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L’occasione mancata e quella da cogliere (Newsletter n. 11 – dicembre 2010)

La Camera ha approvato a maggioranza il disegno di legge Gelmini, mentre gli studenti scendevano in piazza e i ricercatori salivano sui tetti per protestare contro un provvedimento che non migliorerà il nostro sistema universitario e ne ingesserà la gestione, non affronta il problema della precarizzazione dei giovani ricercatori e nemmeno le istanze di chi già lavora all’interno degli atenei, riduce di fatto la competitività del nostro sistema Paese e penalizza il sapere. Il netto voto contrario del PD al ddl Gelmini si è unito ai tanti “no” espressi dal mondo universitario, inascoltati per ideologico pregiudizio.

Il sistema universitario necessita di una riforma. Ma la ricetta giusta non é quella “prescritta” dirigisticamente dal ministro Gelmini. L’università italiana ha infatti bisogno di un intervento in grado di rilanciare l’autonomia responsabile degli atenei basata sulla valutazione, di sostenere il diritto allo studio, di valorizzare le competenze ed i talenti e di mettere in campo un credibile progetto di investimento (come è stato lucidamente osservato, una riforma che non costa niente allo Stato, alla fine non vale niente).

Oltre alle critiche nel merito (in calce ho riportato i link ai resoconti delle sedute, così che possiate leggere i passaggi parlamentari nei quali argomentiamo le nostre critiche), esiste anche un problema di metodo. Da settimane, esprimiamo la convinzione che non ci siano le condizioni politiche (oltre che finanziarie) per continuare ad esaminare questo disegno di legge; ma la Camera ne ha affrontata ugualmente la discussione per l’ostinazione del ministro Gelmini e dell’Esecutivo che, di fatto, non ha più il sostegno per governare.

Mercoledì sera, per fare pressione sul calendario del Senato, il ministro ha paventato effetti deleteri sul sistema universitario nel caso il DDL non venga convertito in legge entro l’anno: concorsi bloccati, mancata garanzia degli scatti stipendiali, perdita delle risorse. Tali conseguenze – create ad arte per poter esercitare una azione ricattatoria sulla approvazione del DDL – possono essere tranquillamente evitate dal Decreto Milleproroghe, che il Governo (qualunque esso sia, anche sfiduciato) dovrà approvare nelle prossime settimane.

Provo a spiegare perché. È sufficiente prevedere la proroga nell’utilizzo delle norme di reclutamento di associati e ordinari della legge Berlinguer (e non si dica che queste norme sono peggio di quelle previste dal DDL Gelmini, dato che le nuove commissioni saranno totalmente locali) e quelle per i ricercatori disposte dalla legge 1 del 2009 perché il i concorsi non si arrestino. Purtroppo restano in vigore sia il blocco del turno over (disposto dal decreto legge 112 del luglio 2008) e dal taglio delle risorse confermato anche dalla legge di stabilità (la vecchia finanziaria) che il Senato si accinge ad approvare: queste misure, volute dal governo Berlusconi-Bossi, sono le vere responsabili del mancato reclutamento di nuovo personale universitario. Come mai su questa situazione non si leva alcun grido di allarme della ministra? Forse perché è più preoccupata di diffondere allarmismo, come quello relativo alla impossibilità di utilizzare le risorse per il reclutamento di 1500 associati. Si tratta di una menzogna, poiché la legge di stabilità, come modificata durante la discussione alla Camera, già prevede che a valere sulle risorse del Fondo di Finanziamento ordinario (che ha una disponibilità di 6,930 miliardi, appena sufficienti a far fronte alle spese obbligatorie e incomprimibili, come gli stipendi e le utenze) il ministro ogni anno predisponga un piano di reclutamento straordinario di professori associati.

Nel DDL Gelmini è stato inserito un comma fotocopia (voluto da FLI per giustificare il proprio voto favorevole al provvedimento) della disposizione precedente, che prevede un numero imprecisato di assunzioni di associati, grazie ad una quota “fino a 13 milioni” (per il 2011) da prelevare sul Fondo di Finanziamento Ordinario. Pertanto, a mettere a rischio le risorse per i concorsi NON è la mancata approvazione del DDL, ma della legge di stabilità, che comunque otterrà al Senato la convalida già la prossima settimana. Faccio peraltro notare l’inganno che si cela dietro la formula “fino a”, poiché ogni cifra – da uno a tredici milioni – soddisferà la disposizione del DDL, ma con ricadute del tutto evidenti sul numero di associati da reclutare! Infine, sul recupero degli scatti stipendiali (cancellati dal governo nella manovra della scorsa estate), si può adottare una specifica norma nel decreto milleproroghe con immediata efficacia nel prossimo anno.

Diamo fin da ora la disponibilità a sostenere questa disposizione, anche con l’obiettivo di individuare una copertura diversa da quella inserita nel DDL Gelmini, che senza colpo ferire va a recuperare le risorse necessarie (per il prossimo anno 18 milioni) su quelle, scarse (44 milioni), a disposizione del Fondo per i piani triennali e quadriennali delle università. Insomma, un chiaro esempio di cannibalismo delle risorse: tolgo all’università per dare all’università. Come abbiamo sostenuto durante il dibattito in Aula, Mussolini con i suoi carrarmati spostati da una parata all’altra, potrebbe arrossire per dilettantismo propagandistico…

È positivo che al Senato, grazie al Pd, si sia deciso di rinviare la discussione a dopo il voto sulla fiducia, prevista per il 14 dicembre, poiché quel voto potrebbe (e dovrebbe) sancire formalmente la fine di una maggioranza che è già dissolta da tempo.

La storia del nostro Paese è piena di occasioni mancate. Questa legge, non condivisa e tenacemente voluta dal Governo e dalla maggioranza senza ascoltare le componenti del mondo universitario, è una di quelle.

E in tempi recenti e di crisi, è forse la più grande occasione mancata. Se la situazione politica non dovesse precipitare prima (con le dimissioni del Premier), il 14 dicembre, con il voto sulle mozioni di sfiducia al Governo Berlusconi, vi sarà un’altra occasione, che non può andare perduta.

 

Manuela Ghizzoni

 

Elenco dell’università

Una università nella quale il Paese investe perché il sapere rende liberi e la ricerca genera progresso e benessere sociale ed economico,


una università alla quale si accede non per censo, ma perché “meritevoli e capaci anche se privi di mezzi”,


una università nel quale la formazione è orientata alla crescita civile e all’acquisizione di competenze, allineate alle necessità dal mondo professionale e produttivo,


una università nella quale la valutazione è la vera forma di controllo e la libertà responsabile è il principio che ispira ogni azione e decisione,


una università che garantisce diritti, dignità e tutela del lavoro,


una università nella quale si insegna e si fa ricerca non perché “figli di qualcuno”, ma per talento e maturità scientifica, i soli “meriti” per progredire nella carriera. 

 

Interventi sul disegno di legge

 

Intervento dell’On. Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in VII Commissione (cultura, scienze e istruzione) della Camera dei Deputati, nel corso della discussione generale sul disegno di legge

Dichiarazione di voto finale dell’On. Dario Franceschini, capogruppo del PD della Camera dei Deputati

Resoconti delle sedute della Camera dedicate all’esame del DDL Gelmini

·         discussione generale di lunedì 22 novembre 2010

·         esame emendamenti martedì 23 novembre 2010

·         esame emendamenti mercoledì 24 novembre 2010

·         esame emendamenti giovedì 25 novembre 2010

·        esame emendamenti e dichiarazioni di voto martedì 30 novembre 2010

Breve rassegna stampa e link al sito sull’argomento

 

“Il PD blocca la Gelmini al Senato”, di Walter Tocci

Si è appena conclusa la conferenza dei capigruppo che ha respinto la richiesta della Gelmini di discutere il suo ddl prima della mozione di sfiducia a Berlusconi. L’iniziativa del Pd è stata portata al successo da Anna Finocchiaro capogruppo dei senatori. […]

02.12.10

 

PD, Meloni: Governo di irresponsabili, dopo la sfiducia restituire futuro alla conoscenza

Solo un governo di irresponsabili poteva costringere il Parlamento al tour de force al quale abbiamo assistito nelle settimane scorse, senza alcuna disponibilità al confronto con l’opposizione parlamentare e con quanti, nel Paese, chiedevano solo attenzione al futuro della ricerca e al destino degli studenti e del loro diritto a studiare. […]

02.12.10

 

«Il governo non vuole ascoltarci ma noi adesso non ci fermiamo», di Jolanda Buffalini

La protesta studentesca. Cortei e occupazioni: «Si va avanti almeno fino al 9 dicembre». Assemblea alla Sapienza. «Difendiamo i baroni? Assurdo, lottiamo per il diritto allo studio». La mobilitazione continua. «Saremo in piazza quando il ddl andrà in discussione al Senato». […]

L’Unità, 02.12.10

 

L’assedio al Palazzo dei 50mila. Berlusconi: «andate a studiare», di Mariagrazia Gerina

Dimissioni, dimissioni», avanza come in un film verso il parlamento blindato il popolo dei ventenni, scesi a migliaia dai tetti degli atenei, dai licei occupati, dalle università in rivolta. Studenti di geologia, di scienze ambientali, di storia, di ingegneria, di matematica. […]

L’Unità, 01.12.10

 

“L’istruzione precaria”, di Carlo Galli

Non è una riforma epocale, come sostiene la ministra, se non per le modalità con cui il Palazzo l’ha varata, contro la protesta – questa sì nuova, per l’imponenza della mobilitazione giovanile. […]

La Repubblica, 01.12.10

 

La fuga di cervelli costa cara all’Italia “In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi”, di Rosaria Amato

Ogni ricercatore ‘top’ vale in media 148 milioni di euro in brevetti. E i pochi che rimangono in Italia, nonostante le difficoltà, hanno un indice di produttività inferiore solo a britannici e canadesi. La fuga dei ricercatori italiani all’estero ha un costo, un costo molto alto. […]

La Repubblica, 30.11.10

 

Approvano il ddl Gelmini. E la chiamano riforma…

Il voto definitivo sul ddl Gelmini è arrivato in un clima surreale solo a sera. Il ddl ha ricevuto 307 sì, 252 no mentre 7 deputati si sono astenuti ma l’impegno in Aula delle opposizioni registra la 63sima e la 64esima sconfitta sugli emendamenti dal Pd, Api e da Fli. Fuori da Montecitorio è Roma a sperimentare lo stato d’assedio e in tutta Italia si protesta nelle piazze e sui tetti, con 7.000 studenti bolognesi che occupano l’autostrada. […]

www.partitodemocratico.it, 30.11.10

 

Università delle tensioni

A poche ore dal voto definitivo sul ddl Gelmini, mentre la battaglia in Aula registra la 63sima e la 64sima sconfitta sugli emendamenti dal Pd, Api e da Fli, i primi ad essere insofferenti della possibile riforma dell’Università sono i romani. Dalla prima mattina il centro è bloccato al traffico e nelle zone limitrofe al Parlamento è impedito persino il passaggio a piedi. Contemporaneamente cortei e tensioni in tutta Italia. […]

www.partitodemocratico.it, 30.11.10

 

Università, Pd: Fli sia coerente e voti emendamenti Pd per reclutamento ricercatori

“E’ alla 63esima volta che il governo viene battuto dall’inizio della legislatura. Adesso da Fli ci attendiamo un gesto di coerenza su quei nostri emendamenti fondamentali per modificare l’impianto della riforma e che richiedono oneri di spesa come il reclutamento di nuove forze per l’università (cioè i precari), i recuperi degli scatti stipendiali ,il reclutamento straordinario di ricercatori a tempo determinato. […]

30.11.10

 

Sui tetti, in strada e nelle piazze. Oggi si vota la riforma Gelmini

Università in subbuglio Dilaga la protesta contro il testo del ministro dell’Istruzione. Montecitorio In Aula deputati al lavoro, fuori il sit-in di studenti, dottorandi e ricercatori. […]

L’Unità, 30.11.10

 

“E’ una riforma sulla pelle dei ragazzi”: il famoso fisico Giorgio Parisi stronca la riforma sull’università, di Caterina Perniconi

Nell’intervista il fisica italiano di fama internazionale definisce la riforma “un bel disastro”… La valutazione degli atenei, i bilanci, la sperimentazione, l’emendamento cancellato sui ricercatori…. L’invadenza della politica e il ruolo del privato […]

Il Fatto Quotidiano, 29.11.10

 

“No, non torno negli Usa è il momento di lottare”

La ricercatrice Francesca Coin questa sera a “Vieni via con me”. Con una lettera a “Repubblica” Francesca Coin, 34 anni, illustrò lo shock del rientro in un´università italiana dopo otto anni di vita accademica in America: «Negli Usa era venuto a prendermi all´aeroporto il capo dipartimento dell´ateneo, come ricercatrice guadagnavo il triplo, essere giovani là è una risorsa non un problema». […]

La Repubblica, 29.11.12

 

“La riforma aiuta i baroni”, di Maurizio Ferraris  

L´impressione è quella di avere a che fare, più che con un ministro, con un curatore fallimentare che considera l´Università una bad company da dismettere. Non sorprende se gli studenti protestano. […]

La Repubblica, 27.11.12   

 

“L’università dell’incertezza” di Daniele Checchi e Tullio Jappelli

La riforma dell’università, contestata da studenti, ricercatori e opposizioni, sembra ormai l’ultima bandiera di un governo in difficoltà. Ma richiede decine di decreti attuativi e tempi lunghi per la sua applicazione. […]

LaVoce.info, 26.11.10

 

Bersani si arrampica sul tetto coi ricercatori: «Ma gli studenti non sono estremisti»

Bersani: «Il ministro dovrebbe avere un po’ di pazienza e di umiltà di ascoltare. Qui c’è un sacco di gente che non ha una interlocuzione e per questo è piena di rabbia». […]

Il Messaggero, 25.11.10

 

Università. Ghizzoni (Pd), Gelmini ascolti le proteste dei ricercatori. Le loro sono richieste di buon senso

“Il governo ascolti le richieste dei ricercatori che stanno ricorrendo anche a forme di proteste estreme ma civili. Non chiedono altro che un gesto di attenzione da parte della politica, che per il momento non è arrivato”. Lo ha detto Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera […]

23.11.10

"Il potere grottesco", di Giuseppe D'Avanzo

Gianni Letta e Giampiero Cantoni. Bisogna cominciare da qui, dalle fonti dell´ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, dalla loro qualità, dai loro nomi. La strategia diversiva organizzata dagli uomini di Berlusconi nelle prime ore della “crisi WikiLeaks” è nota: l´ambasciata di via Veneto – ripetono ugole obbedienti – invia al Dipartimento di Stato niente di più e niente di meno che una miserabile “rassegna stampa” con un “copia e incolla” delle cronache dei giornali più ostili al Cavaliere.
Giornali come Repubblica, per capirci. Che volete che sia? Vi aspettate una bomba? Avrete un petardo bagnato!
Questa filastrocca è stata ripetuta a mo´ di giaculatoria in questi giorni e c´è ancora chi, come l´infelice avvocato Niccolò Ghedini, ha da ripeterlo in queste ore, per contratto e per passione. Si comprende la trama: il premier deve trasformare le rivelazioni dei cablogrammi diplomatici in fuffa; banalizzarne il significato; minimizzarne gli esiti politici interni; limitare i catastrofici effetti internazionali per la sua reputazione e per la credibilità dell´Italia.
Bene, in questo teatro di cartapesta irrompono ora i nomi delle fonti della diplomazia americana. Gianni Letta e Giampiero Cantoni non sono identità neutre dell´establishment berlusconiano. Letta è il braccio destro, l´alter ego di Silvio Berlusconi, l´effettivo capo del governo nei lunghi periodi in cui al Cavaliere viene a noia o non può affrontare la fatica del governare. Giampiero Cantoni è meno conosciuto ma, non per questo, meno rilevante. Amico di lunga data di Berlusconi, è stato presidente di Efibanca e della Banca nazionale del lavoro. Caduto nella polvere nella stagione di Mani Pulite (patteggia una condanna per corruzione e bancarotta fraudolenta), rinasce con Forza Italia. Oggi è il presidente della commissione Difesa del Senato. Sono Letta e Cantoni – e quindi fonti dirette, informate dei fatti, non ostili al capo di governo, anzi a lui devote – a spiegare all´ambasciatore David Thorne il declino di Silvio Berlusconi, i suoi incubi, l´angosciante decadenza fisica, le ragioni di un crepuscolo politico che lo abbandonano, prigioniero, a patologiche ossessioni: il sesso, il denaro, l´angoscia di vedersi sottratto il potere.
D´altronde, Letta e Cantoni non possono offrire all´ambasciatore il racconto vanaglorioso dell´ininterrotto rosario di successi del Cavaliere. Possono mica ripetergli che se le truppe di Mosca si sono fermate alle porte di Tbilisi scongiurando un conflitto Russia-Georgia, il merito è di Berlusconi che ha evitato l´inizio di una nuova Guerra Fredda. O ricordargli che se Barack Obama ha firmato a Mosca il trattato per la limitazione delle armi nucleari, il merito è di Berlusconi che ha favorito «l´avvicinamento» della Casa Bianca al Cremlino. O ancora, che se l´Alleanza atlantica è ancora vegeta, lo si deve al lavoro di persuasione di Berlusconi che ha convinto il leader turco Erdogan a dare il via libera alla candidatura di Rasmussen o ripetergli che se «l´Europa non resterà mai più al freddo», il merito è di Berlusconi che ha convinto Erdogan e Putin a stringersi la mano dinanzi al progetto del gasdotto South Stream. Queste sono bubbole pronte per il “mercato” nazionale.
Questo racconto fantasioso, standardizzato, senza incrinature è buono per l´Italia del Tg1 di Minzolini. Nelle conversazioni tra le “due personalità personalmente e professionalmente vicine a Berlusconi” e David Thorne si scorgono accenni di un sincera ansia per le sorti del Paese, una schietta preoccupazione per l´incapacità del capo del governo di far fronte alle sue responsabilità. O, per dirla in altro modo, la convinzione che la sua fragilità privata – e fisica e psicologica – gli impedisca con evidenza di far fronte al suo impegno pubblico. Non affiora nessun biasimo o denigrazione.
Soltanto l´inquietudine di chi deve prendere atto del declino di uomo che è stato una volta vigoroso, vitale e ammirato. È questo il messaggio che l´ambasciata di Roma invia allora a Washington: Berlusconi è un uomo debole, reso instabile dalla satiriasi: una sexual addiction che lo debilita fisicamente. È politicamente fragile, un intralcio anche per i suoi che se ne vogliono liberare presto e hanno già preso a pensare come farlo e quando e come. Tormentato da difficoltà finanziarie, guai giudiziari, scandali sessuali, egli non appare in grado di decidere, di fare il suo lavoro.
Appaiono lontani i tempi in cui Berlusconi era capace di giocare sempre la sua partita e sempre border line con grande spregiudicatezza, come racconta l´ambasciatore Ronald Spogli in un cable del 26 ottobre 2005. I sondaggi lo danno sotto di otto punti e il Cavaliere, preoccupato per la vicina campagna elettorale che lo opporrà a Prodi, chiede «specificamente» di poter incontrare George W. Bush a Washington e di parlare prima di una sessione congiunta del Congresso «per migliorare le sue prospettive, prima delle elezioni di aprile 2006». Spogli ricorda che Berlusconi “pianifica” il viaggio e butta giù una “lista della spesa”. Chiede una dichiarazione presidenziale a sostegno di valori condivisi; il supporto per estendere nel 2005 il mandato delle Nazioni Unite in Iraq; progressi concreti del piano per migliorare la sicurezza dell´Iraq e permettere una riduzione delle truppe italiane.
Il Berlusconi del 2009 è un altro. L´email inviata al Dipartimento di Stato a Washington ha una data, 27 ottobre, e un titolo chiarissimo: «Italia: gli scandali fanno pagare un prezzo sulla salute personale e politica di Berlusconi».
Il sottosegretario Gianni Letta, ricorda l´ambasciatore, dice il 23 ottobre che Berlusconi è «fisicamente e politicamente debole». Era normalmente iperattivo, oggi è «privo d´energia» e addirittura «depresso» dopo l´aggressione subita in piazza Duomo a Milano. Il giorno prima, il 22 ottobre, Giampiero Cantoni è stato più esplicito. «Siamo tutti preoccupati per la sua salute» dice a un funzionario dell´ambasciata e osserva che Berlusconi è svenuto tre volte in pubblico e che «i suoi test medici sono risultati un gran pasticcio».
«Cantoni – si legge nel dispaccio – ha detto che le frequenti nottate di Berlusconi e la tendenza per feste scatenate non gli concedono riposo a sufficienza». Sveglio di notte e insonnolito di giorno. L´ambasciata lo conferma al Dipartimento di Stato con qualche ricordo diretto: «Berlusconi si è addormentato brevemente durante una visita di cortesia dell´ambasciatore a settembre, ed è apparso distratto e stanco in un evento del 19 ottobre cui ha partecipato l´ambasciatore».
Ancora Cantoni garantisce come «Berlusconi sia dominato da preoccupazioni private. Osserva che si è sentito allontanato dalla sua famiglia da quando sua moglie Veronica Lario ha provocato uno scandalo pubblicando una lettera aperta e chiedendo il divorzio e accusando il premier settantaquattrenne di frequentare minorenni». Teme che la Lario possa dimezzare le sue ricchezze con il divorzio: «A quel che si dice, (lei) chiede il 50 per cento del patrimonio personale di Berlusconi più 100 milioni di pensione annuale».
Soldi e timori. Ancora soldi, ancora timori. La vita di Berlusconi pare oscillare come un pendolo tra l´incubo maniacale di vedere assottigliare il proprio tesoro e il proprio potere e il panico di chi, in forma paranoica, si sente assediato da mondo. Non è soltanto la moglie a dargli fastidi finanziari. Secondo Cantoni, «Berlusconi teme che sarà necessario liquidare importanti “attivi” dei suoi affari per affrontare la multa di 750 milioni di euro ordinata dal tribunale civile», scrive l´ambasciata e intende la sanzione inflitta alla Fininvest come indennizzo dei danni causati alla Cir di Carlo De Benedetti con la corruzione del giudice che ha deciso la controversia Mondadori.
Sorpreso a festeggiare Noemi Letizia, il premier non pensa di aver deciso una mossa inopportuna. Non crede di dover dare ordine alla sua vita e decenza alle sue frequentazioni. Immagina un intrigo. Cantoni confida: «Il premier pensa che i servizi di intelligence italiani gli abbiano teso una trappola». La Corte Costituzionale boccia la legge che dovrebbe immunizzarlo (il “lodo Alfano”) e il premier – racconta Gianni Letta – ha “uno scoppio d´ira”. Accusa «il presidente della Repubblica di lavorare contro di lui e reagisce in modo emotivo contro il sistema giudiziario in generale». Ancora un complotto, insomma. Gianni Letta riferisce che «lo scoppio d´ira di Silvio Berlusconi provoca relazioni gelide con il capo dello Stato, Giorgio Napolitano: un episodio che fa apparire debole», il capo del governo.
Il premier vede macchinazioni in ogni passaggio. Dimentica quanto gli sia abituale cedere alla tentazione dell´intrigo. Con Piero Marrazzo gioca come il gatto con il topo, si scopre.
Il funzionario americano ricorda e scrive nel cablogramma che, mentre conversa con Cantoni, questi riceve una telefonata di Berlusconi che «lo informa dell´imminente arresto di quattro carabinieri sospettati di aver incastrato con un ricatto sessuale il governatore regionale del Lazio». Il caso, osserva l´ambasciatore nella nota, «venne alla luce sulla stampa qualche giorno dopo». I furfanti furono arrestati il 21 ottobre, quanti giorni prima Berlusconi ha saputo dell´arresto dei ricattatori? E da chi, dai carabinieri del Ros o in linea diretta dalla Procura di Roma? E perché imbroglia Marrazzo fino al giorno dell´arresto dei quattro furfanti invitandolo a comprarselo in fretta, il video del ricatto, magari rivolgendosi «a Giampaolo Angelucci, che ti libererà dai guai»?
I cablogrammi diplomatici sono un affresco e il disegno che si scorge squalifica l´uomo che ha preteso di stringere una maiestas, un di più di potere rispetto a qualsiasi altro potere. Nella sua persona, nelle sue angosce shakespeariane, nella sua realtà fisica, nei suoi gesti, nel suo corpo, nelle sue trame, nelle sue fantasie, nella sua sessualità, nel suo modo di essere, appare un personaggio grottesco, mai preoccupato del bene comune, sempre del suo personale bene, sempre di se stesso, del suo denaro, della sua fortuna, del suo potere. Mai che nelle carte finora svelate ci sia l´iniziativa, la parola, la vita di un uomo di Stato.

La Repubblica 03.12.10

"Se la Fiat parla ancora italiano", di Cesare Damiano

Può essere la svolta. Per Mirafiori e per le relazioni sindacali alla Fiat. Dopo gli anni del progressivo abbandono, culminati la scorsa estate con la decisione di trasferire in Serbia la produzione della nuova monovolume in precedenza destinata a Torino, il recente annuncio di Marchionne di realizzare negli stabilimenti torinesi un Suv da 280mila pezzi l’anno col marchio Alfa- Chrysler, sembra segnare l’attesa inversione di rotta. Anche il fatto che, dopo lo scontro dei mesi scorsi, la Fiat abbia avviato una trattativa con tutte le organizzazioni sindacali, Fiom compresa, sembra aprire una nuova fase. L’auspicio è che dal confronto – che continua a vedere il governo incredibilmente assente – emerga un compromesso utile per la competitività dell’impresa e la tutela del lavoro e che si creino le condizioni per una ripresa di relazioni sindacali improntate all’unità e alla ricerca di obiettivi condivisi. Gli interrogativi, però, non mancano. Non basta che a Mirafiori sia prevista la realizzazione di nuove vetture. È necessario sapere anche quali saranno le produzioni degli altri stabilimenti italiani, dove si farà ricerca, dove innovazione. È riduttivo procedere con un confronto sito per sito, senza che sia fornita una visione d’insieme degli investimenti, dei prodotti e degli obiettivi occupazionali. Il progetto di “Fabbrica Italia” ha bisogno di una dimensione nazionale. Non solo. L’intesa che dovrà essere sottoscritta col sindacato prima di avviare le nuove produzioni non può riproporre semplicemente a fotocopia lo schema Pomigliano. Non è in discussione la necessità di adeguare l’organizzazione del lavoro al raggiungimento di più alti livelli di competitività. La concorrenza sul mercato globale non lascia alternative. Ma se sui turni, gli straordinari, le pause è giusto trattare in un’ottica di scambio, i diritti fondamentali – a cominciare dal diritto di sciopero e dalla tutela della salute – non possono essere messi in discussione e chiedono una definizione ad hoc che superi i dubbi e i contrasti della fase precedente. Come non può essere messo in discussione il contratto nazionale. L’ipotesi che la joint venture tra Alfa Romeo e Chrysler possa dar vita a una nuova società, diversa da Fiat e Chrysler, non può in alcun modo essere il cavallo di Troia attraverso il quale sferrare l’attacco finale al contratto dei metalmeccanici. Una cosa è prevedere all’interno del contratto, anche con una “new co.”, norme specifiche per un settore, come quello dell’auto, che deve competere in un mercato globale agguerrito, un’altra è puntare a costruirsi un contratto ad hoc cercando di imporlo, fabbrica per fabbrica, in base alla logica del prendere o lasciare. Se alla Fiat si è davvero voltata pagina saranno le risposte a questi interrogativi a dirlo.

L’Unità 03.12.10

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“Verso l’accordo separato anche per la FIAT di Miarfiori”, di Luigina Venturelli

Basta spostare la sede d’incontro da Napoli a Torino, aggiungere qualche piccola modifica in tema di assenteismo e orari, riproporre ai commensali la solita scelta tra prendere o lasciare, e la ricetta è servita. Ecco l’accordo di Pomigliano targato Mirafiori che ieri sera la Fiat ha presentato ai sindacati, convocati per discutere del futuro dello stabilimento simbolo del gruppo. Stesso piatto in tavola e se resta tale avrà lo stesso esito: un’intesa separata tra azienda, Fim, Uilm, Ugl e Fismic. Senza la Fiom, che ha ribadito la posizione più volte espressa in questi mesi: «Non firmeremo un accordo che riproduce quello di Pomigliano, perchè lo riteniamo dannoso per i lavoratori,ma anche sbagliato per la stessa Fiat». La trattativa è aggiornata a questa mattina, si vedrà se ci sono novità tali da cambiare la prospettiva.

LA BOZZA Nella tarda serata di ieri sindacati e Lingotto erano ancora riuniti ad esaminare la bozza. E mentre la fiom chiedeva la sospensione della trattativa per consultare da lunedì prossimo i lavoratori in assemblea, le altre sigle spingevano per giungere alla firma già entro la notte o, al più tardi, entro il fine settimana. Anche se, «il fatto che l’azienda non intenda aderire al contratto nazionale» viene definito «problematico» anche dal segretario Fim Bruno Vitali. Perplessità anche sull’ipotesi di spostare la pausa pranzo a fine turno. Il contenuto del documento del Lingotto non ha riservato troppe sorprese, se non quella – prevista – di una newco come nuova società capofila basata su una joint venture tra Fiat e Chrysler. Per il resto, tutto era più o meno già stato visto: 15 o 18 turni di lavoro a seconda delle richieste del mercato, pause che scendono da40 a30 minuti complessivi, straordinari per 120 ore all’anno per addetto rispetto alle attuali 40, una commissione paritetica che sorvegli sull’assenteismo, e sanzioni in caso di non rispetto degli accordi a carico del sindacato. Clausole che non si inquadrano nel contratto nazionale (se non per fondo pensioni, provvedimenti disciplinari, ferie, festività e permessi). Non quello del 2008, ma nemmeno quello separato firmato da Fim e Uilm nel 2009: Mirafiori avrà un contratto ad hoc.

LA FAMOSA PAGINA BIANCA «La pagina bianca di cui ha parlato Marchionne, evidentemente, si può scrivere solo sotto sua dettatura» ha commentato Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom, che al tavolo con l’azienda ha visto respingere tutte le proposte concrete avanzate dai metalmeccanici Cgil per andare incontro alle esigenze proclamate dal Lingotto (e ieri mattina presentate dallo stesso leader Fiom, Maurizio Landini, ai lavoratori di Mirafiori in assemblea davanti alle sede torinese del sindacato). Produttività e flessibilità come consente il ccnl, ma nessuna contrazione dei tempi di pausa e mensa, perchè «sono tempi di recupero necessari, e la difesa della salute dei lavoratori deve valere almeno quanto la garanzia del capitale aziendale». Niente da fare. «Marchionne vuol farsi da sé il contratto nazionale per l’auto» ha concluso Airaudo.

L’Unità 03.12.10

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“Mirafiori, stallo nella trattativa verso un nuovo accordo separato”, di Paolo Griseri

A un passo dall´accordo separato. Nonostante le dichiarazioni di buona volontà di Sergio Marchionne («azzeriamo le polemiche, partiamo da un foglio bianco», aveva detto venerdì scorso aprendo la trattativa) e l´impegno della Fiom a presentare proposte alternative per cercare un´intesa, nei rispettivi schieramenti hanno vinto i falchi. La bozza di accordo presentata ieri sera ai sindacati «è una sostanziale replica di Pomigliano senza significative differenze», secondo la Fiom che in questo modo preannunciava nella notte la sua intenzione di non firmare «a meno che non accada qualcosa di imprevisto». Ma anche Fim e Uilm hanno espresso perplessità «soprattutto sulla parte della proposta Fiat che riguarda un contratto ad hoc per Mirafiori, un contratto che sarebbe fuori da quello nazionale dei metalmeccanici recependone solo una parte». La Fiat ha colto la difficoltà e il rischio che su questo punto potesse mancare anche la firma di Fim e Uilm: «Per il momento – ha detto il capo delegazione del Lingotto – questa materia rimane fuori dalla bozza di accordo».
Ma le resistenze sono rimaste tanto che, invece di scegliere la strada della trattativa ad oltranza, alle 22 il Lingotto ha preferito aggiornare la riunione a questa mattina alle 10. Perché Marchionne può forse accettare la defezione della Fiom, ma non può permettersi di andare al referendum in fabbrica con le perplessità di un ampio fronte sindacale. Cosi ieri sera, al termine della trattativa plenaria, la Fiat ha chiesto un incontro ristretto con i vertici dei sindacati: «Ci hanno detto che se non firmiamo entro poche ore salta l´investimento», ha riferito successivamente il numero uno del Fismic, Roberto Di Maulo. Secondo altri sindacalisti invece il tono della Fiat è stato più dialogante e meno ultimativo. In ogni caso una drammatizzazione fatta per superare le resistenze di Fim e Uilm che non accettano l´idea di un contratto Fiat che esca da quello nazionale. L´obiettivo del Lingotto è quello di arrivare all´inizio della prossima settimana mettendo i dipendenti delle carrozzerie di Mirafiori di fronte al fatto compiuto: o accettare un accordo già firmato o respingerlo, senza discussione in assemblea.
Ancora più distanti le posizioni tra la Fiat e la Fiom. Al termine della giornata di ieri il capo delegazione della Fiom, Federico Bellono, ha commentato amaramente: «Nessuna delle nostre proposte concrete è stata recepita dalla Fiat. Abbiamo fatto un confronto civile ma improduttivo. Ci hanno ripresentato, nella sostanza, il modello di Pomigliano». In mattinata il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, aveva avanzato proposte sugli straordinari (104 ore invece delle 120 chieste), sulle pause (di 40 minuti a scorrimento per non interrompere la produzione) e su un sistema di “raffreddamento dei conflitti” prima di giungere allo sciopero

La Repubblica 03.12.10

"Dimissioni", di Ezio Mauro

In un brutto giorno per l´immagine del nostro Paese nel mondo, il Presidente del Consiglio ha incassato tre sfiducie, che lo rendono ormai palesemente inadatto a governare una grande democrazia occidentale.
In Parlamento Fini, Casini, Rutelli e Lombardo hanno portato tutti i loro uomini a firmare una formale mozione di sfiducia nei confronti del governo e dunque a partire da oggi, sommando queste firme con quelle già pronte del Pd e dell´Idv, il ministero Berlusconi non ha più una maggioranza politica.
Ma dalla valanga di WikiLeaks emerge un altro elemento di drammatica e crescente fragilità. È la insistita e costante diffidenza dell´amministrazione americana – espressa nel normale svolgimento del suo lavoro quotidiano riservato e dunque autentica – nei confronti del Premier italiano a causa del suo rapporto pericoloso con Putin. Una relazione che la diplomazia americana sospetta basata su affari inconfessabili e addirittura su tangenti, oltre che su un mimetismo machista e autoritario: e che viene descritta nei dispacci riservati come innaturale per un leader occidentale, dunque politicamente allarmante.
Infine, com´era naturale attendersi, questa serie crescente e patente di anomalie (che Repubblica denuncia da anni, ma che molti scoprono solo oggi, di rimbalzo dall´America) provoca delusione, disagio e inquietudine all´interno dello stesso santuario del potere berlusconiano in disfacimento, da dove escono i racconti ormai rassegnati ed esasperati dell´inner circle del Premier: dall´ossessione per i festini agli scontri con Napolitano, all´uso politico pilotato degli scandali altrui, nel tipico disvelamento che accompagna ogni crepuscolo di regime.
Davanti a queste tre sfiducie il Presidente del Consiglio ha un dovere preciso. Salga dal Capo dello Stato per assumersi per una volta la responsabilità di questo indebolimento del Paese e del suo sistema politico e istituzionale, e annunci subito che si dimetterà un minuto dopo il voto sulla legge di stabilità economica: evitando così di provocare altri danni all´Italia.

La Repubblica 03.12.10

"La fuga dei talenti che non sognano più di tornare in patria", di Giacomo Galeazzi

Un milione di emigrati dal 2006: per 3 su 4 scelta definitiva
Italia paese di emigranti: cresce il numero degli gli italiani, soprattutto laureati, che nel 2010 vivono e lavorano all’estero (113mila in più rispetto al 2009). Negli ultimi quattro anni un milione di italiani ha lasciato il Paese, documenta il rapporto di Migrantes, la fondazione della Cei che si occupa di politiche migratorie e di cooperazione. Attualmente i connazionali all’estero sono oltre 4 milioni, il 6,7% dei residenti in Italia. L’aumento è di quasi un milione rispetto al 2006: i più vivono in Europa (55,3%) e America (39,3%). Il quinto «Rapporto Italiani nel mondo 2010» fotografa in cinquecento pagine la «grande fuga» dalla madre patria. Attualmente gli iscritti all’anagrafe degli italiani all’estero sono 4.028.370, cioè tanti quanti sono gli immigrati nel nostro Paese. Tra gli italiani residenti all’estero più della metà non è sposato, quasi la metà è costituita da donne, più di un terzo è nato all’estero, mentre 121mila si sono iscritti all’anagrafe dopo aver ottenuto la cittadinanza. I minorenni sono un sesto del totale, superati dagli «over 75» (18,2%). All’estero, oltre agli italiani che hanno la cittadinanza (dunque con passaporto e diritto di voto) sale la stima degli oriundi, cioè dei discendenti degli emigranti. Sono quasi 80 milioni: 25 milioni in Brasile, 20 in Argentina, 18 negli Usa, 17 in Francia, 1,5 in Canada, 1,3 in Uruguay, ottocentomila in Australia, 700mila in Germania, 500mila in Svizzera, 500mila in Perù. Si intensifica anche la mobilità interna all’Italia. «Tra spostamenti interni e verso l’estero, in andata e in rientro, temporanei o di lungo raggio, italiani che vanno o che ritornano, si arriva a quasi 400mila spostamenti totali, uno ogni 150 residenti», attesta Migrantes. Decine di migliaia i cervelli in fuga «irreversibile». Dopo aver completato gli studi in Italia, molti lavorano nei principali atenei del mondo. Il piano governativo per il rientro dei ricercatori negli ultimi nove anni ha conseguito risultati praticamente nulli. Solo uno su quattro degli scienziati con la valigia si dichiara disposto al rimpatrio e sempre più i laureati varcano i confini alla ricerca di occupazione (in alcune aree del Sud si sfiora il 50%). Non esiste un censimento completo dei ricercatori all’estero, ma di essi duemila si sono iscritti alla banca dati «Davinci» e in larga maggioranza si dicono soddisfatti della vita condotta lontano dal Bel Paese, sia dal punto di vista sia sociale sia lavorativo. Dalla graduatoria «Top Italian Scientists» risulta che l’Italia ha i suoi più bravi scienziati all’estero, dove i più hanno realizzato il loro percorso professionale: dei 12 italiani insigniti del premio Nobel in chimica, fisica e medicina, solo Giulio Natta (Nobel nel 1963) condusse le sue ricerche interamente in Italia. Una graduatoria interessante è quella che descrive la classifica degli scienziati italiani attraverso l’indice di Hirsch (h-index) che misura il grado di performance della produttività degli scienziati: da essa risulta che solo 7 scienziati su 10 lavorano ancora in Italia, mentre tra quelli registrati nella parte alta della graduatoria ben i due terzi si trovano all’estero. Complessivamente, l’emigrazione italiana da popolare e sofferta che è stata storicamente è diventata sempre più matura e consapevole: l’indagine condotta quest’anno su cinque Paesi (Canada, Francia, Regno Unito, Romania e Spagna), rivela che gli emigrati «comuni» hanno un’istruzione secondaria medio-alta (67,2%), si sentono per lo più integrati nel paese di accoglienza, dove non hanno problemi di lingua, sono proprietari di casa e si ritengono soddisfatti del la-

voro svolto: non pensano di rientrare in Italia, ma ci tengono a precisare che quanto da loro conquistato è il frutto di anni di sacrificio e di un percorso di vita in cui hanno dovuto affrontare e superare prove dure ma inevitabili. L’emigrazione italiana è stata, in prevalenza, un’epopea popolare, fatta di povera gente e a costo di notevoli sofferenze, ma complessivamente gli italiani sono riusciti a raggiungere un positivo e stabile inserimento sul posto. «In Italia si riscontra uno scarso livello di sensibilità rispetto ai connazionali all’estero», denuncia il direttore generale della fondazione, monsignor Giancarlo Perego. «Questa disaffezione concettuale rischia di farci diventare un Paese dalle radici dimenticate».

La Stampa 03.12.10

"La riforma Gelmini va in soffitta. Voto dopo la fiducia. Chissà", di Alessandra Rubenni

«Se Berlusconi e il suo governo non avranno la fiducia, allora non se ne discuterà più». Anna Finocchiaro esce vittoriosa dalla riunione dei capigruppo in Senato, dove alla fine di una dura battaglia è stata l’opposizione a spuntarla. Il voto di Palazzo Madama sulla riforma dell’università – già fatta passare alla Camera mentre le proteste degli studenti paralizzavano l’Italia intera – slitta a dopo il voto di (s)fiducia. Un posticipo che fa tremare forte il testo Gelmini, seppure non è detta l’ultima parola. Perché, nel caso in cui il centrodestra trovasse i numeri per sopravvivere alla data fatidica del 14 dicembre, Futuro e Libertà potrebbe contribuire in modo determinante all’approvazione della riforma. La calendarizzazione del ddl ci sarà dopo il 14, «ammesso che il governo sia ancora nelle sue funzioni », ha annunciato la presidente dei senatori Pd, che subito dopo il voto alla Camera aveva lanciato l’aut aut al governo, chiedendo il rinvio del voto al Senato sul decreto Gelmini, pena il venir meno dell’accordo per arrivare al varo della legge di stabilità nei tempi concordati con il Presidente della Repubblica. Una condizione posta in modo ancor più perentorio, dopo che il centrodestra ha deciso di sospendere tutti i lavori a Montecitorio fino al 14 prossimo, per evitare altre sconfitte. «Alla Camera- ricorda Finocchiaro – la sospensione dei lavori è stata chiesta da Pdl e Lega incombeva sull’ordine del giorno la mozione di sfiducia contro Bondi. Per questo è ancora più incomprensibile che qui invece la maggioranza volesse, come dice il presidente Gasparri, andare all’approvazione della riforma Gelmini entro il 10». E sempre in quest’ottica il Pd cerca di sbarrare la strada alla proposta del capogruppo Fli Viespoli, che prospetta di continuare a far lavorare sulla riforma dal Commissione Istruzione. «Se le audizioni in Commissione venissero usate come cavallo di troia per un esame del testo – avverte ancora Finocchiaro – noi ci sentiremmo svincolati dal senso di responsabilità sulla legge di Stabilità ».
L’OTTIMISMO DEL MINISTRO Intanto il ministro dell’Istruzione Maristella Gelmini, che pure si era detta pronta ad andarsene se la sua riforma non fosse passata, non solo resta aggrappata alla sella,ma ostenta ottimismo: «L’opposizione, per motivi di pura propaganda politica, mette a rischio provvedimenti urgenti e indispensabili per l’università. Ma io sono fiduciosa: il governo incasserà la fiducia del Parlamento e il ddl diventerà legge entro l’anno». Anche se poi, da Bruno Vespa, tentenna: se fiducia non sarà, allora si andrà al voto e niente riforma, deve ammettere lei, mentre l’opposizione guarda oltre l’agognata sfiducia, quando «si potranno dare alla ricerca e all’università regole e prospettive che aprano l’Italia alla fiducia e al futuro”. Nel frattempo in molte città, daAncona all’Aquila fino a Milano, continuano occupazioni e proteste, sfociate in qualche piccolo scontro a Napoli e a Bologna, dove uncorteo di studenti ha tentato di entrare al Motor Show ed è stato respinto da una carica nella quale è rimasta lievemente ferita una ragazza, che ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari. Per domani a Palermo sono già annunciate contestazioni in occasione della visita di Schifani all’università. E a Roma, all’Università di Roma Tre, il Presidente Giorgio Napolitano, arrivato per assistere a un convegno internazionale, è stato accolto dagli striscioni dei ragazzi con su scritto: «Presidente, almeno tu non ci abbandonare». Un appello accompagnato da una lettera consegnata nelle mani di Napolitano per esprimere «il disagio e la frustrazione» degli studenti «nel vedere il nostro futuro scivolarci pian piano dalle mani». E sulla quale il Presidente ha assicurato: «Risponderò dopo averla letta e riflettuto ».

L’Unità 03.12.1o

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“Slitta il voto, riforma a rischio”, di Corrado Zunino

Gelmini: da approvare entro l´anno
In Senato solo dopo il 14 dicembre. Esultano gli studenti. Ora il testo è legato alle sorti del governo: passerà solo se l´esecutivo avrà la fiducia. Dalla conferenza mattutina dei capigruppo del Senato Anna Finocchiaro, Pd, riemerge con il rinvio dell´ultimo esame della riforma Gelmini: «È stata dura, ma abbiamo vinto, si vota dopo il 14 dicembre», dice. E così il disegno di legge più contestato del governo Berlusconi rischia di nuovo: il suo destino, infatti, si lega a quello dell´esecutivo, sottoposto a un voto di sfiducia che potrebbe far crollare il centrodestra e le sue leggi in itinere. Il ministro Mariastella Gelmini si mostra tranquilla: «Confido nell´approvazione della riforma universitaria entro la fine dell´anno». Poi ribadisce: «Senza approvazione non si potranno bandire posti da ricercatore, non potranno essere garantiti gli scatti di stipendio, non si faranno nuovi concorsi». L´opposizione nega e parla di «ricatto politico».
Gli studenti in assedio permanente alzano a loro volta cori di vittoria, inviano lettere al paese e rivelano che saranno in piazza il giorno della “sfiducia”, il 14 appunto, ora crocevia decisivo e rischioso. «Abbiamo spostato il dibattito pubblico dalle case di Montecarlo e le escort minorenni ai problemi reali. Non intendiamo mollare: se il 14 dicembre finirà un´epoca, la prossima saremo noi. Costruiamo con precari, lavoratori e mondo della cultura la giornata della liberazione». I collettivi di Milano annunciano blocchi del traffico consecutivi, dal 10 al 14 dicembre, mentre quelli dell´accademia di Brera (occupata) si limitano a disegnare ritratti dei poliziotti che li stanno controllando.
Le piazze d´Italia ancora ieri sono state un festival di cortei che ha prodotto congestione del traffico e alcuni incidenti. All´Università di Roma Tre, occupata da inizio settimana, un gruppo di universitari ha consegnato a Giorgio Napolitano, chiamato a un convegno, una lettera annunciata dallo striscione: “Presidente, almeno tu non ci abbandonare”. Si legge: «Noi studenti siamo del parere che questa riforma vada contro i principi cardine della nostra Costituzione». Il presidente della Repubblica ha fatto sapere: «Risponderò dopo averla letta e aver riflettuto». Nella capitale nuove scuole occupate ogni ora. L´ultima ondata sono presidi di destra: Casa Pound e il Blocco studentesco, Forza Nuova e Lotta studentesca. Alcuni leader di sinistra non si scompongono: «Uniti per salvare la scuola». Ma in molti ricordano che l´Onda nel 2008 naufragò anche per i violenti scontri in piazza Navona tra le due fazioni politiche. Da ieri nella capitale è occupato, ancora, il Convitto nazionale, storica scuola delle famiglie conservatrici che contano.
Gli studenti bolognesi hanno bloccato i binari a San Vitale e si sono scontrati con la polizia al Motor Show. E´ la terza occasione di scontri a Bologna e i Collettivi, dopo aver rischiato di spaccarsi sulle modalità della protesta, hanno chiesto le dimissioni del questore Luigi Merolla. Incidenti anche a Napoli. A Firenze i ragazzi denunciati sono diventati 80, a Roma 27 (con tre fermi). A Treviso un gruppo di Forza Nuova, espulso da un corteo, ha aggredito due studenti. A Napoli, Facoltà di Filosofia, occupa anche Valentina De Filippo, figlia del governatore della Basilicata. E a Padova è stato bloccato il liceo Tito Livio, il più prestigioso della città, ci ha studiato anche Napolitano. Oggi nelle aule di Ingegneria dell´università di Palermo è atteso il presidente del Senato, Renato Schifani. Gli studenti hanno annunciato contestazione. Infine, un gruppo di Bari, l´altra sera, ha raggiunto l´aeroporto della città con valigie di cartone e lo striscione “L´ultimo ad uscire spenga la luce”. Vicini alla fuga all´estero, hanno inviato anche loro una lettera al presidente della Repubblica. «Questa notte decideremo cosa fare. Se restare o partire. Decideremo insieme se decollare e lasciarvi affondare o continuare a volare alto».

La Repubblica 03.12.11

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Slitta la riforma dell’università. Il Pd e gli studenti: «Vittoria», di Alessandra Migliozzi

Si voterà dopo il 14, la Gelmini si appella al «senso di responsabilità»
Il senatore Maurizio Gasparri ha fortemente caldeggiato l’ipotesi in capigruppo. Ma il Pd si è messo di traverso, annunciando che avrebbe fatto ostruzionismo sul percorso in aula della Finanziaria se ci fosse stata l’accelerata sull’università. Il presidente del Senato del Senato Schifani ha mediato fra i due poli, poi la decisione finale, che il Pd rivendica come una propria “vittoria”.«Dopo il voto di fiducia ci sarà una capigruppo che deciderà quando e come il Senato discuterà la riforma- ha spiegato la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro- Se Berlusconi e il suo governo non avranno la fiducia, allora non se ne discuterà più». Il ministro, nonostante tutto, si dice «ottimista» essendo «convinta che sia alla Camera che al Senato ci siano le condizioni per ottenere la fiducia». Ma lancia un appello ai parlamentari: «Mi auguro che sulla riforma prevalga il senso di responsabilità, che si approvi al più presto il provvedimento in via definitiva», ha detto a margine della registrazione di ieri di Porta a Porta, durante la quale ha dovuto difendere ancora una volta il suo provvedimento. Il ministro si è impegnato a garantire le risorse per le borse di studio: «C’è l’impegno mio e di Tremonti a stanziare 150 milioni come lo scorso anno». E ha ripetuto che la legge valorizza il merito e non penalizza i ricercatori, «per questo va approvata». Anche perché, in caso contrario, «non si potranno bandire posti da ricercatore», visto che le norme vigenti in materia «valgono fino al 31 dicembre prossimo». Senza legge, poi, non «potranno essere garantiti gli scatti di stipendio, non saranno banditi i nuovi concorsi da associato (1.500 all’anno quelli promessi, ndr)». «L’opposizione- ha continuato- per motivi di pura propaganda politica, mette a rischio provvedimenti urgenti e indispensabili per l’università italiana». Per il Pd la minaccia del blocco dei concorsi è «inutile, tanto si sarebbero bloccati comunque in attesa dei decreti attuativi della legge».
Ma dal mondo dell’università arrivano appelli per il sì rapido: «Se la riforma dell’università va dopo il voto di fiducia- spiega Andrea Lenzi, presidente del Cun, Consiglio universitario nazionale e docente della Sapienza- il rischio è il far-west, perché rimarrà bloccato il reclutamento di professori e ricercatori». Intanto non si placano le proteste in tante città, da Roma a Reggio Calabria. E ieri gli studenti di Roma Tre hanno consegnato una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Presidente, almeno tu non ci abbandonare», è stato l’appello lanciato dai ragazzi che hanno manifestato le loro perplessità sulla riforma. «Ho ricevuto una lettera, risponderò dopo averla letta e riflettuto», ha fatto sapere Napolitano. Quanto alle contestazioni di piazza, ieri a Bologna c’è stato un breve scontro quando un corteo ha tentato di entrare al Motor Show ed è stato respinto con una carica. A Napoli ci sono stati scontri e tafferugli fra studenti e polizia. E oggi a Palermo gli universitari hanno già annunciato contestazioni al presidente del Senato, Renato Schifani, che dovrebbe arrivare nel loro ateneo. Il ministro dice che vorrebbe poter andare in un grande ateneo come la Sapienza se gli studenti «me lo consentissero». Per ora sembra che non ci sia aria di accoglienze festose.

Il Messaggero 03.12.10

"La discussione al Senato della riforma universitaria avverrà dopo il voto di fiducia al Governo", della Rete29Aprile

La Rete29Aprile accoglie con grande soddisfazione una notizia che arriva dopo una delle mobilitazioni piu ampie degli ultimi dieci anni, una mobilitazione su scala nazionale che ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema cardine del futuro del paese: l’Università

Da mesi la R29A denuncia l’inadeguatezza della riforma nell’affrontare i problemi dell’università, una riforma di slogan che nei fatti tradisce tutti i dichiarati buoni propositi dalla valorizzazione del merito alla lotta ai baroni alla semplificazione dei percorsi di carriera.

Il lavoro dei mesi addietro che ha portato la R29A non solo a criticare il DDL, ma anche a fornire proposte vere di riforma e richieste non corporative, è risultato nell’aggregazione attorno al tetto romano di architettura dei movimenti di studenti, professori, precari e del mondo della cultura che insieme hanno denunciato e criticato la politica di chiusura del governo nello spingere verso una approvazione a tappe forzate.

Il rinvio non puo quindi non essere letto in relazione al lavoro della R29A cui si sono affiancati studenti precari e professori nella mobilitazione conseguente di questi giorni; una risposta non violenta alla condotta del Governo come non violento è lo spirito di critica della R29A, che dà invece una risposta forte ed autorevole resa ancor più tale dall’ampia condivisione nazionale.

Queste idee condivise hanno anche trovato in compagini politiche dell’opposizione, dal Pd all’IdV, ascoltatori attenti che hanno portato in parlamento le voci dal mondo universitario e studentesco.

La decisione dei capigruppo è letta dalla Rete29Aprile come una scelta altamente positiva che recepisce la gravità di procedere in maniera autoreferenziale, come le cronache dello scorso martedi a Roma hanno mostrato.

La R29A ringrazia tutti quanti hanno contribuito a questo risultato, ricercatori, studenti, precari, professori, esponenti politici e del mondo della cultura e spettacolo, con tutti si deve lavorare perché l’Università pubblica italiana abbia una vera e buona riforma.

da http://www.rete29aprile.it/