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Federalismo, vertice Tremonti-Regioni Errani attacca: "Decreto incostituzionale"

Dal presidente della Conferenza delle Regioni parere “molto negativo” sul decreto approvato dal Cdm sull’elezione di sindaci e presidenti di Province e Regioni: “Intervento politico”. “È incostituzionale”. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani bolla con un giudizio che defininisce “molto negativo” il decreto approvato ieri dal Cdm sull’elezione di sindaci e presidenti di Province e Regioni. “Tralascio la questione di metodo – dice Errani – e mi limito a dire che è lontanissimo dall’idea di federalismo”. Errani, che oggi ha partecipato al vertice tra Regioni e governo al ministero dell’Economia, critica soprattutto la parte che riguarda l’elezione dei presidenti delle Regioni e delle Province e dei sindaci che, per il presidente della Conferenza, “realizza un intervento di tipo politico che è assolutamente fuori dalla Costituzione”. E aggiunge: “A quando anche per il presidente del Consiglio?”.

Il vertice. Attuazione del federalismo fiscale, manovra finanziaria e possibili tagli per i fondi destinati alle Regioni: questo l’ordine del giorno del vertice di oggi al quale, insieme ai ministri dell’Economia Giulio Tremonti, delle Riforme Umberto Bossi, degli Affari regionali Raffaele Fitto e della Semplificazione normativa Roberto Calderoli, sono intervenuti in rappresentanza delle Regioni Vasco Errani, il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, quello della Basilicata Vito De Filippo e l’assessore al Bilancio della Regione Lombardia Romano Colozzi. “Abbiamo ribadito l’insostenibilità
della manovra e il collegamento con il federalismo – ha detto ancora Errani – sono punti su cui non si può transigere. Il governo non ha dato risposte e si è riservato di valutare fino alla prossima conferenza unificata che si terrà il 9 dicembre per dare il parere sul decreto” legislativo relativo alla finanza regionale. “A questo punto è la conclusione della vicenda che darà il segno delle relazioni” tra regioni e governo, ha aggiunto ancora il presidente della Conferenza.

Le richieste delle Regioni. Le Regioni hanno chiesto di “tornare alla fiscalizzazione del trasporto pubblico locale cancellato dalla manovra estiva e di annullare i tagli per 4,5 miliardi sui trasferimenti del 2011. È una proposta – osserva Errani – che abbiamo avanzato nella consapevolezza delle difficoltà che attraversa l’Europa, ma non si può transigere su questi punti e sulle possibilità di realizzare il federalismo”. Fino al 9 dicembre, quando si riunirà la Conferenza Unificata, “verificheremo se c’é un cambio e una risposta alla nostra proposta che è irrinunciabile”.

La posizione delle Regioni. Errani ha ribadito che le Regioni daranno in ogni caso il parere, anche se negativo, “perché è impossibile andare avanti col federalismo senza il parere delle Regioni. Da molti mesi ormai le Regioni lavorano cercando un’intesa. A questo punto serve una risposta definitiva del Governo”. All’incontro si è parlato di pensioni d’invalidità e il governo ha chiesto un impegno preciso su questo punto: “Siamo pronti alla sfida – ha detto il presidente della Basilicata, Vito De Filippo – e nella nostra Regione i controlli, iniziati da luglio, procedono in modo serrato”.

da repubblica.it

Abbracciamo la cultura: campagna in difesa del patrimonio artistico del paese. Appello

I Beni Culturali del nostro Paese sono un giacimento enorme di opportunità di crescita economica, sociale e culturale. Questo straordinario patrimonio ereditato dalla storia e di cui noi siamo custodi, appartiene all’intera umanità e questo carica il Paese della grande responsabilità di tramandarlo alle future generazioni. Sulla valorizzazione di questa immensa ricchezza l’Italia può costruire una strategia di sviluppo sostenibile per l’oggi e per il futuro.

Non “sentire” questa responsabilità e non cogliere questa opportunità non trova giustificazione alcuna. Per questo è necessario che chi vi opera per conservarlo, valorizzarlo, promuoverlo, gestirlo abbia un convinto sostegno, adeguati investimenti e riconoscimento professionale.

Tuttavia, insieme a tutte le diverse forme di produzione e fruizione culturale, oggi i Beni Culturali italiani sono in sofferenza per i pesanti tagli operati dalla legge finanziaria, i quali vanno ad aggiungersi al disinvestimento culturale che il nostro paese opera oramai da anni, penalizzando l’occupazione, le condizioni di lavoro, la professionalità e l’entusiasmo di tanti giovani.

Questo stato d’incuria è sintomo di un impoverimento culturale della società che non annuncia nulla di buono per il Paese.

Come Coalizione “Abbracciamo la cultura” vogliamo dare vita a un impegno diffuso per una forte “assunzione di responsabilità” da parte della collettività affinché venga definito un quadro trasparente di regole e di risorse certe, di lungo respiro che dia priorità alla “cura” del patrimonio culturale italiano e non a pochi eventi spettacolari e interventi emergenziali.

E’ necessaria una mobilitazione e una pressione pubblica che, a partire dalla discussione sulla “Legge di stabilità”, sia in grado di costruire iniziative territoriali che coinvolgano le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, il mondo del credito e della finanza, le professioni, l’associazionismo diffuso, le istituzioni di ogni ordine e livello con i seguenti obiettivi:

* per una politica condivisa dei Beni Culturali che ne affermi la priorità nello sviluppo economico e culturale del paese;
* per garantire una gestione trasparente e partecipata dei Beni culturali;
* per affermare il valore della tutela dei Beni Culturali, basata sulla conservazione preventiva e contrastare la prassi dell’emergenza;
* per dare dignità al lavoro di tutti gli operatori del settore attraverso il riconoscimento legislativo, contrattuale e professionale;
* per dare trasparenza alle procedure di spesa nei Beni Culturali a partire dagli appalti di lavori servizi e forniture, escludendo le gare al massimo ribasso ed esercitando un forte controllo sulla sicurezza degli operatori;
* per garantire la qualificazione delle imprese che intervengono sul patrimonio culturale, fondata anche su adeguati requisiti di natura professionale;
* per rilanciare il ruolo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

I promotori della coalizione “Abbracciamo la Cultura”:

ACLI Ambiente – AIB – ANA – ARCI – A.R.CO.BCI – ARR – AUSER – CGIL – CIA – – IA.CS – INU – LEGAMBIENTE – Lavoratori PIERRECI – UIL BAC – A.R.I. – Assotecnici –
Ass. per L’Economia della Cultura – CSA PA BC Un. La Sapienza –

All’appello possono aderire tutti i cittadini ma anche le associazioni e gli operatori del settore, le istituzioni educative e formative, il volontariato che opera nel campo ambientale e sociale, le Istituzioni Locali…

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1° dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS

L’allarme di MSF: la mancanza di fondi e le barriere ai farmaci generici minacciano i progressi compiuti fino ad oggi. La cura dell’HIV/AIDS nei paesi in via di sviluppo sta subendo alcuni colpi che si tradurranno nell’impossibilità di rendere effettive le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di poter sfruttare le novità introdotte dalla scienza medica. È l’allarme di Medici Senza Frontiere alla vigilia della Giornata Mondiale dell’HIV/AIDS del 1 dicembre.

“Il prezzo delle nuove medicine di cui abbiamo bisogno rischia di impennarsi, ora che i paesi donatori stanno facendo un passo indietro nei loro impegni per l’espansione delle cure contro l’Aids”, dichiara Gilles van Cutsem, coordinatore medico di MSF per il Sud Africa e Lesotho. “Come medici che lottano per curare le persone sieropositive, ci sentiamo con le mani legate”.

Le ultime raccomandazioni dell’OMS per la cura dell’Aids includono la necessità di curare i pazienti il prima possibile e con farmaci meglio tollerati. La nuova strategia richiede che i pazienti vengano curati prima di essere colpiti da infezioni opportunistiche come la tubercolosi. I dati appena pubblicati da MSF sui progetti in Lesotho dimostrano la validità di questa nuova strategia: fornire prima le cure ai malati riduce la mortalità del 68%, i nuovi contagi del 27%, i ricoveri ospedalieri del 63%, e riduce infine del 39% il numero di persone che abbandonano le cure.

Questa strategia di “cura precoce” da benefici ai singoli individui, ma anche alla società, perché rende le persone sieropositive meno infette e dunque riduce il rischio di contagio. Ricerche effettuate in Africa hanno mostrato che curare l’AIDS può ridurre la trasmissione eterosessuale del virus del 92%.

“Le prove a sostegno di quanto va fatto per ribaltare la situazione stanno aumentando”, continua Gilles van Cutsem. “Ma proprio ora che le nuove indicazioni di cura ci danno una speranza, i fondi che i paesi donatori stanziano per l’HIV/AIDS sono stagnanti. Addirittura il Sud Africa, un paese di medio reddito con il più grande programma di cura dell’Aids, si sforzerà di rendere effettivo l’intero pacchetto di raccomandazioni dell’OMS, se la proposta di finanziamento al Fondo Globale non verrà approvata”.

Il Fondo Globale per la lotta all’HIV, Tubercolosi e Malaria ha ricevuto solamente 11.700.000 dollari di finanziamenti, invece dei 20 milioni di cui avrebbe bisogno. Il programma PEPFAR, sovvenzionato dagli Stati Uniti, che supporta circa la metà delle cure di tutte le persone sieropositive nei paesi in via di sviluppo, per il terzo anno consecutivo ha visto ridurre i propri finanziamenti.

Contemporaneamente, i paesi ricchi stanno agendo per avvantaggiare in maniera sleale le aziende farmaceutiche che producono prodotti sotto brevetto, limitando l’accesso ai farmaci generici e facendone aumentare i prezzi. L’80% dei farmaci che MSF utilizza per curare 160.000 persone, provengono da aziende produttrici di generici in India, la cosiddetta “farmacia del terzo mondo”, così come l’80% dei farmaci per l’AIDS finanziati dai donatori internazionali su scala globale. La posizione dell’India come principale produttore di farmaci a basso costo è già stata compromessa dalle regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC) che obbligano il paese ad assegnare i brevetti ai farmaci.

Ciononostante, l’India ha una legge sui brevetti che impone dei forti limiti su cosa può e non può essere brevettato, nell’interesse della salute pubblica. Le multinazionali farmaceutiche hanno tentato senza successo di far revocare questa legge e ora l’Unione Europea sta proseguendo questa battaglia. Come parte dei negoziati di libero scambio con l’India, l’UE sta spingendo politiche come quella sull’ “esclusività dei dati”, che ridurrebbe ancora di più la capacità delle aziende produttrici di generici di immettere medicinali a basso costo sul mercato. Se l’UE vincerà, l’accesso a versioni più economiche dei nuovi farmaci necessari per sconfiggere l’HIV/AIDS sarà gravemente compromesso.

“Non possiamo permetterci di stare a guardare i paesi ricchi mentre mettono in pericolo la possibilità di curare le persone sieropositive”, dichiara Tido von Schoen-Angerer, direttore della Campagna di MSF per l’Accesso ai Farmaci Essenziali. “Chiediamo a tutte le persone di prendere posizione e dire che non appoggiano il gioco che la Commissione Europea sta facendo con le aziende farmaceutiche”.

MSF ha lanciato la campagna “Europa, giù le mani dalla nostre medicine!”, per chiedere alla Commissione Europea di cambiare strategia. È possibile inviare una mail al Commissario europeo per il commercio Karel De Gucht: MSF fornisce terapie antiretrovirali dal 2000 e attualmente ha in cura più di 160.000 persone sieropositive. Oggi 5 milioni di persone sono sotto trattamento antiretrovirale nei paesi in via di sviluppo. Questo rappresenta un enorme passo avanti, ma 10 milioni di persone ne sono ancora escluse e moriranno nei prossimi anni se non saranno curate.

www.medicisenzafrontiere.it

GIORNATA MONDIALE DI LOTTA ALL’AIDS. L’Italia deve fare di più. L’Hiv non può essere dimenticato

Anche in Italia i diritti, in tema di Hiv, sono disattesi se non violati. I diritti delle persone che vivono con l’Hiv, che sono tantissime, almeno 160.000, che devono combattere per il rispetto della loro privacy e dei loro diritti in ambito lavorativo, o sanitario, basti pensare alla inaccettabile disparità rispetto all’accesso a cure e trattamenti nelle varie regioni. I diritti di tutti, per l’assenza di campagne nazionali di prevenzione, e per le difficoltà nel fare il test Hiv, che purtroppo ancora oggi non può venire considerato un semplice esame diagnostico, visto il forte stigma tutt’ora presente.
La Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids nella Giornata mondiale di lotta all’Aids continua la sua campagna nazionale integrata YES WE CONDOM di promozione dell’uso del preservativo. Che si arricchisce di nuove immagini: dopo giovani donne e uomini, propone i volti di una donna adulta, di una giovane coppia omosessuale e di una coppia etero non più giovane.
Accesso alla prevenzione significa promuovere, oltre che fornire, tutti gli strumenti disponibili per il diritto alla salute di tutte le fasce di popolazione. Il preservativo è uno dei più importanti di questi strumenti, nonostante in Italia si tenda a dimenticarlo. La lotta all’Aids si svolge su molti fronti, e tutti gli strumenti vanno sostenuti. In assenza di campagne istituzionali, nazionali o locali, la Lila continua a sostenere il preservativo anche nelle scuole e nelle università, dove si formano gli adulti di domani.
I dati parlano chiaro. Ogni due ore si registra una nuova infezione da Hiv, oltre 4mila ogni anno, e per la stragrande maggioranza sono dovute a rapporti sessuali non protetti. Nonostante questo, e nonostante i dati in crescita per tutte le altre malattie a trasmissione sessuale, sui condom in Italia non si fa informazione né promozione. In tutto il mondo ci sono campagne istituzionali sull’importanza dell’uso del preservativo, programmi di distribuzione gratuita, politiche di riduzione dei prezzi. In Italia no. E l’Iva resta al 20 per cento. Nel Country Report inviato all’Onu dall’Italia quest’anno, si ammette che in questo paese non si sono mai fatti, negli ultimi anni e non solo, programmi di promozione dell’uso dei preservativi in alcuna popolazione, né campagne dirette agli uomini che fanno sesso con uomini, o alle lavoratrici e ai lavoratori del sesso, anche solo informative. Siamo un caso unico in Europa e non solo. Per le nostre promesse mancate al Fondo Globale per la lotta all’Aids, alla Tubercolosi e alla Malaria invece siamo un caso unico al mondo. L’Italia non ha versato le quote pattuite per il 2009 e il 2010 e non ha preso alcun impegno per il trienno 2011/2013. Nella legge Finanziaria, il Fondo Globale è stato infine cancellato. Nella Giornata mondiale di lotta all’Aids avremmo volentieri fatto a meno di questo primato. Se l’incidenza di infezione da Hiv ha registrato un calo globale negli ultimi anni, come ha appena comunicato l’Unaids (www.unaids.org), è soprattutto grazie all’azione
del Fondo Globale (www.theglobalfund.org). Togliere il proprio appoggio economico significa disconoscere i risultati, proprio nel momento in cui andrebbero sostenuti. Significa, letteralmente,
togliere farmaci e cure a milioni di persone.
L’anno che si chiude è stato segnato dalla mancata partecipazione dell’Italia alla Conferenza mondiale sull’Aids di Vienna. Nel 2011 la Conferenza mondiale su patogenesi, trattamento e prevenzione, la più importante conferenza scientifica internazionale, si terrà a Roma
(www.ias2011.org). La Lila chiede che sia un’occasione, insieme a questo 1° dicembre, per ripensare le politiche nazionali e globali sulla lotta all’Aids.

www.lila.it

"Amministrative 2011, la destra alla paralisi", di Francesco Lo Sardo

Berlusconiani in stallo in vista di comunali e provinciali: tutti guardano al voto di fiducia di metà dicembre.
Mater semper certa est, pater nunquam. Parafrasando i latini, verrebbe da dire che se le elezioni anticipate a primavera sono incerte, sullo svolgimento di quelle amministrative, invece, la certezza è assoluta. Tra il 15 aprile e il 15 giugno si voterà in tutt’Italia – ma soprattutto al nord – per il rinnovo di province e comuni in una tornata che coinvolgerà quasi il 20 per cento del totale del corpo elettorale. Ciononostante il Pdl, avvitato nella crisi del governo Berlusconi e paralizzato dal braccio di ferro con i finiani, che a sua volta blocca le trattative diplomatiche con l’Udc, è entrato in una fase di stallo da cui rischia di non uscire più: neppure dopo il voto di fiducia del 14 dicembre.
Sia pure con esiti controversi, il principale partito di opposizione – il Pd – ha avviato le proprie primarie per la scelta dei candidati per le amministrative del 2011. Il Pdl, viceversa, brancola nel buio. Per il partito di Berlusconi in crisi, squassato dai contraccolpi della rottura con Fini e lacerato dagli scontri tra correnti interne che continuano a proliferare (l’ultima per iniziativa di Formigoni, Alfano, Fitto e del Pid dello scissionista udc Romano in contrapposizione a Forza sud di Micciché), le amministrative del 2011 si sono trasformate in un vero incubo: soprattutto nel nord.
Nell’elenco dei comuni chiamati alle urne si citano Milano e Torino al nord, Napoli al sud. Ma è un po’ in tutta l’Italia settentrionale e nelle sue propaggini toscane e marchigiane, ormai considerate bacino d’espansione della Lega, che si concentrano oltre cinque dei circa otto milioni di elettori chiamati al voto. Al nord si voterà per nove province: Ravenna, Gorizia, Trieste, Mantova, Pavia, Lucca, Treviso, Vercelli, Macerata. In quest’area, dove la Lega ha messo sotto assedio il Pdl, i comuni interessati dal voto sono 627: 54 dei quali con oltre 15mila abitanti: Torino e Novara in Piemonte, Milano, Lecco e Varese in Lombardia, Belluno e Rovigo in Veneto, in Liguria Savona, in Emilia Romagna Ravenna e Rimini, in Toscana Arezzo, Grosseto e Siena, nelle Marche Ancona e Fermo. Tra sud e isole, ci sono Napoli, Benevento, Caserta, Salerno in Campania, in Puglia Barletta, in Calabria Catanzaro, Cosenza e Crotone, in Sardegna Cagliari e Carbonia.
Al momento, al nord come al sud – i casi di Milano e Napoli sono emblematici – il Pdl appare paralizzato e incapace di un’iniziativa per uscire dall’angolo. A Milano la strategia degli ultras Pdl di La Russa, Santanché ma anche di Paolo Romani, di contrasto con i finiani, sta facendo dannare la candidata Moratti (assai incline all’appeasement con Fli) e spinge Udc e finiani a un’operazione di raccordo sul nome di Gabriele Albertini che provocherebbe il tracollo del centrodestra, nonostante il soccorso “verde” della Lega.
A Napoli, mutatis mutandis, avviene lo stesso. In questo caso il ruolo di “distruttore” è interpretato dal discusso e potentissimo ras campano Pdl Nicola Cosentino da Casal di Principe. L’intoccabile Nick o’ mericano ha già incoronato come candidato sindaco l’ex forzista Fulvio Martusciello: Berlusconi, che teme Cosentino come Belzebù, ha risposto signorsì e Mara Carfagna – dopo le recenti giravolte – ha archiviato il suo anti-cosentinismo e s’è subito riallineata. Su Cosentino (e sulle sue creature) pesa però un granitico no di Fli e dell’Udc – corteggiate dal governatore campano del Pdl Caldoro – che minacciano un’intesa su un nome terzo, per far saltare il banco. Altri guai per il Pdl vengono dai “guastatori” auto-candidati sindaci (Mastella a Napoli, l’ex leghista Pagliarini a Milano). Mentre a Torino e Bologna il Pdl è all’anno zero e non sa che fare: aspettiamo le primarie del Pd, farfugliano i berluscones.
Se il 14 dicembre Berlusconi cadrà o resterà in un limbo di minoranza appeso all’astensione di Fli, l’intesa amministrativa tra Fini e Casini ci sarà: e il crollo locale del Pdl, sbranato dalla Lega di Bossi, sarà inesorabile.

da Europa Quotidiano 01.12.10

La fuga di cervelli costa cara all'Italia "In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi", di Rosaria Amato

Ogni ricercatore ‘top’ vale in media 148 milioni di euro in brevetti. E i pochi che rimangono in Italia, nonostante le difficoltà, hanno un indice di produttività inferiore solo a britannici e canadesi. La fuga dei ricercatori italiani all’estero ha un costo, un costo molto alto. Ha provato a calcolarlo l’Icom, Istituto per la Competitività, in un’indagine commissionata dalla Fondazione Lilly, che promuove la ricerca medica, e dalla Fondazione Cariplo: negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso quasi 4 miliardi di euro. La cifra corrisponde a quanto ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali “l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero” e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca. Questi brevetti in 20 anni sono arrivati a un valore di 3,9 miliardi di euro, “cifra che può essere paragonata all’ultima manovrina correttiva dei conti pubblici annuncaita dal governo qualche mese fa”, osservano gli autori della ricerca.

Certo, si potrebbe obiettare, questi brevetti sono frutto, oltre che del genio italico, di équipe ben strutturate, ben finanziate, sostenute da università o centri di ricerca di valore. Probabilmente se questi preziosi cervelli, perfino i ‘top 20’ considerati dalla ricerca, fossero rimasti in Italia, non avrebbero brevettato un bel niente. E però se invece in Italia fossero stati adeguatamente sostenuti, il nostro Paese sarebbe stato più ricco. Secondo l’Icom, che ha presentato la ricerca oggi al Senato, in media ogni cervello in fuga può valere fino a 148 milioni di euro (nel caso in cui arrivi ai livelli degli scienziati più produttivi
della Top 20 elaborata dall’associazione Via-Academy, costituita da un gruppo di ricercatori italiani che vivono e lavorano all’estero). Un calcolo che nello specifico può essere contestato, ma è indubbio che i tanti brevetti depositati dagli scienziati italiani all’estero si traducano in danaro.

“Guardando alla classifica elaborata da Via-Academy 1 – spiega il coordinatore della ricerca, Stefano da Empoli – si vede come man mano che si arriva in cima alla graduatoria, la Top Italian Scientists, diminuisca il numero dei residenti in Italia e aumenti quello dei residenti all’estero”. Insomma, il cervello quando fugge è più produttivo, probabilmente perché viene messo nelle condizioni migliori.

“La ricerca non è solo in teoria uno dei motori dello sviluppo di ogni sistema Paese, ma è anche in pratica un grande investimento”, afferma il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi. Che non manca di sottolineare come anche la riforma attualmente in via di approvazione, fortemente constestata dagli studenti, non migliori assolutamente nulla dal punto di vista della ricerca: “Il difetto vero è che mancano le risorse per i ricercatori – spiega – questo non va bene perchè sono la categoria più debole. Si devono trovare le risorse, non si parla di cifre astronomiche ma serve un miliardo di euro, che corrisponderebbe a un viadotto sull’autostrada Bologna-Firenze”.

Per arrivare ai quattro miliardi di perdite calcolate, spiegano gli autori della ricerca, si fa riferimento al database dell’Organizzazione Mondiale per la proprietà Intellettuale, che associa ad ogni scienziato il numero di domande internazionali presentate in base all’anno di pubblicazione. Se il ‘top scientist’ l’autore principale, è italiano, emergono 11 brevetti nel settore chimico, 5 nell’ITC, e 139 nel settore farmaceutico, che comprende anche la medicina.

La Fondazione ha poi calcolato il rendimento del brevetto: per esempio, un famaco anticancerogeno introdotto recentemente nel mercato ha generato un fatturato annuo di poco meno di due miliardi di euro. Il valore medio di 148 milioni viene calcolato sulla base del rendimento medio di un brevetto (che è diverso a seconda del settore: maggiore nel settore chimico, segue quello farmaceutico e infine l’ITC).

Secondo lo studio, il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha abbandonato il Paese. Ma se si considerano i primi 100, ad essersene andato è addirittura la metà. Quelli che rimangono fanno quello che possono, che è comunque molto, sottolinea Lenzi: “In rapporto alla scarsità di stanziamenti e al fatto che in Italia il numero dei ricercatori sia più basso rispetto agli altri principali Paesi del G7 (da noi sono complessivamente 70.000, in Francia 155.000, in Regno Unito 147.000, in Germania 240.000, negli USA 1.150.00, in Canada 90.000 e in Giappone 640.00), i nostri ricercatori possiedono un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28 % di pubblicazioni scientifiche. La ricerca scientifica italiana risulta così essere superiore alla media dei principali Paesi europei, nonostante il più basso numero di ricercatori: l’Italia infatti si posiziona al terzo posto (2,28%), dopo l’Inghilterra (3,27%) ed il Canada (2,44%). Dopo di noi ci sono, in ordine, gli Stati Uniti (2,06%), la Francia (1,67%) la Germania (1,62%) e il Giappone (0,41%)”.

Insomma, si fa di necessità virtù. Ma si perde anche tanto: alla presentazione della ricerca oggi a Roma c’era anche Napoleone Ferrara, catanese, via dall’Italia dal 1988. Ferrara ha recentemente ottenuto il prestigioso premio internazionale Lasker Award per i suoi studi, che si sono svolti negli Stati Uniti, su un farmaco che blocca la perdita della vista nei pazienti “con degenerazione maculare senile umida, patologia che in passato conduceva alla cecità totale”. Concetto Vasta, della Fondazione Lilly, lo ha presentato come “il secondo miglior ricercatore italiano in termini di pubblicazioni e di impatto scientifico”, e ha osservato: “Se Ferrara fosse rimasto in Italia, con il frutto delle sue ricerche e dei suoi brevetti avrebbe potuto ricostruire da zero la sua università”.

Ma forse, se fosse rimasto in Italia, i suoi brevetti non avrebbero mai visto la luce. “Negli Usa – ha ammesso Ferrara – c’è un investimento enorme nella ricerca, miliardi di dollari, e da anni il governo americano investe molto nella lotta al cancro o alle altre principali malattie. C’è un’organizzazione che permette e facilita la ricerca, penso che il resto del mondo dovrebbe prendere esempio da questo modello”.

Proprio per promuovere la ricerca, la Fondazione Lilly oggi ha assegnato una borsa di studio di 360.000 euro a una giovane ricercatrice italiana, l’oncologa Tiziana Vavalà: la somma servirà a finanziare le ricerche della studiosa per i prossimi quattro anni.

La Repubblica 30.11.10

"Pd: che la rabbia diventi energia positiva", di Luciana Cimino

E’ il momento dell’altra Italia. Quella che si oppone al malgoverno di un presidente del consiglio amico di dittatori da operetta e al disfacimento del paese causato dalle leggi dei suoi ministri. Ma anche quella che propone un nuovo modo di gestire la cosa pubblica, perché «il Pd è una forza di governo, solo momentaneamente all’opposizione», come ha più volte sottolineato il segretario Pier Luigi Bersani. E allora ecco che a chiamare a raccolta militanti e simpatizzanti per la grande manifestazione dell’11 dicembre a Roma (partenza da Piazza della Repubblica alle ore 14.30) non è solo l’antiberlusconismo, ma la voglia di mettere in campo un’altra idea di paese.

”Noi – spiega Bersani – ci prepariamo a fare la nostra manifestazione, l’11 dicembre qui in piazza San Giovanni, per dire al Paese il nostro progetto. Non diremo solo che Berlusconi deve andare via, quello lo stiamo dicendo tutti i giorni, invece, diremo cosa vorremmo fare per mettere insieme un po’ di riforme per affrontare questa situazione drammatica, a partire dal primo problema, quello del lavoro. Vogliamo mettere in piedi un percorso che trasformi la rabbia in energia positiva e costruttiva”. Sono 14 i punti su cui il Pd si esprime a tutto campo e su cui chiede agli elettori uno sforzo di partecipazione, dal lavoro (che insieme alla voce “precarietà” occupa il primo posto della lista) all’immigrazione, passando per le idee sul nuovo patto fiscale, sulla scuola, sul sud e sull’ambiente.

Il Pd lancia la proposta dell’indennità di disoccupazione per i giovani precari, i lavoratori autonomi, i professionisti ma anche la riduzione dell’Irpef sui redditi da lavoro e le pensioni. Supporta la scuola pubblica con la formazione degli insegnanti, chiede un bonus di 3000 euro l’anno per ogni figlio e una efficiente rete di servizi sociali per aiutare le nuove famiglie. Sostiene l’università e vede nella ricerca l’unico metodo possibile per uscire dalla crisi. Si distanzia da questo governo succube della Lega e dell’economia del nord proponendo al contrario una tassazione ridotta per le aziende che investono nel Mezzogiorno.

Dice definitivamente no al nucleare e ai condoni, parla di indennità di maternità per tutte le donne e di riduzione del numero dei parlamentari. Infine si esprime sulla cittadinanza: chi nasce italiano è italiano. Insomma un paese tutto diverso, che si affranca con la forza delle idee da 16 anni di berlusconismo. “La tua voglia di cambiare portala in piazza” è lo slogan scelto per i manifesti ma sono molteplici le iniziative in vista della manifestazione a cui i simpatizzanti sono chiamati a portare un contributo: donazioni, attività di porta a porta, diffusione di materiali. Sul sito www.partitodemocratico.it, nuove sezioni e funzionalità e tutte le istruzioni per partecipare al corteo e per invitare gli indecisi a prendere parte. A partire dalle cartoline elettroniche da spedire agli amici (“Sarò con voi l’11 dicembre”) per finire alle indicazioni per raggiungere la manifestazione con il car sharing o con i pullman e treni dedicati. Grande spazio poi a Facebook: sul popolare social network (oltre che su Twitter) una pagina apposita per tenersi aggiornati e per permettere di seguire l’evento in diretta a quanti non potranno partecipare.

L’Unità 01.12.10

"Pompei continua a crollare e per Bondi va tutto bene", di Francesco Merlo

E perchè ora gli studenti non portano la protesta anche nella vacillante Pompei dove ieri è crollato un altro muro e il ministro Bondi dice che non è successo niente? Sette metri del perimetro che circonda la Casa del Moralista si sono sbriciolati e davvero sembra che anche le pietre di Pompei si stiano ribellando.
La cultura morta come la cultura viva, la prima maltrattata per irragionevole incuria e la seconda per ragioneria contabile. Forse gli studenti dovrebbero davvero occupare la Domus di Giulio Polibio, presidiare tutti i luoghi d´Italia nei quali la cultura è in sofferenza come all´università: l´anfiteatro di Santa Maria Capua a Vetere è come il liceo Virgilio di Roma, la reggia di Nerone è come la Normale di Pisa. È di ieri la denunzia del sovrintendente dell´Emilia Romagna, Luigi Malnati, sul degrado dei siti archeologici: «ormai tutto il Centro Nord è come Pompei» perché nel peggio si ricompone l´Unità d´Italia e «qui non ci sono più neanche i custodi».
Ma nei crolli di Pompei e fra le rovine che vanno in rovina c´è finita pure la tragicomica personalità del ministro dei Beni Culturali che di nuovo minimizza e nega dinanzi allo sgomento del sovrintendente Jeannet Papadopulos e all´indignazione del mondo. E forse Bondi minimizza perché Pompei sta diventando la linea di forza delle sue vertigini, dei suoi sensi di colpa. Bondi, lo diciamo con dispiacere, ha spinto la sua mistica berlusconiana al punto da immolare la propria dignità ai piedi della favorita bulgara del capo, Michelle Bonev. Il ministro che ha bocciato film come “Il divo”, “La prima linea” e il Draquila della Guzzanti – tutti senza averli visti -, il Bondi che ha bollato come parassiti di Stato i cineasti italiani che gli sembrano troppo di sinistra, ha invece promosso e poi premiato a Venezia un film che Rai Cinema ha infatti finanziato con un milione di euro, già tutti versati alla Bonev. Il film fa parte di un accordo strategico di coproduzione televisiva Italia-Bulgaria firmato da Bondi e dal suo collega balcanico. E tutti capiscono che oltraggiare la cultura è sempre uno scandalo penoso, ma Bondi è troppo intelligente per non vedere ora in questi crolli di Pompei la misura della propria dannazione, lo specchio della propria nudità, la vendetta delle pietre d´Italia contro il cortigiano del Principe. Cosa si poteva restaurare, proteggere, conservare a Pompei con quel milione di euro versato alla musa bulgara così piena di grazia e di gloria? Poco forse, ma abbastanza per potere affrontare a viso aperto la reazione del mondo civile. Non esiste infatti Paese del pianeta dove non sia nato un comitato anti Bondi: «Stop Killing Pompeii Ruins». Cos´altro può fare se non minimizzare e arrossire il ministro che con quelle rovine ha un conto aperto, un conto personale, intimo?
E non è tutto. Il ministro tiene famiglia e dunque ha sistemato al Centro di Cinematografia il figliastro e ha dato una consulenza di Moda e Arte all´ex marito della sua attuale moglie, la collega di Camera e di partito, Manuela Repetti: «Sono due casi umani e non ho violato alcuna legge», si è giustificato con i colleghi del Fatto quotidiano. Non è il primo e non sarà nemmeno l´ultimo potente italiano a mettere l´economia domestica davanti al bene pubblico, ma Bondi che, appena risposato, si è, per dirla poeticamente, “fatto ingravidare” dalla moglie, ha alimentato i redditi e gli affetti familiari più degli investimenti a Pompei dove, attorno agli scavi, sorgono costruzioni abusive, folle di miserabili si propongono come guide e la sola attività ben curata dallo Stato è quella di strappare biglietti e fare cassa. Ma il danaro del turismo non basta a rendere eterna la rovina mummificandola.
Certo, sarebbe ingiusto dare a Bondi tutta la colpa di un´ incuria che viene da lontano, ma nessun governo aveva così tanto maltrattato la cultura italiana, nelle aule dove si costruisce il futuro e nelle vestigia dove si conserva il passato. Come abbiamo già scritto c´è più scienza del restauro e più tecnica della conservazione nel viso rifatto di Berlusconi che nei ruderi di Pompei. Davvero quei crolli sembrano appunto la rivolta delle pietre, è come se chiamassero gli studenti italiani: la cultura viva e la cultura morta unite nella lotta.

La Repubblica 01.12.10