiave e ricorrente del progetto. Non se ne chiariscono i termini; ma anche qui, con una discreta approssimazione, possiamo pensare alla padronanza della disciplina, alla competenza relazionale, alla competenza didattica e valutativa, all’etica professionale. Non penso che un genitore o uno studente possa andare oltre queste voci. Probabilmente, altre voci, come la competenza progettuale o il contributo al funzionamento didattico e organizzativo della scuola potrebbero invece essere meglio apprezzate dal previsto Nucleo di valutazione, allorquando prende in considerazione il Documento di autovalutazione. Sempre nel caso che questo tenda a caratterizzarsi come portfolio delle competenze.

La questione del chi valuta
Qui il problema – e l’evidente debolezza – a me sembra riguardare il “chi valuta” . E non per le amenità sul ruolo del dirigente scolastico, riferite, anche su questo sito, da chi teme, per la sua presenza nel Nucleo, un ulteriore scivolamento di questa figura da “preside –sceriffo” a “preside-padrone”. La debolezza è nel fatto che alle nostre scuole mancano, in genere, le competenze valutative necessarie per gestire le operazioni richieste. Non difettano certo realtà per le quali questo discorso non vale. Ma quante sono? In quanti Istituti è stato sperimentato il portfolio delle competenze, se di questo si tratta? Certamente la snellezza e l’agilità dell’organismo valutatore sono requisiti essenziali. Però si sottovaluta la questione delle competenze di chi si assume un compito così importante e delicato.

Relativamente a “quanti” premiare e “in che misura”, le ipotesi del progetto sono, come si sa: per il primo punto, tra il 15 e il 20% dei docenti dell’Istituto (non si legge espressamente, ma lo si deduce con relativa facilità); per il secondo, una mensilità lorda.

La “soglia” e il “campione”: se questo è un progetto
Non ci sono invece risposte a domande pesanti come: si tratta di premio annuale o la sua validità copre più annualità? E, se sì, quante? O si tratta di un premio “per sempre”? Ma pone interrogativi soprattutto la soglia individuata. E se i docenti premiabili, sulla base delle evidenze emerse, sono il 25%, che si fa?
Non si vuole qui negare, in genere, la necessità di definire tetti. Ma, nel caso del riconoscimento del merito, può essere considerato valido il criterio adottato? Non sarebbe forse più opportuno prendere in considerazione – anche in ragione della spinta motivazionale – un meccanismo che privilegi invece i termini precisi del “profilo” docente che si intende premiare? E assuma questi come “oggetti valutativi”?
Infine, non mi sembra granché credibile una sperimentazione su un campione così irrilevante. Se si vuole validare uno strumento così importante, per i significati che si intende ad esso dare, penso sia operazione poco sensata assumere come campione un numero così esiguo di scuole (20 scuole di Torino e di Napoli, individuate per sorteggio tra quelle aderenti) e quindi di insegnanti.

Come si può notare gli interrogativi di merito, come si suol dire, sono tanti e di non poco peso. Ed è questa debolezza complessiva che giustifica il giudizio di quanti parlano di improvvisazione e pressappochismo. Oltre che di strumentalità e di natura propagandistica dell’operazione. Il cui obiettivo primario sarebbe – e come dar loro torto? – portare in secondo piano la sconsideratezza della politica indiscrimanta dei tagli alla scuola e alla ricerca.

La valutazione delle scuole: gli interrogativi crescono
Questo giudizio vale anche per il progetto sperimentale sulla valutazione delle scuole, che presenta analoghi elementi debolezza, almeno per quanto riguarda
• l’esiguità del numero delle scuole che verranno coinvolte nella sperimentazione (le scuole medie delle province di Pisa e Siracusa) e quindi la scarsa affidabilità dell’operazione;
• la criticità di un modello che affida la sua premialità non alla vicinanza o meno a performance assunte a obiettivi degni di attenzione, ma alla mera collocazione “nella fasca alta della graduatoria” (massimo il 25% del totale delle scuole che aderiscono), anche prescindendo dal valore dei risultati conseguiti.

Consideriamo – sempre schematicamente per averne una visione d’insieme – gli altri aspetti del modello proposto. Gli elementi per il giudizio:
• Il “valore aggiunto” registrato nei livelli di apprendimento nel corso del triennio (prove Invalsi).
• Il contesto socio-economico e strutturale (domanda: come pesa?).
• Il giudizio sulla base di osservazione esterna (altra domanda: in base a quali parametri specifici).

Chi valuta: le scuole da premiare vengono individuate, sulla base degli indicatori scelti (i tre precedenti elementi per il giudizio), da una Commissione tecnica regionale che formula una graduatoria delle scuole.
A chi vanno i 70 mila euro: al 25% delle scuole che si collocheranno nella fascia più alta della graduatoria. Queste le destineranno agli insegnanti impegnati durante il periodo di sperimentazione (altro interrogativo: con quali criteri e modalità?).
Anche su questo secondo progetto, come può facilmente dimostrare una lettura un po’ attenta, pesano elementi di indeterminatezza che si aggiungono alle criticità prima richiamate. Probabilmente però il quadro è meno problematico rispetto a quello del primo progetto.

Conclusivamente
Conclusivamente, una precisazione per fugare eventuali dubbi rispetto ai ragionamenti qui svolti. Sono tra quelli che ritiene giusta e doverosa la valutazione del personale della scuola: per premiare il merito (l’impegno sulla crescita professionale e l’innovazione, l’orientamento al risultato, la disponibilità al miglioramento del funzionamento complessivo della scuola) e per richiamare a responsabilità precise chi non dimostra competenze adeguate e non è – e non vuole – essere all’altezza del proprio compito.
Anzi, ritengo che questa sia una questione, contestualmente a quella della carriera, urgente e importantissima.
Ma non si può partire col piede sbagliato e per giunta riempiendosi la bocca di parole importanti come “autovalutazione”, “riconoscimento del merito”, “misurazione delle performance” , “miglioramento dell’attività didattica”, che poco hanno a che fare con queste sperimentazioni.
Ben vengano – e rapidamente –sperimentazioni al riguardo, perché di sperimentazioni c’è bisogno. E di un coinvolgimento, nel merito, delle associazioni professionali, degli esperti e delle organizzazioni sindacali. Ma, per favore, meno fumo negli occhi e più sensatezza e solidità progettuale.

da Scuola Oggi 07.12.10

"Questa povera scuola", di Ilvo Diamanti

Un disagio profondo e generalizzato. Che va ben oltre i contenuti della riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo. Ecco cosa c´è al fondo della protesta degli studenti.
Il rinvio del voto al Senato, in attesa della fiducia (o della sfiducia) al governo, il prossimo 14 dicembre, non ha fermato la protesta contro la riforma dell´Università, firmata dal ministro Gelmini. In molte città, le occupazioni continuano. Nelle sedi universitarie ma anche nei licei e negli istituti superiori. Non intendiamo entrare nel merito della riforma, ma valutare il sentimento verso le politiche del governo, sull´università e sulla scuola. Parallelamente, ci interessa l´atteggiamento della popolazione nei confronti delle manifestazioni e delle polemiche che, da settimane, agitano il mondo studentesco. A questi argomenti è dedicato il sondaggio dell´Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi.
I dati suggeriscono che, al fondo della protesta, vi sia un disagio profondo e generalizzato. Che va oltre, ben oltre i contenuti e i provvedimenti previsti dalla riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico nell´insieme, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo.
Circa il 60% del campione, infatti, ritiene che negli ultimi dieci anni l´università italiana sia peggiorata. Lo stesso giudizio viene espresso dal 70% (circa) riguardo alla “scuola” nel suo complesso. In entrambi i casi, meno del 20% della popolazione sostiene il contrario. Che, cioè, scuola e università negli anni 2000 sarebbero migliorate. Metà degli italiani, peraltro, ritiene che la riforma delineata dal ministro Gelmini peggiorerà ulteriormente la situazione, un terzo che la riqualificherà.
Naturalmente, i mali del sistema scolastico hanno radici profonde e una storia molto lunga. Quanto all´università, è appena il caso di rammentare che, dalla riforma avviata dal ministro Berlinguer, alla fine degli anni Novanta (quindi da un governo di centrosinistra), è stata sottoposta a un processo di mutamento continuo e non sempre coerente. Che ha prodotto una moltiplicazione dei corsi di laurea e delle sedi assolutamente incontrollata. È da allora che gli studenti – e, in diversa misura, anche gli insegnanti – hanno cominciato a mobilitarsi. Oggi, però, il disagio ha superato il limite di guardia. E la protesta si è riprodotta per contagio, un po´ dovunque. Per ragioni che vanno oltre la riforma stessa, lo ripetiamo. Perché è diffusa e prevalente l´impressione che l´università e la scuola, nell´insieme, ma soprattutto quella pubblica, abbiano imboccato un declino senza fine e senza ritorno.
La fiducia nella scuola, negli ultimi dieci anni per questo, più che calata, è crollata: dal 69% al 53%. Sedici punti percentuali in meno. Un quarto dei consensi bruciato in un decennio. Per diverse cause e responsabilità, secondo i dati dell´Osservatorio Demos-Coop. Due su tutte: la mancanza di fondi e di investimenti (32%), lo scarso collegamento con il mondo del lavoro (22%).
In altri termini: la scuola e l´università non attirano risorse e non promuovono opportunità professionali. Anche i “baroni”, secondo gli italiani, hanno le loro colpe. Ma in misura sicuramente più limitata (9%) rispetto a quanto vorrebbe la retorica del governo e del ministro. Peraltro, le responsabilità dei “baroni” appaiono ulteriormente ridotte, nel giudizio degli studenti e di coloro che hanno, in famiglia, uno o più studenti. Il che (lo dice un “barone”, personalmente, senza quarti di nobiltà e con pochi poteri) appare fin troppo generoso.
Perché le colpe del corpo docente, all´Università, sono molte. Una fra tutte: non aver esercitato un controllo di qualità nel reclutamento. E nella valutazione dell´attività scientifica e didattica. Anzitutto della propria categoria. (Anche per queste ragioni, forse, oggi appaiono perlopiù silenziosi, di fronte alla riforma).
Ma ridurre il problema dell´Università – e della scuola – alla stigmatizzazione dei professori, oltre a essere ingeneroso verso coloro – e sono molti – che hanno continuato a operare con serietà e, spesso, con passione, risulta semplicistico e deviante. Basti considerare, semplicemente, le risorse pubbliche destinate all´Università e alla ricerca. Le più basse in Europa. Basti considerare che, a questo momento, mentre sta finendo il 2010, il governo non ha ancora stabilito (non si dice erogato) il finanziamento (FFO) alle Università del 2010. Non è un errore di battitura. Si tratta proprio dell´anno in corso, o meglio, tra poco: dell´anno scorso. Difficile, in queste condizioni, discutere seriamente della riforma universitaria.
A non crederci, per primi, sono gli italiani. Anche così si spiega il largo sostegno alla protesta contro la riforma Gelmini – maggioritario, nella popolazione. Espresso dal 55% degli italiani, ma dal 63%, tra coloro che hanno studenti in famiglia. E dal 69% fra gli studenti stessi. Il consenso alla protesta studentesca diventa, non a caso, quasi unanime in riferimento alla carenza di fondi alla ricerca (81%). Mentre è più circoscritto (per quanto maggioritario: 53%) riguardo alle occupazioni. È significativa, a questo proposito, la minore adesione che si osserva fra gli studenti universitari stessi. Attori della protesta, ne sono anche penalizzati. Vista la difficoltà di svolgere l´attività didattica e quindi di “studiare”.
La riforma Gelmini, per queste ragioni, più che l´unico motivo della protesta giovanile, appare la miccia che ha acceso e fatto esplodere un risentimento profondo, che cova da tempo. Nelle famiglie, tra gli studenti, tra coloro che lavorano nella scuola e nell´università (in primo luogo, fra i ricercatori, categoria a esaurimento, secondo la riforma). “Risentimento” e non solo “sentimento”, perché scuola e Università sono un crocevia essenziale per la vita delle persone. A cui le famiglie affidano la formazione e la “custodia” dei figli. Dove i giovani passano una parte della loro biografia sempre più lunga. Dove coltivano amicizie e relazioni. La scuola e l´università: che dovrebbero prefigurare il futuro professionale dei giovani. Non sono più in grado di svolgere questi compiti. Da tempo. E sempre meno. Abbandonate a se stesse. In particolare quelle pubbliche. Anche se solo una piccola quota di italiani vorrebbe privatizzarle maggiormente. (Come emerge dal XIII Rapporto su “Gli Italiani e lo Stato”, di Demos-la Repubblica, sul prossimo numero del Venerdì). C´è questo ri-sentimento alla base della protesta e del dissenso profondo verso le politiche del governo nei confronti della scuola e dell´università.
Da ultimo: la riforma Gelmini. Non è un caso che i più reattivi non siano gli universitari, ma i liceali. Gli studenti che hanno meno di vent´anni e frequentano le superiori. Si sentono senza futuro. Una generazione sospesa. Precaria di professione. Professionisti della precarietà. Tanto più se nella scuola, nell´Università e nella ricerca si investe sempre meno. Questi studenti (secondo una recente ricerca dell´Istituto Cattaneo e della Fondazione Gramsci dell´Emilia Romagna) oggi appaiono spostati più a destra rispetto ai giovani degli anni Settanta. E, quindi, ai loro genitori. Ma, sicuramente, sono molto più incazzati di loro. A mio personale avviso, non senza qualche ragionevole ragione.

La Repubblica 06.12.10

******

“Pochi fondi e precariato le ragioni della protesta”, di Luigi Ceccarini

Il 66% degli universitari e il 75% dei liceali approva le manifestazioni. Negli atenei solo una minoranza (il 3%) sottolinea la scarsa qualità dei docenti. La scuola, l´Università e la riforma Gelmini sono oggi temi al centro dell´attenzione (e della preoccupazione) degli studenti. Sono loro che hanno vissuto e subito le politiche di riforma dell´istruzione degli ultimi anni. Quando guardano al decennio passato – e ai continui interventi sui corsi di laurea nelle università o, nella scuola primaria, sul tempo pieno, sui maestri unici o prevalenti, sull´insegnamento della geografia e sui grembiuli – vedono un sostanziale peggioramento del sistema. E se guardano al futuro non ritengono che la situazione sarà migliore. Sono particolarmente arrabbiati e per questo si sono mobilitati, anche con occupazioni di grande impatto mediatico: sui tetti delle facoltà e sui monumenti nazionali di mezza Italia. Gli studenti e le famiglie con studenti, che vivono quotidianamente l´esperienza dell´istruzione pubblica, sono i più critici.
È quanto emerge dall´ultima indagine Demos-Coop, che si è concentrata sul tema proprio nei giorni in cui la riforma è in corso di approvazione in Parlamento. Il primo problema degli atenei, secondo gli studenti universitari, è il collegamento con il mondo del lavoro (38%, +16 punti percentuali rispetto alla media). Aspetto non da poco quando la precarietà e l´incertezza fanno da sfondo al presente e da prospettiva al futuro. La scarsa qualità dei docenti viene sottolineata solo da una minoranza degli universitari (3%). Anche se quasi nove su dieci ritengono che i professori andrebbero valutati e i migliori premiati. L´indagine fa osservare che il 66% degli universitari e il 75% dei liceali si ritiene d´accordo con la protesta, ben più di quanto si registra tra gli italiani (55%). Le occupazioni piacciono di più ai liceali (74%) e meno agli universitari (46%). La protesta invece per la mancanza di fondi destinati alla ricerca è ampiamente condivisa: 90% degli universitari, 84% dei liceali e 81% dei cittadini. I liceali, nell´85% dei casi, ritengono che la scuola sia peggiorata nell´ultimo decennio, ben più di quanto si registra tra gli universitari (60%) o nella popolazione (69%). Sono più critici verso la scuola, anche perché la conoscono, visto che la stanno attualmente frequentando. Per quanto riguarda l´università si osserva un comune sentire tra studenti e cittadini. In sei casi su dieci ritengono che l´accademia negli ultimi dieci anni abbia vissuto una fase di declino. Tuttavia, anche la riforma, agli occhi degli studenti e delle loro famiglie, non porterà a miglioramenti nel sistema dell´istruzione. Infatti, il 70% dei liceali ritiene che la scuola peggiorerà. Il 73% degli universitari lo pensa per gli atenei. Anche il 60% dei genitori degli studenti la vede in questo modo, sia per la scuola che per l´università.

La Repubblica 06.12.10