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L’assedio al Palazzo dei 50mila. Berlusconi: «andate a studiare», di Mariagrazia Gerina

Dimissioni, dimissioni», avanza come in un film verso il parlamento blindato il popolo dei ventenni, scesi a migliaia dai tetti degli atenei, dai licei occupati, dalle università in rivolta. Studenti di geologia, di scienze ambientali, di storia, di ingegneria, di matematica. «Assediamo Montecitorio», scandiscono mentre dalla Sapienza e dagli altri atenei romani si riversano in massa per le vie di Roma. Cinquantamila, forse di più: «Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città», cantano mentre la gente dalle finestre, e persino dalle macchine bloccate, applaude. Davanti, i libri di gomma- piuma a fare da scudo. Giallo, come Gomorra. Verde, come il Satyricon di Petronio. Blu, come la Costituzione. Rossi, come i tagli alla ricerca e all’università scritti a pennarello. Dietro una marea di zainetti e giacche a vento che mentre corre verso il parlamento, in omaggio a Monicelli intona «Brànca-brànca- brànca…leòn-leòn-leòn». «Gli studenti veri sono a casa a studiare, a protestare ci sono solo quelli dei centri sociali e i fuori corso », assicura Berlusconi, da Palazzo Grazioli. I blindati cominciano da lì e cingono in una doppia fortezza Palazzo Chigi, Montecitorio, il senato. «Allora davvero hanno paura di noi?», si domanda spaesata una ragazza mentre cerca di capire che si fa. «Ci eravamo scordati che in questo paese le cose possono cambiare, il governo aspetta di sapere se avrà la fiducia dal parlamento, masiamo noi l’unica sfiducia di cui si dovrebbe preoccupare», scandisce dal megafono Tiziano, 24anni, studente di Scienze Politiche. Il parlamento, dietro la cortina difensiva, sembra un miraggio, irraggiungibile. C’è solo un corridoio, lasciato aperto, a mo’ di suggerimento. È da lì che l’armata studentesca, passando tra i turisti accanto al Pantheon, conquista l’avamposto più vicino all’aula dove nel frattempo hanno cominciato a votare i primi emendamenti. Montecitorio appena si intravede dietro i blindati che sigillano l’accesso alla piazza. È un cul de sac, basterebbe niente per scatenare un massacro. E invece il temutissimo assedio si limita a un lancio fitto di uova, farina, ortaggi, lattine. I tuorli si spiaccicano contro i vetri della polizia. Il grido arriva fino alle finestre di Palazzo Chigi: «Dimissioni, dimissioni ». Alternato a: «Vergogna, vergogna ». Meno di un’ora e il primo blitz è finito. E un olè per il governo che intanto «è andato sotto».

L’ARMATA BRANCALEONE È solo l’inizio di una giornata incredibile. La Camera blindata che vota la riforma dell’università. Efuori, tenuti lontani da un dispiegamento di forze mai visto, cinquantamila studenti, tramortiti dalla pioggia, che continuano a tentare l’assedio. Sempre più simile a un labirinto attorno al Minotauro. Gli studenti non hanno fretta. La prendono larga. Si auto- dirottano sul Lungotevere che si fa deserto al loro passaggio. Ma nel pomeriggio tentano il secondo blitz. Questa volta direttamente da via del Corso. La trovano sbarrata dopo poche centinaia di metri. Il parlamento è ancora molto lontano. I blindati sigillano il passaggio. Parte un nuovo lancio. Stavolta però agli ortaggi e alle lattine qualcuno unisce anche qualche sasso. Qualcun’altro prova a rovesciare il blindato, finché non partono i primi lacrimogeni. E una doppia carica di polizia e carabinieri, con i manganelli in pugno, fa il resto. Bilancio: un carabiniere contuso alla spalla e un manifestante fermato. Un minorenne. «Questa è la loro risposta», grida Marina, laureanda in Filosofia,mentre il corteo, dietro i libri di gomma- piuma, arretra: «Non ci permettono di arrivare a Montecitorio dove si decide sulle nostre teste il nostro futuro, hanno blindato ogni via di accesso, questa è l’unica risposta che sanno darci: vogliono far credere che la crisi di questo governo è solo dentro al palazzo, invece è nelle strade, qui c’è una intera generazione che si ribella contro una precarietà che fa spavento». «Quale futuro su queste macerie », recita lo striscione stretto in pugno mentre il corteo, sotto la pioggia, continua ad arretrare, fino a piazza del Popolo. Si incammina lungo il Muro Torto, paralizzando ancora una volta il traffico, verso l’università.Maè a quel punto, quando sembra battere in ritirata, che l’armata brancaleone ha un nuovo guizzo. «A Termini», grida qualcuno. E gli altri dietro, verso la stazione. Trovano ancora la forza di piombare in corsa tra la folla che si accalca davanti ai treni. In un attimo occupati dieci binari: «Se bloccate il futuro, noi blocchiamo l’eurostar». «Ci scusiamo per i disagi e per i ritardi, causa occupazione dei binari…», annuncia una voce dall’altoparlante. Ogni treno cancellato è un boato. I più giovani vorrebbero restare a oltranza. I più grandi sanno che bisognerà reggere molto più a lungo. «Almeno fino al 14dicembre», scandiscono contando gli ultimi giorni dell’impero. E corrono ad occupare di nuovo le facoltà. «Fermarci adesso? Non credo proprio: il governo sta crollando e saremo noi a dargli l’ultima spallata».

L’Unità 01.12.10

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«Ci bloccano il futuro, blocchiamo l’Eurostar», di Raffaella Troili

I manifestanti: la rabbia è cresciuta, adesso anche i prof sono con noi. Ha una faccia pulita, anche se il suo è un lavoro sporco. «Ci toccano la ricerca, la formazione… Se non protestano gli studenti, chi lo fa? La gente che lavora, che ha famiglia non può fare più di tanto, tocca a noi scendere in piazza». Ma sente la radio, guarda la tv e non si dà pace Stefano, che voleva fare «una manifestazione pacifica» e invece a fine giornata si è trovato a occupare perfino i binari della Stazione Termini. «Se ci facevano entrare a Montecitorio noi ce ne stavamo buoni buoni e i treni sarebbero passati in orario…».
Ha 22 anni, studia Chimica a Tor Vergata, è un contestatore a modo, come tanti vicino a lui. «Ci dispiace per il disagio ai cittadini ma non abbiamo scelta. Perché dobbiamo esser costretti a scappare dall’Italia?».
Per non scappare dall’Italia hanno cercato di farsi sentire tutto il giorno per le strade di Roma. In serata si radunano alla Stazione Termini causando pesanti disagi ai viaggiatori. C’é chi vuole occupare a oltranza e chi tornare nelle facoltà. Alla fine si decide per lo sgombero dei binari. «Ma il 9 blocchiamo la città. Quando il ddl dovrà passare al Senato speriamo che arrivino in forze delegazioni da tutta Italia», sogna Paolo, 24 anni, studente di Archeologia. Non cercavano scontri, un po’ di caos quello sì. Dicono che è l’unico modo per farsi ascoltare. «Me state a fa’ fa’ tardi, però bravi», ha gridato loro qualche automobilista e ne vanno fieri. Si sentono meno soli, anche se avvertono di avere comunque poche chance.
«Le nostre alternative sono la diaspora o la fame. Eppure in noi c’è la volontà di restare in questo paese» aggiunge Andrea, 22 anni, iscritto a Ingegneria. Pacati, lucidi e stanchi, ciondolano per i sotterranei della Stazione Termini borbottando ancora «perché ci hanno negato qualsiasi accesso» e pensando ai colleghi dell’Aquila «siamo solidali con loro, vorremmo che lo fosse anche il Governo». E’ quello con la faccia più cupa Niccolò, 20 anni, studente di Filosofia. «La nostra è una manifestazione ideologica. Unisce le fasce, quelle più deboli, che il Governo Berlusconi ha sempre attaccato: lavoratori, studenti, ricercatori». Intanto i treni per un’ora sono tutti fermi, ad essere occupati sono nove binari. Da una parte le forze dell’ordine: in tenuta anti sommossa sono schierate all’inizio del binario 1. Dall’altra i manifestanti: urlano dai megafoni «è iniziata l’era del conflitto» e «se ci bloccano il futuro noi blocchiamo l’Eurostar». In “mezzo”, un muro di gente si assiepa neanche troppo agitata (dopo una giornata del genere, a che serve?) davanti ai pannelli elettronici. Gli altoparlanti della Stazione annunciano ritardi di treni, 10-20-30 minuti, molti vengono dirottati a Tiburtina e Ostiense, e avvisano i viaggiatori dell’occupazione. Anche Manuel e i suoi amici di Scienze della comunicazione arrivano in ritardo. Restano sulla banchina, ascoltando su Radio popolare l’esito della votazione. «Siamo contro il decreto perché sospende le borse di studio legate al reddito e perché con l’apertura agli esterni dei cda universitari prevede una sorta di privatizzazione a danno dell’indipendenza degli atenei».
Sui binari vuoti si accende un fumogeno giallo, Irene Masala, 24 anni, si guarda intorno, ripensa a tutta la giornata, si tormenta. «Il problema è che nessuno ci ha dato la possibilità di manifestare, di dialogare, di esprimersi. Era tutto blindato, come se volessero spingerci al disordine. Hanno costretto gli studenti a fare qualcosa qui alla Stazione». Francesca Licata la pensa come lei. «Che paura questa città militarizzata. Forse, chissà, si sono accorti che non è la solita vecchia protesta ma che la situazione di disagio sociale è forte. Ma in questo modo non viene garantito il nostro diritto a manifestare, ci costringono a lanciare uova, occupare». Tutto per farsi sentire. Stefano Mazzara, 24 anni, milanese, anche lui di Scienze della comunicazione, vorrebbe mettersi nella testa della gente: «Oltre a pensare che sì, ti ho fatto perdere il treno, pensa anche al perché l’ho fatto». E confida: «La rabbia è cresciuta, anche i prof sono con noi. Questa non è una riforma è solo un taglio: alle borse di studio, ai ricercatori, a tutto ciò che l’università dovrebbe essere».

Il Messaggero 01.12.10

"L'istruzione precaria", di Carlo Galli

Non è una riforma epocale, come sostiene la ministra, se non per le modalità con cui il Palazzo l’ha varata, contro la protesta – questa sì nuova, per l’imponenza della mobilitazione giovanile. La via crucis della riforma Gelmini è terminata, con la sua approvazione alla Camera. Non è una riforma epocale, come sostiene la ministra, se non per le modalità con cui il Palazzo l’ha varata, contro la protesta – questa sì nuova, per l’imponenza della mobilitazione giovanile, macchiata da qualche violenza dei centri sociali – che ha pesantemente interessato le città del nord, del centro, del sud. Una riforma che passa con i voti in aula e, nelle piazze, con i colpi di manganello e di lacrimogeni, reali e simbolici. Altro non è, infatti, l’affermazione di Berlusconi che i giovani per bene sono quelli che stanno a casa a studiare, uno stereotipo reazionario dei tempi del Sessantotto, per di più sulla bocca di chi pare frequentare abitualmente non la gioventù studiosa, quanto piuttosto quella avvenente e compiacente. È una riforma contrabbandata come rivoluzionaria, poiché sarebbe in grado di sconfiggere le “baronie”, il mostro che a sentire la destra è responsabile di ogni male dell’Università – della corruzione, del clientelismo, del nepotismo, dell’inerzia, della proliferazione delle sedi, dei fuoricorso, delle ingiustizie concorsuali. Un mostro abilissimo, che avrebbe plagiato i giovani, spingendoli, nella loro ingenuità, a contrastare la legge che invece sconfiggerà il malaffare dei professori universitari.

Ebbene, i baroni grazie a questa legge potranno continuare a decidere indisturbati chi insegnerà nelle università. L´abilitazione nazionale, che avrebbe dovuto sanare gli scandali degli attuali concorsi locali, potrà essere concessa indiscriminatamente, senza limiti numerici, e le università potranno così scegliere, fra la massa degli abilitati, i docenti più graditi ai vari potentati.
La valutazione della ricerca, che dovrebbe far emergere e sanzionare i docenti inattivi, non decolla neppure con le istituzioni che già esistono: e la riforma l´affida a un nuovo carrozzone di Stato, che esiste solo sulla carta.
L´autonomia universitaria è di fatto cancellata sia perché, nonostante siano state eliminate in extremis alcune norme che prefiguravano un vero commissariamento da parte del ministero dell´Economia, questo resta in ogni caso il grande guardiano del sistema universitario; sia perché la riforma, per diventare effettiva, ha bisogno di più di cento nuovi regolamenti, che dovranno essere tutti approvati dal ministero della Pubblica Istruzione.
Per i giovani che vogliono entrare nella carriera universitaria, poi, c´è solo la prospettiva di un lungo precariato, fino a dieci anni, che si snoderà tra assegni di ricerca e posti da ricercatore a termine; ma non c´è alcuna garanzia che apra, ad almeno una parte di loro, uno sviluppo di carriera verso la stabilizzazione. La via dell´emigrazione resta lo sbocco per i talenti che l´Italia prepara, per regalarli poi ad altri Paesi.
Se nelle sue finalità positive la riforma fa acqua da tutte le parti, in quelle negative è più efficace. Il peso dei professori (del Senato Accademico) nella gestione complessiva degli atenei cala molto, a favore soprattutto dei rettori, del Consiglio d´amministrazione (infarcito di esterni, sul modello delle Asl), e del direttore generale.
Anche se l´autoritarismo aziendalistico che informava il testo originale è in parte attutito, l´intento punitivo verso una delle poche élites non compattamente schierata con la destra è piuttosto evidente. Tra breve, toccherà anche alla magistratura, che però è ben più potentemente attrezzata per resistere. I professori in futuro saranno meno numerosi, per effetto della valanga di pensionamenti in atto e del mancato rimpiazzo; ma saranno anche meno autonomi, più simili a impiegati che a quella magistratura scientifica della nazione che in passato aspiravano a essere. E ciò avviene per indiscutibili colpe di alcuni di loro, e anche per preciso indirizzo politico di questo governo, che con la cultura e la ricerca certamente non si trova a proprio agio, e che ha cavalcato spregiudicatamente un generalizzato sfavore dell´opinione pubblica – solo parzialmente giustificato – verso l´Università.
Soprattutto, per questa riforma non ci sono stanziamenti aggiuntivi. A differenza di quanto avviene nel mondo sviluppato e in via di sviluppo, in Italia l´università è un costo, e non un investimento. è un problema, e non una risorsa. La società della conoscenza è un orizzonte non condiviso dalla destra al governo. Non ci sono soldi per incentivare il merito dei professori, e non ci sono – anzi, sono quasi del tutto spariti i pochi che c´erano – per le borse di studio per gli studenti; e questi hanno capito ben presto (altro che sprovvedutezza!) che nel loro futuro ci sono più tasse ma non una politica di miglioramento reale del sistema universitario in termini di servizi e di qualificazione della docenza.
Baronie appena scalfite, centralismo normativo, riproduzione del precariato, degrado complessivo dell´immagine dell´Università e sua possibile ‘aslizzazione´, compressione del ruolo dei docenti e degli studenti, ulteriore frustrazione dei giovani, nessun investimento. Queste sono le cattive notizie, dovute al fatto che questa destra, oscillante fra il populismo e il gattopardismo, non ha un´idea di università, come non ha un´idea di Paese. La buona notizia è che la riforma resterà probabilmente inapplicata, perché la crisi di governo la spazzerà via. La corsa contro il tempo per approvarla, infatti, ha verosimilmente il solo scopo di munire la destra di almeno una riforma da sbandierare in campagna elettorale.
A questo – a propaganda – si è ridotta l´università, al tempo del governo Berlusconi.

La Repubblica 01.12.10

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“Svolta epocale”. “No, un disastro” Dal precariato al taglio dei finanziamenti, tutti i nodi della riforma, di Corrado Zunino

Opposizione, studenti e ricercatori puntano il dito contro ingresso dei privati e riduzione delle borse di studio. Con il voto alla Camera delle 20,10 di ieri – 307 “sì”, 252 contrari, 7 astenuti, finiani decisivi – prosegue il suo cammino la legge, la 3687a, sull´organizzazione delle università e “l´incentivazione di qualità ed efficienza” del sistema. In attesa del secondo e definitivo passaggio al Senato – il ministro Gelmini lo vuole in calendario dal 9 dicembre e comunque prima del 14, giorno del voto sulla fiducia al governo – il premier Berlusconi vende il passaggio sul “ddl” come epocale. In verità Mariastella Gelmini è il quarto ministro negli ultimi dieci anni ad aver annunciato una riforma degli atenei (Berlinguer, Moratti e Mussi, i predecessori) e la sua legge in alcune parti, come la governance delle facoltà, riprende le indicazioni del ministro Luigi Berlinguer, governo Prodi.
La riforma Gelmini rappresenta un tentativo di introduzione di elementi di valutazione tipicamente anglosassoni in un sistema feudale e ingessato che, di fatto, garantisce al paese che ha inventato le università di non essere più rappresentato tra i primi duecento atenei al mondo (La Sapienza e Bologna sono appena uscite dalla classifica più prestigiosa). Il ministro Gelmini assicura che taglierà le gambe ai baroni e spiega che i rettori potranno restare in carica al massimo otto anni, che i “prof” saranno valutati anche dagli studenti e l´intera facoltà da agenzie esterne (l´Anvur, istituito dal ministro Mussi e fin qui mai utilizzato dalla Gelmini). Poi, però, il “ddl” accentra nelle mani dei rettori nuovi poteri: possono reggere l´ateneo e presiedere il consiglio d´amministrazione. Non è un caso che, insieme a Confindustria, sia proprio la Conferenza dei rettori ad aver appoggiato petto in fuori la riforma, venti dissidenti a parte.
Le università italiane restano autonome, ma se saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti. Gli atenei che non riusciranno ad uscire da uno stato di deficit cronico saranno commissariati. Il Senato accademico resta il luogo dell´elaborazione didattica, ma perde ogni funzione di amministrazione a vantaggio del nuovo organo di derivazione privata: il Consiglio d´amministrazione. Sarà il cda ad occuparsi di assunzioni e spese e avrà almeno tre membri esterni su undici. La legge rivedrà, poi, la piramide degli stipendi, a favore degli insegnanti più giovani. Si promette l´aumento degli importi per gli assegni di ricerca e vengono abolite le borse post-dottorali, sottopagate e senza diritti. Non sarà più possibile la docenza gratuita, se non per figure professionali alte. E un professore entrerà a ruolo a 30 anni (contro i 36 precedenti) con uno stipendio da 2.100 euro (oggi sono 1.300). Tutto questo, però, non ha ancora alcuna copertura finanziaria.
Sul fronte “università telematiche”, la riforma oggi consente al Cepu, struttura vicina al premier, di essere affiancato all´università Bocconi. E il cancro del familismo negli atenei viene affrontato impedendo ai parenti fino al 4° grado di partecipare ai concorsi nazionali.

La Repubblica 01.12.10

Scuola di Adro, il giudice decide:«Via i simboli. Mettete il tricolore», di Toni Jop

La sentenza del giudice del lavoro: siano issati il tricolore e la bandiera
E adesso che si fa? Accuseranno il tribunale di Brescia di essere filoitaliano? Perché la sentenza ordina: via i simboli leghisti dalla scuola di Adro, siano issate il tricolore e la bandiera dell’Unione europea. E paghi il responsabile di quei cocci. Era solo questione di tempo: nessuno stato democratico della vecchia Europa avrebbe mai tollerato che una scuola pubblica fosse decorata, invasa, marcata con il simbolo di un partito politico. E benché quel volpino del sindaco della cittadina, Oscar Lancini, promotore di quell’invasione pataccara, abbia a più riprese cercato di attribuire interamente il senso della foglia verde alla simbologia celtica, il “sole delle alpi” è il segno più noto della sua parte politica. Ma questi sono problemi della Lega, a partire dal fatto che dovrà spiegare alla collettività di Adro come finanziare la cancellazione di un clamoroso spot di partito giocato dal sindaco sui muri di un bene pubblico. Il signor Lancini ha annunciato ricorso. Lo descrivono su tutte le furie e impegnato a cercare di tappare le falle che lui stesso ha aperto nelle finanze della città. Per esempio, già ieri sera il consiglio comunale era riunito per votare un assestamento di bilancio improrogabile dopo che un’altra sentenza ha ordinato al sindaco di estendere i bonus bebé e i bonus casa anche a tutti i residenti, compresi gli immigrati che invece la Lega aveva provveduto a escludere dagli aventi diritto. Un grattacapo che Lancini sta affrontando in questo modo: ha messo in bilancio l’estensione del beneficio senza finanziare l’impegno di spesa. E che importa se persino il responsabile del settore ha contestato questa strategia, la Lega non ha paura di nessuno.

«UN’ARROGANZA UN PO’ TRAGICA» «Non sappiamo davvero dove stia andando a parare, ci sembra in enorme difficoltà e in preda a un’arroganza un po’ tragica, da ultimo sipario», commenta Silvio Ferretti, responsabile del Pd di Adro. L’opposizione, e cioè tutte le forze politiche escluse il Carroccio, sono felici. Avevano messo in cartello, per sabato, una grande manifestazione contro la “degenerazione” leghista e invece si trovano tra le braccia l’appuntamento per un meeting che sembrerà più una festa che un momento di lotta. «Ci resta una punta di amarezza – prosegue Ferretti – pare che non si possa, in questo paese, pretendere giustizia al di fuori di una sentenza di tribunale. Credo che non dovrebbe essere così, lo vorrei». Era stata la Cgil a rivolgersi alla magistratura. Sulla materia erano stati interrogati governo, prefettura, autorità scolastiche. Dopo lunga riflessione il governo aveva sconfessato l’iniziativa di Lancini che, ormai cosa notissima, aveva riempito con 700 e passa simboli leghisti la nuova scuola dedicata, tra l’altro, a Gianfranco Miglio, ideologo del partito di Bossi. Ora c’è da cancellare l’enorme simbolo sul tetto, servono soldi. Il tribunale ha detto che deve pagare il comune. Torniamo alla festa di sabato: stanno organizzando una nuova inaugurazione della scuola, con tanto di nastro tricolore e con gli altoparlanti che intonano l’Inno di Mameli. Qualcuno soffrirà. Come a San Donà di Piave, provincia di Venezia, dove il consiglio comunale, squinternando gli assetti politici, ha votato perché nel corso del 2011 si suoni proprio l’Inno di Mameli all’inizio di ogni seduta: eppure il sindaco della città è leghista, anzi si tratta della signora Francesca Zaccariotto che a tempo perso è anche presidente della Provincia di Venezia. Bene: il Pdl le ha tirato un bello scherzo, ha messo ai voti la proposta che è stata accolta con gioia da tutta l’opposizione, la Zaccariotto e tutti i suoi ragazzi se ne sono andati per protesta dall’aula.

L’Unità 01.12.10

"Elenco del peggio e del meglio della scuola", di Domenico Starnone

1. La scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti. La scuola migliore è quella che scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero.
2. La scuola peggiore è quella che esclama: meno male, ne abbiamo bocciati sette, finalmente abbiamo una bella classetta. La scuola migliore è quella che dice: che bella classe, non ne abbiamo perso nemmeno uno.
3. La scuola peggiore è quella che dice: qui si parla solo se interrogati. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara a fare domande.
4. La scuola peggiore è quella che dice: c’è chi è nato per zappare e c’è chi è nato per studiare. La scuola migliore è quella che dimostra: questo è un concetto veramente stupido.
5. La scuola peggiore è quella che preferisce il facile al difficile. La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile.
6. La scuola peggiore è quella che dice: ho insegnato matematica io? Sì. La sai la matematica tu? No. voto tre, vai a posto. La scuola migliore è quella che dice: mettiamoci comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato
7. La scuola peggiore è quella che dice: tutto quello che impari deve quadrare con l’unica vera religione, quella che ti insegno io. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara solo a usare la testa.
8. La scuola peggiore rispedisce in strada chi doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre. La scuola migliore va in strada a riprendersi chi le è stato tolto.
9. La scuola peggiore dice: ah com’era bello quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace, promuovevano il figlio del dottore e bocciavano il figlio dell’operaio. La scuola migliore se li ricorda bene, quei tempi, e lavora perché non tornino più.
10. La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti. La scuola migliore è quella in cui essere presenti è meglio che essere assenti.

da “Vieni via con me”

Approvano il ddl Gelmini. E la chiamano riforma…

Il voto definitivo sul ddl Gelmini è arrivato in un clima surreale solo a sera. Il ddl ha ricevuto 307 sì, 252 no mentre 7 deputati si sono astenuti ma l’impegno in Aula delle opposizioni registra la 63sima e la 64esima sconfitta sugli emendamenti dal Pd, Api e da Fli. Fuori da Montecitorio è Roma a sperimentare lo stato d’assedio e in tutta Italia si protesta nelle piazze e sui tetti, con 7.000 studenti bolognesi che occupano l’autostrada. Nella capitale dalla prima mattina il centro è bloccato al traffico e nelle zone limitrofe al Parlamento è impedito persino il passaggio a piedi. E contro gli stduenti arrivano cariche e lacrimogeni.

Dario Franceschini, nel suo intervento alla Camera nel quale ha annunciato il voto contrario del gruppo del Pd al ddl Gelmini, ha definito quello del governo “l’ultimo atto di debolezza di una maggioranza senza muscoli che a tempo scaduto prova a imporla”. Rispondendo a Berlusconi che aveva detto che gli studenti bravi devono andare a studiare invece che a manifestare (zitti e buoni quindi)lo ha invitato a riflettere senza la sua “sua consueta arroganza. Caro Berlusconi, è proprio per questo che manifestano, per poter studiare nelle università italiane. Su 230 nostri emendamenti di merito, ne avete bocciati 220 senza nemmeno discuterli. Siete sordi con l’arroganza di una maggioranza che sa che il tempo è finito e vuole piantare una bandierina. Questo sarà il vostro ultimo atto di debolezza”.
“Le migliaia di studenti che stanno manifestando in tutta Italia non hanno le spalle nessun partito e nessun sindacato, hanno fatto tutto spontamente – ha ricordato Franceschini – Le riforme vere si fanno sempre con l’ascolto e la concertazione e le proteste si cerca di capirle e non le si liquida con slogan sprezzanti. E’ solo uno slogan parlare di lotta contro baroni e di merito. Pretendete di chiamare riforma quello che è solo un elenco di tagli. I ragazzi – prosegue – con la loro intelligente protesta hanno capito quello che non ha capito il ministro Bondi e cioè che i nostri monumenti sono la nostra carta di presentazione al mondo. Imparate da loro. Noi faremo diventare centrale il tema dell’universita’ alla manifestazione del Pd dell’11 dicembre”.

“A prescindere dal voto di stasera non credo che il governo porterà a termine la riforma dell’università, cioè non riuscirò ad applicarla”. Ne è convinto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che adesso non si ferma: “Il Pd continuerà con le sue critiche e le sue proposte ma riprenderemo il tema anche nella manifestazione dell’11 dicembre, per dare voce a tutto il sistema del sapere che è stato calpestato dal governo, caso unico al mondo”.

Insomma l’approvazione del ddl Gelmini alla Camera segna un brutto giorno per l’università e per l’Italia, come scrive Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria Pd in una lettera che a poche ore dalla riforma arriva nelle caselle e-mail di oltre 7.000 docenti e ricercatori : “Il governo ha voluto procedere con un colpo di mano senza un confronto serio sul merito, che invece avrebbe potuto impegnare il Paese – le classi dirigenti, gli studenti, le famiglie, i cittadini – attorno a un tema decisivo per il futuro di tutti e affidare al Parlamento la responsabilità di agire nell’interesse generale. Una legge inutile e dannosa, che non muta in nulla lo status quo e ha il solo scopo di dequalificare e definanziare il sistema dell’università e della ricerca: né autonomia, né merito, né regole chiare. E invece questo governo al capolinea, atteso tra pochi giorni da un voto di sfiducia che speriamo che lo mandi definitivamente a casa, ha voluto procedere con un atto di forza che ne tradisce tutta la debolezza. Nessuno spazio per il confronto e per il civilissimo dissenso di studenti e ricercatori: se venisse approvata definitivamente, una riforma del genere dovrebbe essere rapidamente superata. Quando saremo al governo, ci impegneremo per riformare e rilanciare realmente, con coraggio e incisività, l’università italiana, sulla base di un progetto che parte dalle proposte finora elaborate. La ricerca e l’università non sono un costo inutile a cui tagliare le gambe, ma la priorità per il rilancio e lo sviluppo dell’Italia”.

Per Walter Tocci, deputato del Pd, “la cosa pazzesca è che si parla solo di norme e non si parla delle cose importanti: la ricerca la didattica, gli studenti. Ovvero le cose che fanno l’università”. L’analisi è dura: “Non ci sono più soldi per la ricerca, non c’è un piano nazionale di investimenti. Per la didattica: veniamo da una riforma che dovrebbe essere sottoposta a manutenzione. E poi gli studenti che non ottengono le borse di studio cui hanno diritto”. Un futuro sempre più grigio: “Quest’anno sono diminuite le immatricolazioni. E sono I figli delle classi meno agiate che non ce la fanno più. La riforma Gelmini è una legge che aggrava le ingiustizie sociali”. E conclude l’intervento in aula con una promessa: “Toccherà a noi fare la vera riforma, quando andremo al governo. E diremo ai ragazzi scesi in piazza: l’Italia ha bisogno di voi”.

La riforma che fa paura.“Buongiorno, mi scusi dovrei passare” chiedo gentilmente al poliziotto che è posto tra i due blindati azzurri e bianchi della Polizia che bloccano strada e marciapiede. “Dove dovrebbe andare?” risponde l’agente che poi aggiunge che non si può passare. “Io lavoro vicino a Palazzo Colonna” obietto. “Allora nulla da fare, lì non è possibile arrivare” chiude il discorso il poliziotto. Non è un dialogo surreale ma uno dei tanti che il poliziotto di turno avrà dovuto fare con i tanti passanti e turisti che, sotto la pioggia, per diversi motivi volevano fare una passeggiata o raggiungere i proprio luogo di lavoro. Turisti e romani non studenti ovviamente.

È vero che c’è una strana aria oggi a Roma e si respira davvero molta tensione. La gestione dell’ordine pubblico dovrà essere garantita con molta cautela, raccomanda il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “speriamo che sia governata bene perché c’è tensione in giro. Franceschini è andato a parlare con Maroni e ha raccomandato tutta l’attenzione necessaria”. Ma poi sono arrivati gli scontri, le piazze bloccate e il PD ha chiesto al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di riferire in aula alla Camera.
Bersani attacca: “Mi pare che nella stragrande maggioranza studenti e ricercatori si sono mossi in modo pacifico. Ha impressionato la città militarizzata, mai vista Roma così, e se si è arrivati a questa tensione è per irresponsabilità del governo che ha perso la testa e la presa sui problemi del paese”.

La stessa tensione si respira anche dentro palazzo Montecitorio. Il governo ha appena subito la sua 63sima sconfitta dopo che le opposizioni hanno fatto approvare un emendamento proposto dall’On.le Granata sugli assegni di ricerca. E in chiusura arriva la 64sima sconfitta quando l’Aula ha approvato tre emendamenti identici di Fli, Api e Pd all’articolo 25 del ddl con 283 voti favorevoli e 261 contrari. Tensioni ancora maggiori si registrano in tutta Italia.

A Bologna gli studenti hanno bloccato l’autostrada A14, a Bari occupato il teatro Petruzzelli, a Palermo bloccato i varchi per accedere al porto, a Milano occupato i binari della stazione Greco, a Torino bloccato l’accesso alla Tangenziale. Diverse stazioni dei treni vengono occupate in tutto il Belpaese. Che la protesta stia avanzando con grande forza se ne accorgono tutti tranne il ministro Gelmini che continua nella sua crociata per liberare Gerusalemme dai baroni. Perfino Bossi capisce della gravità della situazione se arriva ad ammettere che “gli studenti hanno un po’ ragione”.

Per Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del Pd “il giudizio sulla riforma Gelmini è negativo ed è noto. Questa è una riforma che nasce dai tagli che sono stati operati all’Università e alla ricerca. Ma voglio aggiungere che chi vuole governare il Paese e non soltanto comandare come pare stiano facendo il Presidente Berlusconi e il ministro Gelmini dovrebbe ascoltare e tenere conto che il Paese si sta rivoltando contro queste norme: ormai ci sono manifestazioni di studenti, di ricercatori, di docenti in tutta Italia che durano da giorni e che oggi vedranno un’ulteriore giornata di proteste. Il Governo doveva interloquire con la protesta e provare ad ascoltare. Anche per questo trovo che militarizzare il centro di Roma oggi non sia un segnale di ascolto e di dialogo ma l’ennesima chiusura e forzatura che trovo sinceramente assurda”.

“Capisco che abbiano paura. D’altronde, per chi è circondato da chi dice sempre e solo “sì'”, vedere da vicino tanti italiani delusi e arrabbiati per le scelte (poche e sbagliate) del governo deve essere insopportabile. Ma il panico del Governo per la sfiducia degli italiani non può tenere in ostaggio un’intera città, soprattutto se si tratta della Capitale. E’ ridicolo e drammatico insieme vedere le strade del centro chiuse persino ai pedoni, per la paura di un governo chiuso in palazzi che si vorrebbero isolati dal mondo. Non lo meritano i romani; non lo meritano gli studenti e i ricercatori che stanno pacificamente manifestando per il proprio futuro e per quello del paese; non lo meritano le istituzioni, che dall’ascolto dei cittadini hanno solo da imparare, non certo da temere”. E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Segretario della Commissione Difesa della Camera dei Deputati.

“In un Parlamento assediato dalle forze dell’ordine e circondato dal deserto, il Governo manda in scena l’ultimo tentativo disperato di far passare il ddl Gelmini, del quale sono venuti allo scoperto tutti i limiti e tutte le mancanze – ricorda Pina Picierno, parlamentare Pd – mentre i ricercatori e gli studenti occupano i tetti, le piazze e le strade, mentre a Roma – ha proseguito Picierno – viene impedito a migliaia di ragazzi di raggiungere piazza Montecitorio per un sit-in autorizzato, il Governo viene battuto sul voto a un emendamento. Più che di una riforma epocale, si tratta di uno spiaggiamento epocale: quello di un Governo ormai incapace di portare avanti i propri progetti, costretto a intestardirsi nella propaganda a cui ormai il Paese non crede più. Si consenta almeno ai manifestanti di portare a termine pacificamente le proprie proteste per le strade di Roma, evitando di alimentare la tensione.”

A.Dra

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Ddl Gelmini: approvato alla Camera. Dichiarazioni di voto dell' on. Dario Franceschini

Signor Presidente, stiamo affrontando questa discussione in una situazione surreale. Una maggioranza al capolinea, ex maggioranza l’ha chiamata l’onorevole Della Vedova, che non esiste più, non esiste più politicamente e numericamente e che pure vuole imporre a tempo ormai scaduto una riforma al mondo dell’università con dei muscoli che non ha, scaricando su un Paese già approvato altre tensioni. La giornata di oggi è particolarmente significativa perché le migliaia di studenti che hanno manifestato non hanno alle spalle alcun partito né alcun sindacato. L’hanno fatto spontaneamente dal sud al nord del Paese (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Le riforme vere, anche quando si ha la forza numerica e politica per farle – e non è il vostro caso – si fanno sempre con l’ascolto e la concertazione. Le proteste si cerca di capirle, non le si liquida con slogan sprezzanti, soprattutto quando quella protesta viene dai nostri ragazzi, dagli studenti, dai ricercatori. Leggete i blog, leggete i cartelli, leggete la lettera nobile dei ricercatori del Cern: quelli che protestano e chiedono ascolto sono il futuro del nostro Paese. E il Ministro e voi avete risposto soltanto con slogan e alibi. È uno slogan e un alibi parlare di lotta contro i baroni, come avete fatto continuamente: basterebbe citare la riforma voluta appena due anni fa dal Ministro Gelmini, che ha messo solo ordinari e tolto associati e ricercatori dalle commissioni di concorso (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
È uno slogan e un alibi pronunciare la parola «merito» mentre si ingabbiano gli atenei in un rigido schema ministeriale che lascia ben poco spazio alla valutazione, una legge che porta all’esasperazione burocratica delle università. Avete battuto tutti i record: il testo contiene circa 170 norme, che diventeranno più di 500 con le deleghe e che richiederanno 1.000 regolamenti da parte degli atenei. È uno slogan e un alibi proclamare l’autonomia come valore e poi approvare una legge che sembra un commissariamento: gli atenei sotto il controllo del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sotto il controllo del Ministero dell’economia e delle finanze (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
E poi lo sapete: qualsiasi riforma vera ha dei costi, mentre voi pretendete di chiamare riforma un elenco di tagli. Dal primo giorno avete fatto solo tagli all’università: la prima perla, appena arrivati, è stata l’Alitalia finanziata con l’eliminazione del fondo per la ricerca istituito nel 1982 (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E poi: meno 1,3 miliardi di risorse ordinarie per l’università con il decreto-legge n. 112 del 2008 per effetto del blocco del turnover e più 476 milioni di euro tagliati per coprire niente meno che il taglio dell’ICI ai redditi più alti, tolti all’università. Meno risorse con la manovra estiva per le retribuzioni del personale universitario con il blocco degli stipendi, meno un miliardo e 76 milioni al fondo di finanziamento ordinario, rifinanziato soltanto con 800 milioni e mi fermo nell’elenco.
E per coprire tutto questo avete scelto la stessa tecnica, sempre lo stesso copione, quello che avete usato per la scuola nell’anno scorso, nell’anno che abbiamo alle spalle: tagliare e poi andare in televisione e negare i tagli, a dire che non cambierà nulla per tranquillizzare gli italiani. Ma quando è cominciato l’anno scolastico, nel mese di settembre, le famiglie italiane che hanno figli a scuola hanno visto sulla loro pelle cosa sono quei tagli (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro), quando non hanno più l’insegnante di sostegno, quando le scuole cadono a pezzi, quando per assenza di supplenti si mettono quattro classi in palestra con un solo insegnante per cento allievi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Voi tagliate dove tutto il mondo decide di investire: nel sistema della formazione dei nostri figli. Eppure i dati del ritardo italiano sono drammatici: investiamo in università lo 0,8 per cento del PIL, contro una media OCSE dell’1,3. Le immatricolazioni sono calate negli ultimi quattro anni del 14 per cento. Aumentano sempre di più gli studenti che scelgono la via dell’università all’estero, mentre, a rovescio, è meno del 3 per cento il numero degli studenti stranieri, un terzo della media OCSE. Si riduce il numero di laureati figli di non diplomati: il 10 per cento, mentre in Francia ed in Inghilterra è fra il 35 ed il 40 per cento. Cala drammaticamente la percentuale degli aventi diritto che sono realmente coperti da borse di studio.
Purtroppo emerge un disegno, un disegno che non so se sia consapevole e non so se lei Ministro ne sia soltanto lo strumento inconsapevole: un’università pubblica di basso livello, a basso costo, che laurei in massa per recuperare il ritardo rispetto alle medie europee e un’università privata di eccellenza per chi ha i soldi o per chi può mandare i figli all’estero (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Del resto, il Ministro Tremonti ha parlato chiaro: ha detto che con la cultura non si mangia, che la Divina Commedia non è un buon companatico. Il Presidente Berlusconi, che non fa mai mancare la sua parola di saggezza, si è posto la seguente domanda: perché dovremmo pagare gli scienziati, se facciamo le più belle scarpe del mondo?
E, invece, il legame tra università, conoscenza, cultura, storia, identità di un Paese, emerge con intelligenza dalle modalità che hanno scelto i ragazzi italiani per protestare, andando sui monumenti più importanti delle città, perché quelli sono i simboli del legame calpestato tra scuola, università, ricerca e mondo della cultura (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). I ragazzi hanno capito quello che non ha capito il Ministro Bondi, e cioè che i nostri monumenti sono la carta con cui ci presentiamo di fronte al mondo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Imparate da loro! Imparate dai ragazzi italiani! Andate anche voi, se avete il coraggio, in mezzo a loro! Se avete il coraggio, ascoltateli perché avete molto da imparare!
L’università ha bisogno di una riforma vera, non di queste norme che non risolvono i problemi e aggravano i ritardi. Il Partito Democratico farà diventare l’università centrale nella manifestazione di Roma dell’11 dicembre (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Il Partito Democratico ha portato in quest’Aula 230 emendamenti di merito e ne avete bocciati 220 senza nemmeno discuterli (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Noi abbiamo provato a migliorarla; voi vi siete mostrati sordi con l’arroganza di una maggioranza che ha fretta. Fretta, perché capisce che il tempo è finito e ha bisogno di una bandiera da sventolare per illudersi di esistere ancora. I nostri emendamenti sono tutti passi concreti, coperti finanziariamente, dentro una visione alternativa alla vostra dell’università.
Borse di studio a tutti gli aventi diritto, perché per far vincere il merito bisogna avere pari opportunità: il figlio dell’operaio e il figlio del notaio devono avere le stesse opportunità nel corso della vita (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)! Un piano per le residenze universitarie. Lo sblocco del turnover e l’impiego di risorse per i nuovi professori e i nuovi ricercatori; un ricambio generazionale, l’età media dei docenti in linea con l’Europa, l’età di pensionamento negli standard internazionali a 65 anni. No al precariato. Un contratto unico formativo di ricerca. Progressioni e compensi dei professori tutti basati sul merito.
E, infine, autonomia vera, con regole trasparenti sulla ripartizione delle risorse all’università su tre punti molto chiari: numero di studenti, valutazione di ricerca e didattica, coesione territoriale. Investire sul futuro, per non mortificare il destino individuale dei nostri ragazzi, perché i ragazzi della globalizzazione vedono cosa succede ai loro coetanei, vedono che in un altro Paese europeo se hai studiato, se sei bravo, vinci un concorso e vai in cattedra, e vedono che da noi puoi essere bravo, puoi avere i master, puoi avere studiato, ma hai sempre qualcuno che ti passa davanti perché è più protetto ed è figlio di qualcun altro e questo non è giusto (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!

Investire sul futuro per non bruciare l’unica risorsa che abbiamo, che ha la nostra economia nel mondo globale: investire sul capitale umano, sull’intelligenza. Investire sul futuro. Questa è la domanda che viene dai tetti, che viene da dietro gli striscioni. Questo è il vento che sta soffiando tra i giovani. Soffia forte nelle nostre università ed è pieno di fiducia e pieno di speranza.
Berlusconi, oggi, con la consueta arroganza di chi sente che gli sta crollando tutto addosso – si sente ormai perduto – ha detto agli studenti: «Andate a studiare». Bene, caro Berlusconi, è proprio per questo che manifestano i ragazzi: perché vogliono potere studiare nelle università italiane (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Non avrete il tempo…

PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Franceschini.

DARIO FRANCESCHINI. Ho finito. Non avrete il tempo di fare diventare queste norme una legge. Il vostro percorso finirà molto prima e l’arroganza con cui avete cercato di imporre questa finta riforma sarà il vostro ultimo atto di debolezza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro e di deputati del gruppo Italia dei Valori – Congratulazioni – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Università, Pd: brutto giorno per gli atenei, ddl Gelmini è controriforma

Ghizzoni, si bloccherà anche ordinaria amministrazione. “E’ un brutto giorno per l’università italiana. La maggioranza e il governo si sono dimostrati sordi alle richieste delle opposizioni e del mondo accademico. L’università italiana ha bisogno di una riforma in grado di rilanciare l’autonomia degli atenei, il diritto allo studio, la valorizzazione delle competenze e dei talenti e di mettere in campo un serio progetto di investimento di risorse.

Purtroppo, la maggioranza non ha imboccato questa strada e si è inerpicata sul sentiero del dirigismo, della ipertrofia normativa che ingesserà anche la gestione ordinaria, della precarizzazione dei giovani e della chiusura a tutte le istanze di chi già lavora all’interno degli atenei. Il nostro voto contrario al ddl Gelmini si unisce ai tanti “no” che sono stati espressi in tutte le piazze d’Italia da parte di studenti e rappresentanti del mondo accademico.

Lo dichiara la capogruppo della commissione Cultura della Camera Manuela Ghizzoni.