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"Le esequie scomposte di un potere defunto", di Eugenio Scalfari

Il mio tema di oggi è la crisi economica e finanziaria in Europa e in Italia e le sue ripercussioni sulla nostra crisi politica. Ma prima…
C´è sempre un “ma prima” di cui ci si deve occupare in questo Paese, perché siamo diventati un Paese imprevedibile e ogni giorno che passa lo diventiamo di più. I problemi di fondo sono sempre quelli perché nessuno si è dato la pena di risolverli, ma le increspature di superficie si sono ormai trasformate in ondate di tali dimensioni da aggiungere peso a peso rendendo l´orizzonte sempre più fosco ed incerto.
Perciò ecco il “ma prima” di oggi: il partito di Berlusconi se ne frega delle prerogative del Quirinale. L´aveva già detto e ripetuto il “boss” in varie occasioni in modo esplicito, ai tempi del caso Englaro e ai tempi del lodo Alfano; ma il “me ne frego” di marca fascista e squadrista non era ancora stato usato. Adesso anche quel tabù è stato infranto da Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, pluri-inquisito per reati comuni di associazione per delinquere, riciclaggio, falso in bilancio e bancarotta. Un elenco che basterebbe ad imporre le sue dimissioni da ogni incarico politico, ma il “boss” è con lui e tanto basta.
Verdini ha fatto le sue scuse al Capo dello Stato con questa spiegazione: il suo “me ne frego” era politico e non istituzionale. Una canzone che cantavano i fascisti di Salò diceva: «Ce ne freghiamo noi della galera». Verdini probabilmente se ne frega della galera politicamente, ma istituzionalmente no. Ammirabile sottigliezza.
Mettiamo insieme questo rigurgito squadrista con i fondati sospetti di profitti privati che il “premier” avrebbe ricevuto dal suo sodale Putin piegando l´Eni a patti scellerati con Gazprom, con le intemperanze sessuali che lo rendono incapace di guidare un Paese nella tempesta d´una crisi di inconsueta vastità e durata e con lo sfaldamento in atto di quel che rimane della sua maggioranza ed avremo un cocktail esplosivo. «Nave senza nocchiero in gran tempesta» scriveva il poeta ed aggiungeva «non donna di province ma bordello». Chi potrebbe dir meglio?
In questi frangenti Gianni Letta continua a tentare improbabili mediazioni. Casini dal canto suo rilancia il nome di Letta come possibile ed accettabile successore del “boss” a palazzo Chigi. Si tratta d´una proposta provocatoria perché Berlusconi non prevede in nessun caso successori a se stesso e men che meno Letta che disse all´attuale ambasciatore americano a Roma che Berlusconi era ammalato e in condizioni fisiche che non gli consentivano di governare. Letta ha smentito ma l´ambasciatore Thorne no perché il dispaccio che riferisce queste confidenze è firmato da lui.
Le ultime notizie di provenienza berlusconiana ci informano che il premier si aggrappa ora alle agenzie di rating che – – secondo lui – abbasserebbero le loro valutazioni del nostro debito pubblico nel caso che il governo fosse messo in crisi. La verità è che la persona più inadatta a padroneggiare la crisi è proprio lui, come si vede da quando la crisi è nata e il governo ha negato perfino che esistesse. Chi sostiene che i veri problemi sono altri dice cosa giusta ma dimentica di aggiungere che l´allontanamento di Berlusconi è un preliminare in mancanza del quale i problemi veri non potranno mai essere risolti, come dieci anni di governo ampiamente dimostrano.
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La crisi economica dell´Europa è semplice da spiegare ma difficile da curare: per cominciare vorrei fare chiarezza su un punto: le oscillazioni dell´euro nei confronti del dollaro non sono una causa di quanto avviene né sono l´obiettivo della speculazione. Quando l´euro fu creato dieci anni fa la sua parità fu fissata a 1,17 dollari per euro. Dopo poco scese sotto la parità arrivando a 78 centesimi di dollaro. Poi risalì e ridiscese varie volte. Appena sei mesi fa rimase per qualche settimana a 1,22, poi risalì fino a 1,50, adesso oscilla intorno a 1,30 ma nessuna di queste oscillazioni ha creato panico e contromisure. Il basso livello del cambio, semmai, incoraggia le esportazioni delle merci e servizi di tutta la zona euro verso l´area del dollaro. In particolare per il nostro turismo il cambio basso è una manna.
La speculazione dunque non ha il cambio dell´euro come obiettivo. Il vero obiettivo è il debito sovrano degli Stati periferici dell´eurozona, Grecia, Irlanda, Portogallo, anche Belgio. Forse Spagna e forse anche Italia, qualora le regole europee sul rientro del debito entro il livello del 60 per cento rispetto al Pil sarà severamente rigido come la Germania vorrebbe.
Quindi al centro della speculazione c´è il problema dei debiti sovrani. Nei giorni scorsi la Banca centrale europea è intervenuta sul mercato a sostegno dei Paesi più esposti agli attacchi.
Ci sono vari modi di attaccare i debiti sovrani. Un modo è di vendere titoli pubblici di quei Paesi per far crescere lo “spread” rispetto ai “bund” tedeschi. Un altro modo è quello di acquistare i “bund” tedeschi. Un altro ancora è di vendere i titoli delle principali banche del Paese attaccato.
Il fine della speculazione sta nel lucro che si ricava da queste oscillazioni. Vogliono anche, gli speculatori, attraverso queste destabilizzazioni far saltare l´intero sistema dell´euro? Non penso che l´obiettivo sia questo. La speculazione sa che le sarebbe contrapposta una difesa difficilmente superabile. La disarticolazione della struttura dell´euro potrebbe però esser frutto di errori compiuti dalle autorità europee, dalla loro incapacità di dar vita ad un governo europeo dotato di poteri economici incisivi, dalla tentazione della Germania di arroccarsi su un super-euro lasciando alla deriva chi non ce la fa a seguirla.
Questi errori sono possibili, alcuni sono già stati commessi e poi riparati. Perciò la vigilanza e l´iniziativa degli Stati membri per procedere nel modo giusto dovrebbe essere massima. La presenza di Berlusconi non è un elemento di sicurezza. Se fosse sostituito da Tremonti o da Mario Monti o da Mario Draghi, in Europa non ci sarebbe alcuna preoccupazione. Quanto ai personaggi soprannominati le loro visioni sono diverse e in qualche caso dissimili, ma tutti e tre hanno una solida esperienza in quelle delicatissime materie.
I mercati dal canto loro continuerebbero a registrare lo scontro tra speculatori e debiti sovrani e questo è quanto.
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La Banca centrale europea, imitando su scala ridotta la Federal Reserve americana, ha acquistato nei giorni scorsi titoli di debiti sovrani in difficoltà con operazioni sul mercato aperto eseguite direttamente o tramite le banche centrali che fanno parte del sistema. Questi acquisti producono anche effetti collaterali oltre all´effetto principale di sostenere le banche sotto attacco e di far diminuire lo “spread” rispetto ai “bund” tedeschi.
Uno degli effetti collaterali è quello di fare aumentare la liquidità, ma la Bce – a differenza della Fed americana – non desidera aumentare la liquidità complessiva e quindi sterilizza l´aumento di liquidità stringendo altri canali. Per esempio vendendo titoli di debiti sovrani forti o valute conservate nelle sue riserve.
La verità è che la Fed sta adottando consapevolmente una politica inflazionistica sperando di far ripartire la ripresa economica e l´occupazione; il rientro del debito pubblico americano è rinviato a ripresa consolidata. Viceversa la Bce ha scelto una politica di deflazione morbida e per questa ragione non vuole che la liquidità complessiva del sistema europeo aumenti e sterilizza gli effetti della difesa dei debiti sovrani pericolanti.
Questo panorama è molto chiaro e funziona sul breve periodo. Ma non affronta i problemi che abbiamo davanti e che stanno arrivando al pettine tutti insieme.
Il governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi, ha fornito alcune cifre molto significative in una sua comunicazione alla Facoltà di Economia di Ancona il 5 novembre scorso. Quelle cifre unite a i suoi commenti gettano luce proprio sui problemi che dovranno essere affrontati da subito.
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«Secondo le stime del Fondo monetario internazionale la quota dell´eurozona nel Pil mondiale era pari al 18 per cento nel 2000. Nel 2015 scenderà al 13 per cento. Nello stesso periodo la quota dei Paesi emergenti asiatici raddoppierà dal 15 al 29 per cento». Questi dati descrivono a sufficienza il mutamento radicale dello scenario mondiale. La nostra economia, aggiunge Draghi, ne ha risentito molto più di altre. «Essa manifesta un´incapacità a crescere con tassi sostenuti. L´ultima recessione ha fatto diminuire il Pil italiano di 7 punti».
Sette punti, tanto per esser chiari, equivalgono a 120 miliardi di euro. «La crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni. Siamo passati da un aumento annuo del 3,4 per cento negli anni Settanta a 2,5 negli anni Ottanta e all´1,4 negli anni Novanta. Nell´ultimo decennio 2000-2010 la crescita è stata zero».
Queste cifre riguardano i flussi di reddito, ma se spostiamo l´analisi dal reddito alla ricchezza patrimoniale, cioè al risparmio accumulato e investito in vari modi, la situazione appare capovolta. Scrive Draghi: «Secondo i dati dell´Ocse nel 2007, prima della recessione globale, l´Italia presentava pro capite il Pil più basso tra i Paesi del G7, pari al 69 per cento di quello degli Usa, ma la ricchezza pro capite delle famiglie italiane era l´88 per cento di quella delle famiglie americane e un valore superiore a quella della Francia, Germania, Giappone e Canada».
Il suggerimento implicito di queste cifre ci porta ad una conclusione da noi più volte suggerita ma mai adottata: i mezzi per stimolare la crescita esistono solo che si voglia trasformare una quota delle imposte sui redditi medio-bassi al patrimonio delle categorie sociali medio-alte.
La redistribuzione vista come fonte di maggior domanda e quindi di crescita del sistema-paese.
Per finire, Draghi propone l´istituzione di un fondo sovrano tra i Paesi dell´euro, che si alimenti con un´imposta sulle transazioni finanziarie e consenta di far rientrare i debiti entro il livello desiderato del 60 per cento. Analoghe proposte sono state formulate nei mesi scorsi da Vincenzo Visco e Mario Monti.
Vi sembra che il governo Berlusconi abbia la voglia, la fantasia e la volontà di adottare politiche economiche come quelle sopra indicate? Vi pare che Verdini, Matteoli, La Russa, Scajola, Romani, Alfano, siano in grado di pensarle? Forse Santanché, Brambilla, Gelmini? Magari Carfagna? O la Mussolini, detta la baciona per via del bacio dato a Cosentino.
Robe e nomi da coprirsi il viso per la vergogna.

Post scriptum. Ho letto ieri un articolo sul “Foglio” di Pietrangelo Buttafuoco, penna sottile e talento indipendente. Il titolo: “Meglio fottere che comandare”. Buttafuoco dà una sua lettura – sboccata ma interessante – del berlusconismo. Lo cito perché non solo è acuto ma esilarante e qualche risata è pur necessaria per alleggerire la cupezza del clima.
«In quel grazioso palazzo, ossia Grazioli, le nubi delle accuse di corruzione, mafia, falso in bilancio, conflitto di interessi e perfino seduzione di minorenni, in un brevilineo come lui si diradano, anzi evaporano in virtù della sua euforia genitale. Al dottor Berlusconi piace la gnocca, solo la gnocca. Il dottor Berlusconi fa festini che sono il rimosso di tutti quelli che gli stanno intorno, compresi gli schiavi, i servi, i cortigiani e i ruffiani. Compresi poi gli italiani, perfettamente inutili da governare ma che alla fine hanno un preciso istinto per immedesimarsi con chi, sollevandoli dall´incombenza, copula in loro vece. L´italiano medio si immedesima col dottor Berlusconi in ragione del rimosso dei rimossi: ognuno, vincendo all´Enalotto, farebbe come fa lui nell´agio del suo smagliante patrimonio».
Secondo me questo è uno splendido “coccodrillo” di un potere defunto.

La Repubblica 05.12.10

"Arriva un "codice rosa" per classificare le violenze in famiglia" di Patrizia Maciocchi

Gharbi Nabila ha ucciso il marito con una coltellata dopo aver subito per anni la sua violenza. Il tribunale di Roma, per presentare il suo protocollo contro la violenza in famiglia al Salone della Giustizia di Rimini, sceglie di raccontare la storia di trentottenne tunisina che da vittima è diventata la “carnefice” di un marito-padrone, italiano, da cui aveva avuto due figli. Ad armare la mano di Nabila era stato proprio l’amore per i suoi due bambini, affidati ai servizi sociali, perché la coppia era stata giudicata, a causa del carattere violento del padre, non adatta a prendersi cura di loro. L’omicidio è avvenuto il 28 dicembre 2006, proprio alla vigilia di un atteso incontro tra Gharbi e i suoi figli. Un appuntamento che la mamma tunisina ha visto sfumare quando il marito è rientrato a casa, per l’ennesima volta, ubriaco e pronto a far esplodere la sua furia.

La Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto alla donna l’attenuante della provocazione condannandola, nel maggio 2009, a una pena di 8 anni che sta scontando in un carcere di Civitavecchia, in attesa di potersi ricongiungere con i figli. «Non avevamo precedenti specifici su cui basare la nostra decisione – spiega il relatore della sentenza Piero de Crescenzio, attuale presidente di sezione del Tribunale penale di Roma – abbiamo però considerato l’effetto di un accumulo negli anni di situazioni di prevaricazione». Era stata la stessa Gharbi Nabila a spiegare il suo calvario ai giudici della Corte d’Appello con un racconto sgrammaticato ma pieno di sentimenti che, grazie a una liberatoria del tribunale, verrà riproposto questa sera dall’attrice Paola Gassman presso lo stand del Tribunale di Roma.

L’occasione è la presentazione di un protocollo messo a punto dal Tribunale di Roma, e sottoscritto da istituzioni e ospedali, per contrastare la violenza in famiglia che ha come destinatari donne e bambini. Una rete di cooperazione che deve imbrigliare un fenomeno tanto diffuso quanto taciuto dalle stesse vittime. «Il Tribunale di Roma, che è il più grande d’Europa ha avuto nel 2010 solo 13 ricorsi per l’ottenimento di misure di protezione – spiega il consigliere Luciana Sangiovanni, referente della sezione civile per il protocollo – un dato che contrasta con i numeri delle statistiche sulla violenza. Lo scollamento nasce dalla vergogna, paradossalmente provata dalla vittima, di denunciare i soprusi subiti. Per questo il nostro protocollo, nato in seguito a un incontro con il Consiglio superiore della magistratura, prevede la creazione di una rete assistenziale che entri in azione prima, dopo e durante la violenza». Un ruolo importante è svolto dagli ospedali. Nelle numerose strutture romane che hanno aderito al protocollo, tra cui il Policlinico Umberto I e il pediatrico Bambino Gesù, sarà introdotto un «Codice rosa» per classificare le situazioni di violenza familiare: fisica, psicologica, sessuale o di sfruttamento. Il codice fa scattare i contatti con le forze dell’ordine e i centri antiviolenza. Tribunale, Procura e Tribunale dei minorenni si impegnano a prendere in carico i casi e a intervenire in tempo reale quando gli atti persecutori lo richiedono, l’idea è quella di mettere in atto prassi virtuose, dall’abbattimento dei tempi di fissazione dell’udienza al filo diretto con le forze dell’ordine. Nella rete “interforze” è inserita anche la Ong «Differenza donna» con compiti che vanno dalla formazione degli operatori all’impegno a fornire notizie alle donne e sulle donne, spesso prigioniere di rapporti vittima-carnefice che solo raramente vengono denunciati.

Il Sole 24 Ore 05.12.10

I sindacati: Scuole come caserme, arrivano le prime sanzioni ai prof", di Salvo Intravaia

Con i nuovi regolamenti di Brunetta qualsiasi atto venga considerato dai presidi una “insubordinazione” può essere direttamente sanzionato. “Persino in epoca fascista c’era un organismo di tutela”. Tra i primi casi anche la punizione di un disabile. Tempi duri per gli insegnanti “riottosi”. Da qualche mese, per prendere una sanzione disciplinare da parte del capo d’istituto basta davvero poco. L’ultimo caso, denunciato dalla Gilda degli insegnanti sembra assurdo. “Nelle scuole – dichiara il coordinatore nazionale, Rino Di Meglio – si respira un clima da caserma. Qualsiasi opposizione al dirigente scolastico può essere considerata come mancanza di rispetto e venire quindi sanzionata. Secondo la riforma Brunetta – continua – i docenti dovrebbero ubbidire e basta, anche perché contro le sanzioni disciplinari occorre rivolgersi al giudice del lavoro”.

Fino a pochi mesi fa erano i Consigli di disciplina provinciali o nazionali a stabilire le sanzioni nei confronti degli insegnanti. “Perfino la riforma Gentile, in piena epoca fascista, prevedeva un organismo disciplinare collegiale per tutelare la libertà di insegnamento”, aggiunge il sindacalista. Secondo la Gilda, una insegnante in servizio in regione meridionale “è stata punita dalla dirigente scolastica” con tre giorni di sospensione dal servizio e dalla retribuzione per “aver trasformato in una barchetta di carta il foglio con cui le era stato notificato un ordine di servizio che la docente aveva già eseguito”.

A mettere al corrente la preside del grave atto di insubordinazione perpetrato dalla prof nei suoi confronti sarebbe stato il bidello. E la preside, accertatasi che l’insegnante si era effettivamente comportata
in quella maniera, non si è fatta scappare l’occasione di dare una lezione alla prof irriverente. Ma quello denunciato oggi non è l’unico caso degli ultimi mesi. In provincia di Cagliari un docente disabile è stato sottoposto a procedimento disciplinare dal preside della sua scuola perché avrebbe mancato di rispetto al suo superiore e costretto a difendersi durante la malattia.

“Il caso di questa collega – commenta Di Meglio – è soltanto una delle situazioni aberranti che si stanno verificando dopo che la riforma Brunetta ha attribuito ai dirigenti scolastici uno spropositato potere disciplinare non bilanciato da adeguati organi di controllo. Quanto accaduto a questa insegnante – conclude Di Meglio – dimostra la necessità di introdurre meccanismi che limitino i poteri eccessivi assegnati ai dirigenti e tutelino il lavoro dei docenti”.

Ad inasprire le sanzioni nei confronti del corpo docente è stato il decreto legislativo 150 del 2009, conosciuto anche come decreto Brunetta, che ha modificato la normativa sul procedimento disciplinare nei confronti di tutto il personale scolastico. Lo scorso 8 novembre, sul sito del ministero dell’Istruzione è stata pubblicata la circolare sulle “Indicazioni e istruzioni per l’applicazione al personale della scuola delle nuove norme in materia disciplinare introdotte dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150”.

Le sanzioni, al momento, restano quelle previste dal Testo unico sull’istruzione. Ma il potere di irrogarle passa ora nelle mani del dirigente scolastico. Tra le novità introdotte dalla circolare “la pubblicazione nel sito istituzionale dell’amministrazione del codice disciplinare” che “equivale a tutti gli effetti alla sua affissione all’ingresso della sede di lavoro”. Dopo la “contestazione di addebito” e “lo svolgimento del procedimento”, il capo d’istituto prende una decisione che il lavoratore può appellare soltanto davanti al giudice. Finora le cose sono andate in maniera diversa. Il preside poteva infliggere soltanto “l’avvertimento scritto”. Tutti gli altri provvedimenti (censura, sospensione dal servizio e destituzione) venivano irrogate dal Consiglio di disciplina provinciale, (per gli insegnanti della scuola dell’infanzia, primaria e media) o da quello nazionale per i prof del superiore.

La Repubblica 05.12.10

«Attenti agli strappi del premier, la nostra sarà la piazza della democrazia», intervista a Pier Luigi Bersani di Giovanni M. Bellu

Segretario Bersani, manca una settimana alla manifestazione del Pd e dieci giorni al voto di fiducia. E uno dei coordinatori del Pdl ha appena offeso il Quirinale. Si respira un’aria brutta. Ci dica: secondo lei ci sono pericoli per la tenuta democratica?
“Siamo sicuramente a un passaggio crucialissimo. Man mano che si avvicinano momenti critici per lui Berlusconi è sempre più pericoloso. Fasi come questa, quando c’è il tramonto ma ancora non si vede l’alba, sono fasi nelle quali la nostra democrazia può subire degli strappi. Si, l’uscita di Verdini è stata vergognosa, ma fa parte di un già sentito. È l’idea che la Costituzione sia un orpello e che chiunque non faccia quel che Berlusconi vuole sia un traditore, un eversore. È un’idea pericolosa che Berlusconi cerca di far entrare nel senso comune. Come l’idea del tradimento e del ribaltone. Aveva una maggioranza mai vista, aveva tutto, e alla fine si è ribaltato da solo”.

Ieri ha ripetuto che la caduta del suo governo sarebbe un colpo mortale alla stabilità economica.
“Ma se sono cinque mesi che la maggioranza di governo è in crisi! Cosa è questo se non instabilità? Simili argomenti appartengono a un meccanismo sottilmente anticostituzionale e violentemente vittimistico che va contrastato con tutta la forza che abbiamo. Ed è una forza che non va assolutamente sottovalutata”.

La manifestazione dell’11dunque non è solo “di protesta e di proposta” ma, come accadeva qualche anno fa, è un modo per dire: attenti, ci siamo, siamo tanti. Insomma, rientra nall antica categoria della “vigilanza democratica”?
“Sicuramente c’è questo elemento. E ce ne sono altri. C’è un partito saldamente democratico che va in piazza per dire che noi abbiamo la Costituzione più bella del mondo e che va rispettata. E che dice con forza: liberiamoci, facciamo un passo avanti in una direzione nuova, presentiamo il nostro progetto, diciamo le nostre idee per il paese. Con in più un messaggio che deve arrivare ai nostri: due anni fa il centro-destra aveva tutto in mano e l’opposizione era in una condizione difficilissima, inedita: perdita di voce, rischio di diventare il luogo rabbioso di tutte le frustrazioni… Bene, noi in questi due anni difficili abbiamo visto la crisi per primi e abbiamo lavorato perché si comprendesse la distanza tra politiche del governo e situazione economica e sociale. Ci siamo inseriti intelligentemente dentro le contraddizioni che si aprivano nel centrodestra. E, infine, abbiamo condotto le cose in modo da realizzare al momento giusto un’operazione di chiarezza politica: la mozione di sfiducia. Ripeto: nel giorno giusto, e non tutti i giorni come voleva qualcuno. Questo l’abbiamo fatto noi e – tengo a dirlo – se non ci viene riconosciuto è perché, purtroppo, a volte non ce lo riconosciamo tra di noi”.

Cosa accadrà il 14 dicembre?
“Qualunque cosa accada, dopo quel giorno combatteremo da una posizione più avanzata. È un punto molto importante da tener presente. Se pensassimo che basta un giorno, il voto di un giorno, per chiudere con Berlusconi e col berlusconismo, non avremmo capito nulla degli ultimi quindici anni. Abbiamo davanti un cammino e, dopo il 14, saremo comunque più avanti nella strada verso l’alternativa”.

Ieri Clcchitto ha aperto alla possibilità di una riforma del Porcellum. Queste aperture improvvise rafforzano il dubbio che si stia lavorando all’ipotesi di un nuovo governo di centrodestra magari allargato….
“Si sentono voci di questo genere. Il punto di fondo è che questa crisi riguarda il rapporto del governo con la società, lo scollamento del governo dai problemi reali. Proprio per questo credo, e non temo di sbagliarmi, che la risposta a un problema così di fondo non possa venire dal perimetro del centrodestra, anche correggendone un po’ i confini. Se poi ci fossero operazioni delimitate o caratterizzate nell’ambito del centrodestra sapremmo fare l’opposizione in un quadro mutato, tenendo conto del fatto che in questo momento l’opzione numero uno è che Berlusconi se ne vada. Siccome non lo vedo molto propenso a questo passaggio, mi pare che tutte queste soluzioni che si ipotizzano nell’ambito del centrodestra siano tutte piuttosto complicate”.

Lei da tempo ha parlato, nei caso in cui il governo tecnico si rivelasse non praticabile, di una ipotesi b: un’alleanza tra forze che “in un contesto normale” non potrebbero stare assieme. Ma questa alleanza la vede come un patto di legislatura o come qualcosa di più limitato nel tempo?
“Mi rifiuto di considerare ipotesi b. Andare a votare sarebbe un disastro. Ma, se parliamo di politica, dico che ho in testa una fase che ci metta in condizioni di preparare l’alternativa. Noi abbiamo da rafforzare e ristrutturare il campo del centrosinistra, dargli unità, perché ora appare francamente dissociato, dargli un profilo di governo. Ed è questo il ruolo del Pd. Perché vorrei che fosse chiaro un punto: senza il Pd non si manda a casa Berlusconi, né si può fare un governo di transizione che sia un passo verso una strada nuova. Senza il Pd non si può fare l’alternativa. Cominciamo a convincercene noi e se ne convincano anche gli amici o i pseudoamici: il Pd è il perno di questa responsabilità. Ancora abbiamo cose da aggiustare, le aggiusteremo. Ma bisogna che sentiamo questa responsabilità … ”

A proposito di cose da aggiustare, come è possibile che alle primarie in una città, pario di Torino, ma prima c’era stata Milano, si candidino più candidati del Pd col risultato di far vincere un candidato esterno o comunque di mettere in altre mani la scelta del candidato espresso dal partito?
“Ogni giorno ha la sua pena e quindi preferisco non aprire ora una discussione sul tema. Mi rifaccio a ciò che dissi: questo delle primarie è un meccanismo che se non gli diamo una manutenzione rischia di essere delegittimato e di creare delle disfunzionalità enormi. Quella che ha citato è una, ma ce ne sono anche altre. Dobbiamo chiarire se le primarie siano, come dire, un “diritto esigibile” dentro e fuori il partito o se siano un meccanismo di partecipazione, uno strumento possibile a seguito di decisioni politiche e di regole che garantiscano la soggettività del partito. Questo è il nodo e nei tempi e nei modi giusti dovremo scioglierlo”.

Su l’Unità da tempo abbiamo lanciato un appello per le primarie nelle circoscrizioni, per scegliere i candidati del Pd in presenza del Porcellum.
“Ribadisco che non esistono piani b, che non si può parlare di elezioni con questo modello elettorale. Ma raccolgo il vostro appello. Se vogliamo ragionare in astratto, nell’ ipotesi che si arrivi a votare con un meccanismo assurdo dovremmo trovare al nostro interno dei meccanismi di partecipazione che consentano di esprimere candidature che abbiano intanto il consenso nel partito e non siamo a comando mio o di chiunque altro. Ma non dimentichiamo la questione principale, che è l’eliminazione del Porcellum. Detto questo certamente non faremo le candidature nelle segrete stanze”.

Il rapporto del Censis descrive un paese depresso, scoraggiato. Può un governo di transizione affrontare questa complessità?
“La deve affrontare. Sono reduce da Varsavia dove si è svolto l’incontro tra i partiti progressisti europei. Tutta l’Europa non parla d’altro che delle turbolenze, per usare un eufemismo, di tipo finanziario e soprattutto di come fare a rientrare dal debito senza massacrare le prospettive dell’occupazione. E l’Italia è dal punto di vista dell’economia reale in guai più seri di altri. Siamo al 118 nel rapporto debito/Pil e viaggiamo verso il 120. Oltre alla legge elettorale, dobbiamo mettere mano ad alcune questioni. Come l’emergenza relativa alla finanza pubblica, al lavoro per i giovani e almeno a uno stralcio di riforma fiscale. Che è un’altra emergenza”.

Quanto tempo occorre?
“Tempi, modi e forme li discuteremo ascoltando la voce del Quirinale, verso il quale è il momento di avere un rispetto ancora più assoluto. Dal punto di vista nostro posso dire solo che il governo deve avere il tempo di fare queste tre o quattro cose e mettere gli schieramenti nelle condizioni di presentare delle alternative nuove… Guardi che se ci ritrovassimo ancora una volta a votare su Berlusconi si o Berlusconi no resteremmo fermi ai quindici anni che abbiamo alle spalle. Perderemmo un altro giro, sarebbe un disastro… Non è più solo in gioco il berlusconismo ma un meccanismo che Berlusconi ha introdotto e interpretato di personalizzazione della politica e di questa nostra democrazia che, come il Censis dice, è al tramonto nella coscienza della gente…”

C’è da immaginare che questi aspetti del rapporto Censis le abbiano fatto particolarmente piacere. Penso alla sua decisione di non comparire col suo nome nel simbolo…
“E lo confermo assolutamente. Capitasse a ime, piuttosto sto a casa ma il nome nel simbolo no. Non vorrei che, mentre il centrodestra si convince via via che il meccanismo del ghe pensi mi non funziona, prendessimo quella malattia e provassimo noi a giocare quella carta. Una carta che non c’è più. Dobbiamo ricominciare dalle riforme, anche quelle difficili, e da una politica sobria, onesta, perfino “modesta” che incroci un’esigenza di pulizia e di semplicità. È questo che il Paese vuole e, se non ce ne accorgiamo per tempo, rischiamo anche noi”

L’Unità 05.12.10

"Ecco cosa fanno a Pompei" di Emiliano Fittipaldi

Dieci domande al Ministro Sandro Bondi e al dirigente del MiBac Marcello Fiori
1) La Corte dei Conti ha rilevato l’illeggittimità del decreto legge che affidava Pompei alla protezione civile per carenza di motivazioni (i cani randagi e le guide abusive non costituivano motivo sufficiente). Cosa pensate di quella pronuncia?

2) Quali attività ha svolto il Commisario con i poteri in deroga alla legislazione ordinaria che non avrebbe potuto fare un Soprintendente munito degli stessi poteri ?

3) Perché non si sono dati al Soprintendente Guzzo gli stessi poteri che si sono dati ad altri funzionari del Ministero come Cecchi a Roma o Marchetti a L’Aquila? Quali specifiche competenze tecniche potevano vantare Profili o Fiori ?

4) le foto mostrano come i lavori per l’impianto elettrico realizzato dal Commisario per l’allestimento del Teatro di Pompei siano stati effettuati con le ruspe. Chi ha ritenuto che lo scavo con mezzo meccanico sia la corretta metodologia di scavo in piena area archeologica?

5) I lavori del teatro erano stati stimati nel progetto iniziale della Soprintendenza – che prevedeva il restauro della cavea in marmo, non in tufo – circa 1,8 milioni di euro; il costo finale dei lavori fatti dal Commissario, con la cavea in tufo, superano i 5 milioni. Come si giustifica l’incremento di spesa?

6) Perché si è ritenuto di dover aggiungere al logo della Soprintendenza Speciale di Pompei un nuovo logo e un sito web “Pompei viva” se quella del Commissariato era una gestione temporanea? Dai bilianci trovati da L’espresso, Pompeiviva è un progetto costato centinanai di migliaia di euro.

7) Considerato che la Soprintendenza disponeva già di una cartografia digitale, è stato messo a punto dal Commissario un sistema informativo geografico dedicato al monitoraggio della manutenzione ? E se si, perché non ha funzionato ?

8) Nella domus di Giulio Polibio sembra sia stata spesa la somma di circa 900.000 euro per la presentazione dei due ologrammi e la percezione multisensoriale, e soli 56.549 euro per la manutenzione delle strutture. Può essere stata questa la causa del cedimento di una trave avvenuto nell’atrio della casa il 29 settembre scorso ?

9) Non sarebbe stato meglio spendere invece di 102mila euro per limitare il randagismo più soldi per mettere a posto la canalizzazione della acque reflue?

10) Quanti crolli ancora ci devono essere prima che il ministro Bondi decida di dimettersi?

L’Espresso 03.12.10

"Pd e destra per salvare il Paese e dopo un anno si va a votare", intervista a Dario Franceschini di Giovanna Casadio

Franceschini: ma Berlusconi resti fuori. Serve un esecutivo che affronti la crisi economica e metta mano a una nuova legge elettorale. Invito rivolto a chi nella maggioranza antepone l´interesse nazionale all´interesse di parte. «Berlusconi si tolga di mezzo. Già da mesi avrebbe dovuto dimettersi. Quanto costerà questo atteggiamento del premier all´Italia? Ha lanciato l´allarme-rating ma l´instabilità è colpa della sua maggioranza e dipende anche dalla stagnazione di un paese, il nostro, che non ha più crescita. La sua pretesa di restare comunque a Palazzo Chigi, il suo discredito internazionale quanto incidono sul differenziale di interessi tra noi e la Germania? Un costo economico spaventoso a carico delle famiglie italiane». È una requisitoria quella di Dario Franceschini. Per le opposizioni, così come per Fini, è cominciato il conto alla rovescia: meno nove giorni al voto di sfiducia a Berlusconi. E la partita è già spostata sul “dopo”. Per il capogruppo Pd l´obiettivo è un governo di responsabilità anche di un anno, o quanto occorre, per affrontare l´emergenza economica e la riforma elettorale.
Siete così certi di avere i numeri per la sfiducia, onorevole Franceschini? Perché Berlusconi è convinto del contrario.
«Sono uno abbastanza preciso e con una certa esperienza parlamentare, in più conosco l´aritmetica: 85 più 225 – che sono i firmatari delle due mozioni di sfiducia – fa 310. Basta aggiungere il deputato valdostano Roberto Nicco e i sei radicali – i quali stanno ponendo una seria questione politica che il Pd dovrà affrontare, ma non ho dubbi voteranno come sempre contro il governo – ebbene, la somma fa 317. E non conto Fini, il presidente della Camera per consuetudine non vota, né altri parlamentari che ci stanno pensando».
Intanto il coordinatore del Pdl, Denis Verdini dice di «fregarsene politicamente» delle prerogative del capo dello Stato e che poi si andrà alle elezioni.
«Temo che le parole di Verdini in tutta la loro volgarità siano un piccolo aperitivo rispetto al clima incandescente in cui Berlusconi, e quelli che gli sono rimasti fedeli, trascineranno il paese per impedire che la crisi segua le regole costituzionali. Del resto si sta manifestando l´essenza stessa del berlusconismo, e cioè l´idea malata che vincere le elezioni sia un fatto personale e di essere perciò al di sopra del Parlamento, del capo dello Stato, della Costituzione».
Lei non prevede una resa di Berlusconi?
«Non mi pare sia possibile, è in contrasto con la sua idea della politica e dello Stato; il premier non vede altro che se stesso e niente oltre se stesso. Immagino che il suo schema sarà – una volta passata la mozione di sfiducia – sparare contro tutto e tutti sin dal giorno dopo, chiedendo elezioni anche a costo di esporre l´Italia a una drammatica crisi e alla speculazione internazionale. Siamo alla vigilia di regole europee che imporranno una durissima manovra di rientro del debito pubblico, con un paese esposto, come abbiamo visto dai documenti WikiLeaks, al discredito e una legge elettorale-truffa. Ogni persona di buonsenso non può non pensare a un governo di responsabilità. Se anche Berlusconi riuscisse a salvarsi per un voto o due, non avrebbe la forza per affrontare questa emergenza».
Un governo di responsabilità con chi? Non state facendo i conti senza l´oste, ovvero il centrodestra?
«Con le forze politiche e i singoli parlamentari di opposizione e di maggioranza che mettano gli interessi nazionali davanti a quelli di parte. Qualsiasi soluzione, però senza Berlusconi».
Ma il Pd appoggerebbe un governo guidato da Gianni Letta o da Tremonti?
«Conosco le prerogative del presidente Napolitano e, prima di parlare di nomi, anche di quelli più improbabili, si deve capire se nel centrodestra ci sono parlamentari che ritengono più importante di Berlusconi salvare il loro paese. Questo è il bivio. Dal 15 dicembre anche nel Pdl e nella Lega molti dovranno chiederselo. Il “dopo” è un governo che non butti il paese in un periodo d´incertezza com´è una campagna elettorale. Poi si va alle elezioni».
Quanto dovrebbe durare questo governo, un anno?
«Il tempo che occorre per fronteggiare crisi e manovre economiche e fare una nuova legge elettorale.

La Repubblica 05.12.10

"La soluzione è nelle regole", di Luigi La Spina

Per chi guardi la politica italiana con l’interesse del cittadino, ma anche con l’esperienza della memoria, le vicende di questi giorni non suscitano preoccupazioni. La storia repubblicana del nostro Paese, per limitarci a quella, è segnata da ben altre fasi drammatiche, contrassegnate da morti in manifestazioni di piazza, tentativi più o meno velleitari di colpi di Stato, attentati terroristici culminati con il sequestro e l’omicidio di un grande leader, scandali e dimissioni forzate persino di un inquilino del Quirinale. Quello che più colpisce, invece, è l’estrema confusione. Confusione di ruoli, di regole, di confini, di responsabilità, per cui ogni previsione di quanto possa avvenire domani non è resa difficile dalla pluralità delle soluzioni oggi possibili, ma dalla assoluta imprevedibilità dei percorsi che si apriranno per raggiungerle.

In questo clima, anche l’eccitazione verbale dei protagonisti della nostra vita pubblica, come il ricorso al mussoliniano «me ne frego» del coordinatore Pdl, Denis Verdini, più che segnare la temperatura dello scontro politico o il decadimento dell’educazione civile e democratica pare il sintomo del completo sbandamento delle emozioni, alla mercé di avvenimenti senza più un filo logico.

Del resto, basta un collage solo di alcune immagini che si sono susseguite in queste settimane per giustificare lo smarrimento collettivo. C’è un presidente del Consiglio giudicato dalla diplomazia della nazione più potente del mondo (forse ancora per poco) a rischio per il suo eccessivo attivismo notturno. Un presidente della Camera che viene espulso dal partito di cui è stato cofondatore, che ne vara subito un altro, uscendo dalla maggioranza, ma conservando il suo scranno di terza autorità dello Stato. Un leader del maggior partito d’opposizione che scala i tetti col sigaro in bocca. Un ex capo della polizia, ora al vertice dei servizi segreti, che viene accusato nientemeno di complicità con la mafia.

Ecco perché è sbagliato il solito coro di ammonimenti moralistici che puntualmente seguono la solita escalation di insulti, provocazioni, scontri tra vertici istituzionali che si abbatte sulla politica italiana. Sono inutili gli appelli al dialogo, alla moderazione dei toni, al rispetto dell’antico bon ton. Un po’ perché appaiono noiosi e ipocriti, lamenti di vecchi parrucconi che, in realtà, covano furbizie manovriere ed occulte. Soprattutto non colgono, invece, il vero pericolo di questa fase politica che non è l’asprezza dello scontro, ma la difficoltà di trovare il filo d’Arianna per uscire dal labirinto della confusione generalizzata e dell’inazione governativa. Per arrivare a una soluzione di governo che sia in grado di affrontare, con efficacia, la crisi economica internazionale e i suoi pesanti e ancora incerti effetti in Italia.

Osservare rigidamente e persino ossessivamente le procedure, garantire i confini delle responsabilità, assicurare l’effettiva terzietà di quelle istituzioni a cui la Costituzione riserva proprio il compito di dirimere i conflitti, non rappresentano, oggi, scrupoli formalistici e democraticisti, ma i necessari mezzi per poter individuare un percorso utile. Perché solo partendo dal «come» e dal «chi» potremo arrivare al «che cosa».

Le condizioni per diradare la più grande confusione che abbia mai avvolto la nostra Repubblica sono sostanzialmente tre. Accettare che le scelte del capo dello Stato, qualsiasi esse siano, possano dispiacerci, essere anche considerate sbagliate, ma che non costituiscano una manifestazione di faziosità tale da giustificare incitamenti a rivolte di piazza.

E’ consigliabile, poi, dimenticare la funesta distinzione tra «democrazia formale» e «democrazia sostanziale», fonte giustificativa delle peggiori dittature. A questo proposito, è davvero curiosa, tra l’altro, l’inversione delle parti che sta avvenendo in Italia. Nel nostro Paese, infatti, è la destra che fa propri i vecchi canoni marxisti di disprezzo per le procedure della democrazia liberale e rappresentativa, appellandosi alla supremazia della volontà popolare. Mentre è la sinistra che sfiora il bigottismo formalistico per aggirare i dubbi di chi non vuole ignorare, comunque, un verdetto elettorale.

Utile, infine, è ricordare come l’alternarsi delle maggioranze, la loro scomposizione e ricomposizione, il cambio di governi, le decisioni dei parlamentari, anche quelle per un solo voto, non determinano crisi irreversibili, strappi d’epoca, colpi di Stato, rischi per la democrazia. Ma indicano, anzi, che la nostra democrazia funziona, è solida e manifesta la sua normale fisiologia. Le tragedie, in Italia, sono altre.

La Stampa 05.12.10