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"Fare passato", di Maurizio Ferraris

Commentando le manifestazioni contro la riforma dell’ università, il premier ha detto che i veri studenti se ne stanno a casa e studiano, a ssumendo non a torto che in Italia, per mancanza di fondi, è difficile trovare delle biblioteche e dei laboratori. Non sappiamo quali libri leggano quelli che sono stati a casa, di sicuro sappiamo quali libri leggono quelli che a casa non ci sono stati, e che (sempre secondo l’ interpretazione del premier) farebbero parte dei centri sociali. Potrebbero essere un elenco di Vieni via con me. Il catalogo è questo, ovviamente senza alcuna pretesa di completezza: il Decamerone di Boccaccio, Pasolini, la Costituzione italiana, il Satyricon di Petronio, il Piccolo principe di Saint-Exupéry, L’ isola di Arturo di Elsa Morante, Una donna spezzata della De Beauvoir, Tropico del cancro di Miller, Don Chisciotte di Cervantes, Cent’ anni di solitudine di Márquez, La Repubblica di Platone, Moby Dick di Melville e Gomorra di Saviano. Il canone può forse sorprendere: molti classici, alcuni libri d’ affezione tipicamente giovanile, come Il Piccolo principe, e, tra i libri contemporanei, di autori italiani, soltanto Saviano. Tra i titoli più recenti c’ è Mille piani di Deleuze (e Guattari, anche se nello scudo esibito in via del Corso non è menzionato). Cioè un libro che è uscito nel 1980, quando loro non erano ancora nati, ma che ha conservato una influenza più o meno sotterranea attraverso il tempo (ci sono ancora studenti che mi chiedono tesi su Deleuze, e questo non manca mai di sorprendermi, appunto perché mi sembra un autore della mia giovinezza, non della loro), e i cui autori erano stati gli emblemi di altre proteste, a incominciare dalla manifestazione di Bologna contro la repressione del 1977 (altra data in cui buona parte dei manifestanti non era ancora nata). Dunque, c’ è il tema della protesta, ma anche quello dei libri amati, e soprattutto quello dei classici: niente fumetti, niente pop, niente cultura televisiva, ossia tutto ciò che si trova fuori dell’ università. Il messaggio sembra essere chiaro: farsi scudo con la cultura, e magari presentarsi anche come uomini-sandwich di una cultura trascurata e resa subalterna. Magari ci sarà anche un effetto da coperta di Linus, ma quello che è certo è la rivendicazione della dignità della condizione intellettuale, presa di mira dalla cultura dominante ( La pupa e il secchione docet, se così si può dire), e – si noti bene – non solo dall’ anti-intellettualismo mediatico e populistico, ma molto spesso dagli stessi professori e uomini di cultura, che sembrano aver perso fiducia nel senso del loro lavoro, o di quella che (con un termine che oggi sembra si possa evocare solo in senso ironico, nel momento in cui i professori sono considerati essenzialmente dei fannulloni) della loro missione. Ci sono tanti antefatti a questo comportamento. A incominciare dagli studenti tedeschi che nel Sessantotto manifestavano con in mano (invece che un prevedibile libretto rosso) la Critica della ragion pratica di Kant (che, tutto sommato, non sarebbe sfigurata nemmeno in via del Corso). L’ intempestività dei titoli, credo, ha un significato, manifesta l’ esigenza di “fare passato”, di evocare qualcosa che possa fare da contrappeso rispetto all’ assedio del presente. Un punto che troppo spesso è stato sottovalutato proprio da quelle facoltà umanistiche che viceversa trovano il loro senso nel saper gettare un ponte tra il presente che ci circonda e il passato che ci permette di prenderne le distanze, e di guardarlo con un occhio non necessariamente critico, ma neppure fusionale e accondiscendente. Tutto dunque si può dire di questi studenti, tranne che non abbiano a cuore l’ università, e farne semplicemente degli illusi, dei conservatori, o addirittura degli esecutori di ordini e interessi altrui è un errore di valutazione e una mancanza di rispetto.

La Repubblica 02.12.10

"Il PD blocca la Gelmini al Senato", di Walter Tocci

Si è appena conclusa la conferenza dei capigruppo che ha respinto la richiesta della Gelmini di discutere il suo ddl prima della mozione di sfiducia a Berlusconi. L’iniziativa del Pd è stata portata al successo da Anna Finocchiaro capogruppo dei senatori. Ecco la sua dichiarazione all’uscita dalla riunione: “Lo slittamento della discussione sul ddl Gelmini è una nostra vittoria. E’ stata una capigruppo molto complicata e molto dura però alla fine siamo riusciti a ottenere la calendarizzazione del provvedimento dopo il voto di fiducia. Se il presidente Berlusconi e il suo governo non avranno la fiducia allora non se ne discuterà più”.

Nelle ultime ore la Gelmini ha tentato nuovamente di mettere l’università sotto ricatto. Ha raccontato le solite balle prontamente rilanciate dall’establishment mediatico-accademico. Secondo la nota del ministero senza l’approvazione della legge si perderebbero i fondi per i concorsi da associato. E’ falso, poiché quei fondi sono già stanziati nella legge di stabilità che verrà approvata la prossima settimana. Come si ricorderà, questo fu il risultato della nostra battaglia ai primi di ottobre, quando riuscimmo a imporre l’anticipazione dei finanziamenti rispetto alla discussione del ddl.

Inoltre, con incredibile faccia tosta, la Gelmini paventa il rischio di un vuoto normativo sui concorsi che proprio lei ha creato al fine di piegare il mondo accademico. Infatti, con la legge n. 1 del 2009 furono introdotte nuove norme concorsuali annunciate come miracolose ma stranamente valide solo fino al 31 dicembre di questo anno. Il collega Bachelet con un emendamento ha cercato di ristabilire la continuità legislativa confermando le vecchie norme fino all’approvazione delle nuove, ma non c’è stato niente da fare. Comunque, il problema non esiste, poiché se anche il governo si dovesse dimettere – e sarebbe la più bella notizia – potrà introdurre norme transitorie nel prossimo decreto mille proroghe che rientra ampiamente nell’ordinaria amministrazione, come dimostra un analogo precedente del governo Prodi. E’ desolante il comportamento della Gelmini che arriva a strumentalizzare le aspettative dei giovani ricercatori per i suoi interessi politici.
Al contrario, sarebbe stato da irresponsabili approvare la legge prima della mozione di sfiducia, poiché in assenza del governo si sarebbe creata davvero una grave paralisi del sistema universitario. Come ricorderete l’attuazione del ddl richiede l’emanazione di ben 47 decreti del ministero o del governo e certamente questa imponente massa normativa non rientra nell’ordinaria amministrazione. Gli atenei quindi si sarebbero trovati in mezzo al guado non potendo più utilizzare la gran parte delle vecchie norme e non potendo neppure fare riferimento alle nuove. Ma questa infausta situazione è stata evitata dall’opposizione del Pd.

Ora ci possiamo concentrare sul problema principale che consiste nel mandare a casa Berlusconi. A tutti gli studenti, ai ricercatori e ai professori che si sono mobilitati contro il ddl rinnovo l’invito a partecipare alla grande manifestazione popolare, Con l’Italia che vuole cambiare, organizzata dal Pd per sabato 11 dicembre a San Giovanni.

Il 5 per mille dopo la fiducia? "Una promessa scritta sull'acqua", di Rosaria Amato

Esclusa in via definitiva la possibilità di reintegrare il 75% dei fondi nell’ambito del ddl stabilità, pare sfumare anche la possibilità di sfruttare il Milleproroghe. E il mondo del volontariato non nasconde la propria delusione: “Tremonti ci ha presi in giro” . Il 5 per mille dopo la fiducia? “Una promessa scritta sull’acqua”. La decisione di chiudere la Camera dei deputati fino al 13 dicembre, vigilia del voto di sulla fiducia al governo, pone la pietra tombale sulla possibilità di reintegrare i fondi del 5 per mille. La denuncia viene dall’opposizione e dalle associazioni di volontariato, alle quali era stato garantito il ritorno dei contributi, decurtati del 75 per cento dalla legge di stabilità. In fondo i tempi tecnici c’erano, bastava far tornare alla svelta la Finanziaria alla Camera e approvarla con le modifiche. Ma già domenica il relatore al Senato, Paolo Tancredi, ha tagliato corto: nessun tema aperto, neanche quello del 5 per mille, “anche perché nell’attuale situazione sarebbe spericolato tornare il 9 o il 10 dicembre alla Camera”.

Le parole di Fini. Intanto, il presidente della Camera, Gianfranco Fini mette in campo il suo impegno per il ripristino del 5 per mille, sebbene senza indicare concretamente come: “Mi auguro, e non sono il solo, che alle preoccupazioni per la diminuzione dei fondi disponibili attraverso il meccanismo del 5 per mille, faccia seguito un vasto e corale impegno per ripristinare pienamente tali risorse”. Lo ha affermato partecipando all’apertura della campagna Telethon 2010, per raccogliere fondi da destinare alle malattie genetiche.
“Si tratta di finanziamenti indispensabili – ha aggiunto Fini – per quel volontariato, di cui proprio Telethon rappresenta l’espressione più incisiva per ciò che riguarda l’impulso alla ricerca medico-scientifica”

L’ultima
spiaggia. E’ rappresentata dal decreto “Milleproroghe”, ma nessuno ci crede davvero: scuote il capo il senatore del Pd, Paolo Giaretta, coordinatore delle commissioni economiche del Senato: “Quella di far rientrare i fondi con il milleproroghe è una promessa scritta sull’acqua”. Le opposizioni parlamentari in Senato stanno cercando di far approvare un ordine del giorno “per chiedere che il provvedimento venga inserito all’interno del primo decreto legge che verrà discusso in Aula”. Dunque anche il Milleproroghe. “Non so se riusciranno a farlo approvare al Senato, anche noi avevamo provato alla Camera, ma senza successo”, commenta amaramente Luigi Bobba, deputato Pd. “Stando alle ultime dichiarazioni del ministro Tremonti – rileva Bobba – sembra anzi che sia intenzione del governo rimandare la discussione alla prossima primavera e perdere così l’ennesima occasione di essere coerente con i propri annunci”.

Le promesse di Tremonti al “Fatto”. L’annuncio al quale in particolare si riferisce Bobba è la lettera inviata da Tremonti al Fatto Quotidiano 1, nella quale il ministro rivendicava la paternità del 5 per mille e dava ampie garanzie sul reintegro, attribuendo la riduzione da 400 a 100 milioni a “successive scelte parlamentari”. Affermazioni poco apprezzate nell’ambito del mondo del volontariato, che il giorno dopo ha replicato con una conferenza stampa accusando il ministro di ipocrisia 2: la riduzione del fondo è una precisa scelta del governo, e in particolare di Tremonti, ha ribadito il Forum del Terzo Settore.

La smentita di “Vita”. A riprova di quanto affermato, il direttore di Vita, Riccardo Bonacina, ha pubblicato sul proprio blog 3 la documentazione: il testo originario del ddl di stabilità, “presentato dal ministro Tremonti il 15 ottobre”, con “la tabella che al 5 per mille imputa una copertura di 100 milioni”; e il maxiemendamento presentato alla commissione V della Camera, venerdì 12 novembre, nel quale viene puntualmente confermato lo stanziamento di 100 milioni. Dunque la Camera si è limitata ad approvare le scelte del governo, non ha modificato un bel niente.

Un destino segnato. A questo punto riesce difficile immaginare che ci sia davvero un reintegro dei fondi del 5 per mille nel Milleproroghe. Tant’è vero che, più prudentemente, diversi esponenti della maggioranza preferiscono parlare della legge di stabilizzazione del 5 per mille, eludendo il problema del finanziamento attuale. “Stabilizzare lo strumento del 5 per mille significherebbe inserirlo definitivamente tra le leggi italiane – ha affermato Gabriele Toccafondi, senatore del Pdl – voce permanente nel bilancio dello Stato con appropriata e definitiva copertura finanziaria”. E su questo, c’è la massima convergenza anche dell’opposizione e del Terzo Settore. Ma per quest’anno, i 300 milioni che mancano diventano ogni giorno di più un miraggio, a fronte anche delle sorti incerte del governo.

La Repubblica 02.12.10

PD, Meloni: Governo di irresponsabili, dopo la sfiducia restituire futuro alla conoscenza

Solo un governo di irresponsabili poteva costringere il Parlamento al tour de force al quale abbiamo assistito nelle settimane scorse, senza alcuna disponibilità al confronto con l’opposizione parlamentare e con quanti, nel Paese, chiedevano solo attenzione al futuro della ricerca e al destino degli studenti e del loro diritto a studiare. Ma le minacce e i ricatti con i quali fino all’ultimo un governo moribondo ha voluto costringere il Parlamento e il mondo universitario ad accettare una riforma sbagliata hanno dimostrato di non avere il fiato per superare il traguardo. Sia chiaro, ciò che avrebbe bloccato la vita degli atenei e i concorsi universitari sarebbero stati i molti mesi necessari per attuare le cervellotiche norme del DDL, in assenza della minima stabilità politica. Con buona pace della Gelmini, novella Dorando Petri della politica italiana, e dei profeti del “meglio è nemico del bene”, dopo il voto di sfiducia che manderà a casa il governo più incapace degli ultimi 150 anni, potremo finalmente dare alla ricerca e all’università regole e prospettive che aprano l’Italia alla fiducia e al futuro”. Così Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale del PD.

"Immigrati e balle mediatiche. C’è un’Italia che non ha paura", di Vittorio Emiliani

Dicono che sono una decina di milioni, ma sono la metà. E che arrivano via mare, mentre è solo una minima parte. E che sono concentrati nelle regioni del centrodestra, Ma è in Emilia che sono di più. Sono ancora recenti le proteste disperate di immigrati irregolari truffati da imprenditori con molto pelo sul cuore. Immigrati sulla gru a Brescia, nelle cui fabbriche venne eletto una ventina di anni fa il primo delegato sindacale extra-comunitario, Amhed se ben ricordo. Immigrati sulla ciminiera di Bresso alle porte di Milano. Necessari alla produzione industriale, al Nord e al Centro. Ma dove si concentrano in Italia gli immigrati regolari? Ci sono “balle mediatiche”, per usare un termine berlusconiano, da sgonfiare. La prima: gli immigrati in Italia sono una decina di milioni o giù di lì. Balle: nel 2010 (dati Caritas) risultano 5 milioni, la metà di quella cifra “terroristica”. La seconda: dal mare arrivavano centinaia di migliaia di clandestini. Balle: erano meno di trentamila all’anno (il grosso arriva, tuttora, via terra, da est). Un’altra ancora: quella immigrazione si concentra essenzialmente nel Nord Est là dove cioè dove essa “fa notizia” con quei bravi cristiani di sindaci che gli extra-comunitari propongono di impallinarli «come le leprotti» o che negano ai loro figli l’asilo, la mensa scolastica, l’assistenza e così via. Ed ora propongono come sbarramento l’esame di lingua italiana (ma quanti parlamentari leghisti la conoscono a fondo?). È la terza “balla”. Vediamo come e perché.
Rispetto alla popolazione residente, secondo l’Istat, gli immigrati sono distribuiti così: il Veneto figura soltanto al 4 ̊ posto col 9,8 %, la Lombardia al terzo col 10,0, preceduta (udite, udite) dall’Umbria seconda col 10,4 % e dall’Emilia-Romagna prima assoluta col 10,5. Cioè due regioni di centrosinistra, le quali sfatano la leggenda che, se ci sono molti immigrati, per reazione vince il centrodestra. Non basta, perché subito dopo il Veneto vengono altre regioni a maggioranza di centrosinistra dove l’immigrazione non alimenta granché la cronaca nera, e sono la Toscana col 9,1 e le Marche con l’8,9 % . Dopo di loro si piazzano Lazio, Piemonte, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia tutte sopra l’8 % e la Liguria col 7,1. Che è poi, all’incirca, la media dell’Italia (nel 2010 salita all’8). Sotto la quale si collocano la Valle d’Aosta (6,4) e tutto il Mezzogiorno, con province però come Teramo oltre la media Italia.
Ma quali sono le province con la quota più elevata di immigrati? Non quelle del Veneto. In testa figura Brescia (13% circa) divenuta città-simbolo con i clandestini che reclamavano una regolarizzazione dall’alto della gru. Seguita da Prato, Chinatown d’Italia, col 12,7, e, subito dopo, da Piacenza, Reggio Emilia, Mantova e Modena, tutte sopra il 12. Quindi Treviso, Verona e Vicenza, ma vicinissime a queste province spesso al disonore della cronaca per episodi di razzismo leghista si collocano, con Pordenone, Perugia e Macerata di cui giornali e tv non si occupano quasi mai. Ha dunque ragione Giuseppe De Rita ad osservare che integrazione, o comunque coabitazione, danno problemi meno drammatici nelle città piccole e medie (di una certa Italia, aggiungerei) rispetto alle periferie delle aree metropolitane.
La comunità di gran lunga più numerosa? I romeni, 900.000 circa, il doppio degli albanesi e dei marocchini, secondi e terzi, quasi alla pari. Seguono i cinesi e gli ucraini (o meglio, le ucraine) sulle 200.000 unità. Più lontani, ma sempre oltre quota 100.000, filippini, indiani, polacchi, moldovi, tunisini. Appena più sotto i macedoni. Nell’anno passato gli incrementi più forti negli arrivi li hanno segnati moldovi (+18,1 %), pakistani (+17,1), indiani, ucraini/e.
Dove si dislocano queste comunità tanto diverse? I romeni prevalentemente a Roma, Torino, Milano e Padova. Gli albanesi a Roma, Torino e Firenze. I marocchini a Torino, Milano e Roma (ma pure a Genova e a Bologna). I cinesi a Milano, vecchia residenza tradizionale, Prato e Roma (Esquilino). Gli ucraini a Caserta, Napoli e Cusio-Ossola. Gli indiani a Roma, ma pure ovunque ci siano stalle e allevamenti: Brescia, Suzzara, Luzzara, il paese di Zavattini. Senza di loro, addio latte, addio formaggi come grana e parmigiano-reggiano. I moldovi a Roma, Padova, Venezia e Parma. I macedoni a Vicenza, Roma e Piacenza. I tunisini nelle città siciliane delle serre orticole e/o della pesca: Vittoria, Mazara del Vallo, Trapani (ma anche a Parma). I polacchi a Roma e provincia, a Napoli e Bologna. I peruviani a Milano, Roma e Torino. Mentre gli ecuadoriani prevalgono in tutta la Liguria, come a Trieste i serbi e a Gorizia gli immigrati dal Bangladesh.
In Liguria si trova, secondo l’Istat, il Comune con più immigrati rispetto alla popolazione residente. Si tratta di Airole, sulla collina imperiese: su 500 abitanti, un residente su tre è straniero. Un 31% che fa record in Italia.

L’Unità 02.12.10

"Colosseo, restauro flop gli sponsor non ci sono", di Carlo Alberto Bucci e Dario Pappalardo

Il capofila Diego Della Valle alla fine si è ritrovato da solo. Perché la cordata di imprenditori che lo dovevano seguire nell´impresa di salvare il Colosseo si è sciolta. È stata un flop la gara per la ricerca degli sponsor, bandita il 4 agosto, che doveva raccogliere le proposte per il restauro del simbolo di Roma: i pochi candidati che si sotto fatti sotto sono risultati infatti inadeguati al compito.
Ma ora rischia di diventare un flop che va oltre la piazza dell´anfiteatro Flavio la formula di finanziamento integrale da parte dei privati di un bene pubblico, che il ministro Bondi aveva definito un «modello da applicare anche ad altri monumenti del nostro Paese». A un mese dalla chiusura delle buste, «l´uovo di Pasqua è stato aperto» ma dentro non c´era la «sorpresa giusta» che aveva sognato il sindaco di Roma Alemanno.
Secondo la Uil Beni Culturali, «la commissione che doveva esaminare le domande del concorso internazionale, composta da 5 persone, non si è mai riunita. Ciò che meraviglia è il fatto che il bando sia scaduto da un mese e non si proceda ad alcuna comunicazione». Dal ministero dei Beni culturali il segretario generale Roberto Cecchi fa sapere: «Le offerte pervenute si configurano come non appropriate. Da questo momento l´amministrazione porterà avanti una fase di procedura negoziata». In sostanza, nessuno dei pochi candidati ha rispettato le richieste del bando.
Molti gli industriali che hanno dato una sbirciata al testo della gara per il restyling del monumento con il brand più remunerativo in Italia (si parla di 91 miliardi di euro). Ma neanche un magnate che abbia deciso davvero di mettere mano al portafogli per lanciarsi nell´avventura. Quasi nessuno, tranne Della Valle. Che ora secondo il Sole 24 ore sarebbe disposto a fare tutto da solo: finanziare con 23 milioni il restauro del monumento visitato da 6 milioni di persone all´anno. Con un solo punto interrogativo. A Mister Tod´s non piace l´idea del pacchetto “chiavi in mano”. Lo prevede l´avviso di gara messo a punto l´estate scorsa dagli uffici del commissario per l´area archeologica centrale di Roma: lo sponsor ci mette i soldi e fa eseguire sotto la sua responsabilità anche i lavori da una società specializzata in restauro che opererà però sotto il controllo della Soprintendenza (spetta a architetti e archeologi dello Stato la scelta, ad esempio, di una terna di direttori dei lavori). Ma studi di fattibilità, cantiere a norma, cronoprogramma ed eventuali penali in caso di mancata consegna, sicurezza per un restauro da eseguire “dal vivo” (il Colosseo non deve chiudere mai: porta 35 milioni l´anno nelle esangui casse della Soprintendenza statale), sono ritenuti dall´industriale marchigiano un impegno innaturale per la sua impresa. Se non cambiano le regole, insomma, Della Valle potrebbe tirarsi indietro.
Era il 14 aprile quando Alemanno, a Tokyo, annunciava che molti imprenditori giapponesi erano pronti ad entrare a far parte della cordata guidata da Della Valle, decisa un paio di mesi prima durante i primi incontri tra Campidoglio e ministero dei Beni culturali. C´era persino la disponibilità di Yuzu Yakhi a investire un milione di euro nel restauro del Colosseo. Non sappiamo se almeno la proposta dell´industriale che da 40 anni importa moda italiana attraverso 400 negozi in tutto il Paese del Sol Levante sia arrivata all´ufficio concorsi di piazza del Collegio romano. La gara per lavori che devono cominciare nel 2012 e finire entro l´anno successivo si è chiusa il 31 ottobre. E il ministero, solitamente solerte nell´annunciare la data dell´apertura delle buste, per un mese ha taciuto sull´esito del bando. Questo perché la tanto sbandierata “cordata” si è dileguata. O perché c´è imbarazzo davanti al protagonismo assoluto nell´affare “anfiteatro Flavio” da parte di Mister Tod´s, che in passato si è spesso scontrato con il premier Berlusconi? Sono queste le ipotesi che circolano nei corridoi del Collegio romano. Insieme a un´altra: è stato proprio il rischio di vedere riservata a un solo soggetto privato la gestione del “marchio Colosseo” ad aver spaventato gli altri imprenditori. Convincendoli, in un momento per di più di vacche magre nel campo degli investimenti in cultura, che era meglio stare alla larga dall´ellisse del Colosseo. Quella torta a proposito della quale il 14 aprile Alemanno in Giappone aveva sognato: «Ciascuno degli sponsor finanzierà uno spicchio di restauro».

La Repubblica 02.12.10

«Il governo non vuole ascoltarci ma noi adesso non ci fermiamo», di Jolanda Buffalini

La protesta studentesca. Cortei e occupazioni: «Si va avanti almeno fino al 9 dicembre». Assemblea alla Sapienza. «Difendiamo i baroni? Assurdo, lottiamo per il diritto allo studio». La mobilitazione continua. «Saremo in piazza quando il ddl andrà in discussione al Senato». «Gravissima la militarizzazione della città. Il sit in a Montecitorio era autorizzato». Dipartimento di Fisica, palazzina Marconi, città universitaria, Roma: la lotta continua. Fra i cartelloni appesi all’ingresso ce n’è uno con il curriculum di Mariastella Gelmini e un altro che raffronta i tagli a università e ricerca con gli stanziamenti per il Ponte di Messina e per la TAV.
Gli studenti sono in assemblea nell’aula Majorana, affollatissima. Discutono su come andare avanti: «Saremo di nuovo in piazza quando il ddl Gelmini andrà in discussione al Senato». Intanto arriva l’appello di tutte le associazioni: «Per quella data occupazione simbolica di tutti i rettorati». Le decisioni di questa assemblea dovranno coordinarsi con quelle delle altre facoltà occupate, alla Sapienza sono Medicina e Giurisprudenza (fatto quasi senza precedenti), Scienze politiche e Lettere. Poi c’è Architettura a Valle Giulia e Ingegneria a San Pietro in Vincoli.
L’occupazione continua ma si fa lezione lo stesso, la biblioteca è piena di gente che studia, «interrompiamo solo nei giorni di mobilitazione in piazza», dicono. Altro tema dell’assemblea è, spiegano Alfredo, Alessia, Ornella, Francesco, «la valutazione dei fatti di martedì, la gravissima militarizzazione di Roma». «Hanno bloccato l’intera città». «Il dissenso è alla base della democrazia e protestare mentre si vota una legge che ti riguarda sotto il parlamento è la forma più normale di democrazia». «Ci hanno vietato una piazza autorizzata, per il sit in a Montecitorio la Cgil aveva chiesto l’autorizzazione». «I romani bloccati nel traffico devono ringraziare loro». «Unità cinofile, esercito, polizia, guarda di finanza, blindati e camionette a decine contro un corteo. Cosa pensavano, che stesse arrivando un esercito?». «Forse per noi è stato meglio così, abbiamo avuto molta più visibilità». Siete strumentalizzati dai baroni, conservatori dello status quo, usati dall’opposizione. Come rispondete a queste accuse? «Ma come si fa a dire queste cose si infervora Alfredo, II anno, che si è diplomato al severissimo Righi quando c’è l’evidenza delle parole scritte. La legge dà potere solo ai professori ordinari, taglia fuori i ricercatori».
CONSERVATORI
Anche Ornella è al secondo anno, viene da Molfetta in Puglia, abita alla casa dello studente. Vuole fare l’astrofisica. «Non vogliamo lasciare le cose come stanno. La cosa più grave sono i tagli che distruggono l’università pubblica, il diritto allo studio che dovrebbe garantire pari opportunità: il reddito è l’ultimo parametro, prima vengono i coefficenti di merito e la somma dei voti. Così io sono a rischio, trecentesima in graduatoria, e una mia collega che non ha avuto tutti i crediti necessari in tre giorni è stata buttata fuori dalla Casa dello Studente. La nostra è una facoltà difficile ma i nostri volti valgono quanto quelli degli altri. Sto ancora aspettando la seconda rata della borsa di studio».
Il premier dice che a manifestare sono i fuori corso. Alessia: «Io sono fuori corso, iscritta al IV anno. Ho perso un anno perché sono pendolare, vengo ogni giorno da Latina, due ore ad andare, due a tornare. Purtroppo il mio Ise (reddito familiare) non è abbastanza basso da poter avere la borsa di studio ma non è così alto da potermi permettere di stare a Roma. Quando ho lezione alle 8 devo partire alle 5 e un quarto. Dopo un anno così sei stressato, esaurito e perdi colpi. È un cane che si morde la coda, senza diritto allo studio le differenze nelle condizioni di partenza diventano gigantesche». Perché ha scelto Fisica? «È dalle elementari che ho deciso, voglio fare la fisica teorica. La ricercatrice…».
Il Pd dedicherà la sua manifestazione dell’11 all’università. Alfredo: «Cavalca l’onda ma la loro riforma era un po’ meglio di questa ma non molto. E hanno scelto di non bloccare tutto, di non fare ostruzionismo». Alessia: «Quando abbiamo fatto le lezioni in piazza a Montecitorio ci dicevano che non l’avrebbero fatta passare questa legge. Poi hanno fatto un’opposizione morbida».
Francesco è matricola, iscritto al primo anno: «Vengo dal Tasso, sono abituato alle occupazioni. Mi sembra giusto come si svolge qua, senza interrompere le lezioni e con le assemblee per organizzarsi per le manifestazioni. L’occupazione è giusta se è un’eccezione».

L’Unità 02.12.10

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“Scenderemo in piazza il giorno della fiducia”, di Caterina Perniconi

Gli studenti: il movimento non si fermerà con la riforma. Un movimento estemporaneo o una rivolta generazionale? Se siamo di fronte a un nuovo ‘68 o a un altro ‘77 si capirà solo dopo il 14 dicembre. Quando si potrà misurare l’intensità della forza dei giovani scesi in piazza e saliti sui tetti in questi giorni.
Il Senato, infatti, oggi deciderà se la riforma dell’Università sarà discussa prima o dopo la richiesta di fiducia al governo. Nel primo caso, l’approvazione è quasi scontata, nel secondo sarà legata a doppio filo con le sorti dell’esecutivo. Solo allora si chiariranno le intenzioni e la forza propulsiva degli studenti mobilitati in tutta Italia.
L’ONDA, NEL 2009, si infranse nella barriera della riforma scolastica. L’eredità che è stata lasciata è il fortunato slogan “noi la crisi non la paghiamo”. Infatti quello che sembrava un tumulto generazionale si è invece spento come un fuoco di paglia in pochi mesi.
Oggi siamo di fronte a una protesta partita soprattutto per mantenere il diritto allo studio. Ma le parole d’ordine guardano lontano, e i ragazzi si definiscono una “generazione senza futuro”. Sono andati in rete, hanno dato vita alla prima protesta organizzata per via “telematica”, mettendo in contatto i siti internet e le web radio di tutte le università. Questo ha permesso di occupare le autostrade, le stazioni e i monumenti contemporaneamente, decidendolo con un clic o con una catena di sms.
“Rispetto all’Onda c’è un livello di coordinamento molto maggiore – spiega Claudio Riccio, portavoce di Link, uno dei movimenti studenteschi – c’è confronto tra tutte le realtà”. Del resto anche Claudio, che guida il coordinamento universitario da un anno e mezzo, ai tempi dell’Onda viveva a Bari, mentre da settembre si è trasferito a Roma, dove c’è il “cervello” dell’associazione.
“NON SONO IL LEADER perché non c’è un leader – spiega Riccio – se ci capita di mettere ai voti un’iniziativa, il voto di Roma vale come quello di Viterbo, non ci sono differenze”. Ma esiste un movimento senza leader? “Si, se ci sono molte persone a rappresentarlo. Questa volta protestiamo perché siamo una generazione senza futuro e non ci esauriremo con la riforma. Saremo in piazza il 14 dicembre, perché il nostro domani dipende anche da quel voto”. Telefonando ad Andrea Aimar, uno dei leader delle proteste torinesi, si scopre che i due sono in contatto. “Si, conosco Riccio, ci coordiniamo, anche se veniamo da realtà diverse cerchiamo di essere un movimento unico, di non disperdere le energie”. A Palazzo Nuovo c’è ancora la mobilitazione, al Politecnico si discutono le prossime mosse. Se la riforma sarà calendarizzata nei rapidamente al Senato, l’ipotesi è quella di una grande manifestazione a Roma per dimostrare la reale forza del movimento.
Ma ci sono anche realtà diverse, che con la protesta nazionale non hanno contatti. A Palermo raggiungiamo Fausto Melluso, rappresentante del movimento degli Universitari: “Il nostro è un gruppo nato localmente in modo spontaneo – spiega – la riforma è una battaglia importante ma non l’unica. L’Università di Palermo ha molti problemi e noi vogliamo portarli tutti alla luce”. Anche in Sicilia promettono battaglia fino al 14 dicembre: “Questa riforma dà piene deleghe al governo su molti argomenti, come il diritto allo studio, che di pendono direttamente dal voto di fiducia e quindi da quale governo ci amministrerà. Noi vogliamo farglielo sapere”. Ancora due settimane, quindi, per capire quali saranno le proposte dei giovani del 2010. Che ieri, per tenere alta la tensione, hanno bloccato i binari della stazione di Napoli. E che nei promettono (almeno) altri 10 giorni di manifestazioni.
Bari: Scienze politiche e Giurisprudenza. Benevento: Scienze. Bologna: Lettere e Filosofia. Catania: Scienze e Fisica. Firenze: Lettere. Napoli: Lettere alla Federico II, palazzo Giusso all’Orientale. Milano: Lettere, Ingegneria. Padova: Psicologia. Palermo: Lettere. Pisa: spazi occupati in tutte le facoltà. Roma: Lettere, Scienze politiche, Fisica, Giurisprudenza, Architettura e Geologia a La Sapienza. Dams, Giurisprudenza e Scienze a Roma3. Siena: Scienze politiche, Giurisprudenza, Lettere, Economia. Siracusa: Architettura. Taranto: Giurisprudenza Torino: occupato Palazzo Nuovo.Trento: Sociologia. In molte altre città ci sono mobilitazioni e occupazioni di spazi accedemici.

da Il Fatto quotidiano 02.12.10

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“Università, prova di forza al senato”, di Fabrizia Bagozzi

La protesta degli studenti non si ferma, anche perché il passaggio della riforma Gelmini al senato non è in discesa.
Approvata martedì la riforma Gelmini, convertito entro oggi il decreto sicurezza bis di Maroni, Montecitorio chiude i battenti fino al 13 dicembre, quando comincerà a discutere la sfiducia al governo Berlusconi. In questo modo, alla camera, la ex maggioranza si mette al riparo da nuovi inneschi polemici e da giochi tattici – «agguati di palazzo », li definisce il Cavaliere – evitando, fra l’altro, la mozione di sfiducia al ministro dei beni culturali Sandro Bondi. E così la frontline si sposta al senato. Dove da lunedì prossimo si vota in aula la legge di stabilità. Ma, soprattutto, dove si annuncia scontro sul calendario per l’esame della riforma dell’università che deve passare in terza lettura a palazzo Madama.
Il governo fa pressing perché sia approvata prima del 14 dicembre, anche perché del doman non v’è certezza. E, del resto, l’unico scenario del post 14/12 che dà garanzie al disegno di legge che porta la firma del ministro dell’istruzione è la fiducia in entrambe le camere, su cui per ora nessuno, a parte Berlusconi e Bossi, si sente di fare scomesse. Lei, Mariastella Gelmini, fa sapere che se «c’è la volontà politica», può essere votato prima del giorno del giudizio. Un altro ministro, Maurizio Sacconi (welfare), dà la cosa per fatta.
Ma la partita del calendario è aperta. Nella conferenza dei capigruppo fissata per questa mattina il Popolo delle libertà proverà infatti a forzare la mano, chiedendo un rapido passaggio in commissione subito dopo l’approvazione della Finanziaria (giovedì 9) e poi il voto fra venerdì 10 e martedì 13 (di norma, il venerdì e il lunedì l’aula non lavora, se non in casi eccezionali come quello dell’approvazione della legge di stabilità).
L’argomento che verrà messo in campo lo fa capire il vicecapogruppo Pdl al senato Gaetano Quagliariello, e lo conferma il ministero dell’istruzione: se la riforma non passa non si sbloccano i fondi per i concorsi e le assunzioni.
Con buona pace dei modi e dei tempi di approvazione (dell’opportunità politica) di un provvedimento su cui si è scatenata, e non si ferma, la protesta di studenti e ricercatori. Il Partito democratico ha già fatto sapere che si metterà di traverso: «Se pensano, infrangendo il regolamento del senato, di mettere in calendario la riforma universitaria prima della sfiducia, faremo saltare ogni accordo sulla legge di stabilità», avverte il presidente dei senatori dem a palazzo Madama Anna Finocchiaro. I futuristi tacciono, anche se in un primo momento, il loro capogruppo Pasquale Viespoli aveva fatto sapere che un’accelerazione nel calendario è possibile solo con «l’unanimità dei gruppi».
Oggi si capirà se i finiani confermano l’orientamento, secondo la consueta tattica che esaspera i già provati nervi del Cavaliere. Anche se il voto di martedì alla camera ha confermato quanto Fli tenga all’incasso, anche in chiave elettorale, della riforma. E anche se, al senato, Pdl e Lega hanno i numeri per forzare i tempi, a prescindere da Futuro e libertà.
Ma se pure il disegno di legge Gelmini (che consta di oltre cinquecento norme) dovesse andare in porto, il suo destino rimarrebbe appeso ai regolamenti attuativi. Si prevede infatti che ne servano più di cento, buona parte dei quali spettano al consiglio dei ministri. Che dal 14 dicembre potrebbe non riunirsi più. Il rischio, allora, è che rimanga tutto sospeso in ogni caso e nonostante un via libera spinto a colpi di maggioranza. Tanto per cambiare, una (controversa) riforma a metà.

da Europa Quotidiano 02.12.10