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Chiusura Camera il Pd: "Occupiamola"

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ed il presidente del gruppo parlamentare della Camera, Dario Franceschini, hanno scritto oggi una lettera ai deputati del Pd per criticare la decisione di sospendere i lavori parlamentari imposta dalla maggioranza di centrodestra e per chiedere loro di far sentire la voce del Pd nel paese. “Cari colleghi- scrivono Bersani e Franceschini- l’inusitata decisione di sospendere i lavori della Camera in attesa della discussione sulla fiducia al governo e’ molto grave e assolutamente indicativa di come questa maggioranza di destra consideri il ruolo del Parlamento”.

Momento delicato. “Tutti noi- aggiungono- abbiamo cercato di contrastare questa scelta. In giorni decisivi, in un momento cosi’ delicato dal punto di vista economico e sociale, e con importantissime scadenze europee, sarebbe stato doveroso continuare l’attivita’ del Parlamento”. “Ciascuno nei propri territori, puo’ tuttavia svolgere un ruolo importante in questi giorni, mobilitando i nostri iscritti, i simpatizzanti, i cittadini per spiegare le nostre ragioni e preparare nel modo migliore la manifestazione che il Pd ha indetto per l’11 dicembre in piazza San Giovanni, a Roma. E’ questo che vi chiediamo- concludono Bersani e Franceschini- in modo che la voce che ci viene tolta alla Camera possa sentirsi nel paese”. Occupare pacificamente la Camera per riprendere i lavori parlamentari.

La proposta di Gozi. E Sandro Gozi, deputato del Pd propone a Bersani una sorta di ‘contro-aventino’ per far tornare a lavorare Montecitorio, dopo la decisione dei capigruppo di maggioranza di sospendere i lavori. “Caro segretario- si legge nella missiva- ti scrivo animato da un forte disagio nei confronti della decisione, giustamente contrastata dal Pd, di interrompere per due settimane i lavori della Camera. Mi chiedo quale esempio stiamo dando al paese, quale dignita’ alla Istituzione che siamo stati chiamati a rappresentare. Un paese che ci ha dato il mandato per lavorare nel Parlamento – ognuno nel suo ruolo, maggioranza ed opposizione – per legiferare, trovare soluzioni, fare proposte, discutere, affrontare le questioni che assillano l’Italia. Mi chiedo, e ti chiedo, quale altra Istituzione del nostro paese prende pausa da se stessa, dalle proprie funzioni, dai propri doveri”. “Immaginiamoci- continua Gozi- se una sospensione di due settimane fosse presa, improvvisamente, per dissidi interni, dai Generali d’Armata del nostro Esercito, dalle forze di polizia della citta’ in cui viviamo, ma anche dall’ospedale che ci cura, l’aeroporto o la stazione dei treni di cui ci serviamo o dagli insegnati dei nostri figli. No, in un paese che ha il senso civico, rispetto per le istituzioni e dignita’ collettiva, nessuno di questi interrompe le proprie funzioni in maniera arbitraria. Ancor peggio se cio’ accade durante una crisi economica, finanziaria e sociale senza precedenti, e a pochi giorni da un Consiglio Ue cruciale per il futuro dell’Europa. Non lo fanno i preti di parrocchia, non lo fanno neanche gli allenatori con le loro squadre”.

Due settimane di vuoto. Gozi aggiunge: “Se il nostro operatore di telefonia mobile sospendesse il servizio per due settimane saremmo legittimati a chiedere la rescissione del contratto. Mi chiedo se anche gli italiani dovrebbero poterlo fare con il loro Parlamento. Vogliamo spezzare del tutto un rapporto ormai gia’ deteriorato tra gli italiani e la classe politica? In questi giorni, in cui in vari convegni e articoli si ricordano i momenti piu’ significativi della nostra storia unitaria, mi sono ricordato che il 24 giugno 1924 le forze democratiche del Paese decisero per protesta nei confronti dell’allora partito di maggioranza, il partito fascista, di ritirarsi dall’attivita’ parlamentare per salire, come si disse allora, sull’Aventino. Oggi, sempre a causa di un governo di destra estrema (quello di allora antidemocratico e colpevole della morte di Matteotti, quello di oggi solo incapace a governare) ci troviamo di nuovo a essere fuori dalla Camera, a non fare il nostro mestiere, a non lavorare per affrontare i problemi degli italiani. Per questo, caro segretario, ti chiedo di valutare la possibilita’ di invitare tutti i deputati del PD ad occupare la Camera, rispettosamente e pacificamente, per riprendere il nostro ruolo. Un Aventino al contrario, un “ControAventino”. Tutto cio’ affinche’ sia chiaro davanti al paese chi ha a cuore la dignita’ del Parlamento, del ruolo di parlamentare, nella sua funzione di servizio alla comunita’”. Anche l’Idv farà un’azione di protesta contro l’iniziativa della maggioranza.

L’Unità 04.12.10

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Noi, deputati Pd «nullafacenti»
Noi deputati del Partito democratico che quando scendiamo dal treno nella città dove abitiamo ci diciamo l’un l’altro “buon lavoro”.
Noi che abbiamo le agende piene di incontri appuntamenti, banchetti, convegni, presenze a cerimonie, pranzi di solidarietà e tanti incontri con persone che ci portano i loro concretissimi problemi.
Noi che abbiamo dedicato gli ultimi weekend al porta a porta come richiesto dal nostro segretario e dedicheremo la settimana che viene a preparare la manifestazione dell’11 dicembre e a illustrare ovunque cosa significhi per l’università la riforma della Gelmini.
Noi che teniamo in piedi con i nostri versamenti anche le sedi locali del Pd, che contribuiremo a sostenere il costo della manifestazione, che acquistiamo o ci abboniamo all’Unità e a Europa che pure al nostro quotidiano lavoro non dedicano una riga e seguono l’onda del pensiero comune che ci rappresenta come «nullafacenti».
Noi che ben sappiamo che la maggior parte del lavoro si fa nelle commissioni e negli incontri più che in aula, esattamente come per un sindaco ciò che fa in consiglio comunale è una minima parte del suo lavoro.
Ricordiamo che ovunque, in qualsiasi parlamento democratico, l’attività in aula è la parte finale dell’ attività parlamentare, che è fatta di studio, relazioni, contatti, comunicazione e molto lavoro in commissione ma che solo in Italia si riduce alla rappresentazione di quanto avviene in aula.
Noi ci chiediamo e vi chiediamo “a chi giova?” questa falsa rappresentazione della realtà, questa pervicace distorsione della democrazia, questa diffusione di una cultura antiparlamento, contraria alla mediazione, al confronto civile, alla rappresentazione degli interessi. Sappiamo bene che molte cose vanno cambiate, e condividiamo le proposte che il Pd ha fatto per recuperare efficienza e capacità decisionale ma ci sembra che troppi lavorino per il superamento dell’idea stessa della democrazia parlamentare.
Noi oggi vi chiediamo di riflettere sul messaggio che è stato trasmesso, vi invitiamo a remare controcorrente, vi vorremmo far conoscere il Pd che lavora e si impegna. Le nostre agende sono a disposizione.

seguono 80 firme

da Europa Quotidiano 03.12.10

"Gli arditi del premier", di Massimo Giannini

Mancava ancora qualcosa, al processo di decomposizione del berlusconismo. L´irridente «me ne frego», che gli arditi del Pdl sbattono in faccia alle regole, alle istituzioni, alla Costituzione. Ebbene, grazie a Denis Verdini, pluri-inquisito coordinatore del Popolo della Libertà, è arrivato anche questo.
«Ce ne freghiamo», annuncia il plenipotenziario berlusconiano. Se ne fregano delle prerogative del Presidente della Repubblica, al quale la Carta del ´48 assegna compiti precisi nella gestione della crisi di governo. Le conoscono, queste prerogative. I falangisti del Cavaliere sanno che la nostra, ancorché malridotta, è ancora una Repubblica parlamentare, dove le maggioranze nascono, muoiono e si modificano in Parlamento. Sanno che i parlamentari non hanno vincolo di mandato. Sanno che in presenza di una crisi di governo il capo dello Stato ha il dovere di verificare se esiste un´altra maggioranza. Sanno che in caso affermativo ha il dovere di affidare l´incarico di formare un nuovo governo a chi la rappresenta.
Sanno tutto questo. Ma appunto: se ne fregano. Perché per loro, come si conviene a un populismo tecnicamente totalitario, la «ragion politica» prevale sempre e comunque sulla ragion di Stato. Il leader incoronato dalla gente è sempre e comunque sovraordinato alle norme codificate dal diritto. Questo, fatti alla mano, è dal 1994 il dna politico-culturale del berlusconismo. E così, al grido di «no al ribaltone», le truppe del Cavaliere sono pronte a marciare sul Colle, sfidando Giorgio Napolitano e stuprando la Costituzione, di cui il presidente della Repubblica è il supremo custode.
Questo è dunque lo spirito con il quale un premier in confusione e una maggioranza in liquidazione si accingono ad affrontare le due settimane di vita che ancora restano al governo, prima del voto del 14 dicembre. Questo è il «grido di battaglia», con il quale il Pdl si prepara a combattere la guerra che comincerà il giorno dopo quella drammatica ordalia. Sapevamo, a nostra volta, che l´ultimo atto della commedia umana e politica di Berlusconi sarebbe stato pericoloso e destabilizzante. Ma non immaginavamo che al vasto campionario di violenze verbali e di macellerie costituzionali ora si aggiungesse anche il «me ne frego».
Restano una certezza e una speranza. La certezza è che la massima istituzione del Paese, il Quirinale, è affidata alle mani salde e sagge di un uomo che saprà esattamente cosa fare, per il bene dell´Italia e degli italiani. La speranza è che alla fine anche la parabola del berlusconismo, più che in tragedia, degeneri in farsa. E che per i suoi fedelissimi, come ai tempi di Maccari e Flaiano, valga un altro slogan, assai meno impegnativo: o Roma, o Orte.

"Marchionne gioca al gatto col topo", di Raffaella Casciolo

Ci risiamo. È ancora una volta la Fiat formato Marchionne quella che ieri ha fatto saltare il banco in quell’eterno gioco tra gatto e topo. Stavolta Marchionne ha finalmente calato la maschera: Fiat utilizza i tavoli con i sindacati per scardinare il contratto nazionale e portarsi nei fatti fuori da Confindustria.
Ad essere saltato stavolta è il tavolo (l’ennesimo tavolo Fiat) sul piano Mirafiori visto che l’azienda, mentre l’intesa era in dirittura d’arrivo, ha parlato di trattativa finita (e fallita). E, purtroppo, in tempo di crisi economica e di lavoro, quella che per Fiat è la fine della trattativa, per i sindacati – o meglio per una parte di questi – è solo una sospensiva. Una pausa di riflessione.
Una nuova convocazione sarebbe attesa per la prossima settimana, sebbene al Lingotto non si sa se e quando riprenderanno gli incontri. E, certo, non contribuisce all’intesa né l’intransigenza Fiat su quello che potrebbe essere un accordo di compromesso né tanto meno il clima politico da fine legislatura che pure rende per molti versi improcrastinabile un’intesa. Anche se l’invito al dialogo del ministro Sacconi appare quantomeno pleonastico.
Se, dunque, il fattore tempo gioca a favore di Fiat il problema emerso ieri è stato soprattutto un di contenuto, ma anche di contenitore. Al centro del discutere è il tentativo, l’ennesimo, di creare un contratto Fiat, diverso da quello dei meccanici e per molti versi avulso da esso. Restano irrisolti, al di là degli umori caratteriali dell’ad di Fiat, i difficili rapporti tra Marchionne e la Marcegaglia. E proprio in quest’ottica va inserito il tentativo di Fiat di forzare la situazione con un nuovo contratto collettivo per le tute blu che lavoreranno per la nuova joint venture tra Fiat e Chrysler. Se dunque non è certo indifferente se il contratto di riferimento sia quello attuale e valido a livello nazionale, peraltro non riconosciuto da Fiom, o uno proprio Fiat, c’è poi un nodo legato direttamente alle forme di innovazione che il Lingotto vuole introdurre. Eppure il vizio di forma di tutta la trattativa che il metodo Marchionne ha importato da oltreoceano è quello dell’aut-aut, del no al compromesso che invece è per se stesso il cuore della contrattazione del vecchio continente. Ieri la discussione si è interrotta alle 13,15 con una scarna nota diffusa dalla Fiat secondo cui «non esistono le condizioni per raggiungere un’intesa sull’investimento». Ma cosa è cambiato nel corso di una notte per arrivare a una rottura dopo che si era stati a un passo dall’intesa? Il no dell’azienda alle richieste “migliorative” avanzate da Fim e Uilm, oltre che dalla Fiom. E, soprattutto, il fatto che all’ultimo la delegazione del Lingotto abbia escluso ogni tipo di collegamento tra il contratto dei dipendenti della nuova newco e quello nazionale dei metalmeccanici. La Fiat punta infatti a un pre-accordo transitorio aziendale totalmente svincolato dal contratto nazionale. Di qui le perplessità di Fim e Uilm. Per il responsabile auto della Fim, Bruno Vitali, la situazione «è complicatissima e si è inceppata»: «abbiamo mantenuto la riserva sul contratto nazionale perché per noi va applicato anche alla joint venture». Della stessa opinione il segretario Uilm Eros Panicali che ha denunciato l’intenzione dell’azienda di fare un contratto Fiat: «Noi non abbiamo interrotto la trattativa, avevamo chiesto alcuni giorni per fare una valutazione complessiva con i lavoratori e la risposta dell’azienda è stata una presa d’atto che non ci sono le condizioni per fare l’investimento». E se per il numero uno della Cgil, Susanna Camusso a questo punto il tema va rovesciato perché «non è più la Fiom che non firma gli accordi ma è la Fiat che non riconosce più il contratto nazionale e vuole uscire da Confindustria», per il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, «non vengono certo da noi gli ostacoli e le difficoltà a concludere positivamente la trattativa».

da Europa Quotidiano 04.12.10

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“Mirafiori, è rottura tra Fiat e sindacati”, di Raffaella Polato

«Non esistono le condizioni per raggiungere un’intesa sul piano di rilancio di Mirafiori». Salta tutto, la trattativa è finita (per adesso). Il negoziato che solo il giorno prima era sembrato «questione di ore» — sintesi dell’ottimismo Fim, Uilm, Fismic, Ugl, e insieme dei timori Fiom — naufraga bruscamente sullo scoglio del contratto nazionale. Che la Fiat notoriamente considera «inadeguato». E che però i sindacati — a partire questa volta proprio di Fim e Uilm, che pure a Pomigliano avevano alla fine difeso l’uscita dal «quadro Federmeccanica» — anche al tavolo di contrattazione definiscono «irrinunciabile». Così, tra giovedì notte e ieri mattina, si va alla doppia forzatura.

La prima la tentano i metalmeccanici (tranne Fismic e Ugl), l’altra sera: «Troppo deboli i richiami nazionali». È solo tattica, probabilmente. Ma non va a segno. Provoca anzi la reazione opposta. Forse altrettanto tattica, però molto più dura: se sull’aspetto «politico» del tema c’era stato un minimo di apertura, dal Lingotto, ora al muro si risponde col muro. E arriva la seconda forzatura. Quella dell’azienda, ieri mattina: fermiamoci qui, dice Paolo Rebaudengo dopo una breve riunione «ristretta» con i soli leader torinesi, se il compromesso proposto non va bene lo togliamo semplicemente di mezzo. Ma questo significa, appunto, che «non esistono le condizioni per raggiungere un’intesa».

È l’ora di pranzo, gli uomini Fiat si alzano e se ne vanno. I rappresentanti delle tute blu pure. Preoccupati. E spiazzati (tutti, esclusa la Fiom). I cellulari, caldissimi prima della rottura, diventano roventi. Rebaudengo da Sergio Marchionne (rientrato in serata da Bruxelles) aveva ovviamente già ricevuto l’okay definitivo. Adesso sono i sindacaliFiat-Chrysler, però «nell’ambito di Federmeccanica», il Lingotto si era presentato l’altra sera con questa «concessione»: contratto ad hoc, «specifico» per Mirafiori, e legami con quello nazionale su fondo pensione, inquadramento, provvedimenti disciplinari, ferie, permessi, festività. A Fismic e Ugl sarebbe andata bene. Il «non se ne parla» della Fiom in Fiat era messo in conto. Quello di Fim e Uilm, forse, no. Invece anche loro si «riservano di decidere»: troppo poche, le concessioni, così «si svuota il contratto nazionale», la formula migliore sarebbe un dettagliato contratto aziendale e un «per tutto il resto si fa riferimento a quello nazionale». È a questo punto, però, che passano in secondo piano i «sì» quasi raggiunti su altri punti-chiave, dai turni alle pause. Ieri mattina non si incomincia neppure, a riprenderli. Perché la Fiat di contratto nazionale ora non parla proprio più: dal testo ha tolto qualsiasi accenno.

Provocazione? Non tanto e non solo. E lo dimostrano le reazioni. La Fiom canta vittoria, nel senso che Maurizio Landini vede la conferma della propria linea: l’ha sempre denunciato

Il Corriere della Sera 04.12.10

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“Il contratto nel mirino”, di Luciano Gallino

CHE cosa c’è di tanto ostico nel contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008, dal punto di vista della Fiat, da spingerla a interrompere una trattativa in cui si giocano centinaia di milioni di investimento, la produzione di centinaia di migliaia di auto, e l’occupazione di migliaia di lavoratori, pur di non applicarlo più a Mirafiori? Uno ha un bello scorrere il centinaio di articoli che formano il contratto, ma risulta difficile individuare quelli che proprio la Fiat non può accettare. Saranno i diritti sindacali di assemblea, affissione e uso di strumenti informatici?

O le tipologie della prestazione? Oppure la regolamentazione del lavoro a cottimo? O, ancora, si tratterà di questioni legate all´orario di lavoro? Non sembra proprio si tratti di questo o quell´articolo, anche perché i sindacati, Fiom compresa, si sono dichiarati disposti a trattare quasi su tutto. Persino sul passaggio dall´orario di otto ore per cinque giorni a quello di dieci ore per quattro giorni – roba da far barcollare dalla fatica, a fine turno, perfino un trentenne.
Un primo dubbio viene leggendo la premessa del contratto. In essa si parla infatti di funzione primaria, per la gestione delle relazioni di lavoro, del metodo partecipativo, al quale le parti riconoscono un ruolo essenziale nella prevenzione del conflitto. Sin da quando, nel maggio scorso, Fiat presentò il piano per la ristrutturazione di Pomigliano, nel quale l´azienda diceva che se di esso si toccava qualcosa cadeva tutto, apparve evidente che questa primissima parte del contratto nazionale alla Fiat di Sergio Marchionne versione 2010 non andava più bene. Partecipare non significa soltanto ascoltare.
Ma forse il problema, per la Fiat cui pure va riconosciuto di dover fare fronte in questo periodo a serissime difficoltà di produzione e di organizzazione, non è la premessa del contratto. È il contratto stesso. Troppo ingombrante, troppo complicato, troppo lungo, con le sue 136 pagine di testo. La competitività esige che non solo la produzione sia snella, ma lo siano pure i contratti. Meglio se scritti dall´azienda stessa, e prontamente sottoscritti dai sindacati.
Pare una conclusione troppo cruda? Sarebbe semplice smentirla. Riaprendo subito una vera trattativa, che comunque vada sarà durissima per il sindacato. Ma che dovrebbe avere la funzione fondamentale di dimostrare che la Fiat non ha davvero l´intenzione di affossare il contratto nazionale, ma piuttosto di apportarvi qualche modifica che tenga conto delle gravi difficoltà in cui si dibatte. Forse sarebbe ora che l´azienda si decidesse a spiegare quali sono le sue reali difficoltà, in Italia e negli Stati Uniti, piuttosto che presentare piani tipo “prendere o lasciare” dai quali è impossibile capire quali sono le incognite che deve affrontare in termini di modelli, organizzazione globale della componentistica (che fabbrica due terzi delle sue auto), mercati internazionali, costo effettivo del lavoro e della produzione. Finora di tutto questo, nel progetto Fabbrica Italia non si scorge quasi nulla. Se il Lingotto facesse vedere qualcosa in più delle sue carte, forse anche i sindacati sarebbero disposti a concedere qualcosa in più. E magari proporre soluzioni cui qualcuno lassù, ai piani alti, non aveva pensato.

La Repubblica 04.12.10

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“La linea di Marchionne spiazza Bonanni-Angeletti e rompe con Confindustria”, di Paolo Griseri

Confindustria rischia di perdere un associato. Non ci sarebbe da allarmarsi se non si trattasse della Fiat che con la sua sola quota associativa mantiene una parte significativa delle strutture di Federmeccanica. Ma non è una questione contabile. L´uscita del Lingotto dal contratto nazionale dei metalmeccanici è destinata, se verrà realizzata, a mettere in discussione un bel po´ di certezze sui due fronti del lavoro, quello delle imprese e quello dei sindacati.
La scelta dell´azienda torinese di tenere fuori da Confindustria anche la seconda newco dell´era Marchionne (dopo quella di Pomigliano) conferma quel che la Fiom aveva previsto in estate. E infatti ieri Giorgio Airaudo, responsabile auto dei metalmeccanici della Cgil, aveva gioco facile a ricordare: «Quando dicevamo che Pomigliano non era un´eccezione tutti ci criticavano. Oggi anche Fim e Uilm riconoscono che avevamo ragione». E Camusso chiedeva ai colleghi: «E adesso? Cisl e Uil ci spieghino loro quale rapporto ci deve essere tra una grande azienda e il contratto nazionale».
Forse quel rapporto non c´è più. E la linea di Marchionne di fare un contratto valido solo per le newco della Fiat, va al di là del dispetto a Confindustria (dove pure le notizie da Torino hanno provocato ieri parecchia irritazione) o della voglia di avere fabbriche normalizzate senza la Fiom. Prelude a un modello in cui il sindacato entra ed ha agibilità solo se è un sindacato aziendale. Lo schema è quello di Bob King, il potente leader del sindacato Chrysler, l´uomo che ha concordato con Marchionne la rinuncia allo sciopero in cambio del salvataggio della fabbrica e delle pensioni dei suoi ex dipendenti.
Il problema è che in Italia un Bob King non c´è. E che i sindacati italiani hanno una logica opposta a quella dei colleghi negli Usa. Il sindacato italiano è confederale perché ha come obiettivo quello di migliorare le condizioni di chi lavora a prescindere dall´azienda in cui lo fa. Per questo è un sindacato egualitario che segue la logica: a lavoro uguale salario uguale. E per questo il sindacato italiano nasce con i contratti nazionali che stabiliscono le condizioni minime di salario e diritti per tutti coloro che fanno lo stesso lavoro. E´ un sindacato che ha come obiettivo la solidarietà tra lavoratori.
Il modello del sindacato aziendalista è per molti versi opposto. L´obiettivo dei sindacalisti come Bob King è quello di mediare tra gli interessi dei dipendenti che rappresentano e quelli dell´impresa. Non è detto che non sia in certi momenti anche un sindacato conflittuale ma certo non si pone il problema della solidarietà con i lavoratori delle imprese concorrenti. Non è un sindacato che guarda al generale, è un sindacato che vive nel particolare. In Italia l´unica organizzazione che ha caratteristiche simili è il Fismic, l´ex sindacato giallo della Fiat, non a caso l´unico che ieri era pronto a sottoscrivere senza indugi l´accordo con il Lingotto. E non per caso ieri mattina Roberto Di Maulo, il Bob King italiano, dichiarava: «Con la scelta di non firmare per salvare il contratto nazionale, Fim e Uilm si assumono una grave responsabilità».
Perché Marchionne ha scelto una linea che premia solo Il Fismic e l´ala più radicale della Fiom mettendo in difficoltà tutti coloro che stanno in mezzo e in queste settimane hanno tentato una mediazione? Forse perché non ha alternative dovendo spiegare al Tesoro americano che vale la pena investire 500 milioni a Torino in una fabbrica normalizzata e senza conflitti. O forse perché, temevano ieri i vertici nazionali dei sindacati confederali, la Fiat si prepara, dopo lo spin off di gennaio, a cercare acquirenti o soci per le newco. Sapendo che se un´azienda non applica il contratto nazionale italiano può applicare quello di un altro paese europeo. Sembra un paradosso ma c´è già chi teme in futuro un contratto polacco a Pomigliano.

La Repubblica 04.12.10

"La scuola si regge sui soldi delle famiglie E il ministero? Manda lavagne multimediali", di Rosaria Amato

Oltre la metà dei genitori versa un ‘contributo volontario’ ancora maggiore dell’anno scorso che va in media dai 16,4 euro della scuola d’infanzia agli 80 euro delle scuole medie superiori, ma si può arrivare fino ai 260 euro. La metà delle scuole italiane non riesce a fare a meno dei contributi ‘volontari’ dei genitori, e nel 13,6% degli istituti gli stessi genitori si sono rassegnati a fare di tutto, dalla ritinteggiatura delle pareti alle riparazioni di mobiletti e materiale didattico. E il ministero si affanna a mandare lavagne multimediali. E’ lo sconfortante panorama delle strutture dell’istruzione che traccia il Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2010 del Censis. Tra le oltre 1000 scuole interpellate l’84,9% ha risposto di avere a disposizione le lavagne interattive quasi sempre finanziate dal ministero (91,4%), che solo nello 0,2% dei casi si preoccupa di verificare che ci sia una connessione a Internet. Ma, appunto, il ministero non appare di manica altrettanto larga quando si tratta di sopperire alle richieste delle scuole in materia di “adeguamento della strumentazione e degli ambienti di studio”. Per quello ci sono i contributi dei genitori o, nel caso in cui la scuola decida d’ingegnarsi, gli sponsor che usufruiscono di concessione di spazi pubblicitari (31,8%) o i proventi delle macchine distributrici di bevande o alimenti (31,8%).

“Ci sono due logiche che si delineano nella scuola – spiega il presidente del Censis Giuseppe De Rita – quella tecnologica, per cui vengono mandate le lavagne luminose, un tipo d’innovazione un po’ stanca, che personalmente trovo di nessun interesse. E poi c’è invece una forte innovazione nel ruolo delle famiglie: le famiglie non si sono rassegnate di fronte al fatto che
non ci sono i soldi, si sono responsabilizzate, hanno preso in mano le sorti della scuola. Nel giro di un anno è cambiato profondamente il ruolo delle famiglie, dai consigli d’istituto alla vita quotidiana delle scuole”.

Le scuole si reggono sulle famiglie. Il 53,1% delle scuole chiede un contributo economico, che viene fornito dall’82,7% dei genitori, una percentuale molto alta: l’ampiezza del livello di adesione, spiega il Censis, appare dettata dall’esigenza di “tamponare le carenze di materiali e strumenti per il funzionamento ordinario dell’istituzione” e di “sostenere la qualità e varietà dell’offerta formativa”. E quindi con il contributo volontario dei genitori le scuole acquistano materiali didattici (77,2%), migliorano le dotazioni informatiche (sulle quali di regola non si riscontra da parte del ministero una sensibilità analoga a quella dimostrata per le LIM), i laboratori o le palestre (58,3%) e forniscono persino supporto economico agli studenti più indigenti per assicurare la loro partecipazione nelle attività didattico-formative (43,1%).

I contributi privati. Il 36,4% delle scuole riceve contributi da soggetti privati (diversi dai genitori). Si tratta di donazioni (46,4%), installazioni di macchine distributrici di bevande e alimenti (34,8%), sponsorizzazioni o pubblicità (31,8%), affitto e concessione dell’utilizzo dei locali dell’istituto (21,6%).

E quelli di ‘manovalanza’. Diventa sempre più comune il caso di genitori che decidano di contribuire materialmente al buon funzionamento della scuola. Nell’ultimo anno scolastico, le famiglie “hanno collaborato alla manutenzione o al mantenimento degli spazi” nel 13,6% delle scuole. Il 65,7% ha eseguito la pulizia e tintura delle pareti, il 22,9% ha ripulito tendi e suppellettili, il 13,6% ha riparato sedie, tavoli e armadi.

Le lavagne. La distribuzione di lavagne multimediali è stata piuttosto equa tra Nord e Sud: infatti si oscilla tra l’88% del Nord-Ovest e l’83,4% del Mezzogiorno. “Stando alle risposte dei dirigenti scolastici – nel 91,4% dei casi le risorse per l’acquisto delle Lim hanno avuto origine ministeriale”. Soltanto nello 0,2% dei casi il criterio adottato è quello di scelta delle classi con connessione Internet, eppure le lavagne multimediali collegate alla rete offrono un ben più ampio ventaglio di possibilità ai docenti che intendano farne uso. Alla distribuzione delle LIM non è stata affiancata un’adeguata formazione dei docenti: il 51,4% degli insegnanti dichiara che l’impiego delle lavagne “ha prodotto nuovi fabbisogni di formazione dei docenti, non ancora del tutto soddisfatti”, mentre il 48,8% afferma che “la scarsa autonomia dei docenti nella creazione di contenuti digitali determina una sottoutilizzazione delle lavagne”

La Repubblica 03.12.10

“Gli aiutini per legge a mister Cepu e alle casse dei partiti”, di Sergio Rizzo

Non è vero che con la riforma dell’università ci rimettono tutti. C’è qualcuno che ci guadagna: sono gli atenei «telematici», le università che laureano a distanza, le quali potranno accedere alla quota di fondi destinata agli istituti non statali «in base al merito». Non una distribuzione a pioggia, sia chiaro. Deciderà il ministero, sulla base delle indicazioni di «consulenti». Ma che questa sia altra benzina sul fuoco non c’è ombra di dubbio. Anche perché, dice Walter Tocci, dal ministro Mariastella Gelmini starebbe arrivando un altro «regaluccio» a queste università. E ben più grosso. Il deputato del Pd ha denunciato che nella bozza di decreto «per la programmazione» inviato dal ministro alla Conferenza dei rettori per il parere di rito c’è una norma che consente alle «telematiche» di trasformarsi su loro proposta in «normali» università non statali (come la Bocconi). Tanto basta a Tocci per individuare il principale beneficiario di questa metamorfosi: «Il Cepu, che potrebbe entrare nel sistema universitario trasformando la sua telematica E-Campus in università non statale autorizzata a svolgere sia didattica a distanza sia quella tradizionale». Una provocazione che il deputato del Pd, durante la discussione alla Camera, butta lì. Senza mancare di sottolineare «la comunanza di interessi e di sentimenti che intercorrono fra il presidente del Cepu e il presidente del Consiglio». Già.

Risale alla memoria la visita di Silvio Berlusconi, a luglio, alla E-Campus di Novedrate (ricordate le sue parole? «Dicono che sono circondato da veline, da belle senza cervello. Ecco, queste ragazze sono tutte belle, laureate con il massimo dei voti e non assomigliano certo a Rosy Bindi»). Soprattutto, però, viene in mente l’idea che Francesco Polidori ha presentato ad agosto a Berlusconi, quella di mettere a disposizione del premier la rete del Cepu per raccogliere consensi. Ecco che cosa ha detto lui stesso a Francesco Manacorda della Stampa: «Noi vendiamo formazione, dai corsi di recupero, all’inglese, all’università. Loro vendono politica. Ma in fondo il metodo non cambia e per me è un’occasione di business come le altre. Bisogna bussare a tutte le porte, ci vuole pressing e motivazione. Bisogna partire dalla sezione elettorale, ogni sezione in media 300 famiglie, e da lì scendere fino alla singola famiglia…». E poi, chissà, si prendono anche due piccioni con la stessa fava. Un voto e un cliente.

La sintonia di «Mister Cepu» con il Cavaliere è forte e ben radicata. Fin dalla discesa in campo del 1994. Anche se non si è mai tradotta in un seggio alla Camera o al Senato. Sua cugina Catia Polidori, invece, è stata messa in lista ed è diventata parlamentare del Popolo della libertà nel 2008. Salvo poi passare con i finiani di Futuro e libertà. Capita anche nelle migliori famiglie.

C’è da dire che Tocci si è fermato al Cepu, ma avrebbe potuto continuare, tanti sono gli spunti offerti dalle società che sono nell’affare delle società telematiche e perciò destinatarie dei «regalucci». L’università San Raffaele di Roma, per esempio. Azionista di controllo è il gruppo Tosinvest fondato dal re delle cliniche convenzionate con la sanità pubblica, Antonio Angelucci neodeputato del Pdl: partito che ha sostenuto e votato compatto la legge Gelmini. Poteva forse lui essere assalito da qualche dubbio? Diversamente da Catia Polidori, è anche rimasto fedele a Berlusconi, con il quale, peraltro, è pure socio in quell’ateneo. Perché l’8% appartiene a Fininvest servizi, e un altro 8% a Mediolanum comunicazione, controllata dalla holding che fa capo a Ennio Doris e al premier.

Al di là di questi dettagli, non è un mistero che la nascita delle università telematiche, avvenuta al tempo di Letizia Moratti ministro dell’Istruzione abbia sempre suscitato molte perplessità anche fuori del mondo politico e della sinistra. Il Comitato per la valutazione del sistema universitario, ad esempio, non ha mai nascosto la propria diffidenza. Giustificata? Basta dire che gli undici atenei telematici esistenti messi insieme, ovvero l’11,5% delle università italiane (95 in tutto) hanno appena sette professori ordinari. Sette su 18.861: uno di loro è il commissario dell’Alitalia Augusto Fantozzi, alla telematica Giustino Fortunato.

Come fanno allora a garantire le lezioni a distanza? Un caso per tutti: dalla banca dati del Comitato di valutazione si ricava che il corpo docente della Uninettuno è composto da 20 ricercatori a tempo determinato. Una categoria duramente colpita dall’ultima beffa dei politici. Perché mentre si apriva alle università telematiche lo spiraglio per accedere ai fondi pubblici, la Camera bocciava un emendamento proposto da Bruno Tabacci e Marco Calgaro che puntava a dirottare 20 milioni l’anno dall’esorbitante fondo per i rimborsi elettorali dei partiti agli stipendi dei ricercatori. Una folta pattuglia di «oppositori» rigorosamente bipartisan (Fli, Udc, Mpa e Pd) ha affondato il nuovo emendamento astenendosi o votando insieme al blocco, compattissimo, composto da Pdl e Lega. È stato il terzo salvataggio del finanziamento pubblico dei partiti nel giro di pochi mesi. Nella manovra di maggio il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva tagliato del 50% i rimborsi elettorali. Quel taglio era stato prima ridotto al 20%, poi al 10%. Al Senato, durante la discussione della riforma dell’Università approvata ieri dalla Camera, Francesco Rutelli era riuscito a far passare sotto il naso ai suoi colleghi una norma pressoché identica a quella proposta martedì, che destinava ai ricercatori il 20% dei soldi pubblici riservati ai partiti. Che però, alla Camera non si sono fatti cogliere di sorpresa e hanno provveduto a eliminare l’articolo dal testo. Prima di bloccare l’emendamento Tabacci. Imbarazzi? Nemmeno a parlarne. E ti pareva… Anche perché, dice Walter Tocci, dal ministro Mariastella Gelmini starebbe arrivando un altro «regaluccio» a queste università. E ben più grosso. Il deputato del Pd ha denunciato che nella bozza di decreto «per la programmazione» inviato dal ministro alla Conferenza dei rettori per il parere di rito c’è una norma che consente alle «telematiche» di trasformarsi su loro proposta in «normali» università non statali (come la Bocconi). Tanto basta a Tocci per individuare il principale beneficiario di questa metamorfosi: «Il Cepu, che potrebbe entrare nel siste-

ma universitario trasformando la sua telematica E-Campus in università non statale autorizzata a svolgere sia didattica a distanza sia quella tradizionale». Una provocazione che il deputato del Pd, durante la discussione alla Camera, butta lì. Senza mancare di sottolineare «la comunanza di interessi e di sentimenti che intercorrono fra il presidente del Cepu e il presidente del Consiglio». Già.

Risale alla memoria la visita di Silvio Berlusconi, a luglio, alla E-Campus di Novedrate (ricordate le sue parole? «Dicono che sono circondato da veline, da belle senza cervello. Ecco, queste ragazze sono tutte belle, laureate con il massimo dei voti e non assomigliano certo a Rosy Bindi»). Soprattutto, però, viene in mente l’idea che Francesco Polidori ha presentato ad agosto a Berlusconi, quella di mettere a disposizione del premier la rete del Cepu per raccogliere consensi. Ecco che cosa ha detto lui stesso a Francesco Manacorda della Stampa: «Noi vendiamo formazione, dai corsi di recupero, all’inglese, all’università. Loro vendono politica. Ma in fondo il metodo non cambia e per me è un’occasione di business come le altre. Bisogna bussare a tutte le porte, ci vuole pressing e motivazione. Bisogna partire dalla sezione elettorale, ogni sezione in media 300 famiglie, e da lì scendere fino alla singola famiglia…». E poi, chissà, si prendono anche due piccioni con la stessa fava. Un voto e un cliente.

La sintonia di «Mister Cepu» con il Cavaliere è forte e ben radicata. Fin dalla discesa in campo del 1994. Anche se non si è mai tradotta in un seggio alla Camera o al Senato. Sua cugina Catia Polidori, invece, è stata messa in lista ed è diventata parlamentare del Popolo della libertà nel 2008. Salvo poi passare con i finiani di Futuro e libertà. Capita anche nelle migliori famiglie.

C’è da dire che Tocci si è fermato al Cepu, ma avrebbe potuto continuare, tanti sono gli spunti offerti dalle società che sono nell’affare delle società telematiche e perciò destinatarie dei «regalucci». L’università San Raffaele di Roma, per esempio. Azionista di controllo è il gruppo Tosinvest fondato dal re delle cliniche convenzionate con la sanità pubblica, Antonio Angelucci neodeputato del Pdl: partito che ha sostenuto e votato compatto la legge Gelmini. Poteva forse lui essere assalito da qualche dubbio? Diversamente da Catia Polidori, è anche rimasto fedele a Berlusconi, con il quale, peraltro, è pure socio in quell’ateneo. Perché l’8% appartiene a Fininvest servizi, e un altro 8% a Mediolanum comunicazione, controllata dalla holding che fa capo a Ennio Doris e al premier.

Al di là di questi dettagli, non è un mistero che la nascita delle università telematiche, avvenuta al tempo di Letizia Moratti ministro dell’Istruzione abbia sempre suscitato molte perplessità anche fuori del mondo politico e della sinistra. Il Comitato per la valutazione del sistema universitario, ad esempio, non ha mai nascosto la propria diffidenza. Giustificata? Basta dire che gli undici atenei telematici esistenti messi insieme, ovvero l’11,5% delle università italiane (95 in tutto) hanno appena sette professori ordinari. Sette su 18.861: uno di loro è il commissario dell’Alitalia Augusto Fantozzi, alla telematica Giustino Fortunato.

Come fanno allora a garantire le lezioni a distanza? Un caso per tutti: dalla banca dati del Comitato di valutazione si ricava che il corpo docente della Uninettuno è composto da 20 ricercatori a tempo determinato. Una categoria duramente colpita dall’ultima beffa dei politici. Perché mentre si apriva alle università telematiche lo spiraglio per accedere ai fondi pubblici, la Camera bocciava un emendamento proposto da Bruno Tabacci e Marco Calgaro che puntava a dirottare 20 milioni l’anno dall’esorbitante fondo per i rimborsi elettorali dei partiti agli stipendi dei ricercatori. Una folta pattuglia di «oppositori» rigorosamente bipartisan (Fli, Udc, Mpa e Pd) ha affondato il nuovo emendamento astenendosi o votando insieme al blocco, compattissimo, composto da Pdl e Lega. È stato il terzo salvataggio del finanziamento pubblico dei partiti nel giro di pochi mesi. Nella manovra di maggio il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva tagliato del 50% i rimborsi elettorali. Quel taglio era stato prima ridotto al 20%, poi al 10%. Al Senato, durante la discussione della riforma dell’Università approvata ieri dalla Camera, Francesco Rutelli era riuscito a far passare sotto il naso ai suoi colleghi una norma pressoché identica a quella proposta martedì, che destinava ai ricercatori il 20% dei soldi pubblici riservati ai partiti. Che però, alla Camera non si sono fatti cogliere di sorpresa e hanno provveduto a eliminare l’articolo dal testo. Prima di bloccare l’emendamento Tabacci. Imbarazzi? Nemmeno a parlarne. E ti pareva…

Il Corriere della Sera 02.12.10

"Sei famiglie su dieci in difficolà a pagare mutui e bollette. L'evasione fiscale vale 100 miliardi l'anno", di Nicoletta Cottone e Claudio Tucci

Sei famiglie su 10 sono in difficoltà a pagare bollette, mutui, prestiti. Il 7,8%, nel 2009, non è riuscito a rispettare le scadenze previste, il 13,4%, lo ha fatto con molte difficoltà, il 38,5% con qualche difficoltà. Risultato? Che «l’Italia appiattita dalla crisi stenta a ripartire», sottolinea l’annuale rapporto del Censis sulla situazione sociale del Belpaese, presentato al Cnel, dal presidente del Censis, Giuseppe De Rita. A soffrire di più sono state le famiglie monogenitoriali e le coppie con figli. E per cercare di resistere alla crisi si punta soprattutto sul risparmio: nel biennio 2009-2010 è aumentata la liquidità detenuta dalle famiglie (+4,6% in termini reali i biglietti e depositi a vista, +10,3%, gli altri depositi), con la quale si cerca di tamponare spese impreviste. Il 28% degli italiani é «molto preoccupato» e il 40% «abbastanza preoccupato» perché il proprio reddito in vecchiaia sarà insufficiente a garantire un livello dignitoso di vita.

Gli aumenti tariffari per il prossimo anno vengono calcolati in poco meno di mille euro a famiglia. Poi ci sono i contributi aggiuntivi per le scuole dell’obbligo, le fasce blu per i parcheggi, le multe che sostengono le esangui casse dei comuni, le revisioni di auto e caldaie, le parcelle per la dichiarazione dei redditi. Complessivamente, la stima della «tassazione occulta» elaborata dal Censis porta a 2.289 euro all’anno per una famiglia di tre persone.
La crisi globale ha mandato al tappetto anche il lavoro autonomo: 437mila imprenditori e lavoratori in proprio (vale a dire artigiani e commercianti) in meno dal 2004 al 2009 (-7,6 per cento). Crolla anche l’occupazione giovanile, colpa soprattutto della troppa “flessibilità”. Nel 2009 tra gli occupati di età compresa fra i 15 e i 34 anni sono stati persi circa 485mila posti di lavoro (- 6,8%), mentre nei primi due trimestri del 2010 ne sono stati bruciati quasi 400mila (-5,9 per cento). Dunque in un anno e mezzo sono stati circa 885mila i posti persi dai giovani. Sono invece 2.242.000 i giovani tra 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano e neppure cercano un impiego. E ben il 91% dei disoccupati monoreddito in Italia sono da considerarsi a rischio povertà, contro il 32% in Belgio, il 55% in Spagna e il 75% del Regno Unito.
Imprenditori a rischio “despecializzazione”. Per il Censis, l’Italia è anche il paese europeo con il più basso ricorso a orari flessibili nell’ambito dell’organizzazione produttiva: solo l’11% delle aziende con più di 10 addetti utilizza turni di notte, solo il 14% fa ricorso al lavoro di domenica e il 38% al lavoro di sabato. E siamo pure il paese dove è più bassa la percentuale di imprese che adottano modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda (lo fa solo il 3% contro una media europea del 14 per cento). Esiste però un rischio di despecializzazione imprenditoriale. La quota dell’export italiano sul mercato mondiale è passata negli ultimi nove anni dal 3,8% al 3,5 per cento. È migliorato il nostro posizionamento per prodotti come gli articoli di abbigliamento, i macchinari per uso industriale, i prodotti alimentari, ma abbiamo perso terreno nei comparti a maggiore tasso di specializzazione, come le calzature (-3,8%), la gioielleria (-4,3%), i mobili (-4,7%), gli elettrodomestici (-5,8%) e i materiali da costruzione (-13,7 per cento). Il pericolo, evidenzia lo studio, «è che strategie di nicchia, design e qualità non bastino più senza maggiori iniezioni di innovazione nei prodotti».

Evasione fiscale da record: una tassa occulta da 100 miliardi di euro l’anno. E se il Paese non imbocca con decisione il sentiero della ripresa dipende anche, secondo il Censis, dal fatto che sul sistema pesano come macigni un debito pubblico enorme, che ogni anno drena risorse per il 4,7% del Pil, e un’evasione fiscale che le stime più rosee valutano intorno a 100 miliardi di euro l’anno. L’economia irregolare, dopo un lungo periodo di frenata, ha ripreso a crescere, registrando tra il 2007 e il 2008 un aumento del valore del 3,3%, portando l’incidenza sul Pil dal 17,2% al 17,6 per cento. A trainarla è stata la componente più invisibile, legata ai fenomeni di sottofatturazione e di evasione fiscale (+5,2%), la cui incidenza sul valore complessivo del sommerso raggiunge ormai il 62,8 per cento. Di contro, il valore imputabile al fenomeno del lavoro irregolare resta sostanzialmente stabile (+0,1%) e la sua incidenza scende dal 38,4% al 37,2 per cento.

I grumi perversi della criminalità organizzata. Il rapporto del Censis sottolonia poi come in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia siano ben 448 i comuni in cui sono presenti sodalizi criminali, 441 quelli in cui si trovano beni immobili confiscati alle organizzazioni criminali, 36 quelli sciolti negli ultimi tre anni per infiltrazioni mafiose. Complessivamente si tratta di 672 territori comunali, che occupano il 54,8% della superficie delle quattro regioni, dove vive il 79,2% della popolazione (più di 13,4 milioni di persone, che rappresentano il 22,3% dell’intera popolazione italiana). Rispetto a tre anni fa, il numero dei comuni è aumentato (nel 2007 erano 610). La regione dove la presenza della criminalità organizzata e il controllo del territorio sono più pressanti è la Sicilia (dove il 52,3% dei comuni presenta almeno un indicatore di criminalità organizzata, coinvolgendo l’83,1% della popolazione), segue la Puglia (con il 43% dei comuni), la Calabria (38,4%) e la Campania (36,3 per cento).

Se la politica non fa la differenza. Secondo il Censis, il 34,4% degli italiani ritiene che la classe politica litigiosa sia il principale freno alla ripresa economica del Belpaese. I beneficiari della social card sono 450mila, a fronte di 830mila richieste e una platea di riferimento annunciata di circa 1,3 milioni di persone. Per il Piano casa si parlava di investimenti per 70 miliardi di euro, ma a più di un anno di distanza in oltre 60 comuni capoluogo di provincia sono state presentate poco meno di 2.700 istanze (in media 42 per comune). Per realizzare un’opera pubblica nel settore dei trasporti di valore superiore a 50 milioni di euro ci vogliono ancora mediamente 3.942 giorni, quasi 11 anni. I lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria sono stati avviati nel 1997 e il loro completamento, fissato al 2003, è stato posticipato prima al 2008 e poi al 2013. Si capisce allora lo scoramento degli italiani. Il distacco è più marcato è più marcato tra i giovani (75 per cento). Ma anche le donne non scherzano (77%) e soprattutto le persone con titolo di studio elevato (quasi il 74% dei diplomati e oltre il 73% dei laureati).

In Italia piace l’e-book. Italiani amanti dei libri, meglio se digitali. Una tendenza importata dagli States (nel 2009 l’e-book costituiva solo l’1,5% del mercato, le stime per il 2010 indicano una quota del 5%, più del triplo), ma che sta prendendo piede anche nel Belpaese. Qui, scrive il Censis, si prevede una quota di mercato dello 0,1% al dicembre 2010, pari a oltre 3,4 milioni di euro. Una fetta di mercato ancora molto piccola, ma triplicata rispetto allo 0,03% del dicembre 2009. Anche i primi mesi del 2010 sono positivi: rispetto al giugno del 2009, le librerie on line fanno registrare un incremento dell’attività del 24,5 per cento. Nel comparto dell’editoria digitale, sono in diminuzione cd rom e dvd (-24%), mentre il segno è sempre positivo per banche dati e altri servizi Internet (+61,5% tra il 2006 e il 2009, +30% tra il 2008 e il 2009).

Il Sole 24 Ore 03.12.10

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Censis: Italia appiattita, la ripresa arranca
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Il Belpaese descritto nel 44esimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale “stenta a ripartire” a causa dell’inattività lavorativa e imprenditoriale. Pesano debito pubblico e evasione fiscale. Il paese tiene grazie a famiglia e risparmi privati

Un’Italia affaticata e una ripresa che stenta a decollare. Un paese schiacciato sotto il peso del debito pubblico, di un’evasione fiscale da almeno 100 miliardi l’anno e di un’economia irregolare, che tra il 2007 e il 2008 ha inciso sul pil per il 17,6 per cento. E’ questa la fotografia, non certo fiduciosa scattata dal Censis nel 44esimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese.

L’Italia descritta nel rapporto si trova a fare i conti con gli effetti della crisi e della globalizzazione che portano un disinvestimento dal lavoro, uno scoraggiamento tra i giovani, una despecializzazione produttiva e risparmi stagnanti. Sono queste le zavorre che frenano lo slancio necessario per ripartire. La politica non aiuta. Secondo gli italiani, infatti, la litigiosità della classe politica costituisce il principale problema che grava sulla ripresa economica.

Tuttavia, il Paese tiene grazie a ‘intrecci virtuosi’, quali l’irrobustimento delle reti tra imprese. E soprattutto grazie alle famiglie. Le quali, se pur alle prese con la moltiplicazione di spese indesiderate e di aumenti tariffari che graveranno il prossimo anno per quasi 1000 euro a famiglia, sono un pilastro strategico del welfare. Ed è così che caricandosi di compiti assistenziali, anche gravosi e complessi, riempiono il vuoto lasciato dal sistema pubblico.

Il lavoro. E’ un’Italia “appiattita” quella che esce dalle analisi del Censis. Un paese che, dopo essere cresciuta meno, dal 2000 al 2009, degli altri Paesi europei, ora “stenta a ripartire”. L’interesse dell’istituto punta, in particolare, sul disinvestimento individuale del lavoro. Mentre in tutto il mondo la ricetta per uscire dalla crisi prevede l’attivazione di tutte le energie professionali con l’auto-imprenditorialità, l’Italia, patria del lavoro autonomo e imprenditoriale, vede, invece, ridursi in questi anni proprio la componente del lavoro non dipendente: 437.000 imprenditori e lavoratori in proprio (artigiani e commercianti) in meno dal 2004 al 2009 (-7,6 per cento). Nei primi due trimestri del 2010 si è registrato un calo degli occupati tra 15 e 34 anni del 5,9 per cento, a fronte di una riduzione media dello 0,9 per cento. Poco fiduciosi nella possibilità di trovare un’occupazione, ma anche poco disponibili a trovarne una a qualsiasi condizione, i giovani hanno avvertito più degli altri gli effetti della crisi. Sono 2.242.000 le persone tra 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano, né cercano un impiego. Più della metà degli italiani (il 55,5 per cento) pensa che i giovani non trovano lavoro perché non vogliono accettare occupazioni faticose e di scarso prestigio: una valutazione che potrebbe apparire ingenerosa e stereotipata, se non fosse che ad esserne più convinti sono proprio i più giovani, tra i quali la percentuale sale al 57,8 per cento.

L’impresa. Ma l’Italia, corre anche il rischio di una despecializzazione imprenditoriale. Negli ultimi nove anni, la quota dell’export italiano sul mercato mondiale è passata negli ultimi nove anni dal 3,8 per cento al 3,5 per cento. E’ migliorato il nostro posizionamento per prodotti come gli articoli di abbigliamento, i macchinari per uso industriale, i prodotti alimentari, ma abbiamo perso terreno nei comparti a maggiore tasso di specializzazione, come le calzature (-3,8 per cento), la gioielleria (-4,3 per cento), i mobili (-4,7 per cento), gli elettrodomestici (-5,8 per cento) e i materiali da costruzione (-13,7 per cento). E il pericolo e’ che strategie di nicchia, design e qualita’ non bastino piu’ senza maggiori iniezioni di innovazione nei prodotti.

Famiglia e risparmio. Altro elemento evidenziato dal Censis è l’uso stagnante del risparmio familiare. Mattone, liquidità, polizze: sono questi i pilastri ai quali le famiglie si sono ancorate per resistere alla crisi. Nel primo trimestre del 2010 i mutui erogati sono aumentati in termini reali del 10,1 per cento rispetto alla stesso periodo del 2008, superando i 252 miliardi di euro. Nel biennio è aumentata la liquidità detenuta dalle famiglie (+4,6 per cento in termini reali i biglietti e depositi a vista, +10,3 per cento gli altri depositi). Nei primi nove mesi del 2010 i premi per nuove polizze vita sono aumentati del 22 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009. Tra le famiglie che fronteggiano pagamenti rateali, mutui o prestiti di vario tipo, il 7,8 per cento dichiara di non essere riuscito a rispettare le scadenze previste, il 13,4 per cento lo ha fatto con molte difficoltà, il 38,5 per cento con un po’ di difficoltà: a soffrire di più sono state le famiglie monogenitoriali e le coppie con figli. Nonostante la generale propensione a evitare impieghi rischiosi, negli ultimi mesi si registra però il ritorno a un profilo meno prudente nella collocazione del risparmio familiare, con un aumento tra il primo trimestre 2009 e il primo trimestre 2010 delle quote di fondi comuni d’investimento (+29,3 per cento) e delle azioni e partecipazioni (+12,5 per cento).
La scuola. ‘Buchi’ che riguardano anche il sistema dell’istruzione: il 56,5 per cento delle scuole italiane (dalla materna alle superiori) ha chiesto in quest’anno scolastico un contributo volontario alle famiglie, aggiuntivo alle tasse scolastiche e al costo della mensa. Il valore medio versato è stato pari a 80 euro, con punte fino a 100 euro nella scuola primaria e 260 euro nei licei.

Debito ed evasione. Se il Paese non imbocca con decisione il sentiero della ripresa -rivela il Censis – dipende anche dal fatto che sul sistema pesa come macigni un debito pubblico enorme “che ogni anno drena risorse per il 4,7 per cento del Pil”. Poi c’è un’evasione fiscale che “le stime più rosee valutano intorno a 100 miliardi di euro l’anno”. In alcune regioni, inoltre, a complicare la situazione è la presenza della criminalità organizzata, radicata specialmente nel Sud Italia, soprattutto in Sicilia, Puglia, Calabria e Campania.

La politica. In questo quadro grava anche, per la maggioranza relativa degli italiani (il 34,4 per cento) “una classe politica litigiosa” che incide in negativo sulla ripresa prima ancora della elevata disoccupazione (29,6 per cento). Molti dei provvedimenti varati negli ultimi anni, scrive il Censis, hanno avuto un modesto impatto reale. Da qui il venir meno della fiducia nelle lunghe derive e nell’efficacia delle classi dirigenti. Di là dai fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, suggerisce il Censis, “adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime”.

da www.rassegna.it

"Gli studenti europei uniti contro i tagli", di Nadia Urbinati

La prima pagina del New York Times del 1° dicembre portava la stessa fotografia della prima pagina di Repubblica: quella che riprende lo scontro tra gli studenti di Bologna e la polizia. la foto a colori lascia intravedere del sangue sullo scudo di un poliziotto. Segno di una tensione non epidermica. In diversi Paesi europei questi mesi autunnali sono stati segnati da proteste e manifestazioni che hanno visto come protagonisti gli studenti. In Francia come in Grecia o in Spagna e in Inghilterra. L´Italia segue a ruota. In tutti i casi l´elemento centrale dei movimenti è stata la denuncia di riforme che minano alla radice il futuro vicino e remoto dei giovani. Lo minano in due sensi: perché mettono in discussione l´eguale opportunità di avere una formazione qualificata, riducendo con ciò le possibilità dei giovani di competere per un´occupazione che non sia un lavoro quale che sia per un misero salario; e perché mettono a repentaglio la solidarietà intergenerazionale (cosa che è già iniziata nel nostro Paese) con proposte di riforma della previdenza che penalizzeranno coloro che ne dovranno usufruire in futuro.
Queste politiche sono evidentemente indirizzate a colpire i giovani; ma, ed è importante osservarlo, non tutti allo stesso modo. Penalizzano la generalità dei giovani perché intaccano il sistema delle eguali opportunità e quello della solidarietà; una penalizzazione selettiva, dunque, e che crea le condizioni per una trasformazione in senso meno democratico della società di domani. Coloro che oggi riusciranno ad acquisire una migliore formazione saranno più avvantaggiati domani e quindi anche in minor bisogno di una previdenza pubblica. Sono allora due i piani dei tagli: da un lato smantellano lo stato sociale, dall´altro intaccano radicalmente le eguali opportunità. Circa il primo dei due piani, pare evidente che esso comincia in quei settori della società nei quali è più necessario l´impegno pubblico: per coloro che devono prepararsi alla vita e per coloro che non sono più nel ciclo produttivo. La difesa del legame giovani/anziani (che un´astuta regia cerca di recidere con l´argomento del “largo ai giovani”) è quindi cruciale. In Francia più che altrove gli studenti hanno dimostrato di comprendere la portata di questo legame aderendo in massa alle proteste contro la riforma delle pensioni.
L´altro piano dei tagli ha preso di mira un esito più direttamente antidemocratico: la riduzione delle eguali opportunità. E veniamo così alle disastrose politiche scolastiche che i governi, soprattutto quelli conservatori, stanno intraprendendo con più o meno accanimento e radicalità un po´ dovunque – ma l´Italia e la Gran Bretagna sono all´avanguardia. Nella migliore tradizione inglese, gli studenti della più prestigiosa università europea, Cambridge, stanno facendo circolare una petizione fra docenti e studenti di tutto il mondo per chiedere sostegno alla loro denuncia del provvedimento con il quale il governo inglese ha deciso aumenti ragguardevoli delle tasse di iscrizione e un taglio altrettanto ragguardevole dei finanziamenti alla formazione. Il gioco è ironico nella sua feroce ingiustizia: più soldi per iscriversi all´università con la prospettiva di ricevere meno servizi per la ricerca. Un´incongruenza che merita una petizione e che ha provocato anche molte manifestazioni in quasi tutte le università britanniche. Sono due le accuse mosse dagli studenti cantabrigensi. La prima (simile a quella che rivolgono gli studenti italiani al loro governo) è di voler privatizzare il sistema universitario e di servirsi proprio dei soldi degli studenti e delle loro famiglie per farlo! La seconda accusa è di avviare una trasformazione aziendalista dell´alta educazione (lo stesso sta succedendo da noi, come ha ben spiegato su questo giornale Carlo Galli), con la conseguenza di creare amministrazioni d´ateneo meno attente alle ragioni educative che a quelle di badget.
Un segno dei tempi in un´Europa sempre meno sicura di voler essere sociale. Un fatto che indica un mutamento molto esplicito di indirizzo generale poiché, come scrivono gli studenti di Cambridge, il governo persegue con sistematica determinazione una politica di diseguaglianza: rendendo l´accesso a questa grande università di élite regolato meno dal merito e più dalle possibilità economiche. La strada verso il privilegio è segnata. Sarebbe dunque miope pensare che le manifestazioni degli studenti siano un segno irrazionale di resistenza a riforme giuste perché fatte all´insegna della qualità e del rigore: a Cambridge non si può certo imputare di avere un sistema di reclutamento che incentiva baronie e genera sprechi senza produrre merito. Eppure a Cambridge come nelle università italiane la politica dei governi è la stessa: parla la lingua dei tagli alle eguali opportunità. Dietro alle argomentazioni altisonanti della ministra Gelmini, come dietro a quelle del suo collega britannico, si annida un´unica logica che il contesto locale non fa vedere bene (da noi le riforme cercano credibilità presentandosi come restauratrici del merito): legare i giovani al destino della classe sociale alla quale appartengono le loro famiglie, togliendo loro la possibilità di provare se stessi. Queste riforme non sono solo ingiuste; esse sono anche improvvide perché penalizzando all´origine chi ha meno possibilità economiche, questi paesi si privano della possibilità di avere una futura generazione di migliori. Non c´è scampo: ogni logica antiegualitaria nel campo dell´educazione è alla fine dei conti una logica che favorisce il privilegio. Essere per sorte venuti al mondo in una famiglia invece che in un´altra non dice nulla sulle proprie potenzialità. Il taglio sulle eguali opportunità educative è un taglio sul merito.

La Repubblica 03.12.10