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"Anche la lingua ha fatto la storia d'Italia", di Michele Ainis

Lo Stato italiano ha 150 anni, la lingua italiana 7 secoli. Ma la Repubblica italiana ha mai saputo imbastire una politica linguistica? A parte qualche legge che prescrive l’italiano nell’etichettatura del cacao o nei fogli informativi dei giocattoli, la risposta è no. O meglio, una legge ci sarebbe: la n. 4 del 1974, che ha vietato a tutti gli uffici pubblici di usare le parole lebbra, lebbroso, lebbrosario. Qui però non s’affaccia l’esigenza di proteggere la lingua italiana, ma casomai l’opposto, perché vi si prescrive che questi termini vengano sostituiti da «Morbo di Hansen» o da «hanseniano». Dunque una legge all’insegna del politicamente corretto, anche a costo di suonare incomprensibile per chi non abbia in tasca un paio di lauree in medicina: difatti negli usi collettivi sentirsi dare del lebbroso significa ricevere un insulto, mentre se apostrofi qualcuno chiamandolo hanseniano otterrai in cambio uno sguardo stralunato.

In compenso c’è un fiume normativo che si riversa sulle minoranze linguistiche, dividendole però in figli e figliastri (il gruppo tirolese di lingua tedesca è fra le minoranze più protette al mondo). C’è anche una legge generale su tali minoranze (la n. 482 del 1999), che le elenca una per una: quelle albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, croate, nonché le popolazioni che parlano il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano, il sardo. Tuttavia da quest’elenco mancano gli zingari, mancano varie parlate regionali al di là del sardo e del friulano, mancano le nuove minoranze forgiate dall’immigrazione. Insomma la politica linguistica dell’Italia repubblicana è un po’ come un ascensore: viziata da una sorta d’imperialismo normativo nei confronti delle etnie più deboli, arrendevole con le minoranze più ricche e più coese, pressoché silente rispetto alla tutela della nostra lingua nazionale.

Un solo esempio: gli immigrati. Qui le preoccupazioni linguistiche si limitano a un unico episodio, perché non ve n’era quasi traccia né nella legge Martelli del 1990, né nella Turco-Napolitano del 1998, né nella Bossi-Fini del 2002. Ma il punto di svolta sta nel primo «pacchetto sicurezza» incartato dal ministro Maroni, e più precisamente nella legge n. 94 del 2009, quella che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina. Anche se in realtà è clandestina questa stessa novità legislativa, dato che si nasconde nell’art. 1, comma 22, lettera i), che a sua volta modifica l’art. 9 del d.lgs. 286/1998, aggiungendovi un comma 2-bis. Un insulto alla matematica, se non proprio all’italiano. Eppure questo comma al cubo esige dagli immigrati una prova che molti cittadini non supererebbero: un test di conoscenza della lingua italiana, per ottenere il permesso di soggiorno.

No, non è questa l’idea che ci avevano consegnato i nostri padri fondatori. Se c’è uno spazio per la politica linguistica nella Carta del 1947, questo spazio va colmato rispettando la libertà di lingua, che a sua volta è figlia della libertà di parola. E avendo cura inoltre della nostra lingua nazionale, ma senza il bastone usato dal fascismo, non foss’altro perché in ogni manifestazione della vita culturale c’è una scintilla che non può essere pianificata, o che altrimenti muore. Come diceva Adorno, quando le feste di paese vengono messe in calendario una dopo l’altra per agevolare i viaggi culturali, finiscono per perdere la loro qualità di festa, che si regge sull’unicità del rito, sulla sua irripetibilità. Le feste vanno celebrate come cadono, la lingua va accettata per com’è, per come spontaneamente evolve, anche quando assume sonorità estranee alla nostra giovinezza. Ma la lingua è al tempo stesso un bene culturale, è insieme la memoria dei padri e l’orizzonte dei figli, ed è disgraziata la Repubblica che non abbia cura del proprio patrimonio culturale.

michele.ainis@uniroma3.it

Questo testo è una sintesi dell’intervento del professor Michele Ainis al nono convegno dell’Asli (Associazione per la storia della lingua italiana) «Storia della lingua italiana e storia dell’Italia unita» in programma da oggi a sabato a Firenze organizzato con l’Accademia della Crusca in concomitanza con le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

La Stampa 02.12.10

A Caserta con Cosentino camorra e politica a braccetto. Voti contro favori

A Caserta con Cosentino camorra e politica a braccetto. Voti contro favori

La procura di Napoli conclude le indagini preliminari sull’ex sottosegretario accusato di concorso esterno in associazione camorristica per favorire lo scambio di voti. Orlando, Fiano e Picierno: lasci la guida del PDL campano
Nicola Cosentino ha venti giorni di tempo per presentare le memorie con cui difendersi dall’accusa di concorso esterno in associazione camorristica per rapporti che avrebbe intrattenuto con il clan dei casalesi. Al parlamentare del Pdl è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari in cui i pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci gli contestano di aver intrecciato rapporti ”nella prospettiva dello scambio voti contro favori.

Secondo i magistrati, Cosentino avrebbe ricevuto sostegno elettorale a partire dalle elezioni provinciali a Caserta nel 1980 passando per quele regionali del 1995 fino a quelle nazionali alla Camera dei Deputati nel 1996, nel 2001, nel 2006 e nel 2008. In cambio, e’ la tesi dei pm, avrebbe garantito ”il permanere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa, pubbliche amministrazioni ed enti a partecipazione pubblica” oltre a ”riciclaggio e reimpiego delle provviste finanziarie provenienti dal clan dei casalesi” ed avrebbe partecipato alla creazione e cogestione di ”monopoli d’impresa in attività” sotto il controllo di famiglie dei clan, come gli Orsi.

“La fine delle indagini che riguardano Nicola Cosentino, nel quadro già inquietante delle sue responsabilità rendono ancora, se possibile, più stridente l’incompatibilità tra le condotte di cui gli atti delle indagini danno conto e i suoi incarichi politici e istituzionali – attaccano i presidenti dei Forum Giustizia e Sicurezza del Pd, Andrea Orlando ed Emanuele Fiano – Cosentino deve lasciare la guida del Pdl Campania, il principale partito di governo della Regione chiamato oggi a fronteggiare l’esplosione dell’emergenza rifiuti. Facciamo infatti notare come, proprio in questo campo, emergano gli intrecci più stretti tra camorra e imprese e come, stando alle indagini, Cosentino risulti collocato in questa zona grigia che ha consentito alla Camorra di rafforzare nel corso degli anni il suo potere economico e criminale”.

Per Pina Picierno, parlamentare “Di fronte alle gravissime accuse emerse alla fine delle indagini preliminari nei confronti dell’On. Nicola Cosentino, non c’è nessun altro commento da fare: l’On. Cosentino deve rinunciare immediatamente all’immunità parlamentare e farsi processare; presentando anche le più che dovute dimissioni da parlamentare e da coordinatore del PDL in Campania. Ci auguriamo che almeno questa volta nessuna voce si levi dal suo partito per difendere l’indifendibile”.

www.partitodemocratico.it

"Il buon alleato è un incapace", di Lucio Caracciolo

Berlusconi può essere insieme “incapace, vanitoso e inefficace” e il “migliore amico degli Stati Uniti”? I messaggi riservati dell´ambasciata Usa a Roma sono coerenti con la esibita santificazione del nostro presidente del Consiglio da parte di Hillary Clinton, ieri ad Astana? Paradossalmente sì. Anzitutto sotto il profilo formale.
I cablogrammi di Palazzo Margherita sono riservati, come tali sinceri. Le dichiarazioni del segretario di Stato sono per i media, come tali difficilmente sincere.
Se esprimono un´autorevolezza assai superiore a quella dell´ormai celebre signora Dibble – autrice materiale del non lusinghiero ritratto di Berlusconi – non necessariamente debbono riflettere il pensiero della Clinton. Malgrado Assange – anzi oggi più che mai – un certo grado di doppiezza fra linguaggio pubblico e privato resta costitutivo della diplomazia e della politica. Sotto ogni latitudine. Non ci meraviglieremmo perciò se fra qualche tempo scoprissimo che mentre la signora Clinton lodava il capo del nostro governo, nei suoi stessi uffici circolavano giudizi meno estasiati su Berlusconi e sulla sua politica estera.
Ma anche nella sostanza, Dibble e Clinton non sono incompatibili. Perché proprio la debolezza di Berlusconi e del paese che rappresenta può essere utile agli Stati Uniti. Come per esempio in Afghanistan, dove contrariamente ad altri alleati abbiamo rafforzato la nostra presenza militare. In cambio di nulla. Perché ciò che ci distingue nel mondo brusco e malizioso delle relazioni internazionali è lo spirito francescano. Diamo senza nulla chiedere. Magari poco, ma sempre gratis. Al massimo, in cambio di una photo opportunity. Se vantaggi ci sono, riguardano la sfera privata, certo non lo Stato. E che cosa può attendersi di meglio l´America, o qualsiasi altro paese, da noi o da chiunque altro? Nell´arte del dono siamo imbattibili.
Peccato che ne consegua l´irrilevanza. Perché la logica della cessione gratuita di sovranità può essere certo sfruttata da chi ne fruisce, ma non apprezzata. Appare infatti come una forma di immoralità politica. Di più: suscita il dubbio della slealtà. Dai lanci di WikiLeaks emerge infatti che alcuni consiglieri forse troppo dietrologi della Clinton adombrino il sospetto che tanta liberalità celi fini reconditi. Altrimenti perché la stessa responsabile della diplomazia Usa avrebbe chiesto di approfondire il profilo personale di Berlusconi, i suoi eventuali affari privati con Putin?
I sospetti, se non le certezze, riguardano soprattutto i rapporti del nostro presidente del Consiglio con il primo ministro russo, di cui “sembra essere il portavoce” (Dibble). Il caso Georgia, quando Berlusconi, più ancora di Sarkozy, difese le ragioni della Russia, e ancor più il suo forte impegno nel progetto di gasdotto South Stream, tanto caro a Putin, hanno irritato prima Bush e poi Obama. Poco importa se in entrambi i casi Berlusconi si muovesse nel solco di un´antica tradizione filorussa delle nostre élite politiche e industriali, confermata anche dagli ultimi governi di centrosinistra. Quel che stona, a occhi e orecchi americani, è l´intimità fra il “vanitoso” Berlusconi, con la sua “inclinazione ai party”, e il leader di una grande potenza di cui Washington continua a diffidare.
Conclusione: Berlusconi è utile finché conta poco e pretende meno. Almeno in veste di capo dell´Italia. Se e quando pesasse di più, risultando più ingombrante per gli interessi americani, scatterebbero le contromisure. O sono già scattate?

La Repubblica 02.12.10

Governo, l'Udc annuncia la sfiducia Camera chiusa fino al 14

«Se il 14 dicembre non avremo una forte e consistente fiducia e ci sarà impedito di continuare a governare» saranno usate tutta una serie di nuove tecnologie «nella prossima campagna elettorale». Lo scrive nel sito ”Forza Silvio” il presidente del consiglio Berlusconi mettendo in chiaro così l’intenzione di chiedere il voto nel caso in cui la fiducia non ottenesse numeri consistenti. Nel messaggio inviato al suo network online il presidente del Consiglio cerca di mostrare fiducia, forte della convinzione di essere ”il governo del fare”. «Lo abbiamo dimostrato – precisa il premier – anche in queste ultime difficili settimane, lavorando per portare a compimento i cinque punti di programma sui quali abbiamo avuto la fiducia alla fine di settembre, conseguendo importanti successi in politica estera, intervenendo, tra mille difficoltà, per risolvere la nuova emergenza rifiuti di Napoli, approvando alla Camera la riforma dell’università». «Lasciamo agli altri – aggiunge Berlusconi – le manovre e gli agguati di palazzo. Lasciamo agli altri le chiacchiere e le polemiche inutili. Noi continuiamo a lavorare e a cercare di comunicare ai cittadini le cose realizzate dal governo».

La sfiducia dell’Udc. Ma la giornata per il governo non è delle migliori.Intanto l’Udc ha annunciato che presenterà una mozione di sfiducia. I centristi hanno dato mandato a Pier Ferdinando Casini di farlo ”nei modi e nelle forme che riterra’ opportuni”: lo ha deciso all’unanimita’ il gruppo parlamentare riunitosi a Montecitorio. ”Abbiamo votato in questa legislatura 37 volte la sfiducia al governo per cui non abbiamo che una strada obbligata: confermare che presenteremo una mozione di sfiducia nello stesso spirito”. casini ha poi aggiunto che “apprezzerebbe molto se Berlusconi si dimettesse prima del 14 dicembre”. E intanto tra Udc e Fli vanno avanti i colloqui. L’idea è quella di presentare la mozione in modo congiunto. Ma a dimostrazione che la situazione è sul filo dei nervi c’è la notizia che Montecitorio resterà “fermo” fino al 14. “Un atto di scadimento del Parlamento”, commenta Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori Pd.

La Lega ostenta sicurezza. Ma Umberto Bossi è fiducioso: «Il 14 dicembre avremo tranquillamente la fiducia», afferma il leader leghista aggiungendo un attacco a Fini: «Ognuno sceglie di morire come vuole». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta esprime invece i suoi dubbi: «Dobbiamo capire cosa succederà il 14 dicembre.

Fuori dalla palude: Il segretario del Pd Pierluigi Bersani è contrario al voto con questa legge elettorale: «Abbiamo bisogno di un passaggio che ci porti fuori dalla palude del Berlusconi sì o no, un governo di responsabilità istituzionale che dia un futuro all’Italia. Se no si va avanti così, come vuole lui, al voto su Berlusconi sì o no». «Non c’è un piano B, parliamo solo del piano A. – ha aggiunto Bersani – Se vogliamo pensare all’Italia non possiamo stare in ballo un anno. Se abbiamo senso di responsabilità verso il Paese, il piano B non lo dobbiamo nemmeno prendere in considerazione».

Sicurezza:Fli fa tremare la maggioranza Dopo le fibrillazioni sulla riforma dell’università, Fli fa tremare la maggioranza in Aula alla Camera sul decreto sicurezza annunciando di non avere intenzione di avallare la norma che “legittima la figura dei sindaci sceriffi” e presentando un emendamento che, come quelli di Pd, Idv e Udc, mira a sopprimerla. E’ il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a intervenire per evitare una nuova sconfitta del governo in Aula: dopo un vertice con la maggioranza a Montecitorio la norma viene riscritta con un emendamento della Commissione verrà messo ai voti domani mattina alla ripresa dei lavori. Il punto contestato del decreto, che prevede anche una serie di norme per la sicurezza negli stadi e per la tracciabilità dei flussi finanziari in materia di appalti, riguardava la misura che stabiliva che il Prefetto collaborasse all’attuazione delle ordinanze dei sindaci disponendo le misure ritenute necessarie per il concorso delle Forze di polizia. “Se i sindaci, cariche elettive che devono fare i conti con i voti dei cittadini – ha denunciato il democratico Alessandro Naccarato in Aula – avranno il potere di decidere, utilizzando i prefetti, l’impiego delle forze di polizia, vi è il rischio che la funzione di polizia diventi strumento di consenso elettorale”. Ma è la minaccia del non voto dei finiani a provocare la decisione della sospensione dei lavori e la successiva riunione di maggioranza con Maroni durante la quale la norma viene così riscritta: “Al fine di assicurare l’attuazione dei provvedimenti dei sindaci, il prefetto, ove lo ritenga necessario, dispone misure adeguate per assicurare il concorso delle forze di polizia”. “Abbiamo indotto la maggioranza a più miti consigli”, esulta il finiano Giorgio Conte. “Con la nuova versione dell`articolo 8 del decreto sicurezza – aggiunge – non ci saranno ‘sindaci sceriffi’, di cui non c`era e non c`è alcuna esigenza, ma un serio coordinamento tra gli enti locali e i rappresentati territoriali del governo”.

da www.unita.it

"La camera salva Bondi, Pompei no", di Simone Verde

Rinviata la sfiducia: a metà dicembre il ministro-poeta sarà ancora ministro?
Quarto, forse quinto crollo a Pompei. Questa volta, due muri nella via Stabiana, mentre sulle rovine del sito archeologico si fanno affari: un contratto italo-bulgaro per il film I tesori di Pompei di Michelle Bonev, attrice tanto cara a Silvio Berlusconi, già generosamente sovvenzionata per un milione di euro da RaiCinema (ieri la Corte dei conti ha aperto un fascicolo sulla passerella veneziana della Bonev sponsorizzata dal ministro).
Invece di rassegnare le dimissioni, il ministro Sandro Bondi invita a non drammatizzare. Per ora gli è stata risparmiata la mozione di sfiducia, dopo la decisione della conferenza dei capigruppo di chiudere Montecitorio fino al voto del 14 dicembre. Dopo, chissà se Bondi sarà ancora ministro.
Il bilancio di due anni di lavoro al ministero resta megativo, ma sbaglia chi lo accusa di non avere a cuore il conto economico. I tagli parlano chiaro: 1 miliardo in tre anni, quasi il 20% del totale, che hanno investito soprattutto la tutela dei beni artistici, ridotta di 157 milioni rispetto al 2008 (meno 471 milioni, rispetto al 2007). Lo conferma la nascita del superdipartimento per la valorizzazione dei musei, affidato a Mario Resca, ex manager di McDonald’s e consigliere di amministrazione Mondadori, società che ha in appalto il 30% dei servizi per i musei statali. E mentre si indeboliva la struttura ordinaria del ministero (con un bilancio di 1,4 miliardi nel 2011 contro i 7,5 della Francia) e sulle soprintendenze ordinarie regnava il caos, quelle con maggiore “potenziale” sono state fatte oggetto di attenzioni particolari. La strategia è chiara: buttare via quello che non dà un ritorno immediato e mettere mano là dove arrivano i soldi. D’altronde Resca lo ha detto chiaro e tondo: «Lo stato può e deve gestire al massimo 20-30 musei, non 460». Peccato, però, che oltre a mettere seriamente a rischio i beni culturali italiani, non si sta portando nessun beneficio neanche nei nodi che si vorrebbero garantire.
Basta una lista dei risultati conseguiti nei punti strategici su cui si è intervenuto. Nel novembre 2009 è nominata commissario per i lavori dei Grandi Uffizi Elisabetta Fabbri, dimissionaria quattro mesi dopo, quando un’inchiesta della procura di Firenze punta il dito sugli appalti dei grandi eventi e sulla scelta del direttore del cantiere, tale Riccardo Micciché che i Ros qualificano di tecnico «di non comprovata responsabilità che ha contatti con iscritti in contesto di condizionamento mafioso».
A Venezia, a giugno arriva Vittorio Sgarbi, in passato condannato per falso e truffa contro la stessa soprintendenza. Nomina revocata dalla Corte dei conti ad agosto. A Napoli e Pompei, due commissari e tre soprintendenti in due anni. In un anno e mezzo l’ultimo commissario, uomo di Bertolaso, riesce a impegnare quasi 40 milioni di euro, solo il 28% in tutela, con i risultati noti a tutti e in parte al vaglio della magistratura. A Roma, dove Palatino e terme di Caracalla continuano a essere a rischio, arrivano tre soprintendenti in due anni, l’ultima dei quali, Anna Maria Moretti, ad interim.
Nello stesso arco di tempo, ai soprintendenti vengono affiancati due commissari, prima Bertolaso in persona e ora Roberto Cecchi, commissario anche per la Metro di Roma e di Napoli. Senza contare la Domus Aurea, affidata a Luciano Marchetti, commissario anche per la ricostruzione dell’Aquila e affittuario di un appartamento di proprietà dell’Istituto di Propaganda Fide. Istituto al centro di un’inchiesta poiché destinatario di restauri finanziati dal Mibac tramite la società di servizi Arcus. Non è vero che Bondi al ministero non ha fatto abbastanza: forse ha fatto anche troppo…

da Europa Quotidiano 02.12.10

Edilizia, imprese e lavoratori insieme in piazza: «Il governo dia risposte», di Luca Cifoni

Tremila persone con in testa un casco da lavoro: ieri mattina era questo il colpo d’occhio a Piazza Montecitorio, dove manifestavano gli “stati generali delle costruzioni”. Una protesta un po’ particolare anche in un periodo di turbolenze come quello attuale. Innanzitutto per la composizione della platea: in piazza c’erano imprenditori, artigiani, progettisti, operai: tutti insieme per chiedere al governo di rimettere al centro dell’agenda un settore che ha sofferto moltissimo per la crisi ma che in altri Paesi, come hanno fatto notare molti tra coloro che hanno preso la parola, è stato usato proprio come strumento anti-crisi grazie a forti investimenti.
Lunga la lista delle sigle presenti: dai costruttori di Ance e Federcostruzioni, agli artigiani di Confartigianato e Cna, alle cooperative, ai sindacati: Fillea Cgil, Filca Cisl, Feneal Uil. Una unità di intenti che nasce soprattutto dai numeri di questi ultimi due anni, in cui l’edilizia nel suo complesso ha perso 250.000 posti di lavoro. In questo settore la recessione colpisce due volte: per la frenata dell’intera economia ma anche, in modo particolare, per le difficoltà di bilancio dello Stato. Le varie amministrazioni e gli enti locali non hanno più risorse per gli investimenti e in molti casi nemmeno la liquidità per pagare le commesse. Di conseguenza si dilatano i tempi per i pagamenti, anche fino a 24 mesi: ma questo significa mettere a rischio la sopravvivenza di molte imprese, in particolare le più piccole.
Le richieste all’esecutivo si concentrano proprio su questi punti: sblocco dei pagamenti (non è giudicato sufficiente il fondo da 60 milioni inserito allo scopo nella legge di stabilità), più in generale allentamento del Patto di stabilità (che spesso impedisce anche agli enti che avrebbero le risorse di spenderle), accelerazione della disponibilità effettiva delle risorse stanziate sulla carta. «Noi non chiediamo nessun soldo in più rispetto a quello che è necessario, pretendiamo che i soldi già decisi dal governo vengano spesi» ha detto il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti.
È esemplare a questo proposito la vicenda degli 11,3 miliardi stanziati un anno e mezzo fa dal Cipe per finanziare un piano di opere prioritarie. Al momento, di tutte quelle risorse solo 30 milioni sono servite ad aprire nuovi cantieri, mentre un terzo del totale non è neanche stato assegnato a un progetto.
La mobilitazione di ieri ha ottenuto qualche risultato, almeno formale: nel pomeriggio i rappresentanti dell’edilizia hanno incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il ministro delle Infrastrutture Matteoli. Da parte del governo c’è la volontà di istituzionalizzare il tavolo dell’edilizia, complicazioni politiche permettendo. «Ora attendiamo i risultati», ha commentato Buzzetti, mentre Walter Schiavella, segretario generale di Fillea Cgil, si è detto «non rassicurato» parlando di «confronto onesto ma deludente».

Il Messaggero 02.12.10

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Edilizia, operai e padroni . «Dal governo pane e promesse»

Edili e costruttori, per la prima volta in piazza insieme. Per lanciare un grido di dolore sulla crisi del settore, sempre più grave. E per chiedere a governo e Parlamento di fare qualcosa. Ieri mattina si sono in ritrovati a centinaia davanti a Montecitorio, tutti con i caschi colorati da cantiere in testa. “Lavoratori” e “padroni”, sigle come l’Ance, Confartigianato e Federcostruzioni e i sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil.Un annoe mezzo fa avevano lanciato l’allarme, dando vita agli Stati generali dell’edilizia. Un appello che è rimasto inascoltato. E i numeri della crisi, snocciolati ieri dal palco dal segretario della Fillea Cgil Walter Schiavella, parlano chiaro: 250mila posti di lavoro già persi, e altri 40mila a rischio nel 2001. E ancora: la chiusura di oltre 8mila imprese e una perdita complessiva di circa 70 miliardi. «Non vogliamo arrenderci al declino»,ha detto il presidente dell’Ance Paolo Buzzoni, «vogliamo che il governo metta finalmente al centro della sua agenda l’edilizia. Al governo chiediamo che i pagamenti siano rispettati in tempo per le imprese, di programmare piccole opere, come ad esempio nuove scuole, e maggiore semplificazione. Un pacchetto è già pronto in Parlamento, chiediamo che venga approvato il prima possibile». «Non chiediamo nessun soldo in più rispetto a quello che è necessario, pretendiamo che i soldi già decisi dal governo vengano spesi», ha concluso il numero uno dei costruttori. La manifestazione ha registrato l’insolito plauso comune delle due leader di Confindustria e Cgil. «Questo settore rappresenta l’11% del Pil e dà lavoro a 3 milioni di addetti, il governo deve dare risposte adeguate », ha detto Emma Marcegaglia. E Susanna Camusso: «Questa manifestazione è il segno della crisi e di un governo chenonfa nulla per la ripresa ». IN PIAZZA BERSANI E IL PD In piazza è arrivata una delegazione Pd, guidata dal segretario Bersani e dai capigruppo Finocchiaro e Franceschini. «Una manifestazione inedita e ben motivata», ha detto Bersani, dopo aver parlato con alcuni manifestanti. «Non è vero che il governo ha ben governato la crisi, si è bloccato tutto, i pagamenti nongirano, le imprese non hanno fiato e si perde occupazione. È un circolo vizioso, fanno bene a protestare». «Serve un piano per le piccole opere, che avrebbero potuto spingere la ripresa, bisogna consentire almeno ai Comuni con i conti a posto di allentare il patto di stabilità. Sono due anni che diciamo queste cose». E l’ex segretario della Cisl, oggi Pd, Sergio D’Antoni: «In tre anni si sono persi 30 miliardi di investimenti pubblici, ecco i risultati del governo delle grandi opere». «Vogliamo una svolta profonda, se non si fa niente le cose peggioreranno», ha detto dal palco il segretario di Feneal-Uil, Antonio Correale. «Noi insistiamo con tenacia nel proporre un piano decennale di interventi di prevenzione e manutenzione, svincolati da polemiche politiche, con progetti condivisi, risorse davvero spendibili e tempi certi di attuazione». E Schiavella della Cgil: «Da 18 mesi andiamo avanti a pane e promesse, è ora di dire basta, sui fatti finora il governo ha fallito: l’ultima delibera Cipe prevede solo 276 milioni veri, contanti, per aprire cantieri». Una delegazione dei manifestanti è stata poi ricevuta a palazzo Chigi da Gianni Letta e dal ministro Matteoli. La richiesta: riattivare il tavolo presso il governo «per la costruzione di una politica industriale del mondo delle costruzioni e dell’immobiliare». «C’è stata un’accoglienza positiva, ora attendiamo i risultati», ha commentato Buzzetti. «L’unico elemento positivo è stata la riapertura del tavolo,manon esco rassicurato», ha detto Schiavella. «E emerso ben poco, è stato un confronto onesto ma deludente. Se ne riparla dopo il 14 dicembre…».

L’Unità 02.12.10

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Costruzioni: Pd, “Governo paghi debiti, aziende stanno subendo crisi per ritardi esecutivo”
Mariani: “Noi dalla parte delle imprese e dei lavoratori dell’edilizia”
“Il Partito Democratico a fianco delle imprese e dei lavoratori del settore edile che oggi manifestano insieme in piazza Montecitorio per chiedere al Governo un’attenzione finora mancata per un settore fondamentale per la nostra economia, che ha pagato pesantemente il prezzo della crisi con una perdita di 250.000 posti di lavoro e la contrazione del 20% della produzione”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Ambiente della Camera, Raffaella Mariani, che aggiunge: “di fronte all’assenza di risorse e provvedimenti adeguati da parte del Governo, in questi mesi il PD ha avanzato e sostenuto proposte a favore del comparto delle costruzioni, in termini di risorse, di misure di semplificazione della normativa e delle procedure amministrative, sgravi ed incentivi fiscali. Uno Stato giusto che operi a favore di imprese e lavoratori – conclude Mariani – deve provvedere con celerità a pagare i propri debiti, evitare il tracollo del comparto edile: un Governo che non sa rispondere a queste emergenze non serve al Paese”.

www.partitodemocratico.it

"Le pistole sul tavolo", di Marcello Sorgi

La decisione maturata ieri a sorpresa di chiudere la Camera fino al 13 dicembre, data di inizio del dibattito sulla sfiducia, dà purtroppo la misura della gravità a cui è giunta la crisi politica. Una crisi che si trascina da settimane e negli ultimi giorni ha visto il Parlamento trasformato in campo di guerriglia, neppure di guerra, in cui la regola sono trappole e agguati, e l’eccezione, piuttosto, la normale discussione e approvazione delle leggi che il Paese s’aspetta dai propri onorevoli.

Ma evidentemente il livello di guardia già superato varie volte nelle ultime sedute – e oltre il quale, va detto, c’è solo il degrado delle istituzioni – rischiava di essere travolto anche nelle prossime. Di qui, a male estremo, l’estremo rimedio adottato dalla (ex) maggioranza di centrodestra, con l’appoggio imprevisto dei finiani – i più impegnati di recente nelle avventurose scorribande tra i banchi di Montecitorio -, e tra le proteste delle opposizioni.

Una parte delle quali, l’Udc di Casini, che solo qualche giorno fa aveva proposto un armistizio, ha annunciato ieri stesso la presentazione di un’altra mozione di sfiducia, che si affiancherà a quella del centrosinistra, e presto, si sa già, sarà seguita da una terza di Fini e Lombardo.

Si dirà che un’accelerata come questa rischia di chiudere le ultime esili linee di collegamento tra gli spezzoni separati del centrodestra, ma per inaudita che possa apparire, è la logica reazione alla campagna acquisti praticata spavaldamente, e apertamente, da Berlusconi, che già si sentiva al sicuro e aveva dichiarato di aver messo in cassaforte i voti necessari a battere la sfiducia alla Camera. La prossima presentazione delle mozioni, con le firme dei parlamentari sui documenti, chiuderà formalmente il calciomercato costringendo gli eventuali transfughi a venire allo scoperto.

Non è un mistero infatti che nell’approssimarsi della resa dei conti, sia all’interno del Fli, il neonato gruppo finiano, sia nell’Udc, le divisioni tra falchi e colombe si fossero fatte sentire anche all’esterno. E agli incerti, ma non ancora disposti ad abbandonare i propri gruppi, il Cavaliere aveva fatto sapere che si sarebbe accontentato anche delle assenze: per ricavarne, con un abbassamento del quorum, il raggiungimento della maggioranza in aula ed evitare le dimissioni, pur restando a capo di un governo di minoranza incapace di superare la fatidica quota 316, la metà più uno dei membri della Camera. E’ stata proprio questa espressa intenzione del Cavaliere, di aggirare un vero chiarimento politico con Fini e Casini, e puntare a una maggioranza numerica e raccogliticcia pur di umiliarli, in attesa di sfidarli nelle urne, a provocare l’anticipo delle mozioni di sfiducia e l’anomala chiusura della Camera.

Fin qui, però, nessuno degli avversari in campo ha prevalso. Berlusconi per la seconda volta, dopo settembre, ha dovuto prendere atto che neppure uno come lui può comperarsi una maggioranza. Quanto a Fini e Casini, hanno dovuto rassegnarsi al fatto che far dimettere il Cavaliere non era così facile come pensavano. Ma paradossalmente, adesso, questa specie di azzeramento maturato dopo una serie infinita di colpi bassi può diventare, o ridiventare, la base di quella trattativa che finora s’è rivelata impossibile.

E’ inutile negarlo: al punto in cui sono giunte le cose, è davvero arduo scommettere su un ripensamento di leader come Berlusconi e Fini, che nel fuoco di uno scontro personale sembrano aver smarrito da tempo le ragioni della politica. Ed è quasi certamente destinata a rivelarsi un’illusione l’idea che, dopo aver perseguito con un tale accanimento l’eliminazione ciascuno dell’altro, ci ripensino e si accorgano di essersi cacciati in un vicolo cieco. Eppure chissà perché, a guardare i due duellanti stanchi, a fine corsa, seduti uno di fonte all’altro con le pistole posate sul tavolo, viene da pensare che è più facile che se le rimettano in tasca, che non che premano il grilletto.

La Stampa 02.12.10