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A Grosseto i più contenti, Milano e Londra le più desiderate

Anche quest’anno la graduatoria delle province italiane più felici evidenzia una tendenziale omogeneità, accompagnata da casi interessanti e inattesi. Nella rilevazione del 2009 il dato particolare fu la conquista del primo posto da parte di Cagliari, seguita da alcune lombarde: Pavia, Milano, Bergamo e Lodi. Quest’anno l’indagine ci riporta sulla penisola, assegnando la posizione di vertice a un’altra porzione di territorio bagnata dal mare, Grosseto.
Restando nella parte alta della classifica, la folta presenza lombarda del 2009 perde consistenza in favore di una composizione accomunata dall’ubicazione alpina e prealpina: sono infatti le province di Aosta e Lecco a occupare il podio, seguite da Trento, Pordenone e Como. Il vessillo del centro-sud è sostenuto quest’anno da Sassari, Pistoia ed Enna (rispettivamente settima, ottava e nona).
Le meridionali meglio piazzate nel 2009 (appunto Cagliari e la quarta classificata Lecce) precipitano rispettivamente al 55° e al 32° posto: il passo indietro compiuto dal Mezzogiorno, però, è solo apparente, soprattutto se valutato entro un intervallo temporale più esteso. Nel 2008, infatti, bisognava scorrere 18 posizioni per trovare, dopo L’Aquila, la seconda presenza del sud (allora Reggio Calabria), mentre quest’anno otto delle prime venti province in graduatoria sono del sud: oltre a Sassari ed Enna si evidenziano, nell’ordine, Salerno, Crotone, Isernia, Catanzaro, Olbia Tempio e Pescara.
Arretrano tutte, invece le principali province italiane: Milano (11ª), ma soprattutto Roma e Napoli (dopo il 70° posto). In leggera controtendenza Torino e Firenze. In coda un gruppo variegato composto da realtà socioeconomiche distanti, come Palermo, Novara, Verona, Piacenza e Chieti, ultima.
I grandi poli urbani del paese conservano tuttavia una forte capacità attrattiva. Se si passa alla graduatoria delle 10 province ideali, sul podio si trova Milano (era terza nel 2009), seguita da Firenze e da Roma (ex “oro”). La continuità con la passata rilevazione è evidenziata anche dalla folta rappresentanza della Toscana e dell’Emilia Romagna, presenti con Bologna, Siena, Parma e Arezzo.
Stabilità anche nella lista delle mete straniere più ambite: a far sognare gli italiani come città ideale è sempre Londra, che stacca il resto del gruppo con un margine di ben 12 punti. Seconda Parigi, seguita da New York. La classifica mette anche in risalto la preminenza quantitativa delle città del vecchio continente su quelle del resto del mondo e il calo di appeal della Spagna, rappresentata quest’anno da sole due città (Madrid e Barcellona). Al di là dell’Atlantico, infine, si danno il cambio le due località simbolo della California: San Francisco strappa il titolo a Los Angeles come posto più ambito.
Direttore IPR Marketing
Indagine sulle città ideali
Argentario, Castiglione della Pescaia, Giglio: sono alcune delle località marine della provincia di Grosseto che svetta nella classifica di IPR Marketing sul grado di felicità: oltre un residente su cinque si dichiara soddisfatto
Milano scalza Roma nella classifica 2010 sulla provincia in cui si vorrebbe andare a vivere: l’ha indicata il 12,4% degli intervistati.
Punti di forza, le opportunità lavorative superiori che in altre aree, ma anche quelle per il tempo libero
La capitale inglese si conferma nell’immaginario collettivo come la destinazione straniera più desiderata. Nel sondaggio IPR Marketing l’ha scelta quasi un intervistato su tre, mettendola davanti a Parigi, New York e Berlino

Il Sole 24 Ore 06.12.10

"2010, l’anno nero del lavoro" di Bianca di Giovanni

È una fotografia che il governo non vuole mostrare, ma che gli italiani hanno stampata nella carne e nel sangue. Le crisi aperte in Italia durante la crisi (attualmente si contano 170 tavoli) coinvolgono 216mila dipendenti. Di questi almeno un quarto (53mila) sono a rischio. Vuol dire che a fine crisi resteranno a casa. Numeri secchi che disegnano un dramma. Ad elaborarli per il Pd sono stati Cesare Damiano e Matteo Colaninno.
Un lavoro a due teste, per analizzare dal punto di vista dei lavoratori (Damiano ha un passato di sindacalista in Cgil, oltre all’eperienza al ministero di Via Veneto) e degli imprenditori (Colaninno ha calcato per un ventennio i corridoi di Confindustria, e oggi è alla Piaggio). I dati sono pesantissimi. Nel 2010 si arriverà a un totale di oltre un miliardo e 200milioni di ore di cassa integrazione, con un aumento del 44% rispetto all’anno scorso.
In particolare sono aumentate più di due volte e mezzo le cig, e di quattro volte le casse in deroga. Per il mondo produttivo, è come se 700mila persone fossero rimaste a casa. Un
Paese «a mezzo servizio». Molte di queste crisi sono rimaste lontane dai riflettori, dimenticate o cancellate dal dibattito pubblico. In quasi tutte, è il caso ad esempio della Cnh di Imola
dove si è fatto lo sciopero della fame, si sono registrate proteste disperate e disperanti. Sui tetti, sotto le tende, sulle gru. Ma la cortina fumogena non si è diradata. L’Italia continua a riflettersi nell’illusione del Belpaese, o nell’odio degli stranieri che al contrario di noi vedono, capiscono e magari anticipano i problemi.

L’Unità 06.12.10

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“Il peggio non è finito. La ripresa è debole e non crea occupazione”, intervista a Cesare Damiano

Questi numeri sono la risposta a chi dice che la crisi è alle spalle ». Cesare Damiano commenta gli ultimi dati sul sistema produttivo confermando un allarme: il peggio non è passato. Il bilancio di quest’anno sarà peggiore del 2009.
Eppure qualche segnale di ripresa
c’è. «Ci sono segnali, ma a macchia di leopardo, con tendenze molto negative nell’auto, nel navalmeccanica, nella siderurgia. Anche se vi fosse la ripresa, sarebbe senza occupazione. I numeri che abbiamo davanti ci dicono che sulle 200mila persone coinvolte negli stati di crisi, 50mila non rientreranno al lavoro. Per loro quando finirà il
“narcotico” della cig, ci sarà il deserto ».
I dati mostrano che il70%dei lavoratori dei servizi in stato di crisi sono a rischio disoccupazione.
«Questo significa che il vecchio
adagio del calo occupazionale nell’industria compensato dall’aumento di posti nei servizi è obsoleto, non funziona più. Proprio nei servizi assistiamo a processi di ristrutturazione rilevanti. Se a questo aggiungiamo il fatto che la pubblica amministrazione viene colpita dalla politica (si pensi a Brunetta che sforna le cifre dei tagli), il quadro diventa drammatico.
A parte i tagli, in Italia ci sono 70mila vincitori di concorso che non entreranno nei posti che si sono guadagnati con lo studio. Anche loro restano a casa».
Quanto pesa la Fiat in tutto questo?
«La Fiat, per quanto meno che in passato, è un incidente rilevante. Si sta parlando di investimenti pari a 20 miliardi: quanto tre finanziarie. Incidente anche sotto il profilo sindacale. Se alla fine il contratto sarà frantumato, la domanda è: quanti la seguiranno. A quel punto saremo arrivati alla giungla. Non è questa la risposta da dare in un momento di crisi. Io penso che si possa innovare, restando all’interno del contratto collettivo nazionale, con un’intesa sull’auto riguardo ai turni, le mense e gli straordinari ». Quella di Marchionne è una mossa politica?
«Fiat pensa che per vincere le sfide
della competizione globale si debba
uscire dal quadro dei diritti. Io dico
che la retribuzione dei lavoratori metalmeccanici deve essere uguale in
qualsiasi stabilimento. Nulla vieta
di inserire nel contratto un’intesa
specifica sull’auto».
Qual ‘è la via d’uscita da questo tunnel?
«Per uscire dalla crisi bisogna cambiare la politica economica. A differenza di altri, il governo italiano non interviene a sostegno di settori fondamentali.
Anch’io dico che bisogna guardare ai saldi di finanza pubblica. Ma i saldi hanno un segno più e uno meno. Basta prendere risorse da
chi ha di più (noi proponiamo un prelievo sulle rendite analogo a quello
europeo), e destinarle a nuovi investimenti.
Invece il governo latita. Anche nel caso Fiat il vero assente è l’esecutivo. Nonostante questi numeri, il governo continua a negare le dimensioni della crisi».

L’Unità 06.12.10

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«Paghiamo l’assenza della politica», intervisti a Matteo COlannino

Onorevole Colaninno vi aspettavate una crisi così forte?
«Sicuramente tutti sono consapevoli del fatto che stiamo vivendo una perdita di peso produttivo, con conseguenze pesanti sulle imprese. Tutto questo senza che sia stata messa in campo una vera politica industriale e di crescita. Sta qui l’anomalia italiana. È vero che i fattori di crisi sono molti, a partire dalla crisi finanziaria a livello globale.
Ma è anche vero che l’Italia è l’unico Paese in cui il governo è assente: non mette in campo strumenti di
contrasto, né misure che aiutino il sistema a riposizionarsi. Al contrario di noi, la Germania è riuscita a raggiungere un livello di crescita mai visto dai tempi della riunificazione. I tedeschi hanno sconfitto la crisi, perché hanno continuato ad investire». Magari gli imprenditori tedeschi sono diversi dai nostri.
«Fin da quando ero in Confindustria avevo evidenziato la necessità degli imprenditori di fare anche autocritica. Sicuramente siamo arrivati tardi di fronte ai profondi cambiamenti che si stavano preparando a livello globale, e oggi paghiamo questa mancanza di tempestività. Ma non basta questo a spiegare il crollo italiano. La verità è che i presupposti del centrodestra sono stati sbagliati. Mentre Prodi aveva compreso che il risanamento doveva essere coniugato con
misure per il rilancio (cito solo il cuneo fiscale e il piano Industria 2015), con il governo Berlusconi è mancatala consapevolezza sulla politica economica. Si è ripetuto il solito ritornello: ci si è fermati al piccolo è bello, lasciando però sole le piccole imprese, seminando l’illusione del protezionismo. Il governo non ha aiutato le imprese a crescere, e oggi quello che era il motore del Paese, il Nord-Est, conta un tasso di fallibilità aumentato del 50%. L’impostazione fondata sull’autocompiacimento
è stata sbagliata». Il Nord-Est ha creduto a questa illusione.
«Molti imprenditori si sono identificati in Berlusconi, vedendolo come uno di loro. C’è da chiedersi se oggi quella delega vale ancora: la fotografia della crisi è stata scattata la settimana scorsa, quando i costruttorisono andati in piazza assieme ai lavoratori. Io c’ero, e ho percepito una nuova consapevolezza anche nelle imprese: il consuntivo politico di Berlusconi è insufficiente.
Anche i ceti produttivi cominciano a comprendere che quel “miracolo” è una bolla di sapone».
Come si esce dalla crisi? «L’impresa italiana deve crescere, deve darsi una struttura organizzativa e finanziaria più solida, deve aggredire nuove posizioni di mercato. Che non vuol dire delocalizzare, ma internazionalizzarsi. Si può restare ancorati all’Italia, e contemporaneamente cercare altre condizioni produttive, non per tagliare i costi, ma per avere nuovi clienti». Un commento sul caso Fiat?
«La vicenda è preoccupante. Ho già detto che Marchionne ha usato anche toni inaccettabili. Ma la vera domanda è: cosa vuol fare l’Italia della sua industria dell’auto. Anche in questo caso, a mancare è stata la politica».

L’Unità 06.12.10

"Medici, 45mila in pensione ma non saranno rimpiazzati", di Michele Bocci

Esodo fino al 2015. I sindacati: specializzandi subito in ruolo. L´esodo è iniziato e sarà molto difficile fermarlo. I medici vanno via dagli ospedali italiani e in buona parte non vengono sostituiti. Dal 2010 in avanti, ogni anno ne verranno pensionati in media oltre il doppio di quelli che saranno assunti. Perché il numero di chi entra torni ad essere identico a quello di chi esce bisogna aspettare tantissimo, addirittura fino al 2028. A lanciare l´allarme è il sindacato Anaao che, in una ricerca presentata di recente, riporta dati inequivocabili: già quest´anno potrebbero smettere di lavorare 14mila dottori dei 120mila dipendenti del servizio sanitario. E dal 2011 al 2015 se ne andranno altri 30mila. In sei anni più di un terzo della forza lavoro sparirà. Il tutto mentre dalle facoltà di Medicina vengono sfornati solo 5mila specialisti all´anno, di cui appena 3.500 scelgono di lavorare negli ospedali pubblici. Anche il Ministero ha fatto una previsione a tinte fosche: nel 2018 al nostro sistema sanitario mancheranno 22mila camici bianchi.
Come se ne esce? Secondo il segretario nazionale dell´Anaao, Costantino Troise, bisogna assumere i medici laureati prima che concludano la specializzazione nei reparti universitari (lunga 5-6 anni): «Dobbiamo inserire questi colleghi nel sistema sanitario e qui fargli concludere la formazione. In questo modo gli organici saranno rinforzati. L´Università non farebbe i salti di gioia, perché gli specializzandi sono forza lavoro a basso costo che svolge un gran volume di prestazioni, ma è l´unico modo per contrastare l´esodo. E poi le facoltà devono far entrare più persone». Solo un candidato su 7, oggi, passa il test per iscriversi a Medicina.
A provocare l´aumento esponenziale dei pensionamenti sono più fattori. Nuove norme permettono ai dottori ospedalieri di andare in pensione con 40 anni di contributi anche se hanno meno di 65 anni. Un tempo il riscatto degli anni di laurea era molto vantaggioso e in tanti raggiungono il massimo dei contributi a 60 anni. Inoltre, segnalano i membri del sindacato che hanno fatto la ricerca, Carlo Palermo e Enrico Reginato, le condizioni previdenziali stanno peggiorando. Molti decideranno di smettere di lavorare, del resto dal 2005 in poi la media dell´età di chi è andato in pensione è stata di 61-62 anni. Ma si trattava di circa 2.500 dottori all´anno, non di 7mila.
Proprio nel 2010 la curva pensionistica, basata sull´anno di nascita dei dottori e sulla loro anzianità, inizia a salire in modo esponenziale, la maggior parte dei medici in servizio sono nati infatti tra il 1950 e il 1959. «È evidente – suggeriscono Palermo e Reginato – che un medico costretto dalle attuali condizioni lavorative a fare turni di guardia ed una mole elevata di straordinario, in condizioni di alto rischio professionale, all´età di 61-62 anni decida di ritirarsi in pensione».
A fronte delle uscite, ci sono i problemi economici della sanità italiana, con certe Regioni che hanno bloccato il turnover per i piani di rientro e le altre che comunque non vivono condizioni di bilancio floride. In molti affrontano le difficoltà di organico cambiando l´organizzazione. Toscana ed Emilia, ad esempio, hanno varato progetti per aumentare la responsabilità degli infermieri del 118 e di quelli degli ospedali, che si occupano dei cosiddetti codici bianchi, cioè meno gravi, proprio per lasciare ai dottori il tempo di dedicarsi ai casi più importanti. Un´idea contrastata da alcuni Ordini dei medici (Bologna, Milano) con tanto di esposti in procura.

La Repubblica 06.12.10

"Governi europei troppo buoni con i banchieri", di Stefano Lepri

Reggerà l’area euro senza un soccorso anche per il Portogallo? Reggerà senza annunciare un aumento del Fondo di stabilità finanziaria, sul quale ci si confronta in queste ore, la Germania contraria? Da oggi – nei giorni che in Italia ci separano dalla votazione di fiducia sul governo – si verificherà se bastano a placare i mercati le parziali soluzioni adottate dalle autorità europee. Il sollievo di giovedì e venerdì scorsi è dovuto a una nuova espansione del ruolo della Banca centrale europea; ma la Bce non è in grado di tenere in piedi tutto da sola.

Siamo sempre sul filo del minimo necessario per impedire che la situazione degeneri. Inutile deprecare la corta veduta dei politici, o la mancanza di solidarietà fra i popoli del continente. In concreto, le difficoltà di oggi discendono dall’incapacità dei governi nazionali di affrontare alcuni problemi nazionali. Sono state cattive politiche interne, intraprese per sudditanza a gruppi di potere, o nel timore di toccare radicati interessi elettorali, a produrre disastri di portata sovrannazionale.

Se oggi si parla di possibile bancarotta di alcuni Stati europei, una delle principali ragioni per cui ci si è arrivati è la mancanza di coraggio verso le banche. Si sono adottate soluzioni talvolta velleitarie, talvolta minimali (l’Italia per fortuna ha problemi diversi); chi poteva, addirittura, ha fatto finta di nulla.

Se l’attuale governo irlandese avesse lasciato fallire a suo tempo alcune grandi aziende di credito, non avrebbe addossato al Paese intero un debito insostenibile. Ma se l’avesse fatto, altri governi non avrebbero potuto spazzare sotto il tappeto la polvere, e far finta che nelle banche di casa loro tutto era a posto o quasi. Negli Usa per aver nella sostanza salvato il potere di Wall Street Barack Obama ha perso voti sia a destra sia a sinistra, ma almeno il sistema riparte. Nell’area dell’euro i governi si sono illusi di poter risolvere la questione ciascuno per conto proprio. Angela Merkel ha poi fatto detonare la crisi irlandese proclamando a proposito degli Stati quel principio banale – chi presta soldi agli spendaccioni perderà qualcosa – che il primo ministro di Dublino Brian Cowen aveva escluso di far valere a proposito delle banche. La Spagna sarebbe stata risparmiata dal contagio se per tempo avesse fatto più luce sulle sue banche.

L’interdipendenza che l’area euro ha creato non deve essere nascosta. Venivano innanzitutto dalla Germania i soldi che hanno incautamente finanziato in Irlanda e in Spagna la costruzione di case rimaste senza acquirenti, o che hanno permesso ai governi greci e portoghesi di concedere ai loro elettori benefici insostenibili. Dal 1995 al 2008 tre quarti dei risparmi tedeschi sono stati investiti all’estero: vuol dire che in Germania c’erano troppo scarse opportunità di investimento, o troppi soldi. Ora il Modell Deutschland torna a girare a pieno ritmo, ma qualche problema ci sarà pure se da mesi la coalizione di governo è data straperdente nei sondaggi.

I peccati di malgoverno della finanza pubblica per cui ora i mercati puniscono la Grecia sono simili a quelli dell’Italia negli Anni 80; i peccati del Portogallo lo sono assai meno. Nel nostro caso a pagare il conto fummo solo noi. Oggi le conseguenze per il Paese che commette gli errori sono molto più pesanti; si aggiunge il possibile contagio agli altri. In qualche Paese demagoghi nazionalisti potrebbero vincere elezioni promettendo di tornare indietro, alla libertà di sbagliare indisturbati; ma l’elenco delle cose da disfare è talmente lungo che sarebbe riposto nel cassetto all’indomani del voto. Mentre le riforme a cui i Paesi deboli sono costretti forse renderanno la loro politica migliore domani. Non è per nulla facile andare avanti; tuttavia alle spalle la strada è bloccata.

La Stampa 06.12.10

"Silvio e il falò delle vanità", di Filippo Ceccarelli

Polvere di stelle, ma un po´ anche polvere di stalle, dopo le rivelazioni di WikiLeaks che del presidente Berlusconi hanno appena cominciato a mettere in evidenza l´inadeguatezza politica, la vanità personale, lo stile di vita borderline, le condizioni di salute preoccupanti e più in generale l´impressione che egli non continuerà a guidare ancora per molto una nazione come l´Italia.
Ciò nonostante, o forse proprio per questo, il Cavaliere ha ieri trovato il modo di proclamare ancora una volta ciò che lui pensa di se stesso: «Io sono stato la star degli ultimi due summit internazionali. Tutti venivano a farsi le foto con me – ha aggiunto – non solo per la mia esperienza, ma anche perché tutti mi conoscono come un tycoon e non come un politico». Sottinteso, come tutti gli altri «maneggioni» che mai potrebbero rappresentare l´Italia come faccio io, io, io, io e via dicendo secondo i moduli della più scontata e pervicace egolatria.
Ora, solo la faccenda delle foto è teneramente inedita, nella sua ingenuità quasi infantile, e forse è perfino accaduto così perché i capi di stato si comportano da bambinoni. Allo stesso modo l´autodefinizione di “star” conferma la disperata necessità che gli odierni leader tele-populisti hanno di mascherarsi da divi – con il bel risultato che all´azione di governo preferiscono senz´altro i linguaggi emozionali tipici dell´industria dello spettacolo.
Ma per il resto la vanteria presidenziale si configura come l´ennesima “berlusconata” del genere megalo-scenico-diplomatico: un´asserzione cioè che non ha alcuna incidenza sulla realtà, se non quella di contribuire a rendere il presidente italiano uno dei più straordinari e accreditati gag-man del potere a livello planetario. Una simpaticissima macchietta insieme alla quale farsi una foto, appunto, da mostrare al ritorno ai famigliari prevedibilmente annoiati dal racconto dei soliti vertici.
Ha fatto in tempo a scrivere Montanelli che Berlusconi «pensa di essere un incrocio fra de Gaulle e Curchill, e il guaio è che ci crede». Sulla base di tale impegnativa consapevolezza già nel dicembre del 2001, nella conferenza di fine anno, il Cavaliere proclamò che alcuni fra i suoi colleghi e Grandi della Terra, posti al cospetto del suo «indiscutibile prestigio», provavano «invidia personale».
Eppure, qualche anno dopo, era il marzo del 2008, quel brutto sentimento doveva essersi a tal punto attenuato, e anzi mutato in amicizia e ammirazione che diversi potenti gli avevano chiesto «di assumerli»: ove mai, «beninteso», s´era affrettato a chiarire il premier italiano, avessero deciso di abbandonare la politica. Non s´è mai capita bene tale richiesta, od offerta che fosse. Ma tutto lascia pensare che Berlusconi intendesse utilizzare la loro esperienza chiamandoli a svolgere corsi nell´erigenda università del pensiero liberale di villa Gernetto, a Lesmo, e in questo senso nella lista delle “assunzioni” si sono fatti i nomi di Bush, del giapponese Koizumi e di Putin, che tanto liberale non risulta, ma pazienza: i report di Wilileaks danno conto di altre esigenze.
Ma purtroppo non colgono né danno conto dell´intima insoddisfazione che tormenta il Cavaliere al termine dei summit, giacché «in tutto il mondo io trovo grandissima considerazione tra i miei interlocutori, poi torno in Italia, apro la tv e non c´è uno spettacolo in cui io non sia preso in giro o oltraggiato». Così è anche possibile – vedi com´è strano il mondo dei dominatori! – che la percezione di questo di questo assurdo equivoco, di questo iniquo scompenso, abbia portato il presidente del Consiglio dei ministri a consolarsi nelle note feste, e selvagge, nelle quali come risulta dai reperti multimediali della D´Addario è predisposta la visione di lunghi documentari sui trionfi internazionali del premier, per giunta corredati di commenti da parte del medesimo; e in una fantastica session lo si sente proclamare gioiosamente a proposito del G8 che «io per avventura, io sono l´unico al mondo che l´ha presieduto due volte», e questa di Berlino sarà la terza, perciò: «Ora io sono in-su-pe-ra-bi-le – si esalta fra i gridolini delle ragazze – Tre volte! ed è un grande risultato per l´Italia». Evviva. Forse.
Vero è che senza un pizzico di megalomania e di vanagloria, senza quella tendenza che un osservatore quale Giulianone Ferrara mesi orsono ha definito all´»autoincensamento spinto», senza il «formidabile egocentrismo», la «gigantesca vanità», l´»immensa immodestia» e perfino l´»ego da manicomio», ecco, senza disporre di tali premesse psicopolitiche quel mestiere lì non si può proprio fare. Ma per quanto ipocrite o malamente assemblate, le carte della diplomazia americana lasciano intravedere un Berlusconi assai meno perfetto di quanto lui stesso certamente ritiene di essere; e ancora meno saldo nel suo potere.
Sembrano lontani i tempi in cui il Cavaliere poteva dire: «Il mio governo è il più stabile di tutto l´occidente. Dovunque io vado si fermano le strade». Era la fine di giugno del 2009. Due settimane prima, c´era stato l´incontro con Obama e l´ineffabile Frattini aveva scolpito: «Tra i due è scattata la chimica personale». Eh, viene da pensare grazie ai lavoretti di Assange, pensa se non era scattata.

La Repubblica 06.12.10

L'appello di Napolitano per i volontari: «Sostenerli durante la crisi economica»

L’appello di Napolitano per i volontari:
«Sostenerli durante la crisi economica». Un fenomeno «straordinariamente vasto, vario e ricco», «una linfa vitale della nostra convivenza» che bisogna «sostenere anche garantendo le risorse necessarie» «proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche». Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha salutato la «Giornata internazionale del volontariato» sottolineando «a nome della Nazione e delle istituzioni repubblicane» l’importanza del suo «ruolo insostituibile». Volontariato e terzo settore, secondo il capo dello Stato sono «punti di riferimento e protagonisti attivi della nostra società civile. La legge di Stabilità destina nel 2011 al cinque per mille solo 100 milioni di euro, rispetto ai 400 del 2010. Il governo si è impegnato a rifinanziare la dote nel primo provvedimento utile, che dovrebbe essere il decreto Milleproroghe.

«LINFA VITALE» – Un anno fa – ricorda Napolitano nel messaggio – abbiamo celebrato insieme, al Quirinale, le tappe fondamentali del volontariato italiano, fenomeno straordinariamente vasto, vario e ricco. E ho concluso l’incontro ribadendo che il volontariato è una linfa vitale della nostra convivenza e costituisce un elemento caratterizzante e distintivo della qualità della nostra democrazia. Come evidenziato anche nel piano Italia 2011 – il documento di indirizzo per l’anno europeo per il volontariato che si celebra l’anno prossimo – il volontariato si esprime attraverso la promozione del rapporto solidale fra le generazioni, il sostegno agli strati emarginati della popolazione, l’impegno per realizzare percorsi di integrazione e comprensione reciproca in un’epoca di grandi flussi migratori».

SOSTENERLO NELLA CRISI – «Abbiamo bisogno – prosegue Napolitano – di questa grande scuola di solidarietà che generosamente produce azioni, pratiche quotidiane e progetti i quali rappresentano un contributo essenziale per la creazione di un diffuso capitale sociale. Proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche è di fondamentale importanza sostenere il mondo del volontariato, anche garantendo le risorse necessarie a tener fede alla sua insostituibile missione riconosciuta da milioni di cittadini».

Il Corriere della Sera 05.12.10

"Silvio e l'asse del controribaltone. Quattro scenari possibili per il dopo 14 dicembre" di Michele Ainis

Camera chiusa, bocche fin troppo spalancate. E mentre i contendenti sparano l’uno contro l’altro raffiche verbali d’improperi, avvertimenti, ingiurie, mentre gli altolà rimbalzano perfino verso il Quirinale, in questa lunga attesa non ci resta che misurare i due scenari della crisi: il Parlamento vota la sfiducia, e dunque il governo di Silvio Berlusconi si dimette; il Parlamento conferma la fiducia, sicché l’esecutivo rimane ancora in sella. Ma davvero non c’è spazio per altre soluzioni?

A ragionarci sopra, le subordinate sono un altro paio. Per metterle in fila, dobbiamo anzitutto interrogarci sui fatti e gli antefatti della crisi. Sappiamo qual è la posta in gioco: un governo tecnico per il dopo Berlusconi, temuto dai primi come la peste nera, invocato dai secondi come una Madonna pellegrina. Ma perché il Pdl vuole a tutti i costi che il Senato s’esprima un minuto prima della Camera? E perché Berlusconi ripete a giorni alterni che non gli basta vincere per un voto di scarto, che lui punta viceversa a un sostegno più largo e più convinto delle assemblee legislative?

Da qui il terzo scenario: il governo incassa la fiducia del Senato, poi Berlusconi si dimette senza aspettare il voto della Camera, reclamando immediatamente un nuovo incarico, che a quel punto sarebbe pressoché impossibile negargli. E se poi non gli riesce di quadrare i numeri, se non coagula gli appoggi necessari al Berlusconi-bis, allora invoca lo scioglimento della Camera, tanto lui in Senato una maggioranza ce l’ha già. Oppure dopo la fiducia del Senato si sottopone alla sfiducia di Montecitorio, ma a quel punto sale al Quirinale chiedendo – di nuovo – la rielezione della Camera dei deputati, e soltanto di quella. Insomma un espediente per disinnescare la sfiducia trasformandola in mezza fiducia, per disarmare lo spauracchio del governo tecnico, per trasformare in suicidio collettivo il voto contrario dei deputati.

Riuscirebbe? In Bulgaria sì, in Italia no. Lì c’è un Parlamento monocamerale, da noi la mezza fiducia è sempre una sfiducia tutta intera. Per governare devi procurarti l’avallo di ambedue le Camere, altrimenti crisi, consultazioni e via: avanti un altro. Semmai il vero colpo che Berlusconi potrebbe avere in canna è il quarto scenario della crisi, quello che non t’aspetti, quello che spiazzerebbe l’opposizione e il Quirinale. Funziona così: l’esecutivo strappa la fiducia sia al Senato sia alla Camera, magari sul filo del rasoio. Dopo di che il presidente del Consiglio, anziché cantare vittoria a squarciagola, va da Napolitano con le dimissioni in mano. Per quale ragione? Perché non vuol finire come il governo Prodi, vivacchiando su un gruzzolo di voti ballerini. Ma soprattutto perché s’infilerebbe in tasca l’attestato che il Parlamento non sa esprimere maggioranze alternative. Dunque niente governi tecnici, anzi niente consultazioni, dato che le Camere sono state appena consultate attraverso il voto di fiducia. Dunque subito elezioni, ovviamente col porcellum, e perciò con il premio di maggioranza all’orizzonte per la coppia Bossi-Berlusconi. La fine di Fini, un controribaltone che a sua volta rovescia tutti gli altri ribaltoni.

E Napolitano? A un primo sguardo, parrebbe di vederlo con le mani legate, anzi con le manette ai polsi. Che senso avrebbero le consultazioni in questa prospettiva? E come potrebbe chiedere al dimissionario di ripresentarsi in Parlamento, quando ne è appena uscito prima di salire al Quirinale? Con che pretesto potrebbe negare a Berlusconi il lavacro elettorale, quello che monda ogni peccato?

Tuttavia bisogna sempre diffidare delle prime impressioni. Se fosse vero che un governo sostenuto dalla fiducia delle assemblee parlamentari può indire le elezioni semplicemente dimettendosi nelle mani del capo dello Stato, allora quest’ultima figura non sarebbe che un orpello, un soprammobile nella casa delle nostre istituzioni. Se fosse vero che la fiducia manifestata nei riguardi d’un governo non possa convertirsi il giorno dopo nella fiducia verso altri governi, allora ogni esecutivo durerebbe per tutti i secoli a venire. Se fosse vero che la fiducia espressa a voto palese da deputati e senatori significa un appoggio sincero, allora non avremmo assistito allo spettacolo che si è consumato dal 30 settembre in poi, quando Berlusconi aveva già ottenuto la fiducia.

No, neanche il quarto scenario della crisi può decapitare il ruolo del capo dello Stato, né quello dei partiti. Le dimissioni del presidente del Consiglio – spontanee o forzate, con o senza un voto di fiducia – in ogni caso riaprono le danze, e a quel punto dipenderà dai ballerini. L’unica cosa certa è che avremo tutti da ballare.

Il Sole 24 Ore 05.12.10